VALENTINA MELA VERDE: 42 ANNI E NON LI DIMOSTRA


Se il 12 ottobre è una data famosa in tutto il mondo per la scoperta dell’America da parte del nostro compatriota Cristoforo Colombo, a me ricorda l’infanzia. Eh, sì. Mi ricorda la nascita di un vero e proprio mito per me e per tutte le bimbe come me che, non avendo né internet né telefonini, passavano il tempo a fare quel che i bambini d’oggi hanno praticamente dimenticato: leggere.

Il 12 ottobre 1969, nel numero 41 del Corriere dei Piccoli, fa il suo debutto in una striscia settimanale Valentina Mela Verde, un vero e proprio cult nell’ambito del fumetto per ragazze.

Ricordo come fosse ieri l’arrivo del giorno della settimana (non ricordo, ahimè, quale fosse) in cui usciva il Corrierino (nei primi tempi, infatti, si chiamava così, con il diminutivo): quand’ero proprio piccina attendevo che mio fratello lo portasse a casa, poi ho iniziato ad andare da sola all’edicola. In assoluto le prime pagine che svogliavo ogni volta erano quelle che riportavano le avventure di questa ragazzina con una famiglia alquanto strampalata e un amore impossibile per l’amico del fratello Cesare: Gianluca. Me lo ricordo come fosse ieri.

Molte cose avevo in comune con Valentina: la tendenza ad essere romantica, a lasciarsi affascinare dai più grandi, con quel desiderio di crescere il più velocemente possibile. E poi i capelli corti che lei definiva “spinaci”, alludendo al fatto che fossero dritti dritti, proprio come i miei, solo che io li chiamavo “spighette”, con chiaro riferimento ai lacci delle scarpe. Io detestavo i capelli corti ma mia mamma mi obbligava a tagliarli regolarmente finché, quando fui più grandina, imposi la mia volontà e li feci crescere.

Ero talmente “persa” dietro Valentina e le sue storie, sognando il momento in cui anch’io mi sarei innamorata, che quando mio fratello portò a casa un suo amico, per caso Gianluca anche lui e per di più somigliantissimo al protagonista del fumetto, persi letteralmente la testa e mi convinsi che lui sarebbe stato l’uomo della mia vita.

Di tempo ne è passato davvero tanto. Con gli anni sono cresciuti anche i miei capelli e, incredibilmente, sono diventati biondi. Ora non sono più una bambina ma rileggendo le sue storie (almeno una parte di esse) grazie ad Internet, ho l’impressione di essere tornata una ragazzina con la testa piena di bellissimi sogni.

Ed ecco le prime pagine del fumetto apparso quarantadue anni fa su Il Corriere dei Piccoli. (clicca sull’immagine per ingrandirla)

[immagini da questo sito]

LACRIME DI BIMBE CHE NON SARANNO MAI DONNE DAVVERO. L’INFIBULAZIONE


La pratica dell’infibulazione è assai diffusa in Africa e rappresenta, nella “cultura” dei popoli che la praticano, una sorta di rito di iniziazione, cui vengono sottoposte le bambine o le ragazze (si va dai 3 anni ai 12 anni), e che consiste nella mutilazione dei genitali esterni. È una pratica barbara che nessuna religione al mondo potrebbe mai prescrivere ma, per ignoranza, è diffusissima: si stima che circa due milioni di bambine ogni anno siano sottoposte a questo crudele rito (130 milioni nel mondo, in ventotto paesi africani, secondo le stime ONU).

Il motivo per cui si pensa che, nonostante l’atrocità, l’infibulazione sia ancora diffusa, non solo nei paesi africani ma anche presso le popolazioni immigrate in Europa, è che viene dato ad intendere che sia la religione ad imporla. Spesso succede che venga associata alla religione islamica che non prevede assolutamente tale mutilazione. Tuttavia, poiché l’arabo, specie la lingua scritta, è ai più un idioma sconosciuto o utilizzato solo per memorizzare alcune sure del Corano, viene fatto credere alle persone ignoranti che proprio sul libro sacro di Maometto sia prescritto questo rito imposto alle femmine.

Una delle donne più attive nella protesta contro questa usanza barbara è l’attrice e modella Waris Dirie, originaria della Somalia, che Kofi Annan ha nominato ambasciatrice ONU per la lotta contro l’infibulazione. Nel 2002 la Dirie ha deciso di dar vita alla Waris Dirie Foundation a Vienna per portare avanti i suoi progetti e combattere il fenomeno delle mutilazioni da infibulazione. Sul suo sito, si legge “ognuno può aiutare il mio sogno: mettiamo fine alle mutilazioni dei genitali femminili”.
Nel 2007 il presidente francese, Nicholas Sarkozy, l’ha insignita del titolo di Chevalier de la Legion d’Honneur a riconoscimento del suo impegno umanitario.

La Dirie, all’età di circa quindici anni (si pensa che sia nata nel 1965 ma non è sicuro visto che in Africa, in alcuni villaggi, alle bambine non viene dato subito un nome né viene registrata la loro nascita) è scappata dal suo villaggio per sfuggire al matrimonio combinato dai suoi che la volevano dare in sposa ad un uomo di 60 anni, al quale l’avevano venduta per cinque cammelli.
Nel libro Fiore del deserto (questo è il significato del suo nome), autobiografico, racconta anche di essere stata sottoposta, a circa tre anni di età, alla mutilazione dei genitali; così descrive la pratica inumana:

Le vittime vengono mutilate con utensili d’uso comune – quali lame di rasoio, coltelli, forbici o, peggio, con schegge di vetro, pietre appuntite e persino a morsi. Invece di diminuire, il numero delle ragazze che vengono mutilate aumenta. Molti africani emigrati in Europa e negli Stati Uniti non hanno abbandonato questa consuetudine.
Con l’infibulazione la donna viene privata del piacere sessuale, quindi anche del desiderio, mentre la cucitura della vagina
serve a garantire la verginità, assimilata alla purezza: le vergini sono un bene prezioso in Africa ed è questo uno degli inconfessabili moventi dell’infibulazione: mio padre poteva ricavare un ottimo compenso dalla vendita delle figlie belle e vergini.
Se penso che quest’anno due milioni di ragazze subiranno quello che ho subito io, mi sento male e mi rendo conto che quanto più questa tortura andrà avanti, tante più saranno le donne come me, furiose e ferite, che non potranno mai più avere ciò che è stato loro tolto
.

Quella terribile esperienza lasciò un segno indelebile nel suo animo. Così, nel terzo libro pubblicato, Figlie del dolore, descrive un incubo che turba da anni i suoi sonni:

Mi sveglio in un bagno di sudore. È molto presto, non sono ancora le sei. La notte è stata breve e agitata, con terribili incubi che ricominciavano sempre daccapo. Provo a richiudere gli occhi, ma vedo ancora quelle immagini angoscianti: una miserabile stanza d’albergo, piccola e con la carta da parati ingiallita. Una bambina stesa sul letto, di dieci, dodici anni al massimo. Nuda. Quattro donne circondano il letto e la tengono giù. La bambina ha le gambe spalancate, e una vecchia le siede davanti con un bisturi in mano. Le lenzuola sono zuppe di sangue. La bambina grida con quanto fiato ha in gola. Continua a urlare. Grida da strappare il cuore.
Sono state quelle urla a svegliarmi. E anche adesso sembrano riecheggiare nella mia camera. Mi alzo barcollando e vado a bere un bicchiere d’acqua. Guardo fuori dalla finestra. Comincia a far luce. Sono a Vienna, nessuno sta gridando. Era solo un sogno, mi dico
.

Nei suoi libri la Dirie racconta anche dell’assoluta indifferenza con cui sono trattate le donne presso il suo e altri popoli africani: non hanno diritto all’istruzione, non possono prendere iniziative di alcun genere, sono trattate dai padri e dai mariti come schiave e spesso, per ignoranza, perché viene fatto loro credere che quella sia l’unica vita possibile, accettano il loro destino senza fiatare.
Qualcuna, come Waris, ogni tanto si ribella, ma sono ancora troppo poche le donne che hanno coraggio di sfuggire al crudele destino che le attende. La Dirie ha avuto la fortuna di trovare ospitalità da una zia a Mogadiscio, e poi a Londra, nella residenza di uno zio ambasciatore. Lì lavorava per 18 ore al giorno, sette giorni su sette come cameriera, ma quella vita le sembrava sempre migliore di quella che avrebbe condotto se fosse rimasta nel suo paese.
Quando lo zio, concluso il suo mandato, fu richiamato in Somalia, Waris decise di restare in Inghilterra e, da sola, iniziò a guadagnarsi da vivere lavando i pavimenti da McDonald’s. Poiché era analfabeta, si iscrisse a una scuola serale per farsi un’istruzione. Poi, l’incontro che le cambiò per sempre la vita: notata per la sua bellezza da un fotografo, Terence Donovan, posò per lui e da lì iniziò una fortunatissima carriera di fotomodella che la portò sul Calendario Pirelli e nelle campagne pubblicitarie della Revlon. Ha debuttato anche come attrice (in uno degli episodi dell’agente 007), si è fatta una famiglia: oggi è madre di due figli.
Dal libro Fiore del deserto è stato tratto il film omonimo proiettato in prima mondiale al Festival del Cinema di Venezia nel 2008.

Per una donna che ce l’ha fatta a liberarsi dalla schiavitù e a fuggire da una vita grama, molte altre non hanno gli strumenti per ribellarsi. È per questo che ho colto l’invito di un amico blogger, quarchedundepegi, condiviso da un altro amico, frz40, a diffondere l’iniziativa del governo cantonale del Canton Ticino (Svizzera) che sta distribuendo un pieghevole con le informazioni sull’infibulazione, nella speranza che il fenomeno possa essere arginato il più possibile. Per ulteriori informazioni questo è il LINK, mentre per richiedere copia del pieghevole si può scrivere al seguente indirizzo di posta elettronica: dss-umc@ti.ch

Cerchiamo di fare TUTTI qualcosa, senza pensare che la nostra singola azione sia solo un granello di sabbia: TUTTI insieme possiamo formare un deserto dove possano ancora crescere tanti fiori belli e coraggiosi come Waris.

[per le notizie su Waris Dirie e le citazioni dai libri: LINK 1, LINK 2, LINK 3 e LINK 4]