7 gennaio 2013

LIBRI: “LA DOPPIA VITA DEI NUMERI” di ERRI DE LUCA

Posted in libri tagged , , , , , , , , , , , a 4:23 pm di marisamoles

PREMESSA: questo libretto mi è stato regalato per Natale da una cara amica cui avevo parlato positivamente della lettura estiva di I pesci non chiudono gli occhi.
Più leggo De Luca e più mi rammarico del tempo perso senza averlo letto, di quanto sia mancata nel mio orizzonte librario la sua presenza.
La lettura di questo libriccino è la conferma che l’autore napoletano non riserva sorprese, non delude, ha sempre qualcosa da raccontare e lo fa con estrema piacevolezza. Anche la sua capacità di creare piccoli gioielli narrativi, senza dilungarsi in fronzoli retorici, è sicuramente una dote apprezzabile perché la lettura è gradevole e per nulla pesante. Ci ho impiegato 40 minuti per leggerlo tutto. Ideale per chi non ha troppo tempo e non vuole leggere “a rate” con il rischio di perdere il filo ogni volta.

la doppia vita dei numeri

L’AUTORE
Erri De Luca è nato a Napoli nel 1950. Ha pubblicato con Feltrinelli: Non ora, non qui (1989), Una nuvola come tappeto (1991), Aceto, arcobaleno (1992), In alto a sinistra (1994), Alzaia (1997, 2004), Tu, mio (1998), Tre cavalli (1999), Montedidio (2001), Il contrario di uno (2003), Mestieri all’aria aperta. Pastori e pescatori nell’Antico e nel Nuovo Testamento (con Gennaro Matino, 2004), Solo andata. Righe che vanno troppo spesso a capo (2005), In nome della madre (2006), Almeno 5 (con Gennaro Matino, 2008), Il giorno prima della felicità (2009), Il peso della farfalla (2009), E disse (2011) e I pesci non chiudono gli occhi (2011). Per “I Classici” Feltrinelli ha curato Esodo/ Nomi(1994), Giona/ Ionà (1995), Kohèlet/ Ecclesiaste (1996), Libro di Rut (1999), Vita di Sansone (2002), Vita di Noè/ Nòah (2004) e L’ospite di pietra di Puškin (2005). Per gli “Audiolibri” Emons/Feltrinelli, In nome della madre letto da Erri De Luca (2010). Tra i suoi libri più recenti, Le sante dello scandalo (Giuntina, 2011). [dal risvolto di copertina; altre notizie sono riportate nel post linkato]

LA TRAMA
A metà tra narrazione e teatro, tra Pirandello e il grande Eduardo De Filippo. Fin dall’incipit, ovvero dall’introduzione, De Luca non nasconde i suoi “maestri” e dà del teatro una delle più belle definizioni che io abbia mai letto:

Il teatro è un racconto in cui scompare lo scrittore. Non può scrivere: “Era una bella notte di luna”. Lo deve dire uno dei personaggi. Gli avvenimenti sono raccontati e svolti dalle loro voci. Il teatro espelle il narratore dalla pagina, la parola passa in esclusiva a chi la pronuncia. (La doppia vita dei numeri, Feltrinelli, 2012, pag. 9)

E dopo questo inizio pirandelliano, che ricorda i Sei personaggi in cerca d’autore, De Luca esprime l’apprezzamento per il conterraneo De Filippo, pur prendendone, ma solo per umiltà, le distanze:

A che ne stanno i miei conti con Eduardo? In attivo per me, che resto suo incantato spettatore. Non ho presso di lui alcun termine di comparazione e accostamento: ammiro e basta. (ibidem, pag. 14)

Dopo l’introduzione, prende forma sulla carta un testo teatrale in tre parti con due soli protagonisti: un uomo e una donna, due fratelli tra cui domina la divergenza di carattere, due personaggi che nel testo non hanno nome ma vengono semplicemente identificati da un LUI e una LEI.

E’ la notte di Capodanno e in casa si prepara la cena, non un cenone bensì un semplice pasto preparato da LEI e a malavoglia consumato da LUI. Fuori Napoli è in festa e già si prepara ai botti che accoglieranno l’anno nuovo.
Lui, guarda caso, è uno scrittore; schivo di carattere, avrebbe fatto volentieri a meno di quella cena e della compagnia della sorella. Guarda fuori dalla finestra ma preclude alla festa ogni possibilità di entrare nella sua serata di fine anno. Lei è petulante quanto basta, incapace di apprezzare la scontrosità del fratello che, effettivamente, fa a pugni con la gioiosa napoletanità famosa in tutto il mondo.

LEI: La differenza tra me e te sai qual è*? Io voglio bene a Napoli e tu no. Sei sempre stato scarso negli affetti. Tieni la scrittura e metti tutto là dentro. Fuori di quella non vuoi bene a nessuno, neppure a te stesso.
LUI: Non ci ho mai pensato: se voglio bene a Napoli. Come chiedermi se voglio bene alle mie unghie, ai capelli. Sono parti del corpo che non mi fanno male se le taglio. Sforbicio e ricrescono. Non so se voglio bene a delle parti del mio corpo. Nell’insieme no, non sono affezionato alla carcassa. Ci sto dentro, tutto qua. (ibidem, pagg. 36-37)

Rassegnata a passare il Capodanno con un fratello tutt’altro che socievole, LEI inizia a preparare la tombola, guardata con stupore da LUI che si chiede come si possa giocare a tombola in due. Ma la vera sorpresa sono proprio gli ospiti inattesi. Dai numeri della tombola nascono storie, alcune inventate altre animate dai ricordi, e personaggi che chiedono di avere una parte in questa recita di fine anno.

Dalla magia tutta napoletana della smorfia si crea un racconto stravagante e le premesse di una noiosa serata, contraddistinta dall’incomunicabilità, si allontanano per sempre, accompagnate dai botti che si sentono in lontananza.

La serata a due ben presto si anima di ricordi e presenze amate … quel proposito di “LEI: Non facciamo nessuna festa, passiamo la serata a chiacchierare fino a mezzanotte. La festa la fa la città. Resterà fuori dalla finestra” (ibidem, pagg. 34-35) viene meno grazie alla presenza di altri ospiti. Sarà questa la doppia vita dei numeri.

Lo stile di De Luca è semplice ma delicato. La paratassi che prende il sopravvento sull’ipotassi, la semplicità delle frasi corte e spezzate rendono la lettura veloce e piacevole. Non c’è quasi mai retorica in questo breve testo, la spontaneità ricorda lo stupore tutto pascoliano nel guardare il mondo con occhi di fanciullo.

* Noto, non senza imbarazzo, che nonostante si tratti del libro di uno scrittore famoso e pubblicato da un editore di tutto rispetto, nella pagina citata “qual è” è scritto con l’apostrofo. Mi scuso per la deformazione professionale, ma questo tipo di errore non posso riprodurlo e ritengo sia una vera vergogna ritrovarlo in un romanzo come questo.

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7 settembre 2012

LIBRI: “UN REGALO DA TIFFANY” di MELISSA HILL

Posted in libri tagged , , , , , , , , , , , , a 7:29 pm di marisamoles

PREMESSA
Quest’estate ho voluto dedicarmi alle letture leggere. A prima vista questo romanzo sembra uno dei tanti scritti per “femmine stupide”, che, secondo me, è il reale significato che normalmente si attribuisce all’aggettivo “rosa”. Dopo averlo letto, però, credo che annoverarlo nella disprezzata categoria sia ingiusto.
Perché ho deciso di leggerlo dopo aver rotto le riserve che mi hanno trattenuto dall’acquisto per qualche settimana? Fondamentalmente perché il titolo mi ha fatto tornare in mente un episodio del mio passato prossimo: la visita allo show room di Tiffany all’Harrods di Londra (ne ho parlato qui). Si tratta di un posto incantevole anche se davvero piccino rispetto alla “casa madre” di New York. Credo proprio non si possano fare confronti, anche se la magia di quel luogo, con le vetrine scintillanti, le commesse elegantissime e gentilissime, tutte sorrisi e gesti aggraziati, è decisamente indimenticabile. Così come indimenticabile è quel braccialetto d’argento, una semplice catena con un piccolo ciondolo a forma di cuore, che avrei voluto tanto comperare. Mi ha trattenuta il costo che, seppur contenuto per essere un gioiello di Tiffany, era più o meno la cifra che avrei voluto sborsare a Natale per acquistare un pc portatile. Alla fine, ho rinunciato al gioiello e pure al computer. Chissà, forse il prossimo Natale …

L’AUTRICE
Melissa Hill è irlandese, sposata, ha una figlia e vive a Dublino. Assieme al marito Kevin scrive anche legal-thriller con lo pseudonimo Casey Hill.
Approda nel mondo dell’editoria relativamente tardi, nel 2003, ma i suoi romanzi diventano subito dei best sellers. L’appellativo che la Hill si è presto meritata è “la regina della trame dagli esiti imprevisti”; nei suoi romanzi “rosa”, infatti, l’autrice riesce a combinare l’emozione e l’umorismo della narrativa femminile con intrecci che non hanno nulla da invidiare ai romanzi gialli.
Un regalo da Tiffany (Newton Comton Editori, 2011) ha subito conquistato le lettrici britanniche e solo in Italia è rimasto al top della classifica dei libri più letti per otto settimane, vendendo in poco tempo più di 250mila copie.
Recentemente la Newton Comton (che si distingue, tra l’altro, per il prezzo estremamente conveniente dei suoi libri) ha pubblicato Innamorarsi a New York, l’ultimo grande successo della scrittrice irlandese. (alcune informazioni sono tratte dal risvolto di copertina del romanzo)

IL ROMANZO
Siamo alla vigilia di Natale, a New York. Due uomini si recano sulla Fifth Avenue nella gioielleria più famosa del mondo: Ethan Greene, professore di Letteratura Inglese a Londra, accompagnato dalla figlioletta Daisy, acquista uno splendido diamante da 20mila dollari con l’intenzione di chiedere alla fidanzata Vanessa, un’irlandese di famiglia modesta ma arricchita e piuttosto snob, di sposarlo; Gary Knowles, impresario edile di Dublino, compera per la sua ragazza Rachel Conti, italo-irlandese, un’imprenditrice di successo nel campo della ristorazione, un braccialetto d’argento portafortuna.

Per uno strano scherzo del destino i due pacchetti, le inconfondibili scatoline blu di Tiffany, vengono scambiati, provocando un bel po’ di apprensione e imbarazzo in Ethan e incredulità in Gary. Da parte loro, le due donne accolgono i regali con enorme sorpresa l’una, Rachel, che non si aspettava alcuna proposta di matrimonio, e forse con un po’ di delusione vanessa che certamente si augurava di ricevere in dono qualcosa di più di un braccialetto d’argento portafortuna.

Naturalmente le cose non sono affatto semplici: Ethan dovrà penare un bel po’ per riottenere il prezioso solitario, mentre Gary non viene nemmeno sfiorato dall’idea che quell’anello appartenga a qualcun altro – né ipotizza chi – e possa venire reclamato dal legittimo proprietario.

AVVISO:

la parte che segue, anche se in realtà non rivela molto della trama, potrebbe infastidire qualcuno che ha intenzione di leggere il libro e che ne vuole sapere di più. Quindi, potrebbe contenere SPOILER.

Taccio sulle vicissitudini che dovrà affrontare Ethan ma posso dire che la trama è ricca di colpi di scena. Una commedia degli equivoci che mette in risalto molto bene il carattere dei protagonisti. È per questo che vorrei dire alcune cose sui personaggi che animano questo racconto.

Ethan è un classico gentiluomo inglese. Vedovo da qualche anno, ha una figlia di otto anni, Daisy, che adora e una fidanzata, Vanessa, che considera la donna ideale per fare da madre alla piccola. Più o meno inconsciamente nella proposta di matrimonio, che per ovvie ragioni sfuma, si cela l’intenzione di dare stabilità alla famiglia piuttosto che designare Vanessa quale sostituta della dolce Jane, la madre di Daisy. Ma le parole della moglie, con le quali gli raccomandava di rifarsi una vita, ritornano di prepotenza in mente all’uomo: trovati una donna che sappia prepararti il pane.
Da parte sua Vanessa è un’arrivista, vede in Ethan un buon partito ma non è per nulla trasparente, ha i suoi segreti e quando essi verranno a galla per lui non sarà affatto piacevole conoscerli.

Daisy è, nel racconto, una specie di grillo parlante. È evidente che accetti Vanessa solo perché suo padre l’ha scelta ma considera lo scambio dei pacchetti non uno scherzo ma un segnale ben preciso del destino: l’anello destinato alla fidanzata del padre calza a pennello sul dito di Rachel, quindi è lei la predestinata? Se poi consideriamo che la specialità della ragazza di Gary è fare il pane … Inutile dire che la vocina di Daisy condiziona i pensieri di Ethan.

Rachel Conti è una ragazza semplice ma sa il fatto suo. Sembra quasi impossibile che stia per sposare Gary, così diverso da lei, così rude, un sempliciotto cui pare interessare solo la passione per le moto. Da parte sua sembra non vivere con la stessa intensità emotiva i preparativi del matrimonio. Con la ditta sull’orlo del fallimento, l’unica cosa che realmente gli interessa è che i costi non gravino su di lui. D’altra parte, con l’anello di Tiffany che ha regalato alla futura moglie, nessuno si può aspettare che sborsi altri soldi …

Personaggi secondari, ma non del tutto, sono la socia di Rachel, Terri, e il cuoco del bistrò che le due donne gestiscono, Justin, un omosessuale. Nessuno dei due è convinto che Gary sia l’uomo giusto per la collega, anzi, lo detestano perché non sa far altro che mangiare e bere a scrocco nel loro locale. Forse quest’ultimo è sicuro che, dopo aver fatto la sua bella figura con quel solitario da sogno, tutti possano capire la sua esigenza di risparmiare. Ma è proprio quel regalo che insospettisce i due. In particolare Terri che in qualche modo troverà la soluzione all’intricata vicenda. Grazie a lei, infatti, l’anello con diamante troverà la sua giusta collocazione. Ma quale sarà? Il dito di Vanessa, cui era designato, o quello di Rachel, dove per sbaglio è finito? O forse c’è un altro dito che lo reclamerà? Magari proprio quello di una donna che sappia preparare il pane per Ethan …

Lo stile della Hill è gradevole, a volte frizzante, coinvolgente. La sua scrittura non ha grandi pretese letterarie però devo dire che il libro è scritto bene, la traduzione, in particolare, è molto accurata. Insomma, la lettura procede spedita, a volte quasi “di corsa”, spinta dalla curiosità di sapere come andranno a finire le varie vicende che si intrecciano nella narrazione.
Una lettura piacevole e intrigante, dopo tutto.

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26 agosto 2012

LIBRI: “LA RAGAZZA DELLE ARANCE” di JOSTEIN GAARDER

Posted in libri tagged , , , , , , , a 12:20 pm di marisamoles

PREMESSA
Ho fatto molta fatica, anni fa, a leggere “Il mondo di Sofia”, successo planetario dello scrittore norvegese Jostein Gaarder. Difficile seguire il doppio piano narrativo, quello del vero e proprio racconto e quello che si può definire una specie di compendio filosofico. Io non ho mai amato la filosofia e me ne rammarico. Al liceo avevo un insegnante troppo buono che si accontentava dell’argomento a piacere quindi, a occhio e croce, di tutto il programma triennale devo aver studiato più o meno dodici argomenti a piacere. Non me ne ricordo nemmeno uno. Poi ho cercato di recuperare all’università ma alla fine ho fatto solo l’esame di Filosofia medievale dato che era obbligatorio solo uno, a scelta, e quello era più attinente al mio percorso di studi.
Quando in libreria ho incontrato nuovamente questo autore, qualche settimana fa, non mi sono lasciata condizionare dal pregiudizio. Ho letto sulla quarta di copertina la trama del romanzo e mi ha subito conquistata. E per fortuna non mi sono pentita di averlo scelto.

L’AUTORE
Jostein Gaarder, classe 1952, è uno scrittore norvegese. Dopo aver studiato filosofia, teologia e letteratura, è stato professore di filosofia per dieci anni. Il suo promo romanzo è stato pubblicato nel 1986 ma il successo internazionale è arrivato agli inizi degli anni novanta con il romanzo Il mondo di Sofia. L’opera, pubblicata in Norvegia nel 1991, è stata tradotta in una quarantina di lingue; in Italia è stata pubblicata nel 1994, ed ha vinto il Premio Bancarella nel 1995. (da Wikipedia)

IL ROMANZO
Georg Røed è un ragazzo di quindici anni che vive a Humleveien assieme alla mamma, Jørgen, suo patrigno, e Miriam, la sorellina di sei mesi che la mamma ha avuto dal secondo marito. Il papà di Georg è morto undici anni prima lasciandogli in eredità la sua passione per l’astronomia. Tanto che il giovane ha appena finito di preparare una tesina sul telescopio spaziale Hubble Space Telescope, da presentare ai compagni di scuola. Non sono molti i ricordi che Georg ha del padre, la cui malattia e la conseguente scomparsa avevano segnato profondamente la famiglia, ma l’adolescente ha bene impressa una notte passata ad osservare le stelle in compagnia del papà, poche settimane prima del ricovero in ospedale.

La vita scorre tranquillamente per undici anni finché compare dal passato una lettera del padre e irrompe di prepotenza nella quotidianità del giovane Georg, fatta di scuola, amici, giochi, simile a quella di tanti suoi coetanei. Una sera i nonni paterni, che vivono in un’altra città, si presentano alla porta di casa e consegnano al nipote un pacco di fogli. Dicono di averli trovati per caso nella fodera del vecchio passeggino rosso di Georg, custodito in un ripostiglio. Appare chiaro, a questo punto, il motivo per cui il padre Jan aveva chiesto espressamente che quel passeggino non fosse mai buttato via. Una quindicina di fogli, un racconto, una lettera del padre della cui esistenza tutti erano all’oscuro. Una lettera per Georg che viene consegnata nelle sue mani perché nessuno la deve leggere, almeno, non prima che la legga il legittimo destinatario.

Quando il ragazzino si trova tra le mani la busta sigillata su cui c’era scritto semplicemente “Per Georg”, è colto da una serie di interrogativi:

Non era la scrittura della nonna, e nemmeno quella della mamma o di Jørgen. Strappai la busta e tirai fuori un grosso mazzo di fogli. Sussultai, perché in alto sulla prima pagina c’era scritto:
Sei seduto bene, Georg?
È importante che ti trovi una posizione comoda, perché ora ti racconterò una storia emozionante ..
Mi girava la testa. Che cos’era? Una lettera di mio padre. Ma era autentica?
«Sei seduto bene, Georg?»
Mi sembrava di sentire il suo vocione, e non solo su video, ora sentivo la voce di mio padre come se fosse tornato di nuovo in vita e fosse seduto lì con noi in soggiorno. (pag. 13)

La lettera è, dunque, un racconto, quello della “Ragazza delle arance”, una sconosciuta che suo padre aveva incontrato per caso su un tram di Oslo quand’era diciannovenne. L’aveva colpito il giaccone arancione perfettamente in tinta con il contenuto di un grosso sacco di carta che la ragazza reggeva tra le braccia: delle arance. In quell’occasione il giovane Jan fa di tutto per attirare l’attenzione della ragazza, con il risultato di apparire in tutta la sua goffaggine. Ma in quel preciso istante sa che deve incontrarla di nuovo.

Inizia la ricerca nei luoghi in cui il padre di Georg crede di poter trovare la ragazza delle arance. Qualche volta le sfugge, altre riesce ad avvicinarla. La rincorre anche oltre i confini della Norvegia ed ottiene da lei la promessa che non l’avrebbe mai lasciato.

È una storia d’amore ma anche una riflessione sulla vita e sulla morte. Sul destino che attende tutti noi e che non possiamo scegliere. Di certo Jan avrebbe voluto un epilogo diverso, avrebbe desiderato veder crescere quel figlio che era stato costretto ad abbandonare quando aveva meno di quattro anni.
Quando Jan scrive questa lunga ed accorata lettera sa che la sua lotta contro il tempo è iniziata. È un medico e le malattie per lui non hanno segreti. Ciò, tuttavia, non rende meno doloroso l’approccio con la morte.

Devi sapere che si prova una sensazione di calore intenso sulla pelle a scrivere una lettera a un figlio che si sta per lasciare, e fa piuttosto male anche leggerla. Ma ora sei un ometto. Una volta che io sarò riuscito a fermare queste righe sulla carta, tu devi resistere a leggerle. Come hai già capito, vedo chiaramente che forse sto per staccarmi da tutto quanto, dal sole e dalla luna e da tutto ciò che è, ma soprattutto da mamma e da te. E’ la verità, e fa male.

Il racconto si chiude con una domanda rivolta dal padre al figlio:

Cosa avresti scelto se ne avessi avuta l’occasione? Avresti scelto di vivere per un breve momento sulla terra, per poi, dopo pochi anni, venire strappato da tutto quanto e non tornare mai più? Avresti rifiutato? (pagg. 163-64)

Una domanda difficile cui Georg troverà, seppur con difficoltà, una risposta.

Lo stile di Gaarner è semplice, a tratti infantile, ricco di frasi piccole ma dense di significato. È, in definitiva, un racconto nel racconto in cui si distinguono i due piani narrativi: da una parte la lettera del padre, dall’altra il racconto del figlio che serve a contestualizzare la narrazione di Jan, a presentarci i luoghi e i personaggi del suo presente e quelli del passato. Un intreccio temporale e spaziale che rappresenta la metafora della vita, con le sue sorprese, le sue incognite, ciò che dà e ciò che toglie in quell’ineluttabile trascorrere del tempo che si chiama esistenza.
Il linguaggio si adegua al narratore: lo scrivere del padre è semplice perché in realtà non sa quando Georg avrebbe letto la storia della ragazza delle arance, anche se spera che abbia l’età giusta per caprine le sfumature filosofiche; la narrazione del figlio rispecchia la sua giovane età e le sue esperienze, non è, quindi, complessa o artificiosa.

Nel complesso la lettura è emozionante. Nella sua semplicità “La ragazza delle arance” è un piccolo gioiello narrativo che riesce a trasmettere emozioni forti senza rinunciare a decantare la bellezza della vita, anche quando essa non c’è più.
Un libro da non perdere.

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20 agosto 2012

LIBRI: “UN GIORNO” di DAVID NICHOLLS

Posted in libri tagged , , , , , , , , , , a 1:46 pm di marisamoles

PREMESSA:
Il mio incontro con questo romanzo non è stato casuale. Ero in libreria e avevo già fatto i miei acquisti, ovvero la scorta di libri da leggere in queste settimane d’estate. Cercavo “La settima onda” di Glattauer ma, come capita spesso nelle librerie, giro dopo giro, pur guardando attentamente in ogni scaffale, la ricerca fu inutile. Allora mi rivolsi al banchetto informazioni e l’addetta mi trovò il romanzo in me che non si dica. Le dissi quanto mi fosse piaciuto il primo romanzo di Glattauer e di quanto temessi che il seguito non fosse all’altezza, come a volte succede quando si hanno determinate aspettative. Lei, d’un tratto, sparì, lasciandomi come una scema, per ricomparire dopo qualche secondo con in mano un romanzo. “Se le è piaciuto il romanzo di Glattauer non le può non piacere questo”. Guardai la copertina, lessi il titolo, “Un giorno”, feci mente locale e capii che l’autore non rientrava tra le mie conoscenze, diedi un veloce sguardo alla quarta, senza in verità leggere quello che sul libro veniva rivelato. Il tutto mentre un’esaltata commessa mi diceva: “L’ho letto tutto d’un fiato durante il volo per New York”. Mi lasciai sfuggire un “Be’, già quella situazione ha il potere di rendere gradevole qualsiasi cosa …”, guardando perplessa la pila di libri che già tenevo a stento tra le braccia. Mi disse che potevo anche non comperarlo, almeno non in quel momento. Pensai che la Master Card mi permetteva di realizzare almeno quel desiderio, se non proprio un viaggio a New York.
Avrei potuto intitolare questa premessa “In libreria qualsiasi consiglio non è un consiglio qualsiasi”, prendendo a prestito il celebre motto riferito alle farmacie. Avrei voluto iniziare la “recensione” con un entusiastico “Fa – vo – lo – so!!!” e invece …
Alla fine la lettura non mi è dispiaciuta. Tuttavia devo essere onesta: per le prime cento pagine (il romanzo è piuttosto corposo, ne ha 487) le parole della libraia mi martellavano in testa e non facevo altro che ripetermi quanto fossi stata scema a fidarmi del suo giudizio. Insomma, un libro per me è come un profumo: i gusti sono gusti, non a tutti piacciono le stesse fragranze, non siamo tutti portati per le stesse letture e non siamo per forza obbligati a farci piacere un libro – o un profumo – che altri esaltano. Poi, se vogliamo, questi “altri” sono milioni di lettori in tutto il mondo. Ma best seller, in fondo, significa “più venduto” mica più apprezzato. Tuttavia devo ammettere che le recensioni che ho letto sono quasi tutte positive.
Per farla breve: questo romanzo mi ha delusa all’inizio, ha iniziato ad essere interessante verso la metà per conquistarmi nell’ultimo terzo. A questo punto credo che forse dovrei rileggere la prima metà … senza pensare alla libraia e al suo entusiastico giudizio.

L’AUTORE.
David Nicholls, inglese, classe 1966, prima di dedicarsi alla scrittura ha studiato da attore ed è autore televisivo nonché sceneggiatore per il cinema. Il suo primo romanzo, Starter For Ten (2004), è diventato un film, Il quiz dell’amore, e il secondo, The Understudy, è in attesa di trasposizione cinematografica. Un giorno, uscito nel giugno 2009, è stato per dieci settimane nella classifica dei bestseller. Venduto in tutto il mondo, è diventato un clamoroso successo in Germania, il primo paese che lo ha pubblicato dopo la Gran Bretagna. (informazioni dal risvolto di copertina)

IL ROMANZO.
Un giorno (Neri Pozza, Bloom, 2009) narra la storia di un’amicizia che dura quasi vent’anni, tra alti e bassi. Lei è Emma Morley, una ragazza di modeste origini proveniente dallo Yorkshire, di cui mantiene un leggero accento, fatto che le viene più volte rimproverato. Lui è Dexter Mayhew, di buona famiglia, diciamo pure ricca, viziatissimo rampollo londinese, abituato ad ottenere tutto ciò che vuole. Una coppia che più diversa non si può, due giovani che s’incontrano, anche se si conoscono da anni, alla fine dell’università, ad Edimburgo. Una storia apparentemente scontata: un’amicizia fra un uomo e una donna che ha inizio da una notte di sesso che però nessuno dei due vuole diventi una relazione amorosa. Almeno, così pare.

La particolarità di questo romanzo è l’impostazione narrativa: ad ogni capitolo corrisponde un giorno di un anno (l’unica eccezione riguarda il 1993, suddiviso in due capitoli autonomi). La data è sempre la stessa: il 15 luglio, giorno in cui Emma e Dexter, dopo la notte di sesso, si ripromettono di mantenersi in contatto, di restare buoni amici: correva l’anno 1988. In ogni capitolo, dunque, li ritroviamo dodici mesi dopo, con le loro storie a volte parallele a volte distanti, tra alti e bassi, litigi e riconciliazioni, avventure amorose che immancabilmente non sono gradite all’altro/a. Due persone così diverse che non possono essere altro che amiche e che continuano a costituire l’uno il punto di riferimento per l’altra, e viceversa, per molti anni, a volte in modo del tutto inconsapevole, senza il sospetto che quel legame possa diventare qualcos’altro, un qualcos’altro che si chiama amore.

Emma, laureata in Letteratura, ha due sogni: fare l’insegnante e diventare una scrittrice famosa. Spesso impacciata, insoddisfatta della sua persona che ritiene essere tutt’altro che attraente, non è sicura di sé né delle sue capacità, tant’è che accetta un lavoro che Dexter considera degradante: la cameriera in un ristorante messicano. Anche quando farà “carriera” diventando direttrice del locale, secondo l’amico è uno spreco di talento e di intelligenza. Dex, invece, è sicuro di sé e sa esattamente ciò che vuole: diventare famoso e ricco nell’ambito dei media. Bello, affascinante, sfoggia abiti firmati, belle donne al suo fianco, un bell’appartamento nella Londra che conta, un’automobile da fare invidia. Dopo aver preso la laurea in antropologia, senza troppa convinzione e senza ammazzarsi di studio, inizia una brillante carriera in tv, conducendo trasmissioni televisive che Em considera inutili. È talmente travolto dal successo che inizia un viaggio di perdizione, tipico dei “belli e maledetti”, tra droga, alcol e sesso. Nessun rapporto amoroso lo soddisfa, anche quando dura abbastanza a lungo. Seppure Emma non rientri nell’ideale di donna che Dexter ha in mente, non può fare a meno di pensare a lei.

Il tempo passa e verso i trent’anni arriva il momento dei bilanci. Emma, che inizia ad assistere ai matrimoni delle vecchie compagne di studi e ai battesimi dei loro figli, è insoddisfatta della vita che conduce, passata tra relazioni di poco conto e la poca disponibilità ad investire in amore, anche di fronte ad un uomo sinceramente innamorato, Ian, che la chiede in moglie con l’unico risultato di essere lasciato. Dexter, vedendosi precipitare sempre più nel tunnel e rendendosi conto di quanto la fama sia effimera, decide di cambiare vita e lo fa affidandosi ad una donna che gli sembra l’ancora di salvezza, così dotata di quella vocazione di salvatrice che le deriva dal suo sentirsi superiore e dalla voglia di sottolineare la sua superiorità in confronto alla pochezza di Dexter. Questa donna diventerà sua moglie e la madre della sua unica figlia ma non lo salverà.

È il 15 luglio 2001. Sono passati tredici anni da quella notte di sesso a Edimburgo. La location cambia, non più Londra ma Parigi. Emma, che nel frattempo è diventata un’insegnante apprezzata, sta rincorrendo il suo secondo sogno: fare la scrittrice. Nella sua mansardina della Ville Lumière qualcosa cambierà. È solo l’inizio di un cambiamento e la fine della ricerca. Em&Dex, Dex&Em for ever.

Nell’ultima parte della narrazione fabula e intreccio non coincidono più. È come se si chiudesse un cerchio: negli ultimi capitoli ai fatti del presente si intrecciano ricordi del passato, dei flashback che ci riportano a quel giorno da cui tutto ha avuto inizio: il 15 luglio 1988.

Lo stile di Nicholls è scorrevole, per nulla noioso visto che in certe pagine Emma non rinuncia all’ironia e i dialoghi tra i due protagonisti si riducono a un botta e riposta particolarmente carino. Ciò vale anche per le relazioni che si instaurano tra gli altri personaggi. Non ci sono molte descrizioni dei luoghi che appesantirebbero la lettura, ma l’autore non rinuncia all’introspezione psicologica rendendo particolarmente “vivi” i protagonisti.

In conclusione, non posso definire questo romanzo un’opera letteraria di grande spessore e, ripeto, mi sembra molto strano che abbia riscosso un così grande successo in tutta Europa. Però è anche vero che, pur trattandosi in fin dei conti di una storia d’amore, non lo si può considerare a livello dei romanzetti rosa, alla Harmony o Liala, per intenderci. Nel complesso merita di essere letto.

Dal romanzo di Nicholls è nato, nel 2010, il film “One day”, per la regia di Lone Scherfig che ha già firmato l’incantevole An education. Lo stesso Nicholls ne ha curato la sceneggiatura, operazione non troppo difficile visto che l’impianto narrativo si presta perfettamente alla trasposizione cinematografica.
Nel video sotto potete vedere il trailer italiano del film. ATTENZIONE: CONTIENE SPOILER.

A mio avviso, infatti, rivela un po’ troppo della trama del romanzo per chi volesse leggerlo e non ha ancora visto la pellicola.

LE MIE (ALTRE) LETTURE

12 agosto 2012

LIBRI: “VENEZIA È UN PESCE” di TIZIANO SCARPA

Posted in libri tagged , , , , , , a 7:43 pm di marisamoles

PREMESSA.
Ho la fortuna di abitare non lontano da Venezia (meno di due ore di treno, ancor più breve il viaggio in automobile ma non consigliabile per il problema del parcheggio: piazzale Roma è infatti superaffollato in tutte le stagioni e il ticket è alquanto salato … almeno quanto il mare della laguna!), sicché l’ho visitata tante volte e la conosco abbastanza bene. Chi dice di conoscere Venezia come le sue tasche, a meno che non ci abiti ma anche in qual caso avrei dei dubbi, è presuntuoso: nessun turista potrà mai vederla tutta e ad ogni visita ci saranno sempre dei posti nuovi da scoprire. L’ideale sarebbe farsi accompagnare da un veneziano doc nei luoghi meno turistici. Come dice Scarpa: “senza meta” e “smarrirsi è l’unico posto in cui valga la pena di andare” (pag. 13).
Io amo Venezia e ci vorrei vivere, pur consapevole dei tanti disagi che una città come questa comporta. È ovvio che in me la lettura di questo libro abbia destato delle emozioni particolari, dettate anche dai ricordi come i week-end romantici che mio marito ed io abbiamo fatto da fidanzati. Tuttavia mi rendo conto che chi non ha mai visitato questa meraviglia forse potrà non apprezzare il libro di Scarpa. Mi spiego: non ci sono immagini, la descrizione dei luoghi non sempre è dettagliata e può risultare decisamente vaga a chi non ha memoria dei posti. Ma posso dare un consiglio: leggere il libretto così com’è, per goderselo perché la scrittura è davvero accattivante. Poi, volendo, ci si può piazzare davanti al computer, ricercare i luoghi su Google-immagini e avere un’idea, un po’ meno vaga, di ciò che dall’autore viene descritto.

Comunque sia, buona lettura! Godetevelo perché merita davvero.


Si tratta di una nuova edizione rivisitata e ampliata di Una gita a Venezia con Tiziano Scarpa, edita da Paravia nel 1998.
Non lasciatevi ingannare dal sottotitolo di questo libriccino, tanto piccolo quanto incantevole: Venezia è un pesce. Una guida (Feltrinelli, Collana Universale Economica, 2000). Letto così uno s’immagina di trovarsi di fronte ad una guida, l’ennesima, sulla città lagunare, piccolo ma prezioso gioiello dell’alto Adriatico. La città più bella del mondo. E invece sfogliando questa “guida” non si trovano illustrazioni né mappe né itinerari consigliati né luoghi in cui si possa alloggiare o riposarsi mettendo i piedi sotto la tavola, anzi la tola, come direbbe un veneziano. Che guida è, allora?

Fin dalle prime pagine ci si rende conto di quanto sia speciale questo libriccino scritto da Tiziano Scarpa, veneziano classe 1963, residente a Milano, scrittore, giornalista, autore di testi teatrali e per la radio, nonché lettore live appassionato.

“Venezia è un pesce. Guardala su una carta geografica. Assomiglia ad una sogliola colossale distesa sul fondo. Come mai questo animale prodigioso ha risalito l’Adriatico ed è venuto a rintanarsi proprio qui? […] Venezia è sempre esistita come la vedi, o quasi. È dalla notte dei tempi che naviga: ha toccato tutti i porti, ha strusciato addosso a tutte le rive […] Sulla cartina geografica il ponte che la collega alla terraferma assomiglia a una lenza: sembra che Venezia abbia abboccato all’amo.” (pagg. 7-8)

Così inizia quest’affascinante avventura: un viaggio a Venezia, in compagnia di un veneziano che guida una ipotetica turista (Scarpa le dà del tu) alla scoperta della città attraverso il coinvolgimento di tutti i sensi. Un’esperienza fisica, oltreché emotiva, attraverso ciò che i piedi, le gambe, il cuore, le mani, il volto, le orecchie, la bocca, il naso e gli occhi riescono a percepire.

A Venezia i piedi sono importanti perché, se davvero si vuol godere delle sue bellezze, è necessario camminare, preferibilmente senza meta. I piedi calpesteranno la caratteristica pavimentazione della città lagunare, formata da i masegni, percorreranno in su e in giù i gradini dei quasi cinquecento ponti che collegano un isolotto ad un altro.

Le gambe, a volte non senza fatica, ci porteranno attraverso le calli, le salizade, i campi e campielli (di piazze ce n’è una sola: la meravigliosa piazza San Marco), le fondamenta … E gli occhi scruteranno tutte le meraviglie di Venezia, la sua architettura, i suoi monumenti, le bellezze di una città in cui il tempo sembra essersi fermato, come in uno scatto fotografico, quello in cui i turisti la immortalano e allo stesso tempo neutralizzano quella che Scarpa definisce pulchroattività. Eh sì, perché per gli abitanti troppo splendore nuoce gravemente alla salute, non possono difendersi dal radium pulchritudinis che li fiacca, smorza ogni slancio vitale, li intorpidisce, li deprime. Non per niente i veneziani si sono sempre chiamati Serenissimi: che è come dire morbosamente calmi, istupiditi, sonnambuli. (pag. 72)

Chiudi gli occhi e leggi con le dita la fisionomia delle statue, i bassorilievi, le modanature scanalate. Gli alfabeti scolpiti nelle lapidi ad altezza d’uomo. Venezia è un ininterrotto corrimano Braille. (pag. 42)

“Mettere le mani addosso a Venezia” è il più spontaneo dei gesti. Chi ha la possibilità di fare un giro in gondola, ad esempio, può tastare le sue fòrcole, gli scalmi che svettano a poppa. Oppure non si può fare a meno di toccare la circonferenza delle vere da pozzo, chiuse da coperchi di bronzo, stringerla quasi in un abbraccio.

Se pensiamo al volto ci vengono immediatamente in mente le maschere veneziane. Volto in veneziano significa maschera come persona in latino. Qui Scarpa ci prende per mano e ci porta a vedere le maschere della Commedia dell’Arte, ce le fa conoscere, ci fa sperimentare quanto sia bello essere a Venezia nel periodo del Carnevale. Con la bocca assaporiamo i piatti tipici e impariamo a pronunciare alcuni termini della gastronomia locale, come i bigoli (bigoi )in salsa, il figà a la venessiana e le sarde in saór:

Potrebbero allibirti le papille e lasciare interdetti i tuoi spasimanti: l’alto tasso cipollino è un antifurto antibacio. (pag. 56)

A proposito di naso, gli odori si spargono tra le calli, invadono i rii, si sprigionano dal mercato del pesce. Non sempre con l’olfatto si percepiscono dei profumi, provenienti dalle numerose trattorie. Talvolta a Venezia bisognerebbe turarselo, il naso. Se pensiamo, ad esempio, che i turisti a volte scambiano le calli per gabinetti all’aperto. Ed è qui che si scatena l’ingegno dei veneziani: per esempio, delle lastre di pietra che sembrano triangoli di tetto spiovente, che capita di vedere ovunque, sono progettati per far rimbalzare gli schizzi addosso al maleducato di turno. (pag. 66)

Con le orecchie si colgono rumori d’ogni tipo: le voci dei gondolieri che hanno un clacson portatile nell’ugola, le sirene delle navi, i versi degli uccelli, primi fra tutti i piccioni, incontestati inquilini di piazza San Marco, e i gabbiani in sosta sui tronchi che in laguna segnano la via ai battelli per non farli incagliare.

“I gabbiani si riposano in cima a quei tronchi, ognuno sul suo rotondo monolocale di cento centimetri quadri. Fanno la siesta sulle bricole dei rii. Si svegliano tutti insieme, si danno appuntamento alle Zattere con i pensionati e le vecchiette che svuotano sulla riva pane secco e cornici di pancarrè”. (pag. 51)

In ultimo il cuore. Venezia è sinonimo di cuore e fa rima con amore, come nella migliore tradizione poetica. Venezia è per antonomasia la città egli innamorati. Cosa c’è da aggiungere? Per esempio degli episodi “piccanti” che Scarpa si diverte a raccontare, oppure una storia d’amore che si può leggere su una delle colonne del palazzo Ducale, la più triste e struggente che sia mai stata raccontata. (pag. 35)

A conclusione di questo straordinario viaggio, Tiziano Scarpa ci mette la “coda”, come a tutti i pesci che si rispettino: una piccola antologia di testi veneziani, fra cui un reportage di Guy de Maupassant tradotto, dall’autore stesso, per la prima volta in italiano.
Il letterato francese così inizia il suo scritto:

“Venezia! Esiste una città più ammirata, più celebrata, più cantata dai poeti, più desiderata dagli innamorati, più visitata e più illustre?
Venezia! Esiste un nome nelle lingue romanze che abbia fatto sognare più di questo? È grazioso, dì altronde, è sonoro e dolce: evoca d’un sol colpo nello spirito una chiassosa parata di ricordi magnifici e un intero orizzonte di sogni incantatori”. (pag. 99)

Questa guida così speciale si è rivelata una lettura emozionante, travolgente, quasi incantatrice. L’esiguo numero di pagine (126, compresa la “coda”) fa sì che la si possa legger tutta d’un fiato, dimenticando ciò che ci sta attorno, estraniandoci per immergerci completamente nella magia che solo Venezia può produrre agli occhi di chi la “vede”, anche solo leggendo questa guida particolare. Perché il merito che va dato a Scarpa è quello di aver scritto con il cuore, da veneziano innamorato della sua città e consapevole che la sua è una città indimenticabile.
Se i napoletani dicono: “Vedi Napoli e poi muori”, io ho un detto di miglior auspicio: “Vedi Venezia e prega di non morire prima di rivederla ancora una volta, e un’altra ancora, e poi ancora, ancora, ancora …”.

La lettura è nel complesso gradevole e agevole, nonostante lo stile particolare, a volte intriso di retorica, ma mai spicciola, con un lessico non troppo comune. Simpatico l’uso di neologismi che ben rappresentano la fervida immaginazione linguistica di Scarpa.

LE MIE (ALTRE) LETTURE

10 agosto 2012

LIBRI: “LE HO MAI RACCONTATO DEL VENTO DEL NORD” e “LA SETTIMA ONDA” di DANIEL GLATTAUER

Posted in libri tagged , , , , , , , , a 5:33 pm di marisamoles

Grazie ai consigli di lettura dell’amico frz, questa volta parlerò di due romanzi dello stesso autore, il secondo dei quali è la continuazione del primo. Due libri al prezzo di uno … eh, magari, La settima onda era pure a prezzo pieno, non scontato come l’altro! Ma devo dire che ne è valsa davvero la pena. Mai divorato così un libro come questi due!

Daniel Glattauer è nato nel 1960 a Vienna. Dal 1985 lavora come giornalista e autore e dal 1989 scrive per il quotidiano austriaco “Der Standard”. Le ho mai raccontato del vento del Nord, pubblicato nel 2006, è diventato un bestseller con più di 700.000 copie vendute in Germania, venduto in diciassette paesi. (dalla quarta di copertina del primo volume).


Le ho mai raccontato del vento del Nord (Feltrinelli 2006) è, come del resto il secondo volume, un romanzo epistolare nell’era di Internet. Nulla di così devastante come le amate/odiate Ultime lettere di Jacopo Ortis di Foscolo, né di così sdolcinato come Pamela di Richardson, vero pioniere del romanzo epistolare. La novità vera del romanzo di Glattauer è quella di aver immaginato una corrispondenza via e-mail tra Emmi, trentaquattrenne, sposata con figli (non suoi ma del marito) e Leo, trentasettenne tormentato affettivamente, alle prese con una relazione amorosa piuttosto complicata. I due non si conoscono e lo scambio di e-mail prende l’avvio da un errore commesso dalla signora Emma Rothner (detta Emmi): una lettera indirizzata alla casa editrice di “Like” per disdire l’abbonamento alla rivista viene in realtà spedita al signor Leonard Leike (detto Leo), uno psicolinguista, che sta volentieri al gioco, un gioco che proprio lui, più di lei, prenderà maledettamente sul serio.

È difficile recensire questo romanzo senza svelare alcuni particolari, quindi avviso: il seguito CONTIENE SPOILER.

Se davvero intenzionati a leggere il romanzo, siete pregati di non andare oltre.
😉

Parlare di trama è quasi impossibile. Anche se di primo acchito si ha l’impressione di trovarsi di fronte ad un’imitazione di “C’è post@ per te”, non c’è alcun equivoco di fondo, piuttosto un incontro al buio, che incontro non è, è più un gioco delle parti, un gioco in cui Emmi deve, in un luogo particolarmente affollato dove i due “amici di penna” si danno appuntamento, cercare di indovinare chi sia Leo e viceversa. Naturalmente non sarà affatto facile arrivare alla soluzione dell’enigma.

Ciò che rende originale, in un certo senso, questo libro è la possibilità di seguire la “storia” in ordine cronologico (lo scambio delle mail fra i due protagonisti prosegue per un anno circa), senza che tra i due ci sia un contatto fisico. E-mail dopo e-mail la “storia” si complica, fra schermaglie amorose, che vengono interpretate in tal modo solo da Leo, la voglia di vedersi, toccarsi, sentire le voci dell’uno e dell’altra. Pause più o meno lunghe nello scambio di messaggi rompono di tanto in tanto la magia di questo non-incontro che però è più speciale dell’incontro stesso perché basato sull’immaginario che non di rado viene smentito dai fatti. Leo lo sa bene:

Ci avviamo a un grande disinganno. Non possiamo vivere quello che scriviamo. Non possiamo sostituire le tante immagini con cui ognuno di noi raffigura l’altro. Io resterò deluso se lei non sarà all’altezza della Emmi che conosco. E non sarà all’altezza! Lei si deprimerà se io non sarò all’altezza del Leo che conosce. E non sarò all’altezza! (pag. 141 dell’edizione economica)

La vita (apparentemente) perfetta di moglie e madre di famiglia della signora Rothner si sgretola a poco a poco, smascherata dall’intraprendente Leo che riesce a leggere tra le parole scritte su un monitor le emozioni di Emmi, facendo venire a galla a poco a poco le sue fragilità e le sue incertezze. Alla fine lui riesce a vincere la riluttanza di lei a svelare particolari della vita privata che vorrebbe rimanessero fuori dal legame che nel frattempo si era stretto fra loro. I tanti dubbi che affiorano nella mente dell’uno sono, infatti, spesso demoliti dalle certezze (false) dell’altra.

Rotte le difese, Emmi ammette che la sua vita senza Leo, ovvero senza le sue e-mail, non è vita:

Lei non è un amico qualunque. Lei è molto, molto di più. Posso contare su di lei. Lei c’è. Lei c’è. Lei risponde alle mie domande inespresse. (pag. 147 dell’edizione economica)

Questo romanzo è quasi una novella pirandelliana in cui, alla fine, non si riesce più a distinguere la maschera dal volto, in cui l’illusione prende il sopravvento sulla concretezza, il gioco delle parti rischia di portare ad un finale amaro.

Il vento del nord è forte, impetuoso, difficilmente si può opporre resistenza alla sua violenza. Emmi, però, sa che basta cambiare posizione per non lasciarsi travolgere. La cosa difficile è, per i due protagonisti, cambiare la propria posizione rispetto a quel legame che rischia di travolgerli.

Lo stile di Glattauer si adegua al tipo di romanzo e ricalca quello dei messaggi di posta elettronica, il più delle volte brevi scambi di battute, anche se non mancano testi più lunghi caratterizzati da profonde riflessioni. Ironiche le e-mail di Emmi, sebbene con il solo fine di sdrammatizzare e di autoconvincersi che quel legame sempre più stretto con il suo interlocutore non possa diventare qualcosa di diverso da un semplice scambio epistolare, più serie e rivelatrici di tanti turbamenti esistenziali quelle di Leo. Sembra quasi di essere dei terzi incomodi a leggere il contenuto di una corrispondenza che mette a nudo i protagonisti, quasi lettori invadenti di un diario segreto. E a volte abbiamo l’impressione di attendere con impazienza le risposte di Emmi a Leo e viceversa, rammaricandoci quando il contenuto dei messaggi è differente da quello che vorremmo.

Una lettura gradevole e simpatica. Una storia aperta che non poteva non avere un seguito …


Ne La settima onda (Canguri Feltrinelli 2009) riprende la corrispondenza via e-mail tra Emmi e Leo. Sulla fascetta che avvolge la copertina del volume si legge: “L’attesissimo seguito di Le ho mai raccontato del vento del Nord”. Sono passati, infatti, due anni tra la pubblicazione del primo romanzo e quella del seguito. In realtà, per quanto mi riguarda, sono stata fortunata: ho aspettato ben poco per leggere il seguito del primo romanzo, praticamente un giorno e solo perché la domenica le librerie sono chiuse. Acquistato lunedì pomeriggio e letto in mattinata, prendendo il sole in terrazza, martedì. Il vantaggio di aver letto i due romanzi in un colpo solo è quello di non perdere il filo. Ho letto la storia di Emmi e Leo senza soluzione di continuità. Fantastico!

Attenzione: la parte che segue CONTIENE SPOILER.

Infatti, per introdurre il romanzo devo fare dei riferimenti alla conclusione de Le ho mai raccontato del vento del Nord.

Al termine del primo volume i due amici epistolari avevano interrotto lo scambio di messaggi, senza giungere a quell’incontro tanto atteso da Emmi, paventato più che anelato da Leo, oppresso dai sensi di colpa, e caldamente incoraggiato dal marito di lei, Bernhard. Alla fine Leo è partito per Boston, con l’intento di cambiare vita e di lasciarsi alle spalle l’ormai ingombrante legame con Emmi.

Lei in realtà non ha mai smesso di cercarlo ma le e-mail venivano rifiutate. Più o meno nove mesi dopo la partenza di lui, lo scambio riprende. Scopriamo quindi che Leo nel frattempo ha incontrato una donna americana, Pamela (che Emmi si ostina a chiamare “Pam”, con le virgolette) con cui ha intenzione di cominciare la vita a due. Ma la prepotente, forse inconsciamente attesa, nuova irruzione nella sua vita da parte della vecchia amica, cambia le carte in tavola.

Ormai fra i due la scintilla è scoppiata. Ciò che li trattiene, o meglio trattiene Leo, è la consapevolezza che la sua convivenza con Pamela non ha ancora avuto inizio mentre Emmi ha una famiglia che la ama, ha un marito che sarebbe stato pronto ad accettare il tradimento della moglie pur di vederla felice. Perché lei è felice solo quando scrive a Leo, quando lo immagina, visto che ancora non lo conosce di persona, quando si aggrappa all’illusione, all’idea che ha di lui.

In questa seconda parte del rapporto epistolare tra i due, una novità c’è: gli incontri. Finalmente Emmi e Leo hanno un volto, delle mani che si toccano, dei corpi che si avvinghiano, un amore non più mascherato da “amicizia speciale”, non più negato a sé stessi. Una relazione che si protrae tra sensi di colpa e ultime volte. La parola FINE viene scritta con i caratteri maiuscoli, una fine definitiva, non una fine finta, almeno nelle intenzioni. Eppure qualcosa fa sì che la storia non termini affatto: quando Leo capisce che non ha futuro con Pamela e che il matrimonio di Emmi con Bernhard non ha più alcuna parvenza di matrimonio, ricomincia a sperare. In un conto alla rovescia che tiene in sospeso anche il lettore, si arriva al settimo incontro, quello definitivo.

“Se le prime sei onde sono sempre prevedibili, la settima può sconvolgere tutto.”

Ed è quello che accade.

LE MIE (ALTRE) LETTURE

5 agosto 2012

LIBRI: “I PESCI NON CHIUDONO GLI OCCHI” di ERRI DE LUCA

Posted in libri tagged , , , , , , a 6:13 pm di marisamoles

Erri De Luca, napoletano classe 1950, è uno scrittore e giornalista che ha al suo attivo più di cinquanta titoli tra romanzi e saggi, raccolte di poesie, opere teatrali e traduzioni. Da Giorgio De Rienzo, critico letterario del Corriere della Sera, è definito “lo scrittore del decennio”. Uno scrittore che inizia a pubblicare tardi, a quarant’anni, e nei suoi romanzi raccoglie spesso ricordi di vita passata, specie quelli relativi all’infanzia trascorsa all’ombra del Vesuvio da cui appena diciottenne si allontana per motivi di lavoro. Prima di dedicarsi alla narrativa De Luca svolge svariati lavori e partecipa attivamente alla vita politica degli anni Settanta, in pieno fermento postsessantottino.

I pesci non chiudono gli occhi (Feltrinelli, 2011) mi ha colpito per la frase di copertina: “Lo so da un anno, io cresco e il corpo no. Rimane indietro”, tuttavia la decisione di leggere questo breve ma intenso romanzo è stata determinata da ciò che ho letto sulla quarta: “… Un uomo, cinquant’anni dopo, torna coi pensieri su una spiaggia dove gli accade il necessario e pure l’abbondante. Le sue mani di allora, capaci di nuoto e non di difesa, imparano lo stupore del verbo mantenere, che è tenere per mano”. Il fascino irresistibile, almeno per me, dell’etimologia non mi lascia scelta: quel libro è mio.

È la storia di un bambino di dieci anni – l’autore stesso – che al mare, d’estate, incontra una ragazzina di poco più grande e rimane colpito da lei. Non sa se è amore, piuttosto è crescita, quella interiore perché il corpo rimane sempre indietro.

La guardavo e mi accorgevo che era così. Era una donna, la prima che emergeva da quella folla che non mi interessava. Altre volte ho riavuto la sorpresa di una donna che avanzava verso di me e il resto intorno andava fuori fuoco. (pag. 59 dell’edizione economica 2012)

Capivo all’indietro quello che succedeva dentro i libri, quando uno si accorge della specialità di un’altra persona e concentra su quella l’esclusiva della sua attenzione. Capivo l’insistenza di isolarsi, starsene in due a parlare fitto. Non c’entrava per me il desiderio, quell’amore chiudeva con l’infanzia ma non smuoveva ancora nessun muscolo degli abbracci. Scintillava dentro, mi visitava il vuoto e me lo illuminava. (pagg. 101-102 )

L’estate di cinquant’anni prima vede il ragazzino immerso nel mondo semplice dei pescatori campani, nella curiosità di leggere per imparare a vivere, nell’abilità con cui trova le soluzioni ai cruciverba e ai rebus. L’estate di un ragazzino solitario che vede nella ragazzina del nord, sua vicina di spiaggia, la stessa voglia di isolarsi, immersa nella lettura, noncurante dei giochi stupidi dei coetanei. Per questa affinità tra i due, il fatto che lei scelga proprio lui e non altri, magari più svegli e già in preda ai primi turbamenti d’amore, scatenerà la lotta tra due mondi così diversi dalla quale lui, con l’aiuto di lei, che lo tiene per mano, uscirà vincitore.

È anche un’estate passata lontana dal padre, emigrato in America in cerca di lavoro. Un’estate fatta di decisioni difficili dalle quali il bambino cerca di stare lontano, pur consapevole che la “perdita” del padre (ma in realtà la sua lontananza) avrebbe avuto su di lui delle conseguenze irreparabili:

Crescere senza di lui? Sarei venuto storto, avrei cercato di appoggiarmi a un muro come un rampicante che altrimenti striscia. (pag. 92)

E così la narrazione continua intrecciando ricordi lontani, quelli di un bimbo che vuole crescere ma il suo corpo no, e quelli più vicini, di un uomo che deve fare ancora delle scelte, a volte difficili. Il tutto condito dalle splendide immagini della vita laboriosa dei pescatori dell’isola, delle cose semplici come gli spaghetti al pomodoro e basilico e la pizza alla marinara, i cui odori e profumi sembrano uscire dalle parole stesse del racconto.

Lo stile di De Luca è, infatti, molto lirico, seppur semplice e a volte vicino al parlato, senza tuttavia scivolare spesso nella parlata napoletana, se non per evocare immagini particolarmente colorite. Una lettura gradevole, certamente non impegnativa. Un romanzo che, pur nella sua scorrevolezza e bellezza non banale, non può essere considerato un esempio di alta letteratura.

Una curiosità particolare me l’ha destata il titolo. Che siano citati i pesci mi sembrava normale, visto che fin dalle prime pagine il mondo in cui il racconto è calato è quello dei pescatori. Ma non capivo il nesso tra il contenuto della narrazione e gli occhi dei pesci. Finché, al momento del primo bacio fra i due ragazzini, lei non lo rimprovera perché non chiude gli occhi. E continuerà a farlo in seguito:

“Chiudi quei benedetti occhi di pesce.”
“Ma non posso. Se tu vedessi quello che vedo io, non li potresti chiudere.” (pag. 112)

Allora il titolo va letto come se tra l’articolo e il nome si formasse una sola parola di tre sillabe con l’accento sulla penultima. Ipèsci non chiudono gli occhi. I bambini di dieci anni, che in poche settimane d’estate assistono ad una crescita interiore a scapito di un corpo che rimane indietro, , li devono proprio chiudere gli occhi, quando baciano.

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