12 marzo 2013

ASPETTANDO LA FUMATA BIANCA: VIVO UN PAPA SE NE FA UN ALTRO

Posted in attualità, lingua, religione, storia tagged , , , , , , , a 10:11 pm di marisamoles

stufa-cappella-sistinaSarà un Papa di transizione, s’era detto. E Joseph Ratzinger, ormai Papa emerito, non ha smentito la previsione: si è dimesso. Caso unico nell’età moderna. E ora come la mettiamo con il noto modo di dire: “Morto un Papa se ne fa un altro“?

Ironia a parte, molti sono i detti popolari che hanno come protagonista il Papa, volente o nolente. Certamente il più noto è quello testé citato, ma anche “ad ogni morte di Papa” è un aforisma usatissimo che d’ora in poi avrà meno valore. I due detti, infatti, puntano l’accento su un punto fermo che riguardava (ora non più) il pontificato: un papa eletto lo sarà per sempre, fino alla morte. Guarda un po’che scherzo ci ha fatto Benedetto XVI!

Ma qual è l’etimologia della parola Papa? E’ molto semplice: è associabile alla parola molto più familiare “papà“, dal latino papam a sua volta derivato dal greco papàs cioè “padre“. In fondo che cos’è il Pontefice se non il papà di tutti i cattolici?

A proposito di “Pontefice“, la parola ha origini molto lontane, addirittura precristiane. la Chiesa, infatti, con la diffusione del Cristianesimo, ha adottato delle parole latine o greche già in uso nel mondo pagano dei Romani e dei Greci per indicare precetti, persone e luoghi sacri.
La parola “fede“, ad esempio, in latino significava fedeltà e viene scelta per designare quel patto di fedeltà, appunto, che si stringeva tra i cristiani e la Chiesa. Quest’ultima parola, che indica sia il luogo sacro in cui si celebrano le funzioni sia l’istituzione ecclesiastica, deriva a sua volta dal greco ekklesìa con la quale si intendeva l’assemblea popolare. Infatti, la chiesa altro non è che un’assemblea di fedeli.
Gli antichi Romani nella basilica, parola che ha sempre origine dal greco basilikè, trattavano affari o tenevano i processi. Fu Costantino (IV secolo d.C.) a convertire gli antichi edifici in luoghi di culto religioso.

Ma pontefice che origini ha? Nell’antica Roma il pontifex era una sorta di sacerdote cui spettava organizzare i riti pubblici, stabilire il calendario delle funzioni, amministrare, insomma, le cose sacre. Data l’importanza della carica, il pontifex era detto maximus, ma l’etimologia della parola ci porta ad un’incombenza tutt’altro che religiosa: il termine, infatti, deriva dall’espressione pontem facere che significa “costruttore di ponti”, su cui aleggia il mistero. Secondo Varrone, il pontifex maximus avrebbe fatto costruire il primo ponte di Roma, il Sublicio, considerato un’opera sacra in quanto così si poteva accedere al tempio che si trovava al di là del fiume Tevere. Ma questa è solo una delle interpretazioni. Meno misteriosa è l’adozione della parola da parte della Chiesa per appellare il Santo Padre: il Pontefice, difatti, è colui che in un certo senso, nelle vesti del vescovo di Roma, fa da ponte fra il mondo dei fedeli e quello di Dio.

E dopo questa carrellata di parole ed etimologie, che non ha affatto la pretesa di essere esaustiva, passiamo ai modi di dire.

Stare come un Papa”: significa stare comodo e tranquillo, intendendo che la vita da Papa sia scevra da preoccupazioni. Pare che il detto risalga a Leone X (1513-1521), il quale appena eletto avrebbe esclamato soddisfatto: “Godiamoci il papato perché Dio ce l’ha dato”.

Dove è il Papa, lì è Roma”: è una rivisitazione campanilistica del detto latino Ubi Petrus, ibi Ecclesia, “dove c’è Pietro lì c’è la Chiesa”.

Il Papa è capo e coda”: si riferisce all’onnipotenza del Pontefice che, in un altro modo di dire, viene accostato al Padreterno: “Il Papa può al di là del diritto, sopra il diritto e contro il diritto”.

Anche il Papa ha mal di testa”: riconduce il Santo Padre ad una dimensione più umana. Anche lui, come tutti, è un essere umano, in fondo. Tant’è che esiste anche il detto “Non occupa più terra il corpo del Papa che quel del sagrestano” per ribadire il concetto.

Sa più il Papa e un contadino, che un Papa solo”: si riferisce al fatto che a volte bisogna dar retta anche all’esperienza e la saggezza dei più umili e non solo alle parole di chi è ritenuto eccelso.

Dire qualcosa papale papale“: parlare senza peli sulla lingua, dimostrando autorità come il Papa sa fare.

Tornar da Papa a Parroco”: perdere da un giorno all’altro il potere, rinunciare a una posizione di comando.

E proprio quest’ultimo detto mi pare calzante con la situazione attuale. Anzi, come ha precisato Papa Ratzinger, lui non è tornato a fare il parroco ma è un semplice pellegrino.

Ora non resta che attendere la fumata bianca. Per ora ne abbiamo vista una sola, nera.

[LINK della fonte]

POTETE TROVARE ALTRI MODI DI DIRE QUI

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2 febbraio 2013

LA MADONNA CANDELORA E LA PRIMAVERA CHE VERRÀ … TARDI

Posted in religione, tradizioni popolari tagged , , , , , , , , , , , a 6:40 pm di marisamoles

madonnacandelora
Il 2 febbraio la Chiesa celebra la Madonna Candelora perché in questo giorno si benedicono le candele, simbolo di Cristo che illumina la strada ai fedeli. In realtà la festa ricorda la presentazione di Gesù bambino al Tempio e, nello stesso tempo, la purificazione di Maria. Infatti, secondo l’usanza ebraica, una donna era considerata impura per un periodo di 40 giorni dopo il parto di un maschio e doveva andare al Tempio per purificarsi: il 2 febbraio cade appunto 40 giorni dopo il 25 dicembre.

Fino a qualche decennio fa, a pensarci bene, in occasione del battesimo la Chiesa non ammetteva che la mamma del bambino portasse alla fonte il suo piccolo in braccio. Da qui l’usanza di presentare il nuovo nato da parte della madrina, mentre la madre doveva rimanere in fondo alla chiesa. La donna nel periodo post partum era, infatti, considerata impura e non degna di avvicinarsi all’altare. Fortunatamente quest’usanza non c’è più e il battezzando è portato alla fonte direttamente dalla mamma, anche se è vero che difficilmente i genitori hanno la possibilità di far celebrare l’ingresso del loro piccolo nella comunità dei cristiani entro i primi quaranta giorni dalla nascita.

Tornando a questa festa, come spesso accade, essa ha origini precristiane. Tra le tante leggende, quella che più facilmente si può accostare alla festività della Candelora è dedicata alla dea Februa (espiazione) o Iuno Febrata (Giunone), madre di Marte dio della guerra, dea deputata a presiedere ai riti di purificazione a cui si sottoponevano le donne dopo il parto. Questa festa veniva celebrata alle Calende di febbraio, il primo giorno del mese secondo l’antico calendario romano. Era usanza portare per le vie della città i Ceri di Februa per tenere lontano le negatività. Lo stesso nome del mese deriva dal latino februus che significa “purificante”, quindi c’è uno stretto legame tra l’antico rito e il nome della Candelora attribuito dalla Chiesa alla madre di Gesù.

Un’altra tradizione associa la Candelora ai riti pagani dei Lupercali (Lupercalia), in onore del dio Fauno Lupercus (protettore del bestiame) o, secondo Dionigi di Alicarnasso, in ricordo della lupa nutrice di Romolo e Remo. Questa festa veniva, però, celebrata il 13 febbraio: la tradizione vuole che i sacerdoti, detti Luperci, andassero per le strade muniti di cinghie di cuoio, ricavate dalla pelle degli animali sacrificati, percuotendo gli uomini in segno di penitenza o toccando le donne per dar loro fertilità. Le origini di questa usanza sarebbero da ricercare nella leggenda secondo la quale la dea Giunone Lucina (o Lucezia) aveva reso feconde le Sabine, incapaci di procreare dopo il ratto, suggerendo all’aruspice di toccarle con delle strisce di pelle (februa o amiculum Iunonis), ricavate dalla pelle di un “becco” (caprone) a lei immolato.

Già ai tempi di Papa Gelasio (V secolo) il senato romano abolì la festa pagana dei Lupercali, sostituendola con la celebrazione della Madonna Candelora. In seguito, l’imperatore Giustiniano, nel VI secolo, anticipò la ricorrenza al 2 febbraio.

Il 2 febbraio e la festività della Candelora sono legati anche a molti detti popolari che, pur cambiando nella forma, mantengono la stessa sostanza: dal tempo atmosferico che caratterizza questa giornata si fanno pronostici sull’arrivo più o meno tempestivo della primavera.
Da nord a sud d’Italia i proverbi sulla Candelora dicono che se la giornata è piovosa la primavera è ancora lontana, mentre se splende il sole essa è più vicina.
Questa tradizione è probabilmente legata ad altri riti che venivano compiuti all’inizio di febbraio: quelli in onore di Cerere, dea della fertilità e delle messi, madre di madre di Proserpina. La fanciulla era stata rapita da Plutone, dio dell’Oltretomba, e la madre, disperata, l’aveva cercata a lungo alla luce delle fiaccole. Nel frattempo la natura era abbandonata a se stessa e gli agricoltori pregavano affinché Demetra tornasse ad occuparsi di loro. Quando la dea scoprì il rapimento della figlia, con Plutone arrivò ad un compromesso: la giovane sarebbe rimasta con lo sposo nel regno degli Inferi per sei mesi, quelli in cui la natura riposa (autunno e inverno), mentre la madre avrebbe potuto godere della compagnia della figlia nella rimanente parte dell’anno in cui la natura era più rigogliosa.
Dalle fiaccole portate da Demetra alla ricerca della figlia deriverebbe la Candelora cristiana (festum candelorum), appunto l’usanza dell’accensione delle candele il 2 febbraio.

Tornando ai proverbi sulla Candelora e il tempo, a Roma si dice:

Quanno viè la Candelora
da l’inverno sémo fóra,
ma se piove o tira vènto,
ne l’inverno semo dentro
.

In Romagna, invece, l’interpretazione è proprio opposta:

Per la Candelora,
se piove o nevica,
dall’inverno siamo fuori;
ma se non piove,
abbiamo ancora quaranta giorni di inverno
.

Anche in Friuli si va controcorrente:

A la Madone-cjandelore,
s’al è nulât il frêt al è lât,
s’al è seren il frêt al ven
.

[Alla Madonna della Candelora se c’è nuvolo il freddo è andato, se c’è sereno il freddo viene]

A Trieste il detto è legato ai due fenomeni della bora chiara (con il sole) e di quella scura (accompagnata dalla pioggia):

Se la vien con sol e bora
de l’inverno semo fora.
Se la vien con piova e vento,
de l’inverno semo drento
.

Che dire? Pare che friulani e triestini siano in disaccordo anche su questo! Io, tuttavia, non tradisco le mie origini: qui piove a dirotto dalla scorsa notte e nel pomeriggio si è alzato il vento … per maggior sicurezza, ho interpellato mia mamma e ho saputo che a Trieste xe piova e vento (bora scura), quindi temo proprio che la primavera sia ancora lontana.

Segnalo anche questo bell’articolo di Laurin42: *2 febbraio, il giorno dell’orso.

[fonti: Wikipedia, genova.erasuperba.it, meteogiornale.it; nell’immagine: “Madonna della Candelora delle Piume”, primi anni del secolo XXI, olio su tela, cm 30 x 40, collezione privata G. B. C., Bergamo, dal sito baroccoandino.com]

1 agosto 2012

AGOSTO, MOGLIE MIA NON TI CONOSCO

Posted in donne, famiglia, figli, Uomini e donne, vacanze tagged , , , , , , , , , a 4:33 pm di marisamoles


Come molti, credo, ero convinta che il detto popolare “Agosto, moglie mia non ti conosco” fosse riferito al fatto che, specie per buona parte del secolo scorso, le mogli se ne andavano in vacanza al mare da sole o con i bimbi, mentre i mariti rimanevano in città a lavorare. Naturalmente i consorti, lasciati da soli nella città semideserta, potevano sbizzarrirsi quanto volevano, in particolar modo se avevano delle vicine di casa decisamente attraenti come la splendida Marilyn Monroe.

Il film “Quando la moglie è in vacanza” è il primo ad essere spontaneamente associato al detto di cui mi sto occupando. Forse proprio grazie a questo film si è diffusa la convinzione che “non conoscere la moglie ad agosto” significhi ignorarne l’esistenza e cornificarla. Nessuno ha mai fatto un film sulle mogli in vacanza da sole che cornificano i mariti? Credo proprio di sì ma al momento non mi viene in mente nessun titolo.

Il modo di dire, però, in origine aveva tutt’altro significato. Già Esiodo, infatti, era convinto che agosto, subendo l’influenza della costellazione di Sirio (detta anche Canicula da cui deriva anche il noto termine ad indicare il caldo particolarmente insopportabile di questo mese), che sembrava favorisse i rapporti sessuali, era d’altra parte controindicato per i signori uomini che al tempo erano considerati un po’ fiacchi se morti di caldo.

Ci sono, tuttavia, altre spiegazioni. Ad esempio, il fatto che una gravidanza iniziata ad agosto avrebbe comportato la nascita del bambino in un periodo dell’anno, la primavera, in cui per lavorare i campi erano indispensabili le braccia delle donne forti e non gravate dal peso del pancione. Ne consegue che i maschietti fossero caldamente invitati a star lontani dalle mogli in questo periodo.

Poi si arriva alla spiegazione che tutti noi attribuiamo al detto. Però c’era il sospetto che la bella vita non fosse solo quella dei signori uomini in città ma anche quella delle mogli single in vacanza. Guarda caso, nel periodo che va dagli anni Venti ai Settanta, particolarmente interessato dal fenomeno vacanziero delle mogli solitarie, i treni che il venerdì sera ricongiungevano i mariti alle mogli nei luoghi di villeggiatura erano detti “treni dei cornuti“.

Sto pensando che sia stato un bene che mio padre fosse già patentato alla fine degli anni Cinquanta. Prima non era proprio possibile per lui mantenere mia mamma nel periodo delle vacanze fuori casa.

Battute a parte, ma ora è ancora concepibile che le moglie vadano in vacanza da sole lasciando i mariti a casa? Pare di no. Dagli anni Ottanta in poi le famiglie si sono riunite, anche perché, lavorando entrambi i coniugi, è stato privilegiato il periodo di ferie in comune, proprio per non fare le vacanze separati.
Problemi di corna? Non credo. Ora all’interno delle coppie c’è molta libertà. Di certo non è necessario aspettare le ferie per cornificarsi a vicenda.

[LINK della fonte; immagine da questo sito]

31 luglio 2012

LEGARSELA AL DITO

Posted in affari miei, web tagged , , , , , , , a 6:18 pm di marisamoles


Per iniziare, una curiosità: “legarsela al dito”, modo di dire che oggi sta a significare “non scordare un torto subito”, ha origini bibliche. Nel Vangelo di Matteo, infatti, si riferisce l’antica usanza di portare in mano una qualunque cosa per ricordarsi di qualcos’altro. La tradizione vuole che il detto sia passato attraverso i secoli, arrivando addirittura all’anello di fidanzamento che simboleggia una dolce promessa da non scordare. (FONTE)

Fatta questa premessa, veniamo al dunque, anzi no, devo fare un’altra premessa.

Generalmente io non sono una che se la lega al dito. Innanzitutto, cerco di capire le ragioni degli altri quando credo di aver subito un torto. Dico “credo”, perché l’apparenza delle cose spesso è molto diversa dalla realtà,. A volte c’è bisogno di interpretarle nel modo corretto, le cose. Troppo raramente questo sforzo non lo si fa, per cocciutaggine, forse, o anche solo per pigrizia. O semplicemente perché si è proprio convinti di aver capito, anche quando la nostra interpretazione dei fatti, o piuttosto il pregiudizio che ci porta a dare una determinata spiegazione ad un fatto, è del tutto errata.

La verità è che siamo ben pronti ad attaccare subito, spesso per difenderci o per difendere il nostro punto di vista, meno propensi ad aspettare il momento buono. Siamo istintivi e ben poco riflessivi. Dico “siamo”, e non è un plurale maiestatis, intendendo un difetto che accomuna non pochi di noi. Magari non è una pratica diffusa, forse accade poche volte, non la maggior parte, ma sono convinta che tutti noi agiamo così, poco o molto che sia.

Ora davvero vengo al dunque.
In questi anni da blogger (ormai ho vinto ogni resistenza a definirmi tale!) ho “incontrato” molte persone. Conoscenze o amicizie virtuali, s’intende. Alcuni di questi incontri sono durati pochi istanti (il tempo di un commento ad un post, botta e risposta), altri si sono consolidati nel tempo e sono diventati delle belle amicizie. È successo, a volte, di “rompere” con qualcuno ma mai senza dare spiegazioni o senza stare a sentire le ragioni dell’altro. Se queste ragioni non mi hanno convinta (sò de coccio, lo so), ho “rotto” definitivamente, senza attaccare, senza aggredire verbalmente, senza serbar rancore, senza imbestialirmi anche quando ne avrei avuto ben donde perché pubblicamente insultata (non sul mio blog, ovviamente, ma su quello della “controparte”). Questi sono rischi che si corrono e chi si mette in piazza, sul web che è appunto un luogo pubblico, lo sa bene.

Io, però, non me la lego al dito. Nel senso che se le persone che mi hanno offesa o hanno fatto una grave mancanza nei mie confronti, si scusano, sempre che la loro “amicizia” o semplice frequentazione m’ispiri, io non me la prendo. Amici come prima forse no, almeno non subito. Diciamo che in questi casi faccio la sostenuta …

A volte succede che qualcuno che, per motivi suoi, non ha piacere di lasciare un commento sui miei blog mi scriva un’e-mail. A me fa sempre piacere, naturalmente, e rispetto la privacy, se le persone in questione non vogliono mettersi in piazza.
Mi è capitato, qualche mese fa, di incontrare per e-mail una persona con cui ho scambiato qualche messaggio su un argomento su cui mi premeva avere un parere tecnico, in modo da non scrivere scemenze sul blog. Sottolineo, però, che non sono stata io a cercare questa persona ma sono stata contatta. Nei mesi i messaggi, pochi in verità, sono sempre stati cortesi … non siamo mai arrivati al “tu” e, trattandosi di persona molto più anziana di me, non ho ritenuto di dover forzare la mano.

Dopo un silenzio, da parte sua, piuttosto lungo, ho ricontattato questa persona, semplicemente per sapere come stava e per avere notizie su un progetto di cui mi aveva parlato. Mi è sembrato un gesto carino. Infatti, fu molto gradito da parte sua e mi rispose subito. Poi, per i motivi che non sto qui a spiegare ma di cui ho dato un preciso e dettagliato resoconto a questa persona, non ho risposto tempestivamente.

Proprio domenica stavo pensando di scrivere e sono stata preceduta da una mail aggressiva e accusatoria. Mi si diceva, senza mezzi termini – anzi, l’oggetto della mail era proprio questo – che ero un’ingrata. Oddio, ho pensato, che ho fatto? Perché dovrei essere grata a questa persona? Non ho chiesto mai un favore, ho ricevuto delle informazioni che comunque non avevo chiesto, non si è trattato di alcun favore se non quello di prender parte ad una discussione esattamente come avviene nei post, all’interno dello spazio commenti, solo in via confidenziale. Se vogliamo chiamarlo favore per cui devo esprimere eterna gratitudine …

Insomma, per farla breve, ho subito risposto alla mail ricevuta, mantenendo un tono cortese ed educato, spiegando le mie ragioni, scusandomi, pure se non ho capito bene perché dovessi profondermi in scuse, solo perché non ho risposto tempestivamente alla mail precedente? E poi, se vogliamo, l’unico epiteto che al limite mi sarei potuta meritare sarebbe stata “maleducata”, ma ingrata? Non ho esternato tutto ciò, sia chiaro, nella mail. Ho pensato che il contenuto del messaggio potesse bastare a chiarire l’equivoco. Mi sbagliavo assai.

Non ho ricevuto risposta. D’altra parte la persona in questione mi aveva invitata a cancellare il suo contatto dalla rubrica. Io mi ero permessa di andare contro la sua volontà, anche se per una giusta causa: mica dovevo accettare senza fiatare delle accuse ingiuste! E poi dovevo pur spiegare i motivi del mio silenzio.
Ma la persona in questione evidentemente la pensa diversamente. Io, ingrata e maleducata, ho osato scrivere anziché precipitarmi a cancellare il suo indirizzo e-mail …

Ora mi chiedo: perché se l’è legata al dito?
Ritornando alla spiegazione del detto, che torto ho fatto a questa persona?
Non rispondere ad un’e-mail tempestivamente è un torto?
Cercare di spiegare le proprie ragioni è in qualche modo offensivo?
Usare un tono educato e gentile in risposta ad una mail accusatoria, è forse questo il torto? Dovevo incassare le accuse e starmene zitta? Battermi il petto e dire mea culpa?

Io non so rispondere.

22 aprile 2011

NATALE CON I TUOI E PASQUA … ANCHE!

Posted in affari miei, Buona Pasqua, famiglia, figli tagged , , , , , , , a 5:17 pm di marisamoles


La mia è sempre stata una famiglia unita. Unita e allargata, ma non nel senso che intendiamo noi oggi. I miei genitori sono sposati da cinquantotto anni, nessun/a nuovo/a compagno/a, nessun/a figliastro/a, nessun divorzio in famiglia, almeno nell’ambito della parentela diretta.
I miei genitori hanno sempre attribuito un valore profondo all’unità familiare. Sono stati l’elemento di coesione tra il nostro nucleo familiare (mamma, papà, figlio, figlia, nonna) e il resto del parentado. Fin da giovanissimi, i miei hanno sempre frequentato i cugini di entrambi e da questa amicizia sono nati dei matrimoni stranissimi, almeno ai miei occhi di bambina: mia nonna e una delle sue sorelle, ad esempio, hanno sposato due fratelli; uno dei cugini di mia mamma ha sposato la sorella di mio papà; una cugina di mia mamma ha sposato il fratello di mio papà. Insomma, come dice spesso mio marito, che mai è riuscito a destreggiarsi tra l’intricata parentela, un bel casino. Nel senso buono, naturalmente.

Ad ogni festa comandata, ci si incontrava tutti, a casa dell’uno o dell’altro. La domenica si usciva tutti assieme e io potevo giocare con le mie cugine, cosa che gradivo particolarmente avendo un fratello più grande che non è mai stato per me un compagno di giochi. D’estate si andava al mare la domenica e ogni famiglia portava qualcosa: ricordo ancora le lasagne della zia paterna e i dolci di quella materna, oltre, naturalmente, alle superbe melanzane impanate di mio papà. Un menù poco adatto per una giornata al mare, ma si usava così.

Due alberi genealogici che s’incrociavano, fino a formare un’unica grande pianta dai rami rigogliosissimi. Eh sì, perché, avendo dei cugini molto più grandi di me, ho vissuto la nascita dei pro-cugini e anche loro sono stati per me compagni di giochi. Diciamo che per loro io ero una specie di piccola mamma: me li stringevo al petto, li cullavo, fino ad addormentarli, cantavo per loro sulle note del juke box. Ho manifestato con loro i primi segni della mia vocazione: fare la mamma. Poi sono cresciuti e le mie cugine me li mandavano a lezione, intuendo fin d’allora che avevo un’altra vocazione: quella dell’insegnante.

Quando ripenso a come sono cresciuta io, un po’ mi sento in colpa nei confronti dei miei figli. D’altra parte, riflettendoci, non è stata del tutto colpa mia. Loro non sono cresciuti in simbiosi con i cugini, un po’ per la distanza (siamo, infatti, un po’ sparsi qui e là, non viviamo tutti nella stessa città) e un po’ perché nella famiglia di mio marito non c’è mai stata una frequentazione assidua con gli zii e i cugini. L’incontravo, e li incontro, solo in occasioni particolari: matrimoni, battesimi, anniversari, comunioni, cresime e funerali. Come se fosse una specie di parabola: nascita, crescita e morte. Non è il massimo, effettivamente.
Così i miei figli non hanno dei rapporti speciali, come li ho avuti io, con i loro cugini. Si sentono, si scrivono messaggi, a volte si incontrano per qualche ritrovo. Nulla di più.

Pensando alle feste, come ho detto, ci si trovava sempre tutti assieme: Natale o Pasqua, non faceva differenza. Per questo, almeno fino all’adolescenza, non ho mai pensato che ci fosse alcuna distinzione tra una festa e l’altra, nel senso che davo per scontato che si dovesse passare tutti assieme entrambe le ricorrenze. Crescendo, soprattutto dopo aver incontrato mio marito, ho iniziato ad allontanarmi da casa per Pasqua, ma andavo in montagna con quelli che poi sono diventati i miei suoceri e con le cognate. Sempre in famiglia stavo.

Dopo il mio matrimonio, le cose non sono granché cambiate. Solo nel 1986, appena sposati, siamo andati a Roma per Pasqua, a trovare una coppia che avevamo conosciuto durante il viaggio di nozze. Poi, dopo la nascita dei figli, la regola era: il giorno di Pasqua con i miei e il Lunedì dell’Angelo con i miei suoceri. Regola che raramente abbiamo trasgredito (solo un anno siamo andati da soli, con i bambini, sulla riviera romagnola), anzi, più volte abbiamo festeggiato la Pasqua tutti assieme, con genitori e suoceri. Naturalmente quasi sempre mio fratello si è unito a noi.

I miei figli, invece, fin dall’adolescenza hanno fatto proprio il famoso detto “Natale con i tuoi e Pasqua con chi vuoi”. D’altra parte è giusto che sia così. E proprio per rispettare la “mia” tradizione sono in partenza per l’Austria con mamma, papà, fratello, cognata, nipote e fidanzato, e naturalmente mio marito. Noi non trasgrediamo, i miei figli sì. Ma va bene così.

Colgo l’occasione per augurare una FELICE PASQUA A TUTTI.

[immagine tratta da questo sito]

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