LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDÌ: CON LA BOOKNOMINATION L’AMORE PER IL LIBRI IMPAZZA SUL WEB

booknominationNon sono una fan di Facebook, anzi, a dirla tutta lo detesto proprio, ma questa mi sembra veramente una buona notizia. E pazienza se di mezzo c’è il social network più amato dagli Italiani e più odiato da me. Quando si tratta di amore per i libri ogni mezzo di diffusione della lettura è il benvenuto.

Che cos’è la Booknomination? Si tratta di una nuova tendenza che consiste nel pubblicare l’estratto di un libro entro le ventiquattro ore dal momento in cui si viene taggati indicando titolo, autore e nomi di almeno tre amici che dovranno fare altrettanto. L’iniziativa è nata con l’intento di contrastare la “Neknomination”, una pericolosa pratica nata in Australia e diffusasi rapidamente in seguito ad un video postato su Facebook dal rugbysta irlandese Ross Samson.

Nel video si vede il giocatore mentre si scola una bottiglia di birra e invita altre persone a imitarlo. Una sfida all’ultimo bicchiere che non esclude nessuna fascia di età e che colpisce anche i più piccoli.
L’ideatore di Booknomination, il ventinovenne Diego di Cento, in provincia di Bologna, ha spiegato di aver preso spunto da questo brutto gioco per trasmettere un altro amore, ben più sano:

«Ero stato taggato in una neknomination da un ragazzo che conosco. È come una catena di sant’Antonio. Entro 24 ore avrei dovuto filmarmi mentre bevevo tutto d’un fiato una birra o un altro tipo di bevanda alcolica, caricare il video su Facebook e taggare altri amici. Il pensiero di scolarmi una bottiglia a casa da solo riprendendomi col telefonino non mi esaltava. Questa moda assomiglia tanto a uno di quei rituali dai quali bisogna passare per non essere considerati degli sfigati. Mi sono chiesto come avrei potuto accettare la sfida in modo diverso, non volevo sfilarmi dal gioco. Ero in casa, vicino a me avevo la mia libreria. Mi è parso naturale aprire un libro e riprendermi mentre leggevo, postare il video su Facebook e taggare».

Un invito a non stappare la bottiglia di birra e ad aprire un libro. Ne gioverà la salute e l’intelletto.

[LINK della fonte]

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NASCE “BEATRICE” IL SOCIAL DELLA LINGUA ITALIANA

beatrice-dante-marie-spartali-stillman-1895Finalmente un social che si occupa della lingua italiana e mette al bando abbreviazioni e altre storture linguistiche. Un vero proprio social network in cui si possono invitare gli amici per discutere, proporre idee, postare commenti, immagini e video.

“Beatrice” è nata grazie alla Società Dante Alighieri, già promotrice, qualche tempo fa, della campagna “Adotta una parola”, volta a custodire il patrimonio lessicale del nostro bell’idioma, preservando anche il lessico un po’ in disuso dalla definitiva estinzione.

Una volta iscritti al social “Beatrice”, sarà possibile organizzare la propria bacheca, mandare messaggi, gestire il proprio sito personale o quello della parola adottata, interagendo liberamente con gli altri utenti. Con il confronto e con lo scambio d’idee si potrà contribuire in modo più creativo alle varie campagne di promozione della lingua italiana, proponendo nuovi giochi e attività.

Come Beatrice è stata per Dante la guida illuminata verso la salus, la salvezza, così il nuovo social contribuirà non solo a salvare la lingua italiana ma fungerà anche da Musa ispiratrice per chiunque ami l’italico idioma. Non è necessario essere scrittori o poeti ma semplici appassionati che abbiano un po’ di tempo da spendere per custodire e arricchire la nostra lingua.

CLICCA QUI PER ACCEDERE AL SITO

[nell’immagine: “Beatrice” di Marie Spartali Stillman da questo sito]

LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDÌ: PAPÀ PERCORRE OGNI GIORNO 29 KM A PIEDI PER PORTARE IL FIGLIO DISABILE A SCUOLA

cinese

A me questa notizia ha sinceramente fatto venire i brividi … di commozione.
Noi siamo abituati a vedere i genitori litigare davanti alle scuole per un parcheggio, oppure ad assistere all’arrogante maleducazione di chi, meglio se al volante di un Suv – e non me ne vogliano i lettori che per caso ne posseggono uno -, si piazza sulle strisce pedonali per scaricare i pargoli con lo zainetto sulle spalle.
Raramente vediamo dei bambini che da soli raggiungono l’edificio scolastico, pochi quelli che prendono l’autobus e per lo più sono figli di immigrati.
Chi mai, nel nostro mondo occidentale, a volte viziato e arrogante, si sognerebbe di percorrere quotidianamente 29 km a piedi per accompagnare a scuola un bimbo disabile, portandolo sulle spalle? Come minimo si rivendicherebbe il diritto ad un trasporto gratuito a spese del Comune. Ma dall’altra parte del globo le cose stanno diversamente. Forse anche grazie al fatto che la scuola viene vista come un privilegio e non semplicemente un obbligo da assolvere.

Questa storia ci porta nella Cina meridionale, sulle colline della città-prefettura di Yibin, provincia del Sichuan. Ogni giorno il quarantenne Yu Xukang cammina per 18 miglia, ovvero 29 chilometri, con il suo bambino sulla schiena, sistemato dentro un canestro di vimini, facendo attenzione a non farlo cadere gli tiene le mani. Il dodicenne Xiao Qiang ha solo 90 centimetri di statura ma una grande forza d’animo e un papà meraviglioso. Secondo il Daily Mail Yu Xukang è l’uomo dell’anno, ma sarebbe meglio dire il papà dell’anno. Un omino anche lui, che ogni giorno instancabile percorre sentieri polverosi e accidentati, tra muretti a secco e poveri alberelli, l’immagine stessa di questa provincia cinese che sembra abbandonata da tutti. Il governo, dopo che il video di questo papà coraggio è stato divulgato, ha promesso di dargli una mano perché se la forza d’animo non verrà mai meno, le forze fisiche potrebbero presto abbandonarlo.

Dopo il divorzio, avvenuto nove anni fa, Yu Xukang si è fatto carico da solo della crescita ed educazione del piccolo Xiao Qiang e, portandoselo sulle spalle ha marciato, finora, per almeno 1.600 chilometri. Un sacrifico ricompensato da quel figlio minuto di cui va fiero: «Sono orgoglioso – dice – che Xiao Qiang sia il migliore della classe e sono sicuro che farà grandi cose. Il mio sogno è che un giorno si iscriva al college».

Una storia che ha molto in comune con un film-documentario di Pascal Plisson, uscito pochi mesi fa. Racconta tante storie simili a quelle di Yu Xukang, storie di povertà e ambizione, allo stesso tempo, girate in Kenya, in India, in Marocco, in Patagonia. Ragazzi che devono alzarsi all’alba e attraversare fiumi, pianure, montagne, kanyon o foreste, per andare a studiare. Alcuni sono costretti a portare pesanti secchi d’acqua e di legna, perché la loro scuola non offre da bere durante la giornata e non garantisce il riscaldamento.

E dopo aver letto questa storia, pensiamo ai nostri ragazzi, a quanto siano fortunati ad avere tutto, senza l’obbligo di guadagnarsi nulla con il sacrificio e le privazioni. E riflettiamo sul valore che i nostri giovani danno alla cultura … poco, decisamente. Per non parlare di quei genitori iperprotettivi che non permettono ai figli di crescere affrontando difficoltà e ostacoli, sempre alla ricerca del modo migliore per ottenere molto con il minimo sforzo. Senza percorrere sentieri accidentati ma cercando la via più semplice e comoda.

Bisognerebbe provare a capire cosa voglia dire percorrere 29 km a piedi, ogni giorno, con un figlio sulle spalle. Un carico di dignità, soprattutto. Quella di cui oggi molti hanno dimenticato il significato.

[notizia e foto da Il Corriere]

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INFIBULAZIONE: È ORA DI DIRE BASTA. PETIZIONE AL GOVERNO ITALIANO

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Oggi, 6 febbraio, è la Giornata Mondiale contro l’Infibulazione e le Mutilazioni Genitali Femminili (MGF).

Più di 140 milioni di bambine e di donne sono state mutilate ai genitali. Di queste oltre 100 milioni si trovano in 28 Stati africani come Egitto, Eritrea, Mali, Sierra Leone e nel nord del Sudan, in cui il fenomeno è talmente esteso da toccare quasi la totalità della popolazione femminile (più dell’80 per cento).

Non dobbiamo pensare, però, che l’infibulazione sia una pratica sconosciuta in Italia: decine di migliaia di bambine e donne di immigrati devono subire questa violenza che non potranno mai dimenticare.
Proprio per arginare il fenomeno, il Parlamento Europeo, nel giugno 2012, ha condannato le mutilazioni genitali femminili, indicandole come “una violenza che per nessuna circostanza può essere giustificata nel rispetto delle tradizioni culturali di vario genere o di cerimonie di iniziazione”.
Purtroppo non basta e si stima che le vittime saranno 30 mila, fra bambine e adolescenti, nei prossimi dieci anni.

Già l’anno scorso Plan Italia ha lanciato una petizione e quest’anno la ripropone (QUESTO IL SITO cui accedere per firmare la petizione).
Gli obiettivi che Plan Italia si propone sono quelli di fare pressione sul governo italiano perché vengano stabilite sanzioni per chi pratica le mutilazioni genitali e sia fornita assistenza sanitaria gratuita alle bambine e alle donne che soffrono per le complicanze e sensibilizzare sul tema.

Tiziana Fattori, Direttore Nazionale di Plan Italia, ha dichiarato che qualcosa si sta muovendo: «in Guinea Bissau dove il 49,8 per cento delle bambine è vittima di mutilazioni genitali, Sawandim Sawo che per 18 anni ha praticato le mutilazioni, grazie ai nostri interventi ha preso coscienza e ha smesso di farlo perché non si rendeva conto dei gravi problemi di salute che causava».

Sull’argomento ho scritto qualche tempo fa QUESTO POST.
Invito tutti quelli che non l’avessero già fatto, a leggerlo e a FIRMARE LA PETIZIONE.

[fonte: Io Donna; immagine da questo sito]

UN CAFFÈ AL SAN MARCO (A TRIESTE), NEL CENTENARIO DELLA SUA FONDAZIONE

caffe-san-marco
La scorsa settimana, tra Natale e Capodanno, mi sono fermata qualche giorno a Trieste, la mia città natale.
Erano anni che non potevo davvero godermi la città, tutta presta dal consueto via vai tra casa dei miei genitori e quella di mio suocero (che purtroppo non c’è più). Si può dire che mio marito ed io riuscivamo solo a goderci la splendida vista delle Rive e di Piazza Unità d’Italia, dai finestrini dell’automobile.

Quest’ultimo soggiorno a Trieste, invece, è stato caratterizzato dalla riscoperta della mia città che ho trovato davvero cambiata.

Albero Natale trieste

Ho fatto un giro nel centro, facendo da Cicerone a un mio cugino e alla sua bellissima figlia, provenienti da Lugano e di passaggio da casa dei miei. Sono riuscita a vedere dal vivo uno degli alberi di Natale più belli del mondo, situato nella splendida cornice di piazza Unità. Per dire il vero, l’albero non è un granché ma gli effetti di luce che vengono costantemente proiettati sul palazzo del municipio, cambiando forma e colori, creano un’atmosfera magica e suggestiva. Ai piedi dell’albero (donato dai “cugini” austriaci), un bel presepe a grandezza quasi naturale dà mostra di sé completando il quadro natalizio con quel pizzico di sacro che si unisce al profano.

caffè san marco 2

Sabato mattina (il 28 dicembre) ho incontrato una delle mie ex compagne di liceo con cui ho ripreso i contatti in occasione della bella festa per i 150 anni del Liceo Dante. Assieme siamo andate a bere un caffè al Caffè San Marco, uno dei più antichi e prestigiosi locali triestini. Un tempo ritrovo di letterati e gente di cultura che prediligeva l’alone asburgico di cui si ammanta il locale per i ritrovi tra intellettuali, ora frequentato da gente di tutte le età e arricchito di una libreria che occupa un’ala dell’ambiente, ormai troppo grande per le modeste frequentazioni dei triestini.
Ad un tavolo ho visto l’attrice giuliana Ariella Reggio … insomma, non è come incontrare Brad Pitt ma ci si può anche accontentare.

Una curiosità: all’interno del Caffè San Marco è stato girato, in parte, il video ufficiale della canzone “Sere Nere” di Tiziano Ferro, il cantante laziale che s’innamorò del capoluogo del Friuli-Venezia Giulia grazie all’amica Elisa (Toffoli) che l’aveva portato a Trieste in occasione della registrazione di un suo video.

Proprio oggi, in occasione del centenario, il quotidiano giuliano Il Piccolo pubblica un articolo, firmato da Claudio Ernè, sul Caffè San Marco di Trieste. Ve ne riporto qualche stralcio invitandovi a leggere l’intero pezzo a questo LINK.

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Marco Lovrinovich, nato a Fontane d’Orsera, aprì ai triestini il 3 gennaio 1914 il Caffè San Marco nell’allora Corsia Stadion, oggi via Cesare Battisti. Non immaginava minimamente di aver realizzato una macchina del tempo in cui a un secolo di distanza dal giorno dell’inaugurazione continuano a mischiarsi e a stratificarsi miti, culture, ideologie, iniziative commerciali, conferenzieri, scrittori, studenti e turisti frettolosi.
Ognuno pensa di trovare tra il bancone nero e i tavolini con la base di ghisa qualcosa di irrimediabilmente perduto in ogni altro angolo della città: il sapore residuo dell’Impero asburgico spazzato via dalla Grande guerra, l’eco affievolito della Trieste che fu emporiale e commerciale, il riverbero tremolante delle luci dei caffè viennesi nell’ultima stagione dell’Austria Felix. […]
Il Caffè invece è sopravvissuto: ha superato devastazioni e fiamme, cambi di gestione e di abitudini, avvicendamenti politici, crisi economiche, mutamenti di bandiere. Gli ottoni ritornano periodicamente lucidi, i tavolini mantengono le posizioni originarie, il pavimento si scurisce impercettibilmente di giorno in giorno. Giornali, libri, quaderni, giacche e cappotti si aprono e si chiudono. Come accadeva un secolo fa quando il San Marco era uno dei punti di riferimento degli irredentisti filo italiani.
Oggi al contrario il Caffè si propone al pubblico come un’isola dai connotati asburgici, anche se nemmeno un ritratto, un segno di quella dinastia, è esposto alle pareti. In effetti quasi nessuno cerca più il sapore del “marchio” irredentista che Marco Lovrinovich, proprietario di trattorie e depositi di vini, aveva voluto imprimere al suo nuovo elegante caffè, […]

[immagini: Caffè San Marco da questo sito e da Il Piccolo; albero di Natale da questo sito; dipinto di Livio Rosignano da questo sito]

LACRIME DI BIMBE CHE NON SARANNO MAI DONNE DAVVERO. L’INFIBULAZIONE

In occasione della Giornata Mondiale dei Diritti dell’Infanzia (oggi, 20 novembre) rebloggo questo vecchio post che, putroppo, non tratta un tema vecchio, anzi è attualissimo anche se non se ne sente parlare spesso. L’infibulazione è una pratica barbara che segna la vita delle bambine che mai diventeranno donne davvero. Quando finirà questo scempio che ormai, nonostante sia condannato come reato, si è diffuso anche nel mondo occidentale grazie all’immigrazione?

Marisa Moles's Weblog


La pratica dell’infibulazione è assai diffusa in Africa e rappresenta, nella “cultura” dei popoli che la praticano, una sorta di rito di iniziazione, cui vengono sottoposte le bambine o le ragazze (si va dai 3 anni ai 12 anni), e che consiste nella mutilazione dei genitali esterni. È una pratica barbara che nessuna religione al mondo potrebbe mai prescrivere ma, per ignoranza, è diffusissima: si stima che circa due milioni di bambine ogni anno siano sottoposte a questo crudele rito (130 milioni nel mondo, in ventotto paesi africani, secondo le stime ONU).

Il motivo per cui si pensa che, nonostante l’atrocità, l’infibulazione sia ancora diffusa, non solo nei paesi africani ma anche presso le popolazioni immigrate in Europa, è che viene dato ad intendere che sia la religione ad imporla. Spesso succede che venga associata alla religione islamica che non prevede assolutamente tale mutilazione. Tuttavia, poiché l’

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LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDÌ: LA LIBRAIA CHE PORTA I LIBRI AI BAMBINI DEL DESERTO

jamilahassounePer due venerdì ho fatto una pausa. La scorsa settimana per impegni personali e due settimane fa perché la tragedia di Lampedusa ha fatto passare in secondo piano qualsiasi buona notizia. Però, visto che avevo preparato il post, l’ho pubblicato sull’altro blog, laprofonline. Parla di un’iniziativa molto lodevole di una ex insegnante che si dedica agli immigrati insegnando loro la lingua italiana. Questo è il link, per chi non l’avesse letto.

Anche oggi mi voglio occupare di cultura, considerato anche il fatto che sembra davvero messa in un angolino.
C’è una scrittrice e libraia marocchina, Jamila Hassoune, che dal 2006 porta le sue «carovane di libri» ai bambini del deserto.

Jamila recentemente è venuta in Italia, a Cosenza, per ricevere il Premio Cultura Mediterranea promosso dalla Fondazione Carical. Un riconoscimento per la missione che svolge con tanto amore e che ha descritto nel libro La libraia di Marrakech (edizioni Mesogea).
«Hollywood vorrebbe girare un film sulla mia storia – dice la scrittrice – A me interessa soltanto che si parli del mio Paese. Un popolo che legge è un popolo libero. Più lettori, meno sudditi».

Ai bambini del deserto Jamila, assieme ai libri, porta un po’ di speranza perché, secondo lei, la cultura, l’istruzione e l’educazione sono le armi più potenti della primavera del popolo arabo.

«La parte più profonda e importante del mio lavoro è dare a questi ragazzi la libertà di esprimersi perché in Marocco non sempre abbiamo la possibilità di farlo – spiega la scrittrice – I genitori educano i figli a stare zitti e a non mettere in discussione le decisione degli adulti. Col mio lavoro, io gli regalo uno spazio per esprimersi e crescere. E se cresci, se progredisci, potrai anche decidere del tuo futuro in maniera consapevole».

Nonostante si sia fatta volentieri carico di un impegno non indifferente per trasmettere ai bambini che hanno poco o nulla il valore della cultura, la Hassoune non può fare a meno di chiedersi: «Perché non è lo Stato a portare cultura in queste zone? Il governo ha i soldi, le risorse e le competenze. Il suo dovere non è solo quello di portare l’acqua alle popolazione, ma anche i libri che sono il cibo della mente».

Nella ferma convinzione che i libri possano cambiare il mondo, perché l’hanno fatto secoli fa, Jamila continua a viaggiare nel deserto affinché i bambini possano cambiare la propria vita, com’è successo a lei durante la sua infanzia e adolescenza: «Vengo da una famiglia tradizionale, non ho avuto la possibilità di andare al cinema, andare a ballare, andavo a scuola e basta. E lì c’erano i libri: attraverso quelle pagine ho potuto viaggiare, conoscere il mondo, aprire la mia mente ed essere tollerante verso gli altri popoli. E spero che ora questa magia possa accadere nuovamente con i miei ragazzi del deserto».

[fonte: Il Corriere; immagine della Hassoune dal suo blog]

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