COMUNIONE NEGATA AD UN BIMBO DISABILE. QUANDO LA CARITA’ CRISTIANA DIVENTA DISCRIMINAZIONE

Ho letto la notizia e ben presto l’incredulità, suscitata dal titolo, si è trasformata in vera commozione. Fino alle lacrime. Com’è possibile, mi chiedo, che la Comunione, un sacramento, sia negata ad un bambino solo perché è disabile, perché il suo cervello non gli permette, come afferma il sacerdote a sua discolpa, la piena coscienza dell’atto eucaristico? Com’è possibile che anche un alto prelato, non semplicemente un parroco di campagna, un don Abbondio qualunque, affermi che un bambino per ricevere la Comunione debba saper distinguere il pane dall’ostia?

Il fatto incredibile è accaduto a Porto Garibaldi, in provincia di Ferrara. Protagonista inconsapevole di questa assurda storia è un bambino che è stato escluso dalla somministrazione dell’ostia, durante la cerimonia propedeutica alla Prima Comunione, perché ritardato mentale, quindi non in grado di intendere e volere. Persino il giornalista di Repubblica, quotidiano di certo non cattolico, su cui ho ho letto la notizia, si chiede come mai allora il battesimo sia impartito a dei neonati che di sicuro non sono consapevoli di ciò che accade loro quando sentono l’acqua scorrere sul capo.

Nonostante la lettera che alcuni genitori di altri bambini che attendono di fare la Prima Comunione hanno inviato al parroco, don Piergiorgio Zaghi non cambia idea e nell’omelia tenuta domenica scorsa conferma la sua tesi: sebbene la dottrina non preveda l’esclusione dall’eucaristia per le persone incapaci di intendere e volere, lui vorrebbe che il piccolo capisse o intuisse la portata del sacramento. Lo appoggia il vicario della diocesi di Ferrara, monsignor Antonio Grandini, che si affretta a spiegare che non c’è stata nessuna discriminazione. Per ricevere il sacramento il bambino dovrebbe saper distinguere il pane dall’ostia e questo, al momento, non è avvenuto. Senza escludere, tuttavia, che il piccolo possa terminare il suo percorso di crescita spirituale e ricevere il sacramento a maggio insieme ai suoi coetanei.

Io non conosco i problemi di questo bambino ma, nel caso di ritardo mentale, pensare che la situazione possa cambiare entro maggio significa sperare semplicemente in un miracolo. Realisticamente non si può supporre che ciò avvenga, purtroppo.

Anche il Papa ha lanciato un appello: «Venga assicurata la comunione eucaristica, per quanto possibile, ai disabili mentali. Essi la ricevono nella fede anche della famiglia». Ma qui pare ci sia un bel problema: i genitori del bimbo disabile non sono sposati, quindi per la comunità – non tutta, fortunatamente – non possono essere una garanzia di fede. In altre parole, potrebbe sembrare che non ci sia nemmeno da parte di una mamma e un papà “peccatori” quella consapevolezza che al bimbo manca per il ritardo mentale da cui è affetto.

Come spesso accade, le parole più sensate provengono da un compagno di classe del bimbo sfortunato che, riferendosi all’esclusione dell’amichetto dal sacramento, in una lettera al parroco si chiede: perché non può farla? è cattivo? si comporta male? Per me non è cattivo, è bravo e tranquillo“. Forse non è tutta farina del suo sacco, come si suol dire, comunque chiede che il compagno possa accostarsi alla comunione assieme agli altri: “Pensiamo che Gesù l’avrebbe guarito come ha fatto con Lazzaro o con i lebbrosi”.

Io credo che in certi casi ai sacerdoti manchi proprio l’esempio di Gesù che ha aperto la porta a tanti peccatori e perdonato molte colpe. Il suo sacrificio, che è stato ricordato pochi giorni fa, non ha aperto il cuore di un suo ministro che, invece di accogliere un bambino innocente, lo ha escluso. Ha forse dimenticato, don Zaghi, che Cristo, durante l’ultima cena (occasione in cui è stata istituita l’Eucarestia) ha spezzato il pane e l’ha offerto anche a Giuda?

Ma la carità cristiana dov’è finita?