6 marzo 2013

QUANDO INDOSSARE LE CALZE ERA SINONIMO DI ELEGANZA

Posted in donne, moda tagged , , , , , , , , , , , , , , , a 5:32 pm di marisamoles

storia calze
Non so se l’avete notato: da qualche tempo va di moda non indossare le calze (o i collant) in tutte le stagioni. Specie nello star system uscire di casa con le gambe coperte, d’inverno soprattutto, per recarsi a qualche serata mondana, alle sfilate di moda, a qualche trasmissione televisiva come ospiti, alla consegna di un premio o semplicemente per fare shopping in centro, pare sia diventato molto out. Insomma, sotto il cappotto niente … o quasi.

Ricordo un matrimonio a cui partecipai, appena ventenne, in pieno luglio. La temperatura era prossima ai 30° eppure mia madre mi obbligò ad indossare un collant velatissimo perché, diceva, andare a nozze senza calze era una cosa davvero da cafoni. Così, con addosso il mio bel vestitino di seta pura color rosa (confezionato dalle mani di fata della mia mamma), i collant e il cappellino in testa, in tinta con l’abito e con tanto di veletta (altro accessorio cui non si deve rinunciare mai, secondo la genitrice, in occasione di un matrimonio), uscii di casa e … fui derisa da tutti. Ecco il prezzo che si deve (doveva?) pagare per essere eleganti. Ma, come diceva l’amato Poeta: tra li lazzi sorbi / si disconvien fruttare al dolce fico (lo lascio al maschile ché è meglio).

Per il mio matrimonio scelsi di indossare le calze e il reggicalze, uno di quelli che mia mamma indossava negli anni Cinquanta, tutto di raso e pizzo guarnito con un piccolo nastro di seta azzurro … la tradizione che impone alla sposa di indossare qualcosa di vecchio e di azzurro era salva. Naturalmente nessuno ebbe da dire alcunché, anche perché nessuno mi sollevò la vaporosa gonna dell’abito da sposa né io l’alzai, come si usa, per fare vedere la giarrettiera.

Insomma, per la mamma non è concepibile andare a teatro o a qualche cerimonia pubblica senza indossare le calze. Ma quando sono state inventate?

Già nelle tombe dei faraoni egizi sono stati ritrovati frammenti di calze lavorate a maglia, mentre si sa che gli antichi Romani avvolgevano le gambe con fasce di tela o lana. L’uso delle calze (parola che deriva da calcea, d’uso nel latino tardo settentrionale, derivata dal maschile calceus che indicava la scarpetta di cuoio fine indossata in casa oppure nella commedia teatrale, che a sua volta sembra derivare da calx, “tallone”) era un tempo esclusiva delle donne più ricche e comunque non era un vezzo poiché una signora non poteva andare in giro mostrando le gambe. Fu così che solo nel Medioevo, dopo il 1300, si diffusero le calze di panno e di seta, lunghe fino al ginocchio e quasi sempre di colore rosso.

Solo intorno al 1400 le dame veneziane diffusero la moda delle calze lunghe, antenate della più moderna calzamaglia, ricamate a mano e impreziosite da trine e merletti.
Nel 1589 l’inglese William Lee inventò il primo telaio per produrre le calze in serie. La produzione divenne sempre più imponente con il passare dei decenni, fino ad arrivare, nel Seicento, alla nascita della potente corporazione inglese dei “calzettai”.

Durante il Rinascimento fecero anche la loro comparsa le prime giarrettiere che, in verità, erano solo dei laccetti che stringevano le calze sulle gambe.
Nel Seicento si impose il corsetto, una specie di guaina che avvolgeva il corpo della donna da sotto il seno fino al ventre, composto da tela rinforzata da stecche. Ben presto divenne l’indumento intimo per eccellenza; nell’Ottocento, infatti, tutte le donne volevano avere il “vitino da vespa” (Rossella O’Hara docet).

Proprio nel XIX secolo l’utilizzo delle calze, di lana o seta, ebbe il suo exploit. Poiché era sconveniente per una donna mostrare le gambe, le calze portavano un decoro (intarsio o ricamo) sul collo del piede o sulla caviglia. Erano sorrette dalla giarrettiera che, secondo una leggenda, fu inventata da Gustav Eiffel (sì, proprio quello della torre parigina!), ma in realtà fu il merciaio Fereol Dedieu a idearne, nel 1876, un prototipo destinato ad essere sostituito dal più comodo reggicalze, creato dal sarto Paul Poiret attorno al 1910. Pare che l’immagine di Marlene Dietrich, seducente nel suo reggicalze nero, che comparve nella locandina del film L’angelo azzurro, abbia contribuito a lanciare questo
indumento intimo.

marlene dietrich

Fu, però, soltanto negli anni Trenta che l’uso delle calze si impose definitivamente, grazie all’invenzione della fibra di nylon, la prima fibra sintetica definita “resistente come l’acciaio e delicata come una ragnatela”. La ditta che ne iniziò la produzione si trovava negli Stati Uniti d’America.
Il chimico francese Eleuthère Irènèe DuPont de Nemours, immigrato nello stato americano del Delaware, nel 1802 aveva aperto un impianto per la produzione di polvere nera. Da quella piccola azienda di tipo familiare nel 1938 uscì il nylon inventato da Wallace H. Carothers.
La vendita delle calze di nylon all’inizio fu esclusiva di pochi negozi di Wilmington, il centro in cui aveva sede la DuPont de Nemours. Ma la richiesta che ben presto provenne da tutto il Paese, convinse la piccola azienda a distribuire il prodotto sul mercato americano. Dopo il primo anno le vendite avevano già raggiunto la quota di 64.000.000 paia, decretandone il successo.

Erano calze eleganti con la cucitura dietro la gamba che aveva il pregio di impreziosire l’arto femminile. Tant’è che quando, con lo scoppio della II Guerra Mondiale, la produzione fu interrotta, le donne si disegnavano sulle gambe quella cucitura posteriore, quasi potessero rinunciare alle calze ma non al vezzo.
Negli anni Cinquanta si assiste a un vero e proprio boom: le calze di nylon rinunciano alla cucitura ma vengono prodotte in svariati colori e velature. La produzione lievita e i costi diminuiscono, portando l’indumento intimo alla portata di tutte le gambe, o quasi.

sofia loren

Quando, negli anni Sessanta, sempre grazie al marchio DuPont, viene lanciato sul mercato un nuovo materiale sintetico, la lycra, inizialmente utilizzata nelle calze medicali, il passo verso i collant è breve. Contemporaneamente all’invenzione della minigonna, idea geniale dell’inglese Mary Quant, s’impone il collant di pizzo, antesignano dei più moderni collant decorati in modo vario e dei nuovissimi footless (o leggins che dir si voglia). Siamo arrivati agli anni Settanta e la fantasia delle case produttrici di collant pare sfrenata. Contemporaneamente tornano di moda le calze ma le giarrettiere e i reggicalze sono definitivamente chiusi nei bauli delle nonne e bisnonne: è ormai giunta l’ora delle autoreggenti.

Insomma, da questa breve “storia della calza” si può dedurre che la storia della biancheria intima è parallela a quella della liberazione femminile: il cambiamento dei modi di vestire segna il passaggio dalla condizione sociale di costrizione a quella di libertà. Sembra quasi che ora si sia imboccata la strada a ritroso oppure che la libertà vada intesa, oggi, come esibizione della nudità, libertà conquistata dopo aver messo nel cassetto le calze e i collant. Peccato, però, che non tutte le donne siano delle top model (anche loro, comunque, non sono perfette) e che così si mettano a nudo anche i difetti: cellulite, in primis, ma anche fragilità capillare, vene varicose, rughe dovute all’età, pelle cascante per le più magre e cuscinetti adiposi per le più in carne.

E chiamiamola libertà. A me pare solo mancanza di buon gusto.

anne-bancroft

[immagine sotto il titolo da questo sito; immagine Marlene Dietrich da questo sito; foto di Sofia Loren da questo sito; foto di Anne Bancroft da questo sito. FONTI: abitiantichi.it, wikipedia, calze.com, liberaeva.com]

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28 Mag 2012

LA “CLASSE” NON È ACQUA … E NEMMENO LA PROF

Posted in affari miei, Esame di Stato, scuola tagged , , , , , , , , , , a 10:47 pm di marisamoles


Venerdì sera sono stata alla cena di matura della mia quinta. A parte il fatto che sono appena rientrata da una tre giorni al mare (e ci voleva proprio!), quindi non ho fatto in tempo a trasferire sul blog le mie emozioni tempestivamente, ma devo dire che questa esperienza non è stata poi molto diversa rispetto all’altra. Quindi, anche se mi impegnassi ora, finirei con lo scrivere un post quasi identico.

Ora, non vorrei che i miei attuali allievi si offendessero: loro sono diversi, è vero, ma quando li si vede al di fuori dell’aula scolastica, tutti belli ed eleganti, i sentimenti che animano una “vecchia” prof che, a dispetto dei 4 in latino che non ha mai fatto mancare loro, ha un cuore grande così, sono sempre quelli. Vedere dei ragazzi che fino al mattino erano seduti ai loro banchi, con le magliette e i jeans sempre uguali, come stereotipati, e poi osservarli mentre si muovono, sorridono, chiacchierano, urlano, allegri nei loro begli abiti, le ragazze con i tacchi vertiginosi (un’invidia pazzesca!), le scollature, le schiene scoperte, le acconciature curate, i ragazzi in giacca e cravatta (non tutti, ma tutti comunque diversi rispetto a quei tipi sonnacchiosi che mi guardano dal banco troppo stretto, che quasi li fa sembrare dei giganti) … insomma, è uno spettacolo emozionante.

In una cosa, però, questi miei studenti che fra poco dovrò salutare, perché non sarò io ad accompagnarli all’esame di stato (e mi dispiace un sacco), si sono distinti. Gli altri, qualche anno fa, mi avevano incoronata “poeta vate”, in virtù del mio talento poetico giovanile, ed avevano trascritto su una “pergamena” un mio vecchio componimento in versi; i miei allievi di adesso, invece, mi hanno dedicato una poesia che se non mi ha emozionata a tal punto da scoppiare in lacrime è stato solo per l’imbarazzo provato di fronte alle colleghe presenti che, diciamolo, un pochino di invidia devono averla provata. Per non parlare delle rose – rosse, naturalmente – che hanno donato a me sola … Insomma, posso garantire che l’emozione c’è stata e continua ad esserci ogni volta che rileggo quelle parole di stima. Anche se, come ho detto loro, a leggerle pare che io non abbia fatto altro, in quella classe, che insegnare il bon – ton. Posso assicurare che non è così anche se, effettivamente, non posso assicurare che tutti abbiano davvero imparato quello che ho loro trasmesso con tanta passione.

Soprattutto posso assicurare che, se è vero che mi hanno apprezzata anche per la mia eleganza (e di ciò sono sinceramente e positivamente colpita), è anche vero che almeno un elegantiae arbiter, visto che il Latino gliel’ho insegnato e di Petronio abbiamo parlato recentemente, nella poesia ce lo potevano pure mettere.

GRAZIE, COMUNQUE, RAGAZZI!

P.S. Per leggere bene il testo della poesia, cliccare sull’immagine.

28 settembre 2008

DEBUTTANTI? NO, GRAZIE!

Posted in reality show tagged , , , , a 4:56 pm di marisamoles

ballo-debuttanti_cast-professionisti1Sabato pomeriggio, mentre facevo zapping annoiata e in procinto di schiacciare il solito pisolino, mi sono imbattuta in una puntata – sommario de “Il ballo delle debuttanti”.

Premetto che non ho mai visto la trasmissione, né ho alcuna intenzione di farlo in futuro. Tuttavia, incuriosita dalla scena che mi sono trovata di fronte, quella in cui a una concorrente della squadra Pop veniva chiesto di mangiare degli spaghetti al pomodoro, ho volentieri rinunciato al riposo e a cambiare canale. Della trasmissione sapevo che tra due squadre, una Chic e l’altra Pop, costituite ciascuna da sei concorrenti, attraverso varie sfide, prevalentemente basate sul ballo, sarebbe uscita la vincitrice, cioè la “debuttante” da mandare al ballo.

Dal sito apposito leggo che “il Gran Ballo Viennese delle Debuttanti, nella romantica e suggestiva cornice dei saloni di Palazzo Brancaccio a Roma, nasce dall’esigenza di condividere con le nuove generazioni un’emozione unica, un sogno che porterà ciascuna delle 25 debuttanti, tutte di età compresa fra i 17 ed i 23 anni, a riassaporare i valori e le tradizioni dei famosi balli viennesi.”. Seguono gli intenti benefici della manifestazione, sempre lodevoli ma mai troppo sentiti. Insomma, se uno decide di parteciparvi, è per mettersi in mostra e non certo per fare opere di bene. Per quelle sarebbe opportuno aderire alle molte iniziative superpubblicizzate e comunque sempre in modo discreto, non troppo plateale.

Ma torniamo alla poveretta alle prese con gli spaghetti. Era evidente il suo imbarazzo ma anche il disappunto; evidentemente si chiedeva perché mai fosse costretta a far vedere a tutti come li mangiava: seduta con poca grazia, gambe accavallate a fianco del tavolino, con la forchetta che proprio non ne voleva sapere di trattenere gli spaghetti arrotolati, tanti ne coglieva e la metà li faceva ricadere sul piatto, fino all’intuizione di prendere il cucchiaio per aiutarsi ma senza troppa convinzione che in tal modo l’operazione le risultasse più semplice, piuttosto perché pensava che il galateo richiedesse l’ausilio dell’utensile in questione. Niente di più sbagliato … bastava guardare il volto esterrefatto dell’insegnante di portamento, facente parte della giuria, che aveva chiesto tale prestazione.

La reazione di parte della giuria è stata feroce: perché accanirsi in quel modo? È davvero importante vedere come mangiano se poi devono andare al ballo? La ragazza, poi, indispettita continuava a ripetere che lei voleva essere se stessa e basta. Ma finiamola, dico io, con la storia che durante i reality, di qualsiasi tipo si tratti, i concorrenti tengano sempre a precisare che loro “sono se stessi”. Ma chi gli crede? Se le Pop devono per forza essere anticonformiste, libere di esprimersi anche a costo di fare le figuracce, altrettanto costruite mi sono sembrate le concorrenti Chic, sempre aggraziate e corrette nelle loro prestazioni, ma tanto tanto finte. Afflitte per aver perso due puntate consecutive, tornate a “casa”, hanno espresso il loro rammarico con garbo e desolatamente si sono chieste come mai il pubblico non sappia apprezzare la loro classe.

Ma il problema di fondo qual è? È la trasmissione. Perché se si deve scegliere una ragazza da mandare al Ballo delle Debuttanti, non si può ignorare che debba rispettare un certo cliché al quale, volenti o nolenti, costruite o meno, rispondono le ragazze Chic. Quindi è del tutto impensabile che, dovesse vincere una Pop, possa essere in grado di atteggiarsi a gran dama. A meno che le Pop si convincano che i consigli dati dalle esperte di bon ton e portamento non siano solo strumenti di tortura per far vedere a tutti che il galateo proprio lo ignorano. È inutile che continuino a dire che sono “se stesse”: è ovvio che abbiano delle precise istruzioni da seguire su come comportarsi.

Però io mi domando: se Pop è l’abbreviazione di “popolare”, perché si confonde il significato della parola facendola diventare sinonimo di “cafone”? E perché per essere “se stesse” le poverette della squadra Pop devono attenersi ad un modello che nemmeno esiste più, quello di ragazzotte di provincia, senza né arte né parte, con poca cultura e ancor meno educazione?

Alla fine mi sono convinta che ciò che più conta per le concorrenti è apparire in tv, né più né meno di altri partecipanti ai reality che impazzano su ogni canale, in qualsiasi stagione, con l’audience che ci rende tristemente consapevoli di quanto siano discutibili le scelte del pubblico, quello sì popolare, nel vero senso della parola.

E ancora, è mai possibile che i giovani oggi ricerchino solo la fama e la visibilità? Non bastavano le Veline, i ragazzi di Amici e i tronisti? Come si fa a trasmettere alle nuove generazioni il senso della vita comune, quella fatta di gesti d’amore, di solidarietà, di concretezza? Se il sogno di quelle ragazze è davvero il ballo, perché non provano a pensare all’umiltà con cui la povera Cenerentola affrontava la prova più importante della sua vita, senza fiatare di fronte al divieto di fare tardi – a mezzanotte a casa e poi il sogno finisce! Solo per la sua modestia e per l’assenza di rancore nei confronti di chi non la rispettava, alla fine è lei che ha ottenuto il premio.

E non pensiamo che siano solo fiabe; si sa che sotto sotto c’è sempre una morale.

È un luogo comune quello secondo il quale i ragazzi di oggi sono maleducati, senza valori né rispetto per le regole, sfrontati e trasgressivi … non è così per tutti, ovviamente. Ma se alla televisione passa il messaggio che per ottenere un premio bisogna essere sfrontati, polemici e determinati a fare di testa propria, tanto non si ascolta nessuno, cosa ne sarà, davvero, delle nuove generazioni?

Un vecchio detto recita che “La classe non è acqua”. Ora ho l’impressione che la classe sia la Coca – Cola: attraente, irresistibile, colorata, frizzante … peccato per quel “ruttino” che spesso, dopo averla bevuta, non si riesce proprio a trattenere!

ANNA SCRIGNI

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