25 luglio 2013

TERRORISMO METEOROLOGICO

Pubblicato in: attualità tagged , , , , , , , , , , , , a 1:48 pm di Marisa Moles

che-caldoSta arrivando Caronte, dicono.
A parte che non sopporto questa mania di dare nomi mitologici a dei normali fenomeni meteorologici, come ondate di caldo e freddo. Una moda tutta americana che, però, è limitata a fenomeni eccezionali e di una certa rilevanza, come uragani e tifoni. Ma noi italiani abbiamo sempre l’idea che quello che fanno gli altri vada bene e debba per forza essere importato.
Forse non tutti sanno che questa moda è stata lanciata da Antonio Sanò, direttore del portale ilmeteo.it, cui si devono i vari Hannibal, Minosse, Circe, Ulisse, Virgilio, Ade. Caronte, addirittura, ha per la seconda volta il ruolo di protagonista sulla scena degli anticicloni.

Detto questo, possiamo anche pazientemente sopportare queste etichette, però siamo portati a credere che, indipendentemente dai nomi scelti, le previsioni ci azzecchino. Parrebbe di no. E’ in atto, infatti, una vera e propria guerra tra meteorologi.

Ad esempio, il meteorologo di La7 Paolo Sottocorona ha dichiarato che, prevedendo un’ondata di calore che supera i 40°, vengono inutilmente allarmate le persone più deboli, come gli anziani, quando nella realtà dei fatti non è mai successo che tutte le stazioni meteo abbiano registrato contemporaneamente quaranta gradi, neppure trentacinque né trentatré. Quanto al picco, «avrebbe più senso sapere per quante ore della giornata ci sarà quella temperatura. Magari per una e basta».

Il caldo ci sarà, è vero, ma limitatamente ad alcune città e per un determinato numero di ore all’interno della giornata. Sottocorona cita il colonnello Bernacca (chi lo ricorda?) che, a chi gli chiedeva se fosse normale tanto caldo in un certo periodo dell’anno, era solito rispondere: “è normale che non sia normale“. Sibillino ma efficacie.

Ma quando parliamo di Bernacca, storico meteorologo della Rai, ci riferiamo ad un tempo in cui non c’era la guerra tra le reti e, quindi, nemmeno tra gli esperti meteo. Una volta mica ci azzeccavano sempre e nemmeno erano così bravi da prevedere come sarebbe stato il tempo a lunga distanza. Poi, se le previsioni venivano smentite dai fatti, nessuno se la prendeva più di tanto. Solo se pioveva se ne attribuiva la responsabilità al governo. Oggi in Italia dovrebbe piovere che neanche nella foresta equatoriale.

A complicare le cose, poi, c’è l’abitudine di distinguere tra temperatura reale (quella che segna il termometro) e quella percepita. A volte, dice qualcuno, c’è poca chiarezza.
Per esempio, il colonnello Mario Giuliacci, nel suo sito Internet, se la prende con «i soliti furbetti che pur di fare audience non dicono di quale temperatura si parli, se effettiva o apparente, generando confusione, ma soprattutto spavento, specie nelle persone anziane, vulnerabili all’afa».

Secondo Massimiliano Pasqui dell’Istituto di biometeorologia del Cnr, parole come «allarme» e «allerta» hanno un significato in un contesto particolare, sono gli avvisi della Protezione civile. Ma fuori da questo contesto hanno il solo scopo di preoccupare inutilmente le persone. Tant’è che sulla pagina web del ministero della Salute per oggi è indicato il livello 3, il più alto, soltanto in quattro città: Bologna, Bolzano, Firenze e Torino.

L’ultima critica giunge da Stefano Tibaldi, direttore dell’Arpa dell’Emilia-Romagna e docente di Climatologia. Per lo studioso si tratta di una «perniciosa interazione tra tutte le previsioni di tipo ambientale e i mezzi di comunicazione di massa». E prende le distanze dai tecnici che non si limitano a una posizione tecnico-scientifica.

Insomma, ‘sto Caronte arriva o no? Nel caso chiedesse dove dirigersi, gli si può sempre rispondere:

Caron non ti crucciare:
vuolsi così colà dove si puote
ciò che si vuole, e più non dimandare
.

Sì, ma a quale meteorologo deve dar retta? Forse a Bernacca …

[fonte: Il Corriere; immagine da questo sito]

22 luglio 2013

OPERAZIONE “GUIDO CON PRUDENZA”: SE SEI SOBRIO ENTRI GRATIS IN DISCOTECA

Pubblicato in: attualità, Friuli Venzia-Giulia tagged , , , , , , , , , a 2:20 pm di Marisa Moles

alcoltestLa mia regione, il Friuli – Venezia Giulia, non è nuova ad iniziative volte a contrastare l’abuso di alcol rivolte ai giovani, specie quelli che, dopo una nottata di festa, si mettono al volante brilli.

Già nell’estate 2010 una famosa discoteca di Lignano aveva promosso il progetto “In sicurezza senza alcol”, mettendo a disposizione dei giovani una postazione mobile dove poter controllare il proprio livello alcolemico con etilotest professionali senza il coinvolgimento delle Forze dell’ordine. Ai ragazzi positivi era stata offerta la possibilità di riposare e smaltire la sbornia in un’apposita zona di “decantazione”, presente all’interno delle discoteche. (Ne ho parlato QUI)
Inoltre, sono molte le discoteche, più o meno vicine alla città, che offrono gratuitamente ai giovani un “passaggio” in pullman, andata e ritorno.

Quest’estate è stato varato il progetto “Guido con prudenza” che fa parte del protocollo d’intesa firmato dal Dipartimento della Pubblica Sicurezza e la Fondazione Ania per la sicurezza stradale e coinvolge il Friuli-Venezia Giulia e la provincia di Udine in particolare.
A tutti coloro che, durante i controlli effettuati dalle forze dell’ordine, risulteranno in regola, verrà offerto un biglietto per l’entrata gratuita in discoteca.

Nel primo week-end sono state controllate dalla polizia stradale 396 persone. In particolare sono stati effettuati 10 posti di controllo che hanno permesso di contestare 14 infrazioni ma ben 52 giovani hanno ottenuto un biglietto omaggio per la discoteca. Non solo, sono stati centinaia gli alcoltest richiesti dagli stessi ragazzi durante le serate in discoteca per poter verificare, nel pieno rispetto della privacy, il proprio livello di alcool presente nell’organismo e decidere più consapevolmente se mettersi o meno alla guida.

Il comandante della Polstrada Stornello commenta soddisfatto: «Positiva nel complesso la risposta dei giovani in merito alla promozione del cosiddetto “guidatore designato”, quello che in diversi Paesi europei viene chiamato Bob. Hostess e steward all’ingresso delle discoteche di Lignano Sabbiadoro hanno invitato i vari gruppi di ragazzi a nominare il proprio Bob.»

Che cosa si può aggiungere se non un: bravi ragazzi!

[notizia del Messaggero Veneto]

1 ottobre 2011

L’ESTATE D’AUTUNNO

Pubblicato in: affari miei, Friuli Venzia-Giulia, Trieste tagged , , , , , , , a 7:01 pm di Marisa Moles


Sembra un ossimoro il titolo di questo post. E invece è proprio lo specchio di questo settembre “anomalo” che, però, non può che far piacere: mai così caldo, almeno nel Centro-Nord, negli ultimi 150 anni. Temperature decisamente estive e se non fosse per i raggi del sole, meno diretti, e per la riduzione delle ore di luce (più di 15 a giugno, meno di 12 attualmente), parrebbe davvero di essere in piena estate.

Per gli affezionati della tintarella una grande goduria. Peccato, però, che le scuole siano ricominciate da tre settimane e che le ferie estive siano decisamente terminate per la maggior parte degli italiani. Ma nonostante questo, molti stabilimenti balneari hanno prorogato l’apertura fino alla fine di ottobre. L’unico problema: attrezzature ridotte e un minor numero di bagnini. Alcuni gestori si lamentano della decisione improvvisa di rimandare la chiusura degli stabilimenti, il che ha impedito di rinnovare i contratti del personale.
Insomma, questo caldo fuori stagione ha anche i suoi lati negativi: per molti, infatti, poter contare su un mese di stipendio in più non sarebbe stato un dettaglio trascurabile con i tempi che corrono.

Se genericamente è stato detto che nel Centro-Nord non faceva così caldo da 150 anni, ovvero dall’unificazione dell’Italia (che sia un “regalo” dei nostri avi, per far dispetto a quelli della Lega?), in alcune regioni o città il periodo si allunga fino a 170 anni.

A Trieste, ad esempio, in attesa della Barcolana fanno gli scongiuri: non sia mai che il tempo cambi proprio nel prossimo fine settimana! Per ora, comunque, pare che la città giuliana sia stata, dalla metà di settembre, una delle più calde nel Nordest.
Sergio Nordio, previsore dell’Osmer, commenta così questo caldo eccezionale: «Dal 1841, cioè da quando esistono rilevazioni regolari, questo mese non è mai stato così caldo, ben 3,7 gradi in più della media degli ultimi centosettant’anni. I dati non sono sempre perfettamente comparabili, perchè le stazioni di rilevamento sono state spostate. Quattro gradi, però, sono comunque tanti. Attenzione: è la media che conta, a prescindere dal giorno più afoso, il 15 settembre, quando abbiamo toccato i 30,5 gradi. Un dato di per sé non eclatante, eguagliato nel settembre 2009. Il caldo si è fatto sentire anche nel 2006, ma non a questi livelli».

I triestini, si sa, sono delle lucertole. Qualcuno si avventura al “bagno” (termine usato per indicare l’andare al mare) già a marzo e non la smette, tempo meteorologico e personale permettendo, fino ad ottobre. Gli stabilimenti balneari, come l’Ausonia, hanno rimandato la chiusura e in quelli liberi c’è la folla. Sembra d’essere in pieno agosto sulla riviera barcolana, compreso il problema dei parcheggi che non si trovano perché gli irriducibili non si fanno scappare un’occasione del genere, visto che capita ogni 170 anni.

Ed io? Lo confesso: in questo momento vorrei abitare a Trieste per non lasciarmi scappare questo scampolo d’estate fuori stagione. In ogni caso non mi scoraggio: continuo a prendere il sole nella mia “spiaggia a un passo dal cielo“. Abitando all’ultimo piano, posso godermi indisturbata quest’estate d’autunno. Certo, il terrazzo, per quanto attrezzato (sedia a sdraio, sedia normale e tavolino) non è proprio una spiaggia e il rumore che sento non è quello delicato e armonico del mare, bensì quello alquanto sgradevole del traffico. Se poi consideriamo che l’aria non è proprio salubre … Ma a me non interessa. Per quell’oretta al giorno non mi avveleno di più di quando vado a fare una passeggiata in centro!

Sono una che si accontenta ed è felice con poco. Una “spiaggia” da cui posso vedere il cielo ad un passo è quel che mi basta. Cosa voglio di più dalla vita? Un Lucano? Sì ma non l’amaro … un bagnino. :)

[fonte: Il Piccolo; foto della Mula de Trieste sa questo sito; foto del bagnino da questo sito]

24 agosto 2009

LA “MIA” LIGNANO IERI E OGGI

Pubblicato in: affari miei, figli, vacanze tagged , , , , , , a 3:54 pm di Marisa Moles

la spiaggia vista dal "mio" terrazzo

Ho iniziato a passare le mie vacanze a Lignano Sabbiadoro quando ero ancora nella pancia di mia mamma. Con la graziosa cittadina balneare ho avuto, nel tempo, un rapporto di amore ed odio, come capita spesso negli affari di cuore. Amare un luogo non è, infatti, molto diverso dall’amare un uomo o una donna.
Le mie vacanze a Lignano sono durate ininterrottamente per 24 anni: ogni anno vi ho trascorso un mese della mia estate con la famiglia. Lì ho scoperto la sabbia, così diversa dalle spiagge triestine fatte di cemento e ciottoli, lì ho intrecciato le prime amicizie d’infanzia che non dimenticherò mai, lì ho incrociato per la prima volta gli sguardi maschili che hanno fatto battere forte il mio cuore di bambina e di adolescente. Lì ho vissuto grandi amori e cocenti delusioni amorose. Detto questo, apparirà chiaro che il mio legame con questa cittadina balneare, che si adagia con i suoi otto chilometri di spiaggia sulle rive dell’alto Adriatico, è particolarmente stretto.

Eppure, anche se la compagnia degli amici (eravamo molti, anche più di venti) allietava le mie giornate e le mie nottate a Lignano, alla fine il posto ha iniziato ad annoiarmi. Devo ammettere, però, che tutte le volte –poche, in verità- in cui ho cambiato spiaggia, mi sono convinta che l’arenile di Lignano con la sua sabbia dorata è davvero unico.
In viaggio di nozze, ad esempio, eravamo alle Baleari, a Palma de Mallorca. Giungemmo di notte all’hotel che si trovava a pochi metri dalla spiaggia. Non riuscimmo a vedere nulla e attendemmo la mattina successiva per goderci il panorama dal balcone della stanza. Fu una delusione. Ricordo che mi rivolsi a mio marito e gli dissi: era meglio andare a Lignano. Ovviamente l’isola in sé è meravigliosa e l’abbiamo girata tutta, ma la spiaggia di Cala Mayor non è poi un granché.

L’anno dopo, decisi a snobbare Lignano che conoscevamo come le nostre tasche, scegliemmo come meta per le vacanze l’Isola del Giglio, nell’incantevole arcipelago toscano. Devo ammettere che il posto è stupendo e che lo stesso Tirreno è assai diverso dall’Adriatico, principalmente perché, nonostante le spiagge sabbiose, per fare un tuffo non si deve camminare dieci minuti con l’acqua che a malapena ti arriva alle ginocchia (come accade, invece, sull’Adriatico) e l’acqua è limpidissima e non torbida come quella di Lignano. Eppure, anche quella volta rimpiansi Lignano, soprattutto quando alla sera, tornando dalla spiaggia del Campese, trasformavamo il pavimento del bungalow in una specie di campo da tennis: la sabbia, infatti, in quella baia è particolarmente rossa.

Dopo una pausa di qualche anno, a Lignano ci sono tornata con i bimbi. Inutile dire che l’esperienza è stata molto diversa da quella avuta in passato quando, ancora libera da impegni, facevo un po’ quello che volevo. Andavo in spiaggia in tarda mattinata, non tornavo a pranzo, preferendo rientrare alle cinque di pomeriggio per farmi una doccia in santa pace visto che lavarsi alle sette di sera era un’impresa quasi impossibile: l’acqua scarseggiava perché tutti si facevano la doccia contemporaneamente. Per non parlare della sera: alle nove, vestita in modo impeccabile, scendevo al mitico “muretto” sotto casa dove la compagnia si ritrovava, ce ne stavamo là due ore a decidere cosa fare e rientravamo alle due di mattina, se andava bene.
Tornare a Lignano con marito e figli fu un’esperienza alquanto deludente, se confrontata al passato, naturalmente, e per questo cominciai ad odiare quel posto che avevo in passato amato così tanto.

La mia giornata di madre in vacanza, si fa per dire, iniziava quando il piccolo (un anno e mezzo di età) si svegliava, cioè alle sei di mattina. Dopo avergli dato il biberon, mi dedicavo al bucato quotidiano, naturalmente a mano perché a quei tempi la lavatrice negli appartamenti in affitto non c’era. Lui dormiva ancora un’oretta, nel frattempo si svegliava l’altro, faceva la colazione, poi li vestivo tutti e due, mettevo su uno straccio qualsiasi, tanto la città era ancora deserta e non c’era pericolo d’incontrare qualcuno di mia conoscenza, e si usciva per comprare pane, latte e giornale. Questo accadeva più o meno alle sette e mezza. Il giro in “centro” durava una mezzoretta, poi si rientrava e ci si preparava per la spiaggia. Uscire con passeggino, borsone gigante pieno di giochi di tutti i tipi, salvagente, canotto, materassino e borsa termica –per la merenda- mi faceva sentire una profuga. In più, il primo anno non avevamo trovato una appartamento vicino alla spiaggia, quindi mi facevo più di un chilometro fra l’andata e il ritorno, due volte al giorno e anche tre se malauguratamente mi dimentcavo qualcosa a casa. Al mare non riuscivo a stare un momento seduta, tranne quando arrivava mio marito, ma succedeva, almeno al mattino, quando per me e i bimbi era già l’ora di rientrare, verso le undici, massimo undici e mezza.

Al pomeriggio andava un po’ meglio perché mio marito si fermava a casa a dormire insieme ai bambini e mi raggiungeva più tardi con loro e tutto l’armamentario. Così anche lui poteva provare l’ebbrezza di sentirsi un po’ profugo.
Quando si rientrava alla sera l’incubo era quello della doccia, non solo per la scarsità d’acqua –il problema non è mai stato risolto in verità- ma soprattutto perché in assenza di una vasca da bagno, lavare un bimbo di diciotto mesi era davvero un’impresa. Quindi, mio marito cercava di lavare lui e se stesso contemporaneamente, tenendo il piccolo in braccio, poi, visto che ormai era bagnato e insaponato a metà, lavava anche l’altro mentre io avevo l’incarico dell’asciugatura. Quando finiva questa sorta di catena di montaggio, il tempo per la mia doccia non c’era quasi mai perché dovevo preparare la cena, quindi la rimandavo e dovevo sopportare la sabbia dappertutto, cosa che, sinceramente, ho sempre odiato.

Le uscite dopo cena erano, a quei tempi, rarissime. Almeno per il primo anno la passeggiata serale fu un’impresa ardua. Il piccolo, infatti, appena finita la cena si addormentava e se provavamo a spostarlo dal seggiolone al passeggino, iniziava a sbraitare finché non lo mettevamo nel lettino con sua massima soddisfazione e nostra disperazione perché alla fine non si usciva e a me non rimaneva altro che stirare il bucato della mattina.
Più avanti negli anni, però, la situazione migliorò. Meno ingombri, come il passeggino, meno cacche nel costumino, perché nel frattempo entrambi avevano imparato ad usare la toilette, meno levatacce al mattino perché si dormiva almeno fino alle otto. La cosa tragica, però, fu il “riposino pomeridiano” cui cercavo di sottoporre i miei figli, seguendo l’infausto esempio di mia madre che costringeva me e mio fratello ad andare a letto –naturalmente pieni di sabbia perché la doccia si faceva solo la sera- e ci imponeva un rigoroso silenzio perché, almeno fino alle quattro (!), non si poteva fare rumore per rispettare il riposo degli altri . Io ero una bambina ubbidiente quindi sottostavo a questa regola ingiusta –almeno finché non ebbi dodici o tredici anni-, mentre mio fratello se ne fregava altamente delle regole e con la mazza da minigolf, la cui comparsa in casa resterà sempre un mistero, si dilettava ad imbucare la pallina non so dove, procurando un fastidioso rumore per l’inquilino del piano di sotto. I miei figli, evidentemente, devono aver preso da mio fratello perché, pur chiusi per due ore in camera loro, non se ne stavano zitti un momento, continuavano a fare un casino infernale e di dormire non avevano la benché minima intenzione. Di fronte alla minaccia “allora fate i compiti per le vacanze”, preferivano la seconda alternativa ma non si impegnarono mai seriamente nell’esecuzione delle attività “rovina vacanze” che le maestre si ostinavano a raccomandare caldamente, quindi io mi disperavo ugualmente.

L’ultima vacanza passata a Lignano con i figli fu quella del 1997. A parte i prezzi esorbitanti –e da questo punto di vista nulla è cambiato, purtroppo-, che ci costringevano a dar fondo a tutti i risparmi di un anno, con la speranza che non capitasse qualche imprevisto durante l’inverno, quei quindici giorni da incubo ci convinsero che a Lignano, almeno per un po’, non ci avremmo più messo piede.
I bambini erano cresciuti quindi loro non costituivano alcun problema. Purtroppo, però, i problemi ce li hanno creati i figli degli altri, per l’esattezza quelli che, appena maggiorenni o anche senza esserlo ancora, vanno in vacanza da soli. I nostri vicini di appartamento erano appunto una combriccola di adolescenti scatenati e maleducati che facevano casino giorno e notte.
Forte dell’esperienza di genitore energico, mio marito provò a protestare facendo leva sull’educazione che sicuramente i loro padri e le loro madri avevano correttamente impartito, quindi la sua richiesta fu semplice: ricordatevi degli insegnamenti ricevuti. Risultato: spallucce e ripicca. Il casino si moltiplicò e quando l’orda barbarica usciva la sera, immagino per rendere infelici anche i turisti che alloggiavano nei condomini del centro e del lungomare, per allietare le nostre serate e nottate lasciava accesa la radio a tutto volume. Naturalmente i premurosi fanciulli posizionavano l’infernale apparecchio nella stanza attigua alla nostra camera da letto e, ritornando alle cinque di mattina, la spegnevano per godersi, evidentemente, il meritato sonno. Ricordo che, contravvenendo a tutte le regole, pregai vivamente i bambini di fare quanto più casino possibile. I pargoli, increduli, ubbidirono immediatamente ma d’altra parte a loro non costava alcuno sforzo, anzi, liberi di sfogarsi, si lasciavano andare ad urla selvagge a lungo represse, chiedendosi come mai avessi cambiato idea sulla questione del rispetto della quiete altrui. Il problema fu, però, che durante la mattinata noi stavamo in spiaggia e al nostro ritorno i simpatici vicini si svegliavano, quindi per loro la mezzora di strilli mattutini dei miei bambini costituì solo un piccolo fastidio mentre noi continuavamo a passare le nottate in bianco.

Tornare a Lignano quest’anno, senza i figli che, ormai grandi, snobbano le vacanze con i genitori, è stato alquanto rilassante. Le cose non sono cambiate un granché: in spiaggia c’è il solito vociare, con la differenza che oggi la gente parla al telefonino invece di conversare con i vicini di ombrellone, e la sera nelle vie del centro si cammina a malapena, sgomitando per trovare un passaggio, specie se non si ha alcuna intenzione di passeggiare ma solo l’esigenza di trovare qualche negozio in cui vendano ciò che ci si è, immancabilmente, dimenticati a casa. Uscire con l’automobile è un’impresa perché se nel cortile del condominio hai il posto macchina, trovare un posteggio in città è praticamente impossibile, a meno che non ci si arrenda al pagamento del ticket che però si paga fino alle undici di sera, o si decida di lasciare l’auto a due chilometri dal luogo in cui ci si deve recare, sperando di ricordarsi l’esatta ubicazione del posteggio. Ma per questo devo ammettere che mio marito ha un eccellente senso dell’orientamento nonostante conosca Lignano molto meno di me.

Un’altra differenza rispetto al passato riguarda i supermercati. Una volta si era costretti a fare la spesa nel negozietto di alimentari sotto casa che aveva i prezzi da boutique. Ora i discount si trovano dappertutto, forniti di ampi parcheggi, e almeno per mangiare a casa si spende quanto in città. Andare al ristorante è, invece, molto diverso: oltre ai prezzi triplicati rispetto alla città, anche quando le insegne pubblicizzano menù a prezzo fisso con scelta di pietanze in grado di soddisfare tutti i palati, alla fine, con l’aggiunta di coperto e bevande, si paga molto di più e le portate sono davvero misere. Se poi per risparmiare ci si accontenta di una pizza, allora il salasso non c’è ma, chissà perché, ci si alza dalla sedia con la convinzione che la pizza la sappiano fare bene solo i pizzaioli della propria città.

Insomma, il ritorno nell’amato-odiato luogo delle vacanze è stato piacevole. Ancora una volta, come mi accadeva molti anni fa, ho ripensato al sogno di avere una casa tutta mia. Così mio marito ed io abbiamo pensato che se avessimo centrato il 6 al Superenalotto avremmo potuto comperare un appartamento lì e passarci quasi tutta l’estate, almeno ogni week end e l’intero mese d’agosto. Purtroppo non abbiamo vinto quindi il sogno resterà tale almeno fino alla pensione. Allora, però, ci sarà il rischio di essere decrepiti e poveri -è bene non farsi tante illusioni con i tempi che corrono- o comunque di passare l’estate a Lignano non ne avremo più alcuna voglia. O forse, ci potrebbe accadere ciò che capita a chi l’appartamento ce l’ha e lo lascia disabitato perché di Lignano ne ha piene le tasche. È un po’ come desiderare un frutto proibito: una volta che l’hai conquistato, non c’è più gusto ad assaporarlo. In altre parole, preferisco tenermi il sogno senza correre il rischio di non farmi piacere una realtà tanto agognata.

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