22 dicembre 2013

TRIESTE: IN PIAZZA UNITÀ UNO DEGLI ALBERI DI NATALE PIÙ BELLI DEL MONDO

Posted in Friuli Venzia-Giulia, Natale, Trieste tagged , , , , , , a 9:18 pm di marisamoles

abete natale trieste
Un’immagine suggestiva ha fatto entrare l’abete di Trieste tra i 28 più belli al mondo – in mezzo, fra gli altri, a quelli di Roma, New York, Lisbona, Rio de Janeiro, Washington, Toronto, Bruxelles, Londra e Praga – secondo l’edizione on-line del Sole 24 ore (cliccando sul link potete vedere le altre meraviglie natalizie).

Lo scatto, opera del fotografo Andrea Lasorte e pubblicata sul quotidiano giuliano Il Piccolo , ha avuto così tanto successo da essere rimbalzata da un sito web ad un altro, specie nei social network. Una pubblicità gratuita che, in tempi di magra, piace anche all’amministrazione comunale che invita gli internauti a divulgarla ulteriormente.
La particolare bellezza della fotografia sta anche nei giochi di luce che sono proiettati sulla facciata del palazzo del municipio.

Ora, pur non avendo io l’account su Facebook o Twitter, nel mio piccolo cerco di contribuire con il mio modesto blog e invito tutti quelli che possono ad andare a Trieste e godersi lo spettacolo. Merita davvero, parola mia.

Se siete affascinati dalla fotografia, potete divulgarla attraverso le vostre pagine Facebook e Twitter (i LINK rimandano alle rispettive pagine di “Trieste Social”).

Ah, dimenticavo: se siete nei paraggi, fatemi un fischio. 😉

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30 novembre 2013

CARI AMICI, VI SPIEGO IL PERCHE’ DEL MIO SILENZIO

Posted in affari miei, famiglia, Trieste tagged , , , , , , , , a 7:07 pm di marisamoles

gabbiani a miramare
A volte capita di non pubblicare nulla per periodi più o meno lunghi. Sarà per questo, forse, che il mio silenzio non vi avrà stupiti più di tanto. Ma la settimana che si sta per concludere è stata difficile, dolorosa e l’ho passata quasi senza accendere il pc. Ho letto qualche vostro post, in alcuni casi ho lasciato il like, ma di scrivere non ne avevo voglia. Ora vi spiego il perché.

Martedì mattina è mancato mio suocero. Oggi gli abbiamo dato, come si suol dire, l’ultimo saluto. Ha lasciato la vita in una giornata assolata che di autunnale aveva soltanto i colori delle foglie ormai morte. Il cielo era azzurro e il mare era di un turchino intenso, tanto che, dai finestrini dell’automobile, percorrendo il lungomare di Barcola che porta in città, sembrava una giornata estiva. Pochi passanti infreddoliti, ai quali il passo veniva inesorabilmente accelerato dalla bora che soffiava generosa, toglievano ogni dubbio sulla reale stagione.

Oggi l’abbiamo salutato con una pioggerellina e un po’ di bora che hanno in breve lasciato lo spazio ad un timido raggio di sole. Dal modo in cui era iniziata la giornata, nessuno avrebbe sperato in un miglioramento così repentino. Lui amava il sole, amava il mare. Forse non è stato un caso che sui fianchi dell’ultima dimora (non mi piace il nome di bara, non mi piace nulla di ciò che abbia a che fare con la fine della vita) ci fossero incisi due gabbiani in procinto di spiccare il volo.

L’ultima volta che l’ho visto, l’avevo rimproverato, sempre con estrema gentilezza, perché non ascoltava mai nessuno. Gli avevo detto: “Papà, Lei è poco collaborativo”. Mi ha guardato pensoso e ha replicato: “Bela sta parola, la me piasi. Te gà ragion …*”. Mi dava ragione sempre, peccato che poi abbia sempre continuato a fare come voleva.

Anche l’ultimo volo, rapido e indolore, l’ha fatto di testa sua. Come aveva sempre sognato. Sempre, da quando cinque anni fa la sua Marcella l’aveva lasciato solo.
Ora me li immagino finalmente di nuovo insieme. Immagino che mia suocera, nel vederlo, abbia esclamato, con un po’ di insofferenza, com’era suo costume quando voleva prenderlo in giro: “Ara qua sto omo, cossa el fa de ste parti? Nol podeva restar dove che ‘l iera ancora un poco**?”.

Già, poteva restare ancora un po’ con noi. Ma non spetta a noi decidere quando fare l’ultimo viaggio, quando spiccare l’ultimo volo in compagnia dei gabbiani.

* “Bella questa parola, mi piace. Hai ragione …”
** “Guarda qua quest’uomo, cosa fa da queste parti? Non poteva stare ancora un po’ dov’era?”

[foto: “Gabbiani a Miramare” di Guendal Cecovini Amigoni, da questo sito]

Puoi arrivare da qualsiasi parte, nello spazio e nel tempo, dovunque tu desideri.
Scegliamo il nostro mondo successivo in base a ciò che noi apprendiamo in questo. […]
Una distanza materiale non potrà mai separarci davvero dagli amici. Se anche solo desideri essere accanto a qualcuno che ami, ci sei già. […]
Il paradiso non è mica un luogo. Non si trova nello spazio, e neanche nel tempo. Il paradiso è essere perfetti.

(da Il gabbiano Jonathan Livingston di Richard Bach, passim)

24 ottobre 2013

LA GRANDE FESTA PER I 150 ANNI DEL LICEO DANTE

Posted in affari miei, amicizia, Dante, scuola, Trieste tagged , , , , , , , , a 9:09 pm di marisamoles

Come anticipato nel precedente post, sabato ho rivisto i miei vecchi compagni di liceo.

Forse perché non ci abito da 28 anni o forse perché quando si è ragazzini non si apprezza ciò che si ha e si va in cerca d’altro (nel mio caso un’altra città in cui vivere), ogni volta che torno a Trieste mi batte forte il cuore.

Sabato pomeriggio ci sono arrivata con il treno e con un motivo in più per sentire battere forte il cuore nel petto: la grande festa per i 150 anni del Liceo Dante. Il mio liceo.
Dal finestrino mi sono goduta il paesaggio autunnale, con il tipico rosso del sommaco che colora il Carso triestino in questa stagione, ma il momento in cui ho avuto un vero e proprio sussulto, tanto da farmi sobbalzare sul sedile (e per fortuna non c’era nessuno accanto a me) è stato quando gli alberi hanno ceduto la scena al mare. Ecco, il mare è l’elemento naturale che mi manca di più, quello a cui sento di appartenere ed il distacco, che avviene alla fine dell’estate, è sempre molto triste. Come un amore che si deve lasciare senza il coraggio di dire addio.

In assoluto la cosa più bella di Trieste sono le cosiddette Rive. Cambiano nome a seconda dei tratti e gli ultimi due rievocano antichi imperatori romani (Ottaviano Augusto e Traiano). Non ho mai capito il perché, forse per la maestosità con cui la terraferma si impone sull’acqua.
Sulle rive triestine si affacciano stupendi palazzi, si apre in tutto il suo splendore la grande piazza, intitolata all’Unità d’Italia, ma non si possono trascurare i moli, quelli imponenti come l’Audace e quelli più piccoli che si allungano dalla terraferma al mare come braccia che tentano di attrarre a sé un po’ di Adriatico.

Uno degli edifici più belli situati sulle rive è la vecchia Stazione Marittima, ora trasformata in un centro congressi che, talvolta, ospita anche qualche evento mondano. Proprio in questo palazzo costruito nel 1930, che agli occhi del passante si erge in tutta la sua maestosità, adagiato sul Molo Bersaglieri, i “dantini” di ieri e di oggi si sono dati appuntamento per la grande festa. Più di 400 persone, varie generazioni che hanno mantenuto nel cuore il ricordo, più o meno gradito (la scuola, si sa, non per tutti è un’esperienza piacevole ma senz’altro memorabile, negli aspetti positivi e in quelli negativi), del liceo classico più prestigioso della città. Alcuni si sono incrociati nei corridoi nell’arco di pochi anni, preceduti da altri e lasciando il posto alle generazioni future. Qualcuno, più fortunato, ha potuto sedersi in cattedra e guardare la classe da un’altra prospettiva, rievocando i giorni in cui, dal proprio banco, aveva osservato con apprensione il professore o la professoressa mentre scorreva con il dito l’elenco alla ricerca della “vittima” di turno per l’interrogazione.

E noi della sezione C com’eravamo all’inizio dell’avventura quinquennale?

liceo Dante IVC

Un po’ timidi, molto spaesati ma certamente curiosi di iniziare l’esperienza di liceali. Qualcuno si conosceva già, aveva frequentato la stessa scuola media o addirittura la stessa scuola elementare. Magari erano stati compagni di banco.
In cinque anni di liceo si stringono amicizie oppure si rimane estranei per sempre. Qualcuno l’altra sera ha detto “non eravamo una gran classe”. Ma io mi chiedo, insegnando da così tanti anni, se davvero ci siano classi migliori, certamente ce ne sono molte di peggiori. Compagni di scuola non significa necessariamente amici. E magari non ci si vede per anni, tanti, troppi, per poi ritrovarsi un bel giorno a parlare del più e del meno, della vita di oggi, dimenticando quella di ieri. E forse quando la gioia del ritrovarsi è grande, ci si dimentica di quando non eravamo questo granché come classe. Senza rivangare, semplicemente continuando a guardare avanti, con l’esperienza di uomini e donne che danno il giusto valore a ciò che hanno, facendo passare in secondo piano ciò che non sono stati. Senza rancore e senza nostalgia, perché quella sì che uccide la gioia dell’incontro.

E così sabato sera eravamo solo in sette.

gruppo ritoccata nic

Incontrasi nuovamente è stato molto bello, l’attesa non ha visto deluse le aspettative. Ci siamo chiesti se sarebbe stato facile riconoscersi, oppure no. Abbiamo pensato a quali discorsi fare, se ne avremmo avuti da fare oppure sarebbe stato difficile riprendere quel filo spezzato dalla lontananza.
Fin dal momento in cui ho incontrato O. sotto casa (che poi è praticamente dietro il liceo in cui ho mosso i passi incerti di quattordicenne per uscirne donna con un sacco di sogni e molte certezze in più), non ho avuto dubbi sull’esito della serata. Ho avuto l’impressione che ci fossimo date appuntamento come molte volte facevamo, stanche dei pomeriggi passati sui libri, in quella piazza dove, in qualsiasi momento scendessi, sapevo di trovare sempre qualcuno. Come fanno ancora i giovani d’oggi.

Nella passeggiata fatta per raggiungere le rive e la Stazione Marittima (passeggiata che, tra l’altro, mi ha massacrato i piedi a causa della malsana idea di indossare un paio di decolleté comprate poche ore prima), abbiamo chiacchierato come se ci fossimo viste il pomeriggio precedente, facendo altri discorsi, non frivoli come all’epoca dei nostri quindici anni, ma sempre confidenziali, ora coma allora.
E poi abbiamo ritrovato gli altri, sempre uguali (a parte F. che, sul momento, non ho riconosciuto, eppure, fin dai tempi delle medie era un mio grande amico), qualche anno in più, qualche chilo in più (specie i maschi … ma non tutti!), solo dettagli privi di significato. Eravamo e siamo noi, quelli della sezione C, degli anni ’70. Al nostro tavolo si sono aggiunti altri ex compagni, quelli dell’anno avanti al nostro, che è stato un piacere ritrovare. E poi, tra tanta gente, molti volti noti, alcuni diventati personaggi importanti ma uniti a noi dal semplice fatto di essere “dantini”.

Forse per troppi anni l’abbiamo dimenticato. L’università, le nuove amicizie, gli amori, i matrimoni, i figli, le gioie e i dolori di una nuova vita, uguale a quella sognata o forse assai diversa, ci hanno fatto scordare l’importanza degli anni del liceo, dell’identificarsi come appartenenti ad una scuola prestigiosa che, assieme alla cultura, ai tanti contenuti appresi, che ancora ricordiamo o che abbiamo ben presto dimenticato (io di certo la matematica!), ci ha formato come cittadini e ha fatto di noi gli uomini e le donne che siamo, non migliori non peggiori rispetto a quanto potessimo immaginare, semplicemente noi, come siamo e come saremo in futuro.

Se la cena non è stata un granché, anche perché effettivamente credo che a nessuno interessasse il cibo in sé, piuttosto l’esperienza di condividere i ricordi e le emozioni, la torta è stata un tripudio di colesterolo ma molto graziosa e buonissima.

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E se le scarpe nuove mi hanno impedito di fare quattro salti sull’improvvisata pista da ballo, una chiacchierata con i compagni ritrovati sulla terrazza della Stazione Marittima è stata un’alternativa assai gradita. Per di più davanti ad un panorama mozzafiato che da troppi anni non mi fermavo ad osservare, tutta presa dai viaggi domenicali veloci dedicati alle famiglie, facendo la spola tra una casa e l’altra.

foto panorama ste3

In ultimo, non poteva mancare la foto ricordo delle “tre Grazie”: io, O. e N.
Come eravamo a diciassette anni

liceo dante IIC ritaglio (3 Grazie)

e come siamo ora

3 grazie nic

Ci siamo salutati con la promessa di non perderci più, di ritrovarci per festeggiare un evento importante il prossimo anno. Sperando di essere un po’ più numerosi, augurandoci che qualcuno possa rompere gli indugi e accogliere l’invito per il prossimo incontro. E se ci ritroveremo ancora in sette, andrà bene ugualmente.
Io ci sarò.

ATTENZIONE: TUTTE LE FOTO POSSONO ESSERE INGRANDITE CON UN CLICK.

ALTRE FOTO DELL’EVENTO QUI

N.B. NON HO POTUTO CONTATTARE TUTTI PER OTTENERE IL CONSENSO ALLA PUBBLICAZIONE DELLE FOTOGRAFIE (SPECIE QUELLE “ANTICHE”). NEL CASO IN CUI QUALCUNO NON GRADISSE LA PUBBLICAZIONE, MI AVVERTA TRAMITE E-MAIL. GRAZIE.

15 ottobre 2013

RIPRENDERE I CONTATTI

Posted in affari miei, amicizia, Dante, scuola, Trieste, web tagged , , , , , , , a 10:19 pm di marisamoles

targa danteRiprendere i contatti con chi si è perso di vista, oggi come oggi, non è difficile. Facebook e il web in generale hanno facilitato le comunicazioni e ciò che una volta poteva sembrare un’impresa disperata (anche perché, a parte l’elenco telefonico, non c’era nulla che potesse agevolare la ricerca di una persona) ora come ora è alla portata di tutti, o quasi.

Io sono facilmente rintracciabile. Avendo un blog, con tanto di nome e cognome e indirizzo e-mail, difficilmente chi mi cerca può rimanere deluso. Anche perché ho solo un’omonima che sta in California. Certo, potrei essere emigrata lì ma è molto più probabile che abbia un blog e che scriva dall’Italia.

Ed ecco che, grazie al web, qualcuno che non sentivo da molto molto tempo mi ha contattata per e-mail. Una “vecchia” compagna di scuola si è data un gran daffare per avvisare tutti i suoi ex compagni che sabato prossimo ci sarà una grande festa in occasione del 150° anniversario della fondazione del nostro liceo.

In questi giorni è stato tutto uno scambiarsi mail, alla caccia dei pochi numeri telefonici o indirizzi di posta elettronica che ancora mancavano all’appello. Ma che fare quando un appello fatto su facebook non funziona? Be’, partendo dal presupposto che non tutti quelli che possiedono un account sul social network più famoso di fatto lo frequentino, ho rispolverato vecchie conoscenze e alla fine qualcuno l’ho trovato. Il vecchio e buon telefono ha fatto la sua brava funzione, come ai vecchi tempi!

Eccoci dunque pronti per la grande festa. Qualcuno ha accolto l’invito con gioia, qualcun altro ha nicchiato un po’ facendosi desiderare, non sono mancati i no decisi, senza ripensamenti. Alla fine saremo meno di metà classe però dobbiamo anche essere onesti e ammettere che in tutti questi anni – e sono molti, qualche decina! – non ci siamo quasi mai rivisti e nemmeno quando frequentavamo il liceo la nostra classe era unita. C’erano i soliti gruppetti e, a parte quei compagni che poi hanno frequentato la stessa facoltà (ma non è nemmeno detto che i rapporti siano rimasti così stretti), gli altri si sono praticamente volatilizzati e pare che nessuno abbia sentito la mancanza dei vecchi compagni.

Detto questo, può sembrare strana l’insospettabile gioia che io provo – ma anche altri, a quanto pare – nell’imminenza dell’evento. Proprio ieri, in uno scambio di sms con la “promotrice” della reunion, le ho scritto: “Sono emozionata come una scolaretta al primo giorno di scuola”.

E oggi, parlando al telefono con un’altra compagna ho avuto la sensazione che gli anni non fossero passati, come se l’avessi sentita proprio ieri. Abbiamo rievocato vecchi ricordi (alcuni tristi, purtroppo), compresa l’avventura passata insieme un’estate quando, con grande coraggio, siamo partite alla volta di Cesenatico per fare le assistenti a delle bambine scatenate in una colonia.

Insomma, è da qualche giorno che sento una grande emozione, il batticuore come quando ai tempi del liceo il famigerato e severissimo professore di Latino e Greco scorreva l’elenco con il dito e noi stavamo sospesi, quasi tra la vita e la morte, trattenendo il fiato. E quando uscivano i due nomi delle vittime di turno, facevamo un gran sospiro. L’avevamo scampata. Almeno per quel giorno.

10 agosto 2013

PAPA FRANCESCO: “NOI VASI DI ARGILLA PIENI DI SPERANZA” di CLAUDIO MAGRIS

Posted in attualità, religione, Trieste tagged , , , , , , , , a 2:20 pm di marisamoles

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Segnalo questo bell’articolo del germanista e scrittore triestino Claudio Magris (inconsapevole protagonista dell’ultimo esame di maturità). Parla di Papa Francesco, del suo essere onesto e schietto, del suo riporre in ogni cosa la speranza, del suo monito a non arrendersi. Del suo invito, privo di retorica, a continuare il nostro cammino senza temere di andare in pezzi.

Ma che differenza con il don Abbondio manzoniano, vaso di terracotta costretto a viaggiare in mezzo a tanti vasi di ferro.

magrisFrancesco sta mettendo in moto — con la semplicità di chi fa un lavoro necessario, difficile ma non drammatico — cambiamenti epocali, ma lo fa senza alcun pathos progressista e senza ansie tormentate. Sarà difficile, proprio per il modo in cui le compie, che le sue trasformazioni possano scatenare l’enfasi scandalizzata degli avversari del Concilio o i dubbi tremebondi e amletici di anime belle timorose delle conseguenze di ogni passo ardito. Il suo stile disarma a priori tali resistenze. Se fosse stato Papa quando i due astronauti sovietici primi pionieri dello spazio dichiararono pateticamente di non aver visto Dio, Francesco non avrebbe probabilmente reagito con l’accorata tristezza di Paolo VI, ma avrebbe magari mandato un telegramma per ringraziarli di averlo rassicurato, visto che sarebbe stato imbarazzante se quei due avessero veduto Dio che invece non si era mai fatto vedere direttamente dal Papa e se Dio fosse visibile lassù —o laggiù, si fa per dire— piuttosto che dalle nostre parti.

In questo senso Francesco si è rivelato, finora, straordinariamente atto a reggere il tremendo peso che porta; un vero grande leader «semplice come una colomba e astuto come un serpente», come esorta il Vangelo e come dovrebbe essere ogni capo e, prima ancora, ogni uomo. C’è una grande ironia cristiana e Francesco ne è maestro. Siamo tutti vasi di coccio, ha ricordato, sapendo di esserlo anche lui. Non è una cosa da niente, perché il coccio si rompe facilmente e le occasioni di urto con oggetti duri e contundenti sono tante. CONTINUA A LEGGERE >>>

[immagine Papa da questo sito; immagine di Magris da questo sito]

29 giugno 2013

MORTA A TRIESTE L’ASTROFISICA MARGHERITA HACK

Posted in donne, Friuli Venzia-Giulia, Trieste tagged , , , , , , , , a 11:30 am di marisamoles

hack margherita
Si è spenta a 91 anni appena compiuti l’astrofisica Margherita Hack. Da una settimana era ricoverata all’ospedale di Cattinara a Trieste, città di adozione in cui viveva dagli anni Sessanta, dopo aver lasciato la Toscana di cui era originaria.

Era nata a Firenze il 12 giugno 1922.
È stata professoressa ordinaria di astronomia all’Università di Trieste dal 1964 al 1º novembre 1992 anno nel quale fu collocata “fuori ruolo” per anzianità.
È stata la prima donna italiana a dirigere l’Osservatorio Astronomico di Trieste dal 1964 al 1987, portandolo a rinomanza internazionale.
Membro delle più prestigiose società fisiche e astronomiche, Margherita Hack è stata anche direttore del Dipartimento di Astronomia dell’Università di Trieste dal 1985 al 1991 e dal 1994 al 1997.
Era membro dell’Accademia Nazionale dei Lincei (socio nazionale nella classe di scienze fisiche matematiche e naturali; categoria seconda: astronomia, geodesia, geofisica e applicazioni; sezione A: Astronomia e applicazioni).
Ha lavorato in numerosi osservatori americani ed europei ed è stata per lungo tempo membro dei gruppi di lavoro dell’Esa e della Nasa.
In Italia, con un’intensa opera di promozione ha ottenuto che la comunità astronomica italiana espandesse la sua attività nell’utilizzo di vari satelliti giungendo ad un livello di rinomanza internazionale.
In segno di apprezzamento per il suo importante contributo, le è stato anche intitolato l’asteroide 8558 Hack. (notizie dal Messaggero Veneto)

IL MIO COMMENTO

L’ultima volta che ho visto Margherita è stata in occasione della presentazione del libro, scritto a quattro mani con don Pierluigi Di Piazza, Io credo. Dialogo tra un’atea e un prete (ne ho parlato QUI). Sì, l’ultima volta, perché ho sempre sentito la Hack come una di famiglia (era molto amica di uno zio di mio marito, grande scienziato scomparso negli anni Novanta), oltre ad essere una mia concittadina.
Nel novembre scorso l’ho vista molto affaticata, fisicamente. La mente no, quella era sempre vivace, lucida, così come la sua favella. Uso apposta questa parola così inusuale per la sua derivazione dal verbo latino fabulare, “parlare”, e perché ricorda la parlata toscana che nei cinquant’anni trascorsi a Trieste non aveva mai abbandonato.
Ma il suo parlare non era semplicemente trasmettere pensieri a voce, emettere suoni, era soprattutto affascinare. Ecco, questa è la dote che nell’astrofisica ho sempre apprezzato. Anche il suo modo di trasmettere il sapere, quasi sempre strettamente legato alla sua scienza, era dote poco comune.

Al di fuori della veste ufficiale, tuttavia, era una donna particolare. Schietta fino a rasentare l’insulto, quando qualcosa o qualcuno non la convinceva, arrogante ogni qual volta la sua determinazione le faceva scordare il concetto di diplomazia nei rapporti interpersonali. Ecco, questo era il lato di Margherita che non ho mai apprezzato. Appena poco più di un anno fa avevo espresso il mio disappunto sulla sua gestione di una vicenda personale – il mancato rinnovo della patente – in cui non aveva lesinato schiettezza e arroganza.

Era una grande scienziata, è cosa nota, com’era nota la sua simpatia politica per la sinistra e il suo ateismo mai tenuto nascosto, anzi, com’era sua abitudine, urlato. Molti tendono a considerare queste caratteristiche come imprescindibili: se uno crede nella scienza non può credere in Dio e preferibilmente deve essere comunista.
Non sempre è così. Lo scienziato suo amico, ad esempio, era un fervente cattolico. Ricordo ancora l’entrata quasi trionfale in chiesa, attraverso la navata centrale, rigorosamente in ritardo, in occasione del funerale di mio zio. Sprezzante di tutto e di tutti ma allo stesso tempo alla ricerca del primo piano, dell’attenzione generale. Pensai che dovesse essere stato per lei uno sforzo quasi titanico presenziare alla funzione religiosa. Ma l’amicizia non ha confini di fede o di ideali politici.

Leggo basita alcuni commenti all’articolo che Il Corriere dedica alla scomparsa della Hack. Sembra che il cordoglio debba essere espresso solo da quelli di sinistra e dagli atei. I credenti, invece, devono esultare perché della morte di una che ha sempre disprezzato Dio loro non si curano, anzi, le augurano di bruciare nelle fiamme dell’inferno.
Eppure Margherita aveva una profonda spiritualità, molto meno ipocrita rispetto a tanti che si professano credenti e poi gioiscono della morte di una persona. Essere comunisti non è una colpa, essere atei non è un peccato. Se uno è ateo non crede al peccato e chi ha fede, se solo ricorda l’insegnamento di Gesù (scagli la prima pietra chi è senza peccato), non può e non deve giudicare. La morte annulla tutto ciò che siamo stati e come lo siamo stati. Il resto non conta.

In un’intervista concessa a Marinella Chirico (la giornalista del Tg regionale del Friuli – Venezia Giulia che ha curato l’edizione del libro Io credo), a proposito della morte, Margherita Hack aveva espresso la sua condivisione della logica epicurea che sostiene quanto sia infondata la paura della morte perché quando c’è lei, noi non ci siamo (Dalla Lettera a Meneceo di Epicuro).

Non solo il suo sguardo è stato per tutta la vita elevato al cielo (anche negli ultimi tempi in cui si era incurvata a tal punto da dover usare le stampelle per muoversi), LEI era davvero figlia delle Stelle:

«Tutta la materia di cui siamo fatti noi l’hanno costruita le stelle, tutti gli elementi dall’idrogeno all’uranio sono stati fatti nelle reazioni nucleari che avvengono nelle supernove, cioè queste stelle molto più grosse del Sole che alla fine della loro vita esplodono e sparpagliano nello spazio il risultano di tutte le reazioni nucleari avvenute al loro interno. Per cui noi siamo veramente figli delle stelle».
Intervista su Cortocircuito

Dopo la scomparsa di Rita Levi Montalcini, la dipartita della Hack costituisce la perdita di un’altra grande scienziata che ha accompagnato l’umanità nel passaggio dal XX al XXI secolo.

Ovunque tu sia, Margherita, riposa in pace.

VORREI CREPARE SENZA AMMALARMI“. L’INTERVISTA DEL VIDEO CORRIERE PER I 90 ANNI DELLA HACK

MARGHERITA RACCONTA LA SUA VITA. VIDEO CORRIERE

margherita hack don di piazza marinella chirico

IL RICORDO DI DON PIERLUIGI DI PIAZZA

Ho conosciuto personalmente Margherita Hack il 23 giugno 1993 quando l’ho invitata nella chiesa di Zugliano per una riflessione sul rapporto possibile fra fede e ateismo, piú direttamente fra persone che si considerano credenti e altre non credenti.
La motivazione che mi sollecitava partiva dalla percezione che, contrariamente a situazioni considerate definitive e congelate, le storie delle persone sono in movimento e che certo fideismo e certo ateismo specularmente si contrappongono nell’immobilità; che invece dalle due dichiarazioni il discorso, il dialogo, il confronto possono iniziare, approfondirsi, riscontrare differenze e convergenze.
CONTINUA A LEGGERE >>> [articolo del Messaggero Veneto]

L’ULTIMA INTERVISTA AL “PICCOLO”: «Urania Carsica va riaperta, è patrimonio della scienza» LINK

«Ti amo». Così all’alba Aldo, il compagno di una vita, ha salutato la sua Margherita. Articolo di Paola Bolis per Il Piccolo

«Il Credo di Margherita Hack: la vita, la morte, la malattia, il rifiuto delle cure», articolo di MARINELLA CHIRICO per il blog del Corriere la 27esima Ora

[la giornalista del Tg regione Friuli – Venezia Giulia, grande amica dell’astrofisica Margherita Hack, era al suo capezzale al momento della morte. Sulle pagine de Il Piccolo, quotidiano di Trieste, ha scritto un bell’articolo sull’amica scomparsa, non ancora leggibile on line. Nel necrologio la Chirico ha salutato Margherita chiamandola semplicemente Marga, soprannome che usava sempre nelle presentazioni del libro Io credo]

[ULTIMO AGGIORNAMENTO: 2 LUGLIO 2013; foto dal Messaggero Veneto]

9 maggio 2013

ADDIO OTTAVIO, RE DEI COLORI

Posted in Friuli Venzia-Giulia, moda, Trieste, vip tagged , , , , , , , , a 2:46 pm di marisamoles

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Ottavio Missoni, scomparso oggi all’età di 92 anni, era nato a Ragusa nel 1921, anche se aveva passato tutta la sua infanzia e giovinezza a Zara. Diceva che, quando ci nasci, la terra dalmata non si può mai scordare così come lo stilista non aveva mai dimenticato la “sua” Trieste, in cui aveva vissuto la prima età adulta, aperto “bottega” (un semplice laboratorio di maglieria in società con l’amico Giorgio Oberweger) e conosciuto Rosita Jelmini che sposerà nel 1953, dopo cinque anni di fidanzamento.

Ma Ottavio Missoni non è stato solo un creativo al telaio, dal quale sono usciti gli splendidi e unici capi di maglieria, quasi arazzi, conosciuti in tutto il mondo. Ottavio era anche uno sportivo e per anni si dedicò all’atletica leggera, specialità in cui ottenne prestigiosi riconoscimenti.
Durante la seconda guerra mondiale combatté nella battaglia di El Alamein e venne fatto prigioniero dagli alleati. Dopo avere passato 4 anni in un campo di prigionia in Egitto, nel 1946 fece ritorno in Italia, a Trieste, dove si iscrisse al Liceo Scientifico intitolato all’irredentiscta Guglielmo Oberdan.

La moglie di Missoni, Rosita, apparteneva ad una famiglia agiata che possedeva una fabbrica di scialli e tessuti ricamati a Golasecca, in provincia di Varese. Fu così che i due sposi ben presto lasciarono Trieste spostando l’intera produzione artigianale a Sumirago, che diventò il quartier generale della Maison.

Come non aveva mai dimenticato la Dalmazia, sua terra d’origine, Ottavio non aveva mai scordato Trieste, la città adottiva che l’aveva accolto esule e dove aveva mosso i primi passi nell’attività in cui, più tardi, avrebbe espresso al meglio tutto il suo talento creativo.
Nel 1983 la città giuliana gli conferì il premio San Giusto d’Oro, riconoscimento per quei “triestini” (naturali o adottivi!) che portano alto il nome di Trieste nel mondo. Missoni non smise mai di ritornare nella città della bora e non mancava ai raduni degli esuli dalmati. Nel 2008 l’allora sindaco Di Piazza lo insignì della cittadinanza onoraria.

Una vita, quella di Missoni, dedita alla famiglia e al lavoro. Per questo fin dal suo primo trasferimento a Sumirago aveva deciso di stabilire nel paese in provincia di Varese l’azienda e la residenza. Un matrimonio felice e duraturo, quello con Rosita, rallegrato dalla nascita di tre figli: Vittorio, nato nel 1954, Luca nel 1956 e Angela nel 1958. Lo sorso gennaio Ottavio dovette affrontare con forza la scomparsa del primogenito: l’aereo da turismo su cui viaggiavano Vittorio Missoni e la moglie scomparve presso Los Roques, in Venezuela. Una tragedia che ha portato con sé tanto dolore e speranza ma che non ha restituito i corpi degli sventurati.

Un dolore dal quale forse Ottavio non si era mai ripreso.
Ora spero che padre e figlio si siano riuniti in un altro mondo, forse meno colorato. Ma i colori di Missoni, assieme al suo sorriso buono, rimarranno sempre nei cuori di chi l’ha amato e stimato nella lunga carriera. Un successo che non gli ha mai fatto perdere l’umiltà che caratterizza la gente dalmata e giuliana, gente che ha dovuto combattere per la propria terra e che la porta per sempre nel cuore, anche quando vive lontana dalle sponde blu dell’Adriatico.

Addio, Ottavio. Possa un soffio della “tua” bora portarti questo saluto.

Ottavio Missoni

4 novembre 2012

MARITO GELOSO SI FINGE DONNA E ADESCA L’AMANTE DELLA MOGLIE SU FACEBOOK: DENUNCIATO

Posted in amore, cronaca, divorzio, Friuli Venzia-Giulia, matrimonio, Trieste tagged , , , , , , , , , , , , , a 2:19 pm di marisamoles


Un quarantasettenne triestino, in via di separazione dalla moglie, scoperta la tresca di lei con un altro uomo, si finge donna e adesca il rivale su Facebook. A questo punto vien da chiedersi: perché? Facile: voleva screditare l’amante agli occhi della moglie, sperando che lei ritornasse sui suoi passi. L’intento era senz’altro nobile, peccato che ora sia stato scoperto e denunciato per sostituzione di persona. Il che, trattandosi di Facebook, fa riflettere non poco, visto il pullulare di account falsi, specie se di personaggi famosi.

Il pover’uomo è, dunque, la testimonianza vivente che il fine non può giustificare i mezzi. Almeno secondo l’opinione del pm Federico Frezza il quale, coordinando le indagini, ha scoperto che il marito tradito aveva acquisito l’identità di due donne e si era messo in contatto con l’amante della moglie. Quest’ultimo non aveva affatto disdegnato la corrispondenza hot e aveva accettato di far parte di una sorta di performance erotica via web.

Soddisfatto dei risultati, il marito ancora innamorato della moglie e non rassegnato a perderla, le ha fatto vedere le prove della tresca internautica tra il nuovo compagno e le due sedicenti ragazze. Lei, però, non ha mangiato la foglia e, scoperto l’inganno, l’ha denunciato.

La notizia è riportata dal quotidiano locale Il Piccolo. L’autore dell’articolo, Corrado Barbacini, conclude il pezzo ricordando un vivace episodio accaduto in Gran Bretagna qualche anno fa. Allora un marito geloso, come vendetta del presunto tradimento da parte della consorte, aveva addirittura messo in vendita la fedifraga su e-Bay. L’annuncio d’asta, “Offro un rifiuto di moglie traditrice, adultera”, aveva fatto scalpore e le quotazioni della signora hanno quasi raggiunto la soglia di 500mila sterline.

Evidentemente mettere in vendita la moglie su e-Bay per i britannici non ha conseguenze legali (ricordo il caso di una bimbetta che voleva vendere la nonna brontolona … ne ho parlato QUI). Il marito italiano, invece, dovrà rispondere davanti ai giudici di una vendetta non consumata a freddo, anzi, troppo hot.

[nell’immagine: “Amanti” di Franco Murer, matita, cm 16,5×22,5, da questo sito]

10 settembre 2012

IL PRIMO GIORNO DI SCUOLA: VOI VE LO RICORDATE?

Posted in bambini, famiglia, figli, scuola, Trieste tagged , , , , , , , a 3:40 pm di marisamoles


Ricordo ancora il mio primo giorno di scuola. Intendo il primo giorno in cui ho varcato il cancello della scuola elementare (oggi detta primaria), perché non ho avuto la fortuna di frequentare l’asilo (ovvero la scuola materna, oggi detta “dell’infanzia”).

Ricordo l’atrio dell’edificio, enorme ai miei occhi di bimba seienne. Con quel busto di bronzo raffigurante un uomo a me sconosciuto (e che comunque è rimasto tale per tutti i cinque anni di frequenza), cui era intitolata la scuola. Ferruccio Dardi. Sì, perché allora le scuole avevano un nome, ciascuna il proprio. Ora ci sono gli istituti comprensivi e di norma le scuole vengono identificate con il nome della via o della piazza in cui è ubicata quella da cui dipendono tutte le altre. Se fosse stata in vigore questa consuetudine anche allora, la mia scuola si sarebbe chiamata “di via Giotto“, il che mi sarebbe parso vantaggioso perché almeno di Giotto avevo sentito parlare. Non che conoscessi le sue opere, intendiamoci, ma conoscevo benissimo i “suoi” pastelli.

Ricordo tutti i bambini, femmine a destra e maschi a sinistra (le classi erano rigorosamente formate in base al sesso, i maestri avevano solo maschi, le maestre solo femmine), ciascuno accompagnato dalla mamma. I papà a quei tempi tenevano altro cheffà. Davanti al busto del Dardi più conosciuto (il meno conosciuto era il mio pediatra che, però, non aveva intitolata alcuna scuola e poi a me stava sinceramente antipatico, non che quel busto bronzeo mi stesse più simpatico, intendiamoci), in piedi, con atteggiamento militaresco, stava il direttore, che allora si chiamava così, non dirigente scolastico come ora. Eppure aveva il potere di zittire tutti. Oggi, invece, i dirigenti scolastici non hanno il potere di zittire gli allievi, figuriamoci i genitori. Zittiscono, però, molto bene i docenti. Da ciò si intuiscono i rapporti di forza nella scuola italiana moderna.

Non ricordo il discorso del direttore. Ero troppo intenta a guardare le altre mamme. La mia era indubbiamente bellissima ma a me sembrava decisamente troppo vecchia. Aveva allora 35 anni, 36 da compiere a dicembre, ma le altre erano tutte più giovani, la maggior parte non arrivava a 30 anni. Altri tempi, decisamente.

Non ricordo nemmeno il passaggio dall’atrio enorme all’aula. Ho un vuoto di memoria. Immagino fossi sotto scorta della maestra, so solo che in quell’aula alle mamme non fu permessa l’entrata. Io non me ne curai, nel senso che non vedevo l’ora di iniziare la scuola ed ero sicura che non avrei minimamente sentito la mancanza della mamma. Volevo essere indipendente. Purtroppo compresi ben presto che continuavo a dipendere da qualcuno: la maestra era severa, dettava legge e soprattutto disegnava circonferenze minacciose con la sua bacchetta mentre ci spiegava per bene tutti i doveri che frequentare la scuola elementare comportava. Di diritti nemmeno se ne parlava, ovviamente. Nemmeno quello di fare la pipì quando scappava perché bisognava attendere la bidella (ora collaboratrice scolastica) in quanto da sole al bagno non ci potevamo andare. Erano i tempi in cui tutti conoscevano la barzelletta di Pierino che, avuto il divieto di andare ai servizi e interrogato dalla maestra su dove si trovasse il lago di Garda, rispose: “Sotto il mio banco, signora maestra”. Chi almeno una volta aveva avuto il divieto di andare a fare la pipì quando c’era la necessità impellente non rideva mai.

Signora maestra, certo. La mia era nubile quindi dovevamo rivolgerci a lei con “signorina maestra”, ché l’età non contava, contava il fatto che non avesse conosciuto uomo. E le davamo del lei, non come i bambini di oggi che si prendono delle confidenze con gli adulti a partire dal primo giorno di scuola materna.

Ricordo anche un enorme albero di cachi che si ergeva quasi fino al terzo piano dell’edificio. Quando nel passaggio dal pianerottolo fra il secondo e il terzo la sua chioma iniziava a scomparire, togliendoci alla vista i suoi meravigliosi frutti arancione, significava che eravamo arrivati quasi all’aula, per iniziare la nostra giornata di lezione. Non so perché ma non sopporto i cachi, eppure la scuola mi è sempre piaciuta.

Ricordo anche il grembiulino (certo, allora era obbligatorio mentre ora sembra quasi dittatoriale la proposta di farlo indossare ai bambini, roba da fascisti, insomma), bianco con il fiocco a quadretti bianchi e blu. Ogni sezione aveva il suo fiocchetto, così ci distinguevamo tutti/e e se qualcuno combinava qualche guaio, si sapeva subito almeno a quale sezione apparteneva. Roba che i Ris ci facevano un baffo.

E voi, come ve lo ricordate il primo giorno di scuola? Avete voglia di raccontarmelo?

[nell’immagine: un angolo del cortile della mia vecchia scuola da questo sito]

3 giugno 2012

SIAMO TRIESTINI, NON CHIAMATECI FRIULANI

Posted in attualità, Friuli Venzia-Giulia, politica, Trieste tagged , , , , , , , , a 12:26 pm di marisamoles


Trieste, come spero si sappia in giro per lo stivale, è il capoluogo della regione, a statuto speciale, Friuli – Venezia Giulia. La doppia denominazione ha, però, nel tempo creato parecchia confusione. Forse a causa dell’eccessiva lunghezza del nome (cosa, tra l’altro, valida anche per Trentino – Alto Adige e Valle d’Aosta, se vogliamo essere puntigliosi), spesso sui quotidiani o in televisione sentiamo parlare di Friuli, quando addirittura l’accento non viene storpiato in Frìuli. Della Venezia Giulia, per cui tanti eroi irredentisti hanno lottato, ci si dimentica. E non sarebbe nemmeno un fatto grave se ci si riferisse a Udine o a parte della sua provincia (perché dire “friulano” ad un carnico, ad esempio, rasenta l’empietà). Grave è, invece, quando ci si riferisce a Trieste, città giuliana, come al capoluogo della regione Friuli. Non ha senso.

Ora, non vorrei passare per una delle tante triestine che vogliono mantenere le distanze dai friulani. Chi mi segue sa che vivo in Friuli da quasi 27 anni, quindi mi considero udinese d’adozione e nel capoluogo del Friuli vivo benissimo. Quello che mi dà fastidio è, invece, il pressapochismo dei media, in particolare, che tendono a fare di tutta l’erba un fascio. Ma dire friulano ad un triestino, al di là del fatto che per qualcuno potrebbe essere un’offesa, è semplicemente scorretto.

Tempo fa, in occasione del tragico incidente che causò la morte di un operaio che stava allestendo il palco su cui avrebbe dovuto esibirsi in concerto la cantante Laura Pausini, in un articolo de Il Corriere, lessi, inorridita, che il giornalista, parlando dell’evento e mettendolo in relazione a quello analogo accaduto, tempo prima, in occasione del concerto di Jovanotti in allestimento a Trieste, aveva definito il capoluogo di regione “città friulana“. Allora lasciai un commento in cui facevo notare l’errore e aggiunsi: sarebbe come dare dell’altoatesino ad un trentino. Apriti cielo! La svista fu immediatamente corretta.

Ora leggo sul quotidiano Il Piccolo che la confusione tra friulani e giuliani disturba anche qualche esponente politico regionale. Il consigliere triestino del Pdl Bruno Marini (mio ex compagno del liceo, tra l’altro, perso di vista dalla fine del ginnasio, se non erro), ha presentato un’interpellanza dal titolo eclatante: “Denominazione esatta del Friuli Venezia Giulia. La Regione lanci una campagna educativa e di sensibilizzazione“. Secondo Marini il governatore Renzo Tondo dovrebbe agire su due fronti: scuole e media. Nelle scuole bisognerebbe educare i bambini e i ragazzi alla corretta definizione di chi, nella nostra regione, vive al di qua e al di là del fiume Timavo; per quanto riguarda i media, specie quelli nazionali, bisognerebbe sensibilizzarli all’uso della denominazione intera e corretta della nostra regione.

Vi dirò: fra la sottoscritta e il Marini il rapporto, finché frequentavamo la stessa classe, non è mai stato idilliaco. Su questo punto, però, concordo. Non è una questione campanilistica, lo ribadisco, è solo una questione di correttezza. Diamo il giusto nome alle cose, regioni e popolazioni comprese.

[nell’immagine: il castello di Miramare, già residenza dell’arciduca Massimiliano d’Asburgo e Carlotta del Belgio, situato nel golfo di Trieste]

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