MISERICORDINA: LA MEDICINA NATURALE DI PAPA FRANCESCO

Udienza generale di Papa Francesco in piazza San Pietro
«Adesso vorrei consigliare a tutti voi una medicina: è una medicina speciale, non è che il Papa adesso fa il farmacista…». Con queste parole Papa Francesco ha esordito stamattina in piazza San Pietro, davanti a 60mila fedeli, in occasione dell’Angelus.
Tenendo in mano una scatoletta bianca col disegno rosso di un cuore e e delle scritte blu ha spiegato: «È una medicina di 59 grani intracordiali. Si tratta di una `medicina spirituale´ chiamata `Misericordina´.»

Davanti al pubblico probabilmente divertito, ha continuato con una raccomandazione: «Prendetevela c’è una corona del Rosario, con la quale si può pregare anche “la coroncina della Divina Misericordia”, aiuto spirituale per la nostra anima e per diffondere ovunque l’amore, il perdono e la fraternità. Non dimenticatevi di prenderla perché fa bene al cuore, all’anima e a tutta la vita».

La scatoletta, come ogni farmaco che si rispetti, ha davvero il “bugiardino” all’interno. Tra le altre cose, posologia inclusa, si legge: «La sua efficacia è garantita dalle parole di Gesù. Viene “applicato” quando si desidera la conversione dei peccatori, si sente il bisogno di aiuto, manca la forza per combattere le tentazioni, non si riesce a perdonare qualcuno, si desidera la misericordia per un uomo moribondo e si vuole adorare Dio per tutte le grazie ricevute».

Naturalmente «non si riscontrano effetti imprevisti e controindicazioni» e si consiglia «di rivolgersi ad un sacerdote per ulteriori informazioni e di conservare le avvertenze in caso di riutilizzo».

Finirà mai di stupirci questo Papa?

[foto e notizia da Il Corriere]

COMUNIONE NEGATA AD UN BIMBO DISABILE. QUANDO LA CARITA’ CRISTIANA DIVENTA DISCRIMINAZIONE

Ho letto la notizia e ben presto l’incredulità, suscitata dal titolo, si è trasformata in vera commozione. Fino alle lacrime. Com’è possibile, mi chiedo, che la Comunione, un sacramento, sia negata ad un bambino solo perché è disabile, perché il suo cervello non gli permette, come afferma il sacerdote a sua discolpa, la piena coscienza dell’atto eucaristico? Com’è possibile che anche un alto prelato, non semplicemente un parroco di campagna, un don Abbondio qualunque, affermi che un bambino per ricevere la Comunione debba saper distinguere il pane dall’ostia?

Il fatto incredibile è accaduto a Porto Garibaldi, in provincia di Ferrara. Protagonista inconsapevole di questa assurda storia è un bambino che è stato escluso dalla somministrazione dell’ostia, durante la cerimonia propedeutica alla Prima Comunione, perché ritardato mentale, quindi non in grado di intendere e volere. Persino il giornalista di Repubblica, quotidiano di certo non cattolico, su cui ho ho letto la notizia, si chiede come mai allora il battesimo sia impartito a dei neonati che di sicuro non sono consapevoli di ciò che accade loro quando sentono l’acqua scorrere sul capo.

Nonostante la lettera che alcuni genitori di altri bambini che attendono di fare la Prima Comunione hanno inviato al parroco, don Piergiorgio Zaghi non cambia idea e nell’omelia tenuta domenica scorsa conferma la sua tesi: sebbene la dottrina non preveda l’esclusione dall’eucaristia per le persone incapaci di intendere e volere, lui vorrebbe che il piccolo capisse o intuisse la portata del sacramento. Lo appoggia il vicario della diocesi di Ferrara, monsignor Antonio Grandini, che si affretta a spiegare che non c’è stata nessuna discriminazione. Per ricevere il sacramento il bambino dovrebbe saper distinguere il pane dall’ostia e questo, al momento, non è avvenuto. Senza escludere, tuttavia, che il piccolo possa terminare il suo percorso di crescita spirituale e ricevere il sacramento a maggio insieme ai suoi coetanei.

Io non conosco i problemi di questo bambino ma, nel caso di ritardo mentale, pensare che la situazione possa cambiare entro maggio significa sperare semplicemente in un miracolo. Realisticamente non si può supporre che ciò avvenga, purtroppo.

Anche il Papa ha lanciato un appello: «Venga assicurata la comunione eucaristica, per quanto possibile, ai disabili mentali. Essi la ricevono nella fede anche della famiglia». Ma qui pare ci sia un bel problema: i genitori del bimbo disabile non sono sposati, quindi per la comunità – non tutta, fortunatamente – non possono essere una garanzia di fede. In altre parole, potrebbe sembrare che non ci sia nemmeno da parte di una mamma e un papà “peccatori” quella consapevolezza che al bimbo manca per il ritardo mentale da cui è affetto.

Come spesso accade, le parole più sensate provengono da un compagno di classe del bimbo sfortunato che, riferendosi all’esclusione dell’amichetto dal sacramento, in una lettera al parroco si chiede: perché non può farla? è cattivo? si comporta male? Per me non è cattivo, è bravo e tranquillo“. Forse non è tutta farina del suo sacco, come si suol dire, comunque chiede che il compagno possa accostarsi alla comunione assieme agli altri: “Pensiamo che Gesù l’avrebbe guarito come ha fatto con Lazzaro o con i lebbrosi”.

Io credo che in certi casi ai sacerdoti manchi proprio l’esempio di Gesù che ha aperto la porta a tanti peccatori e perdonato molte colpe. Il suo sacrificio, che è stato ricordato pochi giorni fa, non ha aperto il cuore di un suo ministro che, invece di accogliere un bambino innocente, lo ha escluso. Ha forse dimenticato, don Zaghi, che Cristo, durante l’ultima cena (occasione in cui è stata istituita l’Eucarestia) ha spezzato il pane e l’ha offerto anche a Giuda?

Ma la carità cristiana dov’è finita?

PERCHÉ IL 26 DICEMBRE SI FESTEGGIA SANTO STEFANO?


Stefano è un nome di origine greca (deriva infatti da Stéphanos, latinizzato in Stephanus) che significa “incoronato”. Data l’etimologia precristiana, il riferimento era alla corona della vittoria; successivamente, con la diffusione del Cristianesimo, essendo Stefano un protomartire (infatti, fu il primo martire cristiano, arrestato nel periodo dopo la Pentescoste, morì lapidato) il suo nome fu legato alla corona del martirio.

La data in cui la liturgia ricorda il primo martire è sempre stata il 26 dicembre, proprio perché il giorno successivo al Natale. La Chiesa, infatti, nei giorni seguenti la celebrazione della nascita di Cristo ricorda i comites Christi, cioè i più vicini nel suo percorso terreno e primi a renderne testimonianza con il martirio.

Poche e incerte sono le notizie che riguardano Santo Stefano: fu probabilmente uno dei primi ebrei a convertirsi, seguì l’insegnamento degli Apostoli e in virtù della sua cultura, saggezza e fede genuina, divenne anche il primo dei diaconi di Gerusalemme.
Di questo Santo si parla nei capitoli 6 e 7 degli Atti degli Apostoli: si narra che i dodici Apostoli elessero sette savi, scegliendoli tra i discepoli ormai numerosi, affinché si occupassero esclusivamente di diffondere la parola di Dio. Il primo dei sette fu proprio Stefano che si adoperò con instancabile impegno nella missione cui era stato destinato, convertendo numerosi ebrei in transito per Gerusalemme.


Ben presto, però, l’opera di Stefano fu oggetto di critica da parte degli ebrei che assistevano alla conversione sempre più massiccia dei loro. Fu così che nel 33 o 34 Stefano fu accusato di “pronunziare espressioni blasfeme contro Mosè e contro Dio”.
Catturato dagli anziani e dagli scribi, fu trascinato davanti al Sinedrio e accusato grazie a falsi testimoni che dichiararono: “Costui non cessa di proferire parole contro questo luogo sacro e contro la legge. Lo abbiamo udito dichiarare che Gesù il Nazareno, distruggerà questo luogo e cambierà le usanze che Mosè ci ha tramandato”.
Quando il Sommo Sacerdote gli chiese: “Le cose stanno proprio così?”, Stefano pronunziò un lungo discorso, rifacendosi alle Sacre Scritture in cui si preannunciava l’avvento del Giusto.

Nonostante il disappunto espresso dai presenti, rivolto ai membri del Sinedrio, concluse il suo discorso con parole che fecero aumentare l’odio e il rancore verso di lui: “Ecco, io contemplo i cieli aperti e il Figlio dell’uomo, che sta alla destra di Dio”.
Fu, quindi, trascinato fuori dalle mura di Gerusalemme e lapidato senza pietà. Di seguito si scatenò una violenta persecuzione contro i cristiani, comandata da Saulo.
Tra la nascente Chiesa e la sinagoga ebraica, il distacco si fece sempre più evidente fino alla definitiva separazione.

La storia delle reliquie di Santo Stefano è significativa. Si racconta che il 3 dicembre 415, due anni dopo l’Editto di Milano con cui l’imperatore Costantino aveva concesso la libertà di culto e, di fatto, sancito la fine delle persecuzioni contro i Cristiani, ad un sacerdote di nome Luciano venne svelato in sogno il luogo in cui giacevano le spoglie del protomartire. In accordo con il vescovo di Gerusalemme, le reliquie iniziarono ad essere diffuse in tutto il mondo. Una piccola parte rimase al sacerdote Luciano e il resto fu traslato il 26 dicembre 415 nella chiesa di Sion a Gerusalemme.

Il proliferare delle reliquie testimonia la grande devozione che fu tributata a questo santo. Dappertutto sorsero chiese, basiliche e cappelle in suo onore; solo a Roma se ne contavano una trentina, delle quali la più celebre è quella di S. Stefano Rotondo al Celio, costruita nel V secolo da papa Simplicio.
In Italia ben 14 Comuni portano il suo nome.
Nell’iconografia, il Santo è raffigurato con la ‘dalmatica’, la veste liturgica dei diaconi. In ricordo della sua lapidazione, è invocato contro il mal di pietra, cioè i calcoli, ed è il patrono dei tagliapietre e muratori.

[fonti: wikipedia e santiebeati.it; nell’immagine sotto il titolo, “Santo Stefano” di Carlo Crivelli, Venezia, 1476 da questo sito; nella seconda immagine “Martirio di Santo Stefano” di Paolo Uccello, 1433-34, cappella dell’Assunta, Prato da questo sito ]

DIO C’È


Mi rendo conto di quanto sia impegnativo il titolo di questo post in cui sto per raccontare quello che mi è successo di recente. Mi rendo perfettamente conto anche di quanto sia difficile toccare un tasto delicato come la fede, affidando i propri pensieri ad un blog ma, nello stesso tempo, sapendo bene che queste pagine non sono quelle di un diario segreto e che quello che sto per dire potrà incontrare qualche dissenso o suscitare non poche perplessità.
Nonostante tutto ho deciso di scrivere, forse per convincere più me stessa che chi avrà la bontà o l’interesse di leggere questo articolo.

Cos’è la fede? Mah, direi una parte di noi (sempre che si sia credenti, ovvio). Non ci chiediamo se la fede c’è o non c’è, allo stesso modo in cui non facciamo tanto caso al cuore che batte, a meno che non si verifichino situazioni tali da non poter fare a meno di ascoltare il suo battito. Allo stesso modo, respiriamo senza chiederci se, come, quando i polmoni pompano aria. Ma loro continuano il loro instancabile lavoro per permetterci di vivere.
Con la fede è lo stesso. Lei se ne sta lì buona buona, la maggior parte del tempo, poi all’improvviso ci dà dei prepotenti segnali della sua esistenza. Così come quando un infartuato si rende conto che il suo cuore non lavora come dovrebbe o uno che sta per affogare realizza che i suoi polmoni vorrebbero lavorare a dovere ma non sono in condizione di farlo.

Il preambolo è stato un po’ lungo, lo so, ma era necessario.
L’educazione religiosa me la sono fatta da me. Io sono un’autodidatta della fede, non ho avuto nessun modello da seguire in famiglia. Sono sempre stata una trasgressiva, in tutto e per tutto, trasgressiva anche in modo del tutto insospettabile. I miei non andavano a messa, io sì. Forse da piccola avevo lo spirito missionario, speravo di poter trascinare anche la mia famiglia sulla strada della Verità.

Da figlia ho fallito ma da madre ho cercato nel miglior modo possibile di trasmettere ai miei figli la fede, attraverso l’esempio. Missione ancora più impossibile, però mi sono impegnata tanto, ma tanto, forse troppo perché alla fine ho ottenuto l’effetto contrario. Quando mi sono resa conto che da sola avevo iniziato questo percorso di fede e da sola mi ero ritrovata come da bambina, ho pensato che forse la religione non facesse per me. Piano piano, constatando il mio fallimento e osservando la gioiosa armonia che traspirava dalle famigliole unite alla messa domenicale, ho semplicemente smesso di fare le solitarie uscite della domenica mattina. Complice anche la delusione che ho avuto nel rendermi conto che certi sacerdoti non hanno nemmeno un briciolo di quella carità cristiana che io, laica, dimostravo nei confronti delle persone care. Ho, dunque, capito che non divorziavo dalla fede. Stavo rompendo con la chiesa, convinta più che mai che proprio lei e i suoi ministri fossero la rovina della religione.

Ho vissuto due anni senza chiedermi dove fosse finita la mia fede. Non ero più certa di averla, in effetti, ma in cuor mio non riuscivo a rassegnarmi ad aver perduto quello per cui fin da bambina avevo combattuto, sfidando la mia stessa famiglia. Ma la mia fede era là, nel suo angolino, pronta a darmi dei segnali che non avrei fatto fatica ad interpretare.

Veniamo, dunque, a quel che è successo qualche giorno fa (a quest’ora credo che i lettori siano curiosi di saperlo!).

Ora di cena. Uno dei miei figli, il primogenito, manca all’appello. Penso ad un ritardo, anche se so che di solito avverte. Passa il tempo, chiedo al fratello se per caso l’abbia avvertito del ritardo oppure l’abbia avvisato che non sarebbe venuto a cena (di solito i messaggi se li scambiano fra di loro perché non li pagano). Mio figlio dice che non ne sa niente.
Il tempo passa e, nonostante sappia perfettamente che i miei figli, entrambi, mi ritengano un’ansiosa, una che dopo cinque minuti di ritardo inizia a chiamare sul cellulare (come facevano le nostre mamme, poi?), inizio a telefonare. Non raggiungibile. Penso: forse è al cinema e ha il telefono staccato (ormai il ritardo era di circa un’ora), forse mi ha detto che non sarebbe venuto a cena e io non l’ho ascoltato, presa come sempre sono dai miei pensieri. Cercavo di convincermene con scarsi risultati. Meglio passare per una madre rinco che pensare qualcosa di peggio.

Passa un’altra ora. Ogni volta che entro in cucina, vedo la tavola apparecchiata, il suo piatto pronto, ormai coperto, e non mi do pace. Ritelefono: ora il cellulare squilla ma nessuno risponde. Riprovo più volte con lo stesso risultato. Cerco di tranquillizzarmi, ormai dovrei essere convinta di aver capito male, di non averlo sentito mentre mi diceva “ceno fuori”.

Sono sul divano, davanti alla tv, per niente tranquilla. Ora è il mio cellulare a squillare: numero non memorizzato in rubrica. “Sta chiamando dal telefono di altri, sarà rimasto senza soldi oppure la batteria è scarica”, penso. Ma la voce dall’altro capo è una voce che nessuna madre vorrebbe mai sentire, una voce sconosciuta che si rende inconsapevolmente partecipe della disperazione di una persona altrettanto sconosciuta. “Polizia stradale” e a quelle parole mi sembra di morire, ora sì che sento il cuore che batte, mi pare che scoppi, e il respiro, be’ quello mi manca, mentre affogo nella disperazione del dubbio. Alle parole “incidente” e “pronto soccorso” credo che i battiti del cuore e il respiro siano gli ultimi della mia vita.

Corriamo, io e l’altro mio figlio. Guida lui, io non sono in grado, tremo come una foglia. Durante il tragitto eccola, la mia fede sopita ma non scomparsa nel nulla. Prego e prometto che ricomincerò il mio cammino di cattolica credente e praticante se a mio figlio non è successo nulla di grave, di irreparabile.

Al pronto soccorso lo vedo sulla barella. È sveglio. La prima cosa che gli chiedo è se muove le gambe. Mi dice di sì, mi dice che ha battuto la testa e forse ha un dito rotto. Mi dice che gli hanno fatto tutti gli esami, nelle tre ore in cui io credevo che fosse al cinema, credevo di essere completamente rinco, credevo di non essere una buona madre che ascolta i suoi figli quando le parlano.
Poi lui mi dice “mi dispiace” e scoppia a piangere. E io rispondo che a me no, non dispiace per nulla di vederlo sano e salvo. “La macchina è distrutta” fa lui, continuando a piangere. Mentre gli asciugo le lacrime e trattengo a stento le mie, cercando di mostrarmi forte per far forza a lui, ma continuando a tremare come una foglia, gli dico che della macchina non me ne frega niente, che lei è distrutta ma lui no, ed è questo che importa.

Passa la notte in ospedale, gli infermieri mi mandano via con molta dolcezza, mi dicono che lui è sotto osservazione e che io ho bisogno di riprendermi, di riposare. L’altro figlio mi convince a tornare a casa e mi riporta dal fratello il giorno dopo. Lui è tranquillo, dolorante ma sereno. Fra poche ore tornerà a casa.

L’incidente che la polizia stradale al telefono aveva definito “piccolo” in realtà è stato uno di quelli che semina la morte, come tanti cui assistiamo guardando i servizi al telegiornale. Mio figlio è vivo e relativamente acciaccato per puro miracolo. Io ci credo.
Non aveva bevuto, stava tornando a casa a cena, alle sette e mezza di sera. Si sentiva stanco, quello sì. Ma non ricorda nulla di quel che è successo e forse questo è un bene.

Quante volte io e mio marito l’abbiamo rimproverato per aver voluto comprare una macchina nuova, superaccessoriata. Ora mi rendo conto che proprio quell’automobile gli ha salvato la vita.
Ecco, forse qualcuno a questo punto dirà che Dio esiste e si chiama Airbag. Io, però, preferisco pensare che Dio esista e si chiami Amore.

[immagine: “Mani giunte in preghiera” di Albrecht Dürer, da questo sito]

BURQA FUORILEGGE: APPROVATO IL PROVVEDIMENTO CHE NE PROPONE IL DIVIETO

A lungo si è discusso sull’utilizzo del burqa da parte delle donne islamiche che vivono in Italia. In altri Paesi, come ad esempio la Francia, una legge che vieta il burqa in pubblico c’è già. In Italia, a tutt’oggi, è in vigore una Legge, la n. 152 del 22 maggio 1975 (in materia di Tutela ordine pubblico), il cui articolo 5 recita:

È vietato l’uso di caschi protettivi, o di qualunque altro mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona, in luogo pubblico o aperto al pubblico, senza giustificato motivo. È in ogni caso vietato l’uso predetto in occasione di manifestazioni che si svolgano in luogo pubblico o aperto al pubblico, tranne quelle di carattere sportivo che tale uso comportino.
Il contravventore è punito con l’arresto da uno a due anni e con l’ammenda da 1.000 a 2.000 euro.
Per la contravvenzione di cui al presente articolo è facoltativo l’arresto in flagranza.

Ma fino ad oggi le donne islamiche hanno potuto indossare il burqa o altri copricapi che nascondono in parte o tutto il volto perché le credenze religiose sono considerate un giustificato motivo. Rimane il fatto che, specialmente in tempi in cui l’ombra del terrorismo si fa inquietante, una legge che ponga il veto sull’utilizzo del burqa sembra urgente.

La Commissione Affari Costituzionali della Camera ha, quindi, approvato il provvedimento che propone il divieto, da parte delle donne islamiche, di indossare burqa e niqab e a settembre il ddl sarà esaminato in Parlamento.
La relatrice Souad Sbai del Pdl ha definito questa proposta di legge Un provvedimento necessario per raggiungere quanto prima un livello di civiltà e libertà che adesso manca per molte donne, segregate e totalmente senza diritti. Questa legge è per loro e vuole allo stesso tempo rappresentare un messaggio per tutti coloro che le vorrebbero sottomesse per la vita intera”.

Nel caso in cui il provvedimento passasse, le multe sarebbero salatissime: fino a 30mila euro di ammenda, che possono in alcuni casi anche trasformarsi in 12 mesi di reclusione per chi costringesse terze persone ad nascondere il proprio volto.

Contario a questa legge il Pd. Ritiene, infatti, questa proposta contraria alla libertà che le donne hanno di scegliere se coprirsi il volto o meno. Ma chi sostiene invece il provvedimento è convinto che le islamiche con il burqa (poche, tuttavia, in Italia) siano costrette ad indossarlo, altro che libera scelta.

Ne è convinta anche Mara Carfagna, ministro delle Pari Opportunità: Il velo integrale non è mai una libera scelta delle donne, ma un segno di oppressione culturale o fisica: vietarlo nei luoghi pubblici vuol dire restituire la libertà alle donne immigrate, aiutarle ad uscire dai ghetti culturali nei quali tentano di rinchiuderle e, quindi, lavorare per la loro integrazione.

Anche un uomo, un giornalista ex musulmano ed ora cristiano, Magdi Cristiano Allam, approva questa proposta di legge ed è convinto che solo le donne di sinistra difendano il burqua. Lo indossino pure loro, è il suo invito.

A DIFENDERE IL BURQA RESTA SOLO LA SINISTRA

La messa al bando della “gabbia di stoffa” che imprigiona il corpo della donna è in perfetta sintonia con la nostra concezione dei diritti fondamentali della persona

È una vittoria delle donne e una sconfitta del multiculturalismo. L’affermazione del valore non negoziabile della dignità della persona e la rinuncia all’ideologia che ci priva della certezza di chi siamo, imponendoci di azzerare la nostra civiltà per mettere sullo stesso piano tutte le religioni, le culture, i valori e le identità.

Il voto favorevole alla Commissione Affari Costituzionali della Camera alla messa al bando della «gabbia di stoffa» che avvolge imprigionando il corpo della donna dalla testa ai piedi, denominato burqa in Afghanistan e niqab in Medio Oriente, è in perfetta sintonia con la nostra concezione dei diritti fondamentali della persona, tra cui primeggia la pari dignità tra uomo e donna. Al pari della fede nella sacralità della vita e del rispetto della libertà di scelta, è un valore non negoziabile alla base della civiltà laica e liberale dell’Europa che si rifà, piaccia o meno, alle nostre radici giudaico-cristiane.
Sia che si parta da un percorso laico sia che si sia sorretti dalla fede cristiana, non possiamo che trovarci d’accordo sulla denuncia di una flagrante violazione della dignità della donna.

Se, oltretutto, sono gli stessi islamici che ci dicono che questa «gabbia di stoffa» non ha un fondamento coranico né è stata istituita da Maometto, come possono i nostri politici di sinistra arrivare ad essere più islamici degli islamici, difendendo il burqa nel nome della sottomissione all’ideologia del multiculturalismo? Ancor più scandaloso è il fatto che ci siano delle donne di sinistra che difendono un presunto diritto delle donne islamiche a vestirsi come pare loro. Per coerenza, in segno di solidarietà, queste onorevoli ideologizzate e femministe «à la carte» se lo indossino loro il burqa! Noi continueremo a batterci per la dignità di tutte le donne, a prescindere dalla loro fede, etnia e cultura.

ARTICOLO FIRMATO DA MAGDI CRISTIANO ALLAM, PUBBLICATO SU IL GIORNALE.IT

[fonti (oltre a quella già citata): mondonews24.com e quotidiano.net]

LEGGI ANCHE L’ARTICOLO CORRELATO: Mamma in burqa spaventa i bambini di un asilo a Latina. Ed è subito polemica

I RE MAGI, TRA VERITÀ E LEGGENDA


La tradizione vuole fossero in tre: Baldassarre, Gaspare e Melchiorre. Sempre secondo la tradizione, erano dei re e portarono in dono al bambino Gesù oro, incenso e mirra. Ma le tradizioni, a volte, non corrispondono a verità, sempre ammesso che in questo caso si possano ricostruire i fatti reali.

Nel Vangelo di Matteo vengono chiamati semplicemente Magi e si dice che venissero da Oriente.

Alcuni Magi giunsero da oriente a Gerusalemme e domandavano: “Dov’è il re dei Giudei che è nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella, e siamo venuti per adorarlo”. All’udire queste parole, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i sommi sacerdoti e gli scribi del popolo, s’informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Messia. Gli risposero: “A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta:

E tu, Betlemme, terra di Giuda,
non sei davvero il più piccolo capoluogo di Giuda:
da te uscirà infatti un capo
che pascerà il mio popolo, Israele”.

Niente re, dunque, e se ci fidiamo dell’etimologia della parola “mago” che pare risalire ad una categoria di persone che, nell’antica Persia, si occupavano di scienze, anche occulte, possiamo ipotizzare che fossero degli uomini di scienza, forse astronomi. Infatti, nel Vangelo si legge che essi seguirono la stella. Che fosse la cometa che noi tutti conosciamo, è ipotizzabile se non altro perché la sua caratteristica coda sembra indicare, in qualche modo, una strada e rende maggiormente visibile il suo percorso. Ma, come vedremo in seguito, non è l’unica ipotesi possibile.
Quindi i Magi non erano “re” ma dei sapienti, probabilmente di origine Caldea, provenienti dall’odierna Turchia.

Anche sul numero ci sono diverse interpretazioni. “Alcuni Magi”, come scrive Matteo, non significa tre, ma fa riferimento ad un numero indefinito; probabilmente il numero tre (oltre ad avere un’importanza fondamentale nella simbologia cristiana) fu determinato sulla base dei doni che portarono a Gesù, ma non è escluso che più persone avessero portato i medesimi doni.
Sempre nel Vangelo di Matteo si legge:Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, e prostratisi lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra.

Per quanto riguarda i nomi, assenti nel Vangelo di Matteo, sarebbero citati nel Vangelo dell’Infanzia, apocrifo, che ci è pervenuto in lingua armena, i cui manoscritti sono stati divulgati per la prima volta, integralmente, da padre Isaia Daietsi nel 1828, in due diverse stesure. I nomi esatti, di origine persiana, sarebbero Melkon, Gaspar e Balthasar e apparterrebbero a tre sacerdoti. Tuttavia, è lecito pensare che, in un certo senso, simboleggino le tre popolazioni del mondo fino ad allora conosciuto: l’Europa, l’Asia e l’Africa. Non a caso, Baldassare è di colore.
Anche i tre doni sono caratterizzati da un’evidente funzione simbolica: l’incenso, infatti, descrive la caratteristica sacerdotale del Cristo, nella sua funzione di mediatore fra l’uomo e Dio; la mirra, un unguento che veniva utilizzato nella preparazione dei corpi dei defunti, ne prefigura la morte in favore dell’umanità peccatrice; l’oro simboleggia la regalità e, infatti, Cristo è re del suo regno futuro, che si realizzerà al Suo ritorno.

Matteo racconta, come è noto, che i Magi seguissero una stella e questo fatto avesse destato molta curiosità nel re Erode:

Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire con esattezza da loro il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme esortandoli: “Andate e informatevi accuratamente del bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo.
Udite le parole del re, essi partirono. Ed ecco la stella, che avevano visto nel suo sorgere, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, essi provarono una grandissima gioia. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, e prostratisi lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti poi in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese (Mt., 2, 1-12).

Che questa stella fosse una cometa, però, non è certo. Gli studiosi hanno ipotizzato che si possa trattare della cometa di Halley, la più brillante, che, però, apparve nel 12 a.C. e che tornò visibile solo nel 66 d.C.. Questa data, tuttavia, sposterebbe la nascita di Gesù indietro nel tempo.
Un’altra ipotesi è che non si trattasse di una vera e propria stella, nemmeno di una cometa. Potrebbe riferirsi, invece, ad un particolare evento astronomico come, ad esempio, una rara congiunzione di pianeti che, fin dalla più remota antichità, si pensava potesse avere delle influenze sulla terra e sugli uomini.
Il 17 dicembre del 1603, osservando Giove e Saturno in congiunzione, Keplero per primo ipotizzò che qualcosa del genere fosse accaduto alla nascita di Gesù. Tale supposizione venne confermata dagli scienziati del Novecento. Si pensa che una congiunzione tale potesse essere ben visibile nell’area del Mediterraneo e pare plausibile che i Magi avessero notato un evento astronomico così eccezionale.
Nel 1925 lo studioso tedesco Schnabel decifra una tavoletta cuneiforme, che ora si trova al Museo statale di Berlino, e trova il resoconto di Giove e Saturno congiunti per ben tre volte nel segno dei Pesci tra il 29 maggio e il 15 dicembre del 7 a.C. Anche questo potrebbe essere un indizio ma sposterebbe ugualmente la data di nascita di Gesù. Non tanto per quanto riguarda il mese –infatti, si pensa che il 25 dicembre fosse stato “scelto” per creare in un certo senso un sincronismo con il 25 marzo, data della morte di Cristo sulla croce – ma per l’anno che, tra l’altro, sconvolgerebbe il calendario universale.

Ma ci sono altre “questioni cronologiche” da risolvere riguardo alla data di nascita di Gesù. Come ci informa Matteo, i Magi furono avvertiti in sogno di non tornare da Erode. Infatti, noi sappiamo che, proprio per scongiurare il pericolo che un “re impostore” potesse usurpargli il trono, Erode ordina la cosiddetta “strage degli innocenti”. Così scrive Matteo:

Erode, accortosi che i Magi si erano presi gioco di lui, s’infuriò e mandò ad uccidere tutti i bambini di Betlemme e del suo territorio dai due anni in giù, corrispondenti al tempo su cui era stato informato dai Magi.

A questo punto, però, ci dobbiamo chiedere: se i Magi si recarono da Gesù appena nato, perché mai Erode ordina di uccidere i bambini dai due anni in giù? Apparentemente questo dato sembra contraddire la tradizione secondo la quale i Magi cercavano un bambino appena nato. C’è un altro fatto, però, di cui tenere conto: sappiamo che Giuseppe e Maria, incinta di Gesù, erano diretti a Betlemme per il censimento ordinato dai Romani in Giudea e altre province soggette a Roma. Le documentazioni storiche collocano un censimento, ordinato dai Romani in Giudea e altre province soggette a Roma, nel 12 a.C (la stessa data cui gli astronomi riportano l’apparizione della cometa di Halley!), mentre re dei Giudei era Erode il Grande al quale, come è stato detto, viene attribuita la famosa strage degli innocenti. Questa data, tuttavia, sposterebbe ancora più lontano la nascita di Gesù, a meno che non si consideri che un censimento non era cosa da poco e non poteva concludersi in breve tempo, vista l’estensione delle terre orientali soggette al dominio di Roma. Quindi è plausibile che le operazioni fossero iniziate nel 12 ma che si siano protratte per molto tempo, anche un paio d’anni. Tuttavia, non si arriverebbe mai al 7 a.C. Oppure dobbiamo credere che all’epoca del censimento Gesù avesse un paio d’anni o qualcosina di più.

Ritornando alla “stella”, questo splendore apparso in cielo e osservato dai Magi ebbe probabilmente una lunga durata. Nel Vangelo apocrifo armeno si legge che questi sacerdoti persiani seguirono la “stella” per nove mesi, giungendo alla “casa” di Gesù a poca distanza dal parto di Maria. In effetti si può supporre che dalla terra dei Magi a Betlemme la distanza fosse di circa mille chilometri che, secondo alcuni, avrebbero potuto essere coperti in meno tempo. Certamente, però, non in poco meno di due anni e quindi la domanda “Perché Erode ordinò la strage dei bambini al di sotto dei due anni?” non ha risposta.

Insomma, tentare di conciliare le parole del Nuovo Testamento con dei dati storici è veramente difficile. Addentrarsi nella complessa operazione di datazione degli eventi tenendo conto dei termini post e ante quem richiede molte conoscenze e molta pazienza. Io non mi ci addentro però rimando alla lettura di questo post in cui la questione è trattata in modo tecnico e con minuzia di particolari.

Per concludere, mi affido alle parole con cui il grande poeta Gabriele D’annunzio racconta la “storia dei Re Magi”, in prosa:

La notte era senza luna; ma tutta la campagna risplendeva di una luce bianca e uguale come il plenilunio, poiché il Divino era nato; dalla campagna lontana i raggi si diffondevano….
Il Bambino Gesù rideva teneramente, tenendo le braccia aperte verso l’alto, come in atto di adorazione; e l’asino e il bue lo riscaldavano col loro fiato, che fumava nell’aria gelida.
La Madonna e San Giuseppe di tratto in tratto si scuotevano dalla contemplazione, e si chinavano per baciare il figliolo.
Vennero i pastori, dal piano e dal monte, portando i doni e vennero anche i Re Magi. Erano tre: il Re Vecchio, il Re Giovane e il Re Moro.
Come giunse la lieta novella della natività di Gesù si adunarono.
E uno disse:
– È nato un altro Re. Vogliamo andare a visitarlo ?
– Andiamo – risposero gli altri due.
– Ma con quali doni?
– Con oro, incenso e mirra.
Nel viaggio i Re Magi discutevano animatamente, perché non potevano ancora stabilire chi, per primo, dovesse offrire il dono.
Primo voleva essere chi portava l’oro. E diceva: – L’oro è più prezioso dell’incenso e della mirra; dunque io debbo essere il primo donatore.
Gli altri due alla fine cedettero. Quando entrarono nella capanna, il primo a farsi innanzi fu dunque il Re con l’oro.
Si inginocchiò ai piedi del bambino; e accanto a lui si inginocchiarono i due con l’incensi e la mirra.
Gesù mise la sua piccoletta mano sul capo del Re che gli offerse l’oro, quasi volesse abbassarne la superbia. Rifiutò l’oro; soltanto prese l’incenso e la mirra, dicendo: – L’oro non è per me
!

… e in versi:

Una luce vermiglia
risplende nella pia
notte e si spande via
per miglia e miglia e miglia.
O nova meraviglia!
O fiore di Maria!
Passa la melodia
e la terra s’ingiglia.
Cantano tra il fischiare
del vento per le forre,
i biondi angeli in coro;
ed ecco Baldassarre
Gaspare e Melchiorre,
con mirra, incenso ed oro.

Al di là di tutte le possibili interpretazioni simboliche e dilemmi che più sopra ho esposti, la “magia” del Natale si completa con l’arrivo, al cospetto di Gesù, di questi re-sacerdoti nel giorno detto dell’Epifania, cioè, tradizionalmente, il 6 gennaio. La parola “epifania” deriva dal greco epiphaneia e significa “apparizione”. È come se la “stella” apparsa ai Magi più di duemila anni fa, volesse guidarci ancora, non necessariamente verso la fede ma in direzione della pace. E sappiamo quanto questa sia un bene prezioso di cui, nel mondo, purtroppo non tutti godono.

ARTICOLI CORRELATI: VIENE VIENE LA BEFANA … e PRESEPE O PRESEPIO?

AGGIORNAMENTO DEL POST, 6 GENNAIO 2011

Ad integrazione di quanto scritto lo scorso anno, segnalo la lettura di questo interessantissimo post: I Magi tra storia e leggenda by Briciole di tutto … un po’

NUOVO AGGIORNAMENTO, 27 DICEMBRE 2011

DA LEGGERE QUESTO INTERESSANTE ARTICOLO SU IL CORRIEREIl mito globale dei re Magi

NON C’È PIÙ RELIGIONE

Chiesa Maria Regina Pacis TriesteIn questi ultimi tempi l’opinione pubblica s’interroga se sia giusto o meno offrire ai figli dei mussulmani l’opportunità di frequentare un’ora settimanale di religione islamica, se sia corretto che la disciplina denominata “Religione Cattolica” debba essere valutata, al pari di ogni altra materia scolastica, con un voto numerico che poi faccia media, se tale disciplina debba o no concorrere al credito scolastico, se il crocifisso nelle aule debba restarci o convenga toglierlo. In questa discussione, però, mi sembra che il punto fondamentale non sia, come dovrebbe, la fede, bensì ne venga fuori una “questione di principio”.

È “questione di principio”, ad esempio, che ognuno sia libero di professare la propria fede quindi non è giusto che nelle scuole pubbliche, quelle di uno Stato laico per “principio”, sia offerta solo l’ora di religione cattolica. È sempre “questione di principio” far sì che ogni religione abbia pari dignità, quindi è doveroso proporre un corso sul Corano ai musulmani. È ancora “questione di principio” quella secondo la quale attribuire un credito scolastico (cosa che poi non avviene, anche se teoricamente dovrebbe) a chi fa religione sia discriminante nei confronti di quegli studenti che scelgono di non avvalersene. Per la stessa “questione di principio” il crocifisso dovrebbe rimanere lì dov’è, nonostante una recente sentenza della Corte Europea dei diritti umani abbia stabilito il contrario.

Quello che si perde di vista, però, è il senso della religione. Perché per tutti noi, in qualsiasi dio crediamo, quella che conta alla fine è la fede. E se non l’abbiamo, esercitiamo comunque il diritto di scelta, ma nel momento in cui operiamo questa scelta ammettiamo che la fede esiste, altrimenti non potremmo decidere di farne a meno. Il punto è che, guardandoci attorno, vediamo che nelle scuole, anche se il numero degli studenti che non si avvalgono dell’insegnamento della Religione Cattolica è in costante aumento, i bambini e i ragazzi continuano, per la maggior parte, a seguire le ore di religione. E si appassionano, anche. Paradossalmente accade, talvolta, che i docenti di religione descrivano come eccellenti classi che nelle altre materie sono un disastro. Succede, più spesso di quanto non si pensi, che gli stessi allievi che durante le altre ore di lezione sono sempre distratti, fanno tutt’altro, non partecipano mai attivamente alle lezioni e, interrogati, sembra che non abbiano nulla da dire, siano invece attentissimi alle lezioni di religione e partecipino attivamente alle discussioni che emergono anche sul significato della fede, in generale.
Perché, dunque, s’interrogano solo i grandi sui “principi” sopra esposti e mai i diretti interessati? Perché non chiediamo a loro, agli studenti di ogni età, che cosa ne pensino effettivamente di tutti questi “principi”? Perché non lasciamo che esprimano il loro parere sulla presenza del crocifisso in classe? La corte Europea ha, infatti, accolto la richiesta che una madre ha fatto, non quella dei suoi figli. Una madre ha deciso che i suoi figli non abbiano voglia di stare in classe con un crocifisso appeso alla parte che continua a fissarli. Non credo che abbia interpellato i figli al riguardo, così come non credo che quel crocifisso crei così tanto disagio ai ragazzi, quanto ne crea alla madre che nell’aula scolastica non ci mette mai piede.

Sempre i genitori, ahimè, scelgono di non educare alla religione i propri figli. Molti bambini non sono nemmeno battezzati, e non sto parlando, ovviamente, dei figli nati in famiglie che professano altre religioni. Così come succede che molti bambini siano “costretti” al battesimo e agli altri sacramenti, come la Prima Comunione e la Cresima, senza che venga chiesto il loro parere. Molte coppie, inoltre, che in Chiesa non ci mettono mai piede, scelgono il matrimonio religioso perché è una “tradizione”, lo scenario di un altare bellamente decorato con fiori e nastri è più suggestivo di una fredda sala comunale, i parenti, a cominciare dai genitori, sono contenti; peccato, però, che, una volta celebrato il rito nuziale, tornino a disinteressarsi della fede e della Chiesa. Quelle stesse coppie, tuttavia, sono ben pronte a far frequentare il catechismo ai figli che verranno, sempre perché lo vuole la “tradizione”. Li accompagnano pure in Chiesa per la Messa, ma la maggior parte dei genitori parcheggiano i pargoli per un’oretta, approfittandone per fare un giro in centro, tanto i negozi sono aperti sempre, anche la domenica mattina. E quando arriva il fatidico giorno, quegli stessi genitori sono emozionatissimi nel vedere i loro bimbi prendere per la prima volta la particola consacrata; peccato, però, che dopo l’educazione religiosa venga del tutto trascurata in famiglia, almeno fino all’età della Cresima. Io li ho visti quei poveri ragazzi costretti a quindici anni e più a frequentare ancora il catechismo, perché se no poi non si possono sposare in Chiesa. Nessuno, però, glielo chiede esplicitamente se hanno quell’intenzione. Ma tanto, che importa? Poi decideranno autonomamente, quando sarà il momento; intanto la Cresima l’hanno fatta, non si sa mai.

Io credo che non si debbano mettere in discussione i simboli della fede. Piuttosto si deve riflettere sul suo significato. Di fronte all’ipocrisia delle coppie e delle famiglie sopradescritte, preferisco la coerenza di chi decide di sposarsi con rito civile, o di non sposarsi affatto, e di non avviare all’educazione religiosa i propri figli, rinunciando a farli battezzare. È vero che il battesimo, anche se imposto, non fa male a nessuno e lascia, comunque, libertà di scelta in futuro. Molti adulti, pur essendo battezzati, si dichiarano atei, ma non credo che rimproverino i loro genitori di averli costretti al sacramento. Ma molte coppie, conviventi o unite con il solo rito civile, poi mandano i bambini nelle migliori scuole, anche se religiose. Questo, secondo me, è il massimo dell’incoerenza. Fossi io a decidere, chiederei obbligatoriamente il certificato di battesimo all’atto del’iscrizione.

Un’altra domanda che mi pongo spesso è: ma i bambini non battezzati, come possono non sentirsi diversi quando alla scuola elementare vedono che la maggior parte dei compagni frequenta il catechismo e riceve la Prima Comunione e loro no? Intendiamoci, all’età di otto o nove anni della fede tutti ne capiscono ben poco, al di là di quello che viene loro propinato dalla catechista e su cui non hanno modo di ragionare. Però quello che conta per quei bambini è che i compagni che ricevono la Prima Comunione poi raccontano della bella festa organizzata in loro onore, del pranzo luculliano nel miglior ristorante, delle bomboniere offerte agli invitati e, soprattutto, dei regali ricevuti. Allora il bambino che di tutto questo ben di dio non ha potuto godere, si sentirà “diverso” e forse non chiederà spiegazioni alla famiglia, pensando che quello che i genitori decidono per lui è giusto oltre che indiscutibile. Ma un dubbio, almeno, potrà venirgli sul fatto che tali decisioni siano state prese senza chiedergli il parere. Così come i bambini che il sacramento l’hanno ricevuto potranno pensare, un giorno, che altri hanno deciso di iniziare per loro un percorso che gli è del tutto indifferente. Tuttavia, di fronte ai regali e tutte le altre belle cose di cui hanno goduto, non credo si possano sentire dei burattini nelle mani degli adulti.

Insomma, la questione è complessa. La religione, secondo me, non va confusa con la Chiesa e i suoi dogmi su cui potremmo discutere all’infinito. La cosa che più conta è la fede e, purtroppo, mi pare che essa vacilli anche in chi si definisce fervente cristiano. Non mi sto riferendo ai personaggi pubblici che, in quanto a modelli, lasciano a desiderare. Sto pensando ai sentimenti cristiani che a parole animano i cuori di tutti, ma che spesso nei fatti rappresentano solo una convenzione, una consuetudine. Basti pensare alle festività religiose: chi non festeggia il Natale o la Pasqua? Anche i laici, gli atei e gli agnostici lo fanno, perché considerano queste feste espressione delle tradizioni del nostro Paese. Ma poi siamo sicuri che lo spirito con cui ci si accosta a queste festività sia quello giusto? Non è più facile pensare agli addobbi natalizi, ai regali che vengono scambiati come tradizione vuole, alle uova di Pasqua e alle gite sulla neve o in altri luoghi che possono essere fatte approfittando dei giorni di festa che uno Stato laico ci concede?

Prima di parlare delle tante “questioni di principio” che ho elencate all’inizio del post, forse dovremmo interrogarci sul vero significato della religione e della fede, sulla presenza o meno nel cuore di tutti noi di quel Dio in nome del quale difendiamo le nostre ragioni contro ciò che sembra minare le nostre certezze. Solo dopo potremo comprendere che ormai, quando si parla di Cristianesimo e di Chiesa Cattolica, ci si riferisce solo ad una tradizione che come tale difendiamo contro chi vorrebbe, in nome dell’uguaglianza dei diritti, privarci di quelli che quella stessa tradizione ci ha trasmesso.