PETIZIONE ON LINE: CHIEDIAMO IL DIMEZZAMENTO DEI COMPENSI DEI PARLAMENTARI

tagli compensi parlamentariGrazie all’iniziativa dell’amica e assidua lettrice lilipi, ora è possibile firmare la petizione on line: “Dimezzamento compensi dei parlamentari”.

Questa la sua motivazione come promotrice dell’iniziativa:

In campagna elettorale i partiti hanno promesso il dimezzamento del numero dei parlamentari, ma tale provvedimento richiede una modifica costituzionale e in ogni caso non può entrare in vigore nella presente legislatura. Invece è immediatamente attuabile,con legge ordinaria, il dimezzamento dei compensi dei parlamentari e l’abolizione dei loro privilegi.Devono essere ammessi solo i rimborsi spese(documentate) per viaggi per l’espletamento del mandato e soggiorno a Roma.
Chiediamo pertanto che tutti i partiti dimostrino con i fatti di voler realmente abbattere i costi della politica.I parlamentari che non sono d’accordo sono invitati a dimettersi e a lasciare il posto ai primi tra i non eletti
.

Questo il commento da me lasciato su firmiamo.it all’atto della sottoscrizione:

Sono d’accordo sul fatto che i costi della politica (e non la pubblica amministrazione, sempre al cento delle polemiche per i costi eccessivi) abbia svenato l’Italia. Ricordo che più volte è stato proposto dai governi il dimezzamento del numero dei parlamentari ma le camere si sono sempre opposte. Questo perché chi ha ottenuto un comodo scranno in parlamento, fa i propri interessi e difficilmente rinuncia ai privilegi e ai lauti stipendi. La Sicilia forse ha aperto la strada giusta. Speriamo che il suo esempio smuova un po’ le coscienze.

Invito TUTTI I LETTORI a seguire il nostro esempio sottoscrivendo la petizione a QUESTO LINK.

GRAZIE A TUTTI E BUONA DOMENICA.

FUORI DAL PARLAMENTO CON PENSIONI D’ORO

Parlamento-Italiano
Li chiamano i “trombatati”, espressione che non mi piace nemmeno un po’ ma tant’è …
Stiamo parlando dei politici “illustri” (si fa per dire) che, causa avvento delle 5 stelle grilline (perché non “grilliane”?), sono rimasti a bocca asciutta. Dopo un’onorata (sempre si fa per dire) carriera politica, le porte del Parlamento per loro si chiudono inesorabilmente. Però il futuro che si prospetta non è niente male: il portafoglio, fra buoni uscita e pensioni, sarà decisamente più gonfio di quello della stragrande maggioranza di italiani.

Il primo “trombato” eccellente (idem, come sopra) è Gianfranco Fini: l’ex Presidente della Camera fra un paio di mesi intascherà l’assegno di fine mandato (una sorta di liquidazione che spetta ai non eletti, dopo anni di onorevole carriera), che dovrebbe ammontare a circa 260 mila euro netti. Essendo stato eletto per la prima volta nel 1983, Fini può ritirarsi prima dei 65 anni (e perché io devo aspettare i 67 e sono pure una donna?) e si potrà godere la sua pensione d’oro: 6.200 euro mensili, netti netti.

Altro escluso di lusso è Antonio Di Pietro, ex magistrato votato alla politica dal 1996 (nel 1998 ha fondato Italia dei valori), che potrà godere di un assegno di fine mandato ammontante a 60 mila euro, perché ne aveva già ricevuto uno quando fu “bocciato” la prima volta. Anche lui dal mese di aprile otterrà la pensione da parlamentare di circa 4.300 euro netti al mese.

Il più giovane dei “trombati” è Italo Bocchino (classe 1967) che lascia il parlamento con un assegno di fine mandato da 150 mila euro ma non ha diritto né al vitalizio né la pensione per altri diciassette anni. Poveretto! Dovrà iscriversi al collocamento …

E che dire di Emma Bonino? Anche ai Radicali questa volta non è andata bene ma, dopo una lunga carriera politica, il vicepresidente del Senato uscente otterrà una liquidazione da 60 mila euro e una pensione di tutto rispetto: 6.500 euro mensili.

Altro veterano è Franco Marini, già presidente del Senato, che si dovrà accontentare di una liquidazione da 188 mila euro e una pensione mensile netta da 5.300 euro … in aggiunta a quella di cui già gode come sindacalista.

Mi fermo qua e non faccio commenti. Le elezioni sono andate come tutti sanno e le prospettive sono tutt’altro che buone. Una cosa è certa: la politica in Italia costa troppo e gode di privilegi che noi comuni mortali nemmeno immaginiamo. Intanto, però, NOI continuiamo a pagare.

[LINK della fonte]

AGGIORNAMENTO DEL POST, 28 FEBBRAIO 2013

Adesso lo so che farò arrabbiare molti di voi che, numerosi, state leggendo (o avete letto) questo post.
Sul Corriere di oggi, infatti, viene posto all’attenzione dei lettori il “caso Formigoni“.

Roberto Formigoni, governatore della Regione Lombardia per 18 anni, per il suo «reinserimento» non in una vita normale, bensì in Senato, si porterà a casa un bell’assegno: fra i 450 e i 500 mila euro lordi, secondo i primi approssimativi calcoli.
Così spiega Sergio Rizzo, autore del pezzo:

[…] in Lombardia, come in Puglia, la buonuscita dei consiglieri si calcola in ragione di una annualità lorda per ogni mandato di cinque anni. Un meccanismo quasi due volte e mezzo più favorevole rispetto al tfr dei comuni mortali.

Considerando il numero di politici che si trovano nella stessa situazione di Formigoni, l’Italia (cioè noi!) dovrà sborsare più o meno 5 milioni, se tutti i 43 non rieletti fossero stati in carica per il solo ultimo mandato.
Anche il Lazio non è da meno: 3 milioni e mezzo tenendo conto che questa volta la liquidazione spetterà alla stragrande maggioranza degli ex consiglieri.

Che dire? Faccio solo notare che, a proposito di tfr, lo Stato è stato “condannato” dalla Cassazione a rimborsare le trattenute indebitamente applicate sugli stipendi dei dipendenti pubblici (me compresa) per un anno e mezzo. Fatti i calcoli, avrei dovuto avere un rimborso di circa 1.550 euro. Ma il governo Monti che ha fatto? Con un decreto d’urgenza ha ri-trasformato (praticamente un tocco di bacchetta magica!) il tfr in tfs (il trattamento di fine servizio che era stato sostituito), su cui le trattenute erano legittime. 😦

STIPENDI PUBBLICI: 5000 EURO AL MESE ALL’ASSESSORE … E SI LAMENTA

segantiNella puntata della trasmissione di La 7 “L’aria che tira” del 16 gennaio è andato in onda un servizio sui costi della politica in Fvg. L’inviata dell’emittente è a Trieste e sta intervistando il presidente del Consiglio regionale Maurizio Franz su questi temi quando irrompe nella stanza Federica Seganti (Assessore regionale alle attività produttive, delegato alla polizia locale e sicurezza, NdR): “Ma avete idea di quel è il mio cedolino paga? 5 mila euro su 12 mensilità e senza preavviso di licenziamento“, esclama l’assessore leghista cercando di far capire alla giornalista che il suo stipendio è basso. “Ma non sta riprendendo vero?”, chiede davanti alla telecamera accesa. Tutto registrato, tanto che Seganti poi si è rifiutata di farsi intervistare sulle modalità con cui gestisce i contributi dell’assessorato di cui è responsabile, tra cui l’assegnazione di fondi per pubblicizzare i prodotti tipici locali negli aeroporti, a scapito dei finanziamenti a realtà come Film Commission che portano milioni di euro nel territorio, come si denuncia nel servizio. Al rientro in studio (tra gli ospiti anche Sergio Rizzo autore de “La Casta”) la conduttrice Myrta Merlino commenta: “Sono basita, ma dove crede di vivere quella signora?“. di Gianpaolo Sarti per Il Piccolo.

GUARDATE IL VIDEO: MERITA.

Io non commento. E non perché non ho tempo, non ho proprio parole.

[immagine dal Messaggero veneto]

AGGIORNAMENTO DEL POST, ORE 21

LA SEGANTI SU FACEBOOK SI SCUSA … QUANTO MENO DICE: “LASCIATEMI SPIEGARE”.

Io ho lasciato che si spiegasse ma non mi ha convinta nemmeno un po’.

MARIO MONTI E IL NIPOTINO SOPRANNOMINATO “SPREAD”

montiIeri il Presidente del Consiglio prof. Mario Monti ci ha deliziato, si fa per dire, con un’intervista nello studio di Uno Mattina. Purtroppo, sempre si fa per dire, me la sono persa visto che al mattino sono a scuola, ma ho potuto vederne una parte trasmessa e ritrasmessa dal Tg1 a tutte le ore.

Non entro nel merito “tecnico” dell’intervista (lui è un tecnico, io no) ma vorrei soffermarmi a riflettere sulla parte in cui ha reso edotti i telespettatori su un fatto privato. Dice, nonno Monti, che il suo nipotino, sentendo parlare di “spread” in tv, ha esclamato, rivolto alla mamma: “Ma “spread” sono io!”. Vale a dire che il grazioso nipotino, per merito del famoso nonno, si è guadagnato, all’asilo, il soprannome di “spread”.

La cosa che più mi ha fatto orrore è che nonno Monti ha raccontato il familiare aneddoto ridendo. Si divertiva come un matto, pensate un po’. Cioè, lui ha un nipotino che frequenta l’asilo (vale a dire la scuola dell’infanzia), presumibilmente il bimbo ha un’età compresa tra i tre e i cinque anni, viene preso in giro con un soprannome che richiama la parola che più di ogni altra sta sulla bocca del nonno ad ogni ora del giorno e della notte … e in nonno che fa? Ride.

Ora, io non vorrei sembrare esagerata, ma questo fatto mi porta a pensare che:

1. il povero piccolo sia vittima di un vero e proprio bullismo infantile (cominciano da piccoli, a quanto pare)

2. in giro ci siano dei genitori veramente deficienti (visto che pare alquanto improbabile che i compagni d’asilo del piccolo Monti abbiano inventato il soprannome da soli perché neanche la fantasia più sfrenata li avrebbe portati a tanto).

Scusate ma a me ‘sta cosa non fa ridere neanche un po’.

CARA LUCIANA, HAI ROTTO TU …

«Considero più che legittima la satira, inclusa quella politica. Ma l’insulto no, non è tollerabile. Ciò che ha detto Luciana Littizzetto su Berlusconi, mi chiedo, è satira o è politica?». Così Antonio Verro, consigliere di amministrazione Rai in quota Pdl,commenta lo sbotto della Littizzeto durante la trasmissione condotta da Fabio Fazio, “Che tempo che fa”.

Allora, diciamolo: la Littizzetto non mi piace, è volgare, non fa più ridere perché dice sempre le stesse cose (sai che novità questa sul cavaliere!), e onestamente mi chiedo perché la gente continui ad applaudirla … sempre che non si tratti semplicemente di un obbligo per chi si trova in sala.

Così continua Verro: «Far ridere con la volgarità è la cosa più semplice del mondo. Ma chi fa spettacolo ha una grande responsabilità nei confronti del pubblico. E certi divi troppo pagati, naturalmente mi riferisco anche alla Littizzetto, rischiano di dimenticare quale sia il loro vero ruolo e si trasformano in predicatori. Tutto questo non è tollerabile così come non è concepibile offendere in diretta televisiva non solo un esponente politico ma anche quegli spettatori che pagano il canone di un servizio pubblico e magari fanno parte dell’elettorato di centrodestra. Io rispetto le idee della signora Littizzetto, diametralmente opposte alle mie, ma non posso accettare che il servizio pubblico diventi il megafono delle sue posizioni».

Ora, l’offesa gratuita non mi piace. La satira nasce nei tempi antichi per prendersi gioco dei vizi delle persone, affinché si riflettesse su determinati atteggiamenti che non era proprio il caso di imitare. Ma la satira antica non si è mai ridotta alla volgarità tout court e l’abilità di chi la praticava stava proprio nel mettere in ridicolo la vittima designata. Vale a dire, l’attenzione era tutta rivolta sul soggetto preso di mira perché l’efficacia comunicativa stava appunto nello spostare l’attenzione da chi lanciava le sue frecciate a chi le riceveva.

Analizziamo, dunque, la battuta della Littizzetto. Dice che Berlusconi ha rotto il ca@@o, più o meno. Insomma, il discorso è più articolato ma il succo è questo. Ora, possiamo pure concordare, credo proprio che il pensiero della “comica” possa essere condiviso da molti, forse dalla maggior parte dei cittadini, ma il problema è che nella comunicazione la “signora” ha spostato l’attenzione dal “lui” al “noi” (cioè “loro”, soggetti non identificati). A questo punto, visto che il disagio è suo/loro (pure nostro, se vogliamo), l’effetto comunicativo è pressocché nullo. Voglio dire, lui continuerà per la sua strada, senza percepire disagio alcuno, e lei/loro (noi) sentirà/sentiranno (sentiremo) lo stesso disagio di prima.

Quindi, cara Lucianina, oltre che volgare la tua satira è anche poco efficace. Uno sfogo, nulla di più. Se la televisione di Stato, che ci piaccia o no, ti lascia ampio spazio per le tue esternazioni, cerca almeno di essere meno volgare e meno ripetitiva, oltreché poco originale. Sai quanti prima di te l’hanno detto o pensato?

LE ACROBAZIE LINGUISTICHE DELL’ONOREVOLE ISIDORI

Eraldo Isidori, elettrauto in pensione, è un deputato del nostro Parlamento dove siede dal 2010, dopo che un altro rappresentante del suo schieramento, la Lega, aveva dato forfait. Originario della provincia di Macerata, ha espresso in aula il suo parere sul principio della certezza della pena, per far sì che chi viene condannato sconti effettivamente il periodo di detenzione previsto dal codice per quel reato, utilizzando delle acrobazie linguistiche notevoli. Ecco il testo del discorso:

«Il carcere è un brentinsario … non è un villaggio di vacanza. Si deve scondare la sua pena perscritta che gli aspetta. Lo sapeva prima fare irreato! Io ritengo come Lega di non uscire prima della sua pena erogata. Grazie.»

Che dire? A me Isidori fa tenerezza. Ha fatto l’elettrauto per tutta la vita? Avrà senz’altro delle conoscenze che noi non abbiamo. Per il suo lavoro non era di certo necessario essere oratori. Ma nel momento in cui uno viene eletto al Parlamento (con uno stipendio – e futura pensione – di tutto rispetto), dovrebbe quantomeno esprimersi in un linguaggio comprensibile.

La lingua italiana dovrebbe essere uno strumento di coesione ma, si sa, quelli della Lega l’Italia non la vogliono unita. Le acrobazie linguistiche dell’on. Isidori potrebbero essere l’inizio del federalismo.

I GIOVANI SECONDO I POLITICI: DA BAMBOCCIONI A CHOOSY, PASSANDO PER SFIGATI

In tempi meno sospetti dell’attuale, la prima critica nei confronti dei giovani fu lanciata dall’allora ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa nel 2007: «Mandiamo i bamboccioni fuori di casa», proponendo agevolazioni sugli affitti con detrazioni sul reddito. Non se n’è saputo più niente e, a quanto pare, i bamboccioni sono ancora saldamente ancorati alla gonna di mammà e la portafoglio di papà, visto che sono perlopiù disoccupati.

Ritorna a parlar di bamboccioni l’allora ministro per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione Renato Brunetta nel 2010: «Mandiamo i bamboccioni fuori di casa a diciotto anni per legge!», confessando che pure lui ha convissuto con i genitori fino all’età di trent’anni. (ne ho parlato QUI) Una provocazione, nulla di più.

Ma veniamo a tempi più recenti. Nel gennaio di quest’anno il viceministro dell’Economia Michele Martone se la prende con gli studenti universitari: «Bisogna dare messaggi chiari ai nostri giovani. Se a 28 anni non sei ancora laureato sei uno sfigato». Messaggio ricevuto .. segue una valanga di insulti via web.

Rincara la dose il presidente del Consiglio Mario Monti quando, in un’intervista alla trasmissione tv Matrix nel febbraio di quest’anno, critica quella noiosa aspirazione, tutta italiana, al posto fisso: «I giovani devono abituarsi all’idea di non avere più il posto fisso a vita: che monotonia! E’ bello cambiare e accettare delle sfide». Segue altra valanga di polemiche e insulti via web. Intanto, sfide o non sfide, la disoccupazione giovanile sfiora il 50%, specie al sud.

Sempre nel febbraio di quest’anno, rimanendo sullo stesso argomento e appoggiando il concetto di giovani bamboccioni convalidato dai suoi predecessori, il ministro dell’Interno Anna Maria Cancellieri pontifica: «Noi italiani siamo fermi al posto fisso nella stessa città di fianco a mamma e papà». Be’, certo, con gli stipendi cui possono aspirare i giovani d’oggi, non è facile pagarsi un affitto e le spese fuori casa.

Da ultima, per ora, la signora Elsa Fornero sceglie un termine Very English, ma a quanto pare molto offensivo, per catalogare i nostri ragazzi: «I giovani non siano choosy (schizzinosi) nella scelta del loro primo lavoro». Ne ho parlato QUI E QUI.

Se aggiungiamo che per la maggior parte della gente i giovani sono ignoranti, perché la scuola non insegna nulla, e maleducati, perché i genitori non sanno educarli, mi chiedo: in che mani stiamo consegnando il futuroincerto grazie ai nostri abilissimi, espertissimi, onniscienti e onnipotenti ministri?

[Fonte: Panorama]

TUTTI CON SALLUSTI!

[…] Combatto da oltre trent’anni su quel magnifico ed esaltante ring democratico che è l’infor­mazione. Ne ho più prese che da­te ma non mi lamento, mai ho ri­sposto con querele a insulti e mi­nacce. Ho lavorato al fianco di grandi giornalisti, da Indro Montanelli a Paolo Mieli, da Giu­lio Anselmi a Giuliano Ferrara. A ognuno ho rubato qualcosa. Uno di loro, Vittorio Feltri, da tredici anni è anche un fratello maggiore che mi aiuta e proteg­ge e di questo gli sarò per sem­pre grato. Ho combattuto anche con durezza le idee di tante per­sone potenti e famose, ma non ho alcun nemico personale. […]

Queste le parole di Alessandro Sallusti, attuale direttore de Il Giornale, che mercoledì rischia di vedersi aprire davanti le porte del carcere per poterle vedere riaperte solo dopo quattordici mesi. Questa la pena che dovrà scontare, a meno di un ripensamento in extremis della Corte di Cassazione, per un vecchio articolo pubblicato da Libero quando Sallusti, che non ha firmato il pezzo, ne era direttore.

In Italia, anche se può sembrare assurdo, si rischia la galera per il reato di opinione, retaggio del fascismo, reato che non è mai stato cancellato. Ciò che stupisce, in questo caso, e di cui si stupisce lo stesso Sallusti, è che la critica mossa ad un magistrato che aveva autorizzato una tredi­cenne ad abortire, sia approdata in un tribunale penale anziché risolversi in sede civile. Cosa che spesso accade ai giornalisti, senza molte eccezioni. Si sconta una pena pecuniaria e il caso è chiuso.

Il caso Sallusti, al di là dell’inquietudine che può aver procurato nel direttore che, tuttavia, si dichiara tranquillo, ha se non altro un merito: tutti stanno dalla sua parte e non perché è Sallusti, visto che si è schierato in prima linea anche uno dei suoi più acerrimi nemici: Antonio Di Pietro. Semplicemente tutti ritengono assurdo che si possa finire in prigione per un’opinione non condivisa. E’ una concreta minaccia alla libertà di informazione che, se non fermata, rischia di diventare un bavaglio per tutti, non solo i giornalisti. Anche per noi blogger, ad esempio, e anche se non esprimiamo direttamente dei pareri e riportiamo solo quelli degli altri perché, come si sa, la responsabilità penale è personale.

Proprio da questo principio prende avvio la riflessione di Giovanni Valentini per Repubblica:

Rispetto al principio fondamentale per cui la responsabilità penale è necessariamente personale, appare già di per sé mostruoso l’istituto della responsabilità oggettiva che incombe sul direttore di un giornale, per tutto ciò che viene scritto e pubblicato, anche indipendentemente dalla sua impossibilità fisica o materiale di controllarne il contenuto. È una presunzione giuridica ormai inaccettabile, un automatismo intimidatorio e vessatorio, che configura una forma indiretta di censura preventiva. E rappresenta perciò una grave limitazione – questa sì, davvero oggettiva – alla libertà di stampa.

Poi, ricordando che difficilmente i magistrati pagano per i loro errori, lamentandosi di una giustizia che è discriminante nel momento in cui i giudici, anche quando chiamati in causa, si servono di “corsie preferenziali”, grazie all’appoggio dei colleghi compiacenti, Valentini conclude:

Nel nostro sciagurato Paese, collocato non a caso agli ultimi posti nelle graduatorie mondiali della libertà d’informazione, sono già troppi i vincoli e i condizionamenti che gravano sulla stampa. Non c’è bisogno di mandare in galera i giornalisti per difendere l’onore e la reputazione di nessuno. E neppure di riservare trattamenti di favore ai magistrati, come se fossero una casta di intoccabili, per tutelare le prerogative di una categoria composta da tanti rispettabili servitori dello Stato.

Anche un ex magistrato, oggi uomo politico, sta dalla parte di Sallusti: il leader di Idv Antonio Di Pietro ha presentato un’interrogazione al governo per chiedere il varo di un provvedimento che abolisca la galera per i giornalisti. Ospite della Parodi a La7, Di Pietro ha dichiarato che la sua non è soltanto difesa del giornalista Sallusti, quanto piuttosto del diritto costituzionale all’informazione libera e plurale e del diritto ad essere informati.

Ci sono altre vie per salvare Sallusti dal carcere: IdV è pronta a presentare un ddl anche in commissione giustizia in sede legislativa, oppure, in extremis, il Capo dello Stato può concedere la grazia, come è successo in passato in casi simili. Di Pietro, poi, si è spinto oltre con un appello al magistrato che ha querelato Sallusti: “Ritiri la querela, ci passi sopra”.

Certo è che il direttore de Il Giornale ha detto no alle scorciatoie proposte dai suoi avvocati, come osserva nel suo editoriale, ed è convinto che una sentenza che lo condanni non farebbe onore né alla Giustizia italiana né ai vertici dello Stato né alla politica:

Vogliono fare con­cludere il settennato di Napoli­tano (l’ho aspramente criticato in passato, se sarà il caso lo rifa­rò ma lo rispetto e ringrazio per l’interessamento annunciato ie­ri) che dei magistrati è anche il capo, con una macchia indelebi­le per le libertà fondamentali? Vogliono mandare Monti in gi­ro per l’Europa come il premier del Paese più illiberale dell’Occi­dente? Lo facciano, se ne hanno il coraggio.

Non so se questo coraggio l’avranno, ma mi consola il fatto che sulla libertà di opinione almeno sono tutti d’accordo. Come scrive Pino Scaccia sul suo blog: ci si può scannare sulle idee ma con la libertà di stampa non si scherza.

AGGIORNAMENTO DEL POST, 26 SETTEMBRE 2012

La Cassazione ha condannato a 14 mesi di reclusione il direttore del Giornale Alessandro Sallusti ritenendolo “colpevole” di diffamazione. Il pg aveva ribadito la necessità di “rivalutare la mancata concessione delle attenuanti”. La difesa di Sallusti: “Basta con il furore condannatorio”. Il ministro Severino: “Accelerare ddl che preveda solo pene pecuniarie”. (da Il Giornale)

Mi associo al titolo del quotidiano diretto da Sallusti:

V E R G O G N A !!!

LINK ALL’ARTICOLO INCRIMINATO

NUOVO AGGIORNAMENTO, 27 SETTEMBRE 2012

Dopo che ieri, a Porta a Porta, era stato accusato di essere un vigliacco, Renato Farina, deputato del PdL ed ex giornalista (già radiato dall’Ordine), ha pubblicamente ammesso di essere l’autore dell’articolo per cui Sallusti è stato condannato in via definitiva dalla Corte dei Cassazione.

Farina dichiara di assumersi ogni responsabilità e si definisce unico colpevole e, come tale, unica persona a dover pagare.

«Chiedo umilmente scusa al magistrato Cocilovo – ha detto Farina alla Camera rivolgendosi al giudice che ha querelato Sallusti – le notizie su cui si basa quel mio commento sono sbagliate. Egli non aveva invitato nessuna ragazza ad abortire: l’ha autorizzata, ma non è la stessa cosa. Chiedo umilmente per Sallusti la grazia al Capo dello Stato o che si dia spazio alla revisione del processo. Se qualcuno deve pagare per quell’articolo, quel qualcuno sono io», ha concluso. (LINK della fonte)

Mi permetto di osservare che un giornalista degno di questo nome ha il dovere di accertare la verità prima di pubblicare qualsiasi commento. Farlo, poi, con uno pseudonimo, rivela quanto meno la coda di paglia.

In ogni caso, la condanna di Sallusti rimane una vergogna perché lede la libertà di esprimere il proprio pensiero e, quindi, un diritto costituzionale. Tuttavia, qualora vengano ravvisati gli estremi per una denuncia, volta a salvaguardare l’onorabilità della parte lesa, ritengo indispensabile la pubblica smentita e le pubbliche scuse affiancate eventualmente da una pena pecuniaria in risarcimento dei danni morali subiti dalla persona offesa.

Questo, almeno, è il mio modestissimo parere.

MINISTRO SEVERINO: “UTILIZZARE DETENUTI PER LAVORI RICOSTRUZIONE EMILIA”

Finalmente un’idea brillante! Proviene dal ministro della Giustizia Paola Severino e riguarda la possibilità di utilizzare i detenuti, quelli non pericolosi, per la ricostruzione nelle zone colpite dal recente sisma.

«Vorrei lanciare un’idea – dice il ministro – quella di rendere utile la popolazione carceraria, quella non pericolosa, per i lavori di ripresa del territorio». E ancora: «Momenti come questi potrebbero vedere anche parte della popolazione dei detenuti tra i protagonisti di un’esemplare ripresa». (fonte: Il Corriere)

Sono d’accordo con lei. In fondo, il mantenimento dei detenuti nelle carceri grava sulla collettività. Credo sia un buon modo per rendersi utili e per pagarsi vitto e alloggio. Se poi fosse prevista una piccola gratifica per il lavoro svolto, ancora meglio.

SIAMO TRIESTINI, NON CHIAMATECI FRIULANI


Trieste, come spero si sappia in giro per lo stivale, è il capoluogo della regione, a statuto speciale, Friuli – Venezia Giulia. La doppia denominazione ha, però, nel tempo creato parecchia confusione. Forse a causa dell’eccessiva lunghezza del nome (cosa, tra l’altro, valida anche per Trentino – Alto Adige e Valle d’Aosta, se vogliamo essere puntigliosi), spesso sui quotidiani o in televisione sentiamo parlare di Friuli, quando addirittura l’accento non viene storpiato in Frìuli. Della Venezia Giulia, per cui tanti eroi irredentisti hanno lottato, ci si dimentica. E non sarebbe nemmeno un fatto grave se ci si riferisse a Udine o a parte della sua provincia (perché dire “friulano” ad un carnico, ad esempio, rasenta l’empietà). Grave è, invece, quando ci si riferisce a Trieste, città giuliana, come al capoluogo della regione Friuli. Non ha senso.

Ora, non vorrei passare per una delle tante triestine che vogliono mantenere le distanze dai friulani. Chi mi segue sa che vivo in Friuli da quasi 27 anni, quindi mi considero udinese d’adozione e nel capoluogo del Friuli vivo benissimo. Quello che mi dà fastidio è, invece, il pressapochismo dei media, in particolare, che tendono a fare di tutta l’erba un fascio. Ma dire friulano ad un triestino, al di là del fatto che per qualcuno potrebbe essere un’offesa, è semplicemente scorretto.

Tempo fa, in occasione del tragico incidente che causò la morte di un operaio che stava allestendo il palco su cui avrebbe dovuto esibirsi in concerto la cantante Laura Pausini, in un articolo de Il Corriere, lessi, inorridita, che il giornalista, parlando dell’evento e mettendolo in relazione a quello analogo accaduto, tempo prima, in occasione del concerto di Jovanotti in allestimento a Trieste, aveva definito il capoluogo di regione “città friulana“. Allora lasciai un commento in cui facevo notare l’errore e aggiunsi: sarebbe come dare dell’altoatesino ad un trentino. Apriti cielo! La svista fu immediatamente corretta.

Ora leggo sul quotidiano Il Piccolo che la confusione tra friulani e giuliani disturba anche qualche esponente politico regionale. Il consigliere triestino del Pdl Bruno Marini (mio ex compagno del liceo, tra l’altro, perso di vista dalla fine del ginnasio, se non erro), ha presentato un’interpellanza dal titolo eclatante: “Denominazione esatta del Friuli Venezia Giulia. La Regione lanci una campagna educativa e di sensibilizzazione“. Secondo Marini il governatore Renzo Tondo dovrebbe agire su due fronti: scuole e media. Nelle scuole bisognerebbe educare i bambini e i ragazzi alla corretta definizione di chi, nella nostra regione, vive al di qua e al di là del fiume Timavo; per quanto riguarda i media, specie quelli nazionali, bisognerebbe sensibilizzarli all’uso della denominazione intera e corretta della nostra regione.

Vi dirò: fra la sottoscritta e il Marini il rapporto, finché frequentavamo la stessa classe, non è mai stato idilliaco. Su questo punto, però, concordo. Non è una questione campanilistica, lo ribadisco, è solo una questione di correttezza. Diamo il giusto nome alle cose, regioni e popolazioni comprese.

[nell’immagine: il castello di Miramare, già residenza dell’arciduca Massimiliano d’Asburgo e Carlotta del Belgio, situato nel golfo di Trieste]