27 febbraio 2013

FUORI DAL PARLAMENTO CON PENSIONI D’ORO

Posted in politica tagged , , , , , , , , , a 9:09 pm di marisamoles

Parlamento-Italiano
Li chiamano i “trombatati”, espressione che non mi piace nemmeno un po’ ma tant’è …
Stiamo parlando dei politici “illustri” (si fa per dire) che, causa avvento delle 5 stelle grilline (perché non “grilliane”?), sono rimasti a bocca asciutta. Dopo un’onorata (sempre si fa per dire) carriera politica, le porte del Parlamento per loro si chiudono inesorabilmente. Però il futuro che si prospetta non è niente male: il portafoglio, fra buoni uscita e pensioni, sarà decisamente più gonfio di quello della stragrande maggioranza di italiani.

Il primo “trombato” eccellente (idem, come sopra) è Gianfranco Fini: l’ex Presidente della Camera fra un paio di mesi intascherà l’assegno di fine mandato (una sorta di liquidazione che spetta ai non eletti, dopo anni di onorevole carriera), che dovrebbe ammontare a circa 260 mila euro netti. Essendo stato eletto per la prima volta nel 1983, Fini può ritirarsi prima dei 65 anni (e perché io devo aspettare i 67 e sono pure una donna?) e si potrà godere la sua pensione d’oro: 6.200 euro mensili, netti netti.

Altro escluso di lusso è Antonio Di Pietro, ex magistrato votato alla politica dal 1996 (nel 1998 ha fondato Italia dei valori), che potrà godere di un assegno di fine mandato ammontante a 60 mila euro, perché ne aveva già ricevuto uno quando fu “bocciato” la prima volta. Anche lui dal mese di aprile otterrà la pensione da parlamentare di circa 4.300 euro netti al mese.

Il più giovane dei “trombati” è Italo Bocchino (classe 1967) che lascia il parlamento con un assegno di fine mandato da 150 mila euro ma non ha diritto né al vitalizio né la pensione per altri diciassette anni. Poveretto! Dovrà iscriversi al collocamento …

E che dire di Emma Bonino? Anche ai Radicali questa volta non è andata bene ma, dopo una lunga carriera politica, il vicepresidente del Senato uscente otterrà una liquidazione da 60 mila euro e una pensione di tutto rispetto: 6.500 euro mensili.

Altro veterano è Franco Marini, già presidente del Senato, che si dovrà accontentare di una liquidazione da 188 mila euro e una pensione mensile netta da 5.300 euro … in aggiunta a quella di cui già gode come sindacalista.

Mi fermo qua e non faccio commenti. Le elezioni sono andate come tutti sanno e le prospettive sono tutt’altro che buone. Una cosa è certa: la politica in Italia costa troppo e gode di privilegi che noi comuni mortali nemmeno immaginiamo. Intanto, però, NOI continuiamo a pagare.

[LINK della fonte]

AGGIORNAMENTO DEL POST, 28 FEBBRAIO 2013

Adesso lo so che farò arrabbiare molti di voi che, numerosi, state leggendo (o avete letto) questo post.
Sul Corriere di oggi, infatti, viene posto all’attenzione dei lettori il “caso Formigoni“.

Roberto Formigoni, governatore della Regione Lombardia per 18 anni, per il suo «reinserimento» non in una vita normale, bensì in Senato, si porterà a casa un bell’assegno: fra i 450 e i 500 mila euro lordi, secondo i primi approssimativi calcoli.
Così spiega Sergio Rizzo, autore del pezzo:

[…] in Lombardia, come in Puglia, la buonuscita dei consiglieri si calcola in ragione di una annualità lorda per ogni mandato di cinque anni. Un meccanismo quasi due volte e mezzo più favorevole rispetto al tfr dei comuni mortali.

Considerando il numero di politici che si trovano nella stessa situazione di Formigoni, l’Italia (cioè noi!) dovrà sborsare più o meno 5 milioni, se tutti i 43 non rieletti fossero stati in carica per il solo ultimo mandato.
Anche il Lazio non è da meno: 3 milioni e mezzo tenendo conto che questa volta la liquidazione spetterà alla stragrande maggioranza degli ex consiglieri.

Che dire? Faccio solo notare che, a proposito di tfr, lo Stato è stato “condannato” dalla Cassazione a rimborsare le trattenute indebitamente applicate sugli stipendi dei dipendenti pubblici (me compresa) per un anno e mezzo. Fatti i calcoli, avrei dovuto avere un rimborso di circa 1.550 euro. Ma il governo Monti che ha fatto? Con un decreto d’urgenza ha ri-trasformato (praticamente un tocco di bacchetta magica!) il tfr in tfs (il trattamento di fine servizio che era stato sostituito), su cui le trattenute erano legittime. 😦

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24 settembre 2012

TUTTI CON SALLUSTI!

Posted in attualità, Legge, politica tagged , , , , , , , , a 10:55 pm di marisamoles

[…] Combatto da oltre trent’anni su quel magnifico ed esaltante ring democratico che è l’infor­mazione. Ne ho più prese che da­te ma non mi lamento, mai ho ri­sposto con querele a insulti e mi­nacce. Ho lavorato al fianco di grandi giornalisti, da Indro Montanelli a Paolo Mieli, da Giu­lio Anselmi a Giuliano Ferrara. A ognuno ho rubato qualcosa. Uno di loro, Vittorio Feltri, da tredici anni è anche un fratello maggiore che mi aiuta e proteg­ge e di questo gli sarò per sem­pre grato. Ho combattuto anche con durezza le idee di tante per­sone potenti e famose, ma non ho alcun nemico personale. […]

Queste le parole di Alessandro Sallusti, attuale direttore de Il Giornale, che mercoledì rischia di vedersi aprire davanti le porte del carcere per poterle vedere riaperte solo dopo quattordici mesi. Questa la pena che dovrà scontare, a meno di un ripensamento in extremis della Corte di Cassazione, per un vecchio articolo pubblicato da Libero quando Sallusti, che non ha firmato il pezzo, ne era direttore.

In Italia, anche se può sembrare assurdo, si rischia la galera per il reato di opinione, retaggio del fascismo, reato che non è mai stato cancellato. Ciò che stupisce, in questo caso, e di cui si stupisce lo stesso Sallusti, è che la critica mossa ad un magistrato che aveva autorizzato una tredi­cenne ad abortire, sia approdata in un tribunale penale anziché risolversi in sede civile. Cosa che spesso accade ai giornalisti, senza molte eccezioni. Si sconta una pena pecuniaria e il caso è chiuso.

Il caso Sallusti, al di là dell’inquietudine che può aver procurato nel direttore che, tuttavia, si dichiara tranquillo, ha se non altro un merito: tutti stanno dalla sua parte e non perché è Sallusti, visto che si è schierato in prima linea anche uno dei suoi più acerrimi nemici: Antonio Di Pietro. Semplicemente tutti ritengono assurdo che si possa finire in prigione per un’opinione non condivisa. E’ una concreta minaccia alla libertà di informazione che, se non fermata, rischia di diventare un bavaglio per tutti, non solo i giornalisti. Anche per noi blogger, ad esempio, e anche se non esprimiamo direttamente dei pareri e riportiamo solo quelli degli altri perché, come si sa, la responsabilità penale è personale.

Proprio da questo principio prende avvio la riflessione di Giovanni Valentini per Repubblica:

Rispetto al principio fondamentale per cui la responsabilità penale è necessariamente personale, appare già di per sé mostruoso l’istituto della responsabilità oggettiva che incombe sul direttore di un giornale, per tutto ciò che viene scritto e pubblicato, anche indipendentemente dalla sua impossibilità fisica o materiale di controllarne il contenuto. È una presunzione giuridica ormai inaccettabile, un automatismo intimidatorio e vessatorio, che configura una forma indiretta di censura preventiva. E rappresenta perciò una grave limitazione – questa sì, davvero oggettiva – alla libertà di stampa.

Poi, ricordando che difficilmente i magistrati pagano per i loro errori, lamentandosi di una giustizia che è discriminante nel momento in cui i giudici, anche quando chiamati in causa, si servono di “corsie preferenziali”, grazie all’appoggio dei colleghi compiacenti, Valentini conclude:

Nel nostro sciagurato Paese, collocato non a caso agli ultimi posti nelle graduatorie mondiali della libertà d’informazione, sono già troppi i vincoli e i condizionamenti che gravano sulla stampa. Non c’è bisogno di mandare in galera i giornalisti per difendere l’onore e la reputazione di nessuno. E neppure di riservare trattamenti di favore ai magistrati, come se fossero una casta di intoccabili, per tutelare le prerogative di una categoria composta da tanti rispettabili servitori dello Stato.

Anche un ex magistrato, oggi uomo politico, sta dalla parte di Sallusti: il leader di Idv Antonio Di Pietro ha presentato un’interrogazione al governo per chiedere il varo di un provvedimento che abolisca la galera per i giornalisti. Ospite della Parodi a La7, Di Pietro ha dichiarato che la sua non è soltanto difesa del giornalista Sallusti, quanto piuttosto del diritto costituzionale all’informazione libera e plurale e del diritto ad essere informati.

Ci sono altre vie per salvare Sallusti dal carcere: IdV è pronta a presentare un ddl anche in commissione giustizia in sede legislativa, oppure, in extremis, il Capo dello Stato può concedere la grazia, come è successo in passato in casi simili. Di Pietro, poi, si è spinto oltre con un appello al magistrato che ha querelato Sallusti: “Ritiri la querela, ci passi sopra”.

Certo è che il direttore de Il Giornale ha detto no alle scorciatoie proposte dai suoi avvocati, come osserva nel suo editoriale, ed è convinto che una sentenza che lo condanni non farebbe onore né alla Giustizia italiana né ai vertici dello Stato né alla politica:

Vogliono fare con­cludere il settennato di Napoli­tano (l’ho aspramente criticato in passato, se sarà il caso lo rifa­rò ma lo rispetto e ringrazio per l’interessamento annunciato ie­ri) che dei magistrati è anche il capo, con una macchia indelebi­le per le libertà fondamentali? Vogliono mandare Monti in gi­ro per l’Europa come il premier del Paese più illiberale dell’Occi­dente? Lo facciano, se ne hanno il coraggio.

Non so se questo coraggio l’avranno, ma mi consola il fatto che sulla libertà di opinione almeno sono tutti d’accordo. Come scrive Pino Scaccia sul suo blog: ci si può scannare sulle idee ma con la libertà di stampa non si scherza.

AGGIORNAMENTO DEL POST, 26 SETTEMBRE 2012

La Cassazione ha condannato a 14 mesi di reclusione il direttore del Giornale Alessandro Sallusti ritenendolo “colpevole” di diffamazione. Il pg aveva ribadito la necessità di “rivalutare la mancata concessione delle attenuanti”. La difesa di Sallusti: “Basta con il furore condannatorio”. Il ministro Severino: “Accelerare ddl che preveda solo pene pecuniarie”. (da Il Giornale)

Mi associo al titolo del quotidiano diretto da Sallusti:

V E R G O G N A !!!

LINK ALL’ARTICOLO INCRIMINATO

NUOVO AGGIORNAMENTO, 27 SETTEMBRE 2012

Dopo che ieri, a Porta a Porta, era stato accusato di essere un vigliacco, Renato Farina, deputato del PdL ed ex giornalista (già radiato dall’Ordine), ha pubblicamente ammesso di essere l’autore dell’articolo per cui Sallusti è stato condannato in via definitiva dalla Corte dei Cassazione.

Farina dichiara di assumersi ogni responsabilità e si definisce unico colpevole e, come tale, unica persona a dover pagare.

«Chiedo umilmente scusa al magistrato Cocilovo – ha detto Farina alla Camera rivolgendosi al giudice che ha querelato Sallusti – le notizie su cui si basa quel mio commento sono sbagliate. Egli non aveva invitato nessuna ragazza ad abortire: l’ha autorizzata, ma non è la stessa cosa. Chiedo umilmente per Sallusti la grazia al Capo dello Stato o che si dia spazio alla revisione del processo. Se qualcuno deve pagare per quell’articolo, quel qualcuno sono io», ha concluso. (LINK della fonte)

Mi permetto di osservare che un giornalista degno di questo nome ha il dovere di accertare la verità prima di pubblicare qualsiasi commento. Farlo, poi, con uno pseudonimo, rivela quanto meno la coda di paglia.

In ogni caso, la condanna di Sallusti rimane una vergogna perché lede la libertà di esprimere il proprio pensiero e, quindi, un diritto costituzionale. Tuttavia, qualora vengano ravvisati gli estremi per una denuncia, volta a salvaguardare l’onorabilità della parte lesa, ritengo indispensabile la pubblica smentita e le pubbliche scuse affiancate eventualmente da una pena pecuniaria in risarcimento dei danni morali subiti dalla persona offesa.

Questo, almeno, è il mio modestissimo parere.

20 settembre 2011

BELL’E PAPÀ

Posted in figli, lavoro, politica tagged , , , , , , , , , a 4:24 pm di marisamoles

“Mio figlio non è un trota qualunque”, pare abbia detto Antonio Di Pietro riferendosi alla carriera politica del figlio Cristiano. Ovviamente, l’allusione più che esplicita è al figlio di Umberto Bossi, Renzo, che poco più che ventenne ha ottenuto il suo “scranno” sicuro, lautamente ricompensato con 15mila euro mensili, al Consiglio Regionale della Lombardia. Pare anche che il ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini, abbia additato il rampollo del leader della Lega, che ha tribolato non poco per ottenere il diploma di maturità, come l’esempio a dimostrazione del fatto che l’università non serve. Peccato che il giovane Bossi la stia frequentando (oddio, “frequentando” in effetti è una parola grossa) e che il Cepu gli fornisca docenti a domicilio gratis per fargli superare gli esami.

Ma dopo la divagazione torniamo al giovane Di Pietro, poliziotto da diciannove anni, sposato con prole, candidato alle elezioni regionali in Molise. In segno di protesta al circolo di Termoli dell’Italia dei valori si sono dimessi in blocco contestando la sua candidatura come una scelta «familistica». Cosa, questa, che a Cristiano pare incomprensibile. Lui, infatti, è da dieci anni in politica, ha iniziato attaccando manifesti e studiando per fare il politico di professione. La prima candidatura è arrivata sei anni fa e lui di anni ora ne ha trentasette, quindi la gavetta l’ha fatta, eccome.

Guarda un po’, ha iniziato sei anni fa alle elezioni comunali a Montenero di Bisaccia, il paese di suo padre Antonio. Una spintarella da papà l’ha avuta, sì, ma solo all’inizio. Poi i cittadini di Montenero, capacissimi di ragionare con la propria testa, l’hanno votato e fatto risultare il primo degli eletti.

Una carriera politica limpida come il sole, dunque. Peccato che quelli di Termoli … «Credo siano stati manovrati da qualcuno. A livello regionale a Termoli avevano votato a favore della mia candidatura», tenta di spiegare ma il fatto è davvero incredibile. Addirittura quelli dell’Italia dei valori di Termoli hanno paragonato la candidatura di Cristiano Di Pietro a quella della Minetti: «Possono accostarmi a chi vogliono. Io ho il mio lavoro. Come la Minetti ha il suo», osserva.

Certo, ognuno fa il suo lavoro, anche Renzo Bossi lo fa e anche la Minetti. Il problema, secondo me, è: lo sanno fare o la spintarella implica che non sia così importante avere delle capacità? Senza fare illazioni, anche perché non conosco l’operato di nessuna delle persone citate, per me il dubbio rimane. So per certo, tuttavia, che molti giovani bravi e preparati sono a spasso perché non sono bell’e papà o papi, che dir si voglia.

[dall’intervista a Cristiano Di Pietro su Il Corriere]

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