MATURITÀ 2010 E TOTO TEMA: LE SCOMMESSE CORRONO SUL WEB

Come accade ogni anno, in questo periodo, gli studenti s’interrogano sulle possibili tracce che verranno proposte per la prima prova scritta dell’Esame di Stato. Quest’anno l’appuntamento per tutti gli studenti dell’ultimo anno delle superiori è il 22 giugno. Manca davvero poco e inizia a serpeggiare fra i diciottenni italiani il terrore del famigerato “tema” che, tuttavia, negli ultimi anni ha subito un cambio di look. (per le varie tipologie testuali clicca QUA).

Per la tipologia A, l’analisi testuale, i candidati sono più o meno i soliti, già “usciti” più volte negli anni: Ungaretti, Montale, Saba tra i poeti, Pavese, Pirandello, Moravia fra i prosatori. Tuttavia, il terrore degli studenti rimane Dante Alighieri: il suo Paradiso, infatti, si legge e studia in modo affrettato e parziale, per mancanza di tempo. Senza parlare della letteratura contemporanea: i nuovi scrittori devono attendere pazientemente sugli scaffali delle librerie per essere letti. A scuola no, non c’è tempo.

Quest’anno c’è anche chi ipotizza un tema su Leopardi o addirittura Foscolo: decisamente troppo lontani, non solo in relazione al panorama culturale, ma anche all’orario scolastico: si studiano ad inizio anno o alla fine della quarta. Possiamo pretendere che se li ricordino?

Per le altre tipologie le ipotesi sono: le calamità naturali, l’immigrazione, i reality show, la politica e i rapporti tra il Papa e Berlusconi, la crisi economica … Per il tema storico protagonista potrebbe essere Cavour, di cui ricorre il duecentesimo anniversario della nascita e che, nel centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia, potrebbe essere un personaggio da ricordare anche sui fogli protocollo dei temi d’esame. Peccato che su quest’argomento sia già stata proposta la traccia lo scorso anno, quando nessuno se l’aspettava.

Altre notizie utili si possono trovare a questo LINK de Il Corriere.

[fonte: Il sussidiario.net]

AGGIORNAMENTO, 12 GIUGNO 2010

Potete trovare altri spunti per lo svolgimento della prima prova a questo LINK.

Forse vi può interessare anche quest’articolo sulle tipologie testuali.

USCITE LE COMMISSIONI PER L’ESAME DI STATO 2010

Sul sito del MIUR potete accedere alla mascherina di ricerca cliccando QUI.

Attualmente il server pare essere in tilt. Provare per credere!

Buona fortuna. 🙂

UMBERTO VERONESI BOCCIA LA “SCUOLA CHE BOCCIA”

umbertoveronesiUmberto Veronesi, classe 1925, scienziato di fama mondiale, eletto nelle file del Pd alle ultime elezioni, oltre ad essere senatore della Repubblica riveste il ruolo di membro nella 7^ commissione permanente nel settore Pubblica Istruzione e beni culturali. Dall’alto del suo scranno, attraverso il quotidiano La stampa,tuona contro questa “scuola che boccia”, fiore all’occhiello, si fa per dire, del ministro Gelmini. Perché lei ne va fiera di questa scuola che, dati alla mano, ha rivelato di essere quella “del rigore e delle severità”, una scuola in cui l’aumento delle bocciature (ma le percentuali sono ancora tutte da vedere perché pare che poi quest’aumento non sia così significativo) è indice di una maggior serietà dei docenti. Accanto a questo indice inconfutabile ve n’è però un altro, a parer mio: quello che attesta un aumento di studenti poco impegnati che, abituati a sprecare ben poche energie sui libri di testo, pensavano di cavarsela anche all’esame. Ma così non è stato.

Chiarisco subito una cosa: anch’io sono dell’idea che una scuola che boccia di più non sia la soluzione ai problemi, fin troppo evidenti, della pubblica istruzione. Nel momento in cui si grida un no deciso alla dispersione e all’abbandono, si finanziano progetti ad hoc per prevenire la fuga dalle aule scolastiche, bisognerebbe chiedersi se l’aiutare gli studenti nei primi anni di scuola superiore –ricordiamoci che il biennio è a tutti gli effetti scuola dell’obbligo- significhi davvero fare il loro bene. Perché una scuola che boccia è da denigrare, certamente, ma ancor più degna di biasimo è la scuola che aiuta, che fa passare tutti, chiudendo un occhio, anzi tutti e due. A volte fra i docenti s’insinua una malattia subdola: la cecità. Una malattia da cui si guarisce non appena si lascia l’aula scolastica, però. Capita spesso, seppur con la convinzione di aver fatto bene ad essere così ciechi. E quando capita tutto ciò? Ad esempio dopo aver dato un 6 ad un allievo che non se lo meritava, mettendosi in pace la coscienza con la solita frase: “va be’, diamogli una possibilità, poverino”, oppure pensando che un 6 regalato sia una sorta di premio incentivante, e allora la coscienza la si mette a posto pensando “se lo gratifico un po’, questo mezzo somaro, la prossima volta s’impegnerà di più”.

Pensieri errati quelli che corrono nella mente dei prof, a volte troppo stanchi e demotivati per comprendere che il bene degli allievi non lo si ottiene in questo modo. A volte bisognerebbe pensare che la scuola deve cambiare, le prove di valutazione devono essere diverse, la valutazione stessa dovrebbe essere più oggettiva. Altre volte sarebbe necessario interrogarsi sul percorso didattico: se faccio questo, sarò interessante? Se la lezione la propongo in modo meno frontale, coinvolgendo gli allievi, sarò meno noioso? Se il recupero lo organizzo “a piccoli passi”, invitando gli allievi in difficoltà ad organizzare lo studio per argomenti e, invece di chiederglieli tutti in una volta, sondo la loro preparazione in momenti diversi, i risultati saranno migliori e permanenti?. Sì, si può fare anche così e l’insegnante ce la mette tutta, ma poi pensa che di allievi ne ha 28 o anche 30 per classe, che quelli veramente in difficoltà sono pochi, che possono organizzarsi da soli lo studio, che hanno la possibilità di frequentare i corsi di recupero o di affidarsi allo sportello IDEI. Certo, ce la possono fare anche da soli gli studenti insufficienti. Peccato, però, che si pensi in questo modo solo durante l’anno, per poi arrivare alla conclusione che se uno non ce la fa, non ce la fa. Che non si può cavare il classico ragno dal ben noto buco, che se uno ha sbagliato scuola, perché magari ne ha scelta una troppo impegnativa per la sua volontà o troppo difficile per le sue capacità, allora quello stesso docente che fa? Si autoassolve. E quando lo fa? Allo scrutinio finale.

Sempre allo scrutinio finale di giugno si decide, poi, di ammettere all’esame chi zoppica da anni. “Diamogli una possibilità”, si pensa sempre con l’intento di far del bene. Ma quanto male si faccia all’allievo in questione non si perde tempo a valutarlo. Certo, una volta ammesso all’esame, se la vedrà la commissione, caso mai saranno i commissari interni a prendere le sue difese. C’è da giurarci che questi Ponzio Pilato esistano e che si comportino così per il bene dell’allievo. Senza contare che loro passano l’estate in tutta tranquillità, con la coscienza pulita perché tanto, quello che si poteva fare è stato fatto. Dall’altra parte, però, l’allievo bocciato se la rovina l’estate e con lui tutta la sua famiglia. E nessuno penserà che quella bocciatura se la sia meritata: come si fa a bocciare uno dopo averlo ammesso all’esame? Mah, come si fa proprio non lo so. Non sarebbe nemmeno tanto giusto avere la matematica certezza che una volta ammessi all’esame si venga promossi, ma questo ragionamento non sfiora nemmeno la mente degli studenti. Per forza, se li hanno sempre “mandati avanti”, perché mai fermarli all’esame? Diamogli un bel calcio nel sedere, il ben poco meritato 60 e via …

Dopo aver fatto questi ragionamenti, quasi un flusso di coscienza, sarei anche disposta a dar ragione a Veronesi quando afferma:

Io sono convinto che il fallimento, o la «sconfitta finale», se vogliamo, non sia dei ragazzi bocciati, ma della scuola, intesa come sistema formativo ed educativo nel suo insieme. Credo che non dovrebbe succedere che solo alla fine della fase fondamentale del cammino scolastico ci si renda conto che uno studente non è idoneo a proseguire, o ad accedere a una professione. Penso che sia un segnale preoccupante, che può indicare che la nostra scuola non è in grado di capire e interessare i nostri ragazzi, e deve ricorrere a strumenti di autoritarismo obsoleto per stimolare un percorso di crescita.

Oppure quando rincara la dose addossando la responsabilità del fallimento degli allievi agli insegnanti che non tengono conto della capacità innovativa e creativa. Due doti che la scuola attualmente non incentiva e non valuta. Sono convinto che la punizione (quale di fatto è la bocciatura alla maturità) non serva alla maturazione di un diciottenne. Servirebbe invece che la scuola fosse un luogo di formazione di una coscienza individuale, ruolo oggi giocato prevalentemente dalla tv e da Internet.
Eh già, come si fa a competere con la tecnologia, con Internet, ad esempio. È una battaglia persa in partenza se pensiamo agli stimoli che provengono ai giovani dalla rete, Peccato, però, che molti dei nostri studenti alla rete si affidino per “svolgere i compiti”, che sul web, da disperati quali sono di fronte ad una traduzione di latino o di greco, trovino la soluzione ai loro problemi, scaricando la versione bell’ e pronta. Peccato che non si consideri che i programmi stessi delle nostre scuole siano vastissimi e, diciamolo, noiosissimi se confrontati con la vivacità di certe trasmissioni televisive –naturalmente non culturali- e di certi programmi informatici. Peccato, però, che i programmi scolastici, noiosi o meno, li si debba svolgere, soprattutto in quinta quando c’è l’esame, altrimenti il commissario esterno crederà che il collega interno non abbia fatto nulla o gli studenti stessi addosseranno la responsabilità della loro impreparazione al docente che non ha fatto bene il suo lavoro. (A questo proposito, leggi qui )

La scuola non è malata, signori miei, è solo vecchia e pure io, nonostante gli innumerevoli corsi frequentati per diventare un’insegnante efficace, non mi sento più tanto giovane. E il ministro Brunetta ha appena deciso di mandarmi in pensione a 65 anni. Una condanna senza possibilità di appello, non ci sono attenuanti che tengano.
Proprio perché anch’io, come Veronesi, amo profondamente i nostri ragazzi e ritengo che la nuova generazione sia straordinaria per intelligenza, apertura mentale, ricchezza di ideali e generosità, non vorrei scoraggiarli, ma se Brunetta non cambia idea, povera me … e poveri i miei futuri allievi!

PORDENONE: STUDENTI CONTRO PROF

urlo_munchVita dura per un docente di Storia e Filosofia di un liceo pordenonese. Quando uno pensa di essere finalmente in vacanza e si può ritenere soddisfatto dagli esiti degli Esami di Stato che vedono premiata la sua terza (si tratta di un classico) con una media di voti piuttosto alta, ecco che arriva una stangata che forse non si aspettava. E già, perché gli studenti a volte sono perfidi; di fronte tutti “ciccì e coccò”, ma pronti a pugnalarti alle spalle. Anche quando non dovrebbero più pensare al “vecchio” prof, quando dovrebbero godersi finalmente le vacanze, quando l’Esame di Stato dovrebbe essere ormai archiviato e con lui, anche i cinque anni di liceo. Si sa, gli studenti fanno presto a dimenticare … E invece, c’è chi cova un risentimento antico e pensa di potersi sfogare con una lettera mandata ad un quotidiano, gettando un po’ di fango su un prof ignaro della trama tessuta alle spalle. Ma di questi tempi non ci si deve stupire di nulla, non c’è privacy che tenga, si mandano lettere ai giornali, anche le più inopportune, invece di interpellare i diretti interessati. Evidentemente Veronica Lario ha fatto scuola e i panni sporchi non si lavano più in casa. Ma questo l’ho già detto in un altro post di tutt’altro tenore.

Devo confessarlo, sto scrivendo con rabbia, pensando che gli allievi sono sempre in agguato, pronti a demolirti, o almeno a fare un tentativo. La vicenda è questa: sedici studenti dell’ultimo anno, freschi d’esame, pur avendo ottenuto presumibilmente delle votazioni di tutto rispetto –si parla, come ho già detto, di una media piuttosto alta- hanno espresso il loro scontento inviando al Messaggero Veneto una lettera di protesta contro il loro insegnante. Hanno ritenuto, infatti, di essere stati penalizzati dall’ignaro docente in quanto non li avrebbe adeguatamente preparati nelle proprie discipline. Nello specifico, le accuse mosse sono le seguenti: ha interrogato poco, non ha impedito che si copiasse durante le verifiche, ha spiegato per un numero insufficiente di minuti (ne hanno tenuto il conto?).

Bene, ora mi permetto di fare alcune considerazioni. La perfidia degli studenti non sta solo in questa specie di accoltellamento alle spalle, cioè nell’aver “dimenticato” di esplicitare il loro malcontento durante l’anno scolastico parlandone con il diretto interessato, ma sta soprattutto nel fatto che le accuse mosse, ammettendo che siano reali, nascono da situazioni che, sempre durante l’anno, ai ragazzi andavano benissimo. Non ho mai sentito, infatti, che qualcuno si sia lamentato per le poche interrogazioni o per il fatto che sia possibile copiare durante i compiti o che le spiegazioni siano brevi e approssimative. Diciamola tutta: che s’interroghi poco agli studenti fa un gran piacere così studiano di meno; che si possa scopiazzare è come partecipare ad un banchetto e arraffare quante più leccornie possibili, praticamente una festa; che le spiegazioni siano brevi è una manna perché così non ci si annoia. Ovviamente non conosco il motivo per cui il prof in questione abbia dedicato “pochi minuti” alle spiegazioni, ma posso immaginare che non abbia perso il resto delle ore a fare i fatti suoi. Non un prof che insegna da trent’anni e che sa il fatto suo. A volte si “perde” del tempo in discussioni e dibattiti su un dato argomento, anche attualizzando i messaggi, nel tentativo di rendere più accattivanti le lezioni. Non dimentichiamo, poi, che la lezione frontale, così com’era concepita “secoli” fa, non rientra più nella metodologia didattica cui dedicare il 100% delle ore. Quanto al fatto che il prof abbaia lasciato copiare, il più delle volte non è una scelta precisa –del tipo “tanto che me ne frega, peggio per loro”- ma una sorveglianza non da gendarme austriaco rientra nel patto formativo, quello per cui i ragazzi possono riporre nel loro insegnante quella stessa fiducia che l’insegnante ripone in loro. Ma questo gli studenti lo ignorano o fanno finta di ignorarlo.

Quello che più mi fa restare a bocca aperta sono le parole della preside che afferma di aver ricevuto segnali di difficoltà dagli alunni, nel corso dell’anno scolastico e che si farà carico di affrontare in maniera esplicita e approfondita il problema con il docente stesso solo se le arriverà una segnalazione firmata esplicitamente dagli studenti oppure dai genitori. Questa è la dichiarazione fatta dalla preside e riportata dal quotidiano; prima di commentarla premetto che non conosco la persona in questione né posso essere certa che le parole dette siano davvero queste. Tuttavia, commenterò considerando le affermazioni veritiere e corrette.
Per prima cosa inorridisco quando sento che dei ragazzi vanno a parlare con un dirigente scolastico invece di affrontare l’argomento, spinoso fin che si vuole ma da affrontare comunque per il bene di tutti, con l’insegnante in questione. Se ciò avviene, secondo me, è indice di un pessimo rapporto con il prof e quindi elemento tale da compromettere una buona relazione didattica, intesa come rapporto tra l’insegnamento e l’apprendimento.
In secondo luogo ritengo una pessima consuetudine –e questa so che è reale in alcune scuole- quella dei presidi che fanno finta di ascoltare i ragazzi ma poi quasi mai informano i docenti delle proteste o lamentele. Un insegnante non può “immaginare”, deve “essere messo al corrente” di certe cose. Poi finisce, chissà perché, che tutta la scuola sappia e parli alle spalle dell’ignaro docente che non si pone nemmeno il problema.
Infine, non capisco perché un dirigente debba muoversi solo dopo aver sentito il parere anche dei genitori, a patto che le rimostranze siano fatte per iscritto. È evidente che qualsiasi intervento della preside in questione sia ormai tardivo e non possa ottenere altro se non un eventuale beneficio nei confronti dei futuri maturandi preparati dal docente di Storia e Filosofia. Ma quella dei sedici allievi è una frittata ormai già fatta, ammesso che di frittata si tratti.

Questa vicenda mi riporta indietro di trent’anni, alla mia maturità. Quell’anno all’orale erano “uscite” italiano, filosofia, greco e fisica. Noi dovevamo portare una materia a scelta e la seconda –allora le materie per l’esame orale erano due- veniva decisa dalla commissione. In realtà, però, la scelta era particolarmente caldeggiata dal commissario interno (l’unico, a quei tempi) che aveva preventivamente raccolto tutte le nostre preferenze e persuadeva, non so con quali mezzi, la commissione ad assecondare la nostra opzione.
Neanche a farlo apposta, la materia in cui eravamo poco preparati era filosofia. Il nostro insegnante era particolarmente buono; dire un pezzo di pane è poco, una fetta di sacher rende meglio l’idea. Il fatto è che lui spiegava benissimo, e riusciva a farlo anche nonostante il baccano che facevamo in classe, sicché nessuno, o quasi, lo ascoltava. Quando venivamo interrogati, lui chiedeva un argomento a scelta … solo quello. Inutile dire che ciascuno di noi, a parte i più solerti e coscienziosi, conosceva di tutto il programma solo quattro argomenti, due del primo quadrimestre e due del secondo. Quindi, è evidente che la filosofia era come lo spettro di Banquo: ci perseguitava tutte le notti prima dell’orale. Devo dire che siamo stati fortunati: nessuno l’aveva scelta come seconda materia e l’hanno imposta solo ad un compagno. Ma, al di là di tutte le più rosee aspettative, lui alla fine è uscito con 60/60. Perché? Semplicemente perché lui la filosofia l’aveva sempre studiata, anche se non lo dava ad intendere, a dispetto dei quattro argomenti buoni per le quattro interrogazioni. Qual è la morale? Che se uno studia con coscienza, non c’è professore impreparato o troppo buono che tenga: lui quella materia la saprà bene lo stesso. Naturalmente è superfluo che io ammetta di avere delle lacune mostruose in filosofia, anche se mi sono impegnata a studiarla all’università; solo quella medievale, però.

Un altro episodio analogo è accaduto quando frequentavo il ginnasio. La nostra professoressa di Lettere era anche lei un pezzo di pane. Ci trattava come se fossimo tutti suoi figli; lei ne aveva otto o nove, almeno così si diceva in giro, e non sapeva rinunciare a quell’atteggiamento materno che, però, in un’aula scolastica poteva fare solo danni. Infatti, quando arrivò una supplente verso metà anno della quinta ginnasio, ci trovò tutti impreparati in greco. Naturalmente noi allievi rimanemmo stupiti di ciò, visto che in pagella avevamo tutti otto e nove. In fondo credevamo di saperlo bene il greco. A quel punto la supplente, che rimase con noi un paio di mesi, si rimboccò le maniche e cercò di rimediare ai danni fatti dalla nostra prof. Ma l’atteggiamento della classe non fu unanime: la maggior parte dei compagni, infatti, credé non fosse poi così importante mettersi a studiare perché, anche se il rischio era quello di ritrovarsi dei due o tre appioppati dalla supplente, poi comunque sarebbe tornata la titolare e avrebbe rimesso a posto le cose. Qualcuno, invece, pensò fosse l’occasione buona per recuperare e preparasi ad affrontare il terribile professore di greco che avremmo avuto al liceo. Io appartenevo a questa seconda categoria e i fatti mi diedero ragione: primo compito in classe della prima liceo, due sufficienze in tutto (un 8 e un 8-), tra cui la mia. A quel punto anche gli altri si rimboccarono le maniche ma sarebbe stato meglio farlo prima, indubbiamente con minor fatica.

Perché ho raccontato questi episodi della mia esperienza scolastica? Per far capire, agli studenti in primis, che la volontà di ciascuno ha la meglio in qualsiasi situazione. Quindi, quei sedici ragazzi invece di lamentarsi dopo l’esame, a giochi già conclusi, avrebbero dovuto mettersi d’impegno prima e recuperare le lacune. Sempre ammesso che sia stato il docente in questione a sbagliare. Ma poi, non è così scontato che un professore non troppo esigente sbagli; è un modo come un altro per mettere alla prova i ragazzi, per responsabilizzarli. In fondo loro sapevano che avrebbero dovuto sostenere un esame.

Se è vero che il torto e la ragione non stanno mai da una parte sola, in ogni caso mi sento in dovere di difendere il collega in questione, pur non conoscendolo. È necessario, infatti, che qualcuno prenda le difese della categoria, specie in un momento in cui non si fa altro che parlare di “scuola malata” e di “insegnanti fannulloni”. Si fa presto ad essere messi alla gogna, se poi è mediatica, ancora meglio.

[ho volutamente omesso di citare nomi e luoghi, ma per dovere di cronaca devo citare la fonte. Quindi, lascio il link dell’articolo in questione]

SCUOLA: AUMENTANO I BOCCIATI. PARERI A CONFRONTO

scuola e socialeIn questi giorni il MIUR ha diffuso i dati relativi alle bocciature degli allievi delle scuole secondarie di I e II grado. Dopo un sensibile aumento degli studenti non ammessi all’Esame di Stato sia nelle secondarie di I grado (il 4.4% rispetto al 2.1% dello scorso anno ) sia nelle scuole superiori (circa il 6% contro il 4,3% dello scorso anno), anche il numero degli studenti che non hanno superato l’esame di maturità è destinato ad aumentare: si passerebbe dal 2,5% , cioè circa 12mila studenti, al 3,1% degli studenti non dovrebbe ottenere il diploma, circa 3000 studenti in più rispetto al 2008. Il condizionale è d’obbligo poiché i dati devono essere ancora confermati.

Non è migliore la situazione per quel che riguarda gli anni intermedi: aumentano, infatti, le bocciature in entrambi i gradi di scuola. I dati rilevati parlano di un aumento di circa 12 mila studenti non ammessi alle medie rispetto al 2008, mentre alle superiori il numero dei bocciati è solo lievemente superiore rispetto allo scorso anno. La percentuale più alta di non ammessi si registra negli istituti professionali, il 23%, segue con il 16,3% negli istituti tecnici e il 16% nell’istruzione artistica. Migliore la situazione nei licei: i più bravi sono i ragazzi del classico con il 4,8% dei non ammessi, seguiti degli studenti dello scientifico, dove il 6,6% non ce l’ha fatta, e dai ragazzi del liceo linguistico con il 5,1% dei bocciati.

Ma tra la promozione e la bocciatura ci sono i cosiddetti “giudizi sospesi”. In questo caso i ragazzi dovranno recuperare i “debiti formativi” superando delle prove di verifica ad hoc che verranno loro somministrate all’inizio di settembre. In base al risultato delle prove e ad un nuovo scrutinio, il destino sarà ben definito: o si ripete l’anno o si viene promossi. Com’è noto, questa procedura è relativamente nuova, in quanto applicata per volontà del ministro Fioroni e mantenuta dalla Gelmini nel settembre 2008, e sostituisce la “promozione con debito” dei precedenti anni. In pratica, una sorta di ritorno ai vecchi “esami di riparazione”.
Il più alto numero di studenti sospesi (31,6%) si registra agli istituti tecnici, seguiti dall’istruzione artistica (31,1%) e dagli studenti degli istituti professionali (30,8%). Ai licei gli studenti si sono rivelati un po’ più bravi: dovranno recuperare una o più insufficienze a settembre il 22% degli studenti del classico, il 25,4% dello scientifico e il 24,7% del linguistico.

Ora veniamo alla grande novità di quest’anno scolastico: la bocciatura con il cinque in condotta. I dati appaiono alquanto allarmanti, se consideriamo i numeri: 3.000 alunni delle medie e 6.500 nelle scuole superiori. Circa la metà (3.000) sono studenti degli Istituti professionali, mentre nei licei classico, scientifico e linguistico solo lo 0,1% di studenti è stato bocciato per il 5 in condotta. Anche negli istituti tecnici e artistici la percentuale è piuttosto bassa: lo 0,4% gli alunni.
Tuttavia, se mettiamo a confronto questo dato con quello relativo alle insufficienze in condotta del I quadrimestre, vediamo che la situazione è nettamente migliorata: agli scrutini intermedi, infatti, i cinque in condotta furono più di 34mila. Già allora il dato, se rapportato alla popolazione scolastica, non era preoccupante (poco più dell’1%), quindi, a rigor di logica, il comportamento dei ragazzi è notevolmente migliorato e i docenti ne hanno tenuto conto. A questo proposito, nel D. M. numero 5 del 16/01/2009 (art. 3, comma 2) si legge:

La valutazione espressa in sede di scrutinio intermedio o finale non può riferirsi ad un singolo episodio, ma deve scaturire da un giudizio complessivo di maturazione e di crescita civile e culturale dello studente in ordine all’intero anno scolastico. In particolare, tenuto conto della valenza formativa ed educativa cui deve rispondere l’attribuzione del voto sul comportamento, il Consiglio di classe tiene in debita evidenza e considerazione i progressi e i miglioramenti realizzati dallo studente nel corso dell’anno, in relazione alle finalità di cui all’articolo 1 del presente decreto.

Quindi, possiamo ritenere che il rischio di non essere promossi per un comportamento inadeguato ha messo in allarme gli studenti che si sono impegnati a migliorare quest’aspetto. Non tutti, certo, ma se teniamo conto dei dati diffusi a febbraio, più di 24.500 allievi, tra scuole medie e superiori, hanno imparato a comportarsi “bene”.

Ma che dice il ministro Gelmini di questi risultati? In un’intervista rilasciata ad affaritaliani.it
afferma che siamo tornati ad una scuola che non promuove tutti. E che distingue tra persone che studiano e persone che non studiano. Tra persone che si comportano bene e persone che non si comportano bene. Una scuola che promuove tutti non è una scuola che fa il bene del ragazzo. Quindi, si esprime sul peso che il voto di condotta ha avuto sulle bocciature sostenendo che è stato molto importante perché ha portato al rispetto dei compagni, dei professori e degli edifici scolastici. Il fatto che il ragazzo venga giudicato non solo per il rendimento ma anche per il comportamento è stato fondamentale.

D’accordo con il ministro si dichiara lo SNALS mentre, ma c’era da aspettarselo, la CGIL Scuola ritiene l’aumento delle bocciature un ritorno alla scuola del passato quella selettiva che lascia indietro i ragazzi e che produrrà una più alta dispersione scolastica. Anche se nessuno mette in discussione la necessità di maggiore serietà e rigore nello studio , secondo il sindacato bisognerebbe rivedere i programmi, i modelli didattici, tenendo conto anche dei cambiamenti che investono la società. Inoltre, il taglio delle risorse aggraverebbe la situazione per quanto riguarda il comportamento degli allievi, poiché in questo modo le scuole rimarranno senza personale in grado di sorvegliarli e arginare il fenomeno del bullismo.

In linea con quest’ultima opinione anche la senatrice Mariangela Bastico, già viceministro all’Istruzione ai tempi del governo Prodi e attualmente “ministro ombra” dei Rapporti con le regioni per il Pd. Nelle pagine del suo blog dichiara che la bocciatura, soprattutto alla fine del percorso di studio, è un insuccesso del singolo ma anche della scuola, che non ha raggiunto il proprio obiettivo di far apprendere. Quindi ritiene che sia sbagliato gioire degli insuccessi degli studenti come, secondo lei, fa il ministro Gelmini la cui scuola rappresenta solo quella dei tagli e del ritorno al passato.

A proposito di tagli, leggo su Tuttoscuola.com che la Gelmini, in un’intervista rilasciata agli studenti del Collegio di Milano pubblicata sul semestrale del Collegio stesso, ha dichiarato che per effetto della manovra in atto collegata all’attuazione dell’art. 64 della legge 133/2008, nessun docente perderà il posto. Questo, almeno, per quanto riguarda i docenti a tempo indeterminato che tutt’al più rischiano il cambio di sede. Poi, però, ammette che c’è il problema dei precari, è vero, ma sono il frutto di cattive politiche che abbiamo ereditato e che adesso dobbiamo gestire senza alimentare illusioni.

Dal canto mio, mi permetto solo una riflessione: quando ero una studentessa liceale, se andavo male (è un’ipotesi, perché in realtà ero brava) era colpa mia perché non studiavo, mentre i miei insegnanti spietati, che non regalavano nulla a nessuno e il sei te lo facevano sudare, erano bravissimi, soprattutto se davano tante insufficienze. Ora che sono un’insegnante, secondo la Bastico e l’opposizione in generale, se i miei allievi vanno male nelle mie materie sono io un’incapace perché il mio insegnamento non è efficace (altrimenti avrei una classe modello). Vorrei capire una cosa: ma è sempre colpa mia?

ARRIVEDERCI RAGAZZI

Ai miei ragazzi di quinta

Eccomi qua. Conclusi gli esami, esposti i voti sul tabellone ora non mi resta che dedicarvi quest’ultimo post. Dopo aver letto i fiumi di parole con cui avete riempito, a volte faticosamente, i fogli protocollo dei compiti in classe, ora è giusto che scriva io qualcosa per voi, anche se in realtà l’ho già fatto. Ma queste sono davvero le ultime parole prima che le nostre strade si dividano.

Sto guardando la foto che campeggia lassù e mi rendo conto che non so da dove, o meglio da chi incominciare. Faccio delle ipotesi: l’ordine alfabetico no, troppo banale e così tristemente scolastico, lasciamolo perdere ormai che siamo in vacanza; la divisione tra maschi e femmine la scarto perché, tranne poche eccezioni, la promiscuità in questo senso non vi è mai piaciuta; l’ordine in cui posate nella foto è scontato, e poi non saprei comunque se iniziare dal basso o dall’alto, da sinistra o destra … insomma, decido di cominciare dalla prima persona che mi è rimasta ben impressa nella mente all’inizio della seconda. È speciale? vi chiederete, o è la più brava? Magari la più indisciplinata? No, è semplicemente un’immagine di forza e vorrei che la persona in questione si ricordasse sempre di questa forza.

Rivedo Francesca B., accompagnata dalla mamma all’ingresso dell’edificio scolastico; deve prendere l’ascensore, è zoppicante e si aiuta con le stampelle …un infortunio, non so dove, non ricordo bene. D’istinto le dico che avrebbe potuto stare a casa ancora qualche giorno, per riprendersi, ma la mamma si affretta a replicare “Lei non conosce Francesca”. Già, non la conoscevo ancora, ma la conosco adesso. Penso a lei e mi vengono in mente la forza, la determinazione, il rigore, la severità, fin troppa, dimostrata verso se stessa. Un percorso brillante di studi che forse non ha avuto il giusto riconoscimento. L’avevo detto, in classe, parlando della mia compagna, Nilla, la più brava eppure all’esame non ha raggiunto il massimo. Capita, nella vita, ma una piccola sconfitta dev’essere l’input per ricominciare con la stessa determinazione, con una forza ancor maggiore. A Francesca auguro con tutto il cuore di realizzare i suoi sogni e spero, un giorno, di leggere le sue pubblicazioni scientifiche … senza errori di punteggiatura.

Arianna B. si accompagna nella mia mente all’immagine di una libellula, lei ballerina appassionata che tante volte ha fatto qualche volo anche con il pensiero, durante le mie spiegazioni. A che pensava? Mah, forse a nulla in particolare, lei è fatta così, è eterea in tutti i sensi. Il suo tema di maturità sull’amore e l’innamoramento è stato uno dei più belli. Lei stessa ha ammesso di essere stata fortunata: praticamente la traccia rimandava pari pari alla sua tesina sul bacio. Ma la fortuna ha un’importanza relativa, perché l’espressione di un sentimento non rientra nell’abilità di tutti e un tema, anche se tecnicamente ineccepibile, può anche non essere espressivo, può essere ben fatto e basta, senz’anima. Ad Arianna B. auguro di rimanere sempre così spontanea e di non rinunciare a quella svagatezza che, se in un’aula scolastica è poco raccomandabile, nella vita di tutti i giorni diviene una preziosa qualità. Sempre a patto che s’impari a dosarla per bene.

Che dire di Aurelia. Mille volte rimproverata, con quella lingua lunga, sempre freneticamente in attività. E ad ogni richiamo, quel “mi scusi” che mi dava anche un po’ sui nervi. Tant’è che al suo “mi scusi” mormorato con voce mortificata, seguiva quasi sempre il mio “ti scuso ma stai zitta!” pronunciato con voce energica e a volte spazientita. Osservando Aurelia più volte mi sono resa conto del motivo per cui l’esame conclusivo non si chiami più di “maturità”. Spero che il futuro ingegnere dei materiali possa diventare al più presto una persona adulta, anche se quell’aria sbarazzina e quel sorriso un po’ enigmatico fanno di lei l’Aurelia unica che vorrei rimanesse anche dietro il cartellino con su scritto “ing.” che in qualche centro di ricerca vagherà attaccato ad un camice austero che a lei, almeno per ora, si addice poco.

A proposito di sorrisi, mi ritorna in mente quello di Sebastiano, in verità quello del Sebastiano dell’ultimo anno perché negli anni precedenti non si può dire che il sorriso gli si stampasse sulla bocca ad ogni mio richiamo. Anzi, più volte io e lui abbiamo avuto degli scambi di opinione educati ma sempre volti a difendere energicamente ciascuno la propria idea. Sembrava destinato ad un continuo scontro il nostro “rapporto” e invece la sorpresa di quest’ultimo anno mi ha lasciata senza parole. Smessi gli abiti dell’austero pianista, sotto la felpa ha iniziato a battere il cuore di un diciottenne e, devo ammettere, la trasformazione mi è piaciuta. Gli auguro, tuttavia, di realizzare il suo sogno,di indossare spesso l’abito scuro e di diventare una celebrità senza dimenticarsi, però, di mandarmi l’invito a qualche concerto. La sua prova generale l’ha fatta per noi alla conferenza sulla shoa ma, avendo la febbre, non ha forse dato il meglio di sé.

Ci sono poi le coppie, quegli allievi che hanno vissuto cinque anni in simbiosi e che m’impongono di parlare dell’uno e dell’altro in simultanea. Che dire di Marta e Lucrezia? Per anni relegate nell’ultimo banco, dove potevano teoricamente fare quello che volevano, chessò copiare i compiti o studiare le altre materie. Ma quest’ultimo anno la loro arbitraria sistemazione in primo banco ha imposto un’attenzione quasi costante. Davanti ai miei occhi ho potuto vedere due ragazze intente a prendere appunti, con quel frenetico e incessante lavorio di penna che talvolta mi costringeva a rallentare il ritmo della spiegazione. Più solerte Marta di Lucrezia, ma che importa, avranno studiato praticamente sempre assieme e assieme hanno pure scaricato la famosa traduzione di Cicerone dell’ancor più tristemente famoso compito di latino di quarta. Alla fine, però, tutto passa, anche la mia rabbia e ho potuto apprezzarne la serietà nell’ultimo anno. Di loro, però, mi rimarrà per sempre il ricordo della prima interrogazione di latino, in seconda. Anzi, avevo promesso che più che interrogazione sarebbe stata una simulazione, una sorta di prova generale. Il patto era che l’avrei valutata solo se positiva, quell’interrogazione. Ma Lucrezia e Marta, di fronte ad un dignitosissimo 6/7 si sono rifiutate di accettarlo. Mi sembrarono altezzose, sicuramente non simpatiche. Ma poi, di fronte ai quattro e ai cinque futuri, accettati per dovere perché la facoltà di rifiutarli non l’hanno mai più avuta, hanno messo in mostra le loro debolezze e quindi mi hanno costretta a cambiare idea. Che augurio posso fare a Marta e Lucrezia? Successi negli studi a parte, spero che la prima possa finalmente realizzare il sogno di partecipare agli europei di pallacanestro e alla seconda di ballare sempre così bene come l’ho potuta ammirare nell’interpretazione di Cats. Mi auguro, tuttavia, di non vederla mai ai provini di “Amici” di Maria De Filippi!

Un’altra coppia indissolubile è costituita da Caterina S. e Chiara. Anche loro notevolmente chiacchierone, oltre che polemiche. Ne ho apprezzato, tuttavia, la determinazione con cui hanno sempre difeso le loro idee, soprattutto in occasione delle manifestazioni contro la Gelmini. Il botta e risposta fra me e loro se non altro è servito per fare un po’ d’esercizio sull’argomentazione, anche se ben lontana dai toni usati per lo più nelle discussioni scolastiche. Quante volte le ho richiamate perché distratte: Caterina diventava seria subito, Chiara, invece, sorrideva, un po’ come Sebastiano. Non so che cosa faranno in futuro ma me le immagino già sfilare in corteo per protestare contro il governo, specie se la Gelmini rimane il ministro del MIUR. Mi auguro che sappiano trovare la loro strada, anche se non sempre troveranno chi darà loro ragione.

Do un’occhiata alla foto e lo sguardo si posa su Valentina M. Non dimenticherò mai quanto splendida fosse alla cena di matura e spero che le altre non me ne vogliano. È ovvio che tutte le ragazze erano belle ma Valentina M. sembrava proprio un’altra. Una trasformazione incredibile. La osservavo mentre sosteneva l’esame orale: le mani che si strapazzavano l’un l’altra, la voce quasi rotta dalla paura, momenti di silenzio mascherati da riflessione, ma in realtà erano davvero dei vuoti mentali. L’emozione, si sa, gioca brutti scherzi ma è pure vero che Valentina M. avrebbe fatto meglio a non distrarsi durante le lezioni. Ora so che lei starà pensando che mi sono sbagliata, che lei invece era attentissima. Mah, fingiamo di crederle ancora. Quello che non dimenticherò sono le sue interrogazioni dell’ultima ora, proprio l’ultima dell’anno scolastico, non dell’orario giornaliero. Quando sarà grande e farà l’infermiera dovrà stare ben attenta a quello che fa e non potrà rimandare gli impegni. Ma so che s’impegnerà nel suo lavoro con professionalità e serietà perché lei, in effetti, è già una ragazza assennata.

Poi c’è Pierpaolo, arrivato in questa classe in terza. All’inizio tutto timido e riservato ma ha ben presto trovato “pane per i suoi denti”. Trovare gli amici con cui distrarsi durante le lezioni non è stato difficile, solo che lui ha sempre avuto la rara capacità di non farsi vedere, così io davo inevitabilmente la colpa agli altri e lui passava per santo. Non so che cosa farà da grande ma di certo non si perderà d’animo in tutte le situazioni; di faccia tosta, infatti, ne ha in abbondanza. Però, nonostante la stazza non indifferente, che potrebbe spaventare non pochi, nonostante l’aspetto un po’ rude e severo, io so che dentro lui ha un animo sensibile. Pierpaolo sarà, secondo me, un bravo papà, in grado di usare il bastone e la carota dosandoli ben bene.

Se mi chiedo chi dei “miei ragazzi” ha subito una trasformazione più evidente, a parte Sebastiano, nel corso degli anni, rispondo senza esitazione: Sara. Lei all’inizio era aggressiva, non le si poteva dire nulla che saltava subito su. Spesso gliel’ho fatto notare. Le ho detto che nelle relazioni con le persone ci vuole anche un po’ di tatto, di diplomazia. Non credo che le mie parole, o almeno non solo quelle, abbiano compiuto il miracolo, tuttavia il miracolo è realmente avvenuto. Se dovessi definire la Sara di oggi, userei un aggettivo in particolare: saggia. Ha usato la saggezza per riflettere sulle cose, per studiare con regolarità per non trovarsi in difficoltà, per appassionarsi allo studio senza annoiarsi, per relazionarsi con i compagni forse talvolta fingendo di essere accomodante. Ma io sono consapevole che Sara sa esattamente quello che vuole e non si lascerà mai convincere a fare ciò che gli altri vogliono. Vedo per lei un futuro di successi e soddisfazioni nello studio e nel lavoro. È esattamente quello che ha dimostrato di meritarsi.

Quanto a Luca P., ricordo che, quand’era in seconda e anche in terza, passava l’intero intervallo con il panino mezzo mozzicato in mano, intento, più che a mangiare, a dare calci alla pallina fatta con la carta stagnola che prima aveva avvolto il panino, insieme ai suoi amici di sempre: Francesco M. e Giulio. Erano la mia disperazione il giorno in cui dovevo sorvegliare in corridoio, e la disperazione dell’insegnante della quarta ora che li trovava ancora intenti a far merenda, se non tutti e tre, Luca senz’altro. Poi hanno smesso, di giocare, a calcio intendo; definirli oggi delle persone serie è ancora un po’ azzardato. Nello studio sì, hanno raggiunto un buon grado di responsabilità. Giulio forse ancora ci sta lavorando: non dimenticherò mai la sua risposta alle mie domande dal posto: “in questo momento mi sfugge”. Luca P. e Francesco M., tutto sommato, mi sono sembrati più attenti anche se, trovandosi in banco con Sebastiano, alla fine anche loro hanno assunto l’insana abitudine di ridere per sdrammatizzare di fronte ai miei rimproveri. Se poi parliamo di successi scolastici, credo che gli altri non si offendano se definisco Francesco M. ineguagliabile: il tabellone dei voti parla da sé.

Ora è la volta di Caterina T., pianista provetta e discreta latinista … almeno fino in quarta. Lei ha un modo di fare assai pacato, il tono della sua voce raggiunge i decibel appena necessari per farsi sentire da chi non ha problemi di udito. Certamente non portata per la scrittura, ma alla fine nello scritto se l’è cavata discretamente all’esame. La sorpresa, però, è stata decisamente un’altra: il suo inglese quasi perfetto, la pronuncia eccellente, come l’ha definita la stessa professoressa. Sarei stata ore ad ascoltarla e quando è arrivato il mio turno, avrei voluto rivolgerle le domande in inglese. Davvero una brava studentessa che si è fatta in quattro per applicarsi nel migliore dei modi sia a scuola sia al conservatorio. Ora, però, dovrà terminare gli studi musicali, per l’università c’è tempo. Le auguro di diventare una concertista ma credo che sarebbe portata anche per l’insegnamento. So per certo che, visto il suo carattere riflessivo, saprà prendere la decisone migliore.

Un’altra musicista è Valentina G. Di lei ricorderò sempre la poca passione per i temi letterari. Anche all’esame ha scartato quello su Svevo e invece penso che sarebbe riuscita a farlo bene. Mai contenta dei voti presi, credo dubitasse della mia capacità di comprendere il suo talento. Spero che continui a coltivare la sua passione per la musica ma, visto che è una persona sensibile, dietro alla determinazione che costantemente fa apparire, vedo per lei anche un futuro di scrittrice. Chissà! Di lei, però, non potrò mai dimenticare la fantasiosa traduzione di Tacito “tu, labbra impudenti”. Ancora adesso, quando ci penso, non riesco a trattenere una fragorosa risata.

Poi c’è Vanessa, anche lei come Aurelia, sua compagna di banco, molto distratta. Tutte e due intente a chiacchierare per i fatti loro e quando arrivava il mio richiamo, al sorriso impertinente di Aurelia seguiva lo sguardo mortificato di Vanessa. Molti dubbi, poche certezze: ecco il suo ritratto. Sempre in cerca di rassicurazioni, in fondo credo che abbia spesso riposto una grande fiducia nei miei consigli. Poco espansiva, almeno con me, spero che sulla strada che dovrà ancora percorrere incontri chi la capisca e sappia valorizzarne le doti. Quando penso a Vanessa, non posso fare a meno di ricordare il gigantesco mazzo di rose rosse che le sono arrivate a scuola per San Valentino. Confesso che allora l’ho proprio invidiata.

Ora passiamo a qualche maschio se no i ragazzi si offendono perché li lascio per ultimi. Che dire di José? Se dovessi davvero esprimere tutto quello che penso di lui, mi ci vorrebbe un post intero. Dirò solo che ne ho apprezzato la serietà con cui ha preso tutti gli impegni, compreso quello, tutt’altro che facile, di rappresentante di classe, che ha dimostrato altruismo nell’aiutare i compagni in difficoltà, che ha fatto degli sforzi enormi per imparare perfettamente l’italiano. Lui che è di madrelingua spagnola, alla fine ha imparato ad esprimersi meglio di tanti italiani. All’orale sono rimasta strabiliata dalla velocità con cui parlava, anche in inglese, tant’è che la professoressa l’ha dovuto invitare ad andare più piano. Sembrava che volesse sfruttare al meglio il tempo a disposizione. Non ho dubbi sul fatto che altrettanto di corsa si laureerà, non credo voglia perdere tempo. Gli auguro successo negli studi di medicina; magari diventerà un ricercatore di fama internazionale e potrà scrivere trattati in tre lingue. Un bel vantaggio, non c’è che dire.

Quando penso a Nicola *** [parte rimossa su esplicita richiesta dell’interessato]

Francesco V. si è unito al gruppo solo in quinta. Dapprima timido e spaesato, anche se conosceva già Luca R., a quanto pare, si è subito ambientato e ha scelto come compagni i più distratti dei maschi. Una scelta non troppo azzeccata, visto che, come lui stesso ha ammesso, provenendo da una scuola privata aveva qualche lacuna nella preparazione. Ma alla fine ce l’ha fatta a recuperare anche se dal suo modo di fare ho sempre compreso che ogni cosa per lui è faticosa, se potesse non farebbe nulla. La tesina, per esempio, la doveva preparare, come gli altri, entro i primi di maggio ma l’ultimo giorno di scuola, 10 giugno, mi ha avvisato che aveva cambiato idea, nonché titolo. Alla mia domanda “ma l’hai fatta o no?”, ha risposto in modo evasivo. Inutile dire che non ha ancora le idee chiare su cosa farà in futuro: ci deve pensare, non mettiamogli fretta.

Visto che l’ho nominato, veniamo a Luca R. Il suo è stato un percorso scolastico un po’ accidentato ma alla fine ce l’ha fatta. Sinceramente temevo che si scoraggiasse, già alla fine della quarta, e invece in quinta ha tirato fuori la sua grinta, quella stessa che prima gli era servita per combattere in palestra. Ha rinunciato allo sport per lo studio e i risultati si sono visti: l’esame è andato bene, nonostante i suoi timori e la levataccia il giorno dell’orale che avevo caldamente sconsigliato. Il suo fisico, però, ne ha risentito visto che dev’essere calato almeno di una taglia e le spalle di una ventina di centimetri. Ma si rifarà, troverà il tempo per studiare e combattere di nuovo, ormai ha imparato ad organizzarsi. La cosa che ricorderò sempre di lui è la concentrazione durante le verifiche: sembrava che il cervello gli fumasse, ogni tanto un sospiro, non so se di rassegnazione o cosa. Osservandolo, cercavo di indovinare i suoi pensieri e m’immaginavo che si facesse domande di questo tipo: ma perché devo sapere queste cose di Dante o di Pascoli? Che mi servirà nella vita sapere che Cicerone ha scritto il Somnium Scipionis? Non so dare risposte, ma spero che in futuro sentendo nominare i classici latini o italiani si ricordi di me e di quanto l’ho fatto penare per avere la sufficienza, specie in latino.

Che dire di Miriam? Almeno ora non mi sono confusa chiamandola “Irene”. Chissà perché guardandola mi sono intestardita sul fatto che si sarebbe potuta chiamare benissimo anche Irene. Nome a parte, lei è una di quelle persone che meriterebbero una statua, soprattutto per la pazienza dimostrata nel sopportare il compagno di banco un po’ irrequieto. Il bello è che lui, Giovanni, ha avuto più volte il coraggio di addossare alla povera Miriam la responsabilità della sua distrazione perenne. Ma io so che lei è quasi sempre stata attenta; si è distinta per la serietà e per il senso di responsabilità, nonché per la correttezza e la precisione. È una delle poche che non ha inserito le mie materie nella tesina sulla “Sezione aurea”. Io l’ho ascoltata con attenzione, lo giuro, durante l’esposizione all’orale eppure devo confessare che ancora non ho capito cosa sia ‘sta sezione aurea. Ma ammetto i miei limiti in ambito scientifico-matematico: Miriam è stata brava, sono io ad essere completamente refrattaria nei confronti delle discipline in questione. Non ricordo cos’abbia intenzione di fare da grande, ma indipendentemente da questo, io Miriam la vedo soprattutto mamma, allenata com’è in una famiglia numerosa come la sua. Ad ogni modo, le auguro di realizzare qualsiasi altro suo desiderio.

Arianna C. è una ragazza tranquilla. A volte si è lasciata distrarre dalle compagne, ma la scuola l’ha presa sul serio. Il suo cruccio è sempre stato quello di non capire perché sbagliava, ad esempio nei compiti di latino, ed era sempre preoccupata di trovare il sistema per migliorare. Scrupolosa e meticolosa, dunque. Non so quali progetti abbia per il futuro ma credo che la determinazione l’accompagnerà lungo il cammino che deciderà di intraprendere. Quello che non dimenticherò di lei sono i suoi occhioni spalancati, a metà tra lo stupore e lo spavento: forse si è più volte stupita di aver fatto una bella interrogazione, ma più spesso ancora l’ho vista spaventata di fronte alla versione di latino da tradurre. Ora sorriderà felice sapendo di non dover affrontare più un testo di Cicerone.

Di Francesca F. non dimenticherò mai un tema fatto in terza, praticamente la fotocopia del manuale di letteratura. Il sospetto che avesse degli appunti nascosti fu legittimo, ma smentito dall’interrogazione che ne seguì: Francesca F. sapeva tutto davvero, anche se un po’ troppo a memoria per i miei gusti. La invidiai per essere una specie di erede di Pico della Mirandola. Ingiustamente accusata, secondo il suo parere, di fare assenze strategiche, un giorno ero convinta che non ci fosse nonostante fosse presente e tranquillamente seduta al suo posto. Sarà forse per scongiurare il pericolo di una sua assenza all’ultimo giorno di scuola che, vedendola ferma ad aspettare l’autobus, le ho dato un passaggio. L’avrei fatto altre volte, ma quel giorno era speciale proprio perché era l’ultimo. Non ricordo i suoi progetti per il futuro, ma spero che non stia troppo ferma ad aspettare … si sa che il treno, o l’autobus, una volta passato lo si perde per sempre.

Dulcis in fundo, arriviamo a Giovanni. Io e Giovanni, in questi quattro anni, abbiamo applicato alla perfezione, nel rapporto docente-studente, l’ossimoro catulliano: odi et amo. Ad ogni inizio anno puntuale arrivava lo scontro; poi si “faceva pace”: lui prometteva di comportarsi bene, io di non scrivere note sul libretto. Da quando è diventato maggiorenne, tuttavia, la minaccia della nota non è più servita, anche perché, teoricamente, se l’allievo è maggiorenne deve dare il suo consenso ai colloqui fra genitori e insegnanti. La mia correttezza deontologica, però, non ha avuto la meglio sulla determinazione che qualche famiglia ha nell’occuparsi dei figli: maggiorenne o meno, la mamma di Giovanni si è spesso fatta vedere, anche se non avrebbe voluto sentire le continue lamentele. Giovanni è uno di quegli studenti che del “sapere” se ne fa un baffo: l’obiettivo finale era quello di “uscire” e i punticini che ha ottenuto in più rispetto all’atteso, sospirato, a volte agognato 60 sono un gran regalo per lui e una gran sorpresa per me. Ma in fondo che importa se entrambi abbiamo raggiunto l’obiettivo prefissato: per lui quello di non prolungare la permanenza al liceo, per me quello di non incontrarlo nei corridoi. Intendiamoci, mi sarebbe dispiaciuto se fosse stato bocciato. D’altronde, quando ha saputo che comunque la quinta il prossimo anno non l’avrei avuta, si è dato un gran daffare, pensando che un’altra prof paziente come me non l’avrebbe mai più trovata.

Ripensando all’attenzione che i miei ragazzi hanno prestato talvolta alle mie lezioni, confesso che avrei voluto saltare sulla cattedra e declamare i versi di qualche poeta come fa il professor Keating nel film “L’attimo fuggente” quando esclama: “O Capitano, mio capitano!” Chi conosce questi versi? Non lo sapete? È una Poesia di Walt Whitman, che parla di Abramo Lincoln. Ecco, in questa classe potete chiamarmi professor Keating o se siete un po’ più audaci, “O Capitano, mio Capitano”. Non ho trovato questo coraggio, accettando a malincuore che la partecipazione non fosse molto attiva, ma condivido molte delle affermazioni di Keating, come ad esempio: Sono salito sulla cattedra per ricordare a me stesso che dobbiamo sempre guardare le cose da angolazioni diverse. E il mondo appare diverso da quassù. Non vi ho convinti? Venite a vedere voi stessi. Coraggio! È proprio quando credete di sapere qualcosa che dovete guardarla da un’altra prospettiva.

Guardate il mondo da tutte le angolazioni possibili per trovare lo spazio che ad ognuno meglio si addice. Con coraggio e determinazione capirete da soli qual è la strada migliore da percorrere. Vi lascio, infine, questi versi del poeta amato dal professor Keating affinché vi possano guidare verso una “rinascita”, un percorso nuovo ma naturale che non deve intimidire nessuno:
Nulla è mai veramente perduto, o può essere perduto,
nessuna nascita, forma, identità – nessun oggetto del mondo,
né vita, né forza, né alcuna cosa visibile;
l’apparenza non deve ingannare, né l’ambito mutato confonderti il cervello.
Vasti sono il tempo e lo spazio – vasti i campi della Natura.
Il corpo lento, invecchiato, freddo – le ceneri rimaste dai fuochi di un tempo,
la luce degli occhi divenuta tenue, tornerà puntualmente a risplendere;
il sole ora basso a occidente sorge costante per mattini e meriggi;
alle zolle gelate sempre ritorna la legge invisibile della primavera,
con l’erba e i fiori e i frutti estivi e il grano.

Walt Whitman

Sperando che questo non sia un addio –ci si può sempre incontrare per strada, no?- vi dico solo: ARRIVEDERCI RAGAZZI!

[ho pubblicato la foto senza chiedere preventivamente l’autorizzazione; se qualcuno ha qualche obiezione, mi lasci un messaggio e la rimuovo immediatamente. Ciò vale, ovviamente, anche per il professor Carlo C. ritratto nella foto in prima fila, beato tra le donne.]

GLI ESAMI, PER FORTUNA, SONO FINITI

buttare i libriOggi hanno avuto inizio ufficialmente le mie vacanze. Dire che sono stanca è poco. “Esausta” è l’aggettivo che si adatta meglio al mio stato sia fisico che mentale. Il prolungamento dell’anno scolastico con gli esami di quinta ha messo a dura prova la mia salute. Se considero, poi, che la mia casa grida vendetta, dal momento che nelle ultime due settimane ho fatto un vero e proprio tour de force a scuola, posso affermare con assoluta certezza che il concetto di “vacanza” è soltanto un’immagine mentale che deve far i conti con la dura realtà: le vacanze, nel senso letterale del termine –dal verbo latino vacare, cioè “essere libero”- inizieranno forse ad agosto. Non voglio nemmeno pensare che le aule scolastiche, che ho abbandonato soltanto ieri sera, mi attendono già il primo settembre per i recuperi dei debiti.

Una cosa, però, la devo dire: sono fortunata. Insegno dal 1983 ed è la prima volta che ho fatto il commissario ad un esame di maturità. Quest’evento ha poi assunto un significato speciale perché è capitato esattamente a trent’anni dalla mia personale maturità. Non solo, ho avuto la possibilità di affacciarmi a quest’esperienza sconosciuta come insegnante, rivestendo il ruolo di commissario interno e portando all’esame i miei ragazzi di quinta che conosco da quattro anni, avendoli “presi” in seconda. Credo, quindi, di essere doppiamente fortunata.

Quando, mesi fa, pensavo all’esame, era un po’ come se lo dovessi fare io. Avevo iniziato ad essere ansiosa, a non dormire la notte –ma l’insonnia, purtroppo, continua anche dopo l’esame!-, pensando ai programmi da finire e alla preparazione dei ragazzi che, in alcuni casi, lasciava molto a desiderare. Poi loro hanno recuperato, nel senso che si sono dati da fare, ma io, invece di rassicurarmi, continuavo a vivere in uno stato ansioso costellato da mille interrogativi: saprò correggere i temi? Che domande farò all’orale? Chi avrò come colleghi esterni? E il presidente, sarà “umano”? Mi toccherà fare il verbale? Che griglie di valutazione mi faranno usare? Andranno bene? Potrò magari sceglierle io? Insomma, una paranoia completa.

Stranamente, man mano che si avvicinava il giorno fatidico, la mia ansia si attenuava. Ormai aveva preso sopravvento un altro stato d’animo: la curiosità. Le domande non me le facevo più ma attendevo gli eventi, prendendo tutto con quella filosofia che da studentessa non ho mai amato. Forse per questo, dunque, non ho mai preso la vita con filosofia.

Il giorno in cui si è insediata la commissione è stato felice: il presidente, che avevo già incontrato a maggio, sembrava una persona accomodante; i commissari esterni davano l’idea di essere persone tranquille, un po’ scocciate, forse, ma chi non lo sarebbe alla sola idea di dover fare esami. I colleghi interni ovviamente li conoscevo, quindi non avevo nulla da temere. Il clima appariva sereno e lasciava intendere che si poteva lavorare in pace. Il mio primo pensiero è stato quello di dimostrarmi disponibile nei confronti dei colleghi sconosciuti, non per opportunismo, certamente, piuttosto per dimostrare di essere una persona accogliente. Negli ultimi dieci anni, infatti, ho rivalutato la questione dell’accoglienza nei confronti degli allievi; perché mai dei docenti che per la prima volta varcano il portone della mia scuola non dovrebbero essere accolti come dio comanda?

Confesso, però, che il mio entusiasmo ha avuto breve durata. Già la mattina del primo scritto, il tema d’italiano, mi sono chiesta come mai dovessi stare tutto il tempo a fare la sorveglianza quando per tutti gli anni da docente non commissario è stata un’incombenza cui non mi sono mai potuta sottrarre. Insomma, non capivo per quale misteriosa ragione non mi fosse concesso di godere del privilegio di essere commissario all’esame, quel privilegio di cui altri commissari avevano goduto visto che io, da non commissario, avevo sempre sorvegliato gli allievi al posto loro. Sono arrivata, quindi, alla conclusione che dovevo fare sempre la sorveglianza, che fossi o non fossi in commissione d’esame. Il fatto è che essere là mi creava un notevole disagio, primo fra tutti quello di non poter rispondere alle domande degli allievi. D’altra parte, loro erano stati così bene istruiti sul fatto che non potevano chiedermi nulla, che poi effettivamente solo pochi mi hanno interpellata.

La prima giornata davvero stressante è stata sabato 27 giugno: venticinque compiti d’italiano corretti tutti d’un fiato, dalla mattina al pomeriggio inoltrato. Considerando che normalmente correggo i temi in due settimane, in pratica li “prendo a piccole dosi” come i medicinali, il mio è stato davvero un atto di coraggio, quasi d’eroismo. Ma la correzione in compagnia è senz’altro più gradevole; oddio, non che facessi i salti di gioia, e nemmeno i miei colleghi, ma tutto sommato leggendo gli elaborati ad alta voce e non dovendo apportare le correzioni ma solo segnalare gli errori, l’operazione si è rivelata non solo più veloce, ma anche meno noiosa e faticosa. La cosa che mi ha fatto più piacere è stato il constatare che il giudizio dei colleghi non si discostava molto dal mio, anzi confesso che alle volte se mi fossi ritrovata da sola, sarei stata più severa ancora. Quando poi la collega esterna di Storia dell’Arte mi ha detto che i suoi allievi non sarebbero stati in grado di scrivere così bene, ho intimamente gioito perché un po’ di merito me lo sono riconosciuto.

Mercoledì primo luglio hanno avuto inizio, finalmente, gli orali. Al mattino ero stata assalita da un’altra ondata di inquietudine. Mi sono svegliata alle 5 e mezza e, realizzando che non avrei potuto richiudere gli occhi perché nel dormiveglia avevo già iniziato a pensare agli esami, alle domande che avrei fatto, alle risposte che avrei sentito, mi sono rassegnata ad alzarmi.
Quando sono arrivata a scuola e ho visto i primi allievi pronti per l’esame, mi sono tranquillizzata. D’altra parte, che esempio sarei stato se li avessi accolti con ansia e nervosismo, quelle stesse che sprizzavano già loro da tutti i pori, insieme al sudore che, complice l’afa, aveva iniziato a macchiare camicie e magliette? No, proprio non potevo farmi vedere preoccupata. Poi, preoccupata di che? In fondo si trattava solo di un colloquio. Già, perché l’esame orale non ha più questa obsoleta denominazione, si chiama colloquio e tale, in effetti, è stato.

Ieri, quando avevo già in mente di scrivere questo post ma ero troppo esausta per farlo, ho letto l’articolo di un collega insegnante-blogger sull’esame orale: lo scorfano – così si chiama- asserisce nel suo scritto che il “colloquio … non assomiglia affatto a un colloquio”, poi aggiunge che “i commissari interni cercano di fare alla svelta. … Ma i commissari esterni, invece, a volte prendono la faccenda molto sul serio, con pignoleria. E partono con una vera e propria interrogazione.”.
Be’, è evidente che comunque lo si chiami, colloquio o interrogazione, l’esame orale è pur sempre un esame. Il termine “colloquio” fa pensare, però, ad una chiacchierata fra docenti e allievi. Tuttavia, se l’argomento principale del colloquio è “il sapere”, cioè quello che i ragazzi hanno imparato in tanti anni di studio sulle diverse discipline, non si può dire che assomigli ad una chiacchierata fra i soliti quattro amici al bar. Però io ho potuto constatare che gli allievi sono stati messi a loro agio dai docenti e dal presidente, hanno potuto esporre la loro “tesina” con tutta calma –alcuni prendendosi anche più dei quindici minuti stabiliti dalle direttive ministeriali- e i commissari si sono tutti sforzati di rivolgere delle domande che seguissero il filo logico degli argomenti discussi. Certo, a volte il collega di matematica e fisica ha fatto i salti mortali, visto che le tesine all’80% riguardavano l’ambito umanistico. E io non ho potuto far altro che chiedermi: perché, se questo è un liceo scientifico, si sono tutti buttati sulla storia, sulla filosofa, sull’italiano, il latino, l’inglese e sulla storia dell’arte? La risposta è semplice: sono le materie sulle quali è possibile impostare un discorso pluridisciplinare. È questo è esattamente il compito che gli allevi si sono rigorosamente dati. Quei pochi che hanno presentato un lavoro scientifico, sembravano quasi avviliti per non aver risposto alle direttive ministeriali. Ma che importa? Quando il lavoro è ben fatto, nessuno si offende se non è stata inserita la propria disciplina. Quello che, invece, non ho apprezzato è stata la scelta discutibile di proporre un’accozzaglia di argomenti che non seguivano affatto un filo logico.

Tornando al colloquio, quello che mi ha particolarmente colpita è stata la serietà con cui i ragazzi, tutti, avevano preso l’esame orale. Le tesine, salvo pochi casi, erano originali e per nulla copiate da internet, o almeno, con ogni probabilità, solo parzialmente alcuni testi erano stati scaricati. L’esposizione è stata per tutti un impegno, e non solo volto a fare bella figura, ma soprattutto a dimostrare che quei collegamenti che a detta dei docenti non erano in grado di fare, li avevano fatti, eccome. Chi più, chi meno è stato pure in grado di rielaborare personalmente, di prevedere possibili collegamenti con le discipline escluse dalla tesina o fare delle congetture sulle probabili domande che i docenti delle materie incluse avrebbero potuto rivolgere, per non impostare il colloquio sullo stesso argomento trattato nella tesina.

I commissari esterni, poi, sono stati davvero corretti. Non hanno mai messo in difficoltà gli studenti, non hanno insinuato che i colleghi di materia non li avevano preparati, anche se, in qualche caso, la conoscenza di determinati argomenti è risultata lacunosa. D’altra parte io stessa, in certi casi, ho valutato il colloquio nelle mie materie con un voto inferiore a quello della pagella. È vero, comunque, come dice anche lo scorfano, che una volta fatto un percorso con gli allievi, una volta concluso lo scrutinio e valutata la loro preparazione, l’esame diventa una pura e semplice formalità. È vero che quei cinque minuti non aggiungono nulla all’idea che un docente si è fatto di un allievo o di un’allieva, che non ha senso dare un giudizio, a volte affrettato, su una prestazione che è quasi insignificante se confrontata al numero di compiti, prove, interrogazioni e domande dal posto cui gli studenti sono stati sottoposti nel corso degli anni. Ma è anche vero che talvolta ci possono essere delle sorprese, e i miei ragazzi le avranno, nel bene e nel male. Io stessa mi sono stupita nel vedere i voti d’esame: alcuni ben maggiori rispetto alla media riportata dai singoli allo scrutinio di giugno, altri minori, pochi uguali.

Io non so se sia un bene o un male mantenere l’esame di maturità. Prima di fare quest’esperienza pensavo che, una volta fatto lo scrutinio finale, non ha senso obbligare gli studenti a questa specie di supplizio che toglie ore di sonno e fa venire ogni sorta di senso di colpa. Ora, però, devo ammettere che un esame ci vuole: essere messi alla prova, anche di fronte a persone sconosciute, è una tappa obbligata del percorso di crescita. Di fronte ai volti pallidi, agli atteggiamenti ansiosi, alle voci quasi rotte dall’emozione o dalla paura, ai sospiri di sollievo di chi, superata l’ora di terrore, poteva dire “è finita, comunque sia andata”, di fronte a questo spettacolo di tante debolezze tipicamente umane che sanno anche offrire grande emozione, mi sono convinta che tutto questo ci dev’essere nella vita di un ragazzo di diciotto-diciannove anni. Non solo, vedendo l’apprensione dei familiari presenti, degli amici, degli stessi compagni, anche quelli che l’esame l’avevano già fatto ma che erano lì, ancora una volta in quell’aula in cui non avrebbero mai più voluto metter piede, e assistendo ai sorrisi rilassati di tutti, dopo che oramai l’esame era finito, mi sono convinta che è un’emozione da vivere e da condividere.

Le strette di mano e i baci che sono seguiti ad ogni singolo colloquio mi hanno riportata al mio personale esame di trent’anni fa. Io ho provato solo una grande paura, anzi quasi terrore, e nessuno dei commissari, se non la docente interna che poi era alla sua prima esperienza di insegnamento, ha fatto un sorriso, né mi ha stretto la mano, tanto meno qualcuno mi ha baciata. Ripensando alla mia esperienza di allieva posso concludere che non sono stata così fortunata né il mio esame mi ha portato alcuna soddisfazione, a partire dal voto, di gran lunga inferiore a quello che avrei potuto meritarmi. Allora penso a chi sarà rimasto deluso, ora, e so che ci sarà. Spero riesca a voltare pagina con la stessa indifferenza con cui l’ho fatto io. Non è certo un esame, né tanto meno un voto, a definire il valore di una persona. Il cammino che i miei ragazzi dovranno ancora percorrere è lungo e forse pieno d’insidie. Incontreranno altri docenti, migliori o anche peggiori, non importa. Ma ricorderanno sempre quelle facce che li hanno osservati con attenzione, gli sguardi di ammirazione, le smorfie di disappunto dei commissari, persone che li hanno giudicati senza conoscerli, altre non sconosciute ma che forse non li hanno mai capiti fino in fondo.