20 gennaio 2010

SULL’IKEA IDEE CHIARE, SULLA POLITICA MENO

Posted in affari miei, Friuli Venzia-Giulia, pubblicità, shopping, società tagged , , , , a 3:38 pm di marisamoles


Leggo su La Stampa di oggi, quest’articolo di Massimo Gramellini, come sempre molto arguto:

Ad Amburgo gli abitanti di alcuni quartieri del centro hanno partecipato al referendum indetto dai sostenitori di Ikea, favorevoli alla costruzione di una cittadella del mobile nel cuore della città. La percentuale dei votanti (44%) ha abbondantemente superato quella delle ultime elezioni europee. L’amburghese che entra nell’urna (di truciolato, immagino) per esprimersi pro o contro Ikea ha la sensazione che il suo voto produrrà un effetto concreto e duraturo sulla sua esistenza: lo spostamento in centro del parallelepipedo gialloblù, oppure no. Lo stesso amburghese non è animato da identiche certezze quando deve schierarsi fra destra e sinistra. Anzi, di certezze ne ha una, purtroppo: che il suo lavoro, le sue tasse, l’istruzione dei suoi figli – la sua vita, insomma – rimarranno immutati con qualsiasi vincitore. Al massimo peggioreranno un po’. E non solo. Quando vota in massa per decidere il futuro immobiliare di Ikea, l’amburghese si pronuncia su un argomento che conosce. Mentre quando diserta le urne europee non ha alcuna idea di cosa sia l’Europa né alcuna considerazione della medesima. La multinazionale fa parte di lui, la multinazione no.
È così che la democrazia sta cambiando sotto i nostri occhi. Il cittadino accorcia lo sguardo, infiammandosi soltanto per le questioni che lambiscono il suo quartiere. Ma nello stesso tempo lo allarga, fino a sentirsi parte dei destini di un marchio mondiale. E per la politica tradizionale, ancora aggrappata ai fantasmi delle ideologie, l’unico spazio che resta è qualche innocua litigata in tv.

Be’, a me pare che tra gli amburghesi e gli italiani ci siano ben poche differenze: il colosso svedese merita più attenzione della politica, anche perché, ciò che vale per gli abitanti di Amburgo, si adatta perfettamente al profilo dell’italiano medio: il suo lavoro, le sue tasse, l’istruzione dei suoi figli – la sua vita, insomma – rimarranno immutati con qualsiasi vincitore.

Anche nella mia regione, il Friuli Venezia Giulia, il colosso IKEA è sbarcato, portando con sé l’illusione di molti che la crisi sia un’invenzione e che il lavoro ci sia per tutti. O quasi. Certo, a conti fatti, le assunzioni all’Ikea sono state 255 ma il 74% sono part time e solo 45 sul totale sono i contratti a tempo indeterminato. Già, perché bisogna vedere come sarà, in questo angolino del nord est, l’affluenza degli acquirenti. Considerando che all’inaugurazione, nonostante fosse fissata alle 7 del mattino, erano presenti migliaia di persone (la colazione offerta ai vip era a base di salmone, aringhe e vodka!), Ikea può ben sperare in affari d’oro, specie da chi arriva da oltreconfine.

Io un salto all’Ikea l’ho fatto, più per curiosare che per fare acquisti. Due ore passate a girare tra i vari reparti, rispettando rigorosamente il percorso consigliato e segnalato con tanto di frecce per terra. Il gusto svedese è, tuttavia, lontano mille miglia dal nostro: arredamento essenziale, niente “fronzoli” e soprattutto studiato per essere comodo e funzionale. Ma a noi italiani, chissà perché, piace di più il bello ma inutile o scomodo.

L’organizzazione è ineccepibile. Per fare gli acquisti, a seconda del loro volume, sono a disposizione i classici carrelli a quattro ruote, dei “borsoni” gialli e dei carrellini a due ruote, altrettanto gialli. È un colore tipicamente svedese. Quando si arriva alla cassa, l’attenzione è attratta dai cartelloni in cui si legge: “Ti piace il borsone giallo? Ne puoi acquistare uno uguale, blu, per 0,60 centesimi”. Naturalmente invitano i clienti a riporre diligentemente quello giallo che è servito per la spesa: anche se viene in mente di portarselo a casa, la cifra irrisoria per averne uno uguale, imballato e quindi non maneggiato da cento persone e pullulante di batteri, trattiene dalla tentazione che fa, qualche volta, l’uomo ladro. I carrellini sono più difficili da nascondere; tuttavia, un altro cartellone avvisa i clienti che può essere acquistato uno uguale, blu, a soli 9,90 euro. In questo caso, sempre per la modesta cifra richiesta, si mette in funzione il cervello e la memoria visiva per capire se a casa, in garage o in cantina, c’è lo spazio per quel carrellino lì, così conveniente e quanto mai utile. Non c’è che dire: all’Ikea giocano sulla psiche.

Ma non si può andare via da lì senza fare un salto al supermercato, dove vendono solo prodotti alimentari svedesi, dai nomi alquanto strani. Tuttavia, dei cartellini ordinati indicano le caratteristiche del prodotto, onde evitare di comprare qualche schifezza tipicamente svedese che sicuramente non ci piacerà perché non fa parte della nostra dieta mediterranea. Io volevo acquistare una marmellata, ma non una qualsiasi che posso trovare nei nostri supermercati. La mia attenzione è stata catturata da un composto giallognolo che non mi pareva di aver mai visto; in effetti la marmellata in questione era di “bacche polari” che non ho la più pallida idea di cosa siano. D’altra parte sto in Italia, mica al polo nord!
Meglio andare sul sicuro: le polpette svedesi saranno come le nostre, no? Be’ diciamo che le faccio meglio io ma se vado di fretta e nel congelatore ci sono le polpette, svedesi o no, vanno bene lo stesso. Devo dire, però, che il mio stomaco si è ribellato, visto che c’ho messo dieci ore per digerirle …

Alla fine, ho occupato mezzo pomeriggio, ho speso più o meno 50 € in oggetti per la casa quasi del tutto inutili o che comunque avevo già, nonché in cibi indigeribili, ma ora posso dire che sono stata all’Ikea. Chissà perché la gente dimostra di apprezzarti di più se dici di essere andato all’Ikea piuttosto che a vedere una mostra sul Futurismo.

Una cosa, però, mi ha sinceramente disturbata: la pubblicità che annunciava l’imminente apertura dell’Ikea di Villesse. Dappertutto facevano bella mostra di sé dei cartelloni (come quello nella foto in alto) in cui si storpiava il nome della mia bella regione in “Friuli Svezia Giulia”.
Dopo aver letto l’articolo di Gramellini su La Stampa, però, ho preso un’importante decisione: alle prossime elezioni regionali voterò … Ikea.

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8 gennaio 2010

VENI, VIDI … VISA: VENNI, VIDI … COMPRAI!

Posted in affari miei, saldi di fine stagione, shopping tagged , , , , a 4:37 pm di marisamoles

Ormai quasi in tutta Italia è iniziata la corsa ai saldi. A guardare i servizi dei vari Tg, con le code interminabili di fronte ai negozi, anche quelli “in”, mi parrebbe di dover dar ragione al nostro attuale governo e all’ “uomo dell’anno”, Mr Tremonti, secondo i quali la crisi sarebbe ormai un lontano ricordo. Però, quando poi mi fanno vedere i cortei di protesta dei lavoratori che rischiano di perdere il posto o quando sento le lamentele dei portavoce della Confesercenti secondo i quali i consumi sarebbero sempre in ribasso e più di 30mila (o 300mila?!?) esercizi commerciali hanno chiuso, è il caso di dire, bottega, allora non ci capisco più nulla. Cosa fare, quindi? Un giro in città per vedere la realtà con i miei occhi.

Detto, fatto. Da casa mia al centro cittadino ci sono più o meno due chilometri. Già passando dalla via principale, piuttosto trafficata, mi rendo conto che i pochi negozi rimasti – gli altri, infatti, hanno chiuso – sono pressoché vuoti. Allora mi convinco che in centro la situazione possa essere diversa. Ebbene, anche lì nessun assalto e molti esercizi stanno sì svendendo tutta la merce, ma non per i saldi, per “cessata attività”. In compenso stanno crescendo come funghi i bar; non i bar normali, quelli di una volta, bensì i bar per “giovani”, quelli che tengono le porte (generalmente porte-finestre che ricoprono l’intera facciata) spalancate e i tavolini all’aperto in tutte le stagioni, giusto per non far perdere il vizio ai fumatori, e soprattutto tengono la musica a tutto volume per la gioia dei passanti e del vicinato, se non proprio per quella degli avventori.
Io spesso mi chiedo: ma cos’avranno ‘sti giovani che mangiano e bevono a tutte le ore del giorno e della notte? Il verme solitario? E poi, non hanno null’altro da fare? Chessò, lavorare, studiare …

Percorsa tutta la via principale, mi addentro nel cuore cittadino, quello in cui, nel medioevo, era sorto il cosiddetto “mercato nuovo”. Anche qui, negozi semideserti ma la piazza risuona del vociare gioioso dei bimbi, abituali frequentatori del posto. Decido di farmi un giro in uno di quei grandi store di abbigliamento stranieri, generalmente affollato, se non altro perché d’inverno fa caldo e d’estate c’è l’aria condizionata. In effetti qualcuno c’è: si scalda un po’ e si asciuga dalla pioggia che cade fitta fitta. Ma alla cassa non c’è fila e nemmeno ai camerini di prova. Ricordo che, appena aperto il negozio, circa due anni fa, pagare la merce richiedeva mezzora e ai camerini c’erano almeno tre commesse che avevano come unico compito quello di contare i capi da provare e di consegnare al/alla cliente un gettone su cui era contrassegnato il numero corrispondente. Ora ai camerini c’è il libero accesso e trovare una commessa a cui chiedere qualcosa è un’impresa ardua. Immagino che anche lì qualcuna abbia perso il lavoro.

Faccio ancora un giro e un posto pieno di gente lo trovo: il tabacchino. Lì c’è la coda non per acquistare le sigarette, per fortuna, ma per comprare i biglietti dei gratta e vinci e per giocare al Superenalotto o al nuovissimo WinForLife. Evidentemente c’è chi spera di vincere qualcosa per poter poi acquistare la merce in saldo, sempre che l’eventuale vincita possa essere incassata prima che il periodo delle offerte finisca. Spes ultima dea.

Io non gioco mai – lo fa mio marito, senza vincere mai nulla! – e faccio gli acquisti che devo/voglio/posso fare pagando con la carta di credito. Chissà perché crea l’illusione di non spenderli affatto quei soldi, come se si trattasse di una tessera ricaricabile che si ricarica da sola. Un po’ come quando i miei figli, da piccoli, mi chiedevano di comprare qualche stupidaggine e rispondevo che non avevo soldi: replicavano che potevo sempre usare il bancomat. Hanno anticipato i tempi: oggi non c’è la pubblicità che ti dice che, se proprio non hai sogni irrealizzabili, “per il resto c’è Mastercard”?
Io, però, uso la Visa … Venni, vidi … comprai.

P. S. Il titolo del post si rifà alla scritta che compare su un simpatico magnete che tengo attaccato sul mio cassetto in sala insegnanti: una rivisitazione del celebre detto Veni, vidi, vici di Cesare.

3 gennaio 2009

TUTTI PAZZI PER I SALDI

Posted in affari, saldi di fine stagione, shopping tagged , , , , , a 4:48 pm di marisamoles

saldiIn questi giorni sono iniziati in molte regioni italiane i tanto attesi saldi di fine stagione. Guardando la TV ho potuto constatare che molta gente, pur di non rinunciare alla grande occasione di inizio d’anno, è disposta a fare lunghe e a volte lunghissime file davanti al negozio preferito. A Roma in via Condotti, ad esempio, una delle ragazze intervistate di fronte ad uno dei negozi tanto prestigiosi quanto cari, ha ammesso di essersi messa in fila alle 6 di mattina. Roba da matti!
Mi viene in mente uno degli sketch di Mr Bean, esattamente quello in cui l’esilarante personaggio si era riservato un posto proprio di fronte alla porta principale di un grande magazzino depositando un sacco a pelo riempito con oggetti vari, simulando una persona che dormiva. Al mattino dopo arrivava tranquillo, trovando una fila chilometrica, e con molta nonchalance prendeva possesso della pole position cui legittimamente credeva di avere diritto, svuotando il sacco a pelo che, tra le altre cose, conteneva un cavolo e dei palloncini colorati, di fronte allo sguardo allibito degli altri clienti in fila. Naturalmente l’aplomb britannico è insuperabile in questi casi. Fosse successo in Italia, sarebbe scoppiata una specie di rivoluzione; c’è gente disposta a difendersi con le unghie e con i denti in questi casi. E non pensate che, trattandosi di Mr Bean, sia solo fiction: gli Inglesi sono davvero così. A loro non serve sbraitare o protestare animatamente, magari tirando fuori qualche parolaccia di sicuro effetto; loro ti fulminano con lo sguardo. E poi, diciamolo, i sudditi di Sua Maestà Elisabetta sono troppo per bene, se mai dovesse succedere qualcosa del genere, l’artefice sarebbe con buone probabilità un non – inglese. Tutt’al più ti guardano e sussurrano “Italians”, visto che noi all’estero, specie in Gran Bretagna , siamo catalogati come i più cafoni d’Europa. Ahimè!

Tornando ai saldi, sempre guardando le interviste in TV, sono rimasta esterrefatta nel sentire che una ragazza, dell’apparente età di venticinque anni, alla domanda “Quanto è disposta a spendere per un buon affare?” ha candidamente risposto, facendo comunque finta di starci un po’ lì a pensare, “2000-2500 euro”. Alla faccia della crisi … se pensiamo, poi, ai beneficiari della social card, questo appare sicuramente un insulto nei confronti di chi quella cifra l’ottiene in 4 – 5 mesi.
Io, comunque, un affare l’ho fatto, anche se ho avuto un attimo di panico alla cassa. Avevo visto un paio di stivali viola (colore di gran moda, ma quanto durerà?) prima dei saldi. Venerdì sono passata dal negozio e li ho visti scontati del 50%. Bene, mi sono detta, ora i soldi li posso pure buttare e poi non sono nemmeno tanti. Entrata, provati gli stivali, deciso d’acquistarli, arrivata alla cassa ed ecco la sorpresa: la cifra richiesta era diversa da quella esposta sul cartellino in vetrina. Io, che normalmente non mi metto a discutere, ho fatto valere il mio diritto di pagare la merce al prezzo esposto, indipendentemente dal fatto che, come energicamente continuava a protestare la titolare, il prezzo in vetrina era sbagliato. Naturalmente io ho portato a casa gli stivali pagati con il 50% di sconto mentre la negoziante si è affrettata a cambiare il prezzo sul cartellino. E dovevate vedere la faccia scocciata!

Insomma, i buoni affari sono sempre gratificanti, sia che si spendano 25 euro o 2500 … a seconda delle possibilità di ognuno. Ma attenzione, l’acquirente ha dei diritti che deve far valere anche di fronte al diniego del negoziante. Per prima cosa, pretendere di pagare un articolo al prezzo esposto; in secondo luogo, pretendere di pagare con la carta di credito laddove sia esposto in vetrina il logo della vostra carta (a volte i negozianti non accettano le carte nel pagamento a prezzo scontato perché loro hanno delle spese … ma a noi che cosa importa?!?). Inoltre è bene sapere che anche gli articoli in saldo si possono cambiare (non solo la taglia, per l’abbigliamento!), che non si possono vendere capi fallati, ovvero sarà il cliente a decidere di acquistare un articolo non perfetto tenuto conto del prezzo vantaggioso, e che gli sconti troppo alti (dal 50% in su) devono far sorgere dei dubbi. Se gli articoli d’abbigliamento sono dell’anno scorso, ad esempio, meglio andare negli outlet dove si possono fare buoni acquisiti tutto l’anno.  Ma i “saldi di fine stagione” in teoria dovrebbero interessare, almeno nel settore dell’abbigliamento, solo gli articoli della collezione autunno-inverno 2008/2009.
Infine, ricordate che in vetrina deve essere riportato il doppio prezzo: quello dell’articolo non scontato e il prezzo in saldo, nonché la percentuale di sconto. Anche sui capi esposti all’interno del negozio dovrebbero essere leggibili, sui cartellini, entrambi i prezzi.

Bene. E ora godetevi i saldi e magari anche Mr Bean! Se non avete visto la scenetta o la volete rivedere, vi lascio il video. Buoni acquisti!

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