ADDIO SANDRA. UN ABBRACCIO AL TUO RAIMONDO


Sandra Mondaini non ce l’ha fatta: a cinque mesi di distanza dalla perdita del suo Raimondo si è spenta a Milano, al San Raffaele dov’era ricoverata da dieci giorni.
La sua salute già cagionevole, prima del lutto che l’ha colpita, è stata messa a dura prova dal dolore per la scomparsa dell’uomo con cui ha condiviso una vita intera. Il fisico provato dalla vasculite, una grave malattia che l’aveva costretta all’immobilità e alla sopportazione di atroci dolori, non ha retto di fronte ad una vita che, nonostante la presenza costante dei “nipoti” Raymond e Gianmarco e dei loro genitori, fin da subito era sembrata vuota all’attrice. Si era fatta vedere in pubblico, per l’ultima volta, in occasione di un premio che il comune di Milano aveva dedicato a Raimondo Vianello. In quell’occasione aveva detto di non essere l’unica vedova al mondo e che non era giusto si piangesse addosso. Ma il dolore privato non ha mai cessato di tormentare il suo animo ed il cuore non ha retto alla separazione dal marito con cui aveva diviso la vita di tutti i giorni nella casa di Milano 2 e in televisione, negli studi Mediaset dove girava la sit-com più nota della Tv.

Ora su “Casa Vianello” è calato definitivamente il sipario. Mi piace pensare che adesso, lassù, Sandra abbia ritrovato l’amore della sua vita e l’abbraccio forte e rassicurante del suo Raimondo. Che possa abbracciarlo anche da parte di tante persone che non l’hanno mai dimenticato e mai dimenticheranno lei.

ADDIO SANDRA. CI MANCHERAI ANCHE TU.

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[foto da Il Corriere]

DAI BAMBINI DI “TI LASCIO UNA CANZONE” ALLE “VELONE”: ESTREMI GENERAZIONALI IN TV

Lo dico subito, senza tanti giri di parole: sono contraria all’esibizione dei bambini, o comunque minori, in Tv. Sia che cantino sia che ballino. Da “Ti lascio una canzone”, passando per “Io canto”, che poi ne è un clone, e arrivando alla gara nella gara di “Ballando con le stelline”, non trovo né spettacolare né educativo fare esibire i bambini o i ragazzini in trasmissioni serali di intrattenimento.

Una volta c’era lo Zecchino d’oro, solo lui, e andava in onda nel pomeriggio per un pubblico prevalentemente di giovanissimi. I bambini che concorrevano per la canzone più bella (non dimentichiamo che non erano mai i bambini a vincere) erano spesso piccolissimi e incoscienti. Non miravano al successo anche se forse un po’ le loro famiglie ci speravano; prova ne sia che dei bambini che hanno partecipato, e in qualche caso ottenuto la vittoria, allo Zecchino d’oro pochi sono noti. L’unica di cui mi ricordi è Cristina D’Avena che poi si è fossilizzata nel genere e non ha saputo o potuto percorrere altre strade.
La trasmissione dell’Antoniano c’è sempre, ovvio, ma non la seguo da molto tempo. Non so, quindi, quale sia il clima che si respira e quanto i bimbi siano coscienti di ciò che fanno. Spero continui ad essere per loro, come per le centinaia di bimbi che li hanno preceduti, sempre e solo un gioco che come tutti quelli belli, deve durar poco.

Ma partecipare al programma della Clerici e di Scotti è un’altra cosa: tutti bravi, naturalmente, tutti applauditi dal pubblico ma soprattutto dai genitori che tifano per i propri figli e sperano di vederli un giorno cantare nei migliori teatri e stadi del mondo. Per carità, non c’è nulla di male nel nutrire delle ambizioni per i propri pargoli talentuosi, ma questo spettacolarizzare l’infanzia non mi piace e ritengo sia scarsamente educativo. È inevitabile che questi cantanti in erba si creino delle aspettative esattamente come quei ragazzini che giocano a calcio e sognano di diventare Totti: loro, però, non vengono esibiti in Tv e la loro bravura può essere apprezzata solo da chi fa parte di quel mondo.

La televisione, invece, è nelle case di tutti. Quanti bambini dotati dal punto di vista canoro staranno già sognando di partecipare alla prossima edizione del programma? Quanti genitori si staranno già preparando per farli partecipare al casting? A proposito, quelle poche volte che ho visto qualche spezzone di “Io canto” o “Ti lascio una canzone”, ho avuto l’impressione di assistere al casting per “Amici”: già mi chiedo, specie quando sento cantare i più grandicelli, quante edizioni del programma di Maria De Filippi dovrò aspettare per vederli nella scuola di talenti più famosa d’Italia.

Ogni età ha le sue prerogative: ai bambini dev’essere lasciato il tempo di giocare, di crescere confrontandosi con i coetanei ma senza creare delle pericolose rivalità. Anche se poi vediamo tutti i partecipanti abbracciati e felici per la vittoria degli altri, la competizione è competizione e la mancata vittoria lascia sempre un sapore amaro in bocca. Non bisogna farli crescere con l’idea che devono essere i più bravi e ottenere un premio per dimostrare il proprio valore. La competizione esasperata già caratterizza la vita delle nuove generazioni: a scuola, nello sport … ora anche nelle trasmissioni televisive. È un impegno troppo alto e si rischia di vedere bambini stressati, grazie al carico di responsabilità, già a otto anni.

All’estremo opposto, ci sono i nonni. Le persone anziane sono, nella nostra società spesso tutt’altro che edificante, le depositarie delle tradizioni e dei valori che troppo spesso finiscono nel dimenticatoio. Devono essere un esempio per i più giovani, affinché essi possano, attraverso l’imitazione, crescere sani e moralmente integri. Ma quando vediamo in Tv degli esempi esattamente contrari al compito che dovrebbe essere affidato alle persone di una certa età, non ci resta che … piangere.
È il caso dell’annunciato programma di Antonio Ricci, che ci intratterrà presumibilmente e sfortunatamente per tutta l’estate, “Velone”. Da qualche anno non se n’era più sentito parlare e ne ero felice. Non ho mai avuto la costanza di seguire il programma di Ricci tutte le sere, ma quel che ho visto mi è bastato per farmi un’idea.
Oggi come oggi, è vero, le generazioni di over60 invecchiano meglio e resistono agli acciacchi dell’età sfoderando uno spirito invidiabile. Ma che cosa spingerà mai delle arzille vecchiette, spesso tutt’altro che “ben conservate”, ad esibirsi sul palco di “Velone” in improbabili siparietti, improvvisati spesso pur senza avere “arte né parte”? Forse lo spirito della competizione, lo stesso che anima i “loro” nipoti? Forse. O magari la voglia di sentirsi vive, non fossilizzate nel ruolo di casalinghe attempate, una volta raggiunta l’età della pensione? Magari. Può essere l’incapacità di accettare un degrado fisico cui nessun intervento di chirurgia estetica può porre rimedio e quindi riderci su? Può essere.

La molla che spinge le arzille vecchiette a mettersi in mostra davanti a milioni di telespettatori potrebbe essere semplicemente costituita dall’esibizionismo. Ma possiamo credere che siano tutte così esibizioniste, anche quando non hanno davvero nulla da esibire? No, non lo possiamo credere. E allora non c’è che una risposta: la molla è solo la magra pensione di cui dispongono e la speranza di arrotondare in qualche modo le misere entrate. Lo spot che in queste settimane annuncia la prossima messa in onda del programma ne è la conferma: la vincitrice dell’ultima edizione, ripresa nella sua cucina, forse recentemente acquistata proprio grazie al premio ottenuto, in cui è ritornata a rinchiudersi, cenerentola attempata e senza principe azzurro, invita le sue coetanee a partecipare dicendo apertamente che con i soldi “guadagnati” ha messo a posto le sue “cosette” .

“Velone” è la dimostrazione di quanto sia a volte difficile “tirare a campare” per i nostri vecchi. Purtroppo, però, non è un programma in cui si faccia di necessità virtù. Perché mettere in mostra rughe, doppi menti, pance prominenti, gambotte ben tornite o al contrario magre come manici di scopa, capelli bianchi che spesso contrastano con l’abbigliamento non proprio consono all’età? Perché, invece, non creare un programma in cui vengano messe in risalto delle vere doti, o quantomeno dignitose, dell’età d’argento? Chessò, l’esibizione di ex attrici o ex cantanti, la cui fama non è mai stata tale da poter essere conosciute da tutti, o di chi ha l’hobby della pittura, della scultura o della ceramica? Perché non mettere in mostra delle abilità ormai fuori moda ma che potrebbero essere d’insegnamento per le nuove generazioni, come il ricamo, ad esempio?

Non ho nulla contro la gara in sé e nemmeno contro il premio finale. Duecentocinquantamila euro non solo fanno gola ma fanno comodo a tutte. Ma non vorrei vedere uno spettacolo così degradante che non è lo specchio della realtà: per fortuna la maggior parte delle nostre nonne e bisnonne sono diverse e non hanno nulla da mettere in mostra soprattutto perché una dote in particolare è la negazione stessa dell’esibizionismo: l’umiltà.

Ma se il pubblico vuole vedere le “velone”, evidentemente sono io a sbagliare. Suggerisco, quindi, ad Antonio Ricci di creare una serie televisiva che si adatterebbe perfettamente alla situazione attuale: “Le pensionate disperate”.

ELENA D’AMARIO E STEFANO DE MARTINO A “DOMENICA 5”: PICCOLI AMICI CRESCONO


Questo pomeriggio a “Domenica 5“, spettacolo condotto da Barbara D’urso, si è alzato il sipario su un assaggio dello spettacolo teatrale che vede, tra i protagonisti, due ex Amici di Maria De Filippi: i ballerini Elena D’Amario e Stefano De Martino. Esclusi entrambi dalla finalissima del talent show di Canale 5, oggi hanno dimostrato di essere davvero cresciuti. Bravi e sicuri di sé, tanto da non sfigurare al confronto con i ballerini professionisti che sono attualmente in tour con lo spettacolo Let’s dance, nato da un’idea di Patrick Rossi Gastaldi e Alberto Alemanno, con le coreografie di Garrison Rochelle e per la regia dello Patrick Rossi Gastaldi, già insegnante ad Amici, almeno fin quando erano ammessi alla gara gli attori.

Ospite di Barbara D’Urso l’intera compagnia che ha eseguito qualche coreografia di gruppo, ma abbiamo potuto godere anche di un passo a due eseguito da Elena in coppia con Amilcar Moret Gonzales ed un assolo (quello con il secchio e il mocio, già visto durante la gara di Amici 9) di Stefano. Nell’ensamble Elena e Stefano hanno ballato in coppia: che diranno Enrico Nigiotti, il cantautore ribelle, ed Emma Marrone, la vincitrice dell’ultima edizione di Amici?

Let’s dance è in scena a Milano al TEATRO VENTAGLIO SMERALDO dal 4 al 16 maggio 2010. Per altre informazioni, clicca QUI, sito da cui è tratta anche l’immagine riportata in alto.

I FUNERALI DI RAIMONDO VIANELLO DOMANI IN DIRETTA SU CANALE 5


Ieri, dopo la notizia della scomparsa di Raimondo Vianello, la moglie adorata, Sandra Mondaini, aveva avuto un malessere. Sarà stato per questo che sin dall’inizio si era diffusa la notizia che non ci sarebbe stata nessuna camera ardente e il rito funebre si sarebbe svolto in forma privata. Poi, forse sentendo il calore dimostrato dalla gente comune e dal mondo dello spettacolo nei suoi confronti, Sandra ha cambiato idea.

Da stamattina, infatti, è aperta la camera ardente allestita nei suoi studi, quelli di Canale 5 a Cologno Monzese. Molti vip hanno già fatto visita a Raimondo, molti, anche gente comune, hanno mandato messaggi e fiori. Una fila interminabile e silenziosa che sta sfilando, in queste ore, ancora incredula: non sentiremo più le sue battute, non vedremo più i suoi sorrisi né assisteremo più ai bisticci con Sandra.

I funerali si svolgeranno domani mattina nella parrocchia “Dio padre” di Milano 2, il quartiere dove viveva con Sandra Mondaini, la donna che ha condiviso con lui cinquant’anni di vita. Domani Raimondo ripercorrerà per l’ultima volta quei pochi chilometri che in tutti questi anni lo dividevano dagli studi frequentati da quando, negli anni Ottanta, aveva lasciato la Rai per l’allora Fininvest, oggi Mediaset.
Grande amico del comico scomparso, il premier Silvio Berlusconi molto probabilmente sarà presente alle esequie. E Canale 5, la rete di Raimondo , trasmetterà in diretta, a partire dalle 11 i suoi funerali. In diretta, per il suo pubblico, ancora una volta. L’ultima.

[la foto è tratta dal sito de La Stampa]

AGGIORNAMENTO DEL POST, 17 APRILE 2010: L’ULTIMO SALUTO A RAIMONDO


Una cerimonia semplice, proprio come Raimondo avrebbe voluto. Pochi sorrisi, però, e molte lacrime a cominciare da quelle di Sandra, sua compagna di una vita e ora rimasta inconsolabilmente sola. Uno spettacolo straziante si palesa agli occhi di tutti, presenti e telespettatori, quando la Mondaini arriva davanti alla chiesa di “Dio Padre”, a Milano 2. Dall’automobile scendono dapprima due piedi nudi, scarni. Quando Sandra viene adagiata sulla sedia a rotelle, che da tempo ospita il suo corpo provato dalla malattia, si nota una benda all’occhio, seminascosta dagli inseparabili occhialoni. Indossa un abito rosso sfumato, con una mantella nera che le avvolge il corpo scarno, adagiandosi sulle spalle. Dalle maniche ampie sbucano due mani scarne: le dita magrissime della mano destra si ergono ed accennano ad un saluto che pari le costi una fatica immensa. Ma non può deludere chi la sta aspettando; non può deludere quel pubblico che ha amato moltissimo Raimondo, il suo Raimondo, e continuerà ad amare lei ancorandosi alla speranza che superi questo immenso dolore con quella forza che altre volte, nella malattia, ha saputo dimostrare. Allora, però, c’era il suo Raimondo e il solo pensiero di doverlo lasciare la spronava a lottare per sopravvivere, per continuare a vivere al suo fianco.

Molti i vip presenti, accanto alla gente comune: il pubblico fedele di Vianello. Parla Magalli, parla di Sandra e manifesta la sua preoccupazione per lo stato di salute di quella piccola grande donna che ora fa emergere tutta la sua debolezza. Riferisce che al telefono ieri Sandra ha pianto, lei che non ha mai versato lacrime nella malattia e nell’immobilità. Ora piange perché si sente sola, pur percependo attorno il caldo abbraccio del suo pubblico.
Poi è il momento di Baudo: anche lui è preoccupato per Sandra e ricorda con quanta pazienza ha sopportato le battute, a volte ciniche, del marito. Ma Raimondo era così: ironizzare sul suo matrimonio era una sorta di rito scaramantico per prolungare per tutta la vita quel suo amore immenso.

In chiesa una piccola folla accoglie Sandra che viene accompagnata vicino alla bara dagli inseparabili “nipoti” filippini che Raimondo aveva amato come se fossero davvero suoi figli. Chiama per nome il marito racchiuso in quella bara chiara, lo chiama forte, con una voce che sembra un lamento e che esprime tutto il suo dolore. Un richiamo costante che durerà per tutta la cerimonia e che sovrasterà qualsiasi altro rumore nei momenti di pausa della celebrazione. Una voce che echeggia nella chiesa gremita e che sembra quasi giungere dall’aldilà, come se Sandra fosse già con Raimondo con il quale tante volte ha recitato. Questa volta, però, non si tratta di finzione; la sua voce proviene dal profondo di un cuore straziato, che ora si sente abbandonato dal momento che l’amore del marito non può confortarlo. Anche se la sua voce talvolta si affievolisce e l’urlo diviene solo un lamento, lei è la vera protagonista di questa cerimonia. Qualche mano l’accarezza dolcemente, cercando di offrirle un conforto che non la può raggiungere, nonostante gli applausi e le voci di incoraggiamento del suo pubblico.

Quando il premier Silvio Berlusconi fa il suo ingresso, raggiunge Sandra velocemente, l’abbraccia e non si allontana da lei per l’intera cerimonia: le mani spesso le accarezzano il viso o i capelli, talvolta si china su di lei per sussurrarle qualche parola di conforto. È arrivato l’amico Silvio, quell’amico con cui Raimondo ha iniziato l’avventura di Fininvest, tanti anni fa. Un amico che oggi ha smesso di essere il personaggio pubblico almeno per un’ora, ed è semplicemente un uomo, come tanti altri, che ha amato Raimondo e che ora cerca di consolare la sua vedova.

La giornata è un po’ uggiosa: fa freddo, il cielo è plumbeo, sembra quasi triste anch’esso per la scomparsa di un uomo che, pur essendo personaggio pubblico, ha vissuto in modo quasi schivo, sembrando a volte quasi infastidito dalla presenza attorno a lui di tanti amici e tanti affettuosi telespettatori. Eppure oggi sono in tanti nella chiesa e sul prato di fronte all’edificio di culto, pronti ad assistere al suo funerale, a dargli l’estremo saluto.
La cerimonia inizia alle 11 e 20, celebrata da mons. Faccendini, vicario episcopale della diocesi di Milano. Le letture sono affidate alla voce ferma, nonostante l’emozione e il dolore, dei due “nipotini” di Raimondo: inizia il più piccolo che nel nome, Raymond, perpetuerà il ricordo del suo grande “zio”, poi sarà la volta del maggiore, Gianmarco.
Dopa la lettura del Vangelo secondo Matteo, mons. Faccendini ricorda Raimondo con parole semplici: “La morte di Raimondo Vianello ha commosso tutti … sono stato colpito dall’affetto da cui è stato universalmente conquistato … era come se fosse entrato adagio adagio nelle case di tutti e appartenesse a pieno titolo alla vita di tutti”. Poi il vicario si chiede il perché di tutto questo affetto; la risposta è semplice: “perché ci ha fatto ridere, tutti, da più di cinquant’anni e non è semplice far ridere continuando a farlo per tutti questi anni, occorre avere classe e qualità non comuni”.
L’officiante prosegue poi l’omelia sottolineando l’eleganza, il garbo, l’ironia non volgare, mai sopra le righe, e la sua autoironia, nonché la capacità di stemperare le polemiche con un sorriso. Mons. Faccendini dice: “Credo che si sia presentato così a Gesù”, poi rivela che in uno degli ultimi colloqui che aveva avuto con il comico milanese, lui gli aveva detto: “Mi devo preparare bene per arrivare da Gesù”; mons. lo aveva rassicurato: “Gesù ti accoglierà con un sorriso”.
Poi lo sguardo si sposta su Sandra, sempre immobile e protesa verso la bara che non smette di accarezzare, sempre protetta dallo scudo dei suoi familiari, unico conforto in questo dolore. Faccendini definisce quella di Raimondo e Sandra “un’unione fondata sul rispetto e il dialogo costante” e ricorda la loro generosità nell’aver accolto la coppia di filippini e i loro figli come se facessero parte della famiglia.
Solo la morte ha potuto separare questa coppia inossidabile. Molto semplicemente l’officiante osserva che Vianello è stato una “brava persona” e come tale la gente l’ha conosciuto e amato. Il suo stile di vita semplice è stato un modello da seguire e continuerà ad esserlo. L’omelia si conclude con delle parole toccanti: “L’abbraccio di Dio è più sicuro del nostro. È bello pensare a Raimondo abbracciato a Gesù”.

Un’omelia semplice e toccante. Sandra l’ha seguita con le braccia innalzate verso il cielo, quasi a voler raggiungere idealmente il suo Raimondo, ormai stretto nell’abbraccio del Signore. E anche gli officianti, Faccendini e altri due sacerdoti concelebranti, raggiungono la Mondaini e l’abbracciano forte, mentre Berlusconi continua a proteggerla, ad accarezzarla e a consolarla rimanendo fermo alla sue spalle.
Alla predica seguono gli interventi di Raymond e Gianmarco, i “nipoti” che Raimondo amava come figli: essi stessi, nelle parole pronunciate con voce incerta e rotta dalla commozione, riconoscono nell’amore per lui quello filiale. Quindi si accosta al microfono Pippo Baudo, l’unico fra gli amici famosi ad intervenire: lo ricorda quando agli inizi avevano dato vita, insieme a Berlusconi, alla prima tv commerciale, parla dell’amore speciale per l’amico Silvio, del suo carattere che lo portava a sfottere tutti. “Tu non sei appartenente alla Rai o a Mediaset ma a tutta l’Italia cui hai regalato sorrisi”, dice rivolto all’amico. Poi l’attenzione si sposta su Sandra che non vuole mangiare e la rassicura: “Raimondo è nel Paradiso degli Artisti e si farà delle risate, perché un sorriso rimane per sempre”. Quindi invita la Mondaini a chiamare il suo adorato compagno per nome: il grido “Evviva Raimondo”, accompagnato dagli applausi degli astanti si diffonde per tutta la chiesa.

Il rito funebre si conclude alle 12 e 19 con un applauso. Raimondo si congeda dai suoi cari e dal suo pubblico come avrebbe voluto fare. Ora il suo viaggio continua per Roma, sua città natale: il suo corpo riposerà in pace nella tomba di famiglia al cimitero del Verano.

BUON VIAGGIO, RAIMONDO

[Foto dal sito de Il Corriere]

DELITTO GARLASCO: ALBERTO STASI QUESTA SERA A “MATRIX”

Negli anni che lo separano dall’omicidio –ancora senza colpevole- della fidanzata Chiara Poggi, Alberto Stasi è sempre stato restio a parlare, specialmente di fronte ad una telecamera. Di lui, in questi anni, abbiamo solo visto dei fotogrammi muti: lui in tribunale, lui con gli avvocati, lui che esce dall’auto, lui che si reca in tribunale, andata e ritorno … sempre la stessa faccia, quasi inespressiva, sempre lo stesso sguardo glaciale che sembra bucare l’obiettivo attraverso le lenti degli occhiali colorati.

Dopo l’assoluzione, avvenuta nel dicembre scorso, ha commentato con poche parole l’epilogo della triste vicenda che l’ha visto protagonista per due lunghi anni: Lo sapevo, io non ho ucciso. Sono uscito da un incubo. Poche parole che sembravano voler chiudere per sempre la questione (ne ho scritto QUA). Poi, è apparsa un’intervista-sfogo sul quotidiano “Libero”, in cui ha tentato di esprimere il suo dramma per la perdita della donna con cui pensava di trascorrere il resto della vita, e il suo rammarico per non essere stato creduto (ne ho scritto QUA). Allora forse si aspettava delle scuse da parte dei genitori della fidanzata; ma la famiglia Poggi ha continuato a tenerlo distante, ancora fermamente aggrappata alla convinzione che lui sia davvero l’assassino della figlia. Una convinzione che persiste. Qualche giorno fa, quando è stata resa pubblica la motivazione della sentenza, una sentenza che, ricordiamolo, non si basa sulla “formula piena” e che ha semplicemente smontato quei pochi indizi di colpevolezza che da soli, mancando pure un plausibile movente, non sono stati sufficienti a condannate Stasi, da parte dei genitori di Chiara non sono arrivate parole di scusa ma solo di insoddisfazione: per loro “giustizia non è fatta” e sarebbe anche una legittima osservazione se chiedessero che venga trovato il vero assassino. Ma dai loro sguardi, dalle poche parole che pronunciano quando qualche giornalista tenta di intervistarli, si comprende perfettamente che per loro la giustizia ha fallito, nel momento in cui non ha saputo incastrare Alberto. Non c’è nessun altro colpevole da cercare: è lui l’assassino.

Questa sera Alberto Stasi sarà ospite di Alessio Vinci a Matrix. Una partecipazione che appare strana a tutti; appare strano che abbia deciso finalmente di farsi vedere, in modo da poter dimostrare a tutti che lui non c’entra con la morte di Chiara, che per lui perdere la donna che amava è stato un trauma, che perderla in quel modo, con tutti gli indici puntati su di lui, l’unico colpevole possibile, è stato un doppio dolore. La sentenza di assoluzione non ha convinto molti. Forse stasera gli scettici si aspettano di poter leggere nello sguardo di Alberto quello di un assassino.

Anche Alessio Vinci forse non si aspettava che Alberto acconsentisse ad intervenire al suo programma perché il pubblico si potesse fare un’opinione sulla persona più inseguita ma meno disposta a parlare della cronaca italiana. Stasi me lo aspettavo come un ragazzo di poche parole e restio alla conversazione invece si è rivelato, inaspettatamente, un fiume in piena e in quasi due ore di intervista ha raccontato dettagli personali su alcuni dei momenti più difficili della sua vicenda, sono le parole del conduttore di Matrix riportate sul sito di Tgcom .

Non resta che attendere stasera per sentire ciò che il ragazzo ha da dire, anche se credo che chi si aspetta di poter leggere nei suoi occhi la colpevolezza, rimarrà deluso. Ricordo ancora le lacrime di Annamaria Franzoni nelle numerose ospitate televisive. Non so se Stasi piangerà ma anche in quel caso le sue lacrime non potranno sciogliere i dubbi che qualcuno ancora nutre nei suoi confronti.

AGGIORNAMENTO, 8 APRILE 2010

Per chi avesse perso la puntata di Matrix andata in onda ieri sera, questo è il LINK per vederla interamente.

INTERVISTA A LOREDANA ERRORE: “CREDO IN DIO MA NON SONO UNA SANTA”

Seconda classificata ad “Amici 9”, Loredana Errore, venticinquenne agrigentina, ha conquistato tutti con i suoi “occhi cielo”, anche Biagio Antonacci che ha scritto per lei due canzoni e ha coprodotto il suo ep che sta spopolando su i Tunes.

Sul sito del tgcom si può leggere un’intervista fatta alla cantante all’indomani della conclusione della fortunatissima trasmissione di Maria De Filippi.
Per prima cosa, Loredana ci tiene a sottolineare che la rivalità con Emma è stata creata e voluta dalla gente, in realtà non c’è mai stata. Anche se alla fine Emma le ha soffiato la vittoria, la Errore è ugualmente felice anche perché ad entrambe sono successe cose bellissime, come i cd e i contratti discografici, grazie all’amore per la musica da cui sono mosse tutte e due.

La cantante conferma anche il particolare feeling che si è creato con Enrico Nigiotti e che è apparso evidente nel duetto interpretato ad un serale: neanche farlo apposta Questione di feeling, canzone famosa per l’interpretazione a due voci fatta da Mina e Riccardo Cocciante qualche decennio fa. Non esclude la possibilità di duettare ancora con il cantante toscano.

È grata a Biagio Antonacci perché le ha regalato prestigio e sicurezza. E in lei il cantautore ha creduto, ipnotizzato da quello sguardo che punta dritto all’interlocutore, gli occhi di chi non ha paura di mettersi in gioco e che non teme di dire quello che pensa. Infatti, Loredana ha sempre reagito alle critiche con pacatezza ed educazione, mantenendo, tuttavia, ferma la convinzione che l’espressione attraverso il canto debba essere libera da condizionamenti. Avesse dato ascolto ai detrattori, avrebbe rinunciato alle ormai famose “tarantolate” o ad esibirsi nel canto mettendo in mostra la sua multivocalità , spesso criticata a torto, perché proprio questa sua caratteristica fa sì che una canzone cantata da Loredana non sarà mai uguale a se stessa ma cambierà ad ogni interpretazione.

Dice di non essere una santa –e chi lo è?- ma ammette che Dio fa parte della sua vita e che è un’entità cui tiene moltissimo, che le ha dato felicità ma anche dolore, come se volesse metterla alla prova. E di prove ne ha superate tante, Loredana, prima fra tutte quella di essere inconsapevolmente strappata a un destino sicuramente diverso: i suoi genitori adottivi, infatti, le hanno permesso di sperare in una vita migliore di quella che le sarebbe stata riservata se fosse rimasta in Romania, la sua patria. Ma ora il dolore è lontano e le si prospetta un futuro felice e ricco di successi, forse anche in campo affettivo. Sull’amore non si sbilancia ma a proposito della gelosia, di cui implicitamente tratta la sua canzone “L’ho visto prima io”, dice ridendo che è giustificata solo se tra due persone si intrufola il terzo incomodo.

Lei che è arrivata seconda, come lo scorso anno è successo a Valerio Scanu, pensa di tentare l’avventura sanremese emulando gli “ex amici”? Pare di no. Oddio, se Sanremo dovesse bussare alla sua porta … ma non è una delle sue mete. Allora a che cosa aspirava davvero? Loredana voleva solo che qualcuno la notasse. E c’è riuscita. Alle volte arrivare secondi ad “Amici” può essere un vantaggio.

PER VEDERE LA VIDEO INTERVISTA DI TGCOM CLICCA QUI.

[foto Lapresse, sito Tgcom]

A “DOMENICA 5” SANTANCHÈ SI SCONTRA CON IMAM

santanchèPrimo pomeriggio acceso oggi su Canale 5. Ospiti di Barbara D’Urso, nel salotto di Domenica 5, Daniela Santanchè e un imam (di cui non ricordo il nome né la provenienza) sul tema: quale integrazione culturale? Inutile dire che i due, assieme ad altri ospiti che spalleggiavano l’uno e l’altra, non sono arrivati a nessun risultato. Ognuno è rimasto, infatti, della stessa opinione di prima: la Santanché, reduce da un pestaggio avvenuto a Milano ad opera di musulmani che non gradivano la sua interferenza nelle usanze delle donne islamiche (leggi burqa e simili), continua ad essere dell’idea che verso le donne l’islam, e le sue “incivili” usanze, non ha alcun rispetto, che esse sono sottomesse all’uomo che le obbliga ad indossare il velo e il burqa e che, talvolta, le uccide perché non si adeguano alla rigida disciplina dettata dalla fede. Dalla parte opposta l’imam, udite udite, ritiene che nessuno fa violenza alle donne, nemmeno psicologica, che esse sono libere di decidere e se vogliono portare il velo o il burqa, lo fanno spontaneamente e senza costrizione alcuna perché è una pura e semplice questione culturale. In riferimento agli omicidi di cui si è parlato in trasmissione –quello di Hina risalente a due anni fa e quello di Sanaa di pochi giorni fa – l’imam ha sottolineato che non esiste religione al mondo –e per fortuna!- che impone all’uomo, padre o marito o fratello, di uccidere una donna “indisciplinata”. No, la religione non c’entra, perché la violenza, in questi casi, riguarda gente che non va in moschea a pregare e non ha legami con la comunità musulmana. Ne consegue che questi padri sono dei violenti perché non osservanti e che sono integrati a tal punto da trarre spunto dall’esempio degli italiani, badate bene, della violenza tutta italiana.

Questi, in sintesi, gli argomenti addotti a sostegno della tesi che l’islam non può essere violento perché nessuna religione lo è, in quanto Dio è buono e non può indurre alla violenza. D’altra parte, i miscredenti, di qualsiasi fede e cultura, sono violenti perché non hanno quello che si suole chiamare “timor di Dio”. Tale ragionamento, a rigor di logica, non farebbe una piega. Tuttavia, mi permetto di osservare che nessun esempio di violenza può condizionare le scelte di uomini sani di mente, oltre che timorosi di dio e delle sue punizioni eventuali. Se così fosse, dovremmo essere tutti violentatori ed omicidi. Se il signor imam chenonsocomesichiama la pensa in questi termini, ha evidentemente dimenticato le stragi che l’islam ha compiuto durante tutto l’arco della sua storia, sia attraverso la jiad sia attraverso gli atti terroristici.

È vero che la Santanchè un po’ se l’è andata a cercare. Un’italiana convertita all’islam presente al dibattito, Sonia Martini, ha preso le difese dell’imam -manco a dirlo- e ha attaccato la Santanchè attribuendole l’atto oltraggioso di aver interrotto una cerimonia islamica solo per far politica e dimostrando un totale menefreghismo nei confronti delle usanze delle donne musulmane. Al che la replica della Santanchè è stata: loro hanno dimostrato insensibilità nei confronti della nostra cultura e religione andando a pregare proprio davanti al duomo di Milano, simbolo della cristianità. La replica mi è parsa scontata: gli islamici hanno l’obbligo delle cinque preghiere quotidiane e, ovunque si trovino, si rivolgono alla Mecca e pregano. Ok, si può anche essere d’accordo, così come sono convinta che la Santanchè potrebbe occupare il suo tempo in modo diverso, senza andare a rompere i cosiddetti alle donne che indossano il burqa, invocando il rispetto della legalità. Tant’è che la stessa Maritini, supportata dall’imam, ha sottolineato che lei non ha alcun ruolo nel controllo degli eventuali comportamenti illegali, in quanto non è un poliziotto né un magistrato. Anche su questo, niente da eccepire.

Il motivo del contendere, l’indossare il burqa e la palese sottomissione delle donne islamiche ai loro uomini, ha avuto un appoggio anche da Vittorio Sgarbi, in collegamento da Bologna. Meraviglia delle meraviglie, all’inizio del discorso ha usato un tono pacato, facendo dei ragionamenti accettabili, sembrava, quasi, stare dalla parte della Santanchè, poi ha iniziato ad urlare riprendendo il suo solito atteggiamento assai sgradevole. Comunque mi è parso appoggiare la causa delle donne islamiche che sono libere di assecondare come vogliono i loro uomini, a patto, però, che quest’ultimi non le uccidano ad ogni trasgressione. Mi pare sensato ma anche molto scontato.

Parlare di integrazione culturale è assai difficile. Io ho tentato più volte (ad esempio qui ) ma ho concluso che non ci sarà mai un’integrazione completa, soprattutto da parte degli emigrati di una certa età. Ma i loro figli e poi i loro nipoti, se rimarranno qui, potranno veramente integrarsi perché considereranno questa la loro patria. Ciò non toglie che il loro essere “occidentali” disturberà sempre i “vecchi” più legati alle tradizioni e ci saranno sempre delle scelte fatte dai figli e forse anche dai nipoti che non verranno comprese e condivise. Spero comunque non si arrivi ancora ad uccidere.
Una cosa giusta, però, la Santanchè l’ha detta a Domenica 5: spesso questi immigrati non conoscono la lingua e senza questo presupposto, senza la volontà vera di apprendere l’idioma usato nei Paesi d’arrivo, non solo in Italia, non ci può essere integrazione. Intervistate, le madri delle ragazze uccise hanno avuto bisogno di un interprete che, forse, ha tradotto i testi in modo da far dire loro parole mai pronunciate. Io, personalmente, sono rimasta scioccata nel sentire le parole di perdono e di approvazione nei confronti del gesto del marito da parte della madre di Sanaa. Come dice la Santanchè, può anche darsi che queste donne appoggino in tutto e per tutto i loro uomini perché sono abituate ad essere sottomesse e non hanno il coraggio di opporsi al volere dei maschi, temendo chissà quali punizioni.

Infine, parlare di integrazione è possibile e sono sicura che il dialogo ci sarà con le prossime generazioni. Per il momento, però, i tempi non sono maturi. Proprio per questo personalmente non appoggerei la proposta di Gianfranco Fini che vorrebbe concedere la cittadinanza agli immigrati dopo soli cinque anni. Prima bsogna abbattere i pregiudizi da entrambe le parti. Un punto d’incontro è auspicabile, ma a me viene in mente ciò che qualche anno fa una mediatrice culturale disse in classe durante un intervento sull’islam: noi nasciamo tutti musulmani. Chi non segue questa strada cade nell’errore.. Allora sono rimasta senza parole e ho incrociato gli sguardi perplessi dei miei allievi a cui ho intimato il silenzio. Come si fa a discutere una cosa del genere detta in tono così perentorio?

INTEGRAZIONE del 16 OTTOBRE 2009
Per chi si è perso la puntata … ecco il video. Per le altre parti, questo è il LINK.