1 giugno 2016

LIBRI: “SPLENDI PIU’ CHE PUOI” di SARA RATTARO

Posted in Letteratura Italiana, libri tagged , , , , , , , , , a 6:01 pm di marisamoles

PREMESSA
Sara Rattaro è, a mio parere, una delle migliori penne che la narrativa contemporanea di casa nostra ci offre. Il successo dei suoi romanzi, decretato anche dal Premio Bancarella che le è stato assegnato nel 2015 per
Niente è come te, credo sia dovuto ai temi che l’autrice sceglie, mai banali e sempre di grande attualità. Dopo la crisi di coppia di Un uso qualunque di te e il tema scottante delle sottrazioni di minori da parte di uno dei coniugi, argomento trattato nel romanzo già citato, in Splendi più che puoi viene affrontato un altro “dramma moderno”, quello della violenza familiare.

sararattaroL’AUTRICE
Sara Rattaro nasce a Genova dove, dopo il diploma magistrale, nel 1994 si iscrive alla facoltà di Scienze Biologiche, laureandosi nel 1999 con lode. Nel 2009 consegue la laurea anche in Scienza delle Comunicazioni sempre presso l’Università degli studi di Genova.
Dal 1999 al 2006 frequenta più di una decina di corsi di specializzazione sia inerenti gli Studi clinici sia nel campo della Comunicazione conseguendo il master in Comunicazione della Scienza «Rasoio di Occam» a Torino.
Nel 2009 con il suo primo romanzo Sulla sedia sbagliata, pubblicato dall’editore Mauro Morellini, ottiene un buon successo di pubblico e critica.
Nel 2012 vede la luce il suo secondo romanzo, Un uso qualunque di te, che viene pubblicato da Giunti, vendendo 20.000 copie in una settimana, tradotto in 9 lingue.
Nel maggio 2013 pubblica il best seller Non volare via edito da Garzanti.
Nel settembre 2014, sempre per Garzanti, esce Niente è come te che ottiene il Premio Bancarella l’anno successivo. Nel marzo 2016 Rattaro pubblica, sempre per Garzanti, l’ultimo romanzo di successo: Splendi più che puoi.

Splendi più che puoi

Splendi più che puoi

LA TRAMA
La protagonista di Splendi più che puoi (Garzanti, 2016) è una giovane donna, Emma, che dopo una relazione durata dieci anni con un uomo molto più vecchio, Tommaso, incontra quello che crede essere l’amore della sua vita: Marco. Nell’arco di pochi mesi i due si sposano in gran segreto. Il matrimonio fin da subito non è ben visto dalla numerosa famiglia di lui, ricca e borghese, che nemmeno Emma riesce ad apprezzare. Fin dal momento della presentazione ufficiale in veste di moglie, la donna comprende che c’è qualcosa di oscuro in quella famiglia:

Mi vennero i brividi. Mi chiesi quante persone potessero esserci in quella sala e quante di loro, in quel momento, stessero sorridendo con gioia.
«Vi presento Emma!»
La porta davanti a me si spalancò e io mi trovai sul palcoscenico senza aver ripassato la parte.
Decine di occhi di tutte le età erano puntati su di me, sui miei vestiti, le mie pellicine tirate, il rossetto fuori luogo e la mia voglia di scappare. […]
Guardai una donna anziana avvicinarsi a noi.
«Emma, questa è mia madre.»
«Oh, signora, è un vero piacere fare la sua conoscenza, Marco mi parla così spesso di lei…»
«Io invece non l’ho mai sentita nominare ma a tutto ci deve essere una spiegazione…» (pag. 49 dell’edizione citata)

La suocera, in un discorso privato, cerca di mettere in guardia la giovane con una frase che sul momento ad Emma appare sibillina: Non ho paura di te, ho paura per te. Un avvertimento a diffidare di quel figlio che la madre stessa definisce un uomo complicato e che Emma conosce davvero poco.
L’inquietudine accompagna la protagonista per tutta la serata e anche in occasione di una festa che i due sposi decidono di organizzare per festeggiare le nozze già avvenute. Tutto appare sinistro, anche le parole dell’anziana nonna della protagonista:

«Oh Emma… ma come…»
«Nonna, ti prego. Devi essere contenta per me…»
«Contenta? E perché mai?» mi chiese. (ibidem, pag. 56)

Da quella sera inizia per Emma un lungo viaggio agli inferi, abitato da mostri come la vergogna, i sensi di colpa, la sensazione di inadeguatezza. Un nero vortice la inghiotte senza che lei possa far nulla per evitare il completo annientamento di sé, delle sue aspirazioni professionali, dei sogni di giovane sposa. Marco non è il marito che si era immaginata. Violento, non le risparmia critiche, la allontana dal lavoro, dagli affetti, la tiene segregata in casa e la comanda a bacchetta.
Il trasferimento forzato in uno sperduto paesino di montagna, nella casa di famiglia di Emma, non fa che accentuare la sua infelicità e l’incapacità di ribellarsi. Nemmeno la nascita della figlia Martina porta a un miglioramento della situazione. La giovane è schiava dell’uomo che credeva l’amasse e la volesse proteggere. Invece Marco è un inetto, un parassita, non lavora e, allo stesso tempo, non vuole che la sua donna riprenda la vecchia attività. Anche i risparmi si stanno esaurendo.

Emma capisce che la soluzione non può che essere la fuga. Ma nulla deve essere improvvisato. Suo marito è pazzo e capace di qualunque cosa, anche di fare del male alla bambina per punire lei:

Un giorno mi lasciò sola a casa. Avevamo finito la farina con la quale si ostinava a fare il pane e decise di andare a comprarla. Portò Martina con sé. Mi spiazzò. Perché aveva deciso di portarla? Mi chiesi se lo avesse fatto per impedirmi di scappare con mia figlia. Era giorno e sarei potuta uscire dalla porta di casa. Mi vennero i brividi. Ero io che iniziavo a pensare come lui o era lui a essere comodamente entrato nella mia testa? (idibem, pag. 108)

Non è facile chiedere aiuto, ancora più difficile è fidarsi di qualcuno. Una donna nelle sue condizioni inizia a diffidare di chiunque. Eppure Emma trova la forza di lanciare un grido che, tuttavia, non riesce a squarciare il velo di omertà che caratterizza la famiglia del marito. Loro sanno ma sono pronti a negare, ad addossare ogni responsabilità su di lei. Esattamente come Marco.
Chiamare in causa i suoi genitori è fuori discussione: non saprebbe come difenderli dalla furia del marito. L’unico che può davvero fare qualcosa per lei è Tommaso, il suo ex, che è pure un medico. Sarà lui a darle una mano, ma la progettazione della fuga in gran parte grava su di lei. In questo momento Emma, gracile e denutrita, scava nel suo animo ferito, privato ormai di ogni dignità, e nell’istinto di protezione tipico di una madre trova l’energia necessaria per difendere la figlia. Proprio lei, la stessa donna che non ha mai saputo proteggere se stessa.

Inizia per la protagonista una nuova vita in cui nulla sarà facile. L’importante è ricordarsi di splendere più che si può, come scrive l’autrice in una riflessione che conclude la narrazione:

Tutto questo viene comunemente chiamato guarigione, il nostro ritorno all’equilibrio e alla salute. Raramente però è accompagnato dalla dimenticanza. Ma non importa, perché l’unica cosa davvero importante è ricordarsi di splendere. Anche se il mondo, a volte, te lo impedisce, tu splendi. Splendi più che puoi. (ibidem, pag. 218)

***

I temi forti, come già scritto nella Premessa, piacciono all’autrice. Al centro dei suoi romanzi ci sono le dinamiche familiari complesse: il fragile equilibrio coniugale messo a dura prova da una tragedia, l’amore sconfinato per un figlio sottratto con la forza, la ricostruzione di un rapporto di coppia, destinato al fallimento, per amore di un figlio disabile (Non volare via).
Splendi più che puoi poteva andare oltre alla violenza domestica, trattare il femminicidio. Di questo l’autrice parla in poco più di una paginetta conclusiva, quando sulla storia di Emma è già calato il sipario, per lanciare un appello a tutte le donne che, come la protagonista, credono di poter “salvare” il loro carnefice, in nome di un amore che è sempre troppo: troppo poco (specie quello che si nutre per sé stessi), troppo esclusivo, tarlato da un’irragionevole gelosia, o troppo e basta. In ogni caso si tratta di una forma di amore malato che non si può curare con le proprie forze.

La narrazione in prima persona (Emma stessa è l’io-narrante) procede, come sempre nei romanzi dell’autrice ligure, su più piani.
L’inizio è in medias res e tratta il momento culminante della fuga di Emma. Nella parte che segue, un lungo flashback rievoca gli anni precedenti, che vanno dal 1990 al 1996, nel quale si colloca l’evento iniziale. Segue un lungo capitolo che tratta il “dopo”, ricostruendo il difficile cammino che Emma deve affrontare non solo per affrancarsi dalla schiavitù imposta dal marito, ma anche per proteggere la figlia, pur senza privarla del diritto di frequentare suo padre. Il romanzo si conclude con un salto temporale di 10 anni, tanti sono quelli necessari a terminare il lungo iter che scriverà definitivamente la parola fine sulla relazione malata. C’è, in queste poche pagine finali, un tacito invito ad essere felici, nonostante tutto, perché niente e nessuno può toglierci questo diritto.

La particolarità della scrittura di Sara Rattaro è, ancora una volta, quella di intervallare la narrazione con brevi riflessioni graficamente evidenziate con il corsivo, costume stilistico che, come già fatto notare nelle altre “recensioni”, può infastidire qualcuno. Personalmente, almeno in questo caso, le ho apprezzate, come anche i riferimenti legislativi che introducono le singole parti. A conferma che il diritto alla felicità non è qualcosa di personale e intimo, ma deriva dal rispetto della Legge e dalla sua corretta e tempestiva esecuzione. Cosa, purtroppo, non così scontata, come le cronache ci insegnano.

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27 maggio 2011

DOPO LA PICCOLA ELENA, JACOPO: UN’ALTRA VITTIMA DI UN PADRE STRESSATO

Posted in bambini, cronaca, famiglia, figli tagged , , , , , a 10:33 pm di marisamoles


Ancora una piccola vittima dello stress dei genitori, anzi, di un padre: Jacopo, 11 mesi, dimenticato per tre ore nell’auto dal padre, convinto di averlo portato al nido. Il fatto, incredibilmente simile alla vicenda della piccola Elena, è accaduto a Passignano sul Trasimeno, vicino Perugia.

Quando il padre si è accorto della dimenticanza, il piccolo era già agonizzante. Secondo le forze dell’ordine, che hanno inutilmente allertato il 118, la morte sarebbe stata causata da un arresto cardiocircolatorio dovuto ad una prolungata esposizione ai raggi solari all’interno dell’auto. Intanto il sostituto procuratore di Perugia, Mario Formisano, ha disposto l’autopsia sul corpo di Jacopo (in programma sabato), il sequestro dell’Opel Corsa e ha iscritto nel registro degli indagati il padre del piccolo con l’ipotesi di omicidio colposo.

Entrambi i genitori, all’annuncio della morte del figlioletto, si sono sentiti male e sono stati soccorsi all’Ospedale di Santa Maria della Misericordia di Perugia, lo stesso nososcomio nel cui obitorio è stato portato il piccolo Jacopo.

Dopo il salvataggio, da parte di alcuni passanti, di un neonato di tre mesi , abbandonato dai genitori nel parcheggio di un supermercato, un’altra piccola vittima dello stress? Sembra impossibile, soprattutto dopo la vicenda di Elena che ha colpito l’opinione pubblica, che non ci sia un po’ più di attenzione da parte dei genitori. Evidentemente la vita frenetica cui siamo tutti sottoposti continua a causare dei black out nel cervello dei papà troppo assillati dagli impegni. E santa Pupa – sulla cui esistenza crede fermamente la mia amica Diemme – si è distratta un’altra volta. Stressata anche lei?

[fonte: Il Corriere]

22 maggio 2011

LA MORTE DELLA PICCOLA ELENA: UN PAPÀ ESEMPLARE CON UNA MOGLIE SPECIALE

Posted in bambini, cronaca, famiglia, figli tagged , , , , a 8:04 pm di marisamoles


Non ce l’ha fatta la piccola Elena, “dimenticata” dal padre per cinque ore nell’automobile sotto il sole cocente. Il suo piccolo cuore ora batte nel corpicino di un altro bambino. Così anche il suo fegato e i reni hanno salvato la vita ad altri bimbi sfortunati. Ma la tragedia della piccola Elena, morta a soli 22 mesi, deve far riflettere sull’evento che l’ha portata alla morte. Perché un padre che dimentica la figlia, a prima vista, è solo un padre degenere, un disgraziato, un uomo che non merita nemmeno di essere chiamato tale. Ma Elena aveva una mamma speciale che nemmeno per un attimo ha pensato di aver sposato un mostro, nemmeno per un istante ha mediato di lasciare quell’uomo che le ha strappato dall’abbraccio la figlioletta. No, la mamma di Elena continua a ripetere, da giorni, che il marito è un papà esemplare e che quello che è successo a lui, può succedere a tanti padri amorevoli.

Lucio Petrizzi, quella maledetta mattina, era convinto di aver portato Elena all’asilo, affidandola alle cure delle maestre. Ma la bimba all’asilo non è mai arrivata. È rimasta per cinque ore chiusa nell’automobile del papà che si è semplicemente dimenticato della sua presenza. Un professionista, superimpegnato, come tanti. Ma lo stress fa brutti scherzi. La testa piena di pensieri, azioni che si fanno in modo automatico, senza riflettere, a volte ci si muove e il corpo se ne va per conto suo, come un automa, senza star dietro al cervello. Certo, succede a tanti. E quella bimba “dimenticata” è la prova che molte volte si è travolti dagli impegni, sia familiari sia professionali, tanto da non ragionare più. Com’è che si dice? Si è fuso il cervello.

Quello della povera Elena si è fuso davvero. Si è fuso a causa del sole che batteva sulla carrozzeria di quell’automobile e che l’ha trasformata in una sorta di fornace. Danni gravissimi, si è detto in un primo momento. Danni irreparabili, è stato l’annuncio di ieri. Di fronte ad un elettroencefalogramma piatto o quasi, una piccola speranza si è accesa per altri genitori, forse altrettanto impegnati e stressati. Sicuramente, però, dei genitori meno fortunati di quelli che aveva la piccola Elena.

Davanti alle telecamere, Chiara Sciarrini, in attesa di una bambina, la sorellina che la piccola Elena non potrà mai conoscere, in lacrime difende il marito, accusato di omicidio colposo e di abbandono di minore: «Non c’entra nulla. Non ho mai accusato Lucio e mai lo farò perché lui non è colpevole», aggiungendo che «Quello che è capitato a lui può capitare a ognuno di noi, perché non ci si ferma mai».

Già, non ci si ferma mai. Il ritmo cui siamo costretti quotidianamente ci fa girare come trottole. E a volte il destino si fa beffe di noi.

Ma io, con tutta la comprensione di cui è capace una madre, di fronte ad una tragedia immane come questa non credo sarei stata così coraggiosa. Forse questo si chiama amore, ma la maggior parte delle volte l’amore non basta.

[immagine tratta da questo sito; LINK della fonte]

AGGIORNAMENTO DEL POST, 25 MAGGIO 2011

Erano in tanti, tantissimi a Campli, al funerale di Elena, la bimba di 22 mesi che ha commosso tutta Italia, morta dopo tre giorni di coma per un edema cerebrale dopo essere stata incredibilmente dimenticata sull’auto dal padre che, invece di portarla all’asilo, l’ha lasciata nel parcheggio dell’Università per cinque ore. C’era anche lui in chiesa, l’amato papà, Lucio Petrizzi, aggrappato alla piccola bara bianca, sorretto da don Mazzitti che non lo ha lasciato un attimo, quasi a volerlo difendere dagli sguardi cattivi di chi pensa: «ma come ha potuto…». Ma papà Lucio ha già sofferto tanto, è già stato punito nel modo più atroce perdendo così la sua piccolina e tutti lo sanno che il senso di colpa che lo sta affliggendo potrà forse mitigarsi con il tempo, ma non potrà mai essere cancellato. Tutti hanno capito.

LA COMPRENSIONE – Dopo la moglie, Chiara Sciarrini, incinta all’ottavo mese, che per prima lo ha assolto: «Mio marito non ha colpe», anche le maestre di asilo, i colleghi di lavoro, gli abitanti di Campli hanno compreso il dolore di un uomo che chissà quante volte si chiederà: «Elena ha pianto? Mi chiedeva aiuto e io non c’ero… perché non c’ero…». Per Lucio non ci sono state accuse. Solo parole di consolazione e incoraggiamento: «Siete genitori meravigliosi, poteva capitare a tutti». «A tutti noi poteva succedere quello che è successo – scrivono i genitori dei bimbi dell’asilo nido frequentato da Elena, in una lettera letta da una delle maestre -. Caro Lucio, non attribuirti colpe che non hai. Troverete la forza di ricominciare, illuminati dalla luce di una nuova vita». Fulvio Marsilio, preside della facoltà di Veterinaria dell’Università di Teramo, dove Lucio lavora come docente e Chiara come ricercatrice, al termine della cerimonia ha sottolineato che nei giorni scorsi «oltre 200 studenti si sono raccolti per un minuto di silenzio in segno di solidarietà. Tornate presto tra noi – ha detto -, la vita ci dà tanto e può toglierci tutto». «È una tragedia che ha coinvolto tutta la comunità camplese, una fatalità che può succedere a tutti» ha commentato il sindaco di Campli, Gabriele Giovannini: «Ho ricevuto tantissime telefonate in questi giorni su casi simili, genitori che dimenticano i figli a scuola – ha detto il sindaco – c’è un qualcosa che ci porta a correre continuamente e crea un blackout nella memoria. È un problema dei tempi odierni, il correre sempre, lo stress: leggevo su una rivista scientifica online che in casi di stress ci possono essere momenti di blackout».

L’OMELIA – «Dio ha preso in braccio Elena, questa piccola creatura. Chissà che grande luce splenderà nel cuore di Lucio e Chiara» ha detto il parroco della chiesa Santa Maria in Platea, don Antonio Mazzitti nella sua omelia. «L’incidente è un fatto umano, non battete le mani per dare un sollievo a papà e mamma?», ha detto il sacerdote invitando i genitori di Elena, Lucio Petrizzi e Chiara Sciarrini, a salire sull’altare per accendere una candela e deporre un vestitino bianco sulla bara della figlia.

PALLONCINI – Davanti alla chiesa di Santa Maria in Platea, quando la bara della piccola Elena ha varcato la soglia sono stati liberati in aria tantissimi palloncini bianchi e gialli. Un lungo applauso e le campane a festa hanno poi accompagnato i genitori di Elena. Forse tanta solidarietà e tanti messaggi aiuteranno Lucio e Chiara a sopravvivere a un dolore tanto profondo e a ricominciare con energia e amore a essere ancora una volta genitori.

Cristina Marrone per Il Corriere

6 dicembre 2010

GARANTE, PENSACI TU!

Posted in cronaca, televisione tagged , , , , a 7:52 pm di marisamoles


C’è qualcuno che si ricorda quella vecchia pubblicità della Ferrero in cui arrivava il Gigante buono per risolvere i problemi derivati dalle scorribande dell’uccellaccio malefico, ma alquanto imbranato, Jo Condor?

Ecco. Quando ho letto questa notizia, mi sono tornati in mente i vecchi spot, piccoli capolavori del grande Carosello.
Si tratta dell’intervento del Garante per la Privacy, in merito al caso della tredicenne Yara, scomparsa da Brembate una settimana fa:

Il Garante per la protezione dei dati personali «invita i media, nell’esercitare il legittimo diritto di cronaca riguardo a un fatto di interesse pubblico, a usare sempre la necessaria responsabilità e sensibilità e a rispettare la richiesta di riservatezza che proviene dalla famiglia e dalla comunità cittadina». Il Garante chiede dunque agli organi d’informazione di «evitare accanimenti informativi sul caso e di limitarsi a profili di stretta essenzialità, astenendosi dal riportare dettagli e particolari che rendano la ragazzina e la sua famiglia vittime di inutili morbosità» (LINK della fonte)

Dico solo: era ora! Anche se, in casi come questo, dovrebbe prevalere solo il buon senso. Se il Garante è intervenuto, evidentemente il buon senso è ormai diventata merce rara, venduta a caro prezzo. Avetrana docet.

10 novembre 2010

I MISSERI: RITRATTO DI FAMIGLIA IN UN INTERNO

Posted in cronaca, famiglia, televisione tagged , , , , , , , a 7:33 pm di marisamoles


Leggendo le ultime novità sul caso Misseri (preferisco ricordare il cognome dei carnefici piuttosto che quello di una vittima innocente), ho ripensato ad un vecchio film di Visconti il cui titolo ricordavo come “ritratto di famiglia in un interno”, mentre, in realtà, si parla di “gruppo”. Poco importa, quello che conta è il “ritratto” che si va via via delineando di questa famiglia da mesi al centro della cronaca nera, in cui i ruoli si sono spesso confusi, ribaltati, lasciando dubbi e interrogativi sulle versioni date dai vari componenti.

Il “ritratto” di questa famiglia vede in primo piano Sabrina, ventidue anni, cugina della piccola vittima, e Michele, rispettivamente padre e zio delle due ragazze. Sullo sfondo, un po’ sfuocate, le immagini della signora Cosima, la moglie del presunto carnefice, e Valentina, rispettivamente sorella e figlia dei due protagonisti.
Fin dall’inizio, fin da quel 6 ottobre, giorno in cui è stato scoperto il corpo della vittima, tutti abbiamo pensato che la confessione di Michele Misseri fosse l’unica possibile. Ci eravamo meravigliati, forse, del ruolo marginale che l’uomo aveva avuto all’inizio della vicenda, il 26 agosto, fino al ritrovamento “casuale” del telefonino bruciato. Allora era parso strano, comunque, che si trattasse solo di una casualità ed avevamo assistito all’improvvisa entrata in scena di quest’uomo, piccolo, magro, dagli occhi di ghiaccio, in cui curiosamente sembrano specchiarsi quelli della sua vittima, un uomo schivo, fino a quel momento, che approfitta dei riflettori puntati su di lui, a causa di questo strano ritrovamento, per manifestare la sua disperazione, fino ad allora repressa, per la morte della nipotina. Una nipotina, esile e bionda, così diversa dalle corpulente figlie di Michele, che lui amava proprio come fosse sangue del suo sangue.

Le lacrime di Misseri, apparentemente sincere, hanno però permesso agli inquirenti di percorrere un’altra strada nelle indagini: una scomparsa ormai accertata come non volontaria, una “questione di famiglia”. Perché, fino ad allora, è stato trascurato l’accorato appello di mamma Concetta: “Cercate in famiglia”? Ma che cosa mai poteva nascondere quella famiglia in cui la piccola scomparsa era considerata una di casa? E quella casa, quali segreti mai poteva celare? Una casa-nido in cui la piccola aveva sempre trovato protezione, accolta da tutti i componenti della famiglia come una di loro.
Ma il ritrovamento del telefonino aveva portato le indagini proprio in quella direzione, aprendo le porte di casa Misseri, del garage, e sconfinando all’esterno, nei terreni di proprietà di quell’uomo, tutto casa, lavoro e famiglia, anzi solitario entro le mura della sua stessa casa. Uno che si faceva i fatti suoi, che dormiva sulla sedia a sdraio in cucina, che aveva da tempo rinunciato al ruolo di capofamiglia, lui, unico uomo fra tre donne, dominato da loro, in particolare da Sabrina, una virago che, in qualsiasi contesto, voleva essere al centro dell’attenzione.

Sabrina, l’amata cugina, anzi un’amica, la migliore. Un punto di riferimento per la piccola che, dal “basso” dei suoi quindici anni, si faceva dominare dalla cugina più grande. Almeno fino alla scorsa estate. Si sa, a quell’età i cambiamenti sono all’ordine del giorno: ci si sveglia al mattino e ci si sente diversi, più forti, stufi di apparire sullo sfondo, semplici comparse, si cerca il primo piano, il ruolo da protagonista.
La piccola, soffrendo per il modo brusco e autoritario con cui viene trattata dalla cugina più grande, si ribella a modo suo, rivolgendo le sue attenzioni ad un ragazzo più “vecchio”, quasi in cerca di protezione, lei che, specie dopo l’allontanamento da casa del padre e del fratello, sta vivendo all’interno di un universo femminile che inizia a starle stretto.

Ivano, detto “L’Alain Delon di Avetrana”, il ragazzo con il quale Sabrina aveva un legame speciale, su cui aveva messo gli occhi la cuginetta, diventa all’improvviso il casus belli, proprio il giorno prima di quel 26 agosto, l’ultimo passato all’interno delle mura domestiche, quel giorno in cui una gita al mare avrebbe forse dato modo alle due cugine di chiarirsi. Un chiarimento cui probabilmente la piccola voleva arrivare, dopo aver sfogato la sua rabbia e la sua delusione sulle pagine del diario.
Quell’infatuazione, ovvero la gelosia che ne è scaturita, poteva essere un movente perfetto per un delitto ma forse anche un motivo plausibile per l’allontanamento volontario, ipotesi, quest’ultima, che si affievoliva sempre più man mano che passavano le settimane. Gli inquirenti sanno bene che, in questi casi, i minori ritornano sui loro passi quando si rendono conto di non poter sopravvivere, senza soldi e senza un rifugio, quando non hanno un punto di riferimento preciso. E quale poteva essere, in questo caso, un punto di riferimento preciso? Ivano era al suo posto, a casa sua, continuava a negare che ci fosse un legame sentimentale con Sabrina e che avesse fatto delle esplicite advances alla cuginetta. Lui non poteva averla rapita, tantomeno uccisa. Perché mai? Temeva forse le ire delle cugina gelosa? Troppo debole, come movente, troppo rischioso. Molto meglio rimanere in disparte, farsi i fatti propri, lasciare che Sabrina parlasse, anche a sproposito, di una gelosia che non aveva motivo di esistere.

Lo scenario cambia, però, quel 6 ottobre: la confessione, allucinante, di Misseri spazza definitivamente il dubbio su un “caso di gelosia”, per aprire uno squarcio su quella famiglia di cui fino ad allora era sembrato che la sola Sabrina facesse parte. La matassa si dipana e dai fili di lana ormai liberi prende forma un delitto efferato, con un corredo di particolari raccapriccianti, messo in atto per nascondere una colpa che nessuno, fino ad allora, aveva preso in considerazione. Quell’uomo insignificante aveva prestato delle attenzioni moleste alla nipotina: bisognava farla tacere, per sempre.
Eppure, nelle pagine del diario della piccola non c’è traccia di questo deplorevole fatto. Aveva scritto della gelosia manifestata da Sabrina a causa di Ivano, ma nessuna riga, nessun riferimento neppure velato alle molestie subite dallo zio. Strano, anche se si può supporre che chi è vittima di molestie familiari voglia solo rimuovere un evento che percepisce come una vergogna. Insomma, è cosa su cui tacere.


In questo scenario pazzesco, i due componenti della famiglia Misseri, Michele e Sabrina, hanno dei ruoli differenti a seconda della versione fornita da ciascuno: lui indica la figlia come l’unica omicida e, pur cambiando versione per ben sette volte, si ritaglia il ruolo dell’aiutante nell’occultamento del cadavere. Ma non nega la violenza post mortem, una cosa atroce che da sola è sufficiente per attribuirgli il nome di mostro. Lei dice che il padre è pazzo, che ha fatto tutto da solo, che si è inventato ogni cosa. Non cede, Sabrina, nemmeno di un millimetro. L’ha detto anche la signora Concetta, madre della vittima: è un’altra Annamaria Franzoni, non confesserà mai. D’altra parte, a conforto della tesi del padre ci sono solo indizi, mancano prove schiaccianti. La verità, quando verrà fuori e se verrà fuori, forse ci lascerà spiazzati.

Insomma, i Misseri sembrano usciti dal teatro pirandelliano: a volte appaiono come dei personaggi che “recitano a soggetto”, altre i protagonisti di Così è (se vi pare). Ad un certo punto della commedia di Pirandello, nella vana ricerca della Verità, si assiste ad una sorta di ballottaggio fra i due personaggi principali, riguardo alla pazzia:

Eh caro! chi è il pazzo di noi due? Eh lo so: io dico TU! e tu col dito indichi me. Va là che, a tu per tu, ci conosciamo bene noi due. Il guaio è che, come ti vedo io, gli altri non ti vedono… Tu per gli altri diventi un fantasma! Eppure, vedi questi pazzi? senza badare al fantasma che portano con sé, in se stessi, vanno correndo, pieni di curiosità, dietro il fantasma altrui! e credono che sia una cosa diversa.

Ecco, questa è la famiglia Misseri, ovvero la famiglia dei Misteri.
Così è, se vi pare.

27 ottobre 2010

ALDO GRASSO E LA RI-EDUCAZIONE DEL TELESPETTATORE

Posted in attualità, reality show, televisione, web tagged , , , , , , , , a 3:56 pm di marisamoles

In queste ultime settimane si è detto tanto, a volte anche troppo, sulla Tv dell’orrore, quella Tv che sbatte in prima pagina il mostro, vero o presunto che sia. Quella Tv che a tutte le ore, partendo dal mattino presto con i talk quasi a reti unificate, e arrivando a notte fonda con gli altri talk (Porta a porta e Matrix un contro l’altro armati), parla di casi di cronaca, drammatici, come se si trattasse di un reality show. Questa esibizione dell’orrido tutto è meno che informazione. È morbosità, voyeurismo, ricerca forsennata dello scoop, vetrina delle miserie umane dei protagonisti di un dramma che, via via, perde i contorni dell’umano per assumere le fattezze di mostro. Un mostro mediatico, ultima generazione di mostri, moderno drago sputafuoco che, al posto delle fiamme, sputa immagini, video-interviste, nastri audio di interrogatori, in cui alle immagini si associano le voci degli assassini, veri o presunti che siano.

In questo sconcertante panorama, molte sono le voci di protesta che si sono alzate, voci, però, destinate a rimanere chiuse nel mondo virtuale del web. Sono voci che si alzano non solo dal “popolo” che paga il canone e, da consumatore qual è, contribuisce ad arricchire le casse, già ricche, della Tv commerciale. Talvolta accade che anche chi di giornalismo vive, onestamente e intelligentemente, s’indigna esattamente come il “popolo” della Tv.

Ho letto sul Corriere un interessante contributo di Aldo Grasso. In verità, l’argomento principale di cui tratta l’articolo è apparentemente estraneo al discorso che sto facendo. Il titolo, però, ha stuzzicato la mia curiosità: “I Gialappi arresi alla tv del nulla”. Quelli della Gialappa’s non hanno mai conquistato la mia simpatia ma quell’accenno alla “tv del nulla” ha catturato la mia attenzione. In sintesi, Grasso sostiene che tempo fa, qualcuno cercava ancora di attribuire alla tv una sorta di profondità, offrendo programmi di doppia lettura dove ci fosse spazio per la qualità e per la popolarità. Il che pareva arduo ma non impossibile, e si citavano Enzo Biagi e Piero Angela, «Blob» e «Striscia la notizia», i Gialappi e «Le iene» e pochi altri.

Concordo su Piero Angela ed Enzo Biagi. Il resto non rientra quasi mai nelle mie scelte televisive. Tuttavia, do il merito agli autori dei programmi menzionati di aver presentato un tipo di “tv non gastronomica”, una tv davanti alla quale ci si ferma a riflettere, senza subirla e basta. Una Tv, davanti alla quale il telespettatore non è, come accade al pubblico del “teatro garstonomico” di brechtiana memoria, solo portato ad assaporare lo spettacolo, quasi come fosse un manicaretto, a gustarselo per andare via con il palato soddisfatto, leccandosi le labbra.
Secondo Grasso, lo spettacolo offerto tempo fa dai Gialappi costituiva un tipo di televisione diversa. Ora, però, si sono ridotti a fare il verso al GF. Come mai? Cos’è successo? Perché suscitano tanta tristezza? La scusa che i Gialappi mettono tra virgolette il lavoro degli altri non regge più. È troppo chiedere loro un sussulto da questa deriva?

Già, anche i Gialappi si sono arresi alla tv del nulla. Forse è questo nulla che attira tanto l’attenzione dello spettatore “gastronomo”, visto che i tanti talk show che trattano sempre gli stessi temi e si rivelano noiosamente ripetitivi, quando non tristemente raccapriccianti, sono seguitissimi, a scapito di programmi d’intrattenimento più seri ed eleganti. Un mordi e fuggi, insomma. Un mezzo di godimento (sempre per chi preferisce il gusto del macabro) e non oggetto d’istruzione.

Aldo Grasso, quindi, conclude il suo articolo con questa riflessione:
A “Domenica in” si lamentano perché Lorella Cuccarini non fa ascolti, mentre Massimo Giletti ottiene buoni risultati. L’una fa una tv educata, gentile, l’altro, quando costruisce i docu-drama su Avetrana, fa una tv da voltastomaco. Ho il sospetto che il pubblico vada rieducato.

Eh sì, caro Aldo, è proprio così. Ma chi potrà mai occuparsi della ri-educazione del telespettatore, trasformandolo da goloso frequentatore di pantagruelici banchetti a fruitore di una parca ma indispensabile mensa?

17 ottobre 2010

BARBARA PALOMBELLI SCRIVE A SARAH SCAZZI. LA LETTERA AL TG 5 NELLA VERSIONE INTEGRALE

Posted in adolescenti, cronaca, famiglia, televisione tagged , , , , , , , a 9:13 pm di marisamoles

BARBARA PALOMBELLI SPIEGA PERCHÉ HA SCRITTO LA LETTERA A SARAH SCAZZI >>>

“Cara Sarah Scazzi tu che sei finita sfigurata e putrefatta,tanto che il medico legale ti ha dovuto nascondere allo sguardo di tua madre Concetta … ”

La chiama “principessa”, Barbara Palombelli. In una lettera accorata ma non priva di note macabre, si scusa con la piccola Sarah, si scusa se, guardando i poster dei gruppi rock dark appesi alle pareti della camera da letto, abbiamo avuto su di lei dei sospetti, l’abbiamo giudicata male, l’abbiamo dipinta come una bad girl, senza pensare che poster come quelli sono appesi in tutte le camere delle nostre figlie.

Una lettera di scuse, forse diversa da come l’avremmo scritta noi tutti che, volenti o nolenti, abbiamo assistito a quest’assalto mediatico su un caso di omicidio, un caso in cui è stato spesso dimenticato il ruolo della vittima. Mentre l’attenzione mediatica è rivolta alla famiglia degli zii di Sarah, ci siamo dimenticati di lei. Lei, ragazzina innocente, è passata in secondo piano e ci dimentichiamo che, quando sulle pagine dei giornali viene descritto il suo assassinio, il collo attorno al quale l’orco stringeva la corda, aiutato dall’orchessa, sua figlia, era quello di Sarah.

La Palombelli ne parla ricordando l’aspetto esile, quel vestito fucsia che tante , troppe volte le abbiamo visto addosso nei filmati di famiglia, il bel sorriso, gli occhi da cerbiatta … magra, bella, bionda, da far invidia a chissà quante altre. Da far invidia soprattutto ad una ragazza, più grande, l’amica del cuore.
Si scusa con Sarah, la Paolmbelli, per aver curiosato nei suoi diari, per aver cercato qualche segreto, forse inconfessabile.

Ma, purtroppo, le pagine erano quelle del diario sbagliato.

LINK PER VEDERE IL SERVIZIO DEL TG 5 IN CUI LA PALOMBELLI LEGGE LA LETTERA A SARAH.

AGGIORNAMENTO DEL POST, 18 OTTOBRE 2010

Pubblico di seguito la lettera che Barbara Palombelli ha letto durante il servizio del TG5 di ieri sera. Non essendo reperibile una versione scritta, ne ho trascritto il testo ascoltando il video del servizio. Pertanto, la punteggiatura è determinata dalle pause che la Palombelli ha fatto durante la lettura, nonché dalla coesione del testo. Mi scuso fin d’ora se la trascrizione non dovesse essere precisa.

Cara piccola Sarah, occhi da cerbiatto, cara piccola Bambi che ti sei consegnata ai tuoi cacciatori crudeli e senza cuore, dobbiamo tutti chiederti scusa, devi perdonarci.
Ti abbiamo usata, ci siamo buttati sulla tua scomparsa, abbiamo scavato nella tua vita, ti abbiamo sospettata di essere fuggita chissà dove, di essere una ragazzina forse un po’ leggera.
Abbiamo letto il tuo diario segreto con sguardi non innocenti come invece era il tuo. Ci siamo permessi di frugare tra i tuoi amati peluches. Stavamo per condannarti per dei manifesti horror, gli stessi che sono su tutti i muri delle stanze delle nostre figlie.

Cara Sarah, con quell’acca in fondo al tuo nome che ti faceva sentire importante; la tua firma ripetuta nei profili di Facebook dove però andavi di nascosto, dalla biblioteca comunale. Ti eri inventata un’identità: Sarah Baffi, l’Ammazzavampiri. Ma non ce l’hai fatta contro di loro: loro, i vampiri, i tuoi parenti, non ce l’hanno fatta ad amarti. Eri e sei troppo diversa da loro, sembri scesa dal castello delle fate, bellissima principessa in un regno di orchi e di streghe.

Tu avevi solo quindici anni e la colpa di essere bionda, magra e carina come tutte le ragazzine vorrebbero essere e non ci riescono. Ti bastava poco per essere felice: un matrimonio, una gita a Roma, un buon gelato, un gioco, una foto da appendere alla parete. Tu, principessa che sei finita sfigurata e putrefatta dopo quaranta giorni in un pozzo, tanto che il professor Strada, che ti ha sezionato e analizzato, ti ha nascosto persino alla tua mamma, quella mamma impietrita, mamma Concetta che al tuo funerale guardava lontano.

Noi che, senza conoscerti, ti abbiamo incontrato nei telegiornali e sui giornali, ti abbiamo mangiata proprio come l’umidità di quel pozzo, un pezzettino al giorno, piano piano, senza sprecare nemmeno una briciola della tua tragica favola. Era troppo bella quella favola e la magia del tuo volto e del tuo sorriso è riuscita, come in un incantesimo, a far salire gli ascolti in tutte le trasmissioni.

Ora che stai uscendo di scena per lasciare spazio ai tuoi assassini e alla rivelazione del male, in cui hai vissuto forse senza saperlo oppure sì, ora che tutta l’Italia partecipa all’indagine nazionale su di te che non ci sei più, ora è proprio arrivato il momento di pregare, pregare per te e per noi, per il nostro lavoro, per voi che state vedendo queste immagini.

Non ti dimenticheremo.
Sarah, perdonaci se puoi.

AGGIORNAMENTO DEL POST, 20 OTTOBRE 2010

Pare che le parole della Palombelli rivolte a Sarah, nel servizio andato in onda sul TG5 domenica sera, non siano piaciute al direttore Clemente Mimun.
La giornalista, che da qualche anno collabora con le reti Mediaset, avrebbe lasciato la sua “postazione” nella redazione del TG5. Mediaset, però, chiarisce: «Barbara Palombelli non può avere lasciato il Tg5 per il semplice motivo che non fa parte della testata di Clemente Mimun». La giornalista lavora infatti per Videonews, la testata Mediaset che produce tra gli altri Domenica Cinque, Mattino Cinque, Pomeriggio Cinque e Matrix, programmi ai quali Barbara Palombelli partecipa spesso come opinionista. Poiché la sede di lavoro di Videonews è all’Aventino, si sarebbe trasferita lì; solo per sua comodità aveva una scrivania al Palatino, dove ha sede la redazione del TG5. (LINK della fonte)

Da un colle all’altro, dunque, il “viaggio” è stato breve. Rimane il sospetto che il “trasloco” sia stato causato proprio dal servizio di domenica scorsa. L’importante è che la giornalista e Mimun si siano chiariti perché lei è stata coraggiosa ad essersi scusata, anche a nome della categoria, per l’assalto mediatico sul caso di Sarah Scazzi, e una “punizione” non sarebbe stata giusta. Purtroppo, però, il reality horror show da Avetrana continua, e non sappiamo quando finalmente si spegneranno i riflettori.

A Sarah voglio dedicare, infine, questi versi del poeta latino Marziale:

Una pesante zolla non ricopra le tenere ossa e per lei
tu, terra, non essere pesante: ella non lo fu per te.

7 ottobre 2010

OMICIDIO DI SARAH: LA TV SEMPRE PIÙ UNA FINESTRA APERTA SUL DOLORE

Posted in cronaca, famiglia, figli, televisione tagged , , , , , , , , a 1:57 pm di marisamoles


Oggi, come tutti anch’io mi sto chiedendo se sia stato opportuno, ieri sera, tenere aperto il collegamento con la casa dello zio di Sarah Scazzi, dove era presente la madre della ragazza, durante la trasmissione di Rai 3 “Chi l’ha visto?”. Anch’io, come molti, mi sto chiedendo se ci possa essere un limite alla trasformazione mediatica che fa del dolore privato oggetto di interesse pubblico, interesse spesso morboso. Non si tratta soltanto di condivisione: ieri sera, come tutti i telespettatori, la madre di Sarah, la ragazza uccisa dallo zio, ha saputo dell’omicidio della figlia in una diretta televisiva. Si può condividere un dolore, ma non mi sembra giusto che i familiari non abbiano potuto essere avvertiti prima di questa scoperta drammatica, mi chiedo se non si sarebbe potuto spegnere quella telecamera che inquadrava la sala da pranzo della casa del mostro.

Facendomi queste domande, mi sono imbattuta in un ottimo contributo di Aldo Grasso, su Il Corriere, secondo il quale, dopo Vermicino (la tragedia che vide convolto il piccolo Alfredo Rampi caduto in un pozzo, prima manifestazione mediatica di un dolore che da privato diventa pubblico) la Tv non si è più fermata di fronte ai drammi in diretta. Spegnere le telecamere non è più possibile.
Nella gara per conquistare lo share più alto non ci si ferma nemmeno di fronte alla morte. Neanche se si tratta di una ragazzina di quindici anni uccisa e poi violentata dallo zio.

QUESTO È IL LINK PER VEDERE IL VIDEO.

AGGIORNAMENTO DEL POST, ORE 16:50

RAITRE: UNA SCELTA GIUSTA – Il giorno dopo, il direttore di Raitre spiega la scelta di proseguire con la diretta di Chi l’ha visto? per seguire gli sviluppi della morte di Sarah Scazzi. Paolo Ruffini difende il programma e la Sciarelli: “Ha cercato di gestire nel modo piu’ delicato possibile una vicenda cosi’ tragica e devo dire che la conduttrice ci e’ riuscita”.

Ieri sera si era davanti a un bivio, dice ancora Ruffini: “Dare la linea a Parla con me, una programma di satira, per giunta registrato e che quindi non avrebbe avuto certamente il tono giusto. Ho preferito tenere aperto il programma fino a che Linea Notte non poteva prendere la linea e sono convinto anche oggi di aver fatto la scelta giusta, sarebbe stata meno consona la prima scelta”.

Quanto alle polemiche sul fatto che la madre della 15enne uccisa dallo zio abbia saputo del ritrovamento del corpo della figlia in diretta da Raitre, Ruffini spiega: “Non è stata una cosa studiata. Noi non abbiamo inseguito questa notizia, noi eravamo in onda con un programma di servizio dedicato alla ricerca degli scomparsi e stavamo seguendo il caso di Sarah. Durante la diretta la madre ha ricevuto la telefonata di un giornalista della carta stampata che le chiedeva del ritrovamento del cadavere e a quel punto lei lo ha chiesto alla Sciarelli che piu’ volte si e’ preoccupata di farla riaccompagnare a casa”. (dal Quotidiano.net)

AGGIORNAMENTO DEL POST, 10 OTTOBRE 2010

Riporto di seguito alcuni passaggi dell’intervento di Aldo Grasso su Il Corriere:

SI PUÒ STACCARE LA SPINA DALL’ORRORE?

Nel 1981 è successa la terribile tragedia di Vermicino, un’atroce, lunga diretta sull’agonia di un bambino sprofondato in un pozzo. Vermicino è stato un punto di non ritorno, una di quelle strade dannate e assurde che l’umanità ogni tanto imbocca e dalla quale non sa più tornare indietro. Con Vermicino qualcosa si è spezzato per sempre. Da allora, tutti i canali hanno alimentato il filone orrorifico, a stento mascherandolo: il dolore come show, la sofferenza come osceno lievito dell’ascolto. Ogni volta, il luogo della tragedia si trasforma in un enorme set televisivo, con il fondato rischio che il dolore declini in spettacolo. Un fremito sembra anzi scuotere gli astanti, parenti e amici (perché la madre era in tv, aveva solo la Sciarelli cui chiedere soccorso?).
[…]

A volte, abbiamo la sensazione che certi conduttori, come sciacalli, siano pagati per non retrocedere mai di fronte a ciò che non comprendono, per avere parole anche quando non hanno pensieri e che la tv non conosca la potenza del lutto: altrimenti saprebbe ancora far calare il sipario sull’orrore. Bisogna smetterla di parlare della normalità del male; qui siamo di fronte al male della normalità. Un passo indietro si riesce a fare solo quando un’intera comunità ristabilisce il senso del tabù. Ma, da Vermicino, tornando al caso della povera Sarah, il Servizio pubblico non ha mai dettato un codice di comportamento per casi simili, anzi ha allegramente alimentato trasmissioni che hanno trasformato la tragedia in entertainment: il «Novi Ligure show», il «Cogne Show», l’«Erba show», il «Garlasco show» e via elencando. Ha lasciato alla sensibilità dei singoli l’onere di non degenerare. L’etica è un insieme di valori condivisi, appartiene prima alla società, poi alla rete televisiva e infine, di conseguenza, ai singoli conduttori.

[l’immagine è tratta da questo sito]

6 aprile 2010

DELITTO GARLASCO: ALBERTO STASI QUESTA SERA A “MATRIX”

Posted in attualità, cronaca, televisione tagged , , , , , , , , , a 12:23 pm di marisamoles

Negli anni che lo separano dall’omicidio –ancora senza colpevole- della fidanzata Chiara Poggi, Alberto Stasi è sempre stato restio a parlare, specialmente di fronte ad una telecamera. Di lui, in questi anni, abbiamo solo visto dei fotogrammi muti: lui in tribunale, lui con gli avvocati, lui che esce dall’auto, lui che si reca in tribunale, andata e ritorno … sempre la stessa faccia, quasi inespressiva, sempre lo stesso sguardo glaciale che sembra bucare l’obiettivo attraverso le lenti degli occhiali colorati.

Dopo l’assoluzione, avvenuta nel dicembre scorso, ha commentato con poche parole l’epilogo della triste vicenda che l’ha visto protagonista per due lunghi anni: Lo sapevo, io non ho ucciso. Sono uscito da un incubo. Poche parole che sembravano voler chiudere per sempre la questione (ne ho scritto QUA). Poi, è apparsa un’intervista-sfogo sul quotidiano “Libero”, in cui ha tentato di esprimere il suo dramma per la perdita della donna con cui pensava di trascorrere il resto della vita, e il suo rammarico per non essere stato creduto (ne ho scritto QUA). Allora forse si aspettava delle scuse da parte dei genitori della fidanzata; ma la famiglia Poggi ha continuato a tenerlo distante, ancora fermamente aggrappata alla convinzione che lui sia davvero l’assassino della figlia. Una convinzione che persiste. Qualche giorno fa, quando è stata resa pubblica la motivazione della sentenza, una sentenza che, ricordiamolo, non si basa sulla “formula piena” e che ha semplicemente smontato quei pochi indizi di colpevolezza che da soli, mancando pure un plausibile movente, non sono stati sufficienti a condannate Stasi, da parte dei genitori di Chiara non sono arrivate parole di scusa ma solo di insoddisfazione: per loro “giustizia non è fatta” e sarebbe anche una legittima osservazione se chiedessero che venga trovato il vero assassino. Ma dai loro sguardi, dalle poche parole che pronunciano quando qualche giornalista tenta di intervistarli, si comprende perfettamente che per loro la giustizia ha fallito, nel momento in cui non ha saputo incastrare Alberto. Non c’è nessun altro colpevole da cercare: è lui l’assassino.

Questa sera Alberto Stasi sarà ospite di Alessio Vinci a Matrix. Una partecipazione che appare strana a tutti; appare strano che abbia deciso finalmente di farsi vedere, in modo da poter dimostrare a tutti che lui non c’entra con la morte di Chiara, che per lui perdere la donna che amava è stato un trauma, che perderla in quel modo, con tutti gli indici puntati su di lui, l’unico colpevole possibile, è stato un doppio dolore. La sentenza di assoluzione non ha convinto molti. Forse stasera gli scettici si aspettano di poter leggere nello sguardo di Alberto quello di un assassino.

Anche Alessio Vinci forse non si aspettava che Alberto acconsentisse ad intervenire al suo programma perché il pubblico si potesse fare un’opinione sulla persona più inseguita ma meno disposta a parlare della cronaca italiana. Stasi me lo aspettavo come un ragazzo di poche parole e restio alla conversazione invece si è rivelato, inaspettatamente, un fiume in piena e in quasi due ore di intervista ha raccontato dettagli personali su alcuni dei momenti più difficili della sua vicenda, sono le parole del conduttore di Matrix riportate sul sito di Tgcom .

Non resta che attendere stasera per sentire ciò che il ragazzo ha da dire, anche se credo che chi si aspetta di poter leggere nei suoi occhi la colpevolezza, rimarrà deluso. Ricordo ancora le lacrime di Annamaria Franzoni nelle numerose ospitate televisive. Non so se Stasi piangerà ma anche in quel caso le sue lacrime non potranno sciogliere i dubbi che qualcuno ancora nutre nei suoi confronti.

AGGIORNAMENTO, 8 APRILE 2010

Per chi avesse perso la puntata di Matrix andata in onda ieri sera, questo è il LINK per vederla interamente.

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