TRE AMICHE AL BAR


Ieri, finalmente, mi sono concessa un pomeriggio di relax. Ho fatto un po’ di shopping (il vantaggio della clausura forzata causa correzione compiti, se non altro, ha il vantaggio di farmi risparmiare …) e ho incontrato un’amica che non vedevo da quattro-cinque mesi. Da ciò si può facilmente comprendere quanto poco tempo io abbia per le relazioni sociali.

Memore del fatto che la mia amica è perennemente in ritardo, le do appuntamento direttamente al bar. Stare in piedi in piazza, sotto gli occhi di tutti, ad aspettare mezz’ora, minimo, mi ha decisamente stufato. Del resto, se voglio coltivare, seppur saltuariamente, le amicizie e non perderle del tutto, devo arrivare a dei compromessi.

Io arrivo puntuale, come al solito (la lezione non riesco proprio ad impararla, è più forte di me: non sono capace di arrivare in ritardo) al bar scelto per l’incontro. Lei non c’è, ma rientra perfettamente nelle previsioni. Guardo il cielo: è nuvoloso, direi quasi nero. Si sente un brontolio lontano. Ora mi becco pure l’acquazzone, penso, ma decido di sedermi ugualmente all’esterno del bar. Almeno inganno il tempo fumando una sigaretta.

Si avvicina il cameriere – uno nuovo, altrimenti avrebbe intuito che stavo aspettando l’amica ritardataria, visto che andiamo sempre là a bere il caffè – e mi chiede: “Che ti porto?”. Lo guardo e, mentre sto per rispondere, mi chiedo come mai i camerieri e le commesse dei negozi mi diano sempre del tu. Va be’, ormai ci sono abituata. Brontolo tra me e me, ma in fondo quando mi danno del lei mi sento vecchia e quasi mi offendo.

“Aspetto la mia amica, grazie”, dico e lui si allontana. Non c’è molta gente ma dal tavolino vicino si sente provenire un chiacchierio che è impossibile ignorare. Io sono sempre discreta, intendiamoci, ma c’è gente che fa di tutto per costringere gli altri ad ascoltare. Aspiro una boccata, lascio andare il fumo per vedere se per caso si dirige da quella parte. No. Posso rimanere, quindi, in quella posizione. Se c’è una cosa che odio è fumare all’aperto e vedere con la coda dell’occhio i vicini che sventolano la mano per far andar via il fumo. Quindi, controllo sempre da che parte va.

Le mie vicine sono tre donne. Per tutto il tempo in cui, a malincuore, seguo la conversazione, non c’è alcuna occasione in cui si chiamano per nome, quindi le chiamerò: la mangiauomini, la ragazza madre e la divorzianda. Poi capirete perché.

Ad un certo punto la mangiauomini dice: “Domani, cazzo, devo lavorare anche se è festa”. “Ma ti pagano in nero?”, chiede la ragazzamadre. “Ovvio, ma devo arrotondare, ho una figlia da mantenere”. “Già, – interviene la ragazzamadre – gli uomini dei figli se ne fregano. Il padre di mia figlia non mi ha mai dato un euro e io ho dovuto pagare una commessa part time per i primi tre anni di vita della piccola”. Da ciò intuisco che questa ha un negozio. Non so però che attività svolga la mangiauomini, anche se ho capito che non se la passa bene.

“Gli uomini! Tutti stronzi!”, esclama la divorzianda. “Sai mica – continua rivolta alla mangiauomini- se c’è qualche viaggio low cost per donne presto single, così, giusto per accalappiare un uomo?”. Al che intuisco che la mangiauomini lavora per qualche agenzia turistica. “Ma sei matta! – risponde l’interpellata – Se vuoi venire con me a Santo Domingo … devo andare a controllare un villaggio. Ma non parlarmi di accalappiare uomini. Io quelli li uso e li getto. Fossi matta a cercare un uomo per conviverci.”

A quel punto, interviene la ragazzamadre: “Vero. Ma io ci sono cascata. Volevo una figlia e l’ho avuta. Del padre non me n’è mai fregato niente … però chissà come poi mi sono messa con uno stronzo …”. Le altre due la guardano con aria interrogativa. Penso che sappiano di chi stia parlando ma forse non lo considerano uno stronzo. “Massì, uno stronzo. Oggi, quei dieci minuti che ci vediamo per mangiare un boccone, mi ha rotto i coglioni perché diceva che, da seduta, mi si vedeva il culo e uno me lo stava guardando.” Le due amiche si guardano nuovamente e la mangiauomini fa: “Ma era vero?”. “Ovvio che no. Non vedi che ho ‘sto top che dietro ha ‘sta specie di coda .. ecco, forse quello stava guardando ‘sta coda e non capiva cos’era”. “Ah, gli uomini fanno i gelosi, ma cosa dovremmo dire noi? Il mio quasi ex marito non mi ha mai dato ‘sti problemi, almeno. Io, però, non posso insinuare nulla quando dice che va con gli amici …”, interviene la divorzianda. “Sì, gli amici! Gli uomini credono che siamo tutte sceme. – ribatte la mangiauomini – Fate come me: usare e gettare, altroché!”.

A questo punto osservo la mangiauomini: quarant’anni, più o meno, mora, occhi scuri, decisamente sovrappeso, piercing sul naso e su un canino … niente di che. Fossi in lei, penso, se un uomo si degnasse di venire a letto con me, me lo terrei stretto. Ma è evidente che non tutte la pensiamo allo stesso modo.

“Insomma – riprende la ragazzamadre – penso proprio che lo scaricherò. Mi viene una rabbia solo a pensare che ho lasciato perdere il padre di mia figlia che, però, da quando è padre in fondo non è male. Sempre meglio del mio attuale compagno”.

Attuale compagno, ripeto mentalmente. È come se io dicessi il mio attuale marito, oppure per ora sono ancora sposata. A tale precarietà non sono abituata, evidentemente. Ma la ragazza deve avere una trentina d’anni, non di più. Un’altra generazione. Mi sento più vicina alla divorzianda … come età, intendo.

“No, no – interviene la divorzianda – mai rimpiangere il passato. Guardiamo avanti. Io guardo avanti e vedo un bel fusto, trent’anni, non di più, davanti a me”. Non mi sento più tanto vicina alla divorzianda.
“Massì – riprende la mangiauomini – un trentenne a Santo Domingo lo trovi. Quattro scopate e via”. Rimango allibita, ma non solo io. “Mah, ti dirò, quella è la cosa che m’interessa meno – ribatte l’interpellata, quasi a voler prendere le distanze dall’amica e dal suo modo di vedere le cose – e poi a Santo Domingo mi sa che trovi solo uomini che cercano le ventenni dominicane, altro che. Non sarebbe meglio una crociera?”. Le altre due si scambiano un’occhiata. “Roba da vecchie – puntualizza la mangiauomini ed è come se pugnalasse direttamente al cuore l’amica, mentre la terza se la ride – comunque quando mi capita la crociera ti avverto”.

La chiacchierata sembra perdere vivacità. È arrivato il momento di riflettere. Poi la mangiauomini, a scoppio ritardato, si rivolge alla ragazza madre: “Senti, non fare cazzate. Non starai mica pensando a tornare insieme al padre di tua figlia? Io, il padre della mia non ricordo nemmeno che faccia abbia. Tu sei una scema, dovevi lasciarlo perdere, non permettergli di fare il padre, altroché. Inseminatore e basta”.

La mia amica sta arrivando trafelata. Si avvicina al tavolino dove sono seduta e: “Scusa il ritardo, non trovavo parcheggio!”, la solita scusa, non me la bevo più ma non faccio una piega. “Come va?”, mi chiede baciandomi.
Mezz’ora prima ero pronta a vomitarle addosso un po’ dei miei casini: gli ultimi compiti da correggere, le relazioni finali e i programmi da scrivere, le medie dei voti da preparare per gli scrutini, le ultime cose da fare in quinta prima dell’esame, i soliti problemi a casa, la dieta … “Io? Bene bene.”, è tutto ciò che mi esce dalla bocca.

N.B. Mi scuso per il linguaggio scurrile che solitamente nel blog non uso, ma i termini utilizzati erano proprio quelli. 😦

[nell’immagine: “Due donne sedute al tavolo di un bar”, di Pablo Picasso (1902), da questo sito]

IL SILENZIO DELLE AMICHE


“Gli amici si vedono nel momento del bisogno.”. Così vuole la saggezza popolare. Io, però, ho un detto tutto mio che recita: “Le amiche si sentono nel giorno del compleanno”. Se non le sento, vuol dire che tanto amiche non sono.

Io non vado pazza per gli auguri, intendiamoci. Posso fare a meno di quelli “tradizionali”, Natale e Pasqua, perché si sa che in quelle occasioni te li fanno tutti. Ciò che si fa per “dovere” non è detto sia anche un piacere. Ma gli auguri del compleanno sono speciali: se te li fanno, significa che stanno pensando a te, che hanno ricordato il tuo “natale”, che anche se qualcuno non si fa vivo per gli altri 364 giorni dell’anno, quel giorno si è ricordato di te. Tu esisti per lui/lei. Questa è la cosa più importante.
L’amicizia, è vero, ha bisogno di essere coltivata, necessita anche della frequentazione, non dico quotidiana ma almeno sporadica, si esprime pure attraverso quattro parole dette in fretta al telefono, si nutre anche dei moderni mezzi tecnologici come gli sms e le e-mail. Ma la vita frenetica, i mille impegni, la lontananza talvolta fanno sì che i rapporti si inaridiscano, che quello che sembrava un bellissimo fiore diventi uno sterpo rinsecchito. Ma quel ramo secco, poi, riprende vita quando il giorno del compleanno l’amico/a si ricorda di te. Così l’amicizia non morirà mai, avrà solo bisogno, forse, di una cura ricostituente.

Ieri era il mio compleanno. Un po’ sottotono, per la verità; nessuna voglia di festeggiare. Diciamo che in questo periodo fisicamente non sono al top. Ad ogni modo, tradizione vuole che il compleanno si festeggi in qualche modo, anche solo entro le quattro mura domestiche, nel “nido” che ciascuno ha più caro, con le persone che si amano di più. Gli altri, però, anche se non ci sono, si fanno sentire. Ho ricevuto, infatti, molte telefonate, degli sms e delle e-mail. Non avrei potuto chiedere altro, nemmeno i regali che, tuttavia, ho ricevuto. Anche quelli, però, li considero un po’ un “dovere”: meglio ricevere un dono, anche piccolo e insignificante, in qualsiasi momento dell’anno. Quello sarà di certo un gesto spontaneo e provocherà un piacere immenso proprio perché inaspettato. Oddio, sono strafelice dei regali ricevuti, ma sarei stata ugualmente contenta anche senza di essi.

Alla fine della giornata è inevitabile che si facciano due conti: allora, si sono ricordati di me Tizio, Caio … insomma, nella mente scorrono tutti i nomi di quelli, amici e parenti, che hanno ricordato la data. Conclusa l’operazione, ci si accorge anche di chi non ha dato alcun segnale. Magari durante la giornata si pensa a qualcuno che non ha chiamato ancora, sperando che i suoi siano auguri tardivi, ma che prima o poi arrivino. Succede, infatti, che squilli il telefono anche alle undici di sera … tanto fino a mezzanotte la data rimane quella, no? Capita anche che arrivi una telefonata il giorno dopo: qualcuno, mortificato, ti dice che non si è dimenticato, che se l’è pure scritto di farti gli auguri, ma che poi con tutto il caos della domenica, è arrivata mezzanotte e non ti poteva mica chiamare a quell’ora. Certo, succede anche a me, qualche volta. Nulla di male. Tardi, ma quel qualcuno ha pensato a te e così puoi star sicuro che al prossimo compleanno i suoi auguri arriveranno, forse in tempo, forse no. Non importa.

Ieri sera, quando ripercorrevo mentalmente la famosa lista, ho sentito una grande amarezza nel rendermi conto che le mie due “vecchie” amiche non si sono ricordate di me.
Quando incontri delle persone speciali a vent’anni, ai tempi dell’università, credi che quelle amicizie non potranno mai finire. Al liceo ho perso per strada molte “amiche”: vuoi per rivalità in amore o per incompatibilità di carattere, perché crescendo si cambia e l’altra non cambia mai come vorresti tu e tu stessa sei troppo diversa da come l’amica ti vorrebbe. Percorri insieme una strada che, passo dopo passo, sembra andare verso la vita futura, pur comprendendo che i progetti di ognuno causeranno inevitabilmente dei cambiamenti, ma poi arrivi ad un bivio, la strada non è più una e ciascuno prende quella che preferisce e in cui incontrerà altre persone, farà nuove amicizie.

Io sono sempre stata legata all’amicizia come valore unico nel percorso formativo. Tuttavia, sono cosciente che le amicizie finiscono, come se fosse un processo naturale di fronte al quale si è spettatori inerti. Io, però, sono spesso stata sfortunata con le amiche, nel senso che la maggior parte delle volte è stato il silenzio a decretare la fine dell’amicizia. Avrei preferito una litigata, con tanto di insulti e capelli strappati reciprocamente. Almeno avrei capito il perché della fine. E invece niente, solo silenzio e per quanto quel silenzio mi ferisse più di un pugno in piena faccia, non l’ho mai rotto. La mia tattica è sempre stata l’attesa: prima o poi si farà sentire, mi dicevo. Ma probabilmente l’amica aveva adottato la stessa strategia e attendeva da me il primo passo. In questi casi l’orgoglio è l’arma che uccide un’amicizia. Per orgoglio non si fa la prima mossa, né dall’una né dall’altra parte. E così passa il tempo e, come un colpo di spugna, cancella quello che è stato.

Io non so se questa volta l’orgoglio c’entri o meno. Per quanto riguarda una delle due amiche credo di no. Forse si è semplicemente dimenticata del mio compleanno anche se ciò inevitabilmente implica che non sono così importante per lei. Con lei c’eravamo perse già una volta di vista per un paio d’anni, finché il giorno del mio compleanno è arrivata la sua telefonata ormai inattesa e tutto è ricominciato. Abbiamo parlato al telefono per un’ora come se ci fossimo sentite il giorno prima; mai una parola sul lungo silenzio, mai una richiesta di chiarimento, perché se l’amicizia è vera non importa sapere. Quel che conta è realizzare che non siamo scomparsi nel nulla, che un minuscolo spazio nella vita dell’amica l’abbiamo comunque sempre occupato, anche nel silenzio.
L’altra amica, invece, è sicuramente offesa e immagino anche il perché. Ma io, ahimè, mi ritengo più offesa di lei. Alla fine si cade nell’inestricabile rete dell’incomunicabilità. Il silenzio non porta a nulla, è solo silenzio, è ciò che si contrappone all’essere. Impedisce che qualcosa che non ci piace diventi altro, che possa avvenire una trasformazione. L’orgoglio, anche in questo caso, gioca un ruolo fondamentale: non può essere, di per se stesso, un presupposto perché l’amicizia continui. Allora si accetta la realtà dei fatti: io non esisto più per la mia amica, anche se lei continua ad esistere per me nei miei pensieri. Quando ricordo, ad esempio, la nostra vita di giovani donne, di mogli e di madri, quando ripenso ai nostri figli cresciuti assieme, alle vacanze condivise, ai compleanni, capodanni, anniversari e battesimi festeggiati assieme, senza il sospetto che poi tutto questo sarebbe finito, terminato. Ho assistito, è vero, all’inaridirsi della nostra amicizia: quel fiore non era più così splendido perché la vita e i suoi casi l’aveva segnato per sempre. Ma, come ho già detto, le cose possono anche trasformarsi, non devono necessariamente terminare. Quante volte, voltandoci indietro, ci rendiamo conto di com’eravamo e di come siamo cambiati! Però, rimane l’effetto consolatorio che quel qualcosa sopravviva e speriamo sia per sempre. Come un amore che non vorremmo abbandonare mai e ci aggrappiamo ad esso sperando che continui ad esistere, forse non sempre con lo stesso grado di passione, forse il fuoco non sarò sempre così acceso, sentiremo solo un tepore ma continueremo a percepirlo ugualmente.

La fine di un amore è dolorosa quanto la fine di un’amicizia. Non può essere diversamente perché quando si fanno i conti con i sentimenti è così, indipendentemente dalla volontà di voltare pagina. Io so che potrò e saprò continuare a percorrere la mia strada popolata di tanti altri affetti, anche se è una strada che mi separa per sempre, forse, dalle mie “vecchie” amiche. Il silenzio di ieri, però, si porterà sempre appresso quelle parole non dette, quell’orgoglio che ha impedito di ammettere la propria responsabilità nella fine di quelle amicizie. Ricordo il motto del celebre libro di Erich Segal “Love story”: amare significa non dover mai dire mi dispiace. Ecco, questo stesso motto per me può essere riferito all’amicizia. Quando sopraggiunge qualsiasi motivo che impone di chiedere scusa, significa che l’amicizia è morta, per sempre.

[nell’immagine: “Due amiche sul muretto”, olio 40×60 – 2004, di Luigi Rossetto, dal sito dell’autore]