UMANITÀ SOTTO L’OMBRELLONE

OmbrelloniDiciamolo chiaramente: in spiaggia, sotto l’ombrellone, in pace non si può stare. A meno che non si scelga qualche spiaggia semideserta, sconosciuta ai più. Ma se ci si trova in una località turistica nota, meta ogni anno, specie in agosto, di migliaia di turisti, allora in pace non si può proprio stare. Ma, tant’è, alla fine un po’ di chiasso ce lo andiamo pure a cercare.

Mancavo da Lignano da dodici anni (l’ho già detto ) e sotto l’ombrellone non ho notato tante novità. Contrariamente agli anni passati, però, non ho letto nemmeno due righe del romanzo che mi portavo quotidianamente in spiaggia e non mi sono dedicata neppure alle parole crociate che, dopo molti anni, quest’estate ho riscoperto come passatempo rilassante. Mi sono dedicata, invece, all’osservazione dell’umanità che mi stava attorno e mi piace rendere partecipi anche i miei lettori di queste mie osservazioni balneari.

Conversazioni. Le chiacchiere da spiaggia, si sa, sono sempre state il passatempo preferito dei bagnanti. Tuttavia quest’anno ho notato una maggiore indifferenza nei confronti del vicino d’ombrellone. Sarà che l’individualismo sta sempre più prendendo piede –in altre parole, ognuno si fa i fatti suoi- ma ho potuto notare che spesso i nemici delle chiacchiere da spiaggia sono principalmente due: il cellulare e l’i-pod.
Nell’ombrellone di fronte al mio una signora piuttosto petulante ha speso metà del suo tempo a parlare al cellulare. Così ho potuto sapere che in famiglia ci sono degli ammalati, anche piuttosto gravi –che dispiacere!- e che è in corso una lite con il fratello a causa di un’eredità, cosa di cui si occuperà un notaio che, per giunta, pretende un onorario piuttosto costoso.
Nell’ombrellone a fianco, una coppia di fidanzati si sono scambiati pochissime parole, forse a tutela della propria privacy, ma in compenso, muniti di i-Pod e cuffie, si sono goduti della buona musica, scelta ognuno secondo i propri gusti. A parte l’azzeramento della comunicazione interpersonale, sono grata ai ragazzi per aver risparmiato alle mie orecchie la musica a tutto volume che fino a qualche anno fa mi faceva temere il rischio di una sordità precoce.

Giochi di bimbi. Giocare con la sabbia è stato per generazioni la cosa più straordinaria e deliziosa da fare sotto l’ombrellone. In questo i bambini d’oggi non sono per nulla diversi da quelli di un tempo. Armati di palette e secchielli, creano i loro giochi divertendosi un mondo e lasciando in pace, almeno per un po’, i genitori.
Fin qui nulla da dire, a parte il fatto che la sabbia smossa dai bambini dell’ombrellone a fianco ti arriva nel naso, negli occhi e nelle orecchie. Solo che una volta i genitori, sempre presenti, sorvegliavano i giochi, pronti a richiamare i figli qualora creassero disturbo agli altri bagnanti. I miei vicini, però, lasciavano costantemente soli i bambini, propri e degli amici, quindi non ho potuto fare a meno, mio malgrado, della razione quotidiana di sabbia.
Quello che mi ha stupita realmente è stata la varietà di giochi che i bimbi moderni sanno inventarsi, influenzati, purtroppo, anche da ciò che vedono in TV. All’inizio tutto sembrava rientrare nella consuetudine: chi, giocando con la sabbia, non ha mai preparato minestre, polpette e caffè da offrire ai compagni di gioco? Tutti noi abbiamo sfogato in questo modo la creatività balneare. I miei vicini d’ombrellone, tuttavia, dopo un inizio per così dire canonico, si sono lasciati andare a giochi meno tradizionali: ecco che con la sabbia potevano plasmare esseri umani, secondo la loro fantasia, ovviamente, a cui amputare un braccio per fare chissà quale esperimento, o prelevare il sangue per avere un campione da cui isolare il DNA, o sezionare un cadavere alla ricerca della causa della morte, ritenuta evidentemente non naturale. Insomma, mi sembrava un misto tra ER, RIS e CSI, con qualche divagazione verso Cold Case, visto che in un’occasione ho sentito parlare di riesumazione di cadaveri brulicanti di vermi.
Certo, i bimbi sono cambiati, ma che orrore i loro giochi!

Plurilinguismo. Fin da piccola a Lignano mi sono abituata a sentir parlare lingue diverse, soprattutto il tedesco, anche se non sono mai riuscita a distinguere tra il tedesco che si parla in Germania e l’austriaco. Poi, dovendo comunicare con gli stranieri, era d’obbligo l’uso dell’inglese che, però, non si parlava mai con i britannici anche perché a quel tempo migravano verso altri lidi.
Accanto alle lingue nazionali, la spiaggia risuonava delle più svariate parlate locali: il più gettonato era il veneto, anche se non ho mai capito perché tanti veneti dovessero venire in Friuli nonostante le loro bellissime spiagge, il lombardo e, naturalmente, il friulano. Pochi erano e sono tuttora i triestini che preferiscono Grado a Lignano.
Ora la situazione è un po’ cambiata: accanto alle lingue e i dialetti che ho già menzionato, ho potuto sentire anche svariate lingue dell’est, che non saprei distinguere ma che ho potuto ricondurre a orecchio al ceppo slavo, e il romeno. Ciò mi fa supporre che ci siano degli immigrati, meno sfortunati di tanti altri, che si sono ben inseriti nel contesto italiano e si possono permettere le vacanze a Lignano che, specie in agosto, sono tutt’altro che a buon mercato.
Sotto l’ombrellone due file più avanti del mio stazionava, però, una famigliola un po’ speciale: mamma italiana, anzi triestina, papà americano e figli piccoli perfettamente bilingui. Per me stare ad ascoltarli, senza sentirmi impicciona come potrebbe sembrare, è stato un passatempo delizioso. Ero affascinata da quel menage particolare che si era creato tra i componenti del gruppo familiare: marito e moglie parlavano a tratti in inglese a tratti in italiano, anzi era lei che parlava entrambe le lingue perché il marito usava sempre e solo l’inglese, mentre i figli, che tra loro comunicavano in inglese, usavano quest’idioma per rivolgersi al padre e l’italiano quando dovevano dire qualcosa alla madre. La comunicazione linguistica è stata resa ancora più variegata dall’arrivo della zia materna: con lei i bimbi parlavano in italiano, tra l’altro perfetto a parte qualche lieve inflessione americaneggiante, la sorella le si rivolgeva metà in italiano e metà in triestino, mentre con il cognato la nuova arrivata tentava di comunicare in inglese ma essendo, a suo dire, arrugginita, ha accettato ben volentieri qualche lezione veloce d’inglese in cambio di un corso accelerato di triestino per stranieri.
Per una volta, sentire i fatti altrui non mi è per nulla dispiaciuto.

Bikini e linea. Nelle due file successive alla mia, sdraiate sul lettino decisamente deformato c’erano due ragazze, ognuna sotto il proprio ombrellone, un po’ sovrappeso, diciamo così. Per una volta ho potuto consolarmi e considerare la mia una silouette niente male, nonostante le due fanciulle in questione avessero qualche decina d’anni in meno di me.
Il diritto di indossare il bikini è, indubbiamente, sacrosanto ma dovrebbe, secondo me, sottostare al buonsenso dell’interessata. Insomma, pazienza la cellulite che, grazie al cielo, ho potuto notare anche sulle ragazze giovani e per nulla grasse (è evidentemente un problema diffuso e moderno), pazienza la sesta di reggiseno che faceva sembrare, nella fantasia del tessuto, un timido e minuto fiore una specie di girasole dai colori innaturali, ma ciò che secondo me ha contribuito a creare una nota quasi disgustosa nel già sconcertante spettacolo era il perizoma. di cui entrambe facevano uso. Per un istante mi è apparso come un flash il fondoschiena della Senicar, nuova testimonial dell’Intimo Roberta. Ho pensato che forse qualche ragazza non capisce che il perizoma non è di per sé uno strumento magico che, indossato da chiunque, fa apparire qualsiasi sedere perfetto come quello della Senicar. E poi mi chiedo: a cosa serve abbronzarsi le chiappe quando nessuno poi esce con il sedere di fuori?
Osservando una delle due leggiadre fanciulle, ho notato che mentre camminava le due cosce strusciavano tra loro e ho immaginato il fastidioso arrossamento che lo sfregamento deve creare, specie dopo aver fatto il bagno. Allora mi è venuta in mente un’altra pubblicità, quella di una crema che dovrebbe evitare gli arrossamenti, formando una sorta di pellicola. Ecco, quella era la reclame certamente più adatta alle mie “vicine” d’ombrellone.

Topless per neonati. Una volta la spiaggia di Lignano pullulava di topless, ora non più. A parte qualche ragazza che prendeva il sole sul bagnasciuga e qualche donna in età un po’ esibizionista, tutte le donne usavano il bikini. Unica eccezione: il topless momentaneo di due mamme che avevano l’ombrellone dall’altra parte della passerella. Una di fronte all’altra, come se i due neonati si mettessero d’accordo per strillare affamati in un perfetto sincronismo, si scoprivano il seno e allattavano i loro bimbi continuando a conversare tra loro, mentre i mariti facevano una partita a carte. Quello di una mamma che allatta è lo spettacolo più tenero del mondo e se penso a quella povera turista che è stata allontanata dalla sala da pranzo dell’hotel perché infastidiva i clienti, mi rendo conto che c’è gente sciocca che non capisce nulla della bellezza della natura, tanto meno di quella umana.

Carrozzine e carrozzelle. Mai visti a Lignano tanti bambini, soprattutto mai viste tante famiglie numerose: genitori, per di più giovani, con tre o quattro figli, sono ormai cosa rara. Ma c’è da scommetterci che la maggior parte di queste coppie così prolifiche sia straniera. Altrimenti non si spiegherebbe come mai in Italia la natalità sia a quota 0.
Andare in spiaggia con carrozzine e passeggini è un’impresa ardua. Chi ha fortuna, però, riesce a guadagnarsi l’ombrellone a fianco della passerella, non importa in quale fila tanto sul bagnasciuga il bimbo lo si può portare pure in braccio. I meno fortunati, invece, devono trascinare le quattro ruote (talvolta anche tre, vista la nuova tipologia di passeggini) sulla sabbia, formando le classiche scie che dalla passerella arrivano esattamente all’ombrellone, segnando una sorta di corsia preferenziale.
Fin qui, tutto normale. Quello che sinceramente mi ha stupito maggiormente è stata la gran quantità di carrozzelle per disabili, spesso molto giovani. Su una cosa ho riflettuto in particolare: gli invalidi ci sono sempre stati, solo che non si facevano vedere, anche perché vivere su una carrozzella non era considerata vita vera, con tanto di sacrosanto diritto di vedere il mondo. Ora le carrozzelle sono aumentate e, purtroppo, l’età media dei loro possessori si è abbassata. Questo la dice lunga sul rischio sempre in agguato di incidenti automobilistici che se non sono letali, riducono molte giovani vite sulle quattro ruote, ma non più quelle dell’auto.
Una scena fra tutte mi ha particolarmente impressionata: nell’ombrellone dietro a quello di una delle mamme che allattavano i loro bimbi, un’altra mamma, con infinta pazienza e un sorriso sempre stampato sulla bocca, dedicava tutto il suo tempo, ogni gesto e tutte le parole che fluivano dolcemente dalle sue labbra ad un figlio un po’ speciale: non piccolissimo, forse sui cinque – sei anni d’età, lo portava tutti i giorni in spiaggia su un passeggino diverso da tutti gli altri, se non altro per le dimensioni, e da qui lo spostava sul lettino da mare, adagiandolo con delicatezza. Un bambino diverso, senza dubbio, quasi immobile, con gli occhi sbarrati e le braccine rattrappite, così come le gambette. La sua mamma lo coccolava, lo accarezzava, lo spostava dall’ombra al sole, non prima di avergli spalmato su tutto il corpo la crema protettiva, lo portava in braccio sul bagnasciuga e gli faceva fare il bagno, sotto lo sguardo a volte disgustato delle mammine che sorvegliavano i giochi dei loro bimbi in riva al mare. Certo, quello spettacolo strideva se paragonato a quello dei bimbetti con i costumini colorati e berrettini in testa, intenti a scavare buche e a costruire castelli. Strideva pure in confronto ai ragazzini sgambettanti che rincorrevano la palla o che si tuffavano nell’acqua troppo bassa, impantanandosi nella sabbia melmosa.
Ma per me quella mamma è stata lo spettacolo più bello che potessi godermi sotto l’ombrellone, soprattutto perché mi ha fatto comprendere come l’amore materno non abbia confini né limiti né ostacoli. Ho pensato anche che tante volte noi mamme, sempre pronte a rimproverare e criticare, mai contente dei nostri figli “normali”, non siamo capaci di amarli così tanto. O perlomeno non lo facciamo vedere così bene.