3 marzo 2014

“LA GRANDE BELLEZZA”: UN’ITALIA DA OSCAR

Posted in attualità, cultura, film, spettacolo tagged , , , , , , , , , , , , a 2:48 pm di marisamoles

Così, stanotte una nuova stella ha illuminato il cielo di Hollywood: “La grande bellezza”, film di Paolo Sorrentino pluripremiato in Europa, ha conquistato anche il pubblico americano. La statuetta più ambita è tornata in Italia dopo 15 anni, da quel lontano 1999 in cui Roberto Benigni con il suo “La vita è bella” guadagnò non solo l’Oscar come miglior film straniero ma si portò a casa anche altre due statuette, per il miglior attore protagonista e la migliore colonna sonora (Nicola Piovani).

Cosa potrei dire io ora che non sia stato già detto in queste ultime ore riguardo all’Oscar guadagnato dal film di Sorrentino? Nulla che abbia a che fare con una critica seria, dato che il film non l’ho visto. Sono una che non ama seguire la massa, ho bisogno di tempo e, soprattutto, mi piace godermi la visione quando si sono spenti i riflettori e del film non si parla più.

Ho letto molte critiche su questo film e sono giunta alla conclusione che anche una grande bellezza possa diventare una grande schifezza. Dipende dai gusti che, come ben sappiamo, sono personali.

Quello che, però, mi sorprende è che noi siamo un popolo strano: ci sentiamo italiani quando ascoltiamo l’inno nazionale sui campi di calcio, meglio ancora se il capitano della nazionale alza l’ambita Coppa del Mondo, e quando un film italiano trionfa all’Academy Awards. A parte questo, credo che la maggior parte di noi consideri il cinema di casa nostra per nulla competitivo.

Personalmente stimo molto alcuni registi italiani, come Paolo Virzì, Pupi Avati e Ferzan Özpetek per fare qualche nome, ma la maggior parte di noi snobba i film made in Italy soprattutto per la mancanza di attori veramente degni dell’etichetta che portano addosso.
Il fatto è che i migliori attori italiani sono quelli che recitano su un palcoscenico, preferendo guadagni notevolmente inferiori e un successo di pubblico molto più modesto alla grande industria cinematografica che sforna prodotti di discutibile valore. Certo, se consideriamo gli incassi, allora c’è da deprimersi. Se in Italia vincono al botteghino i cinepanettoni e i vari Checco Zalone e Claudio Bisio, posso anche concordare con chi snobba il cinema nazionale.

Non riesco, tuttavia, ad essere d’accordo con chi ritiene che i film americani (leggi statunitensi) siano i migliori in assoluto. C’è da considerare, infatti, che le pellicole d’oltreoceano vengono doppiate da attori italiani eccezionali che spesso scelgono proprio quella carriera non strapagata e considerata di serie b. Quindi, se non altro a livello recitativo, l’apprezzamento dei film americani da parte di molti è dovuto proprio ai bravi attori che in Italia di certo non mancano.

servillo_grande-bellezza_ferilli

Tornando al film di Sorrentino, l’unica cosa che davvero mi spiace è che “attrici” come la Ferilli e la Ferrari possano da oggi dire: “Ho recitato in un film da Oscar”. Passi per Isabella Ferrari che qualche rara volta ha dato prova della sua bravura (in Caos calmo, ad esempio, e non solo per la scena di sesso spinto che ha suscitato mille polemiche), ma la Ferilli può essere davvero considerata un’attrice? Recita nei film esattamente come se vendesse divani … Oddio, nel film premiato a Hollywood interpreta il ruolo di una spogliarellista, l’unico che a mio parere le calza a pennello. D’altronde è anche un ruolo che non le dà modo di calzare altro …

Infine, che dire di Roma? Splendida, come sempre.
In omaggio a quelli che mi leggono dalla capitale, devo dire honestly

ROME IS THE GREAT BEAUTY INDEED!

[immagine da questo sito]

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16 gennaio 2014

UN BACIO AL GIORNO TOGLIE IL DENTISTA DI TORNO

Posted in amore, poesia, salute, scienza, spettacolo, Uomini e donne tagged , , , , , , , , , a 2:10 pm di marisamoles

Poco fa, appena aperta la posta ho trovato la notifica del nuovo post dell’amica blogger e poetessa Mistral (ombreflessuose) e casualmente la poesia di oggi s’intitola Storia di un bacio.

Casualmente, dico, perché tornando a casa da scuola alla radio ho sentito un servizio che parlava delle molte virtù dei baci. In realtà la notizia non è proprio fresca. Ne parlava Scienza & Salute qualche mese fa.

Baciarsi fa bene e doveva saperlo anche Catullo visto che il suo invito a baciarlo, rivolto a Lesbia, era parecchio estenuante:

Dammi mille baci, e poi cento,
e poi altri mille, e poi di nuovo cento,
e poi ancora mille, poi cento
. (carme 5, vv. 7-9)

… poi non stupiamoci che la leggiadra fanciulla l’abbia scaricato più volte durante il tormentato idillio.

Ecco in riepilogo le virtù salutari del bacio:
– il rilascio di dopamina ed endorfine che avviene mentre ci si bacia attenua l’emicrania
– rende più bella la pelle
– aiuta a tenere sotto controllo il colesterolo (acc… ora capisco perché ce l’ho sempre alto 😦 )
aiuta la linea, visto che con un bacio si consumano 12 calorie (hai voglia …)
riduce lo stress in quanto con il bacio si eviterebbe la produzione di cortisolo e verrebbe invece stimolata la produzione di ossitocina che fa bene all’umore
– un bacio è in grado di rafforzare il sistema immunitario, grazie allo scambio di anticorpi che avverrebbe fra i due partner.

Ma non è tutto: pare che baciarsi preserverebbe anche dalle carie. Al contrario di ciò che comunemente si crede (vale a dire, che le carie sarebbero “contagiose”), grazie allo scambio di saliva fra i due partner, i denti saranno più puliti dai residui di cibo e dai batteri che causano la carie.

Insomma, un bacio al giorno toglie il dentista di torno. Che vogliamo di più dalla vita? Forse qualcuno da baciare?

Approfitto per fare le congratulazioni al regista Paolo Sorrentino che con La grande Bellezza ha vinto il Golden Globe.
Voi direte: che c’entra con il bacio, i denti e le carie? Nulla, ma il video sotto il titolo è tratto da Nuovo cinema Paradiso, il film di Giuseppe Tornatore che, dopo aver ottenuto lo stesso premio, ha concorso per l’Oscar e l’ha vinto come miglior film straniero.
Forza, dunque, Sorrentino! Speriamo che il film segua le orme dell’incantevole pellicola di Tornatore.

19 novembre 2013

LA SCOMPARSA DI MARCELLO D’ORTA, MAESTRO E SCRITTORE NAPOLETANO

Posted in scrittori, scuola tagged , , , , , , , , , , a 5:35 pm di marisamoles

Marcello D'Orta«Se lo si è fatto con passione, maestro si rimane per tutta la vita».

Così diceva Marcello D’Orta. Lui in cattedra c’è stato solo quindici anni e da ben ventitré di mestiere faceva lo scrittore. Mai, però, aveva smesso di sentirsi maestro.

Nato a Napoli sessant’anni fa, aveva raggiunto la notorietà con il primo libro, Io speriamo che me la cavo, in cui aveva raccolto le riflessioni dei suoi scolari, un mix di umorismo ed errori grammaticali e ortografici che rappresentavano l’animo campano con l’ingenuità e l’allegria che solo i bambini sanno trasmettere. Anche quando parlano di cose serie.

Per D’Orta il mondo della scuola era rimasto il suo mondo, anche quando aveva deciso di non sedersi più in cattedra. La notorietà ottenuta con il primo libro, il film omonimo girato nel 1992 da Lina Wertmuller e interpretato da Paolo Villaggio (in una delle rare interpretazioni serie e senz’altro ben riuscita), gli avevano permesso di dedicarsi all’altra sua passione: la scrittura. Senza, tuttavia, perdere di vista la scuola.

Fra le sue opere ricordiamo Dio ci ha creato gratis, Romeo e Giulietta si fidanzarono dal basso, Il maestro sgarrupato, Maradona è meglio ´e Pelé, Storia semiseria del mondo, Nessun porco è signorina, All’apparir del vero, il mistero della conversione e della morte di Giacomo Leopardi, Aboliamo la scuola, A voce de’ creature, Era tutta un’altra cosa. I miei (e i vostri) Anni Sessanta. E’ stato anche collaboratore di diversi quotidiani e le sue opere sono state tradotte in numerosi Paesi.

Un anno e mezzo fa aveva rivelato il suo male e ne aveva addossato la responsabilità alla monnezza: «È colpa, è quasi certamente colpa della monnezza se ho il cancro. Donde viene questo male a me che non fumo, non bevo, non ho – come suol dirsi – vizi, consumo pasti da certosino? Mi ricordai, in quei drammatici momenti che seguirono la lettura del referto medico, di recenti dati pubblicati dall’Organizzazione mondiale della sanità, secondo cui era da mettersi in relazione l’aumento vertiginoso delle patologie di cancro con l’emergenza rifiuti. Così sono stato servito. A chi devo dire grazie? Certamente alla camorra».
Una denuncia in piena regola che non fu gradita ai suoi concittadini la cui reazione l’aveva costretto ad osservare amaramente il suo isolamento: «A Napoli fanno finta di non conoscermi – diceva -. Se c’è un convegno sugli scrittori napoletani, non mi invitano certo. Per gli esponenti della letteratura di Napoli io non esisto».

Dopo la scoperta della sua malattia Marcello D’Orta non aveva abbandonato la scrittura, anzi, «Scrivo per non morire», amava ripetere.
Ora la sua penna ha scritto la parola fine. Tuttavia le parole che ne sono uscite rimarranno sempre impresse nella mente di chi ha amato il coraggio di questo maestro un po’ sui generis e la sua grande passione per il mestiere più bello del mondo.

Grazie, Marcello. Ovunque ti trovi adesso, prega per i nostri studenti e per questa nostra scuola sgarrupata.

io speriamo che me la cavo

[fonti: La Stampa e Il Corriere; immagine da questo sito dove si possono trovare altre “riflessioni” degli scolari di Io speriamo che me la cavo]

8 novembre 2013

FILM: “ZORAN, IL MIO NIPOTE SCEMO”

Posted in cinema, Friuli Venzia-Giulia tagged , , , , , , , , a 9:48 pm di marisamoles

zoran
Ha riscosso un enorme successo al Festival del Cinema di Venezia: dieci minuti di applausi, una vera ovazione. Cosa strana, se vogliamo, trattandosi di un’opera prima (il regista è Matteo Oleotto, sconosciuto ai più), di una pellicola girata nella provincia friulana, quella dove i confini diventano sottili e le popolazioni che parlano lingue diverse (siamo in provincia di Gorizia, a due passi dalla Slovenia) si trovano fianco a fianco, disseppellendo antichi rancori.

Forse questo successo sembrerà meno strano quando si scopre che il protagonista, Paolo Bressan, è magistralmente interpretato da Giuseppe Battiston, un omaccione che proprio in Friuli ha visto la luce nel 1968 e che, dopo una lunga gavetta, ha conquistato un posto di tutto rispetto nello star system cinematografico nostrano. E se è vero che i premi non significano nulla, a volte, è anche vero che come attore non protagonista ha già al suo attivo David di Donatello e Nastri d’Argento da far invidia ad attori ben più noti.

Paolo Bressan è un uomo solo, misantropo, egocentrico, scontento della vita che conduce ma impermeabile agli stimoli che potrebbero cambiarla. Almeno fino a quando non capita nella sua vita un nipote che non sapeva di avere, nipote a sua volta della zia Anja, parente che Paolo non ricorda per nulla e che ostinatamente chiama Anna, all’italiana. Quando si reca in Slovenia, nel luogo in cui la parente sconosciuta è passata a miglior vita, già s’immagina che l’eredità inaspettata gli permetta di fare quel salto di qualità sottraendolo a un’esistenza monotona e solitaria, fatta di grandi bevute in osmiza, l’osteria tipica di confine, di un lavoro alla mensa di anziani che detesta (sia il lavoro sia gli anziani) e di un matrimonio finito da anni, con Stefania (che ha il volto e la voce dalla pronuncia slovena di Marjuta Slamic), rimpianta e ormai sposa di un ometto (interpretato da Roberto Citran) che Paolo non stima per nulla, che considera semplicemente uno stupido.

battiston slamic
L’eredità però non è nulla di materiale. La zia Anja per curarsi ha speso tutto, ipotecando anche la modesta casetta in cui viveva. Così Bressan si trova spiazzato quando gli viene fatto conoscere Zoran, un sedicenne (interpretato dal bravissimo debuttante Rok Prašnikar) di cui la vecchia zia si prendeva cura e che, dopo la dipartita di lei, è rimasto solo. Si tratta di un affido temporaneo, solo pochi giorni in attesa che il ragazzo entri in una casa famiglia. Non stupisce nemmeno un po’ che Paolo accolga la notizia con stizza. Per il protagonista quel ragazzo che parla un italiano particolarmente forbito, imparato leggendo due libri che chiama capolavori ma che conosce solo lui, in completa dissonanza con la parlata gergale e cafona di Bressan, è solo un impaccio. Lo accoglie in casa peggio di un estraneo e a sua volta il ragazzo non sembra contento di vivere, seppur per pochi giorni, in un luogo sporco e trascurato. Il disordine lo infastidisce e la prima notte in casa Bressan preferisce passarla in bagno.
Ma Zoran ha in serbo una sorpresa: è una specie di campione di freccette, fa sempre centro, non sbaglia mai un colpo. Un’abilità che il sedicenne deve alla nonna che l’aveva istruito su come fare centro, peccato che, messo alla prova da Paolo che trova subito il modo di approfittare della situazione, non sia capace di indirizzare le freccette negli spicchi del bersaglio che fanno guadagnare più punti.

nipote scemo
Il progetto dello zio di Zoran è quello di farlo partecipare al campionato di freccette che si tiene a Glasgow. Si precipita in agenzia, acquista i biglietti e disperatamente allena quel nipote che considera scemo, ma che scemo non è, e che si ostina a prendere di mira solo il centro del bersaglio.
Nel frattempo Zoran, che Paolo chiede di poter tenere con sé un altro po’ di tempo, scopre un altro mondo, un’altra vita al di fuori dell’osmiza, popolata da ubriaconi e perditempo che sragionano. Conosce una ragazzina bionda e si fa conquistare dalla sua bellezza e dolcezza, grazie a lei partecipa alle prove del coro del paese e si esibisce, vincendo la timidezza, in un’Ave Maria cantata in sloveno. Dell’antica passione per le freccette sembra non volerne sapere. Poi, però, comincia a trattare con il bisbetico zio e i due arrivano ad un compromesso: Zoran canterà nel coro e si darà da fare per colpire il bersaglio non solo al centro.

Ce la farà? Parteciperà al campionato a Glasgow? Chissà …
Quel che è certo è che alla fine i ruoli si ribaltano, il bisbetico zio viene domato e il nipote “scemo” si rivelerà davvero prezioso per dare una svolta alla vita di Paolo Bressan.

9 agosto 2013

LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDÌ: RITROVATA IN FRIULI LA PRIMA PELLICOLA DI ORSON WELLES

Posted in cultura, film, Friuli Venzia-Giulia, La buona notizia del venerdì tagged , , , , , , , , a 5:22 pm di marisamoles

orson wellesAnche quest’oggi voglio occuparmi di cultura e questa mi pare proprio una buona notizia: in una vecchia cassa abbandonata in un magazzino è stata ritrovata la pellicola del primo film interpretato da Orson Welles nel lontano 1938.

Il film in questione, Too Much Johnson, girato da Orson Welles quando aveva 23 anni ed era già un famoso regista teatrale e autore radiofonico, era diviso in tre parti che dovevano fungere da preludio ai tre atti della commedia omonima scritta da William Gillette, Ma la commedia andò in scena senza la parte cinematografica perché il progetto di Welles fu bocciato.

Il film doveva essere muto e ispirato alle comiche di Mack Sennett e Harold Lloyd e aveva tra gli interpreti Joseph Cotten e Virginia Nicholson, all’epoca moglie di Welles.
La delusione dell’attore fu tanta che, a quanto dicono, quando la sua casa spagnola andò a fuoco nel 1971, non si dimostrò dispiaciuto che nell’incendio fosse stata distrutta anche la pellicola di Too Much Johnson.
Invece le otto bobine del film sono miracolosamente arrivate a Pordenone e ritrovate dopo trenta-quarant’anni dal loro ingresso in Italia.

Il ritrovamento del film è stato del tutto fortuito. Come sia arrivato a Pordenone è un mistero, anche se è famoso il suo festival del cinema muto. Fatto sta che un impiegato di una ditta di traslochi ha notato che da una vecchia cassa, contenente materiale cinematografico, abbandonata in un magazzino si sprigionavano sgradevoli odori. Viene, quindi, interpellato il responsabile del club Cinemazero che immediatamente intuisce che l’odore è dovuto ad un processo chimico degenerativo irreversibile che distrugge il supporto delle pellicole in triacetato di cellulosa.
Fra il numeroso materiale ormai distrutto, ecco che miracolosamente compaiono le otto pellicole del film chiuse nelle loro scatolette di metallo. Intatte.

Dopo la conferma di Cito Giorgini, un grande esperto wellesiano, che si tratta proprio dell’inedito Too Much Johnson, la copia del film, affidata alla Camera Ottica di Gorizia prima e alla cineteca del Friuli poi, è stata restaurata dalla George Eastman House con il contributo della National Film Preservation Foundation.

La notizia ha avuto un risalto mondiale tanto che il New York Times ha preteso l’esclusiva. Solo in seguito è stata diffusa in Italia.
La pellicola restaurata verrà proiettata a Pordenone il 9 ottobre prossimo all’interno delle Giornate del Muto.

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24 febbraio 2013

ANNA KARENINA, IL FILM

Posted in affari miei, film tagged , , , , , , , , , , , a 9:45 pm di marisamoles

Questo pomeriggio, nonostante la mia antipatia per le sale cinematografiche (troppo caldo, troppo alto il volume del suono, troppo scomode le poltrone, niente pause per fumare una sigaretta … benedetta la pubblicità in tv!), sono andata a vedere il film di Joe Wright Anna Karenina, tratto dall’omonimo romanzo di Lev Tolstoj. La trama del romanzo è nota a tutti: Anna, una donna sposata a un alto funzionario russo e madre di un bambino, si innamora del giovane conte Vronskij, al cui fascino cerca di resistere, più per uno scrupolo morale che per convinzione. Vinta dalla passione, alla fine la donna cede e vive un amore travolgente con il conte da cui ha una bambina. Lasciata la famiglia per seguire l’amato, ben presto si rende conto che l’insano sentimento che la lega ad Aleksej l’ha emarginata dalla società e privata dei privilegi di cui prima godeva nella San Pietroburgo altolocata. Alla fine cede sotto il macigno dei sensi di colpa, soprattutto ritenendo inutile il sacrificio per un uomo che pensa non l’ami più. La gelosia la porta ad un gesto disperato: si lancia sotto un treno in corsa.

E ora veniamo al film. Certamente non è facile fare una trasposizione cinematografica di un romanzo importante e ricco di sfaccettature come il capolavoro di Tolstoj. Soprattutto non è facile raccontare una storia già nota ai più senza destare curiosità. Il merito del regista Wright è senz’altro quello di aver creato un prodotto teatrale, con tanto di scenografie semoventi, dove i personaggi si muovono, per la gran parte della pellicola, passando di scena in scena e, soprattutto, evadendo dallo spazio teatrale consueto per conquistare le quinte e gli spazi aerei che, attraverso le impalcature, sovrastano il palcoscenico.
All’inzio questa messa in scena non mi ha convinta. Ero quasi infastidita perché non riuscivo a concepire soprattutto la mancanza di scene esterne. Insomma, quella Russia così cara a Tolstoj che in pratica non si vede, eccezion fatta per qualche distesa di neve o, nella stagione migliore, di prati fioriti e spazi agresti con tanto di contadini intenti nella mietitura. Un limite, a parer mio, che non rende giustizia al romanzo che trova, però, una gradevole lettura nelle scene dei balli con coreografie stupende e abiti magnifici.

anna-kareninaQuanto ai protagonisti, Keira Knightley (già musa ispiratrice di Wright in Espiazione e Orgolio & Pregiudizio) nei panni della Karenina non convince fino in fondo. Bellissima ma un po’ acerba, non pronta ad interpretare un personaggio così complesso come Anna. Sembra più una giovinetta alle prese con il primo amore. Ma effettivamente, a pensarci bene, ai tempi i matrimoni avevano ben poco a che spartire con l’amore, sicché per la sventurata il conte Vronskij potrebbe benissimo essere il primo vero amore della sua vita. Lui, interpretato dal giovanissimo (anche troppo) Aaron Johnson, poco più che ventenne, è talmente bello, con gli occhi azzurri e i riccioli biondi, da essere quasi un Adone senz’ali.

L’interpretazione che più mi ha convinta è stata quella del marito tradito: un Alexei Karenin magistralmente interpretato da Jude Law, con una compostezza e una sobrietà che rende merito alla dignità del personaggio, se non a quella del marito della fedifraga.
Infine, una nota di merito a Emily Watson nei panni della contessa Lydia.

Per concludere, un film passabile nel complesso, a tratti persino bello. Però ammetto che le due ore e 10 minuti sono volate, nonostante l’assenza di pause. Ah, la musica è bellissima grazie al nostro Dario Marianelli, candidato al premio Oscar 2013 per la miglior colonna sonora.

14 febbraio 2013

MODA’ A SANREMO CON UN BRANO DELLA COLONNA SONORA DI “BIANCA COME IL LATTE …”

Posted in canzoni, Festival di Sanremo tagged , , , , , , , a 7:34 pm di marisamoles

Non ho seguito molto, almeno finora, Sanremo ma devo dire che la canzone dei Modà, “Se si potesse non morire”, mi ha colpito molto. Lo stile è quello, inutile negarlo, un po’ ripetitivo rispetto ad altri successi. Però, ascoltando le parole e seguendo la melodia, questo pezzo mi raccontava qualcosa di nuovo e, nello stesso tempo, di già sentito.

Ho scoperto solo da qualche minuto – non seguo molto giornali e tv che parlano del festival della canzone italiana, in questi giorni – che il pezzo dei Modà è uno dei brani compresi nella colonna sonora del film, in uscita il 4 aprile, tratto dal best seller di Alessandro D’Avenia Bianca come il latte rossa come il sangue. Alessandro ne ha dato notizia sul suo blog da cui ho scaricato il video sotto.

Buon ascolto e buona visione … aspettando il 4 aprile.

1 agosto 2012

AGOSTO, MOGLIE MIA NON TI CONOSCO

Posted in donne, famiglia, figli, Uomini e donne, vacanze tagged , , , , , , , , , a 4:33 pm di marisamoles


Come molti, credo, ero convinta che il detto popolare “Agosto, moglie mia non ti conosco” fosse riferito al fatto che, specie per buona parte del secolo scorso, le mogli se ne andavano in vacanza al mare da sole o con i bimbi, mentre i mariti rimanevano in città a lavorare. Naturalmente i consorti, lasciati da soli nella città semideserta, potevano sbizzarrirsi quanto volevano, in particolar modo se avevano delle vicine di casa decisamente attraenti come la splendida Marilyn Monroe.

Il film “Quando la moglie è in vacanza” è il primo ad essere spontaneamente associato al detto di cui mi sto occupando. Forse proprio grazie a questo film si è diffusa la convinzione che “non conoscere la moglie ad agosto” significhi ignorarne l’esistenza e cornificarla. Nessuno ha mai fatto un film sulle mogli in vacanza da sole che cornificano i mariti? Credo proprio di sì ma al momento non mi viene in mente nessun titolo.

Il modo di dire, però, in origine aveva tutt’altro significato. Già Esiodo, infatti, era convinto che agosto, subendo l’influenza della costellazione di Sirio (detta anche Canicula da cui deriva anche il noto termine ad indicare il caldo particolarmente insopportabile di questo mese), che sembrava favorisse i rapporti sessuali, era d’altra parte controindicato per i signori uomini che al tempo erano considerati un po’ fiacchi se morti di caldo.

Ci sono, tuttavia, altre spiegazioni. Ad esempio, il fatto che una gravidanza iniziata ad agosto avrebbe comportato la nascita del bambino in un periodo dell’anno, la primavera, in cui per lavorare i campi erano indispensabili le braccia delle donne forti e non gravate dal peso del pancione. Ne consegue che i maschietti fossero caldamente invitati a star lontani dalle mogli in questo periodo.

Poi si arriva alla spiegazione che tutti noi attribuiamo al detto. Però c’era il sospetto che la bella vita non fosse solo quella dei signori uomini in città ma anche quella delle mogli single in vacanza. Guarda caso, nel periodo che va dagli anni Venti ai Settanta, particolarmente interessato dal fenomeno vacanziero delle mogli solitarie, i treni che il venerdì sera ricongiungevano i mariti alle mogli nei luoghi di villeggiatura erano detti “treni dei cornuti“.

Sto pensando che sia stato un bene che mio padre fosse già patentato alla fine degli anni Cinquanta. Prima non era proprio possibile per lui mantenere mia mamma nel periodo delle vacanze fuori casa.

Battute a parte, ma ora è ancora concepibile che le moglie vadano in vacanza da sole lasciando i mariti a casa? Pare di no. Dagli anni Ottanta in poi le famiglie si sono riunite, anche perché, lavorando entrambi i coniugi, è stato privilegiato il periodo di ferie in comune, proprio per non fare le vacanze separati.
Problemi di corna? Non credo. Ora all’interno delle coppie c’è molta libertà. Di certo non è necessario aspettare le ferie per cornificarsi a vicenda.

[LINK della fonte; immagine da questo sito]

27 luglio 2012

LIBRI: “BIANCA COME IL LATTE ROSSA COME IL SANGUE” di ALESSANDRO D’AVENIA

Posted in film, libri tagged , , , , , , , , , , , , , a 7:16 pm di marisamoles

Bianca come il latte rossa come il sangue (Mondadori 2010) è il primo romanzo del giovane professore-scrittore siciliano Alessandro D’Avenia. Un successo editoriale, il suo, forse giunto inatteso, ma che rappresenta un faro che illumina la notte buia della narrativa contemporanea. Perché non basta saper scrivere bene – e molti scrittori non sanno fare nemmeno questo -, è necessario entrare nel cuore di chi legge; non basta avere qualcosa da dire ma bisogna saperlo fare rendendo il lettore partecipe delle vicende ma soprattutto delle emozioni che animano i personaggi, creando quasi un unicum diegetico tra autore, narratore e lettore. Queste sono le peculiarità del giovane siciliano.

Lo stile di Alessandro è curato ma non dotto, a volte ricercato ma non retorico e il linguaggio sa adattarsi molto bene ai personaggi. La lettura è gradevole e avvincente allo stesso tempo. È un libro fresco, sprizza giovinezza ma non si abbassa a descrivere situazioni degradanti, che spesso i giovanissimi vivono perduti tra sesso, droga, alcol e azioni al limite della legalità. D’Avenia non utilizza, come altri narratori tipo Moccia, lo strumento letterario per far breccia nei cuori degli adolescenti servendosi del turpiloquio o delle situazioni da sballo, per intenderci.

La narrazione è in prima persona, espediente che rende ancora più coinvolgente la lettura perché è attraverso gli occhi del protagonista che scopriamo il suo mondo, è attraverso il suo cuore che ci sentiamo partecipi delle sue stesse emozioni, della sua felicità e del suo dolore.
Leonardo, detto Leo, è un ragazzo di sedici anni come tanti, con le sue passioni, il calcetto e la musica, le sue amicizie (Silvia e Niko) e l’amore (Beatrice, la “rossa”) che prepotentemente fa capolino nella sua vita trasportandolo in un vortice di emozioni che a volte lo fanno sentire piccolo piccolo, indifeso, incapace di gestirle. In sella al suo bat-motorino si sente un dio, quasi volesse calpestare il mondo che non gli piace così com’è per ricrearlo e plasmarlo a suo piacimento. Ma deve fare i conti con una realtà che non può cambiare, foriera di gioie ma anche di dolori. Con l’aiuto dell’amica Silvia e in particolare del suo prof di storia e filo (abbreviazione di filosofia, naturalmente) cerca di rincorrere un sogno che però si sgretola di fronte agli eventi imprevedibili della vita.

Leo odia la scuola, la considera una perdita di tempo, le ore passate in classe sono quasi un tormento ma, seppur inizialmente riluttante, si lascia a poco a poco conquistare dalle lezioni “fuori programma” di quel professore di storia denominato il Sognatore e considerato, come tutti i suoi colleghi, uno sfigato, uno dei tanti. Però quelle lezioni “fuori programma”, che Leo considera le migliori che il prof sia capace di inventare, lo conquistano. Proprio al Sognatore Leo chiede aiuto per capire quale sia il suo sogno e come riuscire a realizzarlo, perché non sa proprio come fare.
Ecco cosa gli dice il prof quando Leo gli chiede “Come si fa a trovare il proprio sogno?”:

“Cercalo.”
“Come?”
“Poni le domande giuste.”
“Che vuol dire?”
“Leggi, guarda, interessati … tutto con grande slancio, passione, studio. Poni una domanda a ognuna delle cose che ti colpiscono e appassionano, chiedi a ciascuna perché ti appassiona. Lì è la risposta al tuo sogno. Non sono i nostri umori che contano, ma i nostri amori.”
Così mi ha detto il Sognatore. Come gli vengono in mente certe frasi lo sa solo lui. Devo trovare ciò che mi sta a cuore. […]
Provo a seguire il metodo del Sognatore: devo partire da quello che so già. Mi sta a cuore la musica. Mi sta a cuore Niko. Mi sta a cuore Beatrice, mi sta a cuore Silvia, mi sta a cuore il mio motorino, mi sta a cuore il mio sogno che non conosco. (pag. 52, edizione economica 2012)

C’è molto di Alessandro nel Sognatore: c’è la passione per la scuola, l’attenzione per i giovani e le loro problematiche, la voglia di capire il mondo degli adolescenti guardandolo a volte attraverso i loro stessi occhi, altre volte con l’esperienza di chi sa quello che per essi è ancora ignoto.
È un insegnante che crede nel valore formativo della scuola, che non riserva ad essa il solo compito di istruire, trasmettendo nozioni. È un prof che valuta, perché questo è il suo lavoro, ma non giudica. E magari premia anche chi non ha studiato perfettamente la lezione ma ha dimostrato di saper ragionare: Proprio per questo Leo alla fine lo considera un mito.

Non sa risolvere i problemi, quel professore, ma sa aprire gli occhi e far scoprire il mondo ai giovani come Leo. Soprattutto è uno disposto a credere in loro.

Mi lascia lì come un babbeo inebetito. Mi dà già le spalle. Sono spalle esili, ma forti. Spalle di un padre. […] Ho gli occhi rossi di pianto, sono senza forze, svuotato, eppure sono il sedicenne più felice della Terra, perché ho una speranza. Posso fare qualcosa per recuperare tutto: Beatrice, Silvia, amici, scuola … A volte basta la parola di qualcuno che crede in te per rimetterti al mondo. (pagg. 149-150)

C’è molto di Alessandro docente in questo romanzo. Non solo nelle citazioni dotte ma anche nella scelta dei nomi. Beatrice è colei che alla fine, pur inconsapevolmente, salverà Leo. Proprio come la Beatrice dantesca, colei che per il poeta fiorentino incarna la salus, la salvezza, appunto.
Beatrice è il rosso, il colore dei suoi capelli e del sangue che scorre nelle vene, e allo stesso tempo il bianco della vita:

Beatrice continua a non venire a scuola.
Non c’è neanche alla fermata al pomeriggio.
Le miei giornate sono vuote.

Sono bianche, come quelle di dante quando non vede più Beatrice.

Non ho niente da dire, perché quando non c’è l’amore le parole finiscono.

Le pagine diventano bianche, manca inchiostri alla vita. (pag.51)

Bianca come il latte rossa come il sangue non ha una trama scontata, per più di due terzi della narrazione si ha l’impressione di conoscere il finale, quello delle belle favole, dell’ “e vissero felici e contenti”. Ma il bianco e il rosso, filo conduttore dell’intero romanzo, non sono due colori messi lì a caso. Il rosso può essere gioia, può essere il colore dell’inchiostro che solca le pagine bianche della vita scrivendo una trama che non è mai prevedibile, mai scontata. Ma rosso è anche il sangue, il sacrificio.

Io normalmente ignoro le recensioni dei libri che voglio leggere, proprio perché spesso ne svelano la trama, l’evolversi delle vicende, qualche volta anche il finale. Oppure perché, quando la trama è intessuta sul dolore, passa la voglia di leggere, specie se la lettura si profila tutt’altro che di evasione.
Anche in questo caso mi sono accostata al romanzo di Alessandro, il cui blog da qualche mese seguo, senza saperne quasi nulla, con la voglia di scoprire. Avevo già letto il suo secondo romanzo, Cose che nessuno sa, e devo dire che, nonostante i molti tratti in comune e lo stile ineguagliabile, si tratta di due romanzi diversi, unici. Devo anche ammettere che Bianca come il latte rossa come il sangue mi è piaciuto molto di più.

Dall’opera prima di Alessandro D’Avenia si sta girando a Torino il film prodotto da Lux Vide e Raicinema e diretto da Giacomo Campiotti. Luca Argentero vestirà i panni del prof Sognatore e Filippo Scicchitano quelli di Leo, Aurora Ruffino sarà invece Beatrice. Alessandro ha collaborato alla sceneggiatura.

LE MIE (ALTRE) LETTURE

15 maggio 2012

PRESTO NELLE SALE “BENVENUTI A BORDO”, FILM GIRATO CON LA CONSULENZA DI SCHETTINO

Posted in film tagged , , , , , , , , , a 12:06 am di marisamoles

Prossima uscita nelle sale cinematografiche del film, prodotto in Francia, girato sull’ammiraglia della Costa Crociere, l’Atlantica, allora comandata da Francesco Schettino. La pellicola, che vede tra i protagonisti la nostra Luisa Ranieri con addosso la divisa di comandante della nave, è stata campione di incassi in Francia: un milione e mezzo di euro.

L’uscita del film in Italia, già programmata per febbraio, è stata rimandata dopo la tragedia in cui è incorsa la Costa Concordia, comandata da Schettino. Il comandante della nave che si è schiantata sugli scogli al largo dell’isola del Giglio, causando la morte di trentadue persone, è stato addirittura il consulente durante la realizzazione del film “Benvenuti a bordo” girato da Eric Lavaine.

Patrice Régnier, il direttore marketing per la Francia di Costa Crociere, presente durante le riprese effettuate sulla nave Atlantica (nel 2010, quando fu girata la pellicola, faceva base a Copenaghen e veniva utilizzata per crociere nel Baltico e lungo i fiordi), descrive il comandante Schettino come un uomo efficiente e scrupoloso, sempre preoccupato per la sicurezza di tutti.

«Per un film le squadre di ripresa hanno sempre richieste particolari da fare. Sistematicamente Francesco Schettino si rivolgeva ai suoi tecnici per chiedere suggerimenti», dichiara Régnier. E continua: «L’equipe di Lavaine ha domandato di poter variare il percorso originale della nave per beneficiare di una luce migliore per il film. Schettino si è rifiutato perché era troppo pericoloso. Quando ho saputo quello che è successo non ci volevo credere, sono letteralmente distrutto».

Leggendo la notizia mi sono soffermata a riflettere sul titolo e mi sono chiesta: se il consulente fosse stato Gregorio De falco, il titolo del film sarebbe stato “Benvenuti a bordo, ca**o!” ❓

[fonte: Il Corriere]

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