19 dicembre 2012

A PROPOSITO DELLA PROFEZIA MAYA: TUTTE LE VOLTE CHE IL MONDO NON E’ FINITO

Posted in attualità tagged , , , , , , , , , a 10:29 pm di marisamoles

la-fine-del-mondo

  ¨  500 d.C. : data individuata dal teologo del III secolo Ippolito di Roma

¨      31 dicembre 999: secondo i vangeli apocrifi, 1000 anni dalla nascita di Gesù (il “Mille non più Mille” di biblica memoria)

¨      1184: un allineamento dei pianeti fu preannunciato e l’arcivescovo di Canterbury addirittura impose ai suoi fedeli tre giorni di digiuno … tutt’al più avranno perso mezzo chilo

¨      1260: secondo Gioacchino da Fiore che aveva calcolato la data in base al numero dei giorni descritti dall’Apocalisse

¨      1284: papa Innocenzo III individuò la possibile data della fine del mondo a 666 anni dalla nascita dell’Islam

¨      1346: il diffondersi della peste nera, che ridusse di un terzo la popolazione europea fu scambiato per un anticipo della fine … una lenta agonia, insomma

¨      1524: Johannes Stoeffer, cartografo con la passione dell’astrologia,  ipotizzò l’arrivo di un nuovo diluvio universale (tra i sostenitori ebbe anche Machiavelli)

¨      1533: profezia diffusa da Melchior Hofmann che, tra le altre cose, previde una sorta di ritorno di Cristo a millecinquecento anni dalla morte

¨ 1666: i profeti, sempre basandosi sulla numerologia, predissero la fine del mondo ma ci fu solo un grande incendio a Londra che, a parte una decina di vittime, ebbe l’effetto di annientare un migliaio di topi

¨      1844: William Miller, fondatore del movimento Millerite, predisse la seconda venuta di Gesù che avrebbe preannunciato la fine … non accadde nulla e questa data rimase nella storia come quella della Grande delusione

¨      1874: questa volta fu Charles Taze Russel, fondatore dei Testimoni di Geova, ad avere un abbaglio

¨      1891: profezia della mistica Madre Shipton che scrisse “The world to an end shall come; in eighteen hundred and eighty-one.”

¨      1919: previsione del meteorologo Albert Porta secondo il quale un allineamento cosmico di 6 pianeti avrebbe provocato l’esplosione finale del sole. Nel giorno da lui indicato, il 17 dicembre, non cadde nemmeno una goccia di pioggia

¨      1973: secondo il leader dei Children of God, David Berg il passaggio della cometa Kohoutek avrebbe distrutto gli Stati Uniti, e con loro il resto del mondo

¨      1988:  Edgar C. Whisenant, nel libro “88 ragioni per cui la ascensione avverrà nel 1988″ stabilì un periodo di tre giorni nei quali i credenti sarebbero stati fatti ascendere, in previsione della Fine dei Tempi. Resosi conto del clamoroso errore, rimandò di qualche anno la data ma non avvenne nulla. ovviamente

¨      1994l’evangelista radiofonico Harold Camping individuò il 6 settembre come data fatidica, nessuno avrebbe avuto scampo. Poi si corresse ed individuò nel 21 dicembre (guarda un po’!) 2011 la definitiva apocalisse

¨      1999: è l’anno di Nostradamus che scrisse: «Nell’anno 1999 e sette mesi/il Gran Re del Terrore giungerà dal cielo/risorgerà Gengis Khan/prima e dopo la guerra dominerà incontrastata». La Terra “tremò” ma solo perché erroneamente i suoi abitanti si lasciarono influenzare dal passaggio ad un altro millennio. Il brindisi al nuovo anno 2000 fu poi col fiato sospeso, per via del temuto millennium bug

¨       2009: la messa in funzione del Large Hadron Collider (il grande collisore di adroni) a Ginevra. Secondo alcuni, infatti, avrebbe portato alla formazione di un «buco nero» che avrebbe inghiottito la Terra, e con lei il sistema solare.

E noi siamo ancora qui a credere che tra due giorni il mondo finirà?

[FONTI: VanityFair, thinkcool, losai.eu; immagine da paperblog]

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20 settembre 2012

SUL MATRIMONIO IN CHIESA E SUL PREDICARE BENE E RAZZOLAR MALISSIMO

Posted in bambini, donne, famiglia, matrimonio, religione, Uomini e donne tagged , , , , , , , , , , , , a 10:27 am di marisamoles


Nel blog di Diemme, in questi ultimi giorni, si parla di matrimonio. In particolare, in questo post l’amica difende il matrimonio eterosessuale e, pur rispettando la libera scelta di amare una persona dello stesso sesso, si dichiara contraria ai matrimoni tra omosessuali.

Ora, il mio intento non è quello di esprimere la mia opinione sui matrimoni tra coppie dello stesso sesso (l’ho già fatto qui, non senza suscitare delle polemiche, e, inoltre, ho letto questo post sul blog La 27esimaOra del Corriere alla cui lettura mi sento di rimandare chi mi legge perché lo trovo molto interessante), ma di parlare di matrimonio, per di più religioso. Allora, vi chiederete, perché ho citato l’amica Diemme? Perché lei, non tanto nell’articolo quanto in un commento (che non riesco a trovare, visto che sono tantissimi!), ha dichiarato che secondo il suo parere l’unico matrimonio che meriti tale nome è quello celebrato in Chiesa il quale prevede che due carni diventino una sola, che si diventi l’uno parte dell’altra e che il legame sia indissolubile (questo lo scrive nel post). E’ un’affermazione degna di rispetto ma io personalmente mi chiedo: siamo proprio sicuri che un legame sancito da un sacro contratto, seppur legalmente riconosciuto dallo Stato italiano attraverso il Concordato, si possa definire indissolubile? Insomma, possiamo affermare con assoluta certezza che il matrimonio religioso, al contrario di quello civile, costituisca una sorta di vaccino contro il divorzio? I dati che riguardano separazioni e divorzi sembrano dire tutt’altro.

Quindi, potremmo affermare che, pur con le migliori intenzioni, nel momento in cui si promette fedeltà eterna al proprio partner davanti ad un sacerdote, non si può essere certi che quel legame sia per sempre. Allora, dico io, qualcosa non funziona. E penso al matrimonio dei nostri genitori, delle generazioni che oggi hanno ottanta e più anni. Penso alle coppie che festeggiano i 50 e anche i 60 anni di matrimonio e mi interrogo: forse i nostri “vecchi” erano maggiormente consci di ciò che significa “matrimonio”, ovvero condivisione di gioie e dolori, di responsabilità nei confronti dei figli e della loro educazione e di vita santificata da quel legame indissolubile sancito dal matrimonio celebrato in Chiesa?

La mia risposta è no. E lo dico perché ho visto con i miei occhi matrimoni in cui, nascosta sotto la parvenza di vita felice, si covava un’infelicità immensa, sopportata con grande sacrificio, spesso mentendo a sé stessi, nell’illusione che tutto andasse bene. In realtà nulla andava bene, semplicemente non era nemmeno presa in considerazione la possibilità di una separazione o di un divorzio, in primis per motivi economici (le donne un tempo non lavoravano e dipendevano dal marito che le sostentava e per questo erano debitrici nei suoi confronti di gratitudine eterna, anche quando l’amore era solo un ricordo lontano ed era soppiantato da insofferenza e persino odio), in secondo luogo perché il fallimento del matrimonio era considerato un’onta incancellabile, una macchia destinata a rimanere sospesa su due persone finché morte non le separava.

Forse la mia visione può apparire troppo pessimistica. In parte lo è, non lo nego, come non nego che esistano coppie sposate da vari lustri e ancora molto felici. Sul fatto che lo siano come il primo giorno nutro, però, forti dubbi.

Tornando al discorso iniziale, la triste constatazione del fallimento di numerose unioni, comprese quelle benedette in Chiesa, deve far riflettere soprattutto sul senso della Fede. Io credo che essa faccia la differenza, credo che le coppie che iniziano il cammino insieme, con la benedizione del sacerdote e la protezione divina, in cui fermamente credono, siano in qualche modo più felici. Ma sono dell’idea che questo tipo di coppie siano davvero rarissime in quanto, la maggior parte delle volte, il matrimonio religioso è preferito a quello civile perché la location, per usare un termine molto in voga, è più bella di una fredda sala comunale, perché l’abito bianco con il velo e tutto il resto è ancora una prerogativa delle nozze religiose, perché molte famiglie si aspettano questo dai figli e non si possono deludere certe aspettative, perché in fin dei conti sposarsi in Chiesa non implica delle responsabilità maggiori di un matrimonio civile, tanto poi si divorzia ugualmente. Insomma, non credo proprio, anche se mi farebbe molto piacere, di poter condividere l’opinione di Diemme.

Pensando alla mia esperienza, ho scelto il rito religioso perché ci credevo e, anche se con fasi alterne, ero praticante. A me nessuno ha chiesto perché avevo scelto di sposarmi in Chiesa, lo si dava per scontato. Ritengo che oggi questa domanda bisognerebbe non solo rivolgerla agli sposi ma sarebbe necessario che se la rivolgessero loro stessi. Un tempo, come ho detto, non era così difficile credere in quella scelta, anche se i casi della vita potevano portare comunque verso la rottura. Oggi non è più così e i fatti mi danno ragione.

Un’indagine condotta dal dipartimento di Scienze economiche e statistiche dell’università di Udine ha rivelato che, tra le 620 persone (312 uomini e 308 donne, età media 30 anni) che dal 2010 al 2011 hanno frequentato il corso di preparazione al matrimonio religioso, ben il 68% ha dichiarato di avere alle spalle una convivenza più o meno lunga con il/la futuro/a sposo/a. Il periodo medio di fidanzamento è di cinque anni e mezzo, metà passato sotto lo stesso tetto.

Ora, non vorrei sembrare bigotta, ma mi pare che questi dati siano in netta contraddizione con i dettami della Chiesa. Non solo: appena un giovane su quattro si definisce cattolico praticante. Ne deduco che nella maggior parte dei casi la scelta del matrimonio religioso abbia poco a che fare con la Fede. Senza contare che più della metà degli intervistati ha ammesso di aver frequentato il corso pre-matrimoniale solo perché obbligatorio e una parte, seppur minima, di essi si è dichiarata non credente. Mi viene da pensare che questa quota comprenda quelli che, per non dare un dispiacere al proprio partner, accetta la celebrazione di un rito che gli è del tutto indifferente. Allora vien da chiedersi: su quali presupposti si basa un’unione sacra se lo è effettivamente solo per uno dei due sposi?

Mi riallaccio, quindi, a quanto osservato in precedenza: ritengo che un matrimonio celebrato in Chiesa sia effettivamente destinato a durare tutta la vita nel momento in cui la decisione di iniziare un percorso assieme e proseguire nel cammino coniugale con l’assistenza della Fede sia condivisa da entrambi i coniugi. Mancando questo presupposto, il matrimonio religioso non ha un valore diverso rispetto ad una unione civile. Infatti, quando la coppia scoppia, non c’è promessa sacra che tenga: si divorzia ugualmente. Dirò di più: non è nemmeno molto diverso dalla convivenza, se la scelta viene fatta con senso di responsabilità, assumendosi tutti gli oneri che la vita a due comporta. (ne ho parlato qui)

Non voglio dilungarmi però c’è ancora un punto su cui è necessario soffermarsi a riflettere: l’educazione dei figli. La coppia sposata in Chiesa ha degli obblighi anche morali nei confronti della prole: per coerenza si battezzeranno i figli e si contribuirà, assieme ai catechisti, all’educazione religiosa. Ma siamo sicuri che ciò avvenga davvero? Personalmente mi sono assunta questa responsabilità (con scarso successo, ahimè) ma sempre da sola, nel senso che mio marito latitava. Eppure è nato e cresciuto in una famiglia religiosissima, finché ci sono riuscita, l’ho trascinato in Chiesa la domenica, ma per il resto posso dire che lui non sia stato un buon esempio per i bambini da questo punto di vista.

Anche il battesimo è una consuetudine accolta senza pensare realmente al suo significato. E lo è a tal punto che anche i figli dei conviventi e delle coppie sposate civilmente spesso sono battezzati. Su questa scelta concordo: viviamo in un mondo in cui la religione, nonostante l’approccio assai discutibile, ha ancora il suo peso. Ricordo che qualche anno fa, in occasione della nascita del suo primo bambino, cercai di convincere mia nipote, sposata solo civilmente, a battezzare il bimbo. “Si sentirà diverso”, le dicevo, “quando alle elementari verrà a sapere che i suoi compagni faranno la Comunione, con feste e regali che lui non riceverà”. Lei mi rispose: “Gli spiegherò che la diversità non ha solo lati negativi e che essere diversi non significa essere peggiori”. Ora le devo dare ragione perché lei ha agito secondo coerenza, non accettando le imposizioni di consuetudini che non sente proprie.

A questo punto mi chiedo perché si celebrino ancora matrimoni in Chiesa quando nella vita della maggior parte degli sposi Dio è un’entità sconosciuta e assolutamente indifferente e i precetti della Chiesa non costituiscono più alcun punto di riferimento. Molto meglio la coerenza, indipendentemente dal fatto che un’unione sia più o meno duratura. Se dopo un periodo di convivenza si sceglie il matrimonio, forse sarebbe meglio optare per il rito civile.

Mi vengono in mente, a questo proposito, le parole del cardinale Carlo Maria Martini, recentemente scomparso, pronunciate durante un’intervista raccolta da Padre Georg Sporschill, un confratello gesuita: “La Chiesa è indietro di 200 anni. Solo l’amore vince la stanchezza. Dio è Amore.”

Il cardinale aveva a cuore particolarmente la questione della sessualità. Diceva che questa Chiesa troppo rigida e stanca ha bisogno di un rinnovamento. Un uomo di ampie vedute, non c’è che dire. Lui aveva capito che molti giovani e molte famiglie sono lontani dalla Chiesa, pur conservando interiormente una qualche parvenza di Fede, perché consci di non seguire i suoi dettami antiquati. E aveva capito che non ci si può aspettare che le nuove generazioni si accostino ai precetti religiosi che presuppongono una visione della vita così ristretta, ma che forse sarebbe necessario che la Chiesa vada loro incontro.

Senza voler sembrare irriverente, potrei dire che se Maometto non va alla montagna … Se non altro ci sarebbe più coerenza in certe scelte, senza predicare bene e razzolar malissimo.

14 aprile 2012

GENITORI NON SPOSATI IN CHIESA? NIENTE BATTESIMO AL BIMBO

Posted in bambini, famiglia, figli, Friuli Venzia-Giulia, religione tagged , , , , , , a 7:27 pm di marisamoles


La Chiesa discrimina? No, il sacerdote obbedisce al vescovo: niente battesimo al neonato se i genitori non sono sposati in chiesa. Pare, comunque, che il rifiuto sia limitato alla richiesta, fatta dal padre, che il bambino fosse battezzato durante la messa domenicale. In questo caso, come fa a dire il sacerdote, don Andrea Della Bianca, 38 anni, parroco di Morsano (in provincia di Pordenone), che non si tratta di discriminazione? Ma procediamo con ordine.

Dunque, pare che una coppia non sposata abbia chiesto il battesimo del figlio neonato nella chiesa di Bando, una località vicina a Morsano, e che il giovane parroco si sia rifiutato poiché il vescovo, monsignor Giuseppe Pellegrini, ha disposto che ai genitori sposati civilmente o conviventi non sia offerta questa possibilità in quanto la domenica, durante la messa, si battezzano i bambini delle coppie unite in matrimonio. È attraverso quest’indicazione che si cerca di valorizzare la coppia sposata, che ha già ricevuto il sacramento del vincolo in matrimonio, come spiega don Della Bianca che aggiunge: piuttosto che discriminare la coppia non sposata. La Chiesa non discrimina nessuno.

Poi, però, gira la frittata e dichiara: La coppia in questione voleva battezzare il piccolo a Bando durante la messa della domenica. Ma a Bando la domenica non si celebra la messa. Si celebra ogni martedì mattina alle 8. Se la coppia vuole, a quell’ora, in quel giorno nella chiesa di Bando possiamo celebrare il battesimo.

Insomma, le coppie sposate possono battezzare il figlio alla messa domenicale dove vogliono, per quelle non sposate c’è sempre il martedì.

Ma a voi non sembra un modo per arrampicarsi sugli specchi? A Bando non si può battezzare il piccolo celebrando una messa ad hoc la domenica?

Come spiega il giornalista del Messaggero Veneto, il curioso caso sarebbe emerso da un’indagine proposta da TelePordenone in seguito alla vicenda del bambino disabile a cui sarebbe stata rifiutata la Prima Comunione nella provincia di Ferrara. Anche questa volta sembra che la Chiesa non discrimini ma che certe situazioni debbano essere spiegate (con versioni discordanti) prima di essere giudicate.

Io, comunque, non giudico, informo. E se la notizia fosse per caso una bufala, mi scuso fin d’ora.

11 aprile 2012

COMUNIONE NEGATA AD UN BIMBO DISABILE. QUANDO LA CARITA’ CRISTIANA DIVENTA DISCRIMINAZIONE

Posted in bambini, famiglia, religione tagged , , , , , a 4:26 pm di marisamoles

Ho letto la notizia e ben presto l’incredulità, suscitata dal titolo, si è trasformata in vera commozione. Fino alle lacrime. Com’è possibile, mi chiedo, che la Comunione, un sacramento, sia negata ad un bambino solo perché è disabile, perché il suo cervello non gli permette, come afferma il sacerdote a sua discolpa, la piena coscienza dell’atto eucaristico? Com’è possibile che anche un alto prelato, non semplicemente un parroco di campagna, un don Abbondio qualunque, affermi che un bambino per ricevere la Comunione debba saper distinguere il pane dall’ostia?

Il fatto incredibile è accaduto a Porto Garibaldi, in provincia di Ferrara. Protagonista inconsapevole di questa assurda storia è un bambino che è stato escluso dalla somministrazione dell’ostia, durante la cerimonia propedeutica alla Prima Comunione, perché ritardato mentale, quindi non in grado di intendere e volere. Persino il giornalista di Repubblica, quotidiano di certo non cattolico, su cui ho ho letto la notizia, si chiede come mai allora il battesimo sia impartito a dei neonati che di sicuro non sono consapevoli di ciò che accade loro quando sentono l’acqua scorrere sul capo.

Nonostante la lettera che alcuni genitori di altri bambini che attendono di fare la Prima Comunione hanno inviato al parroco, don Piergiorgio Zaghi non cambia idea e nell’omelia tenuta domenica scorsa conferma la sua tesi: sebbene la dottrina non preveda l’esclusione dall’eucaristia per le persone incapaci di intendere e volere, lui vorrebbe che il piccolo capisse o intuisse la portata del sacramento. Lo appoggia il vicario della diocesi di Ferrara, monsignor Antonio Grandini, che si affretta a spiegare che non c’è stata nessuna discriminazione. Per ricevere il sacramento il bambino dovrebbe saper distinguere il pane dall’ostia e questo, al momento, non è avvenuto. Senza escludere, tuttavia, che il piccolo possa terminare il suo percorso di crescita spirituale e ricevere il sacramento a maggio insieme ai suoi coetanei.

Io non conosco i problemi di questo bambino ma, nel caso di ritardo mentale, pensare che la situazione possa cambiare entro maggio significa sperare semplicemente in un miracolo. Realisticamente non si può supporre che ciò avvenga, purtroppo.

Anche il Papa ha lanciato un appello: «Venga assicurata la comunione eucaristica, per quanto possibile, ai disabili mentali. Essi la ricevono nella fede anche della famiglia». Ma qui pare ci sia un bel problema: i genitori del bimbo disabile non sono sposati, quindi per la comunità – non tutta, fortunatamente – non possono essere una garanzia di fede. In altre parole, potrebbe sembrare che non ci sia nemmeno da parte di una mamma e un papà “peccatori” quella consapevolezza che al bimbo manca per il ritardo mentale da cui è affetto.

Come spesso accade, le parole più sensate provengono da un compagno di classe del bimbo sfortunato che, riferendosi all’esclusione dell’amichetto dal sacramento, in una lettera al parroco si chiede: perché non può farla? è cattivo? si comporta male? Per me non è cattivo, è bravo e tranquillo“. Forse non è tutta farina del suo sacco, come si suol dire, comunque chiede che il compagno possa accostarsi alla comunione assieme agli altri: “Pensiamo che Gesù l’avrebbe guarito come ha fatto con Lazzaro o con i lebbrosi”.

Io credo che in certi casi ai sacerdoti manchi proprio l’esempio di Gesù che ha aperto la porta a tanti peccatori e perdonato molte colpe. Il suo sacrificio, che è stato ricordato pochi giorni fa, non ha aperto il cuore di un suo ministro che, invece di accogliere un bambino innocente, lo ha escluso. Ha forse dimenticato, don Zaghi, che Cristo, durante l’ultima cena (occasione in cui è stata istituita l’Eucarestia) ha spezzato il pane e l’ha offerto anche a Giuda?

Ma la carità cristiana dov’è finita?

19 settembre 2011

LA FINANZIARIA NON CANCELLA TUTTI I PATRONI: SAN GENNARO SALVO PER MIRACOLO

Posted in politica, religione, tradizioni popolari tagged , , , , , , , , , , , a 12:50 pm di marisamoles

La manovra finanziaria di Ferragosto, come si sa, ha stabilito che le festività religiose non tutelate dal Concordato, quindi tutte quelle relative ai santi patroni eccetto Pietro e Paolo (29 giugno), protettori della capitale, debbano essere accorpate alla domenica successiva (ne ho parlato QUI).
La decisione è stata accolta fin da subito con molto malumore, soprattutto da parte dei cattolici che si sono visti togliere una festa molto significativa. Ma si sono sollevate proteste anche da parte di chi, cattolico o no, ritiene discriminante mantenere la festa dei patroni di Roma a scapito degli altri santi. Senza contare che in alcune città d’Italia la festività del santo patrono è legata a tradizioni alle quali la cittadinanza non intende rinunciare.

Oggi è il 19 settembre e a Napoli si festeggia San Gennaro. Questo santo per i napoletani è un santo speciale, soprattutto perché ogni anno i fedeli aspettano con trepidazione il Miracolo: la liquefazione del sangue del vescovo e martire, custodito in un ampolla nella cattedrale cittadina. Un rito che si ripete da secoli (secondo la tradizione, il sangue di san Gennaro si sarebbe sciolto per la prima volta ai tempi di Costantino I, nel IV secolo) da cui dipende anche la sorte futura della popolazione. Pare, infatti, che dalla riuscita o meno del Miracolo dipenda la buona o la cattiva sorte dei napoletani per i successivi dodici mesi.

Alla fine, nella manovra approvata dal Senato ai primi di settembre si stabilisce che le feste religiose saranno accorpate alla domenica, per quanto riguarda gli effetti civili, solo a partire dal prossimo anno.
Si salvano, quindi, non solo San Gennaro ma anche San Francesco (4 ottobre) che, oltre a proteggere la cittadinanza di molti paesi e città è anche il patrono d’Italia, e Sant’Ambrogio (7 dicembre) la cui festa permette ai milanesi di riposarsi per due giorni, visto che l’8 si celebra l’Immacolata Concezione.

Per quest’anno, quindi, San Gennaro e tutti gli altri patroni sono salvi. Per il prossimo non resta che sperare in un miracolo ovvero in un ripensamento da parte dei politici. In fondo, in questi tempi di crisi, ci vorrebbe proprio una mano santa

11 settembre 2010

CATANZARO: LA CHIESA NEL CENTRO COMMERCIALE. ACQUISTI E PREGHIERE NELLE DOMENICHE FUORI CASA

Posted in affari, attualità, famiglia, lavoro, religione tagged , , , , , a 4:14 pm di marisamoles


Da qualche anno assistiamo allo spuntare come funghi dei centri commerciali più o meno vicini al centro cittadino. È un fenomeno che sembra in estensione e pare non conosca crisi. Eppure la crisi c’è: basta girare un po’ per la città e assistere inermi alla desolazione di negozi chiusi per cessata attività, negozi aperti ma vuoti, store affollati dai quali si esce, però, a mani vuote.

Nei centri commerciali il discorso è diverso: una volta si faceva la gita fuori porta, specie la domenica, mentre oggi, per muoversi da casa senza spostarsi di molto, basta andare al centro commerciale. Intere famiglie vi si recano come se si trattasse di fare una gita. E in effetti, oltre ai negozi che vendono le merci più svariate, al centro commerciale si possono trovare bar, caffetterie, gelaterie, fast food di ogni tipo, ristoranti con le più svariate cucine (cinese, giapponese, messicana …), ma anche parrucchieri, lavanderie (che lavano, stirano e confezionano i capi di vestiario in brevissimo tempo e, all’occorrenza, offrono anche un servizio di sartoria per riparazioni veloci) e soprattutto una zona riservata ai bimbi, spesso con il servizio di baby-sitting gratuito, in cui i pargoli vengono parcheggiati per la felicità di mamma e papà che possono fare i loro acquisti in santa pace.

Nei centri commerciali più all’avanguardia possiamo, inoltre, trovare anche banche (non solo gli sportelli bancomat), agenzie di assicurazioni, uffici di assistenza legale a prezzo modico e ambulatori medici con annessi laboratori di analisi. Insomma, proprio tutto quello che può servire, senza bisogno di spostarsi su e giù per la città, con il problema del parcheggio che a volte è irrisolvibile.

Tutte queste comodità si aggiungono alla possibilità di trovare negozi aperti fino a tardi, sette giorni su sette. Se da una parte l’apertura domenicale (che comunque in certe regioni è regolamentata e non estesa a tutte le cinquantadue settimane dell’anno) è un grande vantaggio per chi lavora per il resto della settimana, ha provocato, e continua a provocare, la reazione delle categorie sindacali che assai poco gradiscono l’istituzione di turni che prevedono la presenza dei dipendenti sul posto di lavoro anche la domenica. Ed è una protesta giusta, visto che a nessuno di noi –almeno quelli che la domenica non sono costretti a recarsi al lavoro- piacerebbe essere impegnato durante un giorno tradizionalmente festivo. D’altra parte, nella veste di consumatori, c’incavoliamo se la domenica non troviamo almeno un supermercato aperto.

Le proteste, tuttavia, non arrivano solo dai sindacati a tutela dei lavoratori. Molto spesso la Chiesa, in particolare i sacerdoti durante la predica domenicale, tuona contro questo consumismo che alletta non poco i fedeli –o forse quelli che sono ben poco fedeli- e li distoglie dai doveri religiosi. La domenica mattina è d’obbligo andare a Messa, mica al centro commerciale, tempio del consumismo.
Come fare, quindi, per ovviare al problema? Semplice: aprire un luogo di culto al centro commerciale. Non è un’idea bislacca ma un’iniziativa reale che, ne sono certa, avrà un seguito. A Catanzaro, all’interno del Parco Commerciale ”Le Fontane” è stata costruita una chiesa: ospiterà fino a 200 persone e prenderà il nome dell’esistente parrocchia, già canonicamente costituita, dedicata a San Massimiliano Maria Kolbe. Sarà regolarmente celebrata la messa quotidiana e alla domenica due funzioni: una al mattino, che coinvolgerà anche chi lavora nel Parco, ed una in serata.

L’Arcivescovo metropolita di Catanzaro-Squillace, Mons. Antonio Ciliberti, ha spiegato come si è giunti all’accordo fra l’Arcidiocesi e il Parco Commerciale ”Le Fontane”: I centri commerciali sono diventati punti di aggregazione sociale: anche la domenica numerose famiglie scelgono di passarvi molte ore portando con sé i bambini e trattenendosi negli accoglienti punti di ritrovo. Un complesso parrocchiale, collocato nell’area di un parco commerciale, può offrire i suoi servizi pastorali a tutti i lavoratori delle varie attività commerciali, ai visitatori e soprattutto agli abitanti della zona. E’ un segno, questo, della sollecitudine per le anime che è il compito essenziale della Chiesa.

Un’iniziativa lodevole, non c’è che dire. L’inaugurazione della chiesa avverrà oggi, sabato 11 settembre, alle ore 17.00, con una solenne concelebrazione presieduta dall’Arcivescovo Ciliberti. C’è da scommetterci che ci sarà una folla ad assistere all’evento, un po’ per curiosità un po’ per devozione, ma per molti quest’evento avrà lo stesso significato dell’apertura di un nuovo punto vendita Media World: tutti ci vanno ma pochi espressamente per fare acquisti.

[LINK della fonte]

5 novembre 2009

NON C’È PIÙ RELIGIONE

Posted in attualità, bambini, religione, società tagged , , , , , , , , , , , , a 9:31 pm di marisamoles

Chiesa Maria Regina Pacis TriesteIn questi ultimi tempi l’opinione pubblica s’interroga se sia giusto o meno offrire ai figli dei mussulmani l’opportunità di frequentare un’ora settimanale di religione islamica, se sia corretto che la disciplina denominata “Religione Cattolica” debba essere valutata, al pari di ogni altra materia scolastica, con un voto numerico che poi faccia media, se tale disciplina debba o no concorrere al credito scolastico, se il crocifisso nelle aule debba restarci o convenga toglierlo. In questa discussione, però, mi sembra che il punto fondamentale non sia, come dovrebbe, la fede, bensì ne venga fuori una “questione di principio”.

È “questione di principio”, ad esempio, che ognuno sia libero di professare la propria fede quindi non è giusto che nelle scuole pubbliche, quelle di uno Stato laico per “principio”, sia offerta solo l’ora di religione cattolica. È sempre “questione di principio” far sì che ogni religione abbia pari dignità, quindi è doveroso proporre un corso sul Corano ai musulmani. È ancora “questione di principio” quella secondo la quale attribuire un credito scolastico (cosa che poi non avviene, anche se teoricamente dovrebbe) a chi fa religione sia discriminante nei confronti di quegli studenti che scelgono di non avvalersene. Per la stessa “questione di principio” il crocifisso dovrebbe rimanere lì dov’è, nonostante una recente sentenza della Corte Europea dei diritti umani abbia stabilito il contrario.

Quello che si perde di vista, però, è il senso della religione. Perché per tutti noi, in qualsiasi dio crediamo, quella che conta alla fine è la fede. E se non l’abbiamo, esercitiamo comunque il diritto di scelta, ma nel momento in cui operiamo questa scelta ammettiamo che la fede esiste, altrimenti non potremmo decidere di farne a meno. Il punto è che, guardandoci attorno, vediamo che nelle scuole, anche se il numero degli studenti che non si avvalgono dell’insegnamento della Religione Cattolica è in costante aumento, i bambini e i ragazzi continuano, per la maggior parte, a seguire le ore di religione. E si appassionano, anche. Paradossalmente accade, talvolta, che i docenti di religione descrivano come eccellenti classi che nelle altre materie sono un disastro. Succede, più spesso di quanto non si pensi, che gli stessi allievi che durante le altre ore di lezione sono sempre distratti, fanno tutt’altro, non partecipano mai attivamente alle lezioni e, interrogati, sembra che non abbiano nulla da dire, siano invece attentissimi alle lezioni di religione e partecipino attivamente alle discussioni che emergono anche sul significato della fede, in generale.
Perché, dunque, s’interrogano solo i grandi sui “principi” sopra esposti e mai i diretti interessati? Perché non chiediamo a loro, agli studenti di ogni età, che cosa ne pensino effettivamente di tutti questi “principi”? Perché non lasciamo che esprimano il loro parere sulla presenza del crocifisso in classe? La corte Europea ha, infatti, accolto la richiesta che una madre ha fatto, non quella dei suoi figli. Una madre ha deciso che i suoi figli non abbiano voglia di stare in classe con un crocifisso appeso alla parte che continua a fissarli. Non credo che abbia interpellato i figli al riguardo, così come non credo che quel crocifisso crei così tanto disagio ai ragazzi, quanto ne crea alla madre che nell’aula scolastica non ci mette mai piede.

Sempre i genitori, ahimè, scelgono di non educare alla religione i propri figli. Molti bambini non sono nemmeno battezzati, e non sto parlando, ovviamente, dei figli nati in famiglie che professano altre religioni. Così come succede che molti bambini siano “costretti” al battesimo e agli altri sacramenti, come la Prima Comunione e la Cresima, senza che venga chiesto il loro parere. Molte coppie, inoltre, che in Chiesa non ci mettono mai piede, scelgono il matrimonio religioso perché è una “tradizione”, lo scenario di un altare bellamente decorato con fiori e nastri è più suggestivo di una fredda sala comunale, i parenti, a cominciare dai genitori, sono contenti; peccato, però, che, una volta celebrato il rito nuziale, tornino a disinteressarsi della fede e della Chiesa. Quelle stesse coppie, tuttavia, sono ben pronte a far frequentare il catechismo ai figli che verranno, sempre perché lo vuole la “tradizione”. Li accompagnano pure in Chiesa per la Messa, ma la maggior parte dei genitori parcheggiano i pargoli per un’oretta, approfittandone per fare un giro in centro, tanto i negozi sono aperti sempre, anche la domenica mattina. E quando arriva il fatidico giorno, quegli stessi genitori sono emozionatissimi nel vedere i loro bimbi prendere per la prima volta la particola consacrata; peccato, però, che dopo l’educazione religiosa venga del tutto trascurata in famiglia, almeno fino all’età della Cresima. Io li ho visti quei poveri ragazzi costretti a quindici anni e più a frequentare ancora il catechismo, perché se no poi non si possono sposare in Chiesa. Nessuno, però, glielo chiede esplicitamente se hanno quell’intenzione. Ma tanto, che importa? Poi decideranno autonomamente, quando sarà il momento; intanto la Cresima l’hanno fatta, non si sa mai.

Io credo che non si debbano mettere in discussione i simboli della fede. Piuttosto si deve riflettere sul suo significato. Di fronte all’ipocrisia delle coppie e delle famiglie sopradescritte, preferisco la coerenza di chi decide di sposarsi con rito civile, o di non sposarsi affatto, e di non avviare all’educazione religiosa i propri figli, rinunciando a farli battezzare. È vero che il battesimo, anche se imposto, non fa male a nessuno e lascia, comunque, libertà di scelta in futuro. Molti adulti, pur essendo battezzati, si dichiarano atei, ma non credo che rimproverino i loro genitori di averli costretti al sacramento. Ma molte coppie, conviventi o unite con il solo rito civile, poi mandano i bambini nelle migliori scuole, anche se religiose. Questo, secondo me, è il massimo dell’incoerenza. Fossi io a decidere, chiederei obbligatoriamente il certificato di battesimo all’atto del’iscrizione.

Un’altra domanda che mi pongo spesso è: ma i bambini non battezzati, come possono non sentirsi diversi quando alla scuola elementare vedono che la maggior parte dei compagni frequenta il catechismo e riceve la Prima Comunione e loro no? Intendiamoci, all’età di otto o nove anni della fede tutti ne capiscono ben poco, al di là di quello che viene loro propinato dalla catechista e su cui non hanno modo di ragionare. Però quello che conta per quei bambini è che i compagni che ricevono la Prima Comunione poi raccontano della bella festa organizzata in loro onore, del pranzo luculliano nel miglior ristorante, delle bomboniere offerte agli invitati e, soprattutto, dei regali ricevuti. Allora il bambino che di tutto questo ben di dio non ha potuto godere, si sentirà “diverso” e forse non chiederà spiegazioni alla famiglia, pensando che quello che i genitori decidono per lui è giusto oltre che indiscutibile. Ma un dubbio, almeno, potrà venirgli sul fatto che tali decisioni siano state prese senza chiedergli il parere. Così come i bambini che il sacramento l’hanno ricevuto potranno pensare, un giorno, che altri hanno deciso di iniziare per loro un percorso che gli è del tutto indifferente. Tuttavia, di fronte ai regali e tutte le altre belle cose di cui hanno goduto, non credo si possano sentire dei burattini nelle mani degli adulti.

Insomma, la questione è complessa. La religione, secondo me, non va confusa con la Chiesa e i suoi dogmi su cui potremmo discutere all’infinito. La cosa che più conta è la fede e, purtroppo, mi pare che essa vacilli anche in chi si definisce fervente cristiano. Non mi sto riferendo ai personaggi pubblici che, in quanto a modelli, lasciano a desiderare. Sto pensando ai sentimenti cristiani che a parole animano i cuori di tutti, ma che spesso nei fatti rappresentano solo una convenzione, una consuetudine. Basti pensare alle festività religiose: chi non festeggia il Natale o la Pasqua? Anche i laici, gli atei e gli agnostici lo fanno, perché considerano queste feste espressione delle tradizioni del nostro Paese. Ma poi siamo sicuri che lo spirito con cui ci si accosta a queste festività sia quello giusto? Non è più facile pensare agli addobbi natalizi, ai regali che vengono scambiati come tradizione vuole, alle uova di Pasqua e alle gite sulla neve o in altri luoghi che possono essere fatte approfittando dei giorni di festa che uno Stato laico ci concede?

Prima di parlare delle tante “questioni di principio” che ho elencate all’inizio del post, forse dovremmo interrogarci sul vero significato della religione e della fede, sulla presenza o meno nel cuore di tutti noi di quel Dio in nome del quale difendiamo le nostre ragioni contro ciò che sembra minare le nostre certezze. Solo dopo potremo comprendere che ormai, quando si parla di Cristianesimo e di Chiesa Cattolica, ci si riferisce solo ad una tradizione che come tale difendiamo contro chi vorrebbe, in nome dell’uguaglianza dei diritti, privarci di quelli che quella stessa tradizione ci ha trasmesso.

21 maggio 2009

ANCHE GERRY SCOTTI DIVORZIATO PENTITO

Posted in attualità, divorzio, famiglia, televisione tagged , , , a 8:23 pm di marisamoles

scotti_milionarioPubblico la lettera che Gerry Scotti, famoso presentatore mediast, ha inviato a Il Corriere della Sera dopo la prospettata apertura della Chiesa nei confronti dei divorziati.

«Il mio divorzio come secondo peccato originale»

Caro direttore,

sono un uomo divorziato. E nella mia posizione di cattolico progressista attendevo che la Chiesa si pronunciasse sul tema dei sacramenti per chi ha un matrimonio alle spalle. Ti garantisco che questa sorta di secondo peccato originale che il divorziato deve sentirsi addosso è un peso. E se frequenti una comunità, arrivi a vergognarti nel fare la comunione. In quelle più piccole, addirittura, vieni additato, e non è bello. Per mille motivi, anche di riservatezza, non sono così presente in chiesa come mi piacerebbe. Ma lo faccio tutte le volte che ne sento un bisogno profondo, intimo, davanti al quale non mi fermo. Da poco mi è successo a un funerale e a una cresima, che non mi riguardavano direttamente: prendendo l’eucarestia, però, volevo far capire che partecipavo profondamente.

Di questo mio tormento ho parlato con diversi preti, più amici che consulenti spirituali, e loro, conoscendomi, sapendo qual è la mia storia di cristiano, mi hanno dispensato dal sentire la sofferenza. Devo confessarti, direttore, che non mi ero sposato in chiesa la prima volta, ma in Comune, per rispettare le esigenze della mia ex moglie. E adesso con la mia compagna voglio ponderare bene l’idea del matrimonio in chiesa. Soprattutto per rispetto ai figli delle nostre unioni precedenti, che vanno tutelati e protetti. Il prete e la comunità possono essere benevoli verso di me, ma cosa diranno i nostri figli? E poi se ho sbagliato una volta e il buon Dio mi ha perdonato, non posso rischiare di sbagliare ancora. Non ho mai voluto parlare dei miei fatti privati. Se adesso ho scelto di intervenire è perché questo tema mi sta davvero a cuore. Perché l’apertura nei confronti dei divorziati auspicata dal cardinale Martini mi sembra fondamentale. Arrivare a questo è un traguardo fino a pochi anni fa inimmaginabile. E non oso andare più avanti, a una sorta di benedizione sulle unioni di fatto, perché capisco che è un concetto troppo moderno. Ma accogliere nella Chiesa quanti come me hanno sbagliato è un vero atto di carità cristiana.

Gerry Scotti
21 maggio 2009

Non aggiungo nulla di mio. Sono le parole di un “pentito”, anche se mai sposato in chiesa, che accoglie la notizia di un possibile ripensamento del Vaticano sul veto imposto ai divorziati di aver accesso ai sacramenti.
A uno come Gerry che conclude ogni puntata de Il Milionario dicendo “Che Dio ci perdoni” o cose simili, non si può proprio dir di no.

ARTICOLO CORRELATO: LINK

20 maggio 2009

APERTURA DELLA CHIESA AI DIVORZIATI

Posted in attualità, divorzio, famiglia, figli tagged , , , , , , , a 5:47 pm di marisamoles

Riporto dal corriere.it questo bell’articolo di Isabella Bossi Fedrigotti, scrittrice e giornalista, che collabora da anni con Il Corriere della Sera.

Liberiamo i divorziati dall’ultima catena

Il cardinale Martini, don Verzé e l’accoglienza nella Chiesa dei risposati

di ISABELLA BOSSI FEDRIGOTTI

fedrigottiFa bene al cuore legge­re le parole del cardi­nal Carlo Maria Martini e di don Luigi Verzé tratte dal libro che hanno scrit­to insieme, «Siamo tutti nella stessa barca»: paro­le di comprensione, di apertura e di carità cri­stiana di cui da tempo si sentiva un grande biso­gno.

E il pensiero che sono entrambi anzianissimi e uno dei due anche molto malato dovrebbe in un certo senso rassicurare i fedeli più tradi­zionalisti e, perciò, magari, turbati se non proprio scandalizzati dalle lo­ro teorie: tra tutti gli uomini di chie­sa non sono ormai forse quelli più vicini a Dio e dunque in grado, chis­sà, di intenderne meglio la voce?

Doppiamente possono essere ras­sicurati questi fedeli, in quanto, sia pure forse più nell’immaginario co­mune un po’ stereotipato che non nella realtà dei loro cuori, uno è sem­pre stato considerato piuttosto di si­nistra e l’altro piuttosto di destra: due uomini, perciò, che si sarebbero ritenuti di idee contrastanti su tutto o quasi tutto.

L’avesse detto soltanto il cardinal Martini, qualcuno avrebbe pensato: il solito prete comunista; l’avesse in­vece detto soltanto don Verzè, qual­che altro avrebbe ragionato: cosa non si fa pur di venire incontro al Presidente del Consiglio. Invece si sono trovati entrambi d’accordo nel­l’auspicare che la Chiesa si decida in­fine a concedere i sacramenti anche ai divorziati risposati. Ecco, è tutta qui la pietra dello scandalo, la picco­la grande rivoluzione che numerosis­simi in tutto il mondo si aspettano da tempo, spesso anche nella soffe­renza più profonda e quel che è peg­gio, irrisolvibile. Abituati ad ascolta­re confessori che, come condizione per accostarsi all’eucaristia, propon­go loro di vivere in castità se non, addirittura, di tornare con il primo marito o la prima moglie, magari a loro volta ampiamente risposati, è con comprensibile sollievo e gratitu­dine che accoglieranno le parole dei due illustri, anziani sacerdoti.

Il pensiero va in particolare a quei credenti che, abbandonati dal part­ner malgrado loro, per poter conti­nuare a ricevere i sacramenti — una consolazione, si sa, nello sconforto del fallimento sentimentale — si ve­dono costretti a una prospettiva di perenne solitudine, esclusi dalla fe­sta e condannati per un divorzio su­bito, per una colpa, cioè, che non hanno commesso, secondo una giu­stizia che si fa fatica a riconoscere co­me divina.

Don Verzé e il cardinale Martini hanno, con questo loro pronuncia­mento, affrontato una questione de­licata sulla quale in genere le gerar­chie ecclesiastiche non si mostrano molto possibiliste: semplificando al massimo, se, cioè, l’uomo è fatto per la religione oppure la religione per l’uomo; e hanno optato, così sem­bra, per la seconda ipotesi.

Visto il gran numero di abbando­ni della pratica ecclesiastica e viste anche, per esempio in Brasile, le mol­te conversioni ad altre fedi con rego­le meno rigide della nostra cattolica, la si potrebbe a prima vista conside­rare una scelta suggerita da una nu­da e cruda realpolitik. Tuttavia, pen­sando alla storia dei due uomini, leg­gendo i brani della loro conversazio­ne e ascoltando il tono accorato del­le loro voci, si ha piuttosto l’impres­sione che l’istanza comune sia il frut­to di una riflessione basata sulla ne­cessità urgente che la Chiesa, non soltanto in teoria ma anche nella pra­tica, sia davvero vicina ai bisogni dei fedeli.

Una scelta di umana comprensio­ne, di indulgenza e di carità, dun­que: non l’uomo per la religione, ma la religione per l’uomo. Con un’at­tenzione intelligente all’evoluzione della storia e al mutare dei tempi e del costume: da non considerare ne­cessariamente — come a volte si ha l’impressione che la Chiesa conside­ri — opera del diavolo.

20 maggio 2009

L’annosa questione della chiusura della Chiesa nei confronti dei divorziati, e risposati, pare avviarsi verso una felice conclusione. Leggere le parole di Isabella Bossi Fedrigotti rincuora me, che non ho questo tipo di problema, e sicuramente molte persone che, pur avendo “peccato” divorziando e magari risposandosi, ha la fede e vorrebbe essere liberato dall’ingiusta “scomunica” che grava su tale categoria di peccatori.

Tuttavia, nella mia esperienza, ho visto sia un’eccessiva chiusura sia un’inspiegabile apertura nei confronti dei divorziati.
Inizio dalla chiusura: mio fratello, sposato con una divorziata, si è visto negare il battesimo alla figlia in quanto frutto dell’amore nato nell’ambito del “concubinaggio”. Inutile dire, infatti, che per il Vaticano un matrimonio civile, fosse anche il primo per entrambi gli sposi, non ha nessun valore. Ricordo che allora il rifiuto del parroco di celebrare il battesimo aveva fatto infuriare mio fratello ma anche mio padre. Quest’ultimo, giusto per capirne il carattere e la considerazione che ha nei confronti di preti, chiesa e vaticano (li scrivo minuscolo per ribadire il suo pensiero), è sposato in Chiesa pur non essendo cresimato. Il motivo? Il giorno della Cresima, concordato con il vescovo, quest’ultimo non si è presentato. Quindi niente sacramento. Ma mio padre, ritenendo di essere dalla parte della ragione -lui c’era, è stato il vescovo ad ignorare l’appuntamento- si è presentato in chiesa per le nozze nel giorno e all’ora stabilita … ma ha trovato la porta, anzi il portone principale, per la cui apertura aveva pagato un bel po’, chiuso. Tralascio tutti i risvolti della vicenda ma vi assicuro che a nulla sono valse le proteste del parroco … il matrimonio “s’aveva da fare” ed è stato celebrato! Altro che bravi di don Rodrigo.
Tornando al battesimo di mia nipote, inutile dire, fatte le dovute premesse, che la coalizione tra mio padre e mio fratello ha portato alla soluzione sperata: il vescovo in persona ha redarguito il parroco insolvente -più o meno come don Abbondio!- e il battesimo s’è fatto.

L’altro caso che la lettura dell’articolo della Fedrigotti mi ha fatto tornare alla mente è quello della catechista di mio figlio: sposata, divorziata ma responsabile dell’educazione religiosa dei comunicandi e ammessa alla comunione! Beh, la cosa non poteva che farmi piacere soprattutto considerata la stima che avevo nei confronti della “povera” donna che, sposata ad un uomo indegno, era stata abbandonata dal vile e lasciata praticamente con due figli a carico. La pietà nei confronti dell’infelice mi era sembrato il minimo che, considerata la sua devozione, la Chiesa le potesse attribuire. Rimase per me sempre un mistero che fosse ammessa ai sacramenti: come, mia cognata, anch’essa abbandonata dal marito con due figlie piccole da crescere, era scomunicata e a momenti le veniva impedito di metter piede in chiesa, e la catechista godeva di tali privilegi. Insomma, i due casi simili nella sostanza, tranne il fatto che la catechista non aveva un altro marito o altri figli, mi sembrava avessero avuto due trattamenti diversi da parte delle istutzioni religiose. Ma dove sono allora le tanto proclamate “fratellanza” e “uguaglianza“?

Un altro fatto riguarda il battesimo di mio figlio. Ho fortemente voluto che mio fratello fosse il padrino e mia cognata la madrina. Allora non mi aveva sfiorato il dubbio che per la Chiesa due “concubini” non potessero rappresentare una buona guida per un neo battezzato. Ma nessuno mi aveva chiesto nulla e quindi tutto è filato liscio. Da ciò si evince che ci sono preti e preti … per fortuna. Recentemente, però un fatto simile è accaduto ad una mia amica. Essendo convivente, in un primo tempo le era stato negato il ruolo di madrina per la nipotina. Ma attenzione: non a lei in particolare, ma alla coppia “peccatrice” perché lei avrebbe potuto essere la madrina ma non in coppia con il suo compagno. Per farla breve, alla fine l’hanno spuntata ma c’è voluta una pazienza infinita per convincere che, al di là della convivenza, i due erano proprio dei buoni “diavoli“.

Sperando che l’apertura nei confronti dei divorziati sia davvero tale, non ci resta che attendere di conoscere il parere del Papa. Conoscendolo come un conservatore trovo difficile immaginare una sua approvazione. Tuttavia c’è da dire che la Chiesa, in quanto a credenti e praticanti, se la passa maluccio, quindi è plausibile che l’apertura ci sia davvero in futuro. D’altra parte se i matrimoni finiscono sempre più presto, ci si sposa più volte, nascono bambini al di fuori del matrimonio … mi sembra che per ripopolare le chiese ci sia bisogno anche dei divorziati!

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