28 febbraio 2014

LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDÌ: ANCHE L’ERRORE HA LA SUA GIORNATA MONDIALE

Posted in attualità, cultura, La buona notizia del venerdì tagged , , , , , a 9:43 pm di marisamoles

error day
Quale poteva essere la data scelta per la Giornata Mondiale dell’errore? Ma il 29 febbraio, naturalmente. Non per questo si celebra solo negli anni bisestili.

Quest’anno a Bologna, dal 28 febbraio al 2 marzo, si svolge addirittura un festival dedicato all’errore.

Chi non ne ha mai commesso uno, alzi la mano! Tutti fermi? Ovvio, nessuno è infallibile.

Sugli errori è bene scherzarci su e magari ridere di quelli degli altri. A Bologna per questo evento in cartellone sono presenti incontri, musica e filosofia, sempre a metà tra ironia e riflessione. L’invito è: «Tuffiamoci nell’errore in questa giornata speciale per trasformarla in quella più fortunata dell’anno». Magari fosse così tutti i giorni.

Errare è umano, può capitare a tutti ed è capitato in passato anche a persone al di sopra di ogni sospetto. Michelangelo, per esempio, ha scolpito la sua Pietà commettendo un errore che forse può passare inosservato ai più: la mano della Madonna, rivolta verso l’alto, è decisamente sproporzionata rispetto al resto del corpo. Un errore voluto, secondo alcuni critici.

E che dire degli errori che si riscontrano spesso nei film? Ad esempio, se non erro nel film Troy in una scena è stato ripreso un attore con l’orologio al polso.
Certamente, però, gli errori più vistosi, nel vero senso della parola, li troviamo nella parola scritta e parlata. Capita di leggere strafalcioni sui giornali, nei messaggi d’amore scritti sui muri e anche sulla cartellonistica stradale.

Di errori ne commetto molti anch’io, come tutti. Come quella volta che in classe ho detto “E’ stata la scintilla che ha fatto traboccare il vaso …”. 😆

E voi avete qualche errore da raccontare?

VIDEO del servizio del Tg 1

[notizia e immagine da questo sito]

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21 dicembre 2011

L’ORTOGRAFIA SUL WEB E L’APOSTROFO DI SAVIANO

Posted in attualità, cultura, lingua, vip, web tagged , , , , , , , , , , a 6:26 pm di marisamoles


Purtroppo è cosa nota che gli scritti che viaggiano sul web siano pieni di refusi (ne ho scritto QUI, uno dei miei primissimi post di questo blog). Dal quotidiano on line ai messaggi su FB o Twitter, dai testi scritti sui blog ai commenti lasciati dai lettori parrebbe che la lingua italiana, non solo ortograficamente parlando, sia sempre più sconosciuta. E i dati relativi a vari concorsi pubblici, anche per posti altamente qualificati, ne sono la conferma. Non parliamo, poi, degli errori grammaticali e ortografici commessi dagli studenti di tutte le scuole di ogni ordine e grado.

Ho più volte trattato questo argomento e sempre con una certa tristezza, come accade quando si vede maltrattato l’idioma materno, specie se si cerca di insegnarlo nel miglior modo possibile ai propri studenti. Ma le nuove generazioni, e quelle vecchie che le emulano, scrivendo avvalendosi delle nuove tecnologie sono convinte che la cosa più importante sia farsi capire dall’interlocutore che di certo non andrà per il sottile facendo notare gli errori e non criticherà l’uso ed abuso delle abbreviazioni più fantasiose.

Ricordo un “vecchio” tema in classe, proposto ai miei allievi proprio sull’uso delle nuove tipologie di scrittura. Una ragazza, decisamente brava e con l’incredibile, al giorno d’ggi, attitudine per la scrittura curata, scrisse:

Come esseri umani, creature dotate di raziocinio, custodi di sentimenti, desideri e speranze, non potremmo ritenere possibile l’esistenza di qualcosa di più naturale dell’amore per la conoscenza e la padronanza della lettura e della scrittura. In un mondo frenetico e in continua evoluzione come quello in cui viviamo e continueremo a vivere, la fruizione inestimabile del contatto umano attraverso la scrittura ha assunto, negli anni, connotati molto particolari come, per fare un esempio di facile comprensione, le e-mail e gli sms, lettere della moderna generazione di scritti, figli di una realtà ormai dipendente dalla tecnologia più varia.
Secoli di tradizione epistolare, di messaggeri impavidi pronti a rischiare tutto, spesso anche la propria vita, pur di proteggere il prezioso contenuto di quei testi del cuore che erano le lettere – portatrici di speranza, attesa e salvezza -, soppiantate dall’impellente fretta di un mondo troppo moderno e innovativo, troppo giovane per dare ascolto all’esperienza passata di quella realtà ormai scomparsa che era l’”era della corrispondenza via corriere”. Al giorno d’oggi, tuttavia, appare quasi impossibile anche solo sperare che il “popolo scrittore” possa volgere il proprio sguardo all’universo ormai trascorso e mutato delle lettere e del loro intervento di incomparabile importanza nella vita di tante e tante anime in fremente attesa di una risposta. L’improbabilità di tale auspicabile evento è resa evidente dagli effetti della diffusione globale della tecnologia dei cellulari e degli elaboratori elettronici quali i computer e, soprattutto, dell’immediatezza di risposta grazie alla quale ci è permesso accedere a qualunque genere d’informazione.

Adesso ditemi quante adolescenti sarebbero in grado di utilizzare l’idioma natio in modo così soave oltreché corretto. Ben poche. E non parliamo dei maschi.
Attente lettrici di romanzieri davvero mediocri come Moccia (solo per fare un esempio … d’altra parte io non ho grande esperienza nell’ambito della narrativa per teenagers), le ragazze d’oggi non solo scrivono poco e male, anche quando non ricorrono ad un linguaggio deturpato da abbreviazioni e adornato da simboli grafici di ogni specie, ma hanno anche a disposizione un repertorio lessicale assai limitato, ahimè.

Ma lasciamo stare gli studenti e veniamo a chi della scrittura ne ha fatto una professione, peraltro ben remunerata. Prendiamo Roberto Saviano, per esempio. Come riporta Bebbe Severgnini su Il Corriere, lo scrittore partenopeo, in un messaggio su Twitter, ha commesso un grossolano errore ortografico, uno di quelli che i miei allievi nemmeno fanno più, se non altro per non sentirmi sbraitare ogni volta e per non vedere le sottolineature triple sui compiti in classe. Ecco il testo (sul cui contenuto non mi soffermo, visto che non è al centro della mia riflessione):

«Khadz Kamalov, un giornalista coraggioso, è stato ucciso. 70 giornalisti russi uccisi in Russia. Qual’è il peso specifico della libertà di parola?»

Così lo commenta Severgnini:

«Mi è piaciuto il tweet newyorkese di Roberto Saviano (77.657 followers). Per la sostanza, ovviamente; ma anche per quell’apostrofo di troppo («Qual è…»). Poi l’ha corretto, ma non deve vergognarsi: anzi. Tutti sbagliamo, e su Twitter non esistono correttori automatici (per fortuna). Non solo: quell’apostrofo è la prova che RS, i tweet, se li scrive da solo.»
Poi continua: «Twitter è un esercizio nuovo e antichissimo: Callimaco, Marziale, Poliziano, Voltaire, Achille Campanile, Ennio Flaiano, Leo Longanesi e Indro Montanelli (coi «Controcorrente») se la sarebbero cavata benone. Bravi come loro, in giro, non ce ne sono più. Ma esistono molte persone brillanti con il passo breve e la battuta secca.»

L’articolo di Severgnini è simpatico e, per non dilungarmi oltreché per non andare off topic, vi invito a leggerlo tutto.
Tornando a Saviano, se è vero che in un primo momento ha provveduto a correggere l’errore, poi ci ha ripensato e ha pubblicamente dichiarato, ovviamente sempre su Twitter:

«Ho deciso 🙂 continuerò a scrivere qual’è con l’apostrofo come #Pirandello e #Landolfi. r.»

Va be’, contento lui, noi ce ne faremo una ragione. Allora, forse dovrei invitare i miei studenti a scrivere “esiglio” con gl emulando Foscolo? Gradirei una cortese risposta dal signor Saviano … nel frattempo, però, continuerò a raccomandare ai miei allievi di non usare il gl perché oggigiorno “esilio” si scrive senza.

[immagine da questo sito]

20 gennaio 2010

INVALSI E ACCADEMIA DELLA CRUSCA: METÀ DIPLOMATI IGNORANTI

Posted in attualità, Esame di Stato, lingua, scuola, valutazione studenti tagged , , , , , , , , a 5:40 pm di marisamoles


La scuola è ancora nel mirino. Dopo le poco confortanti relazioni divulgate da parte del programma PISA sull’ignoranza degli studenti italiani in matematica e scienze (ma pare che anche la loro capacità di lettura scarseggi), ecco un altro dito puntato sugli studenti e, in modo inequivocabile, sui docenti del Bel Paese: quello dell’Accademia della Crusca, con la complicità dell’INVALSI.

Dopo la clamorosa bocciatura di ben 61 vigili urbani incapaci di scrivere senza fare errori di ortografia (è accaduto di recente in provincia di Grosseto e ne ho parlato in questo post), questa volta sotto accusa è la mancanza di competenze nella corretta grafia da parte degli studenti italiani diplomatisi nel 2007. L’INVALSI ha incaricato dei docenti esperti (chissà che vuol dire? Se uno insegna, dovrebbe essere esperto, o quantomeno saper scrivere correttamente, ndr) di visionare 6000 temi svolti all’Esame di Stato di due anni fa. Ebbene, parrebbe che errori di ortografia, uso inappropriato della punteggiatura, periodi senza senso: sono sbagli che ricorrono con preoccupante frequenza. E i risultati di cotali esempi di “bello scrivere”? Non equi, almeno a detta della professoressa Elena Ugolini, secondo la quale un eccessivo buonismo da parte dei commissari (nel 2007 erano interni, ndr) avrebbe portato ad una minima percentuale di insufficienze. La Ugolini precisa: Ho qui un tema della maturità 2007: è pieno di errori gravissimi di ortografia come “dopo guerra” o “degl’anni”, di errori di punteggiatura, dell’organizzazione logica della frase che evidenziano un livello linguistico di terza elementare. Mi domando che cosa è stato insegnato a questo ragazzo in 13 anni di scuola, interrogandosi poi, preoccupata, sul futuro dello studente in questione, ormai diplomato.

Un’indagine articolata, quella commissionata dall’Accademia della Crusca: prevedeva una correzione “libera” , operata dai docenti, individuati dall’INVALSI, seguendo criteri soggettivi (cosa che, tra l’altro, non si fa mai dato che vengono utilizzate delle griglie di correzione che riducono al minimo i rischi di una valutazione soggettiva, ndr); l’altra basata sui criteri individuati dall’Accademia stessa, volti ad accertare la padronanza linguistica. Il confronto, poi, teneva conto anche dei giudizi del commissari d’esame.
I risultati sono stati assai diversi: per i commissari d’esame, gli elaborati insufficienti sono stati solo il 20%; per i correttori “liberi” le insufficienze hanno interessato il 52% dei temi in esame; per i correttori che hanno utilizzato i criteri stabiliti dalla Crusca, solo il 42% degli scritti sono risultati sufficienti.

È evidente che, a livello di valutazione, qualcosa non funzioni. Ma i risultati così diversificati mettono sotto accusa, senza mezzi termini, i commissari d’esame, cioè i professori che, per mestiere, valutano gli elaborati degli studenti. Come dire: non lo sanno fare, sono troppo “buoni”, forse non conoscono nemmeno loro la lingua italiana.
Essendo stata l’anno scorso commissaria interna all’Esame di Stato, posso garantire che la valutazione è oggettiva e che i giudizi, condivisi anche dal resto della commissione, non possono essere falsati. Mi spiego: un commissario, interno od esterno che sia, non può supervalutare un tema solo perché l’allievo in questione è simpatico né assegnare un giudizio più basso ad un elaborato perché chi l’ha scritto è antipatico.

Se poi parliamo degli errori ortografici, purtroppo è vero: ne fanno parecchi. Ma l’ortografia, almeno secondo le griglie di valutazione in uso, è solo una delle voci di cui si tiene conto nella valutazione finale. Ciò vale sempre, anche nella correzione degli elaborati svolti durante tutti gli anni di scuola precedenti. Se dovessimo togliere un punto per ogni errore ortografico, allora di compiti sufficienti ce ne sarebbero ben pochi. Insomma, quello che voglio dire è che ci deve essere un margine di tolleranza e, soprattutto, bisogna distinguere tra gli errori commessi per distrazione (di solito, accenti o apostrofi, qualche maiuscola …) da quelli radicati nella mente di ragazzi di diciotto anni e, per questo, difficilmente correggibili.

Quando leggo notizie del genere, lo confesso, mi risento un po’. Anche perché si fa di tutto per correggere gli errori ma è anche vero che, quando un ragazzo arriva in prima superiore e non sa scrivere, molti sforzi risultano vani. Non vorrei ripetermi ma, come ho scritto nel post citato, fin dalle elementari si dovrebbe insistere di più affinché i bambini imparino ad esprimersi correttamente, sia nell’orale che nello scritto, e curino l’aspetto grafico ed ortografico della loro scrittura. Insomma, dovremmo aver superato la fase in cui alle elementari si scriveva “io speriamo che me la cavo”.

[fonte: Il Corriere]

18 gennaio 2010

A SCUOLA CON LA Q. GLI ITALIANI E L’ORTOGRAFIA

Posted in bambini, famiglia, figli, lingua, Mariastella Gelmini, scuola tagged , , , , , a 5:13 pm di marisamoles

Qualche giorno fa sui giornali è apparsa una notizia che deve far riflettere sulle conoscenze che gli italiani hanno della propria lingua: a Pitigliano, in provincia di Grosseto, 61 aspiranti vigili urbani sono stati bocciati al concorso per … troppi errori ortografici! Beh, pensandoci bene, a chi farebbe piacere trovarsi appiccicato al parabrezza l’odiato foglietto rosa infarcito di errori ortografici? La multa non ci farebbe, di per sé, tanto orrore, ma gli errori …

A tal proposito, sul quotidiano La Stampa, la nota scrittrice, nonché docente, Paola Mastrocola scrive:

Esiste una preoccupante nuova ignoranza a cui non possiamo assistere indifferenti. La maggior parte dei quindicenni di oggi che arrivano al liceo non sanno né leggere, né scrivere, né parlare. Hanno perduto il dono della parola: balbettano per mezzo minuto e restano in un silenzio imbarazzante, non capiscono i libri che leggono, non sanno scrivere quello che pensano, non conoscono la grafia corretta della loro lingua, hanno un lessico povero e limitato, non sanno leggere ad alta voce, prendere appunti, studiare, e ricordare quello che hanno letto.

Non sono una fan della Mastrocola ma devo darle in parte ragione. Il problema di fondo è, secondo lei e con il suo pensiero concordo pienamente, la scuola elementare, o primaria che dir si voglia. Non la scuola in sé o la didattica ma il ruolo che la scuola riveste in ambito sociale oggigiorno.
I bambini d’oggi sono molto svegli, è vero. Purtroppo, però, proprio perché hanno mille stimoli che provengono dai diversi luoghi in cui si formano, a scuola devono essere motivati in maniera diversa rispetto ai loro coetanei di trenta o quaranta anni fa. Noi eravamo desiderosi d’imparare perché la scuola rappresentava il luogo di educazione, di formazione e di apprendimento per eccellenza. Le famiglie avevano un ruolo marginale in ambito formativo e si fidavano ciecamente dell’istituzione. Veniva concessa ai maestri e alle maestre la cosiddetta “carta bianca” e nessuno si sognava minimamente di discutere ciò che l’insegnante diceva, faceva, pensava, decideva … Questo rapporto fra scuola e famiglia si fondava sulla fiducia reciproca ed è ciò che manca, oltre agli stimoli, nella scuola italiana oggi.

Ultimamente è emerso un altro problema: una recente indagine di Bankitalia ha insinuato che la scuola pubblica stia scadendo a causa del massiccio numero di immigrati presenti nelle nostre aule scolastiche. Ciò potrebbe portare ad un rilancio della scuola privata con conseguente riduzione dei finanziamenti elargiti dallo Stato per la scuola statale a vantaggio degli istituti privati. Mi permetto di dissentire. È vero che i bambini stranieri, specie quelli con limitate conoscenze linguistiche, hanno bisogno di maggiori attenzioni da parte degli insegnanti e la loro presenza potrebbe rallentare lo svolgimento dei programmi. Di conseguenza, i nostri bambini potrebbero annoiarsi e perdere la motivazione ad apprendere. Tuttavia, ammesso che ciò accada davvero, la colpa non è certamente della scuola, quanto dello Stato che non stanzia i finanziamenti adeguati per supportare gli insegnanti con mediatori culturali e linguistici che faciliterebbero l’insegnamento rivolto ai bambini stranieri. Detto ciò, non è assolutamente vero che la qualità della scuola debba scadere anche perché i docenti italiani, da sempre abituati a lavorare molto guadagnando poco, sanno affrontare anche situazioni di emergenza.
Recentemente il ministro Gelmini ha reso noto che il tetto massimo di stranieri (presumo non ancora sufficientemente padroni della lingua) sarà fissato al 30% per ogni classe. Le intenzioni sono certamente buone, ma bisogna tener conto che, in alcuni contesti regionali, causa anche la scarsa prolificità delle mamme italiane in confronto a quelle straniere, rispettare il tetto non sarà possibile.

Tornando alla Mastrocola, lei sostiene che oggi abbiamo una scuola elementare (molto lodata) in cui si fa preferibilmente teatro, pittura, canto, si dispongono i banchi in cerchio, si fanno gare di corsa nei corridoi e, anche, si leggono dei bei libri tutti insieme. Attività molto belle, divertenti, creative, di una scuola che desidera più che altro insegnare a stare insieme e aborre le nozioni, cioè le conoscenze, bollate ancora, e con insofferenza, come nozionismo.
Anche su questo sono fondamentalmente d’accordo ma non è detto che non si possa insegnare “intrattenendo” i bambini con strumenti ludici. Io credo che non si debba fare di tutta l’erba un fascio e sono convinta che la maggior parte degli insegnanti italiani siano molto validi e preparati. Purtroppo, però, manca da parte dei bambini quel senso del dovere che noi, un tempo, avevamo innato.

Ad esempio: fare i compiti per casa, che spesso costituiscono l’argomento primario di accesi dibattiti su opposti fronti, oltre ad essere un dovere ha anche un’utilità innegabile. L’esercizio domestico serve, infatti, a fissare quelle conoscenze e a consolidare quelle competenze e abilità che a scuola iniziano appena ad essere assimilate. In altre parole, non si riesce ad imparare davvero solo assistendo alle lezioni mattutine, tenendo conto anche del fatto che il periodo di massima attenzione nei discenti è di appena venti minuti per ora. Il che non significa affatto che negli altri quaranta i bambini e i ragazzi si guardano attorno, giocherellano, parlottano con i compagni e della lezione se ne infischiano; significa solo che non possono essere attentissimi per sessanta minuti di fila. Non saremmo capaci neanche noi adulti di tanta attenzione!
Ma qual è generalmente la reazione di grandi e piccoli di fronte ai compiti a casa? Uffa che barba, che noia, che barba, che noia, come diceva la simpatica Mondani in Casa Vianello. Le attività domestiche, insomma, sono un supplizio per l’intera famiglia e spesso vengono svolte in fretta perché c’è la lezione di pianoforte o d’inglese, l’allenamento di calcio o pallacanestro, si deve uscire a far la spesa … Tanto poi, pensano le mamme indaffarate, a scuola correggeranno quello che hanno sbagliato. Niente di più errato: chissà perché le correzioni a scuola non si fanno quasi mai e, diciamolo, gli insegnanti non sempre hanno tempo da investire nel ritiro e controllo dei quaderni di tutta la classe, specie se di scolari ne hanno 25 o 30.

Insomma, i torti e le ragioni non stanno mai da una parte sola. Una maggior collaborazione scuola-famiglia unita ad uno stanziamento adeguato di fondi per migliorare la qualità della scuola pubblica, specie in presenza di classi affollate e costituite da realtà complesse e diversificate, sarebbe la soluzione ideale. Forse gli scolari di oggi fra vent’anni riusciranno a superare un concorso pubblico per vigile urbano.

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