16 maggio 2009

SULLE NOTE DI UN’ALTRA EMOZIONE

Posted in adolescenza, affari miei, amicizia, amore, Milano, vacanze tagged , , , , , , , , , , , a 11:23 am di marisamoles

mare-inverno
Le canzoni, quelle che ci piacciono particolarmente, rimangono indelebili nella nostra mente e, nota dopo nota, vanno a comporre la colonna sonora della nostra vita.

Dopo l’inattesa onda di emozioni che mi ha colpita ascoltando, in modo del tutto casuale, la canzone di Marco Carta “Dentro ad ogni brivido”, un’altra emozione questa volta me la sono andata a cercare. Devo essere proprio stanca, visto che vado alla ricerca di “evasione”. Anche questa volta corro indietro nel tempo: l’estate del 1975. Ero “piccola”, ma già molto intraprendente visto che stavo assieme a Guido, il mio primo vero boy friend. Almeno non era un amore platonico, considerato che già alle elementari avevo iniziato ad innamorarmi, sempre delle persone sbagliate, comunque.

Torno indietro a quella lontana estate. Ero a Lignano Sabbiadoro, dove passavo un mese di vacanza con la mia famiglia. Il mio boy friend mi aveva raggiunto, in compagnia di un amico –allora, evidentemente, anche i ragazzi di buona famiglia, non solo le ragazze, andavano in giro solo se accompagnati- e aveva trascorso una settimana in campeggio. Avevo perso di vista per un po’ le mie amiche e, una volta partito Guido, guarda chi mi ritrovo! La mia amica Elena che nel frattempo si era messa assieme ad un ragazzo milanese. Niente di male, aveva pur diritto anche lei di divertirsi. La cosa più triste per me era, però, il fatto che il milanese si trascinava appresso un bresciano, Angelo, che inizia a farmi una corte spietata. Ricordo che feci di tutto per sottrarmi a quell’assedio e alla fine lui capì e desistette. Meno male!

Come capita quando si incontra gente nuova in vacanza, ci scambiamo gli indirizzi. Io sinceramente non credevo che quei due li avrei più rivisti. Elena sì, dal momento che viveva nella mia stessa città. Ma non avevo fatto i conti con la mia assidua frequentazione milanese; almeno un paio di volte all’anno me ne andavo a Milano, ospite di una zia, e vi rimanevo per un po’ di tempo, durante le vacanze di Natale e Pasqua. Io adoravo Milano e la giravo tranquilla in lungo e in largo, anche da sola. Non avevo paura, ma forse allora le grandi città erano più sicure, e le linee della metropolitana non avevano segreti: avendo amici a Cinisello, Cologno e Sesto San Giovanni, dovevo per forza spostarmi un bel po’.
Quando durante le vacanze di Natale del 1975 mi recai a Milano, rispolverai il foglietto con l’indirizzo di Roberto, il boy friend di Elena, e andai a cercarlo. Sorrido pensando che oggi non ci si perde mai di vista. Cellulare e computer facilitano i contatti. Ma allora non c’erano e, non avendo il suo numero di telefono, mi recai a casa sua, vicino all’Arco della Pace, praticamente alla fine di Corso Sempione.

Non riesco a descrivere la sua sorpresa ma anche la sua gioia nel vedermi. Non riusciva a credere che fossi lì, a Milano, e che mi fossi ricordata di lui. Sapevo che con Elena era finita, ma d’altra parte quando hai quindici anni e abiti a 400 chilometri di distanza l’amore, se mai c’era stato davvero, se ne va … come una candela, a poco a poco si consuma fino a spegnersi. Non sapevo, allora, che la nostra amicizia appena iniziata era destinata a durare a lungo. In pratica siamo rimasti in contatto per sei anni prima di perderci di vista … causa il suo matrimonio. Per dire la verità lui non mi aveva avvisata, l’ho saputo dalla madre al telefono. Che tristezza!

Il legame che si era instaurato tra me e Roberto sembrava la classica eccezione che conferma la regola: l’amicizia tra un “uomo” e una “donna” può esistere davvero. Ne eravamo convinti e ne andavamo fieri. Io continuavo a stare assieme a Guido, lui preferiva flirtare con ragazze diverse. Sembrava allergico ai legami. Ci scrivevamo: la posta a quei tempi era l’unica soluzione, e sto parlando di posta posta, quella fatta di fogli di carta, a volte colorati e con dei disegni più o meno bizzarri, di buste e francobolli, oltre che di una settimana d’attesa tra la spedizione e l’arrivo a destinazione. Altro che e-mail! Facevamo i calcoli: ognuno rispondeva subito, la lettera partiva al massimo il giorno dopo, sette giorni più tardi si trovava nella cassetta della posta dell’altro.

L’amicizia si consolidò l’estate successiva … almeno così pareva. Avevamo un intero mese davanti, da passare sempre insieme. Io che ero abituata ad avere compagnie numerose, preferivo stare con Roberto. Di giorno in spiaggia, la sera in giro tra piano bar, discoteca, luna park … mai un momento di noia, mai un rimpianto nei confronti delle vecchie amicizie. Più che un’amicizia sembrava un idillio e fu questa strana alchimia a cambiare le cose. A poco a poco mi accorsi che non era più come prima. Stavamo distesi sulla sabbia dorata, all’ombra delle cabine; ci divertivamo a criticare la gente che passava: guarda quello, guarda quella … le note del juke box del bar della spiaggia, la classica “rotonda sul mare” alla Fred Bongusto, allietavano le nostre ore. Ricordo che una canzone in particolare era il tormentone dell’estate: “Donna amante mia” di Umberto Tozzi. Era ancora lontano il tempo di “Gloria” o di “Si può dare di più”. Credo che Tozzi fosse praticamente ai suoi esordi, ma quel motivo era davvero un successo.

Roberto iniziò a guardarmi con occhi diversi: il suo sguardo era più eloquente di qualsiasi parola. Io per lui avevo iniziato ad essere “quella donna”, “quell’amante”. Nella sua mente non ero più l’amica di prima e la consapevolezza di ciò mi mandò in crisi. Perché, nonostante cercassi di respingere quell’ipotesi, che noi due potessimo amarci e non più soltanto come amici, i dubbi c’erano, eccome. Ma fui determinata: l’amicizia poteva e doveva durare, altro non era possibile. Insomma, i risvolti alla “Harry ti presento Sally” non li tenevo in nessun conto. A costo di soffrire e di procurare in lui un dolore tale da fargli rischiare un esaurimento nervoso.

Non ci fu più nessuna estate insieme, ma non perdemmo i contatti. Lui ogni tanto tornava alla carica, ma io rimanevo ferma nella mia decisone. A Milano non tornai per un paio d’anni, almeno non tornai da lui. Pensavo che la cosa migliore fosse mantenere le distanze, non incontrarsi. Lo capii quando in una lettera mi informò che se non avessi deciso di stare con lui, e non solo come amica, naturalmente, avrebbe tentato il suicidio. Rimasi sconvolta e informai il padre. Lui avrebbe capito e avrebbe saputo aiutare suo figlio. La madre no, troppo ansiosa, troppo presa a difendere la sua creatura. Credo che avesse intuito qualcosa e già avesse iniziato ad odiarmi.

La crisi passò, l’amicizia continuò almeno fino a quando qualcosa cambiò nuovamente. Nel frattempo, dopo due anni, il mio rapporto con Guido si era concluso. Non ero libera, però, perché avevo incontrato un’altra persona. Non avrei mai creduto che da quel nuovo legame sarebbe sorta una grande sofferenza. Così, a Natale, di nuovo sola, tornai a Milano, tornai da lui. Forse cercavo un po’ di consolazione e basta, ma mi convinsi che fosse arrivato il momento di dirgli di sì, di tentare una nuova avventura. Se l’amicizia aveva sfidato gli ostacoli del cuore e la lontananza, l’amore avrebbe reso giustizia alla sofferenza passata. Nel mio egoismo e, perché no, egocentrismo, non avevo fatto i calcoli con i suoi sentimenti: io avevo rifiutato il suo amore sincero ed ora ero pronta a dirgli di sì solo perché mi sentivo libera d’amarlo; lui, però, non poteva accettarlo, non voleva essere un ripiego o forse l’orgoglio gli impediva di confessare che mi amava ancora. Disse di no. Il no più doloroso della mia vita. Un no che mi schiacciò come un macigno, perché era stato la conseguenza di un atto d’amore, mai provato prima con lui, e che avevo considerato il preludio di una nuova unione.

Ancor oggi, dopo tanti anni, quando ripenso a Roberto, nella mente risuonano le note di “Donna amante mia”. Ora le ho riscoperte e ho ritrovato l’antica emozione … finalmente libera di ammetterla.

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22 gennaio 2009

QUANDO IL VOTO DI CONDOTTA ANDREBBE DATO AI GENITORI

Posted in adolescenti, attualità, cronaca, famiglia, Mariastella Gelmini, scuola, voto di condotta tagged , , , , , , a 9:30 pm di marisamoles

Si dice che il mestiere dell’insegnante sia difficile. Chi meglio di me potrebbe dirlo? Ma che sia anche rischioso è un dato di fatto, considerate le notizie che, da qualche tempo, si leggono sui giornali.
Oggi come oggi, esprimere un giudizio su un allievo o sgridarlo appare cosa ardua, ovvero bisognerebbe farlo previa consultazione del Codice Penale, delle sentenze della Cassazione o del TAR. Non faccio riferimento agli episodi eclatanti di maltrattamenti, come quello della maestra che ha tappato la bocca dell’allievo petulante con il nastro adesivo – chi non vorrebbe farlo?!? – , ma alla routine di tutti i giorni. Un tempo i maestri avevano la bacchetta e nessuno fiatava. Anzi, c’è da dire che allora i bambini e i ragazzi erano di gran lunga più buoni e rispettosi, tanto che l’uso dello “strumento di correzione” era determinato prevalentemente dalla volontà dell’insegnante di far rispettare la sua autorità: “io ho la bacchetta e comando, tu le prendi e sei sottomesso”. Messaggio chiarissimo che veniva recepito immediatamente anche se poi gli “scivoloni” potevano avvenire: i bambini sono sempre bambini, e ciò vale per tutte le epoche.

Di questi tempi il docente deve stare attento a come parla, sia con gli allievi sia con i genitori. Non si sa mai. E se magari le sue parole vengono fraintese dagli interessati, nonostante la classe intera sia testimone, deve poi giustificarsi con il Capo d’Istituto e non sempre la sorte sta dalla sua parte.
Anni fa mi capitò di richiamare un’allieva di prima liceo che, invece di starsene seduta al suo posto a rispondere alle domande di storia, si era accomodata sul davanzale interno della finestra, gambe accavallate, sguardo indifferente … mancava solo che si mettesse a fare il manicure.
Io, che ho sempre avuto un grande senso di responsabilità, la ripresi con queste parole: “Se non vuoi fare la prova di storia, non importa. Ma almeno scendi da là, non vorrai mica cadere?”. Come andò a finire? Qualche giorno dopo mi chiamò la Preside – allora non si chiamava “Dirigente Scolastico” – e mi riferì che aveva accolto la lamentela di una mamma: la signora sosteneva che, al rifiuto della figlia di svolgere il compito di storia, io avessi detto “Se non sai fare la prova è meglio che ti butti giù dalla finestra”. Figuriamoci! Beh, almeno allora le mamme usavano le parole, sbagliate ma pur sempre solo parole, e non le mani.

Ma i tempi cambiano. È successo ieri a Quarto Oggiaro, nell’hinterland milanese: una mamma di 29 anni e una nonna di 50, per vendicare l’ingiusto rimprovero, a parer loro, della figlia e nipote da parte di un’insegnante, l’hanno aspettata fuori di scuola e riempita di schiaffi e pugni. Per separare le tre “litiganti” è intervenuta la polizia e la prof malcapitata ha dovuto ricorrere alle cure dei sanitari.
Ma quale sarà mai stato il motivo di tanta violenza? Semplicemente una brocca d’acqua rovesciata dalla studentessa tredicenne nella mensa della scuola: pare che l’insegnante abbia ripreso la ragazza invitandola a fare più attenzione. La reazione della fanciulla non è stata delle più pacifiche e ciò fa capire quanto poco siano disposti i giovani d’oggi ad essere richiamati.
Certo, cose come queste non succedono tutti i giorni e dappertutto. La maggior parte delle volte il tutto si risolve a parole, anche se non sempre in modo civile. Ma la notizia si riferisce ad una realtà difficile, quella della periferia con tutte le difficoltà relazionali che si possono verificare nel degrado e in un “microcosmo criminale” che era già tale trent’anni fa quando io, ragazzina, passavo le vacanze natalizie da una zia che vive a Milano, proprio vicino a Quarto Oggiaro. Ricordo che avevo il veto assoluto di avvicinarmi al quartiere in questione.

Se leggiamo la notizia, ci rendiamo conto che si sta comunque parlando di una situazione complessa anche a livello familiare: la ragazzina è seguita dai servizi sociali e ha un educatore che sta con lei due o tre volte alla settimana. Madre e nonna hanno precedenti per reati contro il patrimonio. Resta da chiarire se è vero, come afferma l’allieva, che l’insegnante le avrebbe dato uno schiaffo. Certo, questo gesto sarebbe inaccettabile da parte di un’insegnante. La scuola, infatti, dovrebbe assolvere al ruolo che in certe realtà familiari manca: quello di educare e contribuire ad una sana formazione dell’adolescente. Dovrebbe, è vero. Ma senza la collaborazione da parte degli allievi diventa veramente difficile.

Insomma, mi chiedo se non sarebbe il caso di attribuire un voto anche alla condotta dei genitori. In fondo la recente normativa prevede che all’atto dell’iscrizione venga sottoscritto un “Patto di Corresponsabilità”, citato anche nel nuovo Decreto n°5 del 16/01/09 in cui si stabiliscono le norme attuative per quanto riguarda l’attribuzione del voto di condotta. Cito testualmente: In considerazione del rilevante valore formativo di ogni valutazione scolastica e pertanto anche di quella relativa al comportamento, le scuole sono tenute a curare con particolare attenzione sia l’elaborazione del Patto educativo di corresponsabilità, sia l’informazione tempestiva e il coinvolgimento attivo delle famiglie in merito alla condotta dei propri figli. (art. 4, comma 4).

Certo, se le “risposte” sono queste, pare che la strada della collaborazione scuola-famiglia non sia percorribile. E, diciamolo chiaramente, la scuola da sola non ha armi per sconfiggere quello che è il peggior “nemico”: l’indifferenza.

20 novembre 2008

INFANZIA RUBATA: E LE STELLE STANNO A GUARDARE?

Posted in attualità, lavoro minorile, legalità, sfruttamento dei minori, società tagged , , , , , , , a 8:59 pm di marisamoles

Non so perché, ma quando mi è venuto in mente di scrivere questo post, ho ripensato allo sceneggiato televisivo (allora le fiction si chiamavano così) del 1971 tratto dal romanzo di Cronin: “E le stelle stanno a guardare”. Allora, bambina, lo seguii con interesse, forse un po’ spaventata dall’ambiente buio e opprimente della miniera in cui la storia per buona parte si svolgeva.
Il racconto è incentrato su più storie che coprono l’arco di una quindicina d’anni: quella di un minatore e suo figlio che cerca di diventare dottore, di un altro minatore che alla fine diviene un uomo d’affari e del figlio del padrone della miniera che entra in conflitto con il padre autoritario. Una storia, tutto sommato, che ha una fine lieta. Considerati i tempi, un messaggio di speranza.

Altrettanto non si può dire di molti bambini e ragazzi che, in tutto il mondo, vivono in modo tutt’altro che spensierato, senza futuro ma anche senza presente: la loro infanzia è rubata, costretti come sono da adulti senza scrupoli o semplicemente dalla povertà a lavorare per sopravvivere e per far guadagnare i loro sfruttatori. Come minatori, in un mondo senza luce, e quando escono dal loro rifugio di dolore, le stelle sono lì a guardare, impotenti come noi.

Quando osserviamo i nostri bambini e i nostri ragazzi, li vediamo felici, sorridenti, intenti a sperimentare la vita preparandosi al domani. Non ci rendiamo conto che la vita è molto più dura per tanti coetanei dei nostri figli. Loro non hanno la play-station, i videogiochi, il computer, lo zaino eastpack, il cellulare d’ultima generazione.
Eppure anche in Italia ci sono bambini costretti a lavorare, a rinunciare alla scuola e agli amici, per aiutare In Italia una parte della popolazione vive sotto la soglia della povertà; le risorse sociali, sempre più misere, non riescono a supportare le categorie più deboli e così la povertà si estende. I bambini considerati poveri arrivano al 17% della popolazione infantile, per svariati motivi: la disoccupazione o la sottoccupazione dei genitori, l’esistenza di famiglie numerose monoreddito, la presenza di minori in famiglie di immigrati che vivono una vita senza futuro nelle periferie e nei luoghi degradati delle grandi città, minori stranieri non accompagnati che vivono in una famiglia di appoggio di parenti o conoscenti o che non hanno affatto una famiglia … l’elenco potrebbe essere molto più lungo ma è meglio fermarsi.

Eppure oggi, 20 novembre 2008, si celebra l’anniversario della Convenzione Internazionale sui Diritti del Fanciullo, siglata dall’Assemblea Generale dell’ONU il 20 novembre 1989 ed entrata in vigore, a livello internazionale, il 2 settembre 1990, dopo la ratifica di ben 191 Stati. Attualmente gli Stati firmatari sono 193 ma, clamorosamente, manca ancora l’adesione degli USA e della Somalia. Di quest’ultima non ci stupiamo, per quanto riguarda gli States, ricordiamo che non hanno mai firmato la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, in quanto in alcuni Stati è ancora in vigore la pena di morte.

Proprio oggi, in Italia, si parla di istituire un garante per la tutela dei minori e, per una volta, pare che ci sia accordo pieno tra maggioranza e opposizione. Certo, c’è un perché: l’Italia è uno dei pochi Stati europei che non ha ancora questa figura auspicata e delineata nelle sue funzioni dalla Convenzione europea sull’esercizio dei diritti dei fanciulli, siglata a Strasburgo il 2 gennaio 1996, cui fa seguito la legge 20 marzo 2003, n. 77. La questione sta particolarmente a cuore al vicepresidente del Senato Vannino Chiti che, prendendo la parola alla celebrazione alla Camera della Giornata nazionale per i diritti dell’infanzia e degli adolescenti ha toccato anche l’argomento che, di questi tempi, è al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica: i figli degli immigrati.
Nel suo discorso Chiti ha sottolineato che ”l’investimento più giusto e più grande è quello verso i minori che sono in Italia senza essere cittadini italiani: sono i figli di immigrati. Sono qui con un permesso di soggiorno legale. Guai a pensare che questi bambini non abbiano gli stessi diritti degli altri. I diritti fondamentali, sanciti nella nostra Costituzione, sono di tutti i bambini che si trovano nel nostro Paese, senza eccezione alcuna. Comunque siano entrati in Italia, comunque siano entrati in Italia i loro genitori, i loro diritti sono gli stessi dei figli di italiani”.
Certo, questi bambini, almeno sono tutelati da una Legge che non fa distinzioni. Ma se diamo uno sguardo al mondo, vediamo che questi diritti sacrosanti e inalienabili non sono esercitati da tutti, anzi, si parla di nuove condizioni di schiavitù.

La Convenzione 138 dell’OIL (ILO, in italiano; è un’agenzia dell’ONU che si occupa del lavoro), datata 26/06/1973, stabilisce la tutela dei minori dai nuovi tipi di schiavitù. In Italia c’è la Legge 977 del 1967 a salvaguardia del lavoro minorile, in aggiunta all’adesione alle varie convenzioni internazionali e alle direttive europee. Non si può lavorare fino ai 15 anni; ci sono delle deroghe per quanto riguarda l’ambito artistico, dello sport, dello spettacolo, garantendo sempre, però, il diritto allo studio e l’obbligo scolastico. Il minore non può, comunque, lavorare per più di 6 ore al giorno, non può fare straordinari, non può essere impiegato in attività lavorative serali e solo nelle situazioni che rispettano lo sviluppo.

Tuttavia, nel resto del mondo, l’infanzia rubata è un male diffuso e pare inarrestabile. L’OIL afferma che nel mondo ci sono 2 miliardi di bambini (il 75% vive nel Sud del mondo) e di questi almeno 250 milioni (ma è una sottostima perché, essendo una pratica illegale, i dati non sono precisi), tra i 5 e i 15 anni, lavorano. Per fare un confronto, secondo l’ISTAT in Italia lavorano 145.000 bambini, ma il dato è contestato dalla CGL che parla di 300.000 unità.
Il lavoro minorile si risolve in una sorta di schiavitù, perché i bambini vengono sottopagati, costretti a lavorare anche per quattordici ore al giorno, per lo più senza ribellarsi agli aguzzini perché consapevoli che la famiglia ha bisogno anche del loro contributo. Anzi, spesso lavorano i bambini proprio perché i genitori sono disoccupati. Sembra un paradosso, ma in realtà è solo una questione di comodo: i bambini sono più adatti per certi mestieri e vengono pagati meno di un adulto.

I lavori più “gettonati” (ma aggiungerei tristemente) sono: manodopera in varie fabbriche tessili, di articoli sportivi, di fuochi d’artificio, lavori in miniera o nei campi. A queste attività lavorative si aggiunge l’impiego dei minori in attività illegali di puro sfruttamento: prostituzione, pedofilia, arruolamento in qualità di soldati, contrabbando, spaccio di droga. A ciò si aggiunge, come se non bastasse, il rapimento dei bambini o il loro acquisto da famiglie consenzienti (aggiungerei pure incoscienti) per il traffico d’organi.
Un orrore, certo, e non pensiamo che questi bimbi siano i soli sfortunati. Ci sono anche situazioni più disumane. Ad esempio, nel 1997 è stata fatta una retata a La Mecca e sono stati trovati dei bambini, costretti a chiedere l’elemosina, dopo essere stati resi storpi per impietosire di più la gente.
Oppure pensiamo che nelle Filippine ci sono i cosiddetti “bambini dalle porte chiuse”, impiegati nei lavori domestici, senza mai poter uscire. Adesso, forse, capiremo perché i filippini sono dei domestici molto quotati dalle famiglie altolocate.
Ma non basta: in Asia i minori vengono anche venduti a scopo di matrimonio, senza contare il commercio delle adozioni. In Brasile ci sono i bambini di strada (ninos de rua), così come in India, a Calcutta. Dopo la colonizzazione c’è stato un boom demografico, nelle città si sono formate le “baraccopoli” dove i piccoli sono costretti a svolgere lavori umili come la confezione di sacchetti di carta, usando materiali di scarto, e ne devono vendere almeno 50 al giorno per guadagnarsi un pasto.
Nel Golfo Persico i bambini sono usati nelle “gare di cammello”; i migliori fantini sono appunto i piccoli tra gli 8 e i 10 anni, spesso rapiti alle famiglie a questo scopo, alimentando la pratica delle scommesse illegali.
Anche nello sport i minori vengono o sfruttati o non rispettati; ad esempio alle ginnaste russe, negli anni 70, venivano somministrati dei farmaci inibitori della crescita, così mantenevano il corpo da fanciulle, più adatto alla ginnastica. Chi non ricorda la mitica Nadia Comanenci? I miei coetanei di sicuro non l’hanno dimenticata.

Che dire ancora? Forse piuttosto che ricordare questo giorno una volta l’anno, sarebbe buona cosa ricordarsi di quest’infanzia rubata ogni giorno dell’anno. Alle istituzioni un appello: meno buoni propositi per tenersi la coscienza pulita e più determinazione per far sì che i diritti siano davvero uguali per tutti.

16 ottobre 2008

RAGAZZI DI OGGI, FAMIGLIE DI IERI

Posted in adolescenza, famiglia, società tagged , , , , , , a 4:04 pm di marisamoles

donne dell'ottocentoLa storia che sto per raccontare è vera, è realmente accaduta in questi giorni. Nel 2008, non nel1800. Eppure ha un sapore antico e agli occhi di chi, come noi tutti, vive nel 2008 appare incredibile, anzi assurda nella sua incredibilità.
È difficile per me raccontarla in modo obiettivo, da cronista super partes, ma ci proverò. Tuttavia, da narratore onnisciente quale sono, sarà quasi impossibile essere realmente oggettiva. Ho deciso di raccontarla affinché chi legge possa aiutarmi a capirla, questa storia. O forse sento la necessità di parlarne perché ripercorrendone le singole tappe, la vicenda poi mi apparirà più chiara.
È la storia di due ragazzi di oggi: Marta e Luca. I nomi, ovviamente, sono di fantasia
.

Marta è una ragazza come tante: ha 16 anni, è una liceale brava e studiosa, si divide fra lo studio e le amiche, la parrocchia e i centri giovanili ad essa connessi. La sua famiglia è apparentemente normale, di sani principi, molto religiosa, forse fin troppo.
Luca ha vent’anni. Non ha mai amato studiare, ha deciso di non continuare gli studi e passa da un lavoro all’altro, tutti contratti a termine, senza aver capito ancora cosa realmente vuol fare. Non ha ancora alcun progetto di vita. La sua famiglia è unita, cerca di seguirlo in questo suo cammino incerto, a volte lo sostiene altre cerca di scuoterlo. I genitori vorrebbero che dimostrasse una maggior maturità e che si scontrasse di meno con il fratello minore. Luca, come Marta, ha avuto una buona educazione, anche di tipo religioso, fatta di valori e principi irrinunciabili.
Marta e Luca s’incontrano; si conoscono da qualche mese ma solo da poco il loro legame è diventato più stretto. Forse entrambi mentono, forse c’è fra loro una vera e propria relazione e stanno insieme da molti mesi. Non si sa. Certo è che questa loro “probabile” relazione clandestina è venuta fuori nel peggiore dei modi e ha avuto l’epilogo più sbagliato.
Succede che una domenica, mentre Marta ripassa un po’ le lezioni prima di andare a Messa, riceve la telefonata di Luca: lui è sotto casa sua, le chiede di andare a bere un caffè insieme. Lei lo fa salire in casa: non è ancora pronta, si deve vestire. E poi c’è la Messa … ma un caffè con Luca val più di una Messa.
Luca sale ma non sa che i genitori di lei non ci sono. Sa, però, che lei ha il divieto tassativo di far entrare in casa i suoi amici – specie se maschi – quando a casa non c’è nessuno. Marta pensa che non importa, per una volta, e lascia Luca in salotto mentre si cambia d’abito per uscire. Questione di pochi minuti, in fondo. Cosa potrà mai succedere. Tutta presa dalla visita inaspettata, non ha forse guardato l’orologio, non si è accorta che è quasi l’ora del ritorno dei suoi dalla Messa – loro vanno in un’altra parrocchia. Ma l’imprevedibile accade. Mentre Marta si sta vestendo, sente arrivare la macchina dei suoi. Se non fosse per quella frenata col fischio, non se ne accorgerebbe. Presa dal panico raggiunge Luca in salotto e lo trascina via. Lui, anche perché la vede in quello stato, mezza vestita, in slip e con i jeans in mano, si rifiuta di seguirla. È meglio che tu finisca di vestirti, dice, e io rimango qua. Che mai potrà succedere? No, no, tu non li conosci, protesta lei. Lo trascina per una manica, lui prende la felpa che aveva buttato sullo schienale del divano, escono di casa e salgono sul pianerottolo del piano di sopra.

Il piano è perfetto: ora i genitori di Marta entrano in casa e loro sono liberi di scendere. Lei però non ha fatto i conti con l’udito superfino della madre. Questa, già entrata nell’atrio del condominio, sentendo la porta di casa chiudersi e non vedendo nessuno sulle scale, pensa ai ladri. Decide di salire un piano, silenziosa, quatta quatta. Ma non trova nessun ladro, solo la figlia in mutande, con i jeans in mano, e un ragazzo che si sta infilando la felpa. La scena sarebbe comica se non fosse così tragica. La madre urla, strattona, trascina, è una furia impazzita, quasi una baccante invasata. A casa iniziano gli insulti: lei ha trasgredito a un divieto, lui è un irresponsabile, a vent’anni avrebbe dovuto sapere come comportarsi. I due ragazzi sono sconvolti ma non intimiditi. Vogliono far valere le loro ragioni, raccontano come sono andate le cose, non vengono creduti. Anzi, la madre di Marta vuole denunciare Luca: la figlia è minorenne, avrebbe dovuto metterlo in conto. Il ragazzo, disperato, continua a dire che non è successo nulla, non è come crede lei. Ma la donna, ormai fuori di senno, vuole che lui chiami i genitori, vuole che loro sappiano che razza di figlio hanno messo al mondo. Luca si rifiuta di telefonare a casa, anzi se ne va. E pensare che la madre di Marta, recuperando forse un barlume di lucidità, lo ha anche invitato a pranzo. Ma sì, mangiamoci su, tanto quello che è stato è stato.
Di fronte al rifiuto di Luca, la madre di Marta decide di telefonare ai suoi genitori. La figlia non vuole darle il numero di telefono, poi cede, ormai esausta, incapace di ribellarsi, di reagire.

A casa di Luca sua madre ha appena preso un cachet per il mal di testa. Una domenica bestiale, davvero. Ha ricevuto un sms del figlio che non sarebbe venuto a pranzo. Ok, tutto normale. Ma mentre è sul divano in cerca di un riposo ristoratore, arriva una telefonata. Accidenti, si è dimenticata di alzare la cornetta. Pazienza. Risponde e a mala pena comprende chi dall’altro capo del filo le sta urlando qualcosa sul figlio: irresponsabile, degenere, che educazione gli avete dato …. La mamma di Luca cerca di obiettare, dice che forse è meglio vedersi di persona. Ha un gran mal di testa, ha appena preso l’analgesico, magari tra un’ora … No, no, non si può aspettare e la donna sconosciuta all’altro capo del filo le vomita addosso tutta la rabbia, il rancore, la delusione. Sua figlia, una figlia perfetta traviata da un irresponsabile; lui, un degenere che non ha saputo dare un buon consiglio alla figlia. E i valori trasmessi, la verginità, i sani principi morali … tutto inutile, tutto perduto forse per sempre. Che fallimento di madre si sente ora.
La madre di Luca ascolta, crede di aver capito, non è scandalizzata ma rimane scioccata dalla reazione inconsulta di quella donna. Capisce che è lontana anni luce dal mondo della figlia se pretende che una ragazzina di sedici anni sappia stare al suo posto, senza trasgredire mai. Gli adolescenti proprio non li conosce. Poi pensa a suo figlio, un vero imbecille, eppure tante volte gli aveva consigliato di lasciar perdere le minorenni … Poi questa ragazza chi è? Mai sentito parlare di lei, perché tanti misteri? A Luca aveva sempre detto di confidarsi. Lui è tanto immaturo. Che cosa ci si può aspettare da uno che guarda Dragon Ball in TV? Ecco, forse questo è il motivo per cui va in cerca delle ragazzine: le sue coetanee lo snobbano, quelle vanno in cerca di uomini vissuti.

Quando Luca, più tardi, le spiega come realmente sono andate le cose, la mamma sorride. Caspita, tutto qua! Chissà cosa mi credevo! Quando la mamma di Marta aveva detto di averli trovati al piano di sopra, lei credeva in camera da letto. Tutto chiaro, adesso. Certo, pensa la mamma di Luca, quella figlia dev’essere davvero terrorizzata se, piuttosto che farsi trovare in casa, ognuno in una stanza diversa, ha preferito escogitare un piano così infantile, così maldestro … E quella mamma di problemi ne deve avere parecchi se la figlia la teme così tanto. Mah, affari loro. La domenica bestiale continua tranquilla anche se il mal di testa ora è triplicato.

Da quella domenica nulla di nuovo. La mamma chiede a Luca se vede ancora Marta, lui bofonchia qualcosa, sì, no, ni … Mah? Meglio lasciar perdere, non indagare, sperando che ‘sta volta le prediche siano servite. Ma quando ci si libera di un mostro, un altro immancabilmente è in agguato. Succede due settimane dopo, di martedì. Sempre alla stessa ora, cioè quella in cui la madre di Luca cerca di riposare sul divano, arriva un’altra telefonata. Dal salotto intuisce che qualcosa non va; sente Luca rispondere in modo molto seccato: non so nulla, non so dov’è. Poco dopo, conclusa la telefonata, scaglia lontano il cordless che per fortuna atterra sul divano. Che c’è? chiede la mamma. Marta è scappata di casa, risponde secco il figlio. Oddio, come, perché … La mamma si agita ma quando sente che i genitori di lei ritengono Luca responsabile e lo vogliono denunciare – addirittura per pedofilia – rimane sconvolta. Deve fare qualcosa.
Da quel momento il pomeriggio scorre in modo alquanto concitato. Prima mamma e figlio vanno dai carabinieri: lui vuole denunciare i genitori di Marta a sua volta per calunnia, la madre vuole sapere solo se ci sono novità sulla ragazza. Dai carabinieri niente, quindi decidono di andare a casa di Marta ma non trovano né padre né madre, solo il fratello che scende – non li fa mica salire, che abbia anche lui qualche divieto? – si parla un po’, si fa una specie di ballottaggio delle responsabilità, ognuno si difende e difende le proprie ragioni, ma in modo assolutamente civile. Possibile, pensa la madre di Luca, che questo sia figlio della stessa madre? Sembra una persona tranquilla, equilibrata, quasi saggia.

Passa quasi un’ora e Luca va al lavoro. È inutile stare ad aspettare tutti e due, resta solo la madre. Quando arriva la mamma di Marta non vuole far salire l’altra madre. Poi cede, la invita su ma, appena varcata la soglia di casa, le vomita addosso i soliti insulti. Aggiunge, però, che quel ragazzo è un fallito, uno che nemmeno studia più, un cattivo esempio per la figlia … anzi, la rovina della famiglia. La madre di Luca rimane allibita. Ecco, le ha riaperto la ferita, anzi le sta rigirando la punta del pugnale dentro. Tenta di difendere suo figlio e, quando l’altra riprende a parlare dell’episodio di due domeniche prima, sbotta: in fondo sua figlia gli aperto la porta di casa, Luca che poteva fare? Ecco, ribatte l’altra, suo figlio è un santo, mia figlia è una troia. Evidentemente non voleva dire questo, la mamma di Luca, ma è inutile obiettare.
Marta ha lasciato una lettera: parla del suo errore, della volontà di espiare la colpa, dell’amore dei suoi che non avrà più, anzi forse l’avrà ancora perché i genitori non sono capaci di non amare i figli. Ma non si devono preoccupare: si trova in un posto sicuro dove sapranno aiutarla, riusciranno ad alleviarle il peso di quella colpa.
La mamma di Luca è incredula: di che colpa sta parlando? Si riferisce ancora a quella domenica? Che mai sarà successo realmente? E intanto rilegge quelle righe: in ogni parola si percepisce un grido muto di dolore. Come avranno fatto a ridurla in quello stato? E Luca, che parte ha realmente in questa vicenda?
La madre di Marta ammette di essere dura, severa, ma bisogna pur educarli questi giovani. La mamma di Luca obietta che talvolta, per il quieto vivere, bisogna scendere a compromessi. Eh già, ribatte l’altra, meglio lasciargli fare quello che vogliono! Il tono è sarcastico. Poi continua: certo se le lasciavo fare quello che voleva, a mia figlia, non scappava di casa. Beh, anche lei l’ha capito. Negare la libertà significa non fidarsi. Forse quella ragazza vuole soltanto che i suoi si fidino di lei. Forse quella che lei chiama colpa non è la sua. Forse la riconosce come tale solo assumendo il punto di vista della madre.

La sera Marta si fa viva. La vanno a prendere. L’episodio è concluso ma ha sconvolto due famiglie. Sarà stato solo un gesto dimostrativo? Una muta protesta, muta perché la voce della madre è più forte di quella della figlia e di chiunque altro. Tant’è che del padre non si sa nulla. Lei è la virago della situazione. Per lei il bianco è bianco, il nero è nero. Del grigio che riveste la vita della figlia non si preoccupa. Quel mondo senza colori di una ragazza che non può mettersi la minigonna se non di nascosto dai suoi, che non può andare in discoteca, che deve lasciare le feste alle undici e mezza, quando tutti gli altri cominciano ad arrivare, quel mondo così opaco da spegnere anche la luce dei suoi occhi, non le piace. Questa volta si è allontanata da casa, la prossima tenterà un gesto più estremo? Speriamo di no.
Luca non risponde più ai messaggi di Marta. Pare non ne voglia più sapere. O forse mente, ancora una volta. Forse è meglio per Marta che lui la lasci perdere. È meglio anche per la madre, anzi, per tutte e due.

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