9 giugno 2014

L’UOMO IN CUCINA: SI SALVI CHI PUÒ

Posted in affari miei, matrimonio, Uomini e donne tagged , , , , , , a 6:07 pm di marisamoles


Cari amici (e lettori occasionali), in questo periodo sto trascurando il blog (dovrei dire i blog, compreso quello di cui pochi sanno che è in attesa dell’estate 😉 ). Non sono a corto di idee, anzi. Nella mia testa ne frullano molte. Il tempo è poco, considerato che alla fine delle lezioni ci sono un sacco di cose burocratiche da sbrigare e le 24 ore della giornata mi stanno decisamente strette.

Pensa che ti ripensa, ho ricordato l’invito rivoltomi tempo fa dall’amica Diemme: quello di ripubblicare a puntate un vecchio post sugli uomini in casa. Probabilmente la maggior parte di voi lettori abituali lo conosce già, ma ci sono sempre i recenti “acquisti” che ne ignorano l’esistenza.

Ecco quindi la prima puntata: L’UOMO IN CUCINA.

Premetto che si tratta di un post ironico, basato esclusivamente sulla mia esperienza, che non ha alcuna presunzione di essere un trattato scientifico né di dire cose universalmente valide. Lo sottolineo perché allora qualcuno si è offeso …

L’intento è, dunque, quello di farsi due risate (sempre che ci riesca a suscitarle ma i riscontri allora sono stati più che buoni) in questa tarda primavera che sembra più estate avanzata, con i 33 gradi che il termometro esterno segna, e i 29 e mezzo interni … non vi dico che allegria lavorare davanti al pc!

Non mi resta che augurarvi una buona lettura … o rilettura, naturalmente.
Per chi proprio non ce la fa ad attendere le altre puntate – ovviamente chi non ha letto il post intero pubblicato qualche anno fa), può continuare a leggere QUI.

statuine-sposi
PREMESSA

Gli uomini in casa? Che palle! Certi uomini, non tutti, a vederli girar per casa, ti fanno venire due palle così anche se non le hai, altri, invece, sanno essere disponibili a darti una mano cosicché li perdoni quando, per caso, le palle te le fanno girare lo stesso.

Detto questo, si sarà capito che ho esperienza di entrambi i generi. Esperienza diretta, intendo. E posso fare dei confronti molto esemplificativi prendendo in esame il comportamento degli uomini che fanno parte della mia famiglia, parenti diretti e acquisiti, giovani e vecchi.
Prima di tutto bisogna dire che c’è sempre un uomo che si propone come esempio, giusto o sbagliato che sia, e qualche altro che lo emula, nel bene e nel male. Poi ci sono le donne: quelle sanno esattamente come raddrizzare gli uomini nel caso in cui non si comportino a dovere. Ma è anche vero che c’è qualche uomo che se ne frega del buon intento della donna in questione, anche se i modi magari possono apparire un po’ bruschi ma lo scopo è quasi umanitario. Quello è il genere uomo-che-non-si-piega-fossi-matto-manco-per-sogno-che-hai-ragione-tu. E questa è la specie peggiore perché difficilmente addomesticabile. Che si fa allora? Quello che non si dovrebbe fare con gli amici animali d’estate: li si abbandona. Sempre che, presa da un rimorso improvviso o dominata, a sua volta, da un opportunismo incontrollabile del tipo me-lo-tengo-così-com’è-tanto-c’è-di-peggio, la donna in questione non rinunci ad addomesticare il suo uomo. Probabilmente se ne pentirà per tutto il resto della vita.

Prima di elencare i pregi e difetti degli uomini in casa, mi faccio una domanda: perché una donna in casa trova sempre qualcosa da fare e l’uomo no? Perché una donna gira come una trottola cercando di sbrigare le faccende domestiche o anche di portarsi un po’ avanti con il lavoro, mentre l’uomo vive in simbiosi con il telecomando della TV, stravaccato sul divano, oppure si fionda davanti al pc a cazzeggiare? La risposta è: non l’ho mai capito. Però bisogna dire che certi uomini, anche se hanno la tendenza a non fare nulla, se correttamente sollecitati, rinunciano a cazzeggiare e danno una mano. In questo caso, la differenza fra un uomo e una donna è che il primo ha bisogno di istruzioni, la seconda no. E non si tratta per nulla di un particolare insignificante.

L’UOMO IN CUCINA.
Se per caso qualcuna ha la fortuna di avere un marito disponibile a preparare qualche manicaretto, o semplicemente a cucinare il rancio quotidiano, allora sa perfettamente che l’uomo-cuoco non sa fare nulla autonomamente: lui ha sempre bisogno di un aiuto cuoco e di una sguattera che gli corre dietro con lo straccio per evitare che la cucina diventi una sorta di palude o un campo di battaglia con tanto di cadaveri abbandonati sul terreno. La donna-cuoca, invece, fa tutto da sola: prepara gli ingredienti che le servono, tagliando, sminuzzando, sbucciando, battendo, aprendo e più verbi si elencano più si rende l’idea, cucina, senza aver bisogno che nessuno le passi la padella o il sale o le spezie o l’olio e via dicendo. Poi, dopo aver cucinato e servito a tavola –quindi fa anche la cameriera-, pulisce la cucina e carica la lavastoviglie, se ce l’ha, altrimenti lava i piatti a mano.
L’uomo, invece, che fa? Se cucina ha bisogno sempre di una mano, non serve a tavola, tantomeno pulisce. Ricordo che tanti anni fa, quando ero in attesa del secondogenito e dovevo stare a riposo, mio marito lavava i piatti ma mai il fornello. Avendoglielo fatto notare, mi fu riposto: “se domani si deve cucinare di nuovo a che serve pulire oggi?” Poi non stupiamoci che qualche fornello che viene esibito negli spot che pubblicizzano gli spray supersgrassanti sia in condizioni pietose: vi avrà di certo cucinato un uomo per settimane senza mai pulire.

Mio marito cucina solo quando non ci sono oppure ho 38 di febbre … se ho 37 e mezzo e mi vede girar per casa pensa che io stia bene (in realtà sto già malissimo visto che la mia temperatura normale si aggira sui 35 e 8). Quando cucina, sporca dappertutto e se a casa ci sono i figli, li arruola subito. Loro sbuffano ma gli danno una mano, ovvero lo aiuta perlopiù il secondogenito perché il primo figlio deve aver preso tutto da suo nonno paterno.

Mio suocero era un buon uomo, molto generoso, mi voleva bene come ad una figlia, spesso mi invitava al ristorante ma in casa non sapeva fare assolutamente nulla. Lui si vantava di non saper mettere sul fuoco nemmeno la caffettiera –preventivamente preparata da qualcun altro-, non sapeva nemmeno dove si trovassero i piatti e i bicchieri. Lui in casa non ha mai fatto nulla e quando gli facevamo notare che avrebbe potuto imparare a far qualcosa, per non dipendere dalle sue “donne” (leggi badanti), rispondeva che i soldi per andare al bar a bere il caffè e al ristorante per cenare non gli mancavano.
La colpa non era tutta sua, naturalmente.
Mia suocera era una santa donna, ma ha sbagliato a viziare a questo modo suo marito. Era, però, una donna d’altri tempi: lasciò il lavoro non appena messa al mondo la prima figlia e dedicarsi alla famiglia fu l’unica occupazione che svolse finché ne ebbe le forze.
Ma le donne ora lavorano quasi tutte –al sud un po’ meno perché gli uomini evidentemente sono come mio suocero- e hanno bisogno di aiuto, così gli uomini s’ingegnano anche se, come dicevo, devono essere debitamente istruiti. Io mio marito l’ho istruito benino, ma mai come mia mamma ha fatto con mio papà.

Mio papà, per iniziare, è un bravo cuoco. Rimasto orfano di padre da bambino, stava sempre attaccato alla gonna di mia nonna e guardandola ha imparato a cucinare. Lui, nonostante mia mamma brontoli lo stesso, non ha bisogno di aiuto cuochi né di sguattere: la cucina è il suo regno, quindi sa esattamente dove trovare le stoviglie che gli servono, e, una volta cucinato, mette tutto a posto e pulisce. Sa caricare la lavastoviglie, anche se non c’è nessuno che lo fa meglio di mia madre, e, se necessario, lava tutte le pentole a mano.

Mio figlio minore ha ereditato da mio padre la passione per la cucina: s’inventa pietanze strane, guarda, quando può, “La prova del cuoco” e prende degli spunti, ha estro e non si perde mai d’animo, nemmeno quando il frigorifero è semivuoto. Lui in cucina mi sostituisce a meraviglia e, se me ne devo andar via per qualche giorno, posso stare tranquilla. Dipendesse da suo fratello, si mangerebbero solo kebab e BigMc. Il mio “piccolo”, però, una cosa da suo padre l’ha presa: non lava il fornello. Anche lui è convinto che sia fatica sprecata.

[to be continued; immagine sposi da questo sito]

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15 febbraio 2014

LE VECCHIE FIABE, CHE FANNO MALE AI BAMBINI, PER LE PARI OPPORTUNITÀ VANNO DIMENTICATE

Posted in amore, attualità, bambini, donne, scuola, società, Uomini e donne tagged , , , , , , , , , , , , , a 2:26 pm di marisamoles

cenerentola
Il dipartimento per le Pari opportunità ha pubblicato tre opuscoli, destinati agli insegnanti delle scuole elementari, medie e superiori, in cui si sconsiglia di leggere le vecchie fiabe ai bambini: volte a promuovere un solo modello di famiglia, quella tradizionale, sarebbero un ostacolo per una visione diversa e più ampia della società. La collana si propone di combattere il bullismo e la discriminazione, e al suo interno si trovano anche capitoli contro l’omofobia.

Insomma, la principessa che insegue il sogno romantico di sposare il suo bel principe darebbe adito ad interpretazioni della realtà non in linea con i tempi. Cenerentola, Biancaneve, Rosaspina, la bella addormentata nel bosco, e Belle trasmettono l’idea che un uomo debba sposarsi solo con una donna, escludendo che la famiglia possa anche essere costituita da due uomini e due donne. Sono dei cattivi esempi da mettere al bando.

Ma c’è dell’altro: i consigli elargiti da questi opuscoli (che non ho avuto il piacere, si fa per dire, di consultare) riguarderebbero anche i giochi dei bimbi. Sarebbe ora di finirla con i giocattoli sessisti: bambolotti e piccoli elettrodomestici per le femmine, automobiline e soldatini per i maschietti. La società si evolve e i più piccoli non possono crescere con l’idea che ci siano attività più adatte ai maschi ed altre appannaggio delle sole femmine.

Secondo Isabella Bossi Fedrigotti, che collabora con Il Corriere scrivendo articoli culturali e di costume, i tre opuscoli sembrano volere a tutti i costi fare precipitare le cose: «Le raccomandazioni per gli insegnanti – osserva la Bossi Fedrigotti – hanno l’aria di essere una corsa in avanti un po’ troppo precipitosa. Con uno scopo che sembra, chissà, abbastanza preciso: preparare, cioè, il terreno (tra bambini e ragazzi e, quindi, nelle famiglie) al matrimonio omosessuale. Il che può essere una scelta, da farsi, però, piuttosto, per così dire, a viso aperto, non nel modo un po’ strisciante, all’insegna della correttezza politica per bimbi, cui fanno pensare le istruzioni dei tre libretti.»

Concordo pienamente.
Tutti siamo cresciuti leggendo o sentendoci raccontare le fiabe, guardando i film di Walt Disney e sognando, perché no, di sposare il principe azzurro. Naturalmente egli era l’oggetto del desiderio per le bambine, non per i maschi. Di contro, i bambini amavano Robin Hood sognando di diventare forti e coraggiosi come lui. Siamo forse cresciuti male o con un’idea sbagliata di società e convivenza civile? Mi pare di no.

Se pensiamo alla morale che si nasconde dietro il tessuto narrativo di ogni fiaba, non possiamo pensare che ci sia qualcosa di sbagliato nel constatare che, se si viene bistrattate come Cenerentola, poi si può ottenere la rivincita perché si è buoni, ma rimanere con un palmo di naso perché si è cattivi. Oppure credo che nessuno abbia giudicato male Biancaneve perché ha fatto la sguattera per i sette nani, forse anche quando non si parlava tanto di solidarietà tutti abbiamo pensato che rendersi utili per chi ci dà una mano è un modo per disobbligarci. E Robin Hood, non era forse un fuorilegge? Ma il suo intento era buono, a modo suo instillava nelle menti acerbe dei bimbi quella generosità che alla fine viene premiata, una lotta fra oppressori e oppressi che vede in questi ultimi i vincitori.

Se, poi, Cenerentola e Biancaneve sposano un principe (a voler essere obiettivi, anche il matrimonio non è al passo con i tempi, visto che ci si sposa sempre meno) e Robin perde la testa per la dolce Marianna, che male c’è? L’amore è un sentimento che non ha età, tempo e luogo. Ma se si pensa che sia discriminante una fiaba in cui il sogno romantico ha come protagonisti un uomo e una donna, allora temo che si punti il dito contro la “normalità”, contro ciò che è sempre stato per non ferire la sensibilità di chi non è “diverso” ma è trattato come se lo fosse.

Come cantava Biancaneve?

i sogni son desideri
chiusi in fondo al cuor
nel sonno ci sembran veri
e tutto ci parla d’amor
se credi chissà che un giorno
non giunga la felicità
non disperare nel presente
ma credi fermamente
e il sogno realtà diverrà!

C’è qualcosa di discriminante in queste parole? Ognuno è libero di amare chi vuole, di sognare e di essere felice.

Lasciateci le fiabe, per piacere. In esse c’è più buon senso che nei tre opuscoli delle Pari Opportunità.

[fonti della notizia: Corriere.it e blog “Scuola di Vita”; immagine da questo sito]

13 febbraio 2014

SAN VALENTINO? CHE STRESS!

Posted in amore, attualità, tradizioni popolari, Uomini e donne tagged , , , , , , , , , a 9:10 pm di marisamoles

cupido è morto
Dove sono finiti gli inguaribili romantici, quelli che non vedevano l’ora arrivasse San Valentino? Pare che al giorno d’oggi la celebre festa dedicata agli innamorati produca solo stress. Almeno per il 50% delle persone intervistate dall’Associazione europea disturbi da attacchi di panico (Eurodap).

L’indagine è stata condotta on line tramite un questionario cui hanno risposto 500 persone di età compresa tra i 20 e i 60 anni. Per cinque persone su dieci il 14 febbraio genera solo stress per motivi che vanno dalla scelta del regalo per il partner alle aspettative molto alte che immancabilmente vengono deluse. Per alcuni la causa di maggior stress deriva dalla situazione da vivere assieme.

Come spiega Paola Vinciguerra, psicoterapeuta e presidente Eurodap, il giorno degli innamorati preoccupa più le coppie mature perché, dopo tanti anni di vita uno accanto all’altro, è più difficile creare una situazione romantica, mentre le coppie giovani si preoccupano molto del regalo da fare.

Certamente il clima che si respira in questi tempi di crisi, che non è solo economica, non aiuta. La Vinciguerra a questo proposito osserva: «In un momento sociale così complesso e stressante, in cui già la coppia risente fortemente delle tensioni che si producono nel quotidiano, è importante fare in modo che questa ricorrenza produca invece armonia, complicità e contatto profondo».

A questo punto, sarò anche poco romantica ma se questa festa non è più sentita, se deve generare ansia e stress, mi chiedo perché non far finta di nulla. Chi si ama non ha bisogno di una festa per vivere un momento speciale né ha bisogno di regali. E chi non si ama … vabbè, sarà meno stressato. Ogni tanto bisogna pur vedere il lato positivo delle cose.

[LINK della fonte]

7 febbraio 2014

LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDÌ: CON IL CUSCINO CHE SI GONFIA BASTA NOTTI INSONNI SE IL PARTNER RUSSA

Posted in matrimonio, salute, Uomini e donne tagged , , , , , , a 9:13 pm di marisamoles

russare
La notizia di per sé può sembrare abbastanza banale: di metodi per non russare mentre si dorme ce ne sono tanti ed è anche vero che, con un po’ di pazienza, al ronfronf del partner ci si abitua pure. Ma forse questa invenzione è davvero efficace, se non altro potrebbe avere il merito di salvare qualche matrimonio.

Si tratta di un cuscino antirussamento. Ce ne sono già in circolazione di diversi tipi, ma questo è un po’ speciale: si chiama ‘Snore Activated Nudging Pillow’, è in poliuretano ed è dotato di un microfono integrato che capta le vibrazioni sonore liberate dai russatori. In questo modo rileva il rumore e spinge chi dorme a cambiare posizione, facendo gonfiare una camera d’aria interna, che aumenta la profondità del cuscino di tre pollici (circa 7,5 cm), abbastanza per far spostare la testa o il corpo a chi dorme.

Il cuscino è anche dotato di un’impostazione ritardante: una pausa di 30 minuti che permette a chi lo usa di prendere sonno senza essere disturbato da improvvisi rigonfiamenti.
Si può, inoltre, regolare la sensibilità del microfono in base al tipo di rumore emesso, leggero o pesante, o di disattivarlo.

Il cuscino anti-russamento si può acquistare solo on line sul sito del rivenditore di New York, Hammacher Schlemmer. L’unica pecca è il costo non proprio economico: 149,95 dollari. Ma è anche vero che salvare un matrimonio … non ha prezzo.

[fonte: Focus; immagine tratta da questo sito]

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16 gennaio 2014

UN BACIO AL GIORNO TOGLIE IL DENTISTA DI TORNO

Posted in amore, poesia, salute, scienza, spettacolo, Uomini e donne tagged , , , , , , , , , a 2:10 pm di marisamoles

Poco fa, appena aperta la posta ho trovato la notifica del nuovo post dell’amica blogger e poetessa Mistral (ombreflessuose) e casualmente la poesia di oggi s’intitola Storia di un bacio.

Casualmente, dico, perché tornando a casa da scuola alla radio ho sentito un servizio che parlava delle molte virtù dei baci. In realtà la notizia non è proprio fresca. Ne parlava Scienza & Salute qualche mese fa.

Baciarsi fa bene e doveva saperlo anche Catullo visto che il suo invito a baciarlo, rivolto a Lesbia, era parecchio estenuante:

Dammi mille baci, e poi cento,
e poi altri mille, e poi di nuovo cento,
e poi ancora mille, poi cento
. (carme 5, vv. 7-9)

… poi non stupiamoci che la leggiadra fanciulla l’abbia scaricato più volte durante il tormentato idillio.

Ecco in riepilogo le virtù salutari del bacio:
– il rilascio di dopamina ed endorfine che avviene mentre ci si bacia attenua l’emicrania
– rende più bella la pelle
– aiuta a tenere sotto controllo il colesterolo (acc… ora capisco perché ce l’ho sempre alto 😦 )
aiuta la linea, visto che con un bacio si consumano 12 calorie (hai voglia …)
riduce lo stress in quanto con il bacio si eviterebbe la produzione di cortisolo e verrebbe invece stimolata la produzione di ossitocina che fa bene all’umore
– un bacio è in grado di rafforzare il sistema immunitario, grazie allo scambio di anticorpi che avverrebbe fra i due partner.

Ma non è tutto: pare che baciarsi preserverebbe anche dalle carie. Al contrario di ciò che comunemente si crede (vale a dire, che le carie sarebbero “contagiose”), grazie allo scambio di saliva fra i due partner, i denti saranno più puliti dai residui di cibo e dai batteri che causano la carie.

Insomma, un bacio al giorno toglie il dentista di torno. Che vogliamo di più dalla vita? Forse qualcuno da baciare?

Approfitto per fare le congratulazioni al regista Paolo Sorrentino che con La grande Bellezza ha vinto il Golden Globe.
Voi direte: che c’entra con il bacio, i denti e le carie? Nulla, ma il video sotto il titolo è tratto da Nuovo cinema Paradiso, il film di Giuseppe Tornatore che, dopo aver ottenuto lo stesso premio, ha concorso per l’Oscar e l’ha vinto come miglior film straniero.
Forza, dunque, Sorrentino! Speriamo che il film segua le orme dell’incantevole pellicola di Tornatore.

4 gennaio 2014

GLI ITALIANI LEGGONO POCO E NON AMANO LAVARE I PIATTI

Posted in attualità, cultura, famiglia, libri, società, Uomini e donne tagged , , , , , , , , , , , , , , a 10:04 pm di marisamoles

lettori
Che gli italiani leggano poco non è una novità. D’altronde le statistiche non lasciano dubbi: nel 2012 soltanto il 46% degli italiani ha letto almeno un libro, tra questi il 51,9% sono donne e il 39,7% uomini. E parliamo di almeno un libro, praticamente nulla.
Per fare un confronto con altri paesi europei, l’82% dei tedeschi, il 70% dei francesi e 61,4% degli spagnoli hanno letto, sempre nel 2012, almeno un libro.

Secondo il “Rapporto sulla promozione della lettura in Italia – 2013” – cui i dati si riferiscono – solo il 18,4% degli italiani leggono dai 4 agli 11 tomi e solo il 6,3% della popolazione legge almeno 12 libri.

Ma cos’è che porta i nostri connazionali al disinteresse nei confronti della lettura? Si potrebbe pensare che sia una questione di costi: con la crisi, infatti, si sta bene attenti alle spese e i libri costano, a volte davvero troppo. Le nuove tecnologie, tuttavia, possono invogliare maggiormente a metter mano al portafoglio: nel 2011 gli italiani hanno speso 131milioni di euro per l’acquisto di un e-book reader (contro i 16milioni dell’anno prima) e 472milioni (contro 210milioni) per l’acquisto di un tablet, così come sono aumentati i titoli digitali disponibili: erano 1.619 nel 2009, sono diventati 31.416 a metà 2012.
I dati di vendita dei supporti tecnologici possono far pensare che i lettori preferiscano gli e-book per questioni di prezzo. Ma non è detto che la scarsa passione per la lettura sia imputabile solamente alla necessità di risparmiare.

Un ottimo spunto di riflessione ci viene offerto da Stefano Izzo sul blog officinamasterpiece del Corriere.

Secondo l’Istat (dati.istat.it/), nel 2012 gli italiani hanno speso per il tempo libero, la cultura e i giochi, una somma di pochi centesimi inferiore ai 100 euro mensili. […]
Tra le spese culturali, appunto 100 euro al mese, i libri non scolastici valgono appena 4,29, ovvero 51,48 l’anno, in netta diminuzione rispetto al 2011, quando la cifra sfiorava i 60.
[…]
Ma le maggiori sorprese – e con esse, forse, anche una risposta alla domanda iniziale [Quanto incidono i libri nel nostro bilancio familiare? NdR] – si trovano comparando la lettura con altre voci presenti nel bilancio familiare mensile Istat. Scopriamo così che all’interno del «tempo libero», i libri se la passano peggio, per esempio, di giochi e giocattoli (8,04), ma anche di lotto e lotterie (4,57) e di piante e fiori (6,89). Allargando un po’ lo sguardo su altri gruppi di spesa, troviamo poi gelati (7,18), birra (5,99), vino (12,01), tabacchi (20,44).

L’articolo di Izzo si conclude con una rivelazione davvero sconvolgente: perfino per tovaglioli e piatti di carta o di alluminio siamo disposti a spendere quasi il doppio (8,18).

Insomma, si legge poco o niente e per i libri si spende la metà di quanto sborsiamo per acquistare tovaglioli e piatti di carta. Sono lontani i tempi in cui, con un certo detersivo liquido, i piatti li voleva lavare lui. Ora non solo lui legge meno (il 12,2% rispetto a lei), ma usa pure i piatti di carta per non lavarli. 😦

[per i dati sulla lettura ho fatto riferimento all’articolo di Giuditta Mosca su Il Sole 24 Ore; immagine: “Pomeriggio in terrazza” di Vittorio Matteo Corcos da questo sito]

1 novembre 2013

LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDÌ: ANCHE LE DONNE POTRANNO PREGARE (COME GLI UOMINI) DAVANTI AL MURO DEL PIANTO

Posted in donne, La buona notizia del venerdì, religione, Uomini e donne tagged , , , , , , , , , , , , , , a 2:22 pm di marisamoles

donne muro del pianto
Questa forse non è proprio una buona notizia, o almeno lo è a metà perché parla, in un certo senso, di discriminazioni e posizioni tanto rigide quanto irrazionali dell’ortodossia religiosa. Ma se non altro apre uno spiraglio alla speranza che qualcosa cambi, che discriminazioni di genere siano superate in nome di un’uguaglianza che lo stesso Creatore ha applicato nel dare uno spazio nel mondo all’Uomo, prima di tutto e solo secondariamente all’uomo e alla donna. E non stiamo qui a discutere sul fatto che Adamo fu creato per primo. Senza Eva la razza umana non sarebbe semplicemente esistita. Questo è l’unico fatto che conta.

A Gerusalemme c’è un movimento che si batte per superare le discriminazioni di genere: si tratta di Women of the Wall (Neshot HaKotel in ebraico). Anat Hoffman, leader del gruppo ed ex campionessa di nuoto, sta portando avanti una protesta che, tuttavia preferisce definire definisce preghiera. Una preghiera rivolta agli ultra-ortodossi che, gravati dal pregiudizio, non ammettono che davanti al Muro del Pianto, le donne, come gli uomini, preghino a voce alta, indossando il tallit (lo scialle da preghiera tradizionale), i tefillin (piccoli astucci quadrati contenenti quattro brani della Torah) e portando con sé i rotoli della Bibbia. Alle donne, cui è destinata una parte del Muro, era persino proibito pregare ad alta voce.

Nel 2010 la stessa Anat era stata imprigionata con l’accusa di aver portato illegalmente al Muro un rotolo della Torah. Ora le donne possono pregare come gli uomini, però vengono insultate dagli ultra-ortodossi che non approvano questa concessione. In prima linea lo stesso rabbino Shmuel Rabinowitz, che governa il luogo su mandato dello Stato.

Non deve stupire il fatto che davanti al Muro si trovino il settore femminile e quello maschile ben distanziati. Questa separazione esiste da sempre nella sinagoga, il luogo di culto per gli ebrei. Nell’epoca palestinese sono stati istituiti i cosiddetti i matronei (Cafarnao), nel Medioevo alle donne era riservato un ambiente (Frauenschul) diviso da fitte grate dalla sala di preghiera accessibile ai soli uomini (Männerschul). In età rinascimentale viene adottato generalmente l’uso dei matronei.
Attualmente nelle sinagoghe riformiste questa divisione non è più effettuata o è limitata a una semplice separazione delle panche fra uomini e donne.

Chissà, forse un giorno questa posizione “riformista” sarà adottata anche per quanto riguarda la preghiera davanti al Muro del Pianto. Per il momento, le conquiste di Anat costituiscono un bel passo avanti.

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LE MIE ALTRE BUONE NOTIZIE

[fonte della notizia Io Donna; notizie sulla sinagoga da questo sito; immagine da questo sito]

10 luglio 2013

SE L’ABITO NON FA IL MONACO E GLI SHORTS NON FANNO LA SGUALDRINA

Posted in adolescenti, donne, famiglia, figli, moda, società, spettacolo, Uomini e donne, violenza sessuale tagged , , , , , , , , , , , , a 6:37 pm di marisamoles

lato b
Da un po’ di giorni fa discutere sul web una riflessione dello scrittore Marco Cubeddu sulla moda femminile dell’estate: indossare gli shorts, non solo per andare in spiaggia, ma anche in città.
La perplessità di Cubeddu, che scrive sulle pagine del quotidiano Il secolo XIX, nasce dall’aver osservato che questo capo di abbigliamento è particolarmente amato dalle giovanissime. Così racconta:

Qualche settimana fa ero a Roma, per lavoro. Trascorrevo la pausa pranzo a Villa Borghese, sdraiato su una panchina. Quando, a un certo punto, sono stato travolto da una nube di “quartine” in shorts. Con “quartine”, a Roma, si intendono quelle di quarta ginnasio, cioè quattordicenni. Era appena finita la scuola. E le strade si sono riempite di ragazzine di 2a e 3a media. Non solo in shorts, ma anche in “minishorts” (il jeans arrivava molto più in alto della fine dei glutei). Alcune si toglievano le magliette e restavano in reggiseno. Altre, con le magliette bagnate per i gavettoni, il reggiseno non lo indossavano.

Qualche tempo dopo Cubeddu racconta l’episodio mentre è in compagnia di amici. Una delle donne presenti commenta: “non possono lamentarsi se poi le stuprano”.

Questa è la frase incriminata da cui subito Cubeddu prende le distanze osservando: Ovviamente, non esiste e non deve esistere nessuna giustificazione o attenuante per azioni tanto barbare.

Ecco, secondo me il punto è questo: non è l’abito che fa il monaco, quindi non sono gli shorts a fare le sgualdrine, ma è la mente malata di certi uomini il problema.

Io ho vissuto la mia adolescenza negli anni Settanta. Chi li ricorda, avrà notato che nella moda ci sono i corsi e ricorsi storici. E questa è l’estate del revival degli shorts, delle zeppe (che non piacciono agli uomini ma tanto a noi checcene …) e dei gonnelloni. Si va da un estremo all’altro: o troppo coperte o troppo scoperte, o rasoterra con le espadrillas o arrampicate sulle zeppe, preferibilmente quelle di corda. proprio come si usava negli anni Settanta e nel mio guardaroba e nella scarpiera avevo mezze dozzine di esemplari di ciascuna specie.

Ora sono certa che qualcuno dirà: ma erano altri tempi. Sicuramente: erano tempi in cui si poteva girare tranquillamente in shorts senza che uomini in calore ci sbavassero dietro. Si limitavano a guardare e ad apprezzare (chi non ha ricevuto almeno un complimento dai tanti militari di leva che allora giravano a frotte in città?). Guardare e non toccare, come il cartello che gli ortolani esponevano sulle merci fresche di giornata.

Erano altri tempi soprattutto per ciò che riguarda gli orari d’uscita delle giovanissime.
Cubeddu nel suo post si riferisce ad un’osservazione fatta a Villa Borghese in pausa pranzo. Credo che in quella circostanza le ragazzine in pantaloncini non avessero nulla da temere. Diverso è il discorso se parliamo di discoteca e uscite notturne.

Una cosa è incinfutabile: noi ragazzine degli anni Settanta non potevamo uscire la sera dopo cena, a meno che non fossimo accompagnate da persone adulte. Io ho un fratello maggiore di sei anni e spesso al mare, perché in città non era pensabile uscire la notte, mi era permesso andare con lui e i comuni amici (non che lui ne fosse felice, intendiamoci!).

Ora pare che le giovanissime abbiano tutti altri orari. Questo, tuttavia, dipende dall’educazione ricevuta in famiglia e dalla fiducia che si ripone nella prole, ovviamente. Io non ho figlie femmine ma ho avuto le mie belle gatte da pelare con i figli adolescenti che volevano uscire tutte le sere d’estate. Un vero e proprio braccio di ferro. Figuriamoci con le femmine …

Per convincere i genitori, le ragazze che fanno? A volte s’inventano accompagnatori più grandi e anche qui mi pare il caso di dire che ai miei tempi eventuali “accompagnatori” dovevano presentarsi ai genitori, preferibilmente ben vestiti e con modi gentili, e solo dopo lunga e attenta ispezione da parte della madre, più che da quella del padre, si poteva strappare un consenso che aveva, comunque, carattere eccezionale. Uno strappo alla regola, nulla di più. Ma ora? Ho l’impressione che questa eventualità sia da scartare perché verrebbe considerata una vera e propria onta da parte della ragazzina in questione che, con aria da vittima incompresa, sarebbe ben pronta ad obiettare: ma non vi fidate di me!

La maggior parte delle volte, però, l’opzione preferita è quella del “così fan tutte“. Quindi, se tutte le 14-15enni possono uscire la sera e andare in discoteca, che problema c’è? Il problema è che se tutte son pronte a dire che le altre possono, nessun genitore, a meno che non ingaggi un investigatore, sarà mai in grado di verificare che le altre mamme e gli altri papà permettono alle loro figlie di uscire la sera e fare le ore piccole.

belen shorts
Tornando all’abbigliamento, il problema basilare è, a mio parere, quello dell’imitazione.
La moda, si sa, è contagiosa. Se sulle pagine delle riviste (non solo, anche quelle dei quotidiani on line più seguiti) si vedono attrici e cantanti che vanno a fare shopping indossando short striminziti – comprese le neomamme come la Rodriguez che, tuttavia, credo sia più invidiata dalle mamme normali, quelle che a fine gravidanza si trovano ancora dieci chili da smaltire e una pancia che sembrano ancora al quinto mese, che imitata dalle ragazzine – è palese che quel capo d’abbigliamento sia il preferito dalle giovanissime. Se la moda fosse quella di andare in giro con il burqa, sarebbe lo stesso.

A questo proposito, Cubeddu osserva: Siamo così convinti che mettersi il velo sia prigione e i minishorts siano libertà? No, non lo siamo, almeno io non lo sono.
La questione è culturale: una donna che indossa il velo lo fa, nella maggior parte dei casi, perché costretta ma nello stesso tempo convinta che sia la cosa più giusta da fare. Dicono che il velo preservi da sguardi indiscreti e che garantisca alle donne la rispettabilità che meritano. Su questo si potrebbe discutere fino a domani ma è fin troppo evidente che i punti di vista sarebbero antitetici perché la cultura che abbiamo noi in occidente non collimerà mai con quella orientale, specie quella dei Paesi islamici.

Detto questo, mi chiedo: gli shorts sono sinonimo di libertà? Secondo me lo sono come qualsiasi altro capo di abbigliamento che scegliamo di indossare. Purché il luogo sia quello adeguato.
Ad esempio, come non approvo che i maschi si presentino a scuola con i bermuda, allo stesso modo non gradirei vedere le ragazze con gli shorts nei corridoi scolastici. Uso il condizionale perché in effetti non ne ho mai vista una. Se lo facessero (ammesso che il dirigente non ponga un veto come ha fatto qualcuno per i bermuda maschili e per i leggins indossati dalle femmine), più che di libertà si tratterebbe di provocazione. In quel caso l’abbigliamento verrebbe sentito come sfida e sarei quasi d’accordo con l’osservazione fatta dall’amica di Cubeddu.

Ma quando, qualsiasi sia la moda, ciò che si indossa viene portato con naturalezza, seguendo le tendenze, pur senza lasciarsi andare all’omologazione, e preferibilmente con buon gusto (insomma, con qualche chilo in più e la cellulite strabordante sarebbe il caso di rassegnarsi ai gonnelloni piuttosto che portare i pantaloncini), non si tratta di provocazione né di libertà. Non dobbiamo criminalizzare la moda né pensare che un abito sia più conveniente di un altro. I veri criminali sono quelli che vedono malizia dove non c’è e soprattutto pretendono di avere con la forza ciò che non si limitano a guardare e apprezzare.

[LINK della fonte; immagine da questo sito]

7 luglio 2013

LA VITA BUIA

Posted in affari miei, Amici, amore, divorzio, donne, famiglia, figli, matrimonio, Uomini e donne tagged , , , , , , , , a 7:23 pm di marisamoles

Mario-Fontana__disperazione
Quante volte diciamo, senza averne affatto i sintomi, che ci sentiamo depressi. Spesso usiamo quell’esclamazione , “che stress”, solo perché ci sentiamo un po’ stanchi o abbiamo a noia la solita routine. Ma chi ha provato cosa sia davvero la depressione e chi si è sentito veramente stressato ha una visione della vita completamente diversa: la vita buia, senza luce, un tunnel che a fatica si attraversa, giorno dopo giorno, senza riuscire mai a vederne la fine, senza speranza d’uscita.

Racconterò tre storie di donne, solo casualmente tutte e tre insegnanti, donne che vivono una vita buia, o l’hanno vissuta fino a poco tempo fa. Uscire dal tunnel non è impossibile ma spesso proprio quella che è considerata la cura ideale, porta con sé uno strascico di sofferenza. Gli antidepressivi sono come la droga: più se ne prende e più si pensa di non poterne fare a meno. E smettere è davvero difficile.
Chiamerò queste tre donne Laura, Sonia e Giorgia, nomi di fantasia, nomi che non rientrano nella mia cerchia di amicizie.

Laura è una donna spiritosa, vivace, apparentemente spensierata. Fa il suo mestiere con grande passione, i suoi studenti l’adorano. Ha un marito che l’ama e che lei ama profondamente. C’è qualcosa che manca, però, nella sua vita: un figlio. Gli anni passano, lei ne ha già quaranta, e quel dono non arriva. Un dono, sì, perché un figlio non è qualcosa che si acquista, non è nemmeno qualcosa che ci si deve meritare, è un dono che la vita può farci oppure no. Qualcuna questo dono lo butta via, qualcun’altra lo rifiuta proprio, come concetto. Per la maternità non bisogna essere portate, come qualcuna pensa, la maternità completa la vita di una donna, è una vera e propria missione che spesso si porta avanti senza nemmeno pensare che la vocazione non è insita nell’animo umano, la maternità è qualcosa che arriva e solo in quel momento si può essere consapevoli che non è necessario esserci portate, si fa e basta. Nel migliore dei modi ma anche no.
Il tempo passa. Laura si avvicina ai cinquanta e perde definitivamente ogni speranza. Non cerca soluzioni alternative, non chiede aiuto alla scienza, pensa solo di non meritarsi quel dono, pensa di non essere degna nemmeno di essere chiamata donna. Piano piano la sua vita si oscura, la luce si spegne, entra nel tunnel. Inizia a chiudersi in casa, non va più a scuola, non si alza dal letto, non prepara da mangiare, non va a fare la spesa, non si lava, non si pettina, non si veste, rimane tutto il giorno in camicia da notte, nel buio della sua stanza.
Inizia così la cura con gli antidepressivi. La fanno sentire meglio, le danno la forza di uscire da quella camera, mese dopo mese riacquista le forze perdute. Ma il suo dramma, la mancata maternità, rimane dentro di lei. Non si rassegnerà mai.
Ritorna a scuola ma non ha la forza di stare in aula. Il preside, che è una persona intelligente, capisce e la dichiara inidonea. Non le fa del male, anzi, la nomina responsabile della biblioteca d’istituto, le affida un compito di responsabilità che la porta comunque a rapportarsi con gli studenti che lei non ha mai smesso di amare e che considera un po’ come i figli che non ha avuto.
Ora Laura è in pensione. Si gode un periodo della vita che è spesso agognato e che molti, oggi, vedono come un miraggio lontano.
La sua vita è meno buia ma la mancanza di un figlio, causa delle sue pene passate, la proietta in un futuro monco: non è stata madre, non sarà mai nonna.

Sonia è una cinquantenne. Se dovesse pubblicare un annuncio matrimoniale, potrebbe essere: cinquantenne, colta, bella presenza cerca coetaneo con le stesse caratteristiche.
Non è sempre stata sola. Ha alle spalle un matrimonio naufragato un decina di anni fa. In quell’unione aveva investito molto, aveva dato senza ricevere. Aveva rinunciato alla maternità per far piacere al suo uomo che, però, non aveva rinunciato ad un’altra vita, con un’altra donna.
Il marito di Sonia vive altrove per motivi di lavoro. Torna a casa il sabato e la domenica e lei lo aspetta, devota, una vestale impegnata a tenere acceso il fuoco sacro di un’unione a distanza.
Poi lei scopre l’altra famiglia di lui e il mondo le crolla addosso. Ma non vuole chiedere il divorzio, in quel matrimonio ha creduto e crede ancora. Lui, invece, non ci ha mai creduto e non sa che farsene. Chiede il divorzio e la caccia di casa, tanto è intestata a lui e senza figli lei non ha alcun diritto di rimanerci.
Dieci anni di tristezza, rimpianti, rancore e incapacità di ricominciare. Il fisico si appesantisce, il sorriso si spegne, Sonia non riesce nemmeno a guardarsi allo specchio. Non dorme la notte e fa uso regolare di sonniferi. Va da una psicoterapeuta che le consiglia gli antidepressivi. Entra in un circolo vizioso e non vede uno spiraglio, una via di uscita.
Poi, all’improvviso, decide che può tornare ad essere bella, affascinante. Colta lo è ancora, anzi di più; presa da una frenesia inspiegabile frequenta corsi su corsi, prende un master, si iscrive a diverse associazioni, tiene conferenze. Gli antidepressivi li ha buttati, si è messa a dieta e ha ritrovato il fisico di dieci anni prima, complice anche la palestra in cui si reca regolarmente.
Ora ha una missione da compiere: cercare un uomo. E qui le cose si complicano. Ne conosce molti, alcuni le cadono ai piedi ma o sono troppo vecchi o troppo poco colti oppure non particolarmente attraenti. Quelli che le piacciono o sono già impegnati o non se la filano per nulla.
La depressione, quella vera, è un ricordo lontano, ormai. Ma nella vita di Sonia ci sono ancora troppe nuvole e il sole splende solo per brevi periodi. Ma la sua mission impossibile la aiuta ad affrontare la vita in modo diverso. Prima o poi troverà l’uomo che fa per lei. Ne è sicura.

Giorgia ha cinquant’anni o poco più. Un figlio ormai grande avuto da un matrimonio finito molti anni fa.
Il suo male di vivere inizia subito dopo il divorzio. Ci mette un po’ di tempo per riprendersi e per dare un calcio al passato. L’aiuta una nuova relazione: lui è molto più giovane di lei, bello come il sole, è come una ventata d’aria fresca che si sprigiona da una finestra tenuta chiusa per troppo tempo e improvvisamente riaperta.
Passano i mesi, passano gli anni e la relazione va a gonfie vele. Così almeno sembra.
Un giorno, però, lei scopre l’esistenza di un’altra donna, più giovane di lei, bella, ragazza madre di un’adolescente e incinta del suo uomo. Il compagno di Giorgia aspetta un figlio da un’altra. Non solo, la storia con l’altra va avanti da anni, il progetto di famiglia c’è da parecchio, visto che lei, prima di questa gravidanza, ha avuto due aborti spontanei.
Non è lui a dirglielo. L’amante va da lei e glielo spiattella senza risparmiare ogni particolare. L’antica ferita si riapre, Giorgia ricade nella vita buia di un tempo. Fa fatica a riprendersi, dopo due anni gli antidepressivi sono i suoi unici compagni. Ma esce, lavora, cerca di vivere al meglio.
L’incontro con Giorgia è casuale. Mi stupisco di come questa donna mai vista prima mi racconti la sua storia. Poi capisco: non conoscevo lei ma conosco bene l’altra. La storia no, mi era del tutto ignota.

[immagine: “Disperazione” di Mario Fontana, olio su tela, da questo sito]

21 gennaio 2013

IL PARTO NON E’ ROBA DA UOMINI

Posted in Uomini e donne tagged , , , , , , a 8:53 pm di marisamoles

Volevano provare i dolori del parto, anzi, del travaglio. I conduttori di una trasmissione olandese, Dennis Storm e Valerio Zena, hanno fatto da cavia per Proefkonijnen, un programma di prove estreme, sottoponendosi, per due ore, a delle scariche procurate da elettrodi collegati all’addome, di intensità sempre maggiore. In altre parole, sono stati torturati da forti crampi che dovevano simulare le contrazioni del travaglio.

I due uomini hanno iniziato l’esperimento ridendo, ma ben presto il sorriso si è tramutato in urla di dolore. Valerio non ce la fa e sospende l’esperimento mentre Denis resiste per tutto il tempo. Hanno definito l’esperienza “un dolore enorme”.

E no, cari maschietti, non ci siamo. Innanzitutto, generalmente un travaglio non dura due ore ma molte di più. I dolori all’inizio sono sopportabili ma poi … pensate a quelle poverette che hanno travagli lunghissimi di ore ed ore. E poi, per quanto forti possano essere stati i crampi provocati dagli elettrodi, non credo proprio sia qualcosa di minimamente paragonabile ai dolori del parto.

In ultimo, a me hanno insegnato al corso preparto che urlare, oltre a non servire a un bel niente, fa sprecare un sacco di energie. Infatti, non ho urlato neanche un po’, tanto meno nell’ultima fase, quella espulsiva. E lì vi volevo … Anche se è vero che il tutto dura ben poco, se non ci fosse quella gioia unica di vedere la propria creatura uscire dal ventre, si potrebbe pensare di essere in punto di morte.

Il parto, in definitiva, non è roba da uomini. Né mai lo sarà.

[Fonte: Vanity Fair]

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