31 gennaio 2016

APPRENDISTA SUOCERA

Posted in affari miei, donne, famiglia, figli tagged , , , , , a 6:27 pm di marisamoles

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Avendo due figli maschi mi sono spesso chiesta che suocera sarei stata. Con le femmine è diverso, se è vero che tra suocera e genero le cose vanno decisamente meglio. Tuttavia credo che i buoni rapporti siano determinati più dall’intelligenza delle persone che da ruoli stabiliti su cui atavici pregiudizi hanno lasciato il marchio.

Nella nostra vita abbiamo, non tutti ma molti, diversi ruoli (in senso familiare stretto): quello di figlia/o, moglie/marito, madre/padre e forse suocera/o. Non abbiamo il beneficio di nascere sapendo perfettamente come comportarci nei diversi ruoli ma l’esperienza, si sa, insegna. E non è detto che le relazioni che stringiamo con i familiari nei diversi ruoli siano tutte rose e fiori.

Gli scontri ci sono sempre. A volte hanno durata limitata, altre portano a contrasti insanabili. Succede nelle migliori famiglie, come si suol dire. Non c’è un registra che ci dirige, non c’è un copione da seguire, forse ci sono “parti” che riusciamo a “recitare” meglio e altre che non fanno per noi. Quello che è certo, non siamo indenni da errori e, purtroppo, tutto ciò che facciamo in ogni istante della nostra vita è irripetibile e non c’è un altro ciak per porre rimedio alle “scene” malriuscite.

Per tutto ciò che siamo e facciamo seguiamo, in modo più o meno conscio, dei modelli.
Quando mi chiedo che suocera sarò, due sono i modelli che devo tener presente: mia mamma e mia suocera.

Mia mamma non è stata – e non è – la genitrice perfetta. E chi mai lo è?
Come suocera, tuttavia, ha superato se stessa. Ora credo sia nella fase mi-rassegno-prendo-le-cose-come-vengono, quindi non si lamenta più. O quasi.

Quando mio fratello ha lasciato casa per convivere con quella che oggi è sua moglie, nella famiglia sembrava fosse passato un ciclone.
Per mia madre, sua nuora era tutto ciò che non avrebbe dovuto essere: sposata e divorziata, madre di due bambine e più vecchia di 5 anni rispetto a mio fratello.

Oggi una situazione del genere ci sembra normale, ma stiamo parlando di quasi 40 anni fa.
Per mia mamma – e mia nonna sicula – la situazione ha assunto i contorni di una vera e propria tragedia. Lei era semplicemente inadeguata.
Non andava bene come si vestiva, come teneva la casa, come cresceva le bambine (cui si è aggiunta mia nipote, quindi tre femmine in casa, irrimediabilmente portate sulla “cattiva strada”, sempre secondo mia madre, con un modello di madre di tal sorta). Mia madre ne era sicura: suo figlio avrebbe meritato di più.

Qual è la prima regola cui la suocera perfetta – se esiste – deve attenersi? Non dare mai consigli, non criticare né giudicare. Esattamente il contrario di ciò che ha fatto mia mamma. E per smentire l’asserzione fatta all’inizio di questo post sui migliori rapporti che si instaurano tra suocera e genero, mia mamma ha assunto – e assume – lo stesso atteggiamento nei confronti di mio marito.

Mai lamentarsi del proprio matrimonio. Non aspetta altro per osservare, con sadica soddisfazione: “Te l’avevo detto IO!”.

Ma veniamo a mia suocera. Lei era, o almeno sembrava, una donna autoritaria, molto sicura di sé e poco espansiva. Non mi ha mai fatto mancare il suo affetto, intendiamoci, ma stava molto sulle sue. Solo nell’ultima parte della sua vita, affetta purtroppo da demenza senile, ha messo a nudo il suo vero essere e si è rivelata in tutta la sua fragilità. So che può apparire un’osservazione inadeguata ma confesso che avrei voluto che lei fosse stata così sempre, senza maschere e senza trincerarsi dietro false ipocrisie.
Le ho volto molto bene e l’ho sempre rispettata (non le ho mai dato del tu, come si fa oggi). Ma l’ho amata in modo incondizionato nel lungo periodo della sua malattia e lei, nei pochi sprazzi di lucidità, mi ha fatto capire che ero stata e avrei continuato ad essere la nuora che desiderava. Ad un certo punto, mi ha eletto terza figlia (mio marito ha due sorelle) e da quel dì mi sono letteralmente sciolta. Avrei fatto qualsiasi cosa per lei.

Tuttavia ho parlato più di me come nuora ed è il momento di vedere in che cosa non dovrei seguire mia suocera come modello.
Come dicevo, lei era sempre piuttosto distaccata. Io sono, invece, una persona espansiva. Amo condividere con le persone care ciò che mi succede, gioie e dolori che siano.
C’è stato un periodo in cui il mio matrimonio non navigava in buone acque. Esclusa la possibilità di chiedere consiglio a mia madre -per non sentirmi dire il solito “Te l’avevo detto IO!” -, avevo cercato conforto in mia suocera. Ricordo che a stento mi lasciò parlare. Liquidò la faccenda con freddezza, dicendo semplicemente: “Sono affari vostri”. Ci rimasi molto male perché se è vero che la suocera perfetta non deve ficcare il naso negli affari che non la riguardano, credevo che si sentisse in dovere di dare un consiglio richiesto. Non intavolai mai più con lei discorsi troppo personali.

E ora veniamo a me.
Fin da quando i miei figli hanno portato a casa le varie morose, sono sempre stata gentile, affabile, affettuosa e accogliente. Qualche volta tutto ciò mi è costato un po’ di sforzo ma nella maggior parte dei casi il mio comportamento è stato del tutto spontaneo.

Ricordo che quando mio figlio maggiore lasciò la sua prima fidanzatina (sono stati assieme 20 mesi, dai sedici anni… lei era un po’ più piccola), sono stata io ad asciugarle le lacrime, io a dirle che lui si era comportato male e che lei meritava di meglio. Non ho pensato, allora, come si dovesse comportare una perfetta suocera. Sono stata semplicemente obiettiva.

Il mio primogenito ha ora 27 anni, di acqua ne è passata molta sotto i ponti (leggi: un sacco di morose e credo anche più di una alla volta) e da qualche mese è andato a convivere con la sua fidanzata. Non so se si sposeranno, ritengo siano abbastanza grandi (lei più di lui…) per decidere autonomamente. Certamente non sarò io a forzarli verso il matrimonio. Comunque, anche se in modo ufficioso, mi sento già suocera e quando parlo di lei la chiamo già “nuora”, anche per non dare tante spiegazioni.

In questi mesi ho cercato di tenere le debite distanze ma in certi casi non mi sono comportata come la suocera perfetta.

Ho pensato che non è tanto alta, lui è uno spilungone avrebbe potuto trovarsi una ragazza di 180 cm almeno e che E. (una ex morosa che mio figlio ha lasciato nel 2010) era meglio.

Ho detto che la casa è un po’ piccola e l’ho fatta piangere. Lei ne era perfettamente consapevole, non era necessario infierire. Mi ha consolato sua madre dicendomi che l’aveva fatta piangere anche lei per lo stesso motivo.

Ogni volta che vado a trovarli porto lo spezzatino, il ragù o due porzioni abbondanti di torta. Forse starà pensando che io sia convinta che non sappia stare ai fornelli.
Di una cosa devo darle merito: mio figlio era leggermente sovrappeso e in pochi mesi ha perso ben 6 chili. 🙂

Le ho consigliato la cura per una periartrite (vista la mia esperienza) e le ho dato il numero di cellulare del mio fisioterapista. Non credo che abbia fatto la cura e non mi risulta che abbia telefonato al fisioterapista. In compenso si lamenta sempre per i dolori alla spalla e io me ne sto zitta.

Mio figlio non mi telefona mai e io incolpo lei: potrebbe dirgli di chiamarmi ogni tanto, no? Mio marito è convinto che lei glielo dica ma tanto lui fa quello che gli pare.
Mio marito è decisamente il suocero perfetto.

Ma io imparerò mai ad essere una suocera modello?

[nell’immagine una scena del film “Un mostro di suocera” con Jane Fonda e Jennifer Lopez tratto da affaritaliani.it]

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27 luglio 2015

L’UOMO IN CASA: LA SPESA AL SUPERMERCATO

Posted in donne, famiglia, matrimonio, Uomini e donne tagged , , , , , a 2:16 pm di marisamoles

Questa è la quarta puntata de “L’uomo in casa”, tratta da un post vecchio che però rimane sempre attuale. Se la vostra dolce metà ama venire al supermercato con voi, spero sia un po’ meglio dell’esemplare preso in considerazione: mio marito.

Buona lettura!

L’uomo al supermercato.
A parte mio suocero, che non ha mai fatto la spesa né accompagnato sua moglie al supermercato, credo che oggigiorno quasi tutti gli uomini ogni tanto facciano la spesa o diano una mano alla propria compagna. In genere, l’uomo da supermercato è quello che spinge il carrello. Probabilmente le donne sono convinte che lo faccia per galanteria. In realtà il suo intento è un altro: dimostrare di essere lui padrone della situazione. Se solo provi, approfittando di un attimo di distrazione, a portarglielo via, t’insegue urlando e rivendicando il proprio diritto alla conduzione dello stesso. Talvolta l’operazione non riesce e l’uomo lo strappa letteralmente dalle mani alla sua compagna. Così succede che poi lui se ne vada per conto suo a girare fra gli scaffali mentre lei si carica di merce finché può e, arrancando, raggiunge il suo uomo – conduttore, scaraventando il carico nel carrello. Qualche volta capita che, essendo sparito il marito, si depositi la merce nel carrello altrui e te ne accorgi solo se lì ci trovi il cibo per gatti e tu il gatto non ce l’hai oppure una confezione di tampax di cui tu non hai più assolutamente bisogno.

Quando un uomo va a fare la spesa da solo è la fine: il 90% della merce acquistata è del tutto inutile e… fa ingrassare! Quando accompagna la moglie, scarica nel carrello quanto più dolci può: biscotti di ogni tipo, tavolette di cioccolata, merendine, barattoli di marmellata e di nutella … Con aria di trionfo poi ti guarda ed esclama: “sono per me, non per te; tu devi stare a dieta”.
Insomma, quando l’uomo accompagna la donna al supermercato sembra che sia in procinto di scoppiare la terza guerra mondiale. Peccato, però, che poi alla cassa, mentre lui è impegnato a stivare alla perfezione la merce nel carrello in previsione di riporla nei sacchetti che, regolarmente, dimentica in macchina, sia la donna a tirar fuori la carta di credito.

1 luglio 2015

LE DONNE

Posted in Dante, donne, libri, religione, società, Uomini e donne tagged , , , , , , , , , , a 9:10 pm di marisamoles

VIRGINIA-WOOLF-

Le donne hanno illuminato come fiaccole le opere di tutti i poeti dal principio dei tempi. […] I nomi si affollano alla mente, e non richiamano l’idea di donne mancanti “di personalità e di carattere”. Infatti, se la donna non avesse altra esistenza che nella letteratura maschile, la si immaginerebbe una persona di estrema importanza, molto varia; eroica e meschina, splendida e sordida; infinitamente bella ed estremamente odiosa, grande come l’uomo, e, pensano alcuni, anche più grande.
Ma questa è la donna nella letteratura. Nella realtà, come osserva il professor Trevelyan, veniva rinchiusa, picchiata e malmenata.

Ne emerge un essere un essere molto strano e composito. Immaginativamente, ha un’importanza enorme; praticamente, è del tutto insignificante. Pervade la poesia, da una copertina all’altra; è quasi assente dalla storia. Nella letteratura, domina la vita dei re e dei conquistatori; nella realtà, era la schiava di qualunque ragazzo i cui genitori le avessero messo a forza un anello al dito. Dalle sue labbra escono alcune tra le parole più ispirate, alcuni tra i pensieri più profondi della letteratura; nella vita reale non sapeva quasi leggere, scriveva a malapena, ed era proprietà del marito.

[da Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé, prima pubblicazione 24 ottobre 1929]

Ho letto il saggio di Virginia Woolf l’estate scorsa. Devo essere sincera: non l’ho gradito molto. Tuttavia, recentemente l’ho riscoperto. L’occasione mi è stata data da una domanda rivolta ad un’allieva durante l’orale dell’Esame di Stato (che domani finalmente si conclude).

Partendo da questa citazione (per la verità molto ridotta rispetto al passo riportato), ho chiesto alla candidata quale fosse, secondo lei, la donna più celebrata della letteratura italiana di tutti i tempi. Avevo in mente Dante e la sua Beatrice… e chi, sennò?

Lascio da parte l’esame e mi soffermo qui a riflettere sulle parole della scrittrice inglese, che non possiamo fare a meno di condividere. La pubblicazione del saggio risale al 1929, eppure queste considerazioni non sono così lontane da una certa realtà, distante da noi occidentali, eppure abbastanza vicina, considerando il fenomeno dell’immigrazione, specie quella che interessa le popolazioni provenienti dall’area islamica.

Recentemente Papa Francesco ha difeso la dignità della donna.
«Come cristiani,- ha detto in occasione dell’udienza generale in piazza San Pietro, lo scorso aprile – dobbiamo diventare più esigenti a tale riguardo. Per esempio: sostenere con decisione il diritto all’uguale retribuzione per uguale lavoro; perché si dà per scontato che le donne devono guadagnare meno degli uomini? No! Hanno gli stessi diritti. La disparità è un puro scandalo!»

Com’è nel suo stile, non “assolve” nemmeno i testi sacri.
«È una forma di maschilismo, – ha proseguito – che sempre vuole dominare la donna. Facciamo la brutta figura che ha fatto Adamo, quando Dio gli ha detto: ‘Ma perché hai mangiato il frutto?’, e lui: ‘Lei me l’ha dato’. E la colpa è della donna. Povera donna! Dobbiamo difendere le donne, eh!”.

Ma davvero è sempre colpa della donna?

4 giugno 2015

IL PESO DELLA BELLEZZA

Posted in donne, moda tagged , , , , , , , , a 2:53 pm di marisamoles

modella anoressica
L’Authority britannica sulla pubblicità (l’Advertising Standards Authority) ha bloccato la campagna di Saint Laurent apparsa sulla rivista «Elle», nell’edizione per il Regno Unito, poiché in copertina la modella appare «pericolosamente magra».

La foto incriminata è quella che ho postato sotto il titolo. La ragazza è sdraiata, vestita nero, con due gambe esilissime e lo scheletro che l’Authority ha definito dalla «gabbia toracica sporgente».

Nel Regno Unito è in atto una campagna per prevenire l’anoressia nel mondo della moda. In particolare nel 2013 è nato il movimento «Say no to Size Zero» (no alla modella di taglia zero) fondato dalla modella Katie Greeen dopo che, a suo dire, fu licenziata da Wonderbra per essersi rifiutata di perdere peso.

Anche in Italia sono molti gli stilisti che hanno eliminato le taglie XXS (38-40, per intenderci) ed è in atto un radicale cambiamento nei costumi anche per quanto riguarda le aspiranti Miss Italia che possono indossare la 46 per essere ammesse al concorso. Anche se dobbiamo considerare che tale taglia, se portata da ragazze alte anche più di 180 cm, non è poi così small.

tess-venere

C’è poi addirittura una controtendenza: al grido di “grasso è bello”, ecco spuntare le modelle cury. Molte di esse hanno un bellissimo corpo, perfettamente proporzionato, qualcuna è un po’ in sovrappeso ma nessuna è obesa. Se escludiamo Tess Holliday (foto in alto), alta 165 cm, che porta con disinvoltura una taglia 56 e con le sue misure (124-124-132) può consolare molte di noi. Perché in fondo la bellezza non ha peso.

E soprattutto la felicità non si misura in chili sulla bilancia pesapersone.

Ad ogni modo, c’è sempre la giusta via di mezzo. E’ il caso di Candice Huffin (foto sotto), 90 chili di grazia e fascino, nonostante qualche rotolino di grasso di troppo.

CANDICE-Modella

[Link delle fonti per foto e testi: LINK1 LINK2]

29 marzo 2015

RACHEL E LE SMAGLIATURE: QUANDO L’ESIBIZIONISMO SUL WEB SFIORA IL CATTIVO GUSTO

Posted in donne, figli, salute, web tagged , , , , , , , , , , a 3:22 pm di marisamoles

rachel
Non ho mai pensato che avere delle smagliature dovute alle gravidanza possa essere una cosa di cui vantarsi. Anzi, credo che bisognerebbe fare di tutto per evitarle, anche se poi, si sa, è questione di pelle. La mia è pelle buona, evidentemente. Ho messo al mondo due figli in 22 mesi e non ho una sola smagliatura. O forse se non avessi spalmato sulla mia bella pancia, diventata in pochi mesi un bel pancione, una crema specifica per prevenire le smagliature, a quest’ora non avrei nulla di cui vantarmi.

Fortuna, pelle e casualità a parte, se mi fossero venute le smagliature non ne avrei fatto un dramma. Non avrei, però, postato le mie foto in bikini su Facebook mettendo in bella evidenza non solo le fastidiose strie rosate ma anche la pancia flaccida.

La pensa diversamente Rachel Hollis, americana di 32 anni, che cura un blog di cucina ed è anche madre di tre bambini di 8, 6 e 2 anni. La sua foto delle vacanze in bikini postata su Facebook è diventata virale ed è stata visualizzata 10mila volte. Non solo, sono arrivati centinaia di messaggi di solidarietà.

Ora, posso anche capire la soddisfazione di dire: ho 32 anni, tre figli, le smagliature e sono orgogliosa di tutto ciò. Capisco anche la solidarietà femminile che ha portato a questo enorme successo una semisconosciuta (non so quanto sia noto il suo blog, quindi magari non è proprio una sconosciuta). Ma lodare il coraggio di postare una foto in cui sono evidenti i “danni” procurati dalle gravidanze a me sembra sfiori il cattivo gusto.

A parte questa mia personalissima opinione sull’esibizionismo via web– d’altronde Andy Warhol aveva detto “Ciascuno nel mondo sarà famoso per quindici minuti”, profetizzando le potenzialità di internet e dei social -, penso che a 32 anni, benché madre di tre figli, la signora Rachel avrebbe potuto prendersi maggior cura del corpo. Sono dell’idea, infatti, che ci si debba volere bene e anche perdere dieci minuti al giorno per prevenire i danni in certe situazioni, significhi prendersi cura di sé. Considerando anche il fatto che il tempo non può che peggiorare la situazione.

18 novembre 2014

MAMMA È MEGLIO

Posted in bambini, donne, famiglia, figli tagged , , , , , , , , a 2:05 pm di marisamoles

maternità katie berggrenIn risposta ad un vecchio post – ma sempre attuale tanto da essere tuttora commentato – invito i lettori a leggere questo interessante articolo di Monica Coviello per Vanity Fair.

L’argomento che affrontavo più di un anno fa era la maternità, o per meglio dire la condizione di childless – o childfree, definizione che mi piace meno – condivisa da molte donne che decidono di non mettere al mondo figli.

Non era mia intenzione dare un giudizio di merito sostenendo la maternità e criticando chi non vuole procreare. A giudicare dai commenti che ho ricevuto l’intento del post è stato frainteso. Allora avevo espresso la mia modesta opinione sul fatto che la parola childfree mi sembra triste perché lascia sottintendere che i figli siano visti come una sorta di schiavitù, una rete in cui non cadere in nome del diritto alla libertà.

Sulle mie parole si è molto “ricamato”, come si suol dire, mettendo in secondo piano la mia assoluta convinzione, ribadita più volte in quello e in altri contesti, che ad ognuno debba essere garantita la libertà di scegliere.

Ma in che modo, dunque, l’articolo della Coviello si ricollega a questo discorso? La giornalista di Vanity Fair si riferisce al libro «La maternità è un master» (edizioni Bur) in cui gli autori, Riccarda Zezza e Andrea Vitullo, sostengono che la maternità renda più forte la donna, l’aiuti nel problem solving quotidiano, trasferendo poi determinate abilità anche nel mondo del lavoro.

Riporto uno stralcio dell’articolo:

«La natura – dicono Riccarda Zezza e Andrea Vitullo – si preoccupa della preservazione della specie, quindi dota le madri di maggiori capacità e di istinto di sopravvivenza. C’è anche una chiara somiglianza tra la complessità che gestisce un genitore in famiglia, in termini di intensità delle relazioni, sviluppo dell’autorevolezza, desiderio di abilitazione degli altri, capacità di motivazione e di ascolto, e la realtà di un mondo lavorativo che richiede sempre maggiore empatia e capacità relazionale». La maternità sarebbe, in altre parole, una «scuola di management».

Nella gallery fotografica sono poi riportate le abilità che la maternità sviluppa e che possono tornare utili anche sul lavoro:

1. PRENDERE DECISIONI
2. ASCOLTARE CON ATTENZIONE
3. INTUIRE ED ESSERE CAPACI DI EMPATIA
4. GESTIRE LE CRISI
5. DARE PRIORITÀ
6. MOTIVARE
7. ANDARE AL SODO
8. DELEGARE
9. ESSERE CREATIVA
10. AVERE AMPI ORIZZONTI

Personalmente ammetto di non aver sviluppato tutte queste abilità, nonostante la nascita di due figli nell’arco di 22 mesi.
E voi che ne pensate?

[nell’immagine “Maternità” di Katie M. Berggren da questo sito]

14 novembre 2014

FECONDAZIONE ETEROLOGA: OVODONATRICI OPPURE OVOVENDITRICI?

Posted in bambini, donne, figli tagged , , , , , , , a 5:39 pm di marisamoles

fecondazione eterologa
Nonostante la fecondazione eterologa sia attualmente prevista dalla Legge italiana, mancano delle norme stabilite a livello centrale e le Regioni hanno la possibilità di orientarsi autonomamente. Questo per quanto riguarda, ad esempio, la gratuità o meno dell’intervento; infatti, il vuoto normativo porta alla discrezionalità e per questo crea delle discriminazioni nel caso in cui una coppia intenzionata a ricorrere alla fecondazione eterologa viva in una regione dove l’ASL chieda il pagamento di un ticket (orientativamente tra i 400 e i 600 euro, ma solo per coprire i costi degli esami necessari), come per qualsiasi prestazione sanitaria convenzionata.

Ma mentre la Regione Emilia-Romagna ha stabilito la gratuità dell’intervento, in Lombardia la fecondazione eterologa sarà possibile solo a pagamento: 4000 euro. Questi sono i due casi estremi, il che fa supporre che si assisterà al pendolarismo di coppie che, per risparmiare, si rivolgeranno ai centri in cui l’intervento è gratuito o quasi.

Al di là di quelli che sono i regolamenti regionali, la Legge in materia di fecondazione assistita eterologa stabilisce che ci debbano essere dei donatori di sperma e di ovociti. Pare, tuttavia, che in quanto ad ovociti, ci sia una carenza di donatrici.

Luigi Ripamonti, medico e responsabile di Corriere Salute, affronta questo problema sulle pagine del blog del Corriere.it “LA 27ESIMA ORA”. Un articolo interessante che invito a leggere interamente. Ne riporterò solo alcuni stralci.

Perché, dunque, in Italia non ci sono donatrici?

L’assenza di incentivi economici alla donazione (salvo aggirare l’ostacolo con «rimborsi» vari) e, secondo diversi osservatori, la mancanza di cultura della donazione di queste cellule (che richiede una stimolazione ovarica non del tutto priva di rischi).

Infatti, al contrario di quanto accade per la donazione di sperma che è possibile attraverso un’operazione naturale (a volte spiacevole, per alcuni uomini), le donatrici devono sottoporsi a delle terapie invasive.

A questo punto, Ripamonti pone degli interrogativi interessanti.

Per chi una donatrice dovrebbe sottoporsi a terapie invasive? La risposta più ovvia sarebbe per puro spirito di solidarietà, per offrire un personale contributo alla felicità di donne che non possono procreare.
Ma di quali donne stiamo parlando?

[…] donazione per chi? Per una donna di 35 anni in menopausa precoce? Per una devastata dall’endometriosi? Per una che ha avuto un tumore? Pare indiscutibile incoraggiare alla donazione in questi casi.

Promuovere la donazione gratuita per una donna che ha più di 45 anni e che, per libera e legittima scelta, ha deciso di ritardare il momento in cui avere figli?

Sono dei casi molto diversi. Nel primo, donare i propri ovuli sarebbe più che legittimo ma nel secondo?
Ripamonti ammette che per far felice una donna che, per puro capriccio, ha atteso troppo e i suoi ovuli sono ormai “scaduti”, potrebbe essere anche incoraggiata la “vendita” degli ovociti.

A questo punto sono io a porre un quesito: se fecondazione eterologa dev’essere, come si possono fare dei distinguo? Posto che sarei dell’idea di lasciare che a decidere sulla maternità sia la natura, mi chiedo perché mai, scarseggiando le donatrici, si dovrebbe regalare la felicità solo alle donne giovani malate. E’ come se fosse vietato dalla Legge far figli dopo i 45 anni …

Un’alternativa sarebbe quella di formare una lista d’attesa dando la precedenza alle donne più giovani e sterili per motivi non imputabili alla loro volontà. Ma non si può certo dire alle più mature, se vuoi un figlio ti devi comperare gli ovuli … cosa che comunque molte donne hanno fatto e continueranno a fare all’estero, nel caso di scarsa disponibilità da parte delle donatrici italiane.

Senza contare che Ripamonti prende in esame anche le conseguenze negative di un’eventuale “vendita” di ovociti:

[…] liberalizziamo la vendita degli ovociti? Oggi gli ovociti, domani un rene? Non è la stessa cosa, nel primo caso non ci sarebbe la perdita della possibilità di avere figli, nel secondo se «salta» il rene residuo c’è la dialisi. Però qualche timore di una deriva potrebbe esserci.

La terza via proposta da Ripamonti, per quanto concerne le donne che hanno intenzione di rimandare la maternità, è quella di mettere da parte gli ovuli per poterne disporre al momento ritenuto più adatto. Ma questa ipotesi si allontana dalla fecondazione eterologa, oggetto della mia riflessione.

Infine, mi sento di appoggiare la proposta che conclude l’articolo: insieme alla cultura della donazione si potrebbe cominciare a promuovere anche una cultura dell’accettazione.
Ecco, questo è il punto.

La maternità non è un diritto acquisito alla nascita. Se poi si ricorre alla fecondazione assistita perché è “scaduto il tempo”, trovo che sia un discorso egoistico che non mette in primo piano il bene del nascituro ma risponde ad un desiderio, quasi un capriccio, che poteva comunque essere esaudito nei tempi giusti.
Anche sull’eventuale conservazione di ovuli propri, avrei delle riserve, per lo stesso motivo. Se poi affrontiamo nello specifico il problema della fecondazione eterologa, ritengo che un’eventuale vendita di ovuli potrebbe dar luogo ad un mercato scandaloso dettato perlopiù dalla crisi attuale, soprattutto per ciò che riguarda la disoccupazione femminile.

La donazione deve rimanere tale, un gesto di solidarietà per venire incontro alle difficoltà altrui.

[immagine da questo sito]

AGGIORNAMENTO DEL POST, 15 NOVEMBRE 2014

E’ di oggi la notizia, riportata dal Corriere.it, che la Regione Lombardia è stata denunciata per aver imposto il pagamento della fecondazione eterologa.

Il ricorso è stato depositato ieri mattina al Tar di Milano. L’ha presentato la squadra di legali che – insieme all’associazione Sos Infertilità – ha già vinto davanti alla Corte costituzionale le due cause che hanno fatto cambiare radicalmente la legge 40 del 2004 sulla procreazione assistita.

L’associazione Sos infertilità ha giustificato la presa di posizione in quanto impedire a una coppia affetta da sterilità o infertilità la possibilità di diventare genitori vuol dire ledere il loro diritto alla salute, sancito dall’articolo 32 della Costituzione (che riguarda anche la salute psichica oltre che fisica). Secondo la Consulta, nel garantire questo diritto non ci possono essere discriminazioni economiche.

Da parte sua, la Regione Lombardia ha motivato la scelta di far pagare la fecondazione eterologa in quanto le cure non sono comprese nell’elenco nazionale dei trattamenti da coprire con la sanità pubblica. Ma l’intento è principalmente politico: «difendere la famiglia tradizionale».

A questo punto, mi chiedo cosa c’entri il diritto alla salute con una gravidanza cercata attraverso la fecondazione assistita. Forse una donna che non può procreare è malata?

11 novembre 2014

SPOT GAY FRIENDLY DI UNA NOTA MARCA DI TELEFONIA: VE NE ERAVATE ACCORTI?

Posted in amore, bambini, donne, famiglia, figli, pubblicità tagged , , , , , , , a 6:04 pm di marisamoles

Dopo lo spot della famosa ditta di surgelati in cui una madre ammicca al figlio che le rivela la sua omosessualità, il nuovo spot di una nota azienda telefonica propone, con la complicità del testimonial Fabio Volo, un altro bel quadretto familiare: due mamme gay. Almeno questo è ciò che si dice in giro per il web.

Confesso che, pur avendo visto più volte lo spot in questione, non mi ero accorta che si trattasse di uno spot gay friendly.
Fra le altre immagini che scorrono velocemente sullo schermo – d’altronde si tratta di pochi secondi – si vede una giovane donna agitata, presumibilmente in una sala d’aspetto d’ospedale, e un’altra, ben più matura, secondo me, che ha appena partorito e stringe fra le braccia il suo bimbo. La giovane raggiunge la puerpera e la bacia sulla fronte. Tutto qui.

Ora, è vero che uno spot pubblicitario non viene quasi mai osservato con attenzione. Personalmente, se sto guardando un programma alla tv, approfitto delle pause pubblicitarie per fare tutt’altro. Lo spot l’ho visto più che guardato ma questo tenero frammento di vita non l’avevo correttamente interpretato. Mi era parso piuttosto che la giovane donna aspettasse con ansia l’arrivo di un fratellino o di una sorellina. Mai avrei pensato che si trattasse di “due mamme“.

Due cose mi disturbano in questo spot. La prima è che la mamma, cioè quella che ha partorito, è a mio parere un po’ troppo in età e chi mi segue sa come la pensi sulle maternità tardive.
La seconda è che abbiamo tanto lottato, noi donne, per far entrare i mariti o i compagni in sala parto, e vogliamo lasciare fuori proprio una donna? Che sia lesbica poco importa, magari il prossimo figlio lo potrebbe mettere al mondo lei …

Pensandoci bene, c’è una terza cosa che mi disturba assai: la presenza di Fabio Volo. Ma questa è un’altra storia.

22 settembre 2014

L’UOMO IN CASA: LE PULIZIE

Posted in donne, famiglia, Uomini e donne tagged , , , , , , , a 5:56 pm di marisamoles

lavori domestici Mi ero ripromessa, ai primi di giugno, di ripubblicare a puntate un post che era piaciuto molto e che aveva come argomento “gli uomini in casa”. Naturalmente me ne sono dimenticata, almeno fino ad oggi. Perché? Perché oggi ho iniziato a pulire la casa alle 7 e ho terminato alle 14, essendomi messa in testa di lavare le tende della camera da letto. Il problema non è lavare le tende. Mio marito, contrariato per aver dovuto preparare il pranzo e mettersi a tavola senza di me, come tutti gli uomini crede che lavare le tende significhi: tirarle giù, metterle in lavatrice e rimetterle su. Il procedimento in effetti è corretto. Le tende a pacchetto hanno il vantaggio di non dover essere stirate perché, se messe su bagnate, con il peso metallico alla base si stirano da sole. Le donne, però, sanno bene che non si lavano le tende senza pulire gli infissi (non solo i vetri!). Dato che tirandole giù si alza un bel polverone (almeno qui di polvere ce n’è a chili, pare impossibile ma appena finito di spolverare, è già di nuovo depositata sui mobili), si deve spolverare tutto e visto che ci siamo, spostiamo comò e comodini, diamo una bella pulita dietro … e come si fa a passare uno straccio e basta? Almeno una volta all’anno (le tende le lavo solo a fine estate, tranne le tendine dei bagni e della cucina che lavo ogni sei mesi) si dovrà pure lavare con acqua e detergente. E il lampadario? Visto che ci siamo e abbiamo la scala bell’e pronta, puliamo pure quello. E la porta? Massì, l’acqua (al terzo cambio!) è ancora pulita, laviamo per bene anche la porta. Insomma, quando mio marito è rientrato e mi ha trovata ancora in alto mare (più che altro in alto … sulla scala), mi ha guardata con l’aria di chi si sta chiedendo come mai per lavare le tende (che poi è la lavatrice a farlo!) si deve impiegare così tanto tempo. Che volete che vi dica? Uomini. Buona lettura! L’uomo e le pulizie.

Diciamolo subito: per l’uomo la casa è sempre pulita. La polvere non la vede o, se la vede, è convinto che, come per il fornello che non necessita di pulizia dato che si deve cucinare ogni giorno e lo si sporca di nuovo 😦 , anche togliendola si depositerà subito quindi è inutile spolverare. Il pavimento è sempre pulito anche se in controluce si vede benissimo che c’è un dito di polvere, specie sotto il tavolo del soggiorno dove non si passa mai, e i “gatti” si rincorrono allegramente per tutta la casa, in particolar modo d’inverno quando si usano piumini e coperte. Se sfortunatamente i pavimenti sono coperti da tappeti, non solo l’uomo non nota i pelucchi che si sono formati sul tessuto, come fosse una specie di autoproduzione, tipo le foglie che crescono dalle piante, ma ritiene che sotto il tappeto non ci sia proprio nulla da pulire perché è il tappeto stesso che protegge il pavimento dal sozzume prodotto in superficie. Un luogo in cui nessun uomo entra per pulire, nemmeno mio padre che pure è diligente e segue le istruzioni di mia mamma, è il bagno. Avete presente quella vecchia pubblicità della colf che arriva in casa dei nuovi datori di lavoro armata di tavoletta profumata per il water dicendo: “Io arrivo presto, vado via presto e il water non lo lavo mai?”. Ecco: gli uomini devono aver ispirato gli autori di quello spot. E che dire del lavandino? Specie quando qualcuno sbadato preme malamente il tubetto del dentifricio, che va dappertutto meno che sullo spazzolino, o quando qualcuno si fa la barba e pulisce la testina del rasoio elettrico sbattocchiandola sul bordo o, cosa ancor peggiore, usa il rasoio tradizionale e sbattocchia il pennello con il sapone, sempre sul bordo, per eliminare quello in eccesso? Il lavandino tristemente deturpato da avanzi di ogni genere non necessita di essere lavato. Il discorso è sempre quello del fornello, purtroppo. E il pavimento del bagno? Chissà perché quando è un uomo a lavarsi le mani, lo si capisce subito dalla scia di gocce che lascia nel breve, brevissimo spazio che intercorre tra il lavandino e l’asciugamano. Non parliamo poi del bidet … E quando un uomo fa pipì, non ho mai capito il motivo per cui debba appoggiare una mano sulle piastrelle di fronte a lui, lasciando le impronte che solo noi donne vediamo. Ciò vale pure per le manate che lasciano sui vetri delle porte e delle finestre, essendo agli uomini sconosciuto l’uso delle maniglie. Insomma, tutto quello che un uomo sporca secondo lui non è necessario pulire. Quando un uomo vede una donna con lo straccio in mano, non sa dir altro che: “Ma sei proprio maniaca!”. Certo, se loro non sporcassero, noi non saremmo così maniache.

10 settembre 2014

IO NON CAPISCO LA RAGAZZA DELLO SPOT TRIVAGO

Posted in donne, pubblicità, Uomini e donne, vacanze, viaggi tagged , , , , , , a 5:30 pm di marisamoles

Ricordate la ragazza punk, che chiamerò Nina, e il bel tipo, barbuto, con i capelli lunghi, che chiamerò Jack, della vecchia pubblicità Trivago? Tipi decisamente diversi. In comune avevano, allora, solo l’albergo. Ma lei è più furba: sceglie la tariffa minore per avere gli stessi servizi di lui. Ganza la ragazza.

Lei e lui, nello stesso hotel, s’incontrano in piscina, nasce la complicità, lo sguardo è ammiccante … La sera si ritrovano, lui tirato a lucido, con i capelli raccolti, in un abito nero elegante, bello da far paura … lei, vestita molto easy, con i capelli sparati, mastica un chewing gum e fa pure la bolla. Entrano in ascensore e … non ci vuole una fervida fantasia per immaginare il seguito.

Due anni dopo, ritroviamo Jack e Nina a Berlino. Un viaggio romantico assieme, ancora una volta nello stesso albergo. Belli come il sole, simpatici, complici fino quasi a scambiarsi lo spazzolino da denti. Lei è meno punk, lui è più easy, senza rinunciare alla classe che l’aveva contraddistinto nel precedente spot. In una scena porta la sua amata in braccio fino alla porta della camera. Bello, galante e …. ricco, se due anni prima poteva spendere decisamente di più per dimorare nello stesso hotel di Nina.

Una voce fuori campo, al termine dello spot, dice: “Quando prenoto voglio farlo al minor prezzo. Forse chiedo troppo?”

Ma, allora, bella mia, non hai capito nulla della vita! Che caspita t’importa del minor prezzo quando lui poteva permettersi di pagare molto più di te? Hai trovato un uomo bello, galante, romantico e ricco … fatti furba e cogli al balzo l’occasione per non badare a spese!

Chiedi troppo? No, troppo poco.

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