UMBERTO VERONESI BOCCIA LA “SCUOLA CHE BOCCIA”

umbertoveronesiUmberto Veronesi, classe 1925, scienziato di fama mondiale, eletto nelle file del Pd alle ultime elezioni, oltre ad essere senatore della Repubblica riveste il ruolo di membro nella 7^ commissione permanente nel settore Pubblica Istruzione e beni culturali. Dall’alto del suo scranno, attraverso il quotidiano La stampa,tuona contro questa “scuola che boccia”, fiore all’occhiello, si fa per dire, del ministro Gelmini. Perché lei ne va fiera di questa scuola che, dati alla mano, ha rivelato di essere quella “del rigore e delle severità”, una scuola in cui l’aumento delle bocciature (ma le percentuali sono ancora tutte da vedere perché pare che poi quest’aumento non sia così significativo) è indice di una maggior serietà dei docenti. Accanto a questo indice inconfutabile ve n’è però un altro, a parer mio: quello che attesta un aumento di studenti poco impegnati che, abituati a sprecare ben poche energie sui libri di testo, pensavano di cavarsela anche all’esame. Ma così non è stato.

Chiarisco subito una cosa: anch’io sono dell’idea che una scuola che boccia di più non sia la soluzione ai problemi, fin troppo evidenti, della pubblica istruzione. Nel momento in cui si grida un no deciso alla dispersione e all’abbandono, si finanziano progetti ad hoc per prevenire la fuga dalle aule scolastiche, bisognerebbe chiedersi se l’aiutare gli studenti nei primi anni di scuola superiore –ricordiamoci che il biennio è a tutti gli effetti scuola dell’obbligo- significhi davvero fare il loro bene. Perché una scuola che boccia è da denigrare, certamente, ma ancor più degna di biasimo è la scuola che aiuta, che fa passare tutti, chiudendo un occhio, anzi tutti e due. A volte fra i docenti s’insinua una malattia subdola: la cecità. Una malattia da cui si guarisce non appena si lascia l’aula scolastica, però. Capita spesso, seppur con la convinzione di aver fatto bene ad essere così ciechi. E quando capita tutto ciò? Ad esempio dopo aver dato un 6 ad un allievo che non se lo meritava, mettendosi in pace la coscienza con la solita frase: “va be’, diamogli una possibilità, poverino”, oppure pensando che un 6 regalato sia una sorta di premio incentivante, e allora la coscienza la si mette a posto pensando “se lo gratifico un po’, questo mezzo somaro, la prossima volta s’impegnerà di più”.

Pensieri errati quelli che corrono nella mente dei prof, a volte troppo stanchi e demotivati per comprendere che il bene degli allievi non lo si ottiene in questo modo. A volte bisognerebbe pensare che la scuola deve cambiare, le prove di valutazione devono essere diverse, la valutazione stessa dovrebbe essere più oggettiva. Altre volte sarebbe necessario interrogarsi sul percorso didattico: se faccio questo, sarò interessante? Se la lezione la propongo in modo meno frontale, coinvolgendo gli allievi, sarò meno noioso? Se il recupero lo organizzo “a piccoli passi”, invitando gli allievi in difficoltà ad organizzare lo studio per argomenti e, invece di chiederglieli tutti in una volta, sondo la loro preparazione in momenti diversi, i risultati saranno migliori e permanenti?. Sì, si può fare anche così e l’insegnante ce la mette tutta, ma poi pensa che di allievi ne ha 28 o anche 30 per classe, che quelli veramente in difficoltà sono pochi, che possono organizzarsi da soli lo studio, che hanno la possibilità di frequentare i corsi di recupero o di affidarsi allo sportello IDEI. Certo, ce la possono fare anche da soli gli studenti insufficienti. Peccato, però, che si pensi in questo modo solo durante l’anno, per poi arrivare alla conclusione che se uno non ce la fa, non ce la fa. Che non si può cavare il classico ragno dal ben noto buco, che se uno ha sbagliato scuola, perché magari ne ha scelta una troppo impegnativa per la sua volontà o troppo difficile per le sue capacità, allora quello stesso docente che fa? Si autoassolve. E quando lo fa? Allo scrutinio finale.

Sempre allo scrutinio finale di giugno si decide, poi, di ammettere all’esame chi zoppica da anni. “Diamogli una possibilità”, si pensa sempre con l’intento di far del bene. Ma quanto male si faccia all’allievo in questione non si perde tempo a valutarlo. Certo, una volta ammesso all’esame, se la vedrà la commissione, caso mai saranno i commissari interni a prendere le sue difese. C’è da giurarci che questi Ponzio Pilato esistano e che si comportino così per il bene dell’allievo. Senza contare che loro passano l’estate in tutta tranquillità, con la coscienza pulita perché tanto, quello che si poteva fare è stato fatto. Dall’altra parte, però, l’allievo bocciato se la rovina l’estate e con lui tutta la sua famiglia. E nessuno penserà che quella bocciatura se la sia meritata: come si fa a bocciare uno dopo averlo ammesso all’esame? Mah, come si fa proprio non lo so. Non sarebbe nemmeno tanto giusto avere la matematica certezza che una volta ammessi all’esame si venga promossi, ma questo ragionamento non sfiora nemmeno la mente degli studenti. Per forza, se li hanno sempre “mandati avanti”, perché mai fermarli all’esame? Diamogli un bel calcio nel sedere, il ben poco meritato 60 e via …

Dopo aver fatto questi ragionamenti, quasi un flusso di coscienza, sarei anche disposta a dar ragione a Veronesi quando afferma:

Io sono convinto che il fallimento, o la «sconfitta finale», se vogliamo, non sia dei ragazzi bocciati, ma della scuola, intesa come sistema formativo ed educativo nel suo insieme. Credo che non dovrebbe succedere che solo alla fine della fase fondamentale del cammino scolastico ci si renda conto che uno studente non è idoneo a proseguire, o ad accedere a una professione. Penso che sia un segnale preoccupante, che può indicare che la nostra scuola non è in grado di capire e interessare i nostri ragazzi, e deve ricorrere a strumenti di autoritarismo obsoleto per stimolare un percorso di crescita.

Oppure quando rincara la dose addossando la responsabilità del fallimento degli allievi agli insegnanti che non tengono conto della capacità innovativa e creativa. Due doti che la scuola attualmente non incentiva e non valuta. Sono convinto che la punizione (quale di fatto è la bocciatura alla maturità) non serva alla maturazione di un diciottenne. Servirebbe invece che la scuola fosse un luogo di formazione di una coscienza individuale, ruolo oggi giocato prevalentemente dalla tv e da Internet.
Eh già, come si fa a competere con la tecnologia, con Internet, ad esempio. È una battaglia persa in partenza se pensiamo agli stimoli che provengono ai giovani dalla rete, Peccato, però, che molti dei nostri studenti alla rete si affidino per “svolgere i compiti”, che sul web, da disperati quali sono di fronte ad una traduzione di latino o di greco, trovino la soluzione ai loro problemi, scaricando la versione bell’ e pronta. Peccato che non si consideri che i programmi stessi delle nostre scuole siano vastissimi e, diciamolo, noiosissimi se confrontati con la vivacità di certe trasmissioni televisive –naturalmente non culturali- e di certi programmi informatici. Peccato, però, che i programmi scolastici, noiosi o meno, li si debba svolgere, soprattutto in quinta quando c’è l’esame, altrimenti il commissario esterno crederà che il collega interno non abbia fatto nulla o gli studenti stessi addosseranno la responsabilità della loro impreparazione al docente che non ha fatto bene il suo lavoro. (A questo proposito, leggi qui )

La scuola non è malata, signori miei, è solo vecchia e pure io, nonostante gli innumerevoli corsi frequentati per diventare un’insegnante efficace, non mi sento più tanto giovane. E il ministro Brunetta ha appena deciso di mandarmi in pensione a 65 anni. Una condanna senza possibilità di appello, non ci sono attenuanti che tengano.
Proprio perché anch’io, come Veronesi, amo profondamente i nostri ragazzi e ritengo che la nuova generazione sia straordinaria per intelligenza, apertura mentale, ricchezza di ideali e generosità, non vorrei scoraggiarli, ma se Brunetta non cambia idea, povera me … e poveri i miei futuri allievi!

SCUOLA: AUMENTANO I BOCCIATI. PARERI A CONFRONTO

scuola e socialeIn questi giorni il MIUR ha diffuso i dati relativi alle bocciature degli allievi delle scuole secondarie di I e II grado. Dopo un sensibile aumento degli studenti non ammessi all’Esame di Stato sia nelle secondarie di I grado (il 4.4% rispetto al 2.1% dello scorso anno ) sia nelle scuole superiori (circa il 6% contro il 4,3% dello scorso anno), anche il numero degli studenti che non hanno superato l’esame di maturità è destinato ad aumentare: si passerebbe dal 2,5% , cioè circa 12mila studenti, al 3,1% degli studenti non dovrebbe ottenere il diploma, circa 3000 studenti in più rispetto al 2008. Il condizionale è d’obbligo poiché i dati devono essere ancora confermati.

Non è migliore la situazione per quel che riguarda gli anni intermedi: aumentano, infatti, le bocciature in entrambi i gradi di scuola. I dati rilevati parlano di un aumento di circa 12 mila studenti non ammessi alle medie rispetto al 2008, mentre alle superiori il numero dei bocciati è solo lievemente superiore rispetto allo scorso anno. La percentuale più alta di non ammessi si registra negli istituti professionali, il 23%, segue con il 16,3% negli istituti tecnici e il 16% nell’istruzione artistica. Migliore la situazione nei licei: i più bravi sono i ragazzi del classico con il 4,8% dei non ammessi, seguiti degli studenti dello scientifico, dove il 6,6% non ce l’ha fatta, e dai ragazzi del liceo linguistico con il 5,1% dei bocciati.

Ma tra la promozione e la bocciatura ci sono i cosiddetti “giudizi sospesi”. In questo caso i ragazzi dovranno recuperare i “debiti formativi” superando delle prove di verifica ad hoc che verranno loro somministrate all’inizio di settembre. In base al risultato delle prove e ad un nuovo scrutinio, il destino sarà ben definito: o si ripete l’anno o si viene promossi. Com’è noto, questa procedura è relativamente nuova, in quanto applicata per volontà del ministro Fioroni e mantenuta dalla Gelmini nel settembre 2008, e sostituisce la “promozione con debito” dei precedenti anni. In pratica, una sorta di ritorno ai vecchi “esami di riparazione”.
Il più alto numero di studenti sospesi (31,6%) si registra agli istituti tecnici, seguiti dall’istruzione artistica (31,1%) e dagli studenti degli istituti professionali (30,8%). Ai licei gli studenti si sono rivelati un po’ più bravi: dovranno recuperare una o più insufficienze a settembre il 22% degli studenti del classico, il 25,4% dello scientifico e il 24,7% del linguistico.

Ora veniamo alla grande novità di quest’anno scolastico: la bocciatura con il cinque in condotta. I dati appaiono alquanto allarmanti, se consideriamo i numeri: 3.000 alunni delle medie e 6.500 nelle scuole superiori. Circa la metà (3.000) sono studenti degli Istituti professionali, mentre nei licei classico, scientifico e linguistico solo lo 0,1% di studenti è stato bocciato per il 5 in condotta. Anche negli istituti tecnici e artistici la percentuale è piuttosto bassa: lo 0,4% gli alunni.
Tuttavia, se mettiamo a confronto questo dato con quello relativo alle insufficienze in condotta del I quadrimestre, vediamo che la situazione è nettamente migliorata: agli scrutini intermedi, infatti, i cinque in condotta furono più di 34mila. Già allora il dato, se rapportato alla popolazione scolastica, non era preoccupante (poco più dell’1%), quindi, a rigor di logica, il comportamento dei ragazzi è notevolmente migliorato e i docenti ne hanno tenuto conto. A questo proposito, nel D. M. numero 5 del 16/01/2009 (art. 3, comma 2) si legge:

La valutazione espressa in sede di scrutinio intermedio o finale non può riferirsi ad un singolo episodio, ma deve scaturire da un giudizio complessivo di maturazione e di crescita civile e culturale dello studente in ordine all’intero anno scolastico. In particolare, tenuto conto della valenza formativa ed educativa cui deve rispondere l’attribuzione del voto sul comportamento, il Consiglio di classe tiene in debita evidenza e considerazione i progressi e i miglioramenti realizzati dallo studente nel corso dell’anno, in relazione alle finalità di cui all’articolo 1 del presente decreto.

Quindi, possiamo ritenere che il rischio di non essere promossi per un comportamento inadeguato ha messo in allarme gli studenti che si sono impegnati a migliorare quest’aspetto. Non tutti, certo, ma se teniamo conto dei dati diffusi a febbraio, più di 24.500 allievi, tra scuole medie e superiori, hanno imparato a comportarsi “bene”.

Ma che dice il ministro Gelmini di questi risultati? In un’intervista rilasciata ad affaritaliani.it
afferma che siamo tornati ad una scuola che non promuove tutti. E che distingue tra persone che studiano e persone che non studiano. Tra persone che si comportano bene e persone che non si comportano bene. Una scuola che promuove tutti non è una scuola che fa il bene del ragazzo. Quindi, si esprime sul peso che il voto di condotta ha avuto sulle bocciature sostenendo che è stato molto importante perché ha portato al rispetto dei compagni, dei professori e degli edifici scolastici. Il fatto che il ragazzo venga giudicato non solo per il rendimento ma anche per il comportamento è stato fondamentale.

D’accordo con il ministro si dichiara lo SNALS mentre, ma c’era da aspettarselo, la CGIL Scuola ritiene l’aumento delle bocciature un ritorno alla scuola del passato quella selettiva che lascia indietro i ragazzi e che produrrà una più alta dispersione scolastica. Anche se nessuno mette in discussione la necessità di maggiore serietà e rigore nello studio , secondo il sindacato bisognerebbe rivedere i programmi, i modelli didattici, tenendo conto anche dei cambiamenti che investono la società. Inoltre, il taglio delle risorse aggraverebbe la situazione per quanto riguarda il comportamento degli allievi, poiché in questo modo le scuole rimarranno senza personale in grado di sorvegliarli e arginare il fenomeno del bullismo.

In linea con quest’ultima opinione anche la senatrice Mariangela Bastico, già viceministro all’Istruzione ai tempi del governo Prodi e attualmente “ministro ombra” dei Rapporti con le regioni per il Pd. Nelle pagine del suo blog dichiara che la bocciatura, soprattutto alla fine del percorso di studio, è un insuccesso del singolo ma anche della scuola, che non ha raggiunto il proprio obiettivo di far apprendere. Quindi ritiene che sia sbagliato gioire degli insuccessi degli studenti come, secondo lei, fa il ministro Gelmini la cui scuola rappresenta solo quella dei tagli e del ritorno al passato.

A proposito di tagli, leggo su Tuttoscuola.com che la Gelmini, in un’intervista rilasciata agli studenti del Collegio di Milano pubblicata sul semestrale del Collegio stesso, ha dichiarato che per effetto della manovra in atto collegata all’attuazione dell’art. 64 della legge 133/2008, nessun docente perderà il posto. Questo, almeno, per quanto riguarda i docenti a tempo indeterminato che tutt’al più rischiano il cambio di sede. Poi, però, ammette che c’è il problema dei precari, è vero, ma sono il frutto di cattive politiche che abbiamo ereditato e che adesso dobbiamo gestire senza alimentare illusioni.

Dal canto mio, mi permetto solo una riflessione: quando ero una studentessa liceale, se andavo male (è un’ipotesi, perché in realtà ero brava) era colpa mia perché non studiavo, mentre i miei insegnanti spietati, che non regalavano nulla a nessuno e il sei te lo facevano sudare, erano bravissimi, soprattutto se davano tante insufficienze. Ora che sono un’insegnante, secondo la Bastico e l’opposizione in generale, se i miei allievi vanno male nelle mie materie sono io un’incapace perché il mio insegnamento non è efficace (altrimenti avrei una classe modello). Vorrei capire una cosa: ma è sempre colpa mia?