23 maggio 2015

I GIOVANI E LA MAFIA: VIAGGIO IN SICILIA SULLE ORME DELLA LEGALITÀ

Posted in attualità, scuola, storia, viaggio d'istruzione tagged , , , , , , , , , , , , , , a 4:09 pm di marisamoles

no mafia
La mafia, assieme alla Shoah, è uno di quegli argomenti che, nei programmi scolastici, hanno uno spazio limitato ad una sola giornata: il 23 maggio (Giornata della legalità) l’uno, il 27 gennaio (Giornata della Memoria) l’altro. Per il resto dell’anno, eventi come la strage di Capaci – avvenuta il 23 maggio 1992 – e la liberazione dei prigionieri nel campo di sterminio di Auschwitz – avvenuta il 27 gennaio 1945 – possono essere tranquillamente ignorati.

Forse dell’Olocausto, se non altro perché occupa un capitolo nei libri di Storia, qualcosa si dice. Ma della mafia, quando si parla a scuola? Quasi mai, almeno da noi al Nord.

Eppure ci sono scuole, sparse in tutta la penisola, in cui si cerca di avvicinare i giovani a queste realtà scomode. L’educazione civica impone che nelle aule si parli di diritti negati e di legalità. Difficile, però, farlo in tutte le classi e rivolgersi a bambini e ragazzi di ogni età.

Nelle scuole superiori, tuttavia, questi argomenti devono trovare spazio.

Nel mio liceo, ad esempio, ogni anno un gruppo di allievi, provenienti da tutte le classi quarte e quinte, volontariamente aderiscono alla proposta di un viaggio-pellegrinaggio ad Auschwitz. Ne tornano arricchiti a livello culturale ed emotivo, anche se quest’ultimo spesso coincide con uno choc che rende difficile la ripresa della vita di tutti i giorni, allegra e spensierata, immersa nelle comodità di ogni tipo.

Della mafia è molto più difficile parlare, considerando anche che noi stessi docenti dobbiamo ancora imparare molto, prima di salire in cattedra. E cosa c’è di meglio di un viaggio d’istruzione un po’ speciale? Qualcosa che eviti di fare entrare la mafia in classe, come un qualsiasi altro argomento di studio, ma faccia in modo di portare i ragazzi sui luoghi in cui questa piaga ha operato e, ahimè, continua ad operare.

Una delle mie classi quest’anno ha aderito al progetto culturale che da molti anni l’associazione Addiopizzo porta avanti nelle scuole siciliane e no. Attorno ai volontari di questa associazione, che timidamente hanno mosso i primi passi in questa direzione qualche anno fa, è sorta una vera e propria agenzia turistica che propone alle scuole un tour tra Palermo e le località d’interesse culturale più o meno vicine.
Dall’inizio alla fine di questo viaggio gli studenti sono accompagnati dai volontari di Addiopizzo che tengono le loro “lezioni” sui luoghi ancora segnati dall’efferatezza dei crimini mafiosi.

Al loro ritorno, dai resoconti degli allievi ho potuto capire quanto questa esperienza li abbia arricchiti.
Hanno raccontato di essere stati a Capaci e in via D’Amelio, a Brancaccio sulle orme di Padre Pino Puglisi, nei luoghi che Peppino Impastato ha più volte calpestato con i suoi cento e più passi. Ma hanno potuto anche vedere le bellezze del sito archeologico di Agrigento e, proprio nei pressi, varcare l’uscio di quella che fu la casa dello scrittore Pirandello. Hanno assaggiato le prelibatezze siciliane, soprattutto i dolci tipici, ma, per quanto riguarda il salato, non hanno apprezzato particolarmente l’utilizzo generoso dell’aglio (immagino che i più preoccupati fossero i compagni di stanza e le coppie di innamorati) e soprattutto una pasta con i ceci assaggiata – ma per lo più lasciata nel piatto – in un’azienda agricola sorta nei luoghi confiscati alla mafia.

Le foto ricordo li immortalano sulla spiaggia di Mondello, dove hanno cercato di catturare quanto più sole possibile per compensare la primavera piovosa tipica del Nord-Est, ma anche sulla collina di Capaci dove campeggia la scritta “NO MAFIA”.

Hanno imparato che la libertà va conquistata e non considerata semplicemente un diritto.
Hanno capito che la Storia non è solo quella che si studia sui manuali e che l’approccio che avviene attraverso l’anima e il corpo vale molto più di mille parole scritte.

Forse sono troppo giovani per comprendere una cosa così grande fino in fondo ma, come c’insegna Seneca, «ciò che il cuore conosce oggi, la testa comprenderà domani».

[immagine da questo sito]

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28 febbraio 2011

GELMINI-BRAMBILLA: 6 EURO A TESTA AGLI STUDENTI PER LE GITE DELL’UNITÀ D’ITALIA

Posted in 150 anni unità d'Italia, Mariastella Gelmini, MIUR, politica, scuola, viaggio d'istruzione tagged , , , , , , , , a 9:38 am di marisamoles

Come credo sia noto, quest’anno la maggior parte dei docenti delle scuole pubbliche di ogni ordine e grado ha aderito ad una specie di “sciopero bianco” rinunciando ad accompagnare gli allievi nei viaggi d’istruzione (leggi “gite”). QUI ne ho spiegato le motivazioni.
Visto che tale decisione ha comportato un notevole danno alle agenzie turistiche che ogni anno incassano, proprio grazie alle “gite”, circa 650 milioni di euro, il ministro della Pubblica Istruzione, Mariastella Gelmini, e quello del Turismo, Michela Brambilla, hanno reso noto che, per sostenere il progetto “Dai Mille a un milione di studenti alla scoperta dell’unità d’Italia”, verranno stanziati 6 milioni di euro a favore delle scuole che vorranno visitare i luoghi storici del Risorgimento italiano.

Le proposte da parte delle scuole interessate al progetto dovranno essere presentate dall’11 marzo al 15 aprile, mentre le gite potranno essere realizzate per tutto il 2011.
Secondo il ministro Gelmini tale finanziamento consentirà di ridurre la spesa che le famiglie dovranno sostenere per i viaggi; aver recuperato questi soldi in un momento di tagli e di difficoltà economiche è un fatto estremamente positivo.

Il problema, tuttavia, pare essere sempre quello: chi accompagnerà le classi sui luoghi del Risorgimento? Il progetto Gelmini-Brambilla basterà per indurre i docenti, che hanno già manifestato l’intenzione di bloccare le gite, a fare dietro front? Io ne dubito molto, nonostante ritenga che lo sforzo dei ministri sia lodevole. Tuttavia, a conti fatti, considerando che gli studenti italiani sono circa un milione e lo stanziamento è di appena 6 milioni, posto che tutte le scuole aderiscano al progetto portando tutti gli studenti nei luoghi che hanno contrassegnato l’impegno dei nostri avi nel fare dell’Italia un Paese unito, la cifra pro capite sarebbe di appena 6 euro. Troppo poco per essere un contributo a favore delle famiglie che risparmierebbero una miseria, più o meno il costo di un pranzo al sacco.

Andare in gita, però, implica pagare i trasporti (sia il treno che il pullman hanno dei costi eccessivi), gli ingressi ai musei o alle mostre nonché le guide, visto che recentemente degli insegnanti, rei di illustrare agli allievi la storia dei posti visitati, sono stati zittiti dai custodi (LINK). Insomma, lo sforzo in apparenza appare lodevole ma, come sempre, ha tutta l’aria di essere propagandistico e per nulla conveniente a livello economico.

[fonte Tuttoscuola.com; foto Brambilla-Gelmini da Infosannio.com]

10 febbraio 2010

IN GITA SCOLASTICA: SESSO, DROGA E ALCOL. I PROF DICONO BASTA

Posted in adolescenti, famiglia, figli, Legge, MIUR, scuola, viaggio d'istruzione tagged , , , , , a 5:22 pm di marisamoles


Tempi duri per gli studenti speranzosi di andare in gita scolastica (che poi, a rigore, si chiamerebbe “viaggio di istruzione”): ormai gli insegnanti disposti ad accompagnarli si sono dimezzati. E già, perché forse non è chiara a tutti la responsabilità che grava sui docenti, mentre a casa i genitori si godono in santa pace qualche giorno senza i figli pestiferi. Ovviamente non tutti i ragazzi si comportano male ma è sotto gli occhi di tutti la difficoltà che nelle famiglie d’oggi s’incontra nell’educare gli adolescenti. Poi, anche quando i ragazzi sono beneducati, l’atmosfera di libertà che si respira in gita fa fare delle scemenze anche alle persone insospettabili: il modello fornito dai più trasgressivi finisce con il prevalere.

Le cronache di questi ultimi anni hanno descritto “inconvenienti” di ogni genere, su cui è bene che gli insegnanti riflettano prima di proporsi come accompagnatori. Nella migliore delle ipotesi, si sono verificate ubriacature di gruppo, tanto più dannose quanto meno i ragazzi sono abituati all’alcol. A sedici – diciassette anni si spera, infatti, che non siano proprio dei bevitori abituali, anche se i sondaggi rilevano che a quell’età, se non addirittura prima, fanno un consumo esagerato di birra e aperitivi alcolici. Il rischio maggiore, in questo caso, è il coma etilico su cui non c’è proprio da scherzare e che si verifica molto più spesso di quanto si possa pensare.

Un altro problema è quello della droga: nella migliore delle ipotesi fumano degli spinelli, offrendoli anche a chi non ne fa uso abituale e che potrebbe avere delle reazioni anche gravi. Non solo: per fumare in compagnia, spesso si trovano in molti in una stanza sola e, per non dare nell’occhio passando per i corridoi, scavalcano le balaustre che talvolta dividono i terrazzi, se non addirittura camminano sui cornicioni. Le cronache, purtroppo, hanno spesso riportato episodi del genere con esito anche fatale.

Il sesso non è una novità per gli adolescenti; ma vuoi mettere farlo tranquillamente in una stanza d’albergo senza doversi nascondere o inventarsi chissà quali sotterfugi? Di certo per le coppiette la gita scolastica rappresenta una specie di luna di miele e per chi scopre delle affinità in un compagno o una compagna fino ad allora completamente ignorato/a, sfogare i propri istinti in gita rappresenta un’occasione unica. E pazienza se, rientrati a scuola, poi ci si ignora: ormai va di moda così, “una botta e via” e chi s’è visto s’è visto. Nessun problema per loro, ma tantissimi per i docenti: ogni tanto, infatti, ci scappa qualche gravidanza indesiderata, alla faccia delle ore di educazione sessuale sottratte alle altre materie. Chissà perché la magia della gita scolastica è anche questa: non fa pensare alle conseguenze sia dal punto di vista della salute che della … pace familiare.

Quando poi i ragazzi non si vanno a cercare i guai, sono i guai a cercare loro: succede, infatti, che qualcuno si perda (per fortuna l’uso dei telefonini risolve quasi sempre il problema) o, fatto ancora più grave, che qualche ragazza venga importunata da studenti appartenenti ad altre comitive o da molestatori che girano per i musei in cerca delle proprie vittime. Episodi del genere hanno spesso occupato le pagine di cronaca dei quotidiani.
Senza contare che in teoria, specie se gli allievi sono minorenni, non si potrebbe mai lasciarli soli. Ma la cosiddetta “ora per lo shopping” è ritenuta una sacrosanto diritto: come si fa a dire di no? Se poi qualche insegnante, come me ad esempio, non transige e nega la possibilità di girare da soli in una città sconosciuta, passa per una specie di cerbero che non viene incontro alle esigenze dei ragazzini. È proprio in occasione della gita che gli allievi stilano le classifiche dei buoni e dei cattivi: io, quelle rare volte in cui li ho accompagnati, credo di aver sempre avuto un posto nella top dei cattivi.

E i genitori? Quando si comunica loro che la classe non andrà in visita d’istruzione per mancanza di accompagnatori, arricciano il naso. Certo, la reazione è comprensibile: spesso è un’occasione unica per dei ragazzi le cui famiglie non hanno la possibilità di viaggiare, specie all’estero. Ma, anche quando firmano un foglio su cui sta scritto che sono responsabili del comportamento dei figli e che, nel caso di trasgressione alle regole, se li devono venire a prendere ovunque essi siano, non si rendono conto della responsabilità che comunque grava sui docenti accompagnatori. E non si tratta solo di responsabilità civile, ma anche penale. Tutto questo, per più o meno 1 euro all’ora. Sul Corriere, il Dirigente Scolastico di un liceo di Vittorio Veneto spiega in modo efficace come mai i docenti disponibili ad accompagnare i ragazzi si siano dimezzati in meno di dieci anni: «È ovvio che le cifre si siano ridotte: per portare in gita i ragazzi prendiamo un euro all’ora, non ci viene riconosciuto il lavoro notturno e in più la gente pensa che siamo in vacanza. Ma si sbaglia: ci vogliono nervi d’acciaio per portare in giro una classe». Nel suo liceo il 50% del corpo docente ha firmato un documento: «Niente gita finché non saranno riconosciuti i nostri diritti». Se poi si dà un’occhiata alla normativa che regola i viaggi di istruzione, in un capitolato del 1992 sta scritto che il docente è responsabile anche dello stato dei pneumatici del bus che trasporta la scolaresca.

Ma a parte gli scherzi, quando si parla di responsabilità, codici alla mano, la faccenda è seria davvero. L’art. 2048 del Codice Civile stabilisce che l’insegnante risponde patrimonialmente per i danni arrecati a terzi nel periodo in cui gli è affidata la sorveglianza sugli studenti, a meno che non provi che si è prodigato per evitare che il fatto accadesse. L’art. 61 della Legge 312/80 ha ridotto tale responsabilità ai casi imputabili alla “colpa grave” o inerzia. In altre parole, se uno non è proprio uno sprovveduto, non dovrebbe andare alla ricerca di guai. Solo in questi casi sarà l’amministrazione scolastica a rispondere, ma non è detto che poi la stessa non faccia rivalsa sull’insegnante.
Più recentemente una sentenza della Corte di Cassazione (9752/05) ha stabilito che il Ministero della Pubblica Istruzione è sempre responsabile dei danni arrecati dagli allievi in gita scolastica. Tuttavia, se la responsabilità civile è ridimensionata, quella penale rimane ed è sempre personale. Vi immaginate cosa potrebbe succedere se un allievo avesse un incidente grave, se non proprio fatale? Magari durante la notte un ragazzo cade dal terrazzo nel tentativo di scavalcare il tramezzo: bisogna provare di non aver potuto far nulla per impedire che il fatto avvenisse. Ma se alle due di notte il docente è a letto e sta dormendo, potrebbe essere anche accusato di negligenza. Ergo: in gita il docente non dovrebbe dormire mai e, quantomeno, dovrebbe avere il dono dell’ubiquità.

Senza arrivare ai paradossi di tal genere, consideriamo che di norma ci dovrebbe essere un accompagnatore ogni 15 ragazzi, ma in realtà non viene quasi mai rispettata perché i fondi non ci sono, nonostante un accompagnatore costi solo 1 euro all’ora, senza contare che, per i viaggi di più giorni, spesso vitto, alloggio e trasporto sono a carico degli studenti!
Insomma, credo che il malumore sia giustamente diffuso, ma ad ogni male c’è sempre un rimedio: basterebbe che i ragazzi imparassero a comportarsi meglio.

1 marzo 2009

VOLEVO ANDARE A PARIGI E INVECE SONO RIMASTA A CASA

Posted in affari miei, Parigi, scuola, viaggio d'istruzione tagged , , a 9:33 pm di marisamoles

parigi La mia quinta, intendo dire i miei allievi di quinta, è andata a Parigi in viaggio d’istruzione o, come dicono loro, in “gita scolastica”. Volevo andarci anch’io e invece sono rimasta a casa. Per una serie di contingenze o, per meglio dire, perché evidentemente il fato anche questa volta mi è stato avverso.

All’inizio dovevano andare in Grecia. Per me che ho fatto il classico e non ho mai visto la patria di Aristotele, Sofocle o Euripide e tanti altri che hanno animato i miei studi di liceale, sarebbe stata un’occasione irripetibile. Ma poiché il viaggio si sarebbe fatto in traghetto, avevo detto no. Io ho la fobia del mare, a stento riesco a prendere il vaporetto quando vado a Venezia – ma per lo più faccio chilometri su chilometri, anche perché mi perdo, pur di non prenderlo – e di sicuro non riuscirei a stare ventiquattro ore in balia delle onde. Riesco a farmi venire il mal di mare anche quando prendo il pedalò …

Quando è stato deciso che la mia quinta non sarebbe andata in Grecia ma a Parigi, mi sono subito candidata in veste di accompagnatrice, assieme ad un collega. Poi, però, è stato deciso che ci sarebbe stato un solo accompagnatore e, non so perché, il mio ruolo è stato declassato a quello di “supplente”. Poco male, mi sono detta, ci sarà un’altra occasione. Forse ho delle doti profetiche di cui ignoravo l’esistenza: qualche giorno dopo due allievi dell’altra quinta che sarebbe andata a Parigi con la mia mi hanno contattato chiedendomi la disponibilità ad accompagnarli in quanto nessuno dei loro docenti si sarebbe offerto di accompagnarli. Confesso che mi è venuto subito un sospetto: che avranno mai questi che nessuno li vuole portare a Parigi? E dire che sono solo in quindici, non venticinque come i miei. Ma poi ho pensato che sarei sopravvissuta anche con quindici sconosciuti che nessuno voleva portare a Parigi. Che sarà mai?

Per tre mesi della “gita” non si è più parlato. Poi ho scoperto avrebbero viaggiato in treno, il che non mi garbava affatto. Non era meglio l’aereo? Ho chiesto. Sì, hanno risposto, ma costa di più. Oddio! Con i voli low cost si spende sicuramente meno … sì, ma bisognava prenotare prima.
Ok, si sarebbe andati in treno, non avrei chiuso occhio per l’intera nottata – come si fa a dormire in cuccetta? – sarei arrivata a Parigi distrutta e non avrei potuto riposare per altre diciotto ore. Ma sarei sopravvissuta perché Parigi è sempre stato il mio sogno.

Quando ormai il viaggio era stato pianificato, ho avuto un’amara sorpresa: l’altra classe, quella dei quindici sconosciuti, aveva un accompagnatore, e non ero io. Ma che ca…volo! Nessuno mi aveva avvertita. Ho provato timidamente a dire al collega, che non sa il francese, che io almeno la lingua la conosco … oddio, so dire quelle quattro cose utili alla sopravvivenza e capisco quasi tutto. Lui non lo conosce il francese ma dice che Parigi per lui non ha segreti. Beh, con me i ragazzi rischierebbero di perdersi, è vero. Buon per loro, dunque.

Io nella mia vita ho viaggiato poco, di fatto, ma con la fantasia ho girato mezzo mondo. Ogni volta che decidevo di fare un viaggio, trovavo ogni scusa per non partire: costa troppo, in aereo no – almeno fino a due anni fa quando ho ripreso a volare dopo più di vent’anni – il pullman è pericoloso, la macchina non la guiderei perché ho il terrore dell’autostrada e mio marito di certo non si può fare da solo mille chilometri – il quel dato periodo c’è un sacco di gente, quella spiaggia là è bellissima ma ci sono le tartarughe marine che si fanno il bagno assieme ai turisti e io le farei morire tutte con le mie urla se me le trovassi davanti … insomma, per poter dire che non ho rinunciato a viaggiare per una mia precisa volontà, ho sempre trovato mille scuse per non partire. Così non avevo nulla da rimpiangere, si capisce.

L’unico mezzo per farmi un viaggio, dunque, è la “gita”. Intendiamoci, non andrei con qualsiasi classe, ma questa quinta l’ho già portata a Londra, due anni fa, e l’ho fatto volentieri, anche perché alla sera ognuno ritornava a casa, dalla propria famiglia ospitante. Già, perché uno dei motivi per cui spesso ho rinunciato ai viaggi d’istruzione è che non ho proprio voglia di passare le notti in bianco a fare la sentinella notturna per evitare che i ragazzi si ubriachino, facciano i pigiama party, disturbino la quiete pubblica o distruggano le camere. Ma questi di quinta li avrei portati perché sono delle persone a modo, educate, civili, qualcuno è un tantino esuberante ma tutto sommato in giro c’è di peggio.

Mentre loro si stanno godendo Parigi by night, o meglio la nuit, io sono qua che scrivo e scrivendo mi rendo conto che anche questa volta ho rinunciato ad un viaggio sognato da tempo per una sorta di avversità fatale che mi rincorre da sempre. Tento, tuttavia, di trovare qualche scusa per non essere partita: l’insensibilità del mio collega che non ha pensato nemmeno per un attimo che io a quel viaggio ci tenevo moltissimo, il fatto che partendo proprio in questo periodo mi sarei persa tre compleanni importanti, di familiari stretti, come si dice, marito, figlio e cognata, che avrei rinunciato alla mega festa di oggi anche se uno dei festeggiati, mio figlio, se n’è rimasto a casa con la gastroenterite, che Parigi è la città dell’amore e che l’esserci andata per la prima volta con venticinque diciottenni invece che con mio marito non me lo sari mai perdonato, che il viaggio in cuccetta sarebbe stato un incubo, che il cibo certamente non mi sarebbe piaciuto, che l’hotel era in periferia e non in centro … tutti questi ragionamenti mi fanno stare bene e mi allontanano dal rimpianto che non saprei sostenere, me ne lascerei sopraffare.

Guardo fuori dalla finestra e vedo le luci della mia città: panorama splendido ma pur sempre conosciuto. Penso che mi sarebbe piaciuto dare uno sguardo ai tetti parigini e alle luci dei boulevard … sarà per un’altra volta, mi dico. C’est la vie.

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