3 marzo 2014

“LA GRANDE BELLEZZA”: UN’ITALIA DA OSCAR

Posted in attualità, cultura, film, spettacolo tagged , , , , , , , , , , , , a 2:48 pm di marisamoles

Così, stanotte una nuova stella ha illuminato il cielo di Hollywood: “La grande bellezza”, film di Paolo Sorrentino pluripremiato in Europa, ha conquistato anche il pubblico americano. La statuetta più ambita è tornata in Italia dopo 15 anni, da quel lontano 1999 in cui Roberto Benigni con il suo “La vita è bella” guadagnò non solo l’Oscar come miglior film straniero ma si portò a casa anche altre due statuette, per il miglior attore protagonista e la migliore colonna sonora (Nicola Piovani).

Cosa potrei dire io ora che non sia stato già detto in queste ultime ore riguardo all’Oscar guadagnato dal film di Sorrentino? Nulla che abbia a che fare con una critica seria, dato che il film non l’ho visto. Sono una che non ama seguire la massa, ho bisogno di tempo e, soprattutto, mi piace godermi la visione quando si sono spenti i riflettori e del film non si parla più.

Ho letto molte critiche su questo film e sono giunta alla conclusione che anche una grande bellezza possa diventare una grande schifezza. Dipende dai gusti che, come ben sappiamo, sono personali.

Quello che, però, mi sorprende è che noi siamo un popolo strano: ci sentiamo italiani quando ascoltiamo l’inno nazionale sui campi di calcio, meglio ancora se il capitano della nazionale alza l’ambita Coppa del Mondo, e quando un film italiano trionfa all’Academy Awards. A parte questo, credo che la maggior parte di noi consideri il cinema di casa nostra per nulla competitivo.

Personalmente stimo molto alcuni registi italiani, come Paolo Virzì, Pupi Avati e Ferzan Özpetek per fare qualche nome, ma la maggior parte di noi snobba i film made in Italy soprattutto per la mancanza di attori veramente degni dell’etichetta che portano addosso.
Il fatto è che i migliori attori italiani sono quelli che recitano su un palcoscenico, preferendo guadagni notevolmente inferiori e un successo di pubblico molto più modesto alla grande industria cinematografica che sforna prodotti di discutibile valore. Certo, se consideriamo gli incassi, allora c’è da deprimersi. Se in Italia vincono al botteghino i cinepanettoni e i vari Checco Zalone e Claudio Bisio, posso anche concordare con chi snobba il cinema nazionale.

Non riesco, tuttavia, ad essere d’accordo con chi ritiene che i film americani (leggi statunitensi) siano i migliori in assoluto. C’è da considerare, infatti, che le pellicole d’oltreoceano vengono doppiate da attori italiani eccezionali che spesso scelgono proprio quella carriera non strapagata e considerata di serie b. Quindi, se non altro a livello recitativo, l’apprezzamento dei film americani da parte di molti è dovuto proprio ai bravi attori che in Italia di certo non mancano.

servillo_grande-bellezza_ferilli

Tornando al film di Sorrentino, l’unica cosa che davvero mi spiace è che “attrici” come la Ferilli e la Ferrari possano da oggi dire: “Ho recitato in un film da Oscar”. Passi per Isabella Ferrari che qualche rara volta ha dato prova della sua bravura (in Caos calmo, ad esempio, e non solo per la scena di sesso spinto che ha suscitato mille polemiche), ma la Ferilli può essere davvero considerata un’attrice? Recita nei film esattamente come se vendesse divani … Oddio, nel film premiato a Hollywood interpreta il ruolo di una spogliarellista, l’unico che a mio parere le calza a pennello. D’altronde è anche un ruolo che non le dà modo di calzare altro …

Infine, che dire di Roma? Splendida, come sempre.
In omaggio a quelli che mi leggono dalla capitale, devo dire honestly

ROME IS THE GREAT BEAUTY INDEED!

[immagine da questo sito]

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8 novembre 2013

FILM: “ZORAN, IL MIO NIPOTE SCEMO”

Posted in cinema, Friuli Venzia-Giulia tagged , , , , , , , , a 9:48 pm di marisamoles

zoran
Ha riscosso un enorme successo al Festival del Cinema di Venezia: dieci minuti di applausi, una vera ovazione. Cosa strana, se vogliamo, trattandosi di un’opera prima (il regista è Matteo Oleotto, sconosciuto ai più), di una pellicola girata nella provincia friulana, quella dove i confini diventano sottili e le popolazioni che parlano lingue diverse (siamo in provincia di Gorizia, a due passi dalla Slovenia) si trovano fianco a fianco, disseppellendo antichi rancori.

Forse questo successo sembrerà meno strano quando si scopre che il protagonista, Paolo Bressan, è magistralmente interpretato da Giuseppe Battiston, un omaccione che proprio in Friuli ha visto la luce nel 1968 e che, dopo una lunga gavetta, ha conquistato un posto di tutto rispetto nello star system cinematografico nostrano. E se è vero che i premi non significano nulla, a volte, è anche vero che come attore non protagonista ha già al suo attivo David di Donatello e Nastri d’Argento da far invidia ad attori ben più noti.

Paolo Bressan è un uomo solo, misantropo, egocentrico, scontento della vita che conduce ma impermeabile agli stimoli che potrebbero cambiarla. Almeno fino a quando non capita nella sua vita un nipote che non sapeva di avere, nipote a sua volta della zia Anja, parente che Paolo non ricorda per nulla e che ostinatamente chiama Anna, all’italiana. Quando si reca in Slovenia, nel luogo in cui la parente sconosciuta è passata a miglior vita, già s’immagina che l’eredità inaspettata gli permetta di fare quel salto di qualità sottraendolo a un’esistenza monotona e solitaria, fatta di grandi bevute in osmiza, l’osteria tipica di confine, di un lavoro alla mensa di anziani che detesta (sia il lavoro sia gli anziani) e di un matrimonio finito da anni, con Stefania (che ha il volto e la voce dalla pronuncia slovena di Marjuta Slamic), rimpianta e ormai sposa di un ometto (interpretato da Roberto Citran) che Paolo non stima per nulla, che considera semplicemente uno stupido.

battiston slamic
L’eredità però non è nulla di materiale. La zia Anja per curarsi ha speso tutto, ipotecando anche la modesta casetta in cui viveva. Così Bressan si trova spiazzato quando gli viene fatto conoscere Zoran, un sedicenne (interpretato dal bravissimo debuttante Rok Prašnikar) di cui la vecchia zia si prendeva cura e che, dopo la dipartita di lei, è rimasto solo. Si tratta di un affido temporaneo, solo pochi giorni in attesa che il ragazzo entri in una casa famiglia. Non stupisce nemmeno un po’ che Paolo accolga la notizia con stizza. Per il protagonista quel ragazzo che parla un italiano particolarmente forbito, imparato leggendo due libri che chiama capolavori ma che conosce solo lui, in completa dissonanza con la parlata gergale e cafona di Bressan, è solo un impaccio. Lo accoglie in casa peggio di un estraneo e a sua volta il ragazzo non sembra contento di vivere, seppur per pochi giorni, in un luogo sporco e trascurato. Il disordine lo infastidisce e la prima notte in casa Bressan preferisce passarla in bagno.
Ma Zoran ha in serbo una sorpresa: è una specie di campione di freccette, fa sempre centro, non sbaglia mai un colpo. Un’abilità che il sedicenne deve alla nonna che l’aveva istruito su come fare centro, peccato che, messo alla prova da Paolo che trova subito il modo di approfittare della situazione, non sia capace di indirizzare le freccette negli spicchi del bersaglio che fanno guadagnare più punti.

nipote scemo
Il progetto dello zio di Zoran è quello di farlo partecipare al campionato di freccette che si tiene a Glasgow. Si precipita in agenzia, acquista i biglietti e disperatamente allena quel nipote che considera scemo, ma che scemo non è, e che si ostina a prendere di mira solo il centro del bersaglio.
Nel frattempo Zoran, che Paolo chiede di poter tenere con sé un altro po’ di tempo, scopre un altro mondo, un’altra vita al di fuori dell’osmiza, popolata da ubriaconi e perditempo che sragionano. Conosce una ragazzina bionda e si fa conquistare dalla sua bellezza e dolcezza, grazie a lei partecipa alle prove del coro del paese e si esibisce, vincendo la timidezza, in un’Ave Maria cantata in sloveno. Dell’antica passione per le freccette sembra non volerne sapere. Poi, però, comincia a trattare con il bisbetico zio e i due arrivano ad un compromesso: Zoran canterà nel coro e si darà da fare per colpire il bersaglio non solo al centro.

Ce la farà? Parteciperà al campionato a Glasgow? Chissà …
Quel che è certo è che alla fine i ruoli si ribaltano, il bisbetico zio viene domato e il nipote “scemo” si rivelerà davvero prezioso per dare una svolta alla vita di Paolo Bressan.

9 agosto 2013

LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDÌ: RITROVATA IN FRIULI LA PRIMA PELLICOLA DI ORSON WELLES

Posted in cultura, film, Friuli Venzia-Giulia, La buona notizia del venerdì tagged , , , , , , , , a 5:22 pm di marisamoles

orson wellesAnche quest’oggi voglio occuparmi di cultura e questa mi pare proprio una buona notizia: in una vecchia cassa abbandonata in un magazzino è stata ritrovata la pellicola del primo film interpretato da Orson Welles nel lontano 1938.

Il film in questione, Too Much Johnson, girato da Orson Welles quando aveva 23 anni ed era già un famoso regista teatrale e autore radiofonico, era diviso in tre parti che dovevano fungere da preludio ai tre atti della commedia omonima scritta da William Gillette, Ma la commedia andò in scena senza la parte cinematografica perché il progetto di Welles fu bocciato.

Il film doveva essere muto e ispirato alle comiche di Mack Sennett e Harold Lloyd e aveva tra gli interpreti Joseph Cotten e Virginia Nicholson, all’epoca moglie di Welles.
La delusione dell’attore fu tanta che, a quanto dicono, quando la sua casa spagnola andò a fuoco nel 1971, non si dimostrò dispiaciuto che nell’incendio fosse stata distrutta anche la pellicola di Too Much Johnson.
Invece le otto bobine del film sono miracolosamente arrivate a Pordenone e ritrovate dopo trenta-quarant’anni dal loro ingresso in Italia.

Il ritrovamento del film è stato del tutto fortuito. Come sia arrivato a Pordenone è un mistero, anche se è famoso il suo festival del cinema muto. Fatto sta che un impiegato di una ditta di traslochi ha notato che da una vecchia cassa, contenente materiale cinematografico, abbandonata in un magazzino si sprigionavano sgradevoli odori. Viene, quindi, interpellato il responsabile del club Cinemazero che immediatamente intuisce che l’odore è dovuto ad un processo chimico degenerativo irreversibile che distrugge il supporto delle pellicole in triacetato di cellulosa.
Fra il numeroso materiale ormai distrutto, ecco che miracolosamente compaiono le otto pellicole del film chiuse nelle loro scatolette di metallo. Intatte.

Dopo la conferma di Cito Giorgini, un grande esperto wellesiano, che si tratta proprio dell’inedito Too Much Johnson, la copia del film, affidata alla Camera Ottica di Gorizia prima e alla cineteca del Friuli poi, è stata restaurata dalla George Eastman House con il contributo della National Film Preservation Foundation.

La notizia ha avuto un risalto mondiale tanto che il New York Times ha preteso l’esclusiva. Solo in seguito è stata diffusa in Italia.
La pellicola restaurata verrà proiettata a Pordenone il 9 ottobre prossimo all’interno delle Giornate del Muto.

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LE MIE ALTRE BUONE NOTIZIE

24 febbraio 2013

ANNA KARENINA, IL FILM

Posted in affari miei, film tagged , , , , , , , , , , , a 9:45 pm di marisamoles

Questo pomeriggio, nonostante la mia antipatia per le sale cinematografiche (troppo caldo, troppo alto il volume del suono, troppo scomode le poltrone, niente pause per fumare una sigaretta … benedetta la pubblicità in tv!), sono andata a vedere il film di Joe Wright Anna Karenina, tratto dall’omonimo romanzo di Lev Tolstoj. La trama del romanzo è nota a tutti: Anna, una donna sposata a un alto funzionario russo e madre di un bambino, si innamora del giovane conte Vronskij, al cui fascino cerca di resistere, più per uno scrupolo morale che per convinzione. Vinta dalla passione, alla fine la donna cede e vive un amore travolgente con il conte da cui ha una bambina. Lasciata la famiglia per seguire l’amato, ben presto si rende conto che l’insano sentimento che la lega ad Aleksej l’ha emarginata dalla società e privata dei privilegi di cui prima godeva nella San Pietroburgo altolocata. Alla fine cede sotto il macigno dei sensi di colpa, soprattutto ritenendo inutile il sacrificio per un uomo che pensa non l’ami più. La gelosia la porta ad un gesto disperato: si lancia sotto un treno in corsa.

E ora veniamo al film. Certamente non è facile fare una trasposizione cinematografica di un romanzo importante e ricco di sfaccettature come il capolavoro di Tolstoj. Soprattutto non è facile raccontare una storia già nota ai più senza destare curiosità. Il merito del regista Wright è senz’altro quello di aver creato un prodotto teatrale, con tanto di scenografie semoventi, dove i personaggi si muovono, per la gran parte della pellicola, passando di scena in scena e, soprattutto, evadendo dallo spazio teatrale consueto per conquistare le quinte e gli spazi aerei che, attraverso le impalcature, sovrastano il palcoscenico.
All’inzio questa messa in scena non mi ha convinta. Ero quasi infastidita perché non riuscivo a concepire soprattutto la mancanza di scene esterne. Insomma, quella Russia così cara a Tolstoj che in pratica non si vede, eccezion fatta per qualche distesa di neve o, nella stagione migliore, di prati fioriti e spazi agresti con tanto di contadini intenti nella mietitura. Un limite, a parer mio, che non rende giustizia al romanzo che trova, però, una gradevole lettura nelle scene dei balli con coreografie stupende e abiti magnifici.

anna-kareninaQuanto ai protagonisti, Keira Knightley (già musa ispiratrice di Wright in Espiazione e Orgolio & Pregiudizio) nei panni della Karenina non convince fino in fondo. Bellissima ma un po’ acerba, non pronta ad interpretare un personaggio così complesso come Anna. Sembra più una giovinetta alle prese con il primo amore. Ma effettivamente, a pensarci bene, ai tempi i matrimoni avevano ben poco a che spartire con l’amore, sicché per la sventurata il conte Vronskij potrebbe benissimo essere il primo vero amore della sua vita. Lui, interpretato dal giovanissimo (anche troppo) Aaron Johnson, poco più che ventenne, è talmente bello, con gli occhi azzurri e i riccioli biondi, da essere quasi un Adone senz’ali.

L’interpretazione che più mi ha convinta è stata quella del marito tradito: un Alexei Karenin magistralmente interpretato da Jude Law, con una compostezza e una sobrietà che rende merito alla dignità del personaggio, se non a quella del marito della fedifraga.
Infine, una nota di merito a Emily Watson nei panni della contessa Lydia.

Per concludere, un film passabile nel complesso, a tratti persino bello. Però ammetto che le due ore e 10 minuti sono volate, nonostante l’assenza di pause. Ah, la musica è bellissima grazie al nostro Dario Marianelli, candidato al premio Oscar 2013 per la miglior colonna sonora.

14 febbraio 2013

MODA’ A SANREMO CON UN BRANO DELLA COLONNA SONORA DI “BIANCA COME IL LATTE …”

Posted in canzoni, Festival di Sanremo tagged , , , , , , , a 7:34 pm di marisamoles

Non ho seguito molto, almeno finora, Sanremo ma devo dire che la canzone dei Modà, “Se si potesse non morire”, mi ha colpito molto. Lo stile è quello, inutile negarlo, un po’ ripetitivo rispetto ad altri successi. Però, ascoltando le parole e seguendo la melodia, questo pezzo mi raccontava qualcosa di nuovo e, nello stesso tempo, di già sentito.

Ho scoperto solo da qualche minuto – non seguo molto giornali e tv che parlano del festival della canzone italiana, in questi giorni – che il pezzo dei Modà è uno dei brani compresi nella colonna sonora del film, in uscita il 4 aprile, tratto dal best seller di Alessandro D’Avenia Bianca come il latte rossa come il sangue. Alessandro ne ha dato notizia sul suo blog da cui ho scaricato il video sotto.

Buon ascolto e buona visione … aspettando il 4 aprile.

5 agosto 2011

FESTEGGIATI IN ANTICIPO I 50 ANNI DEL FILM “COLAZIONE DA TIFFANY”

Posted in attualità, cultura, moda, spettacolo, vip tagged , , , , , , , , a 7:47 pm di marisamoles


Lei è Audrey Hepburn, l’attrice anglo-olandese scomparsa nel 1993. Parlare del film Colazione da Tiffany significa parlare di lei, diventata icona di stile e di eleganza proprio grazie al ruolo interpretato nel 1961 in questo film indimenticabile. Nonostante fosse già notissima, grazie a Vacanze romane che nel 1953 le fece vincere l’Oscar, e nonostante avesse già vestito i panni della splendida Sabrina nel 1953, fu proprio la sua interpretazione in Colazione da Tiffany a regalarle il successo che poi la consacrò musa del cinema.

Il compleanno della celebre pellicola è stato festeggiato in anticipo (la data esatta è il 5 ottobre) con l’uscita, il 29 luglio, della copia restaurata dall’Academy of Motion Picture Arts and Sciences e presentata al Samuel Goldwyn Theater di Beverly Hills a Los Angeles.

Audrey Hupburn ha affascinato uomini e donne di almeno tre generazioni e quel che stupisce particolarmente è il successo che ha oggi anche tra le adolescenti. Già da qualche anno è, infatti, scoppiata la moda Hupburn: quadri, lampade, borsette … oggetti vari che portano la sua effige, vanno di moda e hanno fatto leva sulle giovanissime che probabilmente non conoscono i suoi film o li hanno visti solo dopo il boom dell’Audrey-style.

Il film, tratto dall’omonimo romanzo di Truman Capote, ha come protagonista Holly Golightly, ingenua giovane donna che ha un solo obiettivo: sposare un uomo ricco che le possa regalare i meravigliosi e costosissimi gioielli venduti da Tiffany, rinomata gioielleria newyorkese. Nell’attesa del giusto “pollo”, la ragazza sbarca il lunario facendo la prostituta d’alto bordo e chiama le sue prestazioni “fare la toeletta”. Poi, però, incontra Paul, giovane e squattrinato scrittore in cerca di ispirazione, e tutto verrà messo in discussione.

La Hupburn, di carattere piuttosto riservato, avrebbe preferito recitare un altro ruolo in quanto il personaggio di Holly aveva le sue stesse caratteristiche. D’altra parte, anche Capote avrebbe preferito che il ruolo fosse assegnato a Marilyn Monroe e non accolse favorevolmente la scelta della Paramount che fu, comunque, vincente per il successo che il film ebbe in tutto il mondo. Alla fine, il ruolo più difficile della sua vita, come lo definì lei stessa, purtroppo non le valse un secondo Oscar. L’ambita statuetta fu, invece, conquistata da Henry Mancini per la Miglior colonna sonora e dallo stesso Henry Mancini con Johnny Mercerper per la Miglior canzone (Moon River, cantata dalla stessa Hupburn).

Audrey, che in seconde nozze nel 1969 sposò un medico italiano, Andrea Dotti, da cui nel ’70 ebbe Luca, ottenne anche un riconoscimento italiano con l’assegnazione del David di Donatello come miglior attrice straniera (1962).

Credo che nessuno dimenticherà mai la scena finale di Colazione da Tiffany: la disperata ricerca di un gatto, il suo ritrovamento e un bacio appassionato al giovane Paul, il tutto sotto la pioggia battente e accompagnato dalle altrettanto indimenticabili note di Moon River. Una fine lieta che Capote non avrebbe voluto e che, infatti, nel romanzo non c’è. Un finale che dopo 50 anni continua ad emozionare e a far sognare le inguaribili romantiche e forse anche qualche uomo che vorrebbe incontrare (e baciare) una splendida creatura come Audrey Hupburn.

[fonti: Wikipedia, VanityFair.it e trovacinema.repubblica.it ; nell’IMMAGINE (di MIA proprietà): particolare di un paravento che si trova nell’Hotel La Villa Resort, Pieve a Nievole (PT)]

24 luglio 2011

AMY E LINDA

Posted in spettacolo, vip tagged , , , , , , , , a 1:45 pm di marisamoles

Due donne sono scomparse ieri: Amy Winehouse e Linda Christian. Due dive, ognuna nel proprio campo, una delle quali troppo giovane per concludere il cammino su questa terra, l’altra abbastanza in avanti con gli anni ma non così tanto da rendere meno doloroso il momento del distacco dai propri cari. Ricche e famose, bellissima voce l’una, fascino e bellezza capace d’incantare donne e uomini allo stesso tempo l’altra.

Amy Winehouse se n’è andata a ventisette anni, sola e disperata, forse, nella sua casa di Camden Square a Londra. Ventisette anni significa avere tutta la vita davanti. E invece lei ha trovato, nel pieno della gioventù, una morte solitaria. Una morte tutta da chiarire: incidente o suicidio? La cosa certa è che a fermare il cuore della giovane cantante inglese è stato un cocktail micidiale di droga ed alcool. Una vita, quella di Amy, vissuta al limite. Una sfida continua con la morte che la accomuna ad altri miti, scomparsi anch’essi alla sua stessa età: Jimi Hendrix, Janis Joplin, Jim Morrison e Kurt Cobain, tutti morti a ventisette anni. Gioventù bruciata, incapace di godersi il successo planetario senza lasciarsi andare agli eccessi. Segno tangibile di una psiche malata, oppressa da quel morbo oscuro che si chiama successo. Quando lo si ottiene a vent’anni, come Amy e gli altri, è difficile trovare un equilibrio e ci si rifugia nell’alcool o negli stupefacenti, facendosi del male, fino a morirne.

La cosa più triste di questa morte prematura è la solitudine in cui Amy ha trascorso le ultime ore di vita, con la sola compagnia di un’illusione di felicità. Dov’era la famiglia? Perché l’hanno abbandonata, nonostante fossero palesi le sue precarie condizioni di salute, lei che usciva ed entrava dalle rehab, le cliniche di disintossicazione? E’ davvero difficile rassegnarsi alla morte solitaria di chi ha milioni di fan in tutto il mondo che l’adorano. Ed è davvero strano che non si sia fatto nulla per aiutarla, soprattutto dopo la penosa esibizione a Belgrado, meno di due mesi fa, dove non solo non ha praticamente cantato ma non si reggeva nemmeno in piedi sul palcoscenico.

Ma ormai è tardi, rimane solo il tempo per una preghiera: possa trovare la pace che nella sua breve vita non ha mai avuto.

Ho “conosciuto” Linda Christian attraverso le riviste di gossip (parola oggi attuale, un tempo sconosciuta, sostituita dalla ben più elegante definizione “riviste patinate”, in riferimento alle pagine lucide di tali pubblicazioni) che, quand’ero bambina, giravano per casa grazie alla vera e propria passione che mia nonna nutriva per Stop. Allora per me Linda era la mamma di Romina Power, prima ancora che la celebre attrice, moglie bellissima di un divo di Hollywood: Tyron Power. Solo il cognome che Romina porta mi riconduceva ai suoi natali. Anche di Tayrin, la sorella minore di Romina, m’importava ben poco.

L’allora moglie di Albano per me, bambina costretta dalla madre a tenere i capelli corti, era un vero e proprio mito specialmente per i suoi meravigliosi capelli lunghissimi. Continuavo a ripetere: “Quando sarà grande mi farò crescere i capelli come Romina”. La risposta di mia madre era sempre quella: “Sì, quando sarai grande e … ti laverai e asciugherai i capelli da sola”. Detto, fatto. All’età di tredici anni, se ricordo bene, avevo raggiunto il mio obiettivo.

Tornando a Linda Christian, al secolo Blanca Rosa Henrietta Stella Welter Vorhauer, morta ieri in California, dove viveva, all’età di ottantasette anni, fu una vera diva del cinema, soprannominata The anatomic bomb grazie alla sua sconvolgente bellezza. La sua fama aveva oltrepassato l’oceano per raggiungere l’Italia dove l’attrice sposò Tyron Power, nella chiesa di Santa Francesca Romana. Fu un evento eccezionale, destinato a rimanere nella storia anche se allora, era il 1949, la tv non era ancora diffusa in Italia. Ma i filmati delle nozze del secolo fecero il giro del mondo così come la fama di tre sorelle, sartine con il sogno dell’alta moda, che disegnarono l’abito principesco indossato da Linda. Un incontro casuale quello tra Linda e le sorelle Fontana che determinò il successo planetario della casa di moda. E Roma rimase sempre nel cuore della Christian, tanto che in onore della città eterna scelse il nome della primogenita, nata appena un anno dopo le nozze: Romina.

Dopo il divorzio da Power, la Christian fu protagonista, alquanto chiacchierata, della dolce vita romana. Fu accusata, tra l’altro, di aver spinto la bellissima e giovanissima Romina a spogliarsi davanti all’obiettivo e alla cinepresa. Debutta nel cinema a soli tredici anni e in quattro anni gira ben quattoprdici film, in ruoli alquanto discussi. Ma quando, appena ventenne, sposa Albano, mette a tacere le male lingue. Anche della madre Linda, a partire dagli anni Settanta, si parla poco.

Romina è stata accanto alla madre malata di tumore negli ultimi tre anni. Una morte non solitaria, quella di Linda. Un rammarico forse rimarrà sempre nel suo cuore: quello di non aver potuto riabbracciare la nipote Ylenia, scomparsa nel 1994. Allora la Christian aveva trovato il coraggio di mettere a nudo il suo ruolo di madre imperfetta, come siamo noi tutte, del resto, rivolgendosi al genero che, come padre, aveva anch’egli commesso degli errori: “Adesso che tanto tempo è passato da quando Al Bano entrava nella mia casa romana a palazzo Brasini di nascosto dalla cucina per incontrare Romina, forse per primo, come padre, capirà quanto sia facile rischiare di sbagliare nei panni di uno dei ruoli più difficili della vita: quello di genitori“.

Recentemente ho riletto l’intervista che Pino Scaccia fece alla Christian sulla scomparsa di Ylenia. Addolorata la nonna disse: «Credo dentro il cuore che sia viva e che presto, molto presto tornerà fra le nostre braccia».
Ylenia non è tornata ma mi sto chiedendo se quell’abbraccio ora si sia concretizzato. Spero di no, con tutto il cuore.

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