LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDÌ: DONNA NEPALESE SALVA MIGLIAIA DI BAMBINE E RAGAZZE DALLO SFRUTTAMENTO

Anuradha Koirala Questa è una notizia che proviene da lontano e parla di violenza e sfruttamento ai danni di migliaia di bambine e ragazze. Sfruttamento evitato, grazie al cielo, per merito di una donna che non si è mai arresa davanti all’orrore della violenza, subita in prima persona durante gli anni del suo matrimonio. Anuradha Koirala, la protagonista di questa notizia, veniva picchiata dal marito quotidianamente e proprio a causa della violenza, ha subito tre aborti spontanei. Sola e senza nessuno con cui confidarsi e a cui chiedere aiuto, subiva in silenzio l’inaudita violenza del consorte. Ma dopo il divorzio, ha deciso di investire i pochi soldi che aveva aiutando le altre donne e, nel 1993, ha fondato “Maiti Nepal”.

Il Nepal è una regione molto povera in cui per molti bambini e bambine è praticamente impossibile passare un’infanzia e un’adolescenza spensierate. Molte famiglie indigenti vengono ingannate da gente senza scrupoli e convinte a mandare le proprie figlie a lavorare. Purtroppo, però, questa gente mette in atto una vera e propria tratta di essere umani: con la promessa di portare le figlie in India per farle lavorare nell’industria tessile, costringono in realtà ragazze e bambine, anche di soli 8-9 anni, a prostituirsi nei bordelli.

L’associazione “Maiti Nepal” – che significa “casa della madre” o “casa natale” – fondata da Anuradha Koirala ha finora salvato più di 12mila ragazze. Fa opera di prevenzione, sorvegliando il confine tra India e Nepal, collaborando con la polizia locale, e fornisce case-protette e servizi di accoglienza e sostegno alle vittime.
Non solo: Anuradha va di villaggio in villaggio e mette in guardia gli abitanti dalle insidie che si nascondono dietro false promesse di lavoro per le ragazze, riuscendo a liberare 4 donne ogni giorno. “Le nostre ragazze sono le migliori guardie di frontiera tra Nepal e India. – spiega la donna – Riconoscono subito quando una ragazza è stata o sta per diventare vittima di sfruttamento sessuale. Io non devo spiegare nulla. Loro conoscono l’orrore dei bordelli e sono lì per salvare altre donne”.

Molte delle ragazze che vengono salvate sono, però, spaventate, psicologicamente distrutte e spesso malate di HIV/AIDS o di altre gravi malattie. Talvolta sono incinte oppure hanno bambini piccoli. A Katmandu vengono accolte nella Maiti Nepal che diventa la loro casa. Un nido sicuro nel quale trovano tutto il sostegno di cui hanno bisogno: “Cerchiamo di dare a tutte loro il lavoro e l’istruzione che preferiscono, – spiega Anuradha – perché quando si realizzano i propri sogni, si riesce a dimenticare persino che si è sieropositivi o che si è stati sfruttati”.

Questa storia deve essere un esempio per le tante parti del mondo in cui la violenza e lo sfruttamento ai danni delle persone più indifese, soprattutto quelle in giovane età, costituiscono una condizione non solo tollerata ma anche talvolta incoraggiata. Perché anche per altre bambine e ragazze possa esserci la speranza di dimenticare e ricominciare una nuova vita.

[fonte: buonenotizie.it]

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STUPRI E CONDANNE

Giustizia BilanciaUn Paese si può definire civile quando le leggi salvaguardano le persone e garantiscono la giusta punizione di ciascun reato, a seconda della gravità dello stesso.
Non è un caso che l’aggettivo civile sia legato alla parola civis latina che significa cittadino. Infatti proprio la nascita delle città (siamo, ovviamente, nel Neolitico), che avviene con il progressivo passaggio dai villaggi agli insediamenti cittadini, in cui gli abitanti vengono gerarchizzati, porta a stabilire delle leggi che regolamentino la convivenza le tra persone.
Dapprima le leggi venivano trasmesse oralmente e ciò comportava spesso la libera interpretazione, nonché la libera applicazione, delle stesse. Insomma, la garanzia della legge uguale per tutti era ancora un lontano miraggio.

Il primo codice scritto risale al secondo millennio a.C. ed è il famoso Codice di Hammurabi, re babilonese. Non possiamo essere certi che si tratti del primo esempio di Legge scritta in assoluto, ma è il primo ad essere pervenuto. Siamo, tuttavia, ancora molto lontani dalla civiltà come la intendiamo noi oggi, dal momento che il testo comprende la legge del taglione e il famoso occhio per occhio.
Saranno i Greci, in seguito, a dettar legge, nel vero senso dell’espressione, ma il concetto di civiltà è ancora legato allo status di cittadino che per i Greci era alquanto restrittivo. Il cammino verso la democrazia era ancora lontano, seppur nella civiltà greca ne possiamo intravedere una qualche parvenza.

Con i Romani siamo, invece, di fronte ai Padri del Diritto moderno. Ma anche in questo caso il cammino è lungo per arrivare all’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla Legge. E non parliamo solo di status sociale, parliamo anche di considerevoli differenze nell’ambito dei sessi.

Dopo questo preambolo, che non ha certo la pretesa di essere esaustivo (d’altra parte, la mia prolissità è nota e non da tutti gradita, quindi cerco di stringere…) arriviamo al dunque.
Due fatti di cronaca, molo simili nella sostanza, sono stato resi noti dai media in questi giorni. Entrambi trattano di violenza sessuale, con vittime delle donne, ed entrambi sono accaduti all’estero e non vedono protagoniste donne italiane.

Il primo fatto ha come protagonista una cittadina norvegese, Marte Dalelv, che si trovava a Dubai per lavoro. L’episodio risale al 6 marzo: la ventiquattrenne era uscita la sera con dei colleghi di lavoro ed aveva subito violenza. Dopo la denuncia, la poveretta non solo perde il lavoro, in quanto la filiale di Dubai della società per la quale lavorava la licenzia, ma si ritrova sul banco degli imputati: il 17 luglio viene emessa la sentenza di condanna a 16 mesi di prigione con l’accusa di aver avuto rapporti sessuali extraconiugali (oltre al consumo di alcol che, a questo punto, mi sembra un dettaglio poco significativo).
Il suo aggressore, invece, è stato condannato a 13 mesi di carcere. (LINK)

E veniamo al secondo fatto occorso in India ad una cittadina svizzera. Lo scorso 15 marzo la donna, che era accompagnata dal partner, a sua volta aggredito, è stata stuprata da sei uomini. A quanto riporta l’edizione online del Times of India, i sei giovani, di età compresa tra i 19 e i 25 anni, contadini analfabeti, sono stati condannati all’ergastolo e a una pena pecuniaria. (LINK)

Ora, sarebbe banale chiedere quale delle due condanne sia più civile, in quanto la risposta sarebbe scontata, non fosse altro per il fatto che la cittadina norvegese a Dubai è stata addirittura condannata, nonostante la violenza subita. Ma nel secondo caso, quello accaduto in India, a me personalmente pare esagerato l’ergastolo, considerato che qui in Italia nemmeno gli assassini ormai vengono condannati al carcere a vita.

Insomma, ci vorrebbe la giusta via di mezzo. In Italia la legge attuale prevede, in caso di stupro, una condanna da 6 a 12 anni di carcere, ma se in conseguenza della violenza la vittima muore, è previsto l’ergastolo. Però facilmente il carcere a vita viene tramutato in 30 anni, poi ci sono gli sconti di pena per buona condotta, poi magari c’è la libertà vigilata per favorire il reinserimento sociale del reo, insomma dalle parole ai fatti …

L’unica cosa veramente civile che personalmente noto nei due fatti accaduti a Dubai e in India è l’efficienza della giustizia. Noi processi così veloci ce li sogniamo … con le dovute e note eccezioni.

Consiglio la lettura di questi articoli:
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SE L’ABITO NON FA IL MONACO E GLI SHORTS NON FANNO LA SGUALDRINA

lato b
Da un po’ di giorni fa discutere sul web una riflessione dello scrittore Marco Cubeddu sulla moda femminile dell’estate: indossare gli shorts, non solo per andare in spiaggia, ma anche in città.
La perplessità di Cubeddu, che scrive sulle pagine del quotidiano Il secolo XIX, nasce dall’aver osservato che questo capo di abbigliamento è particolarmente amato dalle giovanissime. Così racconta:

Qualche settimana fa ero a Roma, per lavoro. Trascorrevo la pausa pranzo a Villa Borghese, sdraiato su una panchina. Quando, a un certo punto, sono stato travolto da una nube di “quartine” in shorts. Con “quartine”, a Roma, si intendono quelle di quarta ginnasio, cioè quattordicenni. Era appena finita la scuola. E le strade si sono riempite di ragazzine di 2a e 3a media. Non solo in shorts, ma anche in “minishorts” (il jeans arrivava molto più in alto della fine dei glutei). Alcune si toglievano le magliette e restavano in reggiseno. Altre, con le magliette bagnate per i gavettoni, il reggiseno non lo indossavano.

Qualche tempo dopo Cubeddu racconta l’episodio mentre è in compagnia di amici. Una delle donne presenti commenta: “non possono lamentarsi se poi le stuprano”.

Questa è la frase incriminata da cui subito Cubeddu prende le distanze osservando: Ovviamente, non esiste e non deve esistere nessuna giustificazione o attenuante per azioni tanto barbare.

Ecco, secondo me il punto è questo: non è l’abito che fa il monaco, quindi non sono gli shorts a fare le sgualdrine, ma è la mente malata di certi uomini il problema.

Io ho vissuto la mia adolescenza negli anni Settanta. Chi li ricorda, avrà notato che nella moda ci sono i corsi e ricorsi storici. E questa è l’estate del revival degli shorts, delle zeppe (che non piacciono agli uomini ma tanto a noi checcene …) e dei gonnelloni. Si va da un estremo all’altro: o troppo coperte o troppo scoperte, o rasoterra con le espadrillas o arrampicate sulle zeppe, preferibilmente quelle di corda. proprio come si usava negli anni Settanta e nel mio guardaroba e nella scarpiera avevo mezze dozzine di esemplari di ciascuna specie.

Ora sono certa che qualcuno dirà: ma erano altri tempi. Sicuramente: erano tempi in cui si poteva girare tranquillamente in shorts senza che uomini in calore ci sbavassero dietro. Si limitavano a guardare e ad apprezzare (chi non ha ricevuto almeno un complimento dai tanti militari di leva che allora giravano a frotte in città?). Guardare e non toccare, come il cartello che gli ortolani esponevano sulle merci fresche di giornata.

Erano altri tempi soprattutto per ciò che riguarda gli orari d’uscita delle giovanissime.
Cubeddu nel suo post si riferisce ad un’osservazione fatta a Villa Borghese in pausa pranzo. Credo che in quella circostanza le ragazzine in pantaloncini non avessero nulla da temere. Diverso è il discorso se parliamo di discoteca e uscite notturne.

Una cosa è incinfutabile: noi ragazzine degli anni Settanta non potevamo uscire la sera dopo cena, a meno che non fossimo accompagnate da persone adulte. Io ho un fratello maggiore di sei anni e spesso al mare, perché in città non era pensabile uscire la notte, mi era permesso andare con lui e i comuni amici (non che lui ne fosse felice, intendiamoci!).

Ora pare che le giovanissime abbiano tutti altri orari. Questo, tuttavia, dipende dall’educazione ricevuta in famiglia e dalla fiducia che si ripone nella prole, ovviamente. Io non ho figlie femmine ma ho avuto le mie belle gatte da pelare con i figli adolescenti che volevano uscire tutte le sere d’estate. Un vero e proprio braccio di ferro. Figuriamoci con le femmine …

Per convincere i genitori, le ragazze che fanno? A volte s’inventano accompagnatori più grandi e anche qui mi pare il caso di dire che ai miei tempi eventuali “accompagnatori” dovevano presentarsi ai genitori, preferibilmente ben vestiti e con modi gentili, e solo dopo lunga e attenta ispezione da parte della madre, più che da quella del padre, si poteva strappare un consenso che aveva, comunque, carattere eccezionale. Uno strappo alla regola, nulla di più. Ma ora? Ho l’impressione che questa eventualità sia da scartare perché verrebbe considerata una vera e propria onta da parte della ragazzina in questione che, con aria da vittima incompresa, sarebbe ben pronta ad obiettare: ma non vi fidate di me!

La maggior parte delle volte, però, l’opzione preferita è quella del “così fan tutte“. Quindi, se tutte le 14-15enni possono uscire la sera e andare in discoteca, che problema c’è? Il problema è che se tutte son pronte a dire che le altre possono, nessun genitore, a meno che non ingaggi un investigatore, sarà mai in grado di verificare che le altre mamme e gli altri papà permettono alle loro figlie di uscire la sera e fare le ore piccole.

belen shorts
Tornando all’abbigliamento, il problema basilare è, a mio parere, quello dell’imitazione.
La moda, si sa, è contagiosa. Se sulle pagine delle riviste (non solo, anche quelle dei quotidiani on line più seguiti) si vedono attrici e cantanti che vanno a fare shopping indossando short striminziti – comprese le neomamme come la Rodriguez che, tuttavia, credo sia più invidiata dalle mamme normali, quelle che a fine gravidanza si trovano ancora dieci chili da smaltire e una pancia che sembrano ancora al quinto mese, che imitata dalle ragazzine – è palese che quel capo d’abbigliamento sia il preferito dalle giovanissime. Se la moda fosse quella di andare in giro con il burqa, sarebbe lo stesso.

A questo proposito, Cubeddu osserva: Siamo così convinti che mettersi il velo sia prigione e i minishorts siano libertà? No, non lo siamo, almeno io non lo sono.
La questione è culturale: una donna che indossa il velo lo fa, nella maggior parte dei casi, perché costretta ma nello stesso tempo convinta che sia la cosa più giusta da fare. Dicono che il velo preservi da sguardi indiscreti e che garantisca alle donne la rispettabilità che meritano. Su questo si potrebbe discutere fino a domani ma è fin troppo evidente che i punti di vista sarebbero antitetici perché la cultura che abbiamo noi in occidente non collimerà mai con quella orientale, specie quella dei Paesi islamici.

Detto questo, mi chiedo: gli shorts sono sinonimo di libertà? Secondo me lo sono come qualsiasi altro capo di abbigliamento che scegliamo di indossare. Purché il luogo sia quello adeguato.
Ad esempio, come non approvo che i maschi si presentino a scuola con i bermuda, allo stesso modo non gradirei vedere le ragazze con gli shorts nei corridoi scolastici. Uso il condizionale perché in effetti non ne ho mai vista una. Se lo facessero (ammesso che il dirigente non ponga un veto come ha fatto qualcuno per i bermuda maschili e per i leggins indossati dalle femmine), più che di libertà si tratterebbe di provocazione. In quel caso l’abbigliamento verrebbe sentito come sfida e sarei quasi d’accordo con l’osservazione fatta dall’amica di Cubeddu.

Ma quando, qualsiasi sia la moda, ciò che si indossa viene portato con naturalezza, seguendo le tendenze, pur senza lasciarsi andare all’omologazione, e preferibilmente con buon gusto (insomma, con qualche chilo in più e la cellulite strabordante sarebbe il caso di rassegnarsi ai gonnelloni piuttosto che portare i pantaloncini), non si tratta di provocazione né di libertà. Non dobbiamo criminalizzare la moda né pensare che un abito sia più conveniente di un altro. I veri criminali sono quelli che vedono malizia dove non c’è e soprattutto pretendono di avere con la forza ciò che non si limitano a guardare e apprezzare.

[LINK della fonte; immagine da questo sito]

“VIETATO L’INGRESSO AI MAROCCHINI”. GESTORE DI UN BAR APPONE UN CARTELLO CHOC DOPO L’AGGRESSIONE SUBITA DALLA FIGLIA

Sicuramente il cartello apposto dal gestore del bar “No problem” di Alassio può suscitare sdegno a prima vista. Ma leggendo la notizia forse si può comprendere la rabbia di un padre la cui figlia è stata aggredita e molestata da un marocchino ubriaco, individuo ben noto alle Forze dell’ordine.

Ghalfi El Mohammed, 30 anni, in evidente stato di ebbrezza (ma i musulmani non hanno il divieto di assumere alcolici?), la notte precedente aveva avvicinato e aggredito la giovane 21enne mentre rientrava a casa. Alla reazione di lei, l’aveva colpita con un fondo di bottiglia causandole ferite a un braccio e al collo. Alle urla della ragazza, si era dato alla fuga venendo, però, bloccato dai Carabinieri.

Quello che sembra incredibile, in questa vicenda, è che Ghalfi El Mohammed non è uno sconosciuto per la giustizia italiana. Mentre i Carabinieri lo avevano denunciato più volte per ricettazione, vendita di prodotti con marchio contraffatto, porto abusivo d’armi, spaccio di stupefacenti, stalking e altri reati contro il soggiorno sul territorio, la polizia comunale di Alassio lo aveva arrestato il mese scorso per resistenza durante un controllo contro l’abusivismo commerciale. Dopo aver patteggiato 66 mesi di reclusione, aveva tuttavia ottenuto la sospensione della pena.

La domanda è lecita: com’è possibile che un uomo del genere fosse libero di circolare e aggredire una ragazza? La vicenda avrebbe potuto avere dei risvolti ben più tragici.

Il padre della ragazza si sarebbe fatto pure giustizia da solo: “Ho preso una spranga, se lo prendevo … Gli è andata bene che l’hanno trovato prima i Carabinieri”, ha dichiarato. Quanto al cartello, umanamente è comprensibile la sua rezione. Ma, come al solito, si tende a fare di tutta l’erba un fascio.

Senza nulla togliere alla reità del marocchino protagonista di questo episodio, forse i veri colpevoli sono altri: le Forze dell’Ordine che non hanno i mezzi per arginare la criminalità che vede protagonisti giovani, stranieri ma anche italiani, che non hanno rispetto per le donne e le considerano solo degli oggetti con cui trastullarsi, e una magistratura sempre più esautorata.

A dispetto del nome del locale, un cartello non risolve questo tipo di problemi e non fa altro che rendere ancora più complessa l’integrazione di tanti stranieri onesti che si sentono ora additati solo perché hanno in comune con un criminale la nazionalità.

[fonte: Il Giornale; foto di Franco Silvi, Ansa]

DONNA MAROCCHINA SEGREGATA E VIOLENTATA DAL MARITO PERCHÉ VUOLE IMPARARE L’ITALIANO

Nel civilissimo Nord-Est non è sempre facile la vita degli immigrati. Il sospetto s’insinua nelle menti di chi, forse, non gradisce una presenza così massiccia di extracomunitari. Mentre noi, altrettanto civili, parliamo di integrazione, i primi a non volerla, come ho già sostenuto altrove, sono proprio loro, gli immigrati.

La lingua è uno strumento di coesione indispensabile per vivere in un Paese straniero. I bambini degli immigrati imparano l’Italiano a scuola e spesso lo insegnano ai genitori, specie alle mamme. Sì, alle mamme perché loro, al contrario dei papà, non sono impegnate in un’attività lavorativa e, quindi, seguendo la logica maschile specie quella influenzata dall’islam, non hanno alcun bisogno di imparare la lingua del Paese che le ospita.
Così assistiamo, talvolta, ad una chiusura totale delle donne nel microcosmo domestico e all’impossibilità che si concretizzi quell’integrazione che per le giovani spose islamiche sarebbe l’unico modo per sentirsi meno sole, specie se non hanno ancora dei figli: spesso, infatti, è attraverso gli occhi dei bambini che riescono a guardare il mondo sconosciuto che le circonda.

Gli immigrati nel Nord-Est, come dicevo, sono tanti e appartengono a diverse culture anche se la più diffusa è quella islamica. In provincia di Vicenza, una giovane marocchina, sposata ad un uomo di dieci anni più grande e che ha conosciuto solo tre giorni prima delle nozze, è stata picchiata, violentata e segregata in casa, con la complicità di altre due donne, la cognata e la suocera, dal marito che non ha affatto apprezzato il tentativo fatto dalla moglie di imparare l’italiano.

Sentendosi sola e soffrendo per le continue angherie delle donne di famiglia, Samia (è un nome di fantasia) ha, forse ingenuamente, chiesto al marito il permesso di imparare l’italiano. Per tutta risposta, è iniziato per lei un vero e proprio inferno fatto di maltrattamenti e vessazioni di ogni tipo. Eppure lei, come ha scritto sul diario che teneva segretamente, aveva accettato di buon grado quel matrimonio e il trasferimento in Italia: «Ho fatto questa scelta. Era importante per i miei genitori. Ora voglio solo essere una brava moglie».

Spesso i genitori impongono queste scelte nella convinzione che sia un bene per le figlie sottrarsi alla povertà e ne ricevono in cambio del denaro che serve loro per tirare avanti fino al matrimonio di un’altra figlia. Proprio ieri ho scritto un post sulla pratica orrenda e inumana dell’infibulazione cui sono sottoposte le bambine e le ragazze da molti popoli africani (LINK dell’articolo). Ho riportato alcuni brani tratti dai libri di una donna somala, Waris Dirie, in cui la scrittrice racconta di essere stata venduta, quindicenne, ad un uomo di sessant’anni per cinque cammelli. Ecco, forse a Samia è successa una cosa del genere e ha pensato di poter aiutare la famiglia trasferendosi nel Veneto con il marito sconosciuto.

Nonostante i maltrattamenti la donna crede di poter essere ancora una buona moglie. Accetta le botte dal marito, che pensa siano una specie di strumento di correzione, ma le regole le stanno un po’ strette. Inizia, così, a studiare l’italiano prendendo degli appunti mentre segue i programmi televisivi. Un’innocente evasione, a nostro modo di vedere, un segreto che per noi non sarebbe nemmeno inconfessabile, una trasgressione che forse ci fa sorridere. Eppure quella trasgressione è stata punita, perché una donna musulmana non può fare quello che il marito le vieta di fare.

A tutto c’è un limite, e lo capisce anche una giovane marocchina che ha tentato di essere una buona moglie. Proprio quando ha capito che il marito non è affatto un buon marito, si è sottratta alla prigionia tra le mura domestiche, è riuscita a scappare e ha denunciato l’uomo che la maltrattava. Ora lui è indagato per violenza sessuale, sequestro di persona e lesioni, mentre lei, grazie ad un’associazione indicatale dai carabinieri, è ospitata da una famiglia che si prende cura di lei. Ha trovato anche un lavoro e ora può imparare meglio la lingua “proibita”, perché la sua vita è qui, in un Paese straniero, sì, ma che le ha aperto nuove prospettive, prima nemmeno immaginabili.

Samia ce l’ha fatta, anche se il cammino verso la serenità sarà, forse, ancora lungo. Altre donne non riescono a riscattarsi da una vita di segregazione e altri mariti non sono nemmeno sfiorati dall’idea che le leggi dello Stato che li ospita prevalgano su quelle, ingiuste e crudeli, in cui credono.

[fonte: Il Corriere]

VIOLENZA DI GRUPPO IN CLASSE MENTRE IL PROF INTERROGA

A leggere la notizia si rimane a dir poco basiti. Non tanto per il fatto in sé – le cronache, infatti, ci riportano spesso fatti del genere, purtroppo – , quanto per l’assoluta incredibilità di quanto è successo, in una scuola media, in aula, durante la lezione, senza che l’insegnante in cattedra si accorgesse di nulla.
È successo a Salò, in provincia di Brescia. La vittima di una violenza di gruppo è una ragazzina; i carnefici sono poco più che bambini: un tredicenne (presumibilmente, visto che uno dei colpevoli ha meno di quattordici anni), un quattordicenne e un quindicenne; complici sono altri dodici compagni di classe più o meno coetanei.

I fatti sono andati così, almeno stando a quanto riportato da Il Corriere: durante un’ora di lezione, mentre il professore stava interrogando (presente in classe, dunque!!!), tre alunni si sarebbero denudati di fronte ad una compagna di classe e l’avrebbero costretta ad un rapporto orale (in realtà, secondo quanto detto dai genitori della vittima, non consumato). Per “passare inosservati”, i violentatori hanno ottenuto la complicità di altri dodici ragazzini che avrebbero fatto da paravento. E ci sarebbero riusciti così bene che il professore, interrogato dai carabinieri, ha ammesso di non essersi accorto di nulla.

L’episodio di violenza, accaduto a febbraio ma reso noto solo ora, è stato scoperto grazie ad un tema che un insegnante ha fatto svolgere: un espediente per capire se le voci, che nel frattempo si erano diffuse, fossero vere. E infatti sono state confermate dando l’avvio alle indagini.
I ragazzi di quattordici e quindici anni sono stati arrestati, mentre il più giovane è a piede libero. Naturalmente i complici la faranno franca in sede penale, ma si devono aspettare quanto meno un provvedimento disciplinare dal Dirigente Scolastico. Discutibile, poi, la decisione della preside di sospendere anche la vittima dell’abuso, in attesa che sull’episodio sia fatta chiarezza. Per quanto riguarda l’insegnante, gli investigatori hanno informato l’autorità giudiziaria affinché valuti l’opportunità di un provvedimento nei suoi confronti. A questo punto, voglio sperare che, oltre ad una denuncia penale (non dimentichiamo che i ragazzi sono affidati alla tutela degli insegnanti durante la permanenza a scuola), il docente in questione sia sospeso dall’insegnamento.

Non smetterò mai di chiedermi cosa facciano certi docenti in classe. Forse io sono troppo esigente se pretendo attenzione continua anche durante le interrogazioni? Sono addirittura un mostro se punisco chi non sta attento alle interrogazioni e non corregge i compiti svolti a casa? Non credo di fare nulla di eccezionale: svolgo semplicemente il mio lavoro, stando attenta che i ragazzi non si facciano del male e, attraverso il mio atteggiamento rigoroso, offro un esempio che ritengo possa contribuire ad una corretta formazione degli adolescenti.

Certo, nessuno è perfetto e nemmeno io lo sono. Ma non credo sia tanto difficile evitare di essere presi per i fondelli da una masnada di ragazzini.

SCUOLA: FESTA IN AULA, FANNO UBRIACARE IL COMPAGNO E ABUSANO DI LUI

Ci sono notizie che non si vorrebbe mai leggere. Specialmente qui, in questo tranquillo angolo del nord-est in cui la cronaca nera, specie se interessa i minori, non è sempre così nera.
Quando varco il portone di scuola la mattina e guardo gli studenti arrivare a frotte, mi sento quasi fortunata: mi tengono la porta, mi chiedono scusa se involontariamente mi urtano, salutano quasi sempre … la maggior parte di essi è davvero educata. Poi ci sono sempre le eccezioni, non c’è da stupirsene. Ci sono quelli che tentano di fregarti l’ascensore sotto il naso (loro non possono usarlo, se non per giustificati motivi e con regolare autorizzazione firmata dal Dirigente Scolastico) o, appena mi vedono arrivare, fanno finta di zoppicare per salire con me. Qualcuno non saluta, è vero, anche degli ex allievi che, non si sa perché, ma non appena si smette di essere una loro insegnante, hanno chiuso qualsiasi rapporto. Ma è anche vero che ci sono colleghi non salutano mai, quindi non mi stupisco dei ragazzi che seguono l’esempio di certi adulti.

A scuola, in tutte le scuole, ci sono molti divieti: non si fuma all’interno dell’edifico scolastico, non si sporcano le aule e i corridoi, non si urla quando ci si trasferisce dalla propria aula in un laboratorio, non si fa chiasso aspettando che arrivi l’insegnante e si chiede sempre il permesso di uscire durante le ore. Quando non ci si comporta a dovere, scatta la nota e, nei casi più gravi, c’è la sospensione talvolta integrata dalle cosiddette “attività socialmente utili”. Nella mia scuola non c’è stato nessun cinque in condotta e dire che gli allievi sono quasi 1400. Non ci si può lamentare, dunque.

Quando si ha l’impressione di stare in un piccolo paradiso e si leggono fatti di cronaca raccapriccianti che accadono nelle altre scuole, allora ci si convince di essere fortunati. Ma a pochi chilometri da qua, a Trieste, è successo qualcosa che, almeno a me, sembra del tutto inconcepibile in questo piccolo angolo di mondo. Leggo sul quotidiano Il Piccolo che in un istituto superiore di Trieste un quindicenne, durante una festa in aula (!), è stato fatto ubriacare da quattro compagni suoi coetanei che poi hanno abusato di lui sessualmente.
Scuola e protagonisti sono top secret, com’è giusto che sia. E il fatto sarebbe passato sotto silenzio –pare, infatti, che nessuno si sia accorto dell’accaduto- se due dei ragazzini non si fossero pentiti e non avessero raccontato l’episodio alla Preside.

Quello che stupisce, però, è leggere che il fatto è accaduto nel corso di una festa svoltasi nell’aula al termine delle lezioni e pare che l’episodio si sia trasformato in un vero e proprio atto criminale per colpa anche di una cassa di birra entrata non si sa come nell’istituto scolastico.
A questo punto mi chiedo: come hanno fatto questi quattro delinquenti (mi si perdoni, ma è l’unico vocabolo che riesco ad usare per definirli) a portare addirittura una cassa di birra a scuola? E chi ha dato l’autorizzazione di fare una festa in aula al termine delle lezioni? Credo nessuno perché sarebbe davvero inconcepibile. Vale la pena di ricordare che gli allievi, a maggior ragione se minorenni, dovrebbero essere accompagnati fino all’uscita di scuola o quanto meno l’insegnante dovrebbe controllare che l’aula rimanga vuota prima di allontanarsi. E poi, i bidelli (ops, collaboratori scolastici!) dov’erano? Non si usa, forse, in quella scuola pulire e riordinare le aule al termine delle lezioni? E nessuno ha visto che nei locali veniva introdotta addirittura una cassa di birra?

Nell’articolo firmato da Claudio Ernè si legge che i quattro studenti autori delle violenze sono già stati cautelativamente allontanati dalla scuola, mentre il ragazzino che è stato coinvolto in questa vicenda ha bisogno di una assidua e prolungata assistenza psicologica. Deve superare l’incubo in cui incolpevolmente è stato sprofondato da ragazzi della sua stessa età.
Ora, senza voler risultare troppo critica, mi chiedo: forse qualche punizione, e magari un supporto psicologico, non farebbe bene anche agli insegnanti e al personale della scuola?

[foto da Repubblica.it]

AGGIORNAMENTO DEL POST, 8 MARZO: SARA’ APERTA UN’INCHIESTA

Sulla Homepage del Il Piccolo di oggi, vengono resi noti i risvolti di questa sconcertante vicenda:

Presenteremo in Procura una denuncia per far aprire l’inchiesta sulle violenze sessuali esercitate su un ragazzo di 15 anni da quattro compagni di classe”. Lo ha affermato l’avvocato che assiste la famiglia della vittima. La vicenda che Il Piccolo ha reso nota risale a due settimane fa e nessuno finora aveva attivato né il sistema scolastico, né gli inquirenti. [LINK]

Nelle pagine interne, inoltre, si legge:

Deciso a rompere il muro d’omertà l’avvocato del ragazzo che ha subito violenze. Lunedì sarà aperta un’inchiesta. [LINK]

Io credo che sia il minimo pretendere di far chiarezza sul fatto. Ma, evidentemente, le scuole non si vogliono esporre: questa mattina a Buongiornoregione del Friuli-Venezia Giulia, la giornalista Marinella Chirico ha reso noto che, fatto il giro degli istituti superiori cittadini, la Polizia che sta indagando si è trovata di fronte ad una totale chiusura: pare che in nessuna scuola il fatto sia successo. A questo punto, quando la verità verrà a galla, le sanzioni non si faranno attendere. Trovo assolutamente disdicevole mettere a tacere un fatto così grave per coprire quelle persone -docenti e ATA- che hanno dimostrato uno scarso senso di responsabilità. Vale la pena di ricordare che la responsabilità penale è personale, come gia detto altrove. [LINK]

AGGIORNAMENTO ORE 20.44
Al Tg3 del Friuli-Venezia Giulia hanno smentito che il fatto sia accaduto in una scuola, tanto meno in una classe. Pare, infatti, che i protagonisti di questa sconvolgente vicenda frequentino una scuola professionale per l’edilizia e che l’atto di bullismo sia avvenuto in un cantiere dove gli studenti stavano facendo pratica, al termine di una giornata di lavoro.
Ora la faccenda sembra più credibile: si spiega, quindi, il motivo per cui alla polizia i Dirigenti delle scuole ispezionate avevano negato che il fatto fosse avvenuto nelle loro aule. D’altra parte, io stessa avevo espresso nel post il mio stupore in quanto non credo possa accadere qualcosa del genere nei locali scolastici al termine delle lezioni.
Ciò dimostra che alla stampa è meglio non dar credito, soprattutto quando mettono in prima pagina una notizia che attira l’attenzione dei lettori, senza prima aver appurato la corretta ricostruzione dei fatti riportati.
Mi scuso con i miei lettori e aggiungo che, indipendentemente dal luogo in cui si è attuato l’abuso nei confronti del giovane studente, il fatto in sé rimane gravissimo, specie per il coinvolgimento di ragazzi così giovani.

PER LEGGERE L’AGGIORNAMENTO DE IL PICCOLO (9 MARZO) CLICCA QUI.