NOI CHE … CI REGALAVANO I 45 GIRI


Da settimane su Rai 1 sta passando lo spot che annuncia la prossima messa in onda dell’ennesima edizione della fortunata trasmissione, condotta da Carlo Conti, I migliori anni. La formula vincente è molto semplice: una gara tra canzoni famose che hanno segnato un’epoca. Risentire i vecchi successi dagli anni Sessanta ai Novanta (il più delle volte interpretati dagli stessi cantanti o complessi che li hanno lanciati, qualche volta vere e proprie meteore) fa sempre piacere perché in fondo costituiscono la colonna sonora della nostra vita, almeno di chi ha su per giù la mia età. Ricordare, poi, qualche canzone davvero mai dimenticata, legata a momenti particolari come il primo amore e quelli che seguirono, è un’emozione che non lascia indifferenti.

La trasmissione di Conti ha lanciato, inoltre, quella specie di tormentone del “Noi che”, da cui è difficile non rimanere contagiati. Anche se, a dirla tutta, quei “Noi che”, sms raccolti e pubblicati in più volumi, contengono delle sgrammaticature orrende, contagiose pure quelle, tanto che ne ho commessa anch’io una nel titolo di questo post, nonostante abbia messo, per pudore, i puntini di sospensione.

I migliori anni non è, comunque, l’unica trasmissione nata sull’onda della vintage-mania. D’estate, ad esempio, in fascia preserale viene trasmessa Dadada, una specie di Blob versione vacanze.
La mattina mi sveglio molto presto e facendo colazione guardo, sempre su Rai 1, degli spezzoni di Dadada-Speciale musica, in cui viene trasmessa una specie di carrellata di cantanti dei tempi che furono nelle loro apparizioni televisive, molte delle quali in bianco e nero. Qualche giorno fa, di fronte alla tazza di caffè fumante, mi son trovata a ripensare ai 45 giri. I più giovani credo non sappiano nemmeno cosa siano, ma per quelli della mia generazione i 45 giri rappresentano un pezzo di vita.

Ricordo ancora quei “dischetti” (il diminutivo serve a distinguerli dai 33 giri, gli LP) in vinile, neri, con l’etichetta rotonda che correva intorno al foro centrale, le copertine colorate da cui facevo scivolare, con estrema cautela, il disco sul palmo della mano per poi afferrarlo tra il dito indice, nel foro, e il pollice, appoggiato sul bordo, che lo sorreggeva per sistemarlo sul giradischi. E ricordo ancora il mio giradischi Philips, che i miei mi regalarono quando avevo 11 o 12 anni. Di quelli che si usavano allora, quelli che da chiusi sembravano una valigetta, con le casse che formavano il coperchio ed erano facilmente trasportabili. E il braccio che avviava il disco, facendolo girare, sempre che ci si ricordasse di muoverlo delicatamente verso l’esterno, e la puntina che spesso doveva essere cambiata, consumata da ore e ore di ascolto. Di fronte a quella meraviglia della tecnologia, rapita dalla musica, stringendo in mano la copertina del 45 giri preferito, quasi consumata dal continuo maneggiare, passavo molto del mio tempo libero, ai tempi in cui il computer o il telefonino erano lontani mille anni luce dalle nostre menti di adolescenti che, in fondo, si accontentavano di poco.

Come sa bene chi è vissuto all’epoca dei 45 giri, di solito erano dei “singoli” (come si usa dire ora) estrapolati dai Long Playing, ovvero i 33 giri, e servivano a lanciarli. Due soli brani: la canzone su cui l’etichetta discografica contava maggiormente e il lato B (espressione oggi usata per intendere ben altro), cioè il pezzo inciso sul “retro” del disco. Spesso accadeva che il lato B avesse un enorme successo, proprio come il lato A. Ricordo, ad esempio, Porta Portese che costituiva il lato B della canzone che lanciò definitivamente Claudio Baglioni, allora giovane dalle buone speranze, sul mercato discografico: Questo piccolo grande amore (1972). Forse non tutti sanno che in origine il lato B di questo 45 giri era Caro padrone (pezzo molto meno noto) ma in breve tempo il disco fu ritirato e sostituito, nel lato B, dal pezzo più noto che fece conoscere all’Italia intera il caratteristico mercato delle pulci romano.
Per non parlare del successo di Poster, lato B del “singolo” Sabato Pomeriggio (1975), un altro pezzo intramontabile di Baglioni. La mia canzone preferita del cantautore romano è, però, E tu (1974), uscita con il lato B Chissà se mi pensi, pezzo destinato a rimanere nella memoria di tanti adolescenti, ormai uomini e donne di mezza età (bruttissima espressione ma reale, purtroppo), ma amata anche dai più giovani perché Baglioni ancora la canta (o almeno la cantava fino a poco tempo fa) durante i concerti. Perché, siamo onesti, i cantautori come lui, che conobbero la celebrità negli anni Settanta, vivono di rendita … nel senso che gli album successivi non ottennero uguale fama.

I 45 giri costituivano, allora, il regalo tipo per i compleanni. Si organizzavano i festini in casa, per la felicità di mamma e papà che, molto spesso, venivano sbattuti fuori di casa senza pietà, e gli invitati si presentavano regolarmente alla porta con l’inconfondibile pacchetto quadrato e piatto. Il problema erano i doppioni … non mancavano mai, però c’è da dire che i cambi nei negozi erano semplici: nessuno chiedeva lo scontrino fiscale!

Talvolta gli amici, quelli della “compagnia”, facevano la colletta e comperavano il 33 giri. Regalo sempre gradito, per carità, ma non è che andassi matta per gli LP, a meno che non fossero quelli di Lucio Battisti che adoravo. Solo un album (come si dice ora) non mi è piaciuto più che tanto: America Latina. L’ho apprezzato qualche anno dopo e lo dovetti ricomprare perché, nel frattempo, l’avevo scambiato con Shine on you crazy diamond dei Pink Floyd.

Una sola volta capitò che un solo invitato mi portasse come regalo un 33 giri. Era un mio compagno di liceo, parecchio snob, figlio di un avvocato molto noto in città. Doveva per forza distinguersi dagli altri e farmi un dono costoso che mi facesse chiaramente capire quanto lo studio legale del padre (che lui ha, ovviamente, ereditato) fosse importante. Ricordo che mi regalò l’LP di Sandro Giacobbe, Signora mia. Non so quanti ne abbiano ricordo, so che la canzone ora, per la tematica che affronta, potrebbe riportare un episodio comune, ma allora era decisamente scandaloso: un ragazzo giovane che si innamora perdutamente della madre della sua ragazza.
Argomento a parte, la canzone non era male, almeno a me piaceva.

Ritornando ai 45 giri, c’è un ricordo che mi lega ad una persona in particolare, un’amica speciale: Emy. In realtà io la chiamavo la “signorina Emy” (per inciso, zitella) e le davo del Lei. Perché avevo ricevuto una buona educazione e non è che dessi del tu a chiunque, come usano fare i bambini d’oggi. Un’amicizia straordinaria che mi ha accompagnato dall’infanzia all’adolescenza ed è continuata, seppur meno assidua, durante l’età adulta.
Credo si sia capito che, mentre io la conobbi che ero una bambina, la signorina Emy era già una donna attempata, più o meno sessantenne, anche se a me, piccina com’ero, sembrava proprio vecchia vecchia. La incontrai al caffè di una piazza triestina, dove mamma e nonna mi portavano nella bella stagione. Io ero una bambina molto timida e solitaria; il fatto di avere un fratello più grande e una mamma più attenta alle esigenze di sua madre che non a quelle della figlia, ha acuito questa mia caratteristica di bimba sognatrice, spesso autoriflessiva ma poco espansiva.
Emy mi colpì perché faceva le parole crociate, seduta al tavolino del caffè, sotto la tenda che riparava dal sole. Non fu un caso, credo. Anche mia mamma viveva in simbiosi con la Settimana Enigmistica, anche se quasi esclusivamente nei periodi di vacanza.
Piano piano riuscii a conquistare il cuore di una donna che a me sembrava una vecchietta, per nulla bella (le “mie” donne erano talmente belle che nessuna poteva reggere il confronto!), con il volto un po’ equino e i baffi che le spuntavano radi sotto il naso, seguiti da qualche accenno di barbetta sul mento, i capelli mezzi bianchi mezzi neri perennemente in disordine e le unghie mordicchiate, almeno quanto l’estremità della matita che usava per i cruciverba e che stringeva tra i denti nell’atto di chi cerca ispirazione. Ora, probabilmente questa immagine è condizionata dall’età che avevo allora, fatto sta che Emy era più intelligente che bella. Molto di più.

Io e lei, da maggio a settembre, giocavamo assieme ed eravamo inseparabili. Se per un motivo o un altro mia mamma non poteva andare al caffè, io piangevo disperata e so che Emy, se non mi vedeva, si dispiaceva moltissimo. La sorella era un’insegnante elementare e fu la mia amica a consigliare a mia mamma la scuola elementare da farmi frequentare e le indicò il nome della maestra migliore. Sempre lei suggerì la sezione in cui iscrivermi alla scuola media e consigliò quella del ginnasio perché conosceva l’insegnante di Lettere (allora al ginnasio aveva tutte le materie, una quindicina di ore alla settimana), donna molto brava e buonissima.

Ma perché mai, il ricordo di quest’amica speciale è legato ai 45 giri? Perché la signorina Emy, ad ogni compleanno, mi lasciava il suo regalo nel negozio di dischi che allora si trovava in Viale XX settembre, il più vicino a casa sua. Ovviamente, non essendo un’esperta di musica giovanile, si lasciava consigliare dalla commessa che la indirizzava immancabilmente verso il successo del momento. Io, puntuale, ogni anno, il giorno in cui compivo gli anni (sempre che non cadesse di domenica o lunedì … allora i negozi non erano sempre aperti) mi presentavo al negozio e ritiravo il mio bel pacchetto. Bastava dicessi il mio nome e da sotto il bancone saltava fuori il mio 45 giri.
Quello che ricordo con maggior piacere è “Gioco di bimba”, suonata dal complesso delle Orme. Una canzone stupenda, anche se allora, era il 1972, non comprendevo bene il senso del testo. Ma la musica è meravigliosa e ricordo anche benissimo la copertina del disco: un dipinto strano (che era poi lo stesso della copertina dell’ LP “Uomo di pezza”), opera del pittore Walter Mac Mazzieri.

Ecco, questi sono i miei ricordi legati ai 45 giri (che, tra l’altro, custodisco gelosamente in cantina). Spero, con il mio racconto, di aver suscitato anche in voi, che leggete, delle emozioni. Almeno una piccola parte di quelle che ho provato io scrivendo queste righe e riascoltando i brani attraverso il “mago” You Tube. La bacchetta magica delle fate protagoniste delle fiabe ora è un semplicissimo mouse e la formula magica è un banale click.

I tempi cambiano … le emozioni restano.