21 maggio 2011

FONDAZIONE AGNELLI: LA RICERCA BOCCIA LA SCUOLA MEDIA. LA COLPA È DEGLI STRANIERI?

Posted in adolescenti, bambini, integrazione culturale, scuola tagged , , , , , , , a 9:19 pm di marisamoles

Il ritardo scolastico è spesso il primo campanello d’allarme del “rischio abbandono”, una delle maggiori criticità della scuola italiana. Durante il periodo dell’obbligo i ritardi scolastici arrivano al 25% nei primi due anni di scuola secondaria superiore. E’, però, nella scuola media che cominciano a manifestarsi significativamente, giungendo fino al 10%, dopo essere rimasti molto contenuti alle elementari. Ma quali sono i fattori socio-demografici e familiari che accrescono per gli adolescenti della secondaria di I grado la probabilità di essere in ritardo negli studi?

Questo è la domanda da cui muove la ricerca “I ritardi scolastici a 11 e 13 anni”. Comportamenti, abitudini e contesto scolastico-familiare-territoriale degli studenti delle scuole secondarie inferiori con percorsi non regolari realizzata in collaborazione dalla Fondazione Giovanni Agnelli e dall’équipe del Dipartimento di Sanità Pubblica e Microbiologia (DSPM) dell’Università di Torino, guidata dal Prof. Franco Cavallo.

Così inizia la sintesi della relazione prodotta dalla Fondazione Agnelli sui ritardi scolastici da 11 a 13 anni. Il quadro non è affatto confortante: la scuola secondaria di I grado (ex scuola media) ne esce bocciata. Si mettono in dubbio la capacità della scuola secondaria inferiore di garantire pari opportunità di apprendimento a tutti e di adempiere, quindi, a una delle missioni istituzionali che le sono state attribuite.

Il maggior fattore di rischio per il ritardo scolastico e, di conseguenza, l’abbandono è costituito, secondo i ricercatori, dall’origine straniera degli alunni. Non tanto perché ritenuti incapaci di adattarsi al nostro modello scolastico, quanto perché il sistema italiano prevede che i ragazzi vengano inseriti immediatamente nelle scuole se arrivano in Italia e sono nell’età dell’obbligo scolastico. A prescindere, quindi, dalla conoscenza della lingua, abilità indispensabile per l’apprendimento di qualsiasi disciplina, data la sua trasversalità. Questi ragazzi (la cosiddetta generazione 1.5) hanno una probabilità di essere in ritardo in I media rispetto ai coetanei italiani di circa 18 volte superiore, 19 volte una volta arrivati in III media.

Va un po’ meglio, sempre secondo i ricercatori, agli stranieri di seconda generazione, ovvero nati in Italia da genitori non madrelingua. Ma anch’essi, seppur con un ritardo rispetto ai ragazzi arrivati da poco nel nostro Paese, sembrano destinati a “perdersi per strada”: entro la III media la loro probabilità di perdere uno o più anni cresce fino a diventare di 3,5 volte superiore a quella dei compagni di classe italiani.

Ma il problema si può risolvere? Certamente, ma ci vorrebbe un investimento nell’organizzazione didattica tale da venir incontro al disagio di questi giovani studenti: rare o inesistenti risultano essere le forme di sostegno specifico alle difficoltà che i ragazzi di origine straniera – anche quando bene integrati nella loro classe – possono incontrare nello studio. Non di rado, aggiungo io, la problematicità della situazione che si viene a creare in una classe con alta percentuale di alunni stranieri (il ministero ha stabilito il 30% ma non di rado si sfora e, in ogni caso, appare una percentuale niente affatto contenuta), ha una ricaduta negativa sull’intera scolaresca.

La Fondazione propone una soluzione: un supporto differenziato ma garantito a tutti nelle ore pomeridiane e sostegno agli studenti stranieri arrivati in Italia in età scolare con «classi di benvenuto» e «specifici supporti pomeridiani».
Bene. Allora perché quando nell’ottobre 2008 la Lega ha proposto le “classi di inserimento” per allievi stranieri si è gridato allo scandalo? Quella era una proposta razzista, naturalmente. Le “classi benvenuto” proposte dalla Fondazione Agnelli sono più graziose e non offendono la suscettibilità dei piccoli stranieri e delle loro famiglie?

[fonti: Tuttoscuola.com, Fondazione Agnelli, La Stampa; l’immagine è tratta da questo sito]

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24 febbraio 2010

STUDENTI DEL SUD MENO PREPARATI: UNA TASK FORCE DI DOCENTI DAL NORD SAREBBE UN’IDEA

Posted in adolescenti, scuola tagged , , , , , , , a 4:25 pm di marisamoles

Sul quotidiano La Stampa, la giornalista Flavia Amabile relaziona sul rapporto che la Fondazione Agnelli presenterà oggi in merito allo stato di salute della scuola italiana. L’indagine si basa sui dati Ocse-Pisa che si riferiscono ai quindicenni italiani: al sud sono “indietro”, mediamente, di un anno e mezzo rispetto agli studenti del nord Italia. Un dato poco confortante, considerato che “rovinano” la media nazionale, anche se certamente non per colpa loro.

Un quindicenne su tre di quelli che ogni giorno entrano nelle classi dalla Campania alla Calabria, isole comprese, non raggiunge la soglia minima delle conoscenze definita a livello internazionale, spiega l’Amabile. Sembra che le cause siano legate al contesto: anche un “genio” che dovesse essere inserito in una scuola superiore meridionale, non avrebbe le stesse chance rispetto ai coetanei che frequentano le scuole al Nord. Secondo il rapporto, mentre chi frequenta gli istituti superiori in Italia meridionale è destinato ad essere uno studente mediocre, al nord accade il contrario: in qualsiasi scuola ci si iscriva, si otterranno dei risultati comunque buoni. Questo, ovviamente, nel complesso, perché non si può dire che al nord non ci siano dei casi clamorosi di insuccessi scolastici, anche per chi dimostra delle buone potenzialità.

Ci sono, inoltre, delle differenze tra le regioni per quanto riguarda il livello di spesa: Al Sud si è sempre al di sopra del 4% del Pil con una punta del 6% in Calabria. Al Nord, invece, (almeno nelle regioni a statuto ordinario) la quota di Pil destinata all’istruzione scolastica è sempre inferiore al 3% con il minimo di spesa in Lombardia (2,2%) e in Emilia Romagna (2,3%). E’ da queste differenze tra regioni che dovrà dipendere anche ogni decisione futura sul federalismo scolastico, ricorda il rapporto, scrive la giornalista de La Stampa. Quindi, più si spende meno si rende, per dirla in rima. Questo è dovuto anche al fatto che le regioni meno popolate hanno dei plessi di minori dimensioni, ma è d’obbligo osservare che al nord c’è un maggiore investimento nella scuola a tempo pieno, meno richiesta al sud dove le donne sono in percentuale meno occupate nel mondo del lavoro.

Insomma, secondo me bisognerebbe razionalizzare l’utilizzo delle già misere risorse, ma soprattutto investire nella qualità dell’insegnamento. È ovvio che se il livello di preparazione degli studenti del sud è mediocre, anche gli insegnanti, laureati magari con 110 e lode, non saranno preparati tanto quanto i docenti del nord. È un semplice ragionamento e spero che nessuno si offenda. A questo stato di cose, tuttavia, c’è un rimedio: perché non organizzare una task force di docenti specializzati del nord da mandare per qualche anno al sud perché affianchino i colleghi meridionali? In fondo, ci sono gli insegnanti che lavorano all’estero guadagnando un bel po’ di soldi in più e ottenendo dei privilegi anche a livello di pensionamento (almeno fino a qualche anno fa ogni anno all’estero era calcolato come un biennio ai fini pensionistici). Io credo che con una spesa comunque contenuta si potrebbero ottenere dei risultati e si risolverebbe il problema dei precari che occuperebbero, nel frattempo, le cattedre lasciate vacanti dai colleghi in missione speciale nel profondo sud.

A me sembra una bella idea. Purtroppo, però, più che un’idea è un sogno ad occhi aperti.

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