PORRE UN LIMITE AL DIRITTO DI CRONACA

Leggo sul blog La 27esima ora, pubblicato su Il Corriere on line, un interessante articolo firmato da Fulvio Bufi, in cui si parla dei limiti che talvolta, per puro buon senso, si dovrebbero porre al diritto di cronaca.

Sempre più spesso, infatti, specie nei casi di omicidio, vengono pubblicati i verbali degli interrogatori (a proposito, mi chiedo come mai non siano segretati, o magari lo sono e in quel caso mi domando come mai sia così facile una “fuga di notizie”) delle persone informate sui fatti oppure degli indagati.

L’ultimo caso, balzato alle cronache dopo un silenzio di ben otto anni, è quello dell’omicidio di due donne, Elisabetta Grande e Maria Belmonte, madre e figlia, i cui corpi sono stati scoperti in casa del marito della prima, in quel di Castel Volturno.

Ecco, a tal proposito, la riflessione di Bufi:

Ci sono pagine di cronaca giudiziaria che si può rivendicare con orgoglio di non aver voluto scrivere. La vicenda di Elisabetta Grande e Maria Belmonte, le due donne, madre e figlia, scomparse nel 2004 e i cui resti sono stati ritrovati sepolti nella casa dove era rimasto a vivere da solo l’uomo che di Elisabetta e Maria era marito e padre, ne offre l’ultimo esempio.

I verbali di interrogatorio di quest’uomo, Domenico Belmonte e dell’ex marito di Maria, Salvatore Di Maiolo, è pieno di domande che rivoltano fin nei dettagli più intimi la vita delle due donne, in particolare la più giovane. Gli inquirenti che le pongono sono spinti ovviamente da motivazioni che nulla hanno di morboso.

In qualunque indagine verificare ogni elemento emerso può servire a giungere alla verità, ma questo, appunto, attiene al lavoro degli investigatori. I lettori del Corriere – e anche quelli di altri giornali – quelle domande e quelle risposte non le hanno trovate nei resoconti di cronaca, e non per questo l’informazione che sulla vicenda hanno ricevuto ne è stata penalizzata al punto da non avere un quadro chiaro – per quanto chiara può essere una storia ancora oggetto di indagine – di quello che è successo a Elisabetta e Maria.
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Finalmente un giornalista che ammette che la cronaca debba porsi un limite, che debba pubblicare ciò che basta per informare chi legge su di una data vicenda, senza rispondere al desiderio morboso di chi vuole conoscere i minimi particolari che nulla aggiungono alla notizia in sé. Soprattutto, senza pensare alla tiratura dei giornali o ai click di accesso alla testata on line.
A giudicare dai commenti all’articolo, la maggior parte dei lettori chiede informazione e non particolari morbosi sulle vicende che hanno come protagoniste delle vittime che non possono difendersi.

Un bell’esempio di civiltà, finalmente.
Spero lo seguano anche i conduttori dei vari programmi di approfondimento giornalistico che, in nome dell’audience, in televisione ad ogni ora del giorno propongono servizi che di giornalistico hanno ben poco, criminalizzando presunti colpevoli (dimenticando che in Italia vige la presunzione di innocenza) e facendo processi sommari in cui spesso la vita privata delle vittime, perlopiù donne, viene smontata e rimontata privandole della dignità. Il tutto post mortem, naturalmente.