QUANDO DIVENTO RAZZISTA

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Vivo in un quartiere multietnico e fino a qualche anno fa lo ritenevo una ricchezza, un elemento di folklore multiforme.

Osservavo le donne africane con i loro abiti variopinti, cariche di peso e di bambini, uno dei quali, il più piccolo, attaccato alla schiena per mezzo di grandi foulard. L’antesignano dei moderni marsupi che, però, nella nostra cultura vanno appesi sulla pancia: con la testina rivolta verso il seno della madre i piccoli possono godere, per qualche tempo, di un dolce dondolio, sentendosi quasi ancora nella culla del grembo materno; con la faccina rivolta verso il mondo, perché i cuccioli possano scoprirlo a poco a poco.

Mi facevano tenerezza quei genitori che, all’uscita da scuola (le elementari), chiedevano in un italiano stentato com’era passata la mattinata. Corretti, ogni volta, dai figlioletti che l’italiano lo masticano meglio di mamma e papà.

Rimanevo affascinata dallo splendore degli abiti con cui la gente di colore si apprestava a presenziare alle funzioni domenicali. Con quel loro passo ondulante, figlio del ritmo innato che molti di noi invidiano, perché molleggiati proprio non siamo. Non come loro, almeno.

Ho vissuto questi anni felice di stare in un posto che, solo a nominarlo, faceva orrore. “Ma come fai a vivere lì?” mi chiedevano in molti. E ogni volta sgranavo gli occhi per una domanda che per me non era affatto scontata. Ridevo pensando che certi pregiudizi sono duri a morire.

Ora non rido più.

Questo pomeriggio, mentre stavo andando a prendere l’automobile, per fortuna in compagnia di mio marito, ho assistito ad una zuffa tra extracomunitari. Volavano parole grosse, tuttavia a noi incomprensibili. Gli spintoni sembravano preludere ad un pestaggio in piena regola. Ad un certo punto, quello che è sembrato il più fuori di testa degli altri, si è avviato a grandi passi proprio verso il parcheggio della nostra automobile. Lì per lì, lo giuro, non mi è venuto in mente né di allontanarmi né di infilarmi di corsa nell’auto. Sono rimasta immobile mentre il figuro mi ha superato e ha preso da un’aiuola proprio dietro a me una bottiglia vuota di birra (il che dimostra l’inciviltà di certe persone… se si è recato proprio in quel posto è evidente che l’aveva buttata lui poco prima), se l’è infilata in tasca e si è di nuovo diretto verso il luogo, distante una decina di metri, dove era scoppiato l’alterco.

Mio marito ed io ci siamo messi al riparo in macchina, lui ha chiamato il 113 e, nemmeno fosse chiara l’urgenza, è stato tempestato da domande tipo “dove, come, cosa, chi, quando, perché”, mentre il tipo fuori di testa si lanciava in mezzo alla strada, dove tra l’altro c’è sempre parecchio traffico e passano gli autobus, per inseguire, con la bottiglia in mano, la sua vittima.
Non vi dico il fuggi fuggi generale, le urla, gente alle finestre… l’aggressore ha, quindi, cambiato arma: ha preso una stampella, forse strappata a qualche invalido seduto su una panchina lì vicino, e ha cominciato a colpire ripetutamente il malcapitato che, onestamente, non ho capito perché non si fosse dato a gambe levate invece di star lì a prendersele. Quando è arrivata la polizia, la testa stava sanguinando copiosamente.
Non so come sia andata a finire perché ce ne siamo andati. Io avevo il cuore che batteva a mille.

La scorsa settimana la mia estetista mi ha raccontato di un incontro ravvicinato con un profugo armato di coltellaccio da macellaio. Non scendo in particolari ma vi dico solo che è successo di mattina in un piccolo parco dove solitamente le mamme o le nonne portano i bambini.

La mia città è invasa dai profughi. Si tratta di gente senza controllo che dorme per strada e anche dentro ai portoni o nei cortili delle case.
Se la maggior parte mi fa pena, per i criminali non provo nessuna pietà. E non mi si venga a dire che anche di italiani delinquenti ce n’è in grande quantità in giro nelle nostre città. Lo so.

Una volta cercavo di difendere gli immigrati. Ancora oggi li difendo: quelli che hanno un lavoro e una casa, che pagano l’affitto, che vivono in pace, rispettando le nostre leggi e il nostro diritto di vivere ugualmente in pace.

Ma di fronte ad episodi come quelli descritti divento razzista. Mi dispiace.

‘E FIGL SO’ PIEZZ ‘E CORE … ANCHE QUANDO SPARISCONO E POI RITORNANO

francesco rigoliI genitori di Francesco Rigoli hanno di certo passato delle buone feste: il loro figlio, ora 27enne, era scomparso nel nulla 3 anni fa, facendo perdere le tracce. Un allontanamento volontario, hanno stabilito gli inquirenti che hanno chiuso il caso pochi mesi dopo la scomparsa. Ma che cosa mai era successo da spingere Francesco ad andarsene così, senza preavviso, senza una motivazione apparente, senza tranquillizzare i suoi che comunque stava bene e se la sarebbe cavata?

Una bugia grande come una casa: il giovane aveva dato a mamma e papà l’annuncio della prossima laurea ma in realtà il suo curricolo da studente mediocre lo ha smentito fin da subito: nessuna laurea, era molto indietro con gli esami.

Ho due domande da fare, a questo riguardo:

1. Cosa spinge un ragazzo di 24 anni a dire una bugia così grossa, ad inventarsi una laurea inesistente?

2. Come vi sareste comportati voi nel vederlo tornare – sollecitato da un appello accorato che una zia aveva lanciato su Facebook -, così, come se niente fosse?

Alla prima domanda non è facile rispondere. Da insegnante posso dire che sono molti gli studenti che soffrono per l’insuccesso scolastico perché si sentono in colpa nei confronti dei loro genitori, perché non sono all’altezza delle aspettative di mamma e papà o semplicemente perché non hanno coraggio di ammettere che quel dato corso di studi non fa per loro.
Generalmente chi teme di deludere la famiglia sa bene quali possono essere le reazioni all’annuncio di un eventuale abbandono degli studi (o, se si tratta di scuole superiori, di cui ho maggiore esperienza, di un cambio d’indirizzo, magari una scuola che i genitori ritengono “inferiore” rispetto al liceo). Al di là delle reazioni violente, che spero non si presentino, molto può influire anche la violenza psicologica. Dire al proprio figlio “sei una nullità”, “mi hai deluso profondamente”, “non meriti di essere mio figlio” o altre amenità del genere, può essere tranquillamente considerata una reazione violenta perché non tiene conto dello stato d’animo di chi si vede costretto ad ammettere la propria debolezza e incapacità.
A questo punto, molto dipende dal carattere del ragazzo (oltreché dall’età): c’è chi quel coraggio lo trova ed è pronto ad affrontare le conseguenze, e chi non ce la fa e non vede altra via d’uscita che sparire. A volte, l’esito è ben peggiore di quello del caso in questione: qualcuno arriva anche al suicidio.

Succede, nei casi di allontanamento spontaneo, che in breve tempo il figlio si ripresenti a casa e tenti di chiarire le cose. Altre volte, come nel caso di cui sto trattando, l’allontanamento si protrae nel tempo fino a diversi anni. A questo punto immaginiamo quale possa essere la reazione della famiglia.

I genitori di Francesco l’hanno accolto a braccia aperte, almeno da quanto emerge dal messaggio lasciato dalla madre su Facebook, nella pagina aperta apposta per rintracciare il figlio scomparso.
E’ normale, mi chiedo, un simile atteggiamento? Io credo di sì.
Se un figlio, anche il più bugiardo del mondo, ritorna a casa deve essere accolto a braccia aperte. La parabola del figliuol prodigo insegna. Non perché si debba perdonare sempre e comunque, beninteso, piuttosto perché quando si teme di aver perduto per sempre un figlio, la sua riapparizione viene concepita quasi come un miracolo, una benedizione del Signore, per chi ci crede.

Eppure c’è chi, commentando l’articolo del Corriere.it che racconta questa storia a lieto fine, la pensa diversamente. “Un bel calcio nel c**o e torna da dove sei venuto!” è la sintesi di molti dei commenti. Ma c’è anche chi accusa i genitori di essere responsabili della fuga, proprio per i motivi che ho esposto sopra. Più equilibrati mi sembrano i commenti che, pur sostenendo che il “figliuol prodigo” debba essere accolto a braccia aperte, non mancano di sottolineare che, qualunque fosse il motivo della fuga, il ragazzo avrebbe dovuto, magari dopo un po’ di tempo, rassicurare i genitori sulle sue buone condizioni di salute. Meglio piangere un figlio lontano ma sano che un figlio (creduto) morto.

E voi cosa ne pensate?

NAUFRAGIO CONCORDIA: L’ “EROE” DE FALCO RIMOSSO DALL’INCARICO

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E così Gregorio De Falco, colui che aveva tentato di rispedire a bordo il comandante della nave Costa Concordia, Francesco Schettino, la notte del famoso naufragio, è stato sollevato dall’incarico che aveva presso la Capitaneria di Porto di Livorno.

Non sono note le motivazioni, fatto sta che Ilarione Dell’Anna, già responsabile della Capitaneria di porto di Livorno durante il naufragio, promosso e spedito a Roma, ha firmato il documento (definito beffa) con il quale si comunica all’ufficiale il trasferimento in un ufficio amministrativo.

De Falco, famoso per la telefonata fatta a Schettino con toni accesi (ricordate quel suo “torni a bordo ca**o!), si dice amareggiato ma da militare esegue gli ordini.

Non si sa, come dicevo, se la decisione di trasferire (a fine mese) il capitano di fregata in un ufficio, sollevandolo dalla mansione operativa svolta per dieci anni presso la Capitaneria di Porto, sia direttamente riconducibile al comportamento assunto durante quella tragica notte del 13 gennaio 2012. Certamente, come ho avuto modo di dire altre volte, i toni della telefonata e l’arroganza dimostrata nei confronti del comandante Schettino sono stati inaccettabili. Si può capire la concitazione, l’ansia, la preoccupazione per le sorti degli imbarcati, ma la richiesta di far tornare a bordo Schettino ripercorrendo la biscaggina (o biscaglina che dir si voglia) mentre era ancora in corso l’evacuazione di centinaia di passeggeri, era di per sé assurda perché così facendo l’evacuazione sarebbe stata ostacolata, senza contare la pendenza che la nave aveva assunto che avrebbe reso l’impresa davvero difficile. Non lo dico io, l’hanno detto esperti “uomini di mare”.

De Falco, al di là dell’episodio che l’ha reso involontariamente protagonista, è una persona schiva e ha sempre cercato di rimanere nell’ombra una volta calato il sipario sul naufragio della Concordia, anche se la parola fine di questa brutta vicenda chissà quando verrà davvero scritta.
Tuttavia, pare che i rapporti fra lui e l’allora comandante della Capitaneria di Porto di Livorno, Ilarione Dell’Anna si fossero incrinati proprio a causa della notorietà riservata a De Falco quel 13 gennaio che avevano messo in secondo piano il suo ruolo di comandante della Capitaneria.

Una vendetta a scoppio ritardato? Non è dato sapere. Appare strano comunque che una “punizione” del genere, se tale si può considerare, arrivi dopo così tanto tempo. A meno che la causa della rimozione dall’incarico operativo sia dovuta all’assenza di De Falco nelle celebrazioni pubbliche come la consegna della medaglia d’oro al Giglio o alle manovre di rimozione del relitto.

Solo congetture che, però, non piacciono al diretto interessato: «nella mia posizione non servono le deduzioni o dubbi, ma fatti e certezze», dichiara e aggiunge: «In questo momento difficile – conclude – sto valutando tutto. Compreso abbandonare le stellette anche se per me sarebbe un fallimento di vita. Nonostante tutto sono pronto a valutare anche la possibilità di lasciare tutto e andarmene. Del resto, a 50 anni non capisco perché si toglie un ufficiale con la mia esperienza dai ruoli operativi per destinarlo a un altro incarico. Era così necessario per una figura come la mia un ulteriore iter formativo?».

Mentre si attendono risposte che forse non arriveranno – non credo siano dovute dichiarazioni pubbliche su ogni decisione che riguardi le mansioni lavorative, siano esse civili o militari – anche il mondo della politica si pone delle domande.
Il parlamentare Pd Federico Gelli ha annunciato un’interrogazione al ministro Maurizio Lupi per conoscere la ragione di questa scelta. «Il ministero dei Trasporti chiarisca la vicenda della rimozione del comandante Gregorio De Falco – spiega Gelli – dal settore operativo della Capitaneria di Livorno e il suo trasferimento ad un ufficio amministrativo. Nel pieno del processo sul naufragio della Costa Concordia, è opportuno chiarire se ci siano motivazioni particolari dietro questa scelta».

Una riflessione finale è d’obbligo: De Falco stesso, che di fronte a quanti lo definivano un eroe ha sempre dichiarato di aver fatto semplicemente il suo dovere, ha dato l’annuncio del suo spostamento di ruolo durante la conferenza stampa di presentazione di Liburnia 2014 che è l’annuale esercitazione di protezione civile che vede coinvolte le misericordie della Toscana e che, grazie al contributo di De Falco, quest’anno vedrà anche una prova simulata di emergenza a bordo di un traghetto.
Una rivalsa su Schettino salito in cattedra lo scorso agosto alla Sapienza di Roma per una lectio magistralis sulla “gestione del panico”?

Insomma, i riflettori accesi fanno sempre comodo.

[fonti: Corriere.it, da cui è tratta anche l’immagine; lanazione.it; corrierefiorentino; fanpage.it; repubblica.it]

GEMELLI CONTESI: E SE LI “DIVIDESSERO” TRA LE DUE FAMIGLIE?

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Non è mia questa proposta choc. L’ “idea” è di Francesca Bolino che, a proposito della triste vicenda dei gemellini contesi, si chiede su un blog di Repubblica.it:

la soluzione più umana non sarebbe quella di dividere i gemelli affidandone uno a ciascuna coppia? […]

Mi rendo conto che sarebbe una soluzione eccezionale, che richiede energie e disponibilità eccezionali da parte delle due coppie. Ma di fronte a un caso eccezionale la soluzione può essere soltanto eccezionale.

In questi mesi su questa vicenda sono state dette molte cose. A parte la decisa condanna dell’errore umano compiuto all’ospedale Pertini di Roma, da un lato si difende la genitorialità naturale, ovvero la donna che ha dato alla luce i gemelli, dall’altro si ritiene che abbiano maggiori diritti i genitori biologici. Questo perché i due gemelli hanno il loro DNA.

Certo è che la scienza, seppur attraverso l’errore di chi l’ha applicata, non dà più ragione al 100% all’unica sicurezza che riguardava la nascita di un bambino: mater semper certa. Infatti, se dovessimo appellarci all’antico detto, i bambini nati ai primi di agosto dovrebbero essere figli della donna che li ha partoriti. Sempre sulla base del citato assunto il giudice Silvia Albano, che avrebbe dovuto occuparsi della sospensione della registrazione all’anagrafe dei bambini chiesta dai genitori biologici (cosa ormai impossibile, dato che la nascita dei bimbi è stata anticipata, è avvenuta in gran segreto e la notizia è stata diffusa solo dopo la registrazione allo Stato Civile), avrebbe comunque stabilito che i genitori dei gemellini sono quelli “sbagliati”.

Insomma, un utero non è solo un’incubatrice. Una donna, nei nove mesi della gestazione, sente crescere dentro di sé la sua creatura, la nutre, le parla, si crea tra madre e feto una simbiosi che solo la nascita interrompe. Ma quel legame speciale che si è venuto a creare per lungo tempo non potrà mai essere annullato. Prova ne sia che esistono dei casi in cui una madre “surrogata”, pentendosi della scelta operata, rivendichi il suo diritto a crescere i figli che ha dato alla luce per la gioia di altri.

Da una parte, dunque, c’è la natura e dall’altra la scienza. Proprio la scienza dice che, nell’essere padri o madri, è il DNA che conta. Non stupisce, quindi, che i genitori biologici rivendichino i propri diritti. Però come sostiene l’avvocato che difende la coppia che ha dato alla luce i bambini, accanto alla generica c’è l’«epigenetica».

La ricerca scientifica, secondo la tesi dell’avv. Michele Ambrosini, proverebbe le diverse capacità di attivazione e di «adeguamento» del DNA in base all’ambiente. «Esemplifico: i genitori biologici affermano che i due gemellini possiedono il loro DNA, giusto? Ma io obietterò che il ruolo fondamentale è quello della madre naturale, che assicura al bambino protezione e alimento. È questa trasmissione di natura a trasformare nel tempo il DNA. Mi avete capito? Insomma, pensate alla differenza che c’è tra scrivere un libro e leggerlo. Chi scrive un libro gli trasmette senz’altro il suo DNA. Ma poi il libro appartiene a chi lo legge, perché chi lo legge lo trasforma attraverso il suo filtro personale di emozioni ed umori. Ecco, questa è l’epigenetica».

Scienza a parte, il problema rimane. I genitori naturali non avranno mai la gioia di dire, osservando i propri figli, “guarda come assomiglia al nonno!” oppure “Ha preso proprio da te”. Cosa che accade, mi si potrà dire, anche nel caso di adozione. L’amore però non cambia. Certamente ma in questo caso, contrariamente a ciò che si verifica nella maggior parte delle adozioni, mamma e papà sanno chi sono i “veri genitori” dei gemellini, sanno che l’utero di un’altra donna avrebbe dovuto ospitare gli embrioni, sanno che prima o poi la verità dovrà essere raccontata ai figlioletti ignari di essere i “figli sbagliati”. E cosa potranno dire della scelta operata dai genitori?

La natura, invece, questa volta si deve arrendere. I genitori biologici non avranno il piacere di abbracciare i due fagottini, di farli crescere, di assistere ai primi passi incerti di chi si stacca dalla mano sicura di mamma e papà e vuole conoscere il mondo, di consolarli al primo ginocchio sbucciato. Non ascolteranno i primi balbettii e le prime parole, non li accompagneranno emozionati il primo giorno di scuola, non li seguiranno nelle piccole e grandi scoperte della vita. Avere dei figli e far finta di nulla non deve essere facile. Non lo è nemmeno per chi i figli li abbandona.

Quando in aprile è uscita questa notizia, qualcuno ha parlato, facendo ovviamente un’potesi, di affido condiviso fra le due coppie. Questa potrebbe essere una soluzione, tuttavia non priva di disagi per i bambini, primo tra tutti l’essere sballottati da una casa all’altra. A meno che non si opti per una scelta come quella proposta (e quindi in quel caso obbligata) da un giudice che ha stabilito che la bambina di due coniugi separati non dovesse cambiare lei casa a settimane alterne o nei week-end ma fossero i genitori ad alternare la loro presenza in un’unica abitazione che di fatto sarebbe stata quella della figlia (ne ho parlato QUI).

Tornando alla proposta di Francesca Bolino, nel tweet che mi ha portato a scoprire il suo post ho semplicemente risposto: “E’ una situazione terribile. Non posso dar ragione a Bolino ma nemmeno torto. Nn so qual è il bene x i bimbi”. E ora me lo chiedo nuovamente: qual è il bene per quei bimbi? Dividerli, farli crescere separati, affidandoli uno ai genitori naturali e l’altro a quelli biologici, sarebbe un bene per loro? Farli crescere assieme, seppur separati, come fossero amichetti o cuginetti, sarebbe possibile? La mamma che li ha partoriti potrebbe accettare di essere chiamata mamma solo dalla femminuccia o dal maschietto? La donna a cui erano appartenuti quegli ovuli potrebbe accettare di essere chiamata mamma da uno solo dei due figli? Uno è meglio di niente, direte. Allora, colei che li ha tenuti entrambi per nove mesi nella pancia, sentendosi la loro madre, sarebbe un’egoista se volesse tenerli per sé sola?

Sono interrogativi che credo non abbiano risposte. In questa brutta storia non penso ci sia spazio per i compromessi perché a qualunque soluzione si arrivasse, scontenterebbe una delle parti. La natura non sempre vuole la felicità degli uomini (Leopardi docet), la scienza ne offre solo una parvenza.

[immagine da questo sito]

PRENDE UNA MULTA PER BESTEMMIA E PROTESTA: “CREDEVO DI VIVERE IN UNO STATO LAICO”

automobilistaE’ il 27 marzo scorso. Nel pomeriggio sull’autostrada A4 si forma una lunga coda di autovetture a causa di un camion che, con uno pneumatico bucato, non può proseguire la marcia. Stufo di attendere, a un ragazzo modenese di 23 anni scappa una bestemmia ad alta voce. Come spiegherà in seguito, l’esternazione era dovuta a un dolore che si era procurato sbattendo con rabbia il polso (mezzo ingessato a causa di una caduta con lo snowboard) sulla leva del cambio.

Fatto sta che una pattuglia della Stradale sente la bestemmia, raggiunge l’autovettura, opera i controlli del caso e rilascia regolare contravvenzione: 56 euro per il mancato uso delle cinture di sicurezza da parte dei viaggiatori seduti sul sedile posteriore e 28 euro per omessa esposizione del contrassegno di assicurazione (pur risultando regolarmente pagata!). Ma non è finita qui.

A quei poliziotti la bestemmia non era piaciuta. Invocando l’articolo 724 del Codice penale “Bestemmia e manifestazioni oltraggiose” è stata comminata al giovane anche una sanzione di 102 euro. Ma il 23enne non ci sta, anzi, non proprio lui ma un compagno di viaggio ha scritto una lettera alla redazione del quotidiano friulano Messaggero Veneto, manifestando il suo disappunto:

«Desidero informarvi – si legge nella mail – di quanto avvenuto giovedì all’altezza del ponte sul Tagliamento (…), dove la Stradale ha multato una delle nostre auto – eravamo un gruppo di 8 persone, amici modenesi e ferraresi, e ci stavamo dirigendo verso l’Austria a bordo di due macchine – perché uno di noi, esasperato dalla coda, ha bestemmiato dall’auto che, per il caldo, aveva il finestrino abbassato. Gli agenti hanno sentito e hanno multato il ragazzo per 102 euro, adducendo come motivazione che “bestemmiava ad alta voce contro le divinità ovvero i simboli religiosi dello Stato”. Ora: tralasciando il discorso sull’inopportunità della bestemmia (vorrei vedere voi, in coda…), io credevo di vivere in uno Stato laico».

Naturalmente il ragazzo sta pensando di fare ricorso contro l’ingiusta, a suo parere, ammenda.

Io ricordo che una volta anche sugli autobus campeggiava la scritta “Vietato bestemmiare” e l’Italia è da sempre uno Stato laico. Qui in Friuli, purtroppo, la bestemmia è un intercalare molto diffuso, tanto che quasi quasi l’orecchio è assuefatto. Ma rimango dell’idea che, al di là di qualsiasi motivazione religiosa, bestemmiare debba essere considerato un comportamento incivile e purtroppo sta dilagando tra la gioventù, ragazze comprese. Forse anche a casa i genitori hanno l’orecchio assuefatto. Ma, a meno che non abbiano anche la mano rattrappita, un bel ceffone ai figli potrebbero pure tirarglielo.

[L’IMMAGINE tratta da questo sito NON SI RIFERISCE ALLA NOTIZIA RIPORTATA]

MA VOI LO PORTERESTE IN GIRO UN BIMBO CON IL GUINZAGLIO?

bambini-guinzaglioOggi sul Corriere.it ho letto una notizia che a dir poco mi ha sconvolto meno di alcuni commenti.

Il fatto è questo: una coppia di immigrati dell’Est Europa ha legato al letto il figlio di 3 anni (pur lasciandolo a casa con la nonna 🙄 ), per andare a fare la spesa. Degli agenti hanno scoperto il “barbaro” gesto dei due in occasione di una visita nell’appartamento per controllare la residenza della famiglia.

Ora, non mi pronuncio sul fatto che appare già grave senza bisogno di commenti. Va da sé, tuttavia, che quando si leggono notizie del genere si apre una discussione infinita. Quello che però mi ha lasciata sconcertata è che la discussione, partita dalla condanna del gesto di legare il bambino a letto, è scivolata sull’uso dei guinzagli per bambini che, a detta di moltissimi lettori, sarebbero utilissimi.

Il mio primo commento è stato il seguente:

Io ho due figli, ormai adulti, che hanno 22 mesi di differenza … non so se mi spiego. Non solo quando il più grande aveva 20 mesi l’ho abituato a fare a meno del passeggino (oggi, invece, vedo mamme che usano quelli gemellari per bambini con poca differenza d’età), non ho mai usato guinzagli di sorta che, al contrario di quanto afferma [replicavo ad un lettore che difendeva l’uso del guinzaglio ritenendolo indispensabile se di bambini se ne hanno due se non tre tra i 2 e 3 anni], non sono indispensabili e a me personalmente sembrano più che una crudeltà, una vera e propria umiliazione. Se non si ha voglia di occuparsi dei figli, di portarli ai giardinetti o a fare la spesa e di seguirli con attenzione ovunque si vada, di fare qualche sacrificio, è meglio non metterli al mondo. Altroché guinzagli!

Dopo questo commento è arrivata la replica piuttosto risentita di una madre:

Ha ragione lei siamo noi mamme veramente incapaci, crudeli che mettiamo al mondo figli di cui non ci prendiamo cura. Siamo ignoranti e non vogliamo spiegare nulla ai nostri figli della vita ne seguirli. La colpa è nostra. E a puntare il dito contro di noi sono altre donne. Siete proprio delle belle persone e sono molto contenta ed onorata che ci siate voi a farmi capire come si alleva un figlio.

Ormai mi conoscete e sapete che non mollo. 🙂 Nel frattempo molte altre persone erano intervenute a difendere l’uso del guinzaglio, precisando che il suo nome corretto è dande, di cui parla anche Kant nel suo L’arte di educare, sconsigliandone vivamente l’uso. Quindi se è vero, come dicono, che anche i pediatri lo consigliano, si vede che Kant aveva preso una cantonata pazzesca. 😦

La mia ulteriore replica è stata la seguente:

Io di guinzagli o dande non ne ho mai visti qui (vivo in una civilissima città del Nord-Est d’Italia), solo qualche volta al mare, ma moltissimi anni fa, e ad usarli erano i tedeschi. Ora a quanto pare vanno di moda, evidentemente da altre parti. Siccome i bambini sono sempre stati vivaci e imprevedibili, se ci sono mamme che non li usano dobbiamo considerarle delle sconsiderate? Oppure dobbiamo pensare che le mamme moderne […] abbiano paura di tutto e crescano i figli senza insegnare loro il senso di responsabilità e l’autonomia? Io propendo per la seconda.

A questo punto mi chiedo: ma voi avreste mai portato (o portereste) a spasso il pupo come fosse un cane?
Sarà senz’altro una comodità e poi magari succede che le mamme moderne, fan delle dande, facciano come questa del video

BAMBINO CONTESO: MAMMA PRESIDIA LA CASA DI ACCOGLIENZA DOVE SOGGIORNA IL FIGLIO

bambino contesoRicordate il caso del bambino conteso da mamma e papà che ha fatto scalpore nell’ottobre scorso?
Il fatto accadde a Cittadella, in provincia di Padova, un caso apparentemente privato, come presumo ce ne siano tanti in Italia, che divenne di dominio pubblico perché il filmato che riprendeva il prelevamento del bimbo dalla scuola elementare, con l’intervento della Polizia di Stato, fu trasmesso dalla Rai nel corso di una puntata di “Chi l’ha visto?“.

Allora intervenni in un post per difendere l’operato della poliziotta, “rea” di aver risposto alla zia del bambino, la quale energicamente protestava contro il provvedimento, ““io sono un’ispettrice di polizia, lei non è nessuno”. Da allora i riflettori si sono spenti sul caso, com’era giusto che fosse. Ma oggi sul quotidiano “Il Gazzettinola madre del bambino torna a far parlare di sé e lo fa, com’era prevedibile, in modo alquanto plateale.

La signora, infatti, sta presidiando da 48 ore la casa di accoglienza nella quale ha trovato ospitalità il figlio, dopo che un giudice le ha tolto la patria potestà affidandola al padre in via esclusiva. Ricordo che il genitore, di professione avvocato, si era rivolto al tribunale in quanto, dopo la separazione dalla donna, gli era stato impedito di vedere il bimbo con regolarità e, anzi, la famiglia dell’ex aveva fatto quadrato attorno al piccolo per proteggerlo, a loro dire, da un padre violento con cui lui non voleva stare. Fatto sta che il giudice ha dato ragione al papà e ha disposto il provvedimento, discutibile nei modi finché si vuole, che gli è parso più giusto.

La mamma del bambino, dicevo, ora non intende muoversi dalla sua “postazione” davanti alla casa di accoglienza dove soggiorna anche l’ex marito. Non per volontà sua, come sembra.
La donna spiega così la sua presa di posizione: «Da qui non mi muovo finché non mi verranno date delle spiegazioni. Ho portato pazienza, ma le condizioni paritetiche decise dal decreto del giudice, non vengono assolutamente rispettate. Non posso più stare in silenzio. Se fino ad ora la situazione si poteva dire accettabile, adesso non lo è più. Al mio ex sono concesse cose che io non posso fare, ma che non dovrebbe fare neppure lui perché il decreto parla chiaro. Ha portato mio figlio in casa sua dal 23 al 26 febbraio, mentre dovrebbe rimanere nella struttura. Lui più volte ha dormito nella casa quando invece non potrebbe».

Da parte sua il padre del piccolo non commenta la decisione dell’ex moglie, limitandosi a ricordare il provvedimento che ha portato all’allontanamento del bambino dalla casa materna: «Non prendo posizione su quanto detto dalla signora, dico solo che non vuole che mio figlio venga a casa mia e sta presidiando la struttura. Solo questo basta per far capire la situazione. Sono bloccato qui da due giorni perché, se io esco, ha detto che succederanno delle cose, non so cosa. Per decisione del tribunale sono io l’affidatario unico, ho la patria potestà. Quella della mia ex moglie è decaduta, c’è l’ordine di allontanamento come pure per la sua famiglia».

A questo punto mi chiedo: a cos’è servito tutto il clamore suscitato dal video andato in onda su Rai 3? Il caso, come si può notare, non è molto diverso da altre vicende che, purtroppo, vedono coinvolti dei minori contesi fra genitori e in cui giungere ad un accordo sembra impossibile.
Per quanto possano essere discutibili le decisioni prese dal tribunale dei minori, credo che le si debba accettare e, casomai, discutere civilmente la questione, in privato, per il bene del bambino conteso. Gesti plateali come quello fatto ad ottobre non servono a nulla se, dopo quasi cinque mesi, si è esattamente al punto di partenza.