De … siderare

Bello, soprattutto la parte in cui Monique riflette sull’etimologia della parola “desiderio”. E poi, come si fa a non apprezzare una così appassionata riflessione sul sommo Vate Dante?

LE LUNE DI SIBILLA

  Ho assistito ad uno spettacolo molto coinvolgente ispirato alla Divina Commedia, ripercorsa in sei canti come fossero le tappe di un viaggio: “Vergine Madre” di Lucilla Giagnoni.

 Vi rimando al link del suo sito, dove avrete la possibilità di visionare l’intero spettacolo: Vergine Madre, guardatelo, perchè merita davvero e le buone emozioni fanno bene al cuore!

 Dante si riconferma sommo poeta e la sua Divina Commedia un testo ineguagliabile e sempre attuale!

Sì, perchè questo viaggio ci riguarda, è il nostro percorso, è il cammino che dobbiamo percorrere per giungere alla nostra piena realizzazione. Tutto prende inizio dal desiderio, che è nostalgia dell’infinito, dell’assoluto come suggerisce la stessa etimologia della parola, è tensione verso una completezza che era in origine e ora richiede di essere conquistata. E prima di elevarsi alla sommità bisogna scendere fino agli inferi, per affinare la nostra consapevolezza, abbandonare ciò che è di intralcio…

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ULISSE: DALLE PAROLE AI FATTI

L'Odissea di marmo, Sperlonga (Latina)

Il mio primo approccio con Ulisse risale all’età di otto o nove anni quando, vista l’alta valenza culturale dell’evento televisivo, i miei genitori mi permisero di guardare la “riduzione” dell’Odissea di Omero, come diremmo noi oggi la fiction. I miei ricordi sono alquanto vaghi; ricordo, però, che l’orrendo mostro Polifemo non reggeva il confronto con l’orripilante visione del poeta Ungaretti che, con tanto di “esse” sibilante dovuta ad una protesi dentaria non perfettamente calzante, introduceva ciascuna puntata, riassumendo il contenuto di quella precedente. Spero che da lassù il grande poeta non me ne voglia, ma allora non potevo comprendere la sua grandezza di vate e mi limitavo a considerare la sua bruttezza di uomo.

Ho incontrato per la seconda volta Ulisse nel corso dei miei studi liceali: al liceo, infatti, il programma prevede la lettura antologica di alcuni poemi epici, tra cui, ovviamente, l’Odissea. Ora, da insegnante, cerco di trasmettere la passione che fin da subito mi ha colto nel leggere le avventure di Ulisse. L’entusiasmo con cui i fanciulli si accostano a tale lettura spesso è demolito dalle introduzioni delle edizioni scolastiche: in esse, infatti, il ritratto dell’eroe non è quello già fissato nell’immaginario collettivo –uomo astuto, instancabile viaggiatore, coraggioso e pronto a difendere la sua corona e la sua famiglia- o meglio, corrisponde a quello ma viene raffigurato attraverso definizioni come polytes (“colui che ha molto tollerato”), polytropos (“multiforme”) e polyméchanos (“capace di escogitare molte vie d’uscita”). Di fronte a tali spaventose (per gli alunni, naturalmente) definizioni, crolla un mito: credevamo che non fosse così tremendo, dicono, pensavamo fosse solo astuto e abile con l’arco. Quando poi si spiega loro che, al contrario di Ulisse, gli eroi dell’Iliade sono monotropi, si chiedono quale grave malattia si fosse mai diffusa in campo greco e per opera di quali dei. Ovviamente, di fronte a tale sconcerto, l’insegnante si affretta a spiegare che il termine sta ad indicare l’“unidirezionalità” dei vari Achille, Ettore, Patroclo ecc., cioè la tendenza verso un unico ideale eroico che è quello di difendere il proprio onore, vincendo la guerra.
A questo punto, placati gli animi, si passa a delineare le caratteristiche di Ulisse con termini più semplici e l’eroe torna ad assumere i contorni già fissati nell’immaginario collettivo: un uomo astuto che riesce, con molti mezzi e un po’ d’aiuto da parte degli dei a lui favorevoli, a togliersi dai guai, che dopo dieci anni di guerra e altrettanti di viaggio riesce a tornare, nonostante i continui naufragi e lutti funesti, ad Itaca e a rientrare in possesso del suo palazzo, di sua moglie, del suo trono.

Una delle cose che suscita più ilarità negli studenti è il nome dei Proci: sembra, infatti, proprio l’anagramma di “porci”, ciò che in realtà erano ma che sui libri non è espressamente detto. Un’altra cosa che mi chiedono è come mai Ulisse fosse così “sfigato” (il termine usato, per pudore, è un altro ma questo rende meglio l’idea): un naufragio qua, uno là, sempre in posti pieni di insidie, pericoli, imprevisti. Quando, poi, si spiega che in età medievale il suo ruolo è stato rivisto rivalutandone i connotati di “eroe della conoscenza” (vedi Dante), gli allievi obiettano che dovrebbe essere ribattezzato l’ “eroe dell’ignoranza”: ovunque capiti, non sa mai dov’è! Persino quando i Feaci, buoni samaritani ante litteram, lo fanno approdare sull’isola d’Itaca, non si rende conto di trovarsi finalmente in patria e pensa che l’abbiano imbrogliato. Se non si lascia andare ad improperi è perché Atena si affretta a presentarglisi di fronte per aprirgli gli occhi e attenuare un po’ l’arrabbiatura (cfr.Odissea, XIII vv. 188-252).
Un po’ ingenuo, in verità, il tono del risveglio sulla spiaggia, più determinato quello con cui scaglia la doverosa maledizione nei confronti dei Feaci:

Povero me! Nella terra di quali mortali mi trovo?
Forse prepotenti e selvaggi e non giusti,
oppure ospitali e che temono nella mente gli dei?
[ … ]
Ahimè, non erano saggi e giusti
del tutto i capi e i consiglieri dei Feaci
che mi portarono in una terra diversa: promettevano
di guidarmi ad Itaca chiara nel sole, ma non l’hanno fatto.
Che li ripaghi Zeus protettore dei supplici, che guarda
anche gli altri uomini e castiga chi sbaglia.
(Odissea, XIII, vv. 200-202 e 209-214)

Come dargli torto, vista l’esperienza passata in fatto di ospitalità, specie nell’isola dei Ciclopi. Ma la figura dello scemo gliela fa fare Atena che, dopo avergli resa irriconoscibile la propria patria, indossate le mentite spoglie di un pastore, gli si presenta di fronte e, in seguito alla richiesta di chiarimenti fatta da Ulisse, con sufficienza gli dice:

Sei sciocco o vieni da molto lontano, o straniero
che di questa terra domandi. Non è poi
così ignota: la conoscono tantissimi uomini,
sia quanti abitano verso l’aurora e il sole,
sia quanti abitano dietro, verso il fosco crepuscolo
. (XII, vv. 237-241)

Rieccolo, quindi, nella sua terra, approdato su la sua petrosa Itaca, come recita Foscolo (cfr. il sonetto A Zacinto, v.11), eroe bello di fama e di sventura (cfr. Ibidem, v. 10), finalmente ritornato in patria dopo il diverso esiglio (cfr. Ibidem, v.9) voluto dal Fato. L’immagine è ancora una volta quella dell’eroe bello, reso ancor più affascinante da quella sventura che deriva dalla lotta con un destino avverso, contro il quale, essendo pur sempre un uomo, vincere è molto difficile. La vittoria alla fine arriva, ma dopo quali sacrifici, quali sofferenze, quali rinunce? Il viaggio, lo sappiamo, è una metafora: quella di un percorso pieno di ostacoli che alla fine conduce alla “conoscenza”, ad una maggior consapevolezza dei limiti umani ma anche delle risorse di cui i mortali possono disporre. Chi non ricorda la celebre terzina dantesca, in cui Ulisse rivolto ai compagni, che chiama affettuosamente frati, cioè fratelli, dice:

Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e conoscenza
(Inferno, XXVI, vv.118-120)

Peccato che il nostro buon Dante collochi l’eroe omerico all’inferno e per di più in una delle bolge più basse, l’ottava, in cui giacciono i consiglieri fraudolenti. L’attenzione del vate è attratta da una fiamma biforcuta (i peccatori, infatti, sono avvolti ciascuno in una fiamma che li nasconde alla vista) e tale anomalia si spiega con la volontà di accomunare nella medesima pena le due “menti diaboliche”, è il caso di dirlo, che avevano concepito l’inganno del cavallo ligneo: Ulisse e Diomede.
Nonostante la condanna alla dannazione eterna, si legge nei versi, da parte del poeta, una certa simpatia e ammirazione per Ulisse, che non possiamo non condividere; non riusciamo a detestarlo nemmeno quando gli fa ammettere di essersi dimostrato insensibile nei confronti degli affetti familiari:

né dolcezza di figlio, né la pietà
del vecchio padre, né il debito amore
lo qual dovea Penelope far lieta,
vincer potero dentro a me l’ardore
ch’io ebbi a divenir del mondo esperto
(Op. cit. vv.94-99)

Dante non poteva aver letto direttamente i poemi omerici, la sua conoscenza dell’Odissea era incerta e frammentaria (proprio come quella dei miei studenti, che pur non sono uomini del medioevo); una delle fonti cui attinge è l’Eneide di Virgilio, in cui si parla di Troia e del cavallo (cfr. II, vv.44 sgg.) ma non si accenna alla felice conclusione del viaggio di Ulisse. La sua fervida immaginazione porta Dante a considerare Odisseo uomo del suo tempo, assetato di nuove esperienze che, non appagato dal considerevole numero di ostacoli già superati fra mille difficoltà, tenta ancora un’ultima avventura, nonostante lui e i suoi compagni fossero già vecchi e tardi (cfr. ibidem, v.106).

Forte delle sue capacità oratorie (ricordate il polytropos del proemio?), Ulisse convince i fedeli amici a seguirlo nel più audace dei suoi viaggi: quello che conduce attraverso le “Colonne d’Ercole”, cioè lo Stretto di Gibilterra, al di là del quale gli antichi credevano finisse il mondo. E’ un viaggio inutile, un salto nel vuoto: un turbine sorto all’improvviso inghiotte letteralmente la nave dei folli, come altrui piacque (cfr. ibidem, v.141).
È evidente che la figura di Ulisse nella Commedia dantesca acquisti un significato simbolico: quello dell’insufficienza umana, non assistita dalla Grazia divina. Il fallimento di Ulisse è comune a quello di tutti gli eroi antichi che si affidavano alle sole forze umane e all’aiuto da parte degli dei pagani cui Dante, cristianissimo, non può riconoscere alcuna autorità. Anzi, arriva addirittura a supporre che fin dai tempi più antichi, prima ancora che qualcuno ne percepisse l’esistenza, il Dio cristiano fosse già in agguato, pronto a punire i pagani più audaci.

Non è che Dante condanni indiscriminatamente tutti i “senza Dio”, li divide in buoni e cattivi: i primi stanno nel Limbo, alle porte dell’Inferno, perché in vita non erano colpevoli di essere pagani e non avevano fatto nulla di male (Virgilio stesso, la sua guida nell’Inferno e nel Purgatorio, è un pagano elevato a simbolo della ragione umana); condanna i secondi alle pene più severe senza la minima indulgenza, anzi attribuendosi l’arbitrio di condannare senza possibilità d’appello, senza considerare né le “attenuanti” né le circostanze.
Pur provando simpatia per Ulisse, il sommo poeta lo relega, è il caso di dirlo, tra le fiamme dell’Inferno; nulla da obiettare su questo, è evidente che aveva le sue colpe, con lo stratagemma del cavallo aveva decretato la fine di una città come Troia, e non era cosa da poco. Tuttavia, io mi permetto di dissentire sull’ubicazione: perché mai collocarlo tra i “consiglieri fraudolenti”, come se questa fosse la sua peggior colpa? È vero che, nei confronti dei Troiani si è comportato da vero fetente, ma io credo che ci sia, nell’Inferno dantesco, un sito a lui più consono: il secondo cerchio, quello dei “lussuriosi”. Perché mai? Perché nonostante lo si faccia passare da secoli per l’eroe astuto, eloquente, coraggioso, secondo me la dote, o vizio, principale di Ulisse è quella di essere un vero e proprio play-boy che, in fondo, dev’essere comunque astuto, eloquente e coraggioso!
Avrà contribuito alla distruzione di Troia, avrà superato infiniti ostacoli con l’astuzia e ottenuto l’aiuto necessario con l’eloquenza, avrà coraggiosamente sterminato i rivali, ma, diciamolo chiaramente, fra un naufragio e l’altro, si è pure divertito con le donne. In altre parole, è passato dalle parole ai fatti, e che fatti!

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BENIGNI LEGGE DANTE, E NOI?

dante

Negli ultimi anni il celebre attore – regista – comico, con il suo stile da giullare medievale, perfettamente calato nel ruolo a lui più confacente, si è dedicato anima e corpo alle Lecturae Dantis. I suoi spettacoli, sia dal vivo sia televisivi, hanno spopolato. Si è scatenata una sorta di Dantemania, e dire che la Commedia (l’epiteto Divina è stato affibbiato all’opera dantesca solo nel Cinquecento) non è stata e non è certo una delle letture preferite dagli Italiani, specie se considerata alla stregua di materia di studio al liceo. Eh sì , perché quando la si deve studiare, tutta questa bellezza nell’opera sublime del Vate Dante proprio non si riesce a coglierla!

Ricordo che al liceo rimanevo estasiata di fronte alla lettura e al commento che ne faceva il mio professore. Una delle poche, aggiungerei, perché gli altri facevano un po’ i fatti loro. Però qualche cultore del divino poema già allora c’era tra i banchi: un compagno, infatti, aveva riscritto alcune parti della Commedia, credo il solo Inferno, calandoci tutti nelle vesti di dannati. Una rielaborazione davvero originale che, con il senno di poi, mi pento di non aver saputo apprezzare. Sono pentita anche di non aver avuto la costanza di stare a sentire quell’emulo del sommo Vate mentre declamava il Dante a modo suo. Non avevo nemmeno saputo cogliere, allora, l’indiscutibile talento artistico di quel compagno che stava inseguendo un sogno che è riuscito a concretizzare: ora fa l’attore.

Ma veniamo a Benigni. Da oggi l’Espresso e Repubblica ripropongono i DVD con le letture benigniane, risalenti agli spettacoli che il comico toscano ha tenuto nelle piazze italiane dal novembre 2006 al settembre 2007. Ci scommetto che sarà un successo. Che ci sarà mai di male? In effetti, nulla. Benigni non è il primo a commentare Dante in pubblico.

Se escludiamo i commenti scritti e, quindi, destinati ad un pubblico ristretto, visto che i manoscritti erano costosissimi e la maggior parte della gente era analfabeta, il primo lettore di Dante fu Boccaccio, grande estimatore del Vate: commentò Dante in pubblico, ma si fermò al XVII canto dell’Inferno perché accusato di sprecare energie per il pubblico indegno e incapace di cogliere la complessità del messaggio dantesco. Effettivamente, anche se l’età comunale è più democratica rispetto a quella feudale, secondo gli intellettuali la cultura doveva essere comunque indirizzata ad un pubblico aristocratico, che non conosceva più il latino ma che possedeva una cultura non strettamente popolare. Boccaccio si pentì dell’opera di divulgazione del poema, soprattutto per non dispiacere a Petrarca, altro poeta per cui provava una sconfinata ammirazione, ma successivamente si pentì di essersi pentito e restituì all’opera dantesca il prestigio che meritava.

Ma la Commedia era conosciuta e divulgata, almeno l’Inferno, quando Dante era ancor vivo. Il Sacchetti, nelle sue Trecentonovelle, racconta infatti che, mentre passeggiava a Firenze, il poeta sentì un fabbro che recitava i suoi versi “smozzicando e appiccando“, cioè citandoli in modo non fedele, togliendo delle parole o aggiungendone altre a suo piacimento. Allora preso dall’ira — peccato da cui non si ritenne immune, accanto a quello della gola e della superbia — il Dante di Sacchetti si avventò sugli strumenti del fabbro e li buttò all’aria. Alle proteste dell’artigiano, Dante rispose: Se tu non vuogli che io guasti le cose tue, non guastare le mie. Il fabbro, che non comprese il senso, chiese: O che vi guast’io?, al che il poeta replicò:Tu canti il libro e non lo di’ com’io lo feci; io non ho altr’arte, e tu me la guasti.”. L’uomo, non sapendo come ribattere, tornò al suo lavoro; e se volle cantare di Tristano e di Lancelotto e lasciò stare il Dante.

Analogo è il trattamento, in un’altra novella sacchettiana di argomento dantesco, che il Dante personag­gio riserva a un asinaio il quale recita i versi inframmezzandoli con un “arri“, cioè col grido usato per stimolare l’asino a camminare. Nel testo si legge che il poeta, sdegnato, apostrofò l’asinaio in tal modo: Cotesto arri non vi mis’io. E mentre probabilmente ci aspetteremmo che l’Alighieri lo malmenasse, preferì, invece, maltrattarlo a parole e gli disse: Io non ti darei una delle mie per cento delle tue. Ciò dimostra come Dante fosse pungente, non solo nelle invettive, specie contro la “sua” Firenze, contenute nel poema, ma anche nella vita di tutti i giorni.
Del resto, altri aneddoti testimoniano il suo spirito. Si narra, infatti, che nel 1311 il poeta si recò a Porciano per convincere i Conti Guidi, che da sempre osteggiavano i guelfi Fiorentini,  ad appoggiare l’appena incoronato Imperatore Arrigo VII e convincerlo a schierarsi apertamente dalla parte ghibellina. Le cose non andarono a buon fine, i Conti Guidi non mantennero le promesse di fedeltà fatte all’Imperatore e il poeta immortalò il suo disprezzo per i traditori nel XIV canto del Purgatorio. Questo causò la vendetta dei Guidi che imprigionarono l’Alighieri proprio in una delle stanze di Porciano. Il poeta, tuttavia, riuscì a liberarsi dalla prigionia e, mentre scappava dal castello, incrociò un messo inviato dai fiorentini per condurre prigioniero Dante Alighieri a Firenze. Il messo, non conoscendolo, gli chiese se al castello di Porciano ci fosse un certo Dante. Al che, il poeta serafico rispose: Quando io v’era, ei v’era!

Insomma, uno spirito che ben si sposa, se vogliamo, con quello di Benigni. Ma la lettura che il comico fa della Commedia si può paragonare ai versi declamati dal fabbro e dall’asinaio: sono sicura che a Dante non piacerebbe. Un merito, però, glielo concedo: l’aver accostato il grande pubblico ad un’opera che altrimenti nessuno leggerebbe. Quella di Benigni, tuttavia, è assai riduttiva: riguarda solo alcuni canti dell’Inferno e uno solo del Paradiso, il XXXIII, che conclude l’opera. Anche nella scelta dei canti si ravvisa un unico scopo: rendere partecipi gli spettatori di quelli che sono i fatti più vicini al gossip dell’epoca. Passano i secoli ma i gusti del pubblico sono rimasti immutati. Meglio trascorrere un po’ di tempo in allegria, lontani dalle letture impegnative e noiose. Sentir parlare di Paolo e Francesca, ovvero di due amanti, è interessante e leggero quanto poteva esserlo per i contemporanei di Dante che così venivano messi al corrente dei fatti “piccanti” che succedevano nelle corti. Un po’ come leggere ai nostri giorni riviste come DiPiù o Chi .
Ma Dante era consapevole del successo che i suoi versi riscuotevano? Certo, e le novelle del Sacchetti lo testimoniano. Tuttavia, se facciamo una distinzione tra il pubblico ideale – quello che ogni autore ha in mente mentre scrive – e quello reale, le differenze ci sono, eccome.
All’inizio del II canto del Paradiso, infatti, l’autore avverte: “ Voi che, desiderosi d’ascoltare, con la vostra piccola barca avete seguito la mia nave (legno) che varca il mare con il suo verso, tornate alle vostre spiagge e non avanzate in mare aperto perché se perderete di vista la mia guida, vi smarrirete. Io sto percorrendo un mare sconosciuto.”. Insomma, l’argomento si fa difficile, dal gossip passa al “pan de gli angeli”. Sono pochi, dunque, i lettori in grado di seguire la scia della sua nave; sono quei lettori che “si nutrono del pan de li angeli”, cioè la sapienza divina che gli uomini non sono in grado di vedere perché fatti di anima e corpo. La sapienza divina si apprende attraverso lo studio delle scienze sacre, cioè la teologia; chi si è dedicato allo studio della teologia e si è nutrito del “pan de li angeli” non si sazia mai. (cfr. Paradiso, II, vv. 1 – 18).

Ecco spiegato il motivo per cui Benigni quasi esclusivamente si dedica al commento dell’Inferno. Il Pan de gli angeli non è quello che sta sulla mensa di tutti, non è nemmeno il panettone che si mangia a Natale. Allora concediamogli pure di leggere Dante a modo suo, se questa scelta collima con le richieste del pubblico. Ma per favore, non esaltiamolo più di tanto: non un “Benigni da Nobel”, come ho letto in una pagina web, piuttosto quel “fenomeno da baraccone, che ha stravolto Dante invece di interpretarlo”, come ha detto il regista Zeffirelli in un’intervista pubblicata sul Corriere (15 febbraio 2008). E l’ha stravolto sì, visto che attualizza il messaggio dantesco escogitando pene riservate ai vip del nostro tempo, in particolare i vari ministri, possibilmente di questo governo. Nell’intervista comparsa la scorsa settimana sull’Espresso Benigni dice che all’Inferno ci metterebbe non poche persone. Sicuramente gli ‘intercettati’ e i ‘corrotti’, gli ‘ignavi’ e i ‘bigotti’ e anche Silvio Berlusconi per il quale, dice, andrebbe creato un “girone ad personam“. Difficile scegliere, infatti, per il premier il luogo più adatto: il comico toscano potrebbe “fargli fare il giro di tutti i gironi: dei lussuriosi, dei barattieri, dei simoniaci, dei bugiardoni, dei bischeroni. Sta bene dappertutto. un protagonista”. Beh, un tantino d’invidia, però, tra le righe si legge. Un po’ come Dante che godeva nel calare nei luoghi più ignobili dell’imbuto infernale tutti quelli che non gli garbavano e che, in vita, se l’erano presa con lui o erano appartenuti alla fazione opposta.

Infine, sulla scia di Dante, faccio anch’io un appello ai miei lettori: se volete acquistare i DVD (che poi vengono a costare anche un bel po’ di soldi!), fatelo pure. Ma io vi consiglio di prendervi una buona edizione della Commedia – quelle scolastiche sono fatte benissimo, chiedetelo ai vostri figli – e leggere un canto al giorno, così senza impegno, magari alla sera prima di addormentarvi … sperando che qualche mostro infernale non venga a farvi visita la notte nei vostri sogni. Credetemi: vedere Benigni che salta, urla, si rotola per terra declamando i versi del sommo poeta può nuocere maggiormente ad un buon sonno.