16 dicembre 2010

PREMI AL MERITO PER I DOCENTI: LA SPERIMENTAZIONE GELMINI RISCHIA UN CLAMOROSO FLOP

Posted in Mariastella Gelmini, MIUR, riforma della scuola, scuola tagged , , , , , , a 5:15 pm di marisamoles

Riporto il seguente articolo da Tuttoscuola.com:

Il ministro Gelmini ha deciso di sperimentare in alcune città la premialità per preparare organicamente, risorse finanziarie permettendo, un sistema di valutazione che riconosca e premi adeguatamente la professionalità dei docenti.

Dai risparmi di sistema è stata individuata una quota che dovrebbe consentire ai docenti positivamente valutati di incassare un premio di una mensilità (equivalente ad una 14.ma mensilità).

I collegi docenti delle città prescelte (Torino e Napoli) devono deliberare entro il 20 dicembre se aderire o no alla sperimentazione della valutazione dei docenti voluta dal ministro Gelmini. Le riunioni dei collegi, però, a quanto riferisce “La stampa” di Torino, si vanno concludendo con delibere negative, passate a grande maggioranza o all’unanimità.

Le motivazioni alla base dei no sono diverse e vanno dal rifiuto della commissione giudicatrice interna all’esiguità del premio, dalla mancanza di criteri univoci alla mancanza di tempo adeguato per avviare una sperimentazione seria.

Il principio della valutazione dei docenti sembra essere accettato con qualche riserva.

A Napoli sono già 27 i collegi dei docenti che hanno detto no alla sperimentazione del merito.

Circolano anche modelli di mozione da far approvare nei collegi dei docenti di Pisa e di Siracusa dove è prevista la sperimentazione del merito delle istituzioni scolastiche di I grado (premio fino a 70 mila euro).

Avevo già espresso le mie riserve (QUI) su questa sperimentazione e noto con soddisfazione che in parte coincidono con quelle dei docenti delle scuole interpellate. La conclusione più facile sarebbe: ecco, i docenti non hanno voglia di essere valutati. Quella più sensata è: i docenti non hanno voglia di essere presi in giro.

A parte i dubbi sugli strumenti di valutazione, c’è da sottolineare che, per quanto riguarda i docenti, il ministro ha spesso lamentato il fatto che la carriera degli insegnanti non può basarsi esclusivamente sull’anzianità di servizio, ma la sua proposta prevede un premio una tantum, una specie di contentino, che non ha nulla a che vedere con la progressione della carriera per meriti. A questo punto, ci vorrebbe un po’ di coerenza.

L’unica cosa sicura è che i soldi non ci sono. Allora è inutile fare delle promesse sapendo di non poterle mantenere. Gli insegnanti seri sono abituati a lavorare indipendentemente dallo stipendio che percepiscono. Un “premio” del genere potrebbe far gola a quelli che lavorano poco e si accontentano di poco e che per l’occasione si darebbero da fare. Seguendo questa logica, mi fa piacere scoprire che la maggior parte dei docenti di Napoli e Torino sono seri. A meno che questa non sia solo una presa di posizione politica. In tal caso, di serietà ce ne sarebbe davvero poca.

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29 novembre 2010

PREMIO AL MERITO PER I PROF? IL GRANDE BLUFF

Posted in lavoro, Mariastella Gelmini, MIUR, politica, scuola, Test InValsi tagged , , , , a 4:06 pm di marisamoles


Nel leggere le ultime notizie sull’annunciato premio al merito per i prof (ne ho parlato QUI), mi è venuta in mente la trasmissione televisiva, andata in onda nel 1996 e nel 1999 su Canale 5, in cui Luca Barbareschi ed altri vip, debitamente camuffati, facevano incursione in vari programmi Mediast, disturbandone la registrazione. Un programma esilarante in cui era sotto gli occhi di tutti quanto fosse diversa la realtà da ciò che semplicemente appariva.

Leggo su Tuttoscuola.com che i fondi destinati al famoso premio che spetterebbe ai docenti e alle scuole più meritevoli, annunciato per ora in via sperimentale, sarebbero di gran lunga minori rispetto a quanto fatto credere fino ad ora.
Siccome i numeri non sono mai stati il mio forte, onde evitare di rielaborare maldestramente gli articoli letti, mi limito a pubblicarne qualche stralcio (in corsivo), per far capire a chi mi legge come realmente stanno le cose.

Nell’articolo 64 della legge 133/2008 per la riforma e la razionalizzazione del sistema di istruzione c’è un passaggio in gergo burocratico, al comma 8, che nasconde una pesante insidia: “Al fine di garantire l’effettivo conseguimento degli obiettivi di risparmio di cui al comma 6, si applica la procedura prevista dall’articolo 1, comma 621, lettera b) , della legge 27 dicembre 2006, n. 296”. […] si guarda al comma 6 dello stesso articolo di legge e si ritrova la quantificazione dei risparmi di spesa per il triennio 2009-2011; una quantificazione che, in base al successivo comma 9 serve indirettamente a quantificare anche l’ammontare delle quote di risparmio, pari al 30%, destinate a premiare i docenti.

La legge finanziaria cui si fa riferimento è quella del 2007, firmata dall’allora governo Prodi. Questa legge prevede una procedura nota con il nome di “clausola di salvaguardia”, in virtù della quale i calcoli sarebbero da rifare. Il risparmio previsto per il biennio 2009/2010 sarebbe stato di 2.106 milioni (con conseguente quota virtuale del 30%, pari a 631,8 milioni da riservare alla premialità), ma che dai calcoli della Ragioneria Generale dello Stato risulta disponibile effettivamente per le finalità del 30%, a quanto sembra, una somma utile di 351 milioni, si deve constatare che i tagli di organico sono stati inferiori all’attesa e i risparmi mancati hanno fatto scattare la clausola di salvaguardia.

Secondo la clausola di salvaguardia, i quasi 281 milioni mancanti (631,8 – 351) avrebbero dovuto colpire il bilancio del Miur in capitoli vitali, invece, con tutta probabilità, si è scelto il male minore, dirottando gli effetti negativi sui contenuti del 30% che, in questo modo, ne è uscito con le “ossa rotte”, passando dal virtuale 30% al più modesto 16,7% dei risparmi da destinare al personale: persa quasi la metà.

Va da sé che il progetto sperimentale presentato dal ministro Gelmini non può disporre dei risparmi preventivati, in quanto il preventivo non aveva tenuto conto della famosa “clausola di salvaguardia”. Su Tuttoscuola.com si legge, quindi, che di quei 351 milioni risparmiati e disponibili effettivamente, 320 milioni sono destinati agli scatti di anzianità, lasciando alla premialità soltanto 31 milioni, pari al 5% di quel virtuale tesoretto di 631,8 milioni previsti due anni fa dall’art. 64 della legge 133/2008 e riservati esclusivamente a riconoscere la professionalità del personale scolastico.
Ma quei 31 milioni dovranno servire a premiare sia i docenti migliori sia le scuole meritevoli, riducendo ulteriormente l’ammontare finale del premio per gli insegnanti al 2-3% massimo dei risparmi di sistema ipotizzati inizialmente
.

E non è tutto, perché bisogna considerare anche i risparmi futuri: Per il prossimo biennio la legge prevede risparmi virtuali da destinare al 30% pari a 761,4 milioni e 956,4 milioni rispettivamente per il 2011 e 2012. Poiché è prevedibile che la metà di quelle somme attese non risulti disponibile e che sarà inevitabile confermare gli scatti di anzianità ancora una volta per gli insegnanti, di quel 30% che due anni fa era servito a compensare politicamente gli effetti spiacevoli della riduzione di organico probabilmente “non sarà rimasto che qualche brandello di muro”. La “svolta meritocratica”, se questi saranno i numeri, giocoforza dovrà aspettare tempi migliori (nel 2013?).

Nel precedente articolo, che ho linkato all’inizio di questo post, avevo concluso la mia riflessione sulla sperimentazione annunciata da MIUR per premiare i migliori docenti e le migliori scuole, con queste parole: Rimango dell’idea che sia una delle solite cose fatte all’italiana, senza capo né coda. Uno specchietto per le allodole. Niente di più.

Non vorrei aver fatto l’uccellaccio del malaugurio ma mi sa che avevo ragione.

[immagine da questo sito]

8 novembre 2010

CONFERENZA OCSE A PARIGI: COME CAMBIARE LA SCUOLA PER UN FUTURO MIGLIORE

Posted in adolescenti, attualità, Mariastella Gelmini, MIUR, Parigi, riforma della scuola, scuola, Test InValsi tagged , , , , , , , , , a 11:19 pm di marisamoles

Il 4 e 5 novembre 2010 a Parigi si sono riuniti i ministri dell’educazione dei 33 Paesi attualmente membri dell’OCSE, cui si sono aggiunti anche i rappresentanti di altri Stati (tra cui la Russia) candidati a far parte della prestigiosa organizzazione intergovernativa creata nel 1947 per promuovere la cooperazione e lo sviluppo economico tra le nazioni industrialmente più avanzate.
L’incontro aveva come tema Investing in Human and Social Capital: New Challenges. Ne è uscito un breve documento riassuntivo elaborato dalla presidenza a tre (Austria, Messico e Nuova Zelanda) ma condiviso da tutte le rappresentanze nazionali.

Quattro sono state le priorità individuate:
1. fronteggiare gli effetti della crisi sui sistemi educativi;
2. adeguare le competenze lavorative ai nuovi bisogni;
3. formare insegnanti preparati per il XXI secolo;
4. rafforzare le positive ricadute sociali dello sviluppo dei sistemi educativi.

Per quanto riguarda primo punto si è discusso principalmente sulla prevenzione della dispersione, obiettivo raggiungibile concentrando i piani di studio sulle competenze fondamentali e rendendo più efficaci i metodi di insegnamento e i sistemi di valutazione. Il tutto, in questi tempi di crisi, senza aumentare la spesa che ogni singolo Stato è disposto ad elargire sull’istruzione.

Per adeguare le competenze lavorative ai nuovi bisogni si è concordemente stabilito che sia necessario prevedere per tempo e anticipare i fabbisogni, procedendo all’adeguamento dei contenuti dei curricoli. Una scuola, quindi, che sia orientata verso l’ottimizzazione dell’apprendimento e che prepari gli studenti ad affrontare con un corretto bagaglio di conoscenze il mondo del lavoro.

Formare degli insegnanti preparati per il XXI secolo significa, innanzitutto, fornire gli strumenti attraverso i quali le nuove leve siano in grado di affrontare la sempre più difficile educabilità dei giovani di oggi e far sì che si riacquisti quel prestigio sociale dei docenti che ormai appare in declino. L’OCSE suggerisce di fronteggiare la situazione migliorando la formazione iniziale (per cui risulta di fondamentale importanza il tirocinio) ma soprattutto incrementando le opportunità di carriera dei docenti.

Quanto alle ricadute sociali del miglioramento dei sistemi educativi, che l’OCSE da tempo considera assai importanti (più produttività, minore criminalità, maggiore partecipazione e impegno politico, più tolleranza e così via), il documento insiste sulla necessità di sistemi più inclusivi e che offrano reali opportunità a tutti. Da questo punto di vista, conclude l’OCSE, non è sufficiente rafforzare le competenze di base (Literacy and foundation skills) ma è necessario valorizzare anche le competenze a carattere non cognitivo (non-cognitive skills) come la creatività, il pensiero critico, il problem solving e la capacità di lavorare in gruppo: competenze importanti sia per lo sviluppo economico che il buon funzionamento delle società.

Questo, dunque, l’intento programmatico dell’OCSE. Ma se guardiamo alla situazione italiana, al di là dei dati statistici, ci rendiamo conto che la nostra scuola, almeno sulla carta, ha già i requisiti per raggiungere gli obiettivi fissati nella riunione di Parigi: sulla prevenzione della dispersione si sta già facendo molto (anche a livello regionale con gli adeguati finanziamenti) e il riordino della secondaria di II grado ha già snellito molto i piani di studio, concentrandosi sulle competenze essenziali. Quanto al metodo d’insegnamento, sarebbe auspicabile una corretta formazione dei docenti (non solo delle nuove leve che avranno a disposizione il tirocinio), mentre per quanto concerne la valutazione, le prove elaborate dall’InValsi, già programmate per gli esami di stato della secondaria di I e di II grado, potrebbero fornire lo spunto per l’adozione, nell’insegnamento curricolare, di prove e modelli di valutazione simili. In questo modo si preparerebbero adeguatamente gli studenti ad affrontare quella tipologia di prove e, forse, i risultati sarebbero meno deludenti (specie in qualche regione d’Italia).

Quanto alle opportunità di carriera, il ministro del MIUR, Mariastella Gelmini, ha chiaramente e ripetutamente detto che un obiettivo da raggiungere al più presto è quello del superamento dell’avanzamento della carriera dei docenti esclusivamente sulla base degli scatti di anzianità, per lasciar posto al merito. I futuri insegnanti, poi, saranno formati attraverso il TFA (Tirocinio Formativo Attivo) e certamente più preparati ad affrontare le difficoltà e i disagi legati alla sempre maggiore “irrequietezza” delle nuove generazioni.

Rafforzare le competenze di base anche attraverso le abilità non cognitive nella scuola italiana è assai difficile: tutti gli studenti, ma anche i docenti, vorrebbero una scuola più creativa e collaborativa (con l’utilizzo di strategie diverse, ad esempio, attraverso laboratori teatrali, gruppi di studio basati sul cooperative learning, ovvero gruppi di auto-aiuto ecc. ecc.), ma i programmi stessi, troppo vasti ed onerosi, nonché “antichi”, impongono delle scelte obbligate senza lasciar troppo spazio all’inventiva. È questo, soprattutto, il limite da superare ma con la riforma della secondaria di II grado, che prevede una scuola innovativa in ambito didattico, ma con orari più stringati ed i programmi di sempre, il quarto obiettivo che l’OCSE si pone sarà molto difficile da raggiungere in Italia.

Non solo, dal punto di vista squisitamente didattico, non siamo preparati per la scuola del futuro ma costringiamo anche gli studenti più bravi ad espatriare. In un articolo del Corriere di qualche giorno fa si parlava della Scuola Galileiana di Padova, nata nel 2004, in collaborazione con la Normale di Pisa, allo scopo di formare un piccolo gruppo di giovani (solo 24 gli ammessi alla frequenza, scelti fra le miglior matricole dell’università veneta) puntando all’eccellenza. Ora si stanno laureando i primi studenti e il 95% di essi sono stati chiamati o hanno deciso di continuare i loro studi fuori dai confini nazionali. Il problema è che raramente tornano indietro. Quindi, l’istruzione in Italia non cura le eccellenze. È il sistema stesso, innanzitutto, a dover cambiare.

Questo significa che, nonostante le buone intenzioni, saremo sempre destinati a restare indietro … gli ultimi della classe, insomma.

[fonte Tuttoscuola.com]

5 settembre 2009

GELMINI E PROPOSITI SETTEMBRINI: PREMI AL MERITO, CARRIERA DEI DOCENTI, QUALITÀ, DIRITTO ALLO STUDIO E PRECARIATO.

Posted in attualità, Mariastella Gelmini, MIUR, politica, Test InValsi tagged , , , , , , , , , a 8:42 pm di marisamoles

gelmini In un’intervista rilasciata dal ministro Gelmini al direttore di Tuttoscuola Giovanni Vinciguerra (ecco il link) vengono affrontati i problemi più urgenti che sembrano in via di risoluzione. Prima di tutto il precariato che, secondo la Gelmini, è un problema antico e non direttamente imputabile all’attuale governo. Il ministro, infatti, afferma che la responsabilità di questa situazione è di chi ha alimentato per anni l’illusione che, per fare un esempio, su un ascensore di cinque posti ci si potesse salire in otto.
Stamattina, in un’intervista andata in onda su “Settegiorni Parlamento” (Rai 1), la Mariastella più famosa d’Italia ha ribadito il concetto, spiegando che si è venuto a creare un numero troppo alto di precari, una sovrabbondanza conseguente a una politica sbagliata che ha fatto sì che venissero indetti negli anni ’70 – 80 dei concorsi senza fissare un numero di cattedre e creando, quindi, delle false aspettative in molti docenti che si sono adattati al precariato quasi “a vita”.

Il Piano salva-precari è, a detta del ministro, una vera novità che mette i lavoratori della scuola sullo stesso piano di tutti gli altri che, per un motivo o un altro, si ritrovano senza lavoro. In sintesi, in accordo con il ministro del Welfare Sacconi, la Gelmini ha previsto per i precari della scuola un’indennità di disoccupazione della durata di 8 mesi (12 per il personale che ha più di cinquant’anni), il diritto di accedere a tutte le supplenze brevi e di ottenere la docenza in tutti gli interventi a sostegno degli studenti in difficoltà. L’attivazione e la cessazione dell’indennità sarà gestita automaticamente attraverso l’Inps, grazie ad una procedura informatica che consentirà all’insegnante di non presentarsi necessariamente all’Inps o al Centro per l’impiego per chiedere l’indennità. Se non la risoluzione del problema questo appare almeno un passo avanti.

Quanto ai “premi” per i docenti meritevoli, il ministro ritiene che sia giusto riconoscere il maggior impegno di taluni rispetto ad altri che profondono meno tempo ed energie per la scuola. A tale proposito, nell’intervista riportata da Tuttoscuola, la Gelmini afferma: Non si può contare solo sulla buona volontà, o sullo spirito missionario delle persone. Non è la condizione che favorisce i migliori esiti complessivi. Non lo è in nessun ambiente lavorativo o di relazione, non può esserlo neanche nella scuola.. Io, personalmente, da anni mi chiedo perché mai l’insegnamento debba essere una missione e l’impegno maggiore di alcuni docenti debba basarsi sulla buona volontà. Ma riguardo al fatto che gli insegnanti siano sottopagati, mi sono data una risposta che, per certi versi, si allinea con il pensiero espresso dal ministro: se per anni la scuola italiana ha funzionato grazie al “volontariato” dei docenti che, amando il proprio lavoro e avendo una coscienza, non si sono sottratti ai doveri e hanno sempre fatto molto di più per il bene degli allievi (la maggior parte, almeno, se non tutti), è ovvio che allo Stato non convenga pagarli di più. E perché mai? Tanto lavorano lo stesso! Sì, però questa scelta dettata dal senso del dovere ha fatto sì che la professionalità non sia riconosciuta. È come se noi docenti l’avessimo svenduta ed è per questo che io, personalmente, negli ultimi anni ho selezionato le attività extracurricolari, in modo da dare il giusto valore al mio operato ed avere un riconoscimento economico che non sarà equo (i fondi concessi ai singoli istituti sono quel che sono) ma almeno è visibile.
Sempre parlando del merito, la situazione di alcune realtà scolastiche, di cui le cronache si sono occupate nei mesi scorsi, fa pensare che la qualità degli istituti debba essere misurata sulla base del successo scolastico degli allievi, senza trucchi e senza inganni. In altre parole, è inutile aiutare gli studenti agli esami o durante le prove dell’INVALSI per far vedere che i ragazzi sono preparati e i docenti bravi. Falsare i risultati non porta da nessuna parte, tanto meno sulla strada del merito. Quindi, ben venga il riconoscimento dei giusti meriti, ma devono essere anche scoperti i cosiddetti “altarini”. È questa, secondo me, l’impresa più difficile. Senza contare che quando la Gelmini parla di un adeguato sistema di valutazione, cui starebbe lavorando alacremente l’Invalsi, non si sa bene che cosa abbia in mente. C’è da scommettere che nelle scuole in cui conta più il “fumo” dell’ “arrosto” si stiano attrezzando per far valutare una forma che manca assolutamente di sostanza.

Il merito va premiato, sì, ma non solo quello dei docenti. Al MIUR stanno pensando anche agli studenti. La Gelmini informa che in primo luogo occorre premiare gli studenti che raggiungono i risultati migliori. Premiare il loro talento soprattutto in termini di opportunità per il loro futuro. Penso ad esempio a forme che consentano loro di iscriversi in futuro alle università e ai corsi migliori. Questa mi sembra, onestamente, una proposta saggia. Agevolare in tutti i modi, anche con il sostegno economico, gli studenti più meritevoli è doveroso; dall’altra parte, però, è necessario anche arginare il fenomeno della dispersione e dell’abbandono, agevolando il percorso di quelli che, per scarsa autostima o per sfiducia nell’istituzione, si perdono per strada. Non dimentichiamo che tutti hanno diritto allo studio e chi non ce la fa non sempre sceglie di rinunciare a questo diritto (art. 34 della Costituzione Italiana). Ma di questo ho parlato in un altro post.

Nell’intervista a Tuttoscuola la Gelmini promette: entro sei mesi una nuova carriera per gli insegnanti. Il proposito è stato ribadito anche stamattina ai microfoni di Settegiorni Parlamento; in questa sede il ministro ha informato che l’Italia è, insieme alla Grecia, l’unico Paese europeo in cui non esiste per la classe insegnante un avanzamento della carriera ma solo una progressione economica dettata dall’anzianità di servizio. A tal proposito, su Tuttoscuola si legge: Entro sei mesi intendo definire le regole per la carriera dei docenti. Vorrei farlo con il coinvolgimento dei sindacati e delle associazioni professionali. Apriamo un tavolo, sono aperta a consigli, suggerimenti, proposte, non ad una contrattazione sindacale. Se dopo sei mesi si sarà pervenuti a una soluzione condivisa bene, altrimenti il Governo andrà avanti per la propria strada prendendosi tutte le responsabilità. E’ una cosa troppo importante, un passaggio fondamentale per arrivare a quella valorizzazione dei docenti che tutti vogliamo. C’è da scommettere che i sindacati, specie alcuni, non condivideranno le proposte e protesteranno se le decisioni in merito verranno prese autonomamente dal Governo. In ogni caso, speriamo che i buoni propositi e le iniziative di cui parla la Gelmini vadano in porto. La scuola così com’è non funziona: credo sia nell’interesse di tutti farla funzionare al meglio. E pazienza se nelle tasche di noi docenti ci sarà qualche decina di euro in più al massimo. Nella situazione di crisi generale in cui ci troviamo, bisogna accontentarsi e pensare a chi sta peggio.

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