LE DONNE DI ULISSE: CIRCE, L’AMANTE MAGA


Parlare di Circe mi mette un po’ a disagio. Non è una questione di pudore: di donnacce nell’antichità ce n’erano tante, così come ce ne sono tutt’oggi. E’ piuttosto una questione di principio: è difficile ammettere che anche la maga, nonostante tutto, abbia i suoi meriti, nel male più che nel bene. Primo fra tutti quello di aver accalappiato Ulisse che, nonostante Omero cerchi di giustificare il suo momento di defaiance con lo spirito di sacrificio, quello, cioè, che lo spinge a salvare i compagni, non disdegna la compagnia di Circe per un anno intero. Per dirla tutta, saranno i compagni a smuoverlo da questa magica infatuazione, chiedendogli di riprendere il mare per far ritorno a casa, altrimenti chissà quanto altro tempo se ne sarebbe rimasto sull’isola di Eea in dolce compagnia!

L’episodio viene narrato nel X libro dell’Odissea e costituisce uno di quegli elementi fantastici che caratterizza questo poema e lo distingue dall’Iliade, interamente dedicata ad imprese belliche. Quando, a scuola, si introduce l’Odissea, si tende a sottolineare proprio questo aspetto: è come un romanzo d’avventura, pieno di colpi di scena, animato da maghe, mostri, creature fantastiche, avvolto, in certi punti, da un alone di mistero. Circe è uno di quei personaggi fantastici che popolano il poema, eppure in molte edizioni scolastiche l’episodio che la riguarda è censurato; se compaiono pochi versi, sono privi di ogni riferimento che più o meno esplicitamente riconduca la maga alla sua reale dimensione: una specie di prostituta che si diverte con i forestieri di passaggio, per poi tramutarli in porci.
Ora, io mi chiedo: i ragazzi d’oggi sono abituati ad ogni sorta di schifezza, alla televisione non c’è film in cui manchi almeno una scena di sesso, persino alla pubblicità il nudo, ovviamente femminile, è all’ordine del giorno, perché mai, allora, si dovrebbero scandalizzare nel leggere i versi in cui Circe, di fronte ad Ulisse che minaccioso sfodera la spada, esorta:

Suvvia, la tua spada riponi nel fodero;
saliamo noi due sul mio letto, così che sul letto
insieme congiunti in amore, possiamo
scambiare fra noi la fiducia dell’animo
. (Odissea, X, vv.347-350)

Dipende, poi, da come vengono letti questi versi: la parola chiave qui è evidentemente “fiducia”; il sesso non c’entra, anche se l’invito all’atto sessuale è più che esplicito. Ulisse non si fida, e fa benissimo, quindi la maga propone un’unione carnale che sancisca il “patto di non aggressione”: se vieni a letto con me potrai fidarti, non t’ingannerò, manterrò la mia promessa.
Il problema è, secondo me, che la parola chiave vista dai ragazzi non è “fiducia” ma è “letto”. Quando si parla di letto, ci si deve aspettare un coro di risolini. È evidente che il loro orizzonte sessuale è, a quattordici anni, ancora limitato, specie quello dei maschi, mentre l’immaginazione è fervida e suscita questa sciocca reazione che scoraggia l’insegnante ad analizzare il passo, se è presente nel libro, o l’editore a pubblicarlo.

Detto questo, è opportuno spendere due parole sull’origine della maga. Secondo la tradizione, Circe è figlia di Elios, dio del sole, e della ninfa Pesside, appartenente alla stirpe di Oceano. Nella sua famiglia ci doveva essere qualche tara ereditaria, visto che una delle sorelle sarebbe Pasifae, sposa del re di Creta Minosse. Credo che tutti conoscano le tendenze sessuali leggermente deviate della regina: ella, infatti, si sarebbe innamorata di un toro e da esso avrebbe generato il Minotauro, che nel nome stesso racchiude le due nature, umana e taurina. Tale mostro poi fu richiuso dal re di Creta nel famoso labirinto e poi ucciso da Teseo. Qualche fonte cerca di reinterpretare il mito restituendo l’onore e l’integrità mentale alla regina Pasifae: Plutarco, infatti, afferma che la relazione da cui nacque il Minotauro era stata intrecciata dalla regina con un uomo di nome Taurus. Ingenua, come spiegazione, visto che in questo modo non si giustificherebbero le caratteristiche fisiche del mostro del Labirinto. Inoltre, in entrambi i casi, le corna a Minosse nessuno gliele toglie!

Comunque stiano le cose, è certo che le donne in famiglia erano un po’ strane: ad una piacevano i tori, all’altra … i maiali.
Preferenze sessuali a parte, la leggenda narra che la nostra Circe, dopo aver ucciso senza tanti complimenti il marito, re dei Sarmati, si rifugiò nell’isola di Eea e si dedicò ad un’attività altamente umanitaria: ospitare i forestieri di passaggio, offrendo loro un letto, il suo. Peccato che, dopo aver concesso loro anche i suoi favori, li trasformasse in porci. Anzi, se gli ospiti non erano di suo gradimento, li tramutava direttamente in animali e così fece anche con undici compagni di Ulisse.

Ma l’abilità della maga in fatto di mutazioni non si limitava ai soli suini: un’altra leggenda ci tramanda che, innamoratasi del dio marino Glauco e non riamata, trasformò la di lui compagna Scilla, bellissima ninfa, in un orribile mostro marino con sei teste e sei bocche dotate ciascuna di una triplice fila di denti. La fanciulla nella nuova veste si fece talmente tanto schifo che, disperata, si gettò in mare e si nascose in uno scoglio di fronte all’antro abitato da un altro mostro marino, Cariddi, che creava dei terribili vortici mettendo a repentaglio la vita dei naviganti. Lo stesso Ulisse avrebbe sperimentato, durante la navigazione, la voracità di Scilla, se Circe medesima, impietosita, non l’avesse messo in guardia. Nonostante tutto, il passaggio tra Scilla e Cariddi costò ad Ulisse la perdita di sei compagni, ghermiti dal mostro mentre la nave stava superando il gorgo di Cariddi (cfr. l. XII). Nella realtà, Scilla e Cariddi sono due scogli emergenti dal mare tra Reggio Calabria e Messina.

Da tale famiglia non ci si poteva aspettare evidentemente niente di meglio. Tornando al nostro racconto, Ulisse approda sull’isola di Eea dopo aver superato terribili avventure: quella con Polifemo, a tutti nota, e con i Lestrigoni, giganti cannibali che lanciano dall’alto delle rocce dei massi enormi, distruggendo quasi completamente la flotta dei Greci. Sull’unica nave uscita indenne da tale esperienza, il nostro eroe, ormai in preda allo sconforto, riprende il mare con i pochi superstiti e giunge, quindi, sull’isola di Circe.
Si dice che “sbagliando s’impara”; beh, ai tempi di Ulisse il motto non doveva essere ancora molto diffuso, visto che, ancora una volta, si avventura in un posto apparentemente deserto e sconosciuto che potrebbe nascondere chissà quali insidie. Anzi, per dire la verità, in un primo momento la diffidenza lo porta a non esporsi a potenziali pericoli; poi prende il sopravvento lo spirito d’avventura e la “sete di conoscenza” che gli fa cambiare idea: due gruppi di uomini andranno ad esplorare l’isola, uno guidato da lui stesso, l’altro capitanato da Euriloco, ma solo quest’ultimo si spingerà fino al palazzo maestoso scorto da lontano.

Il palazzo di Circe, fatto di lucido sasso (X, v.211), potrebbe passare per una delle tante dimore incantate delle fiabe se non vi aleggiasse intorno un’atmosfera alquanto sinistra: a fare la guardia non ci sono alani o dobermann ringhianti, bensì lupi montani e leoni/ammansiti da lei con farmaci tristi (ibidem, vv.212-213) che incominciano, scodinzolando, a fare le feste al gruppo in esplorazione. L’insolito quadretto sarebbe bastato per far fare dietro-front ad Euriloco e compagni, ma una voce melodiosa li incanta:

e udirono Circe che dentro con bella
voce cantava tessendo una tela
grande, immortale, come sono i lavori
che fanno le dee: delicati, fulgidi, fini
.(X, vv.222-225)

La maga, che essendo figlia di Elios è anche una dea, si trova nel portico ed è intenta alle solite opere femminili: destino comune a tutte le donne, mortali o immortali, quello di tessere! La voce melodiosa incanta a tal punto i nostri Greci che, nonostante tutti avessero visto ed udito ciò che c’era da vedere ed udire, uno di essi, Polite, il più caro tra i compagni di Ulisse, sente il bisogno di puntualizzare:

Amici, là dentro c’è una che tesse una tela grande,
una dea o forse una donna:
dolcemente essa canta e intorno ne suona la valle;
noi diamole presto una voce
! (X, vv.228-231)

Ogni volta che leggo questi versi, mi viene in mente una poesia splendida, dedicata non ad una dea, o ad una maga, ma ad una donna mortale, anzi, per dir la verità, ad una fanciulla morta troppo presto per vedere realizzati i suoi progetti, le sue speranze: A Silvia di Giacomo Leopardi. Così scrive il poeta:
Sonavan le quiete
stanze e le vie d’intorno al tuo perpetuo canto,
allor che all’opre femminili intenta
sedevi, assai contenta
di quel vago avvenir che in mente avevi
. (Op. cit.,vv. 7-12)
Il fatto che una delle “opere femminili” sia proprio la tessitura, trova conferma qualche verso più avanti, quando il poeta fa riferimento alla man veloce che percorrea la faticosa tela (Op. cit., vv.21-22).
Che Leopardi, grecista provetto, avesse in mente proprio l’episodio di Circe e dai versi omerici succitati avesse tratto spunto per la sua composizione, è cosa assai probabile. Si può aggiungere che l’immagine della maga, fino a questo punto, non ha nulla di scandaloso, anzi è talmente tanto poetica da ispirare dei versi dedicati ad una tenera creatura come Silvia.

Molto diverso è il seguito delle due storie: dopo aver ammaliato i Greci con il canto melodioso, tutti tranne Euriloco che si tiene alla larga intuendo l’insidia, la maga li rifocilla con un menù a base di cacio, farina, miele e vino di Pramno, il tutto condito con una buona dose di filtri funesti perché della patria/terra cadesse del tutto in oblio la memoria (X, vv.240-241).
Caduti gli imprudenti nella trappola, con un colpo di verga (una sorta di bacchetta magica) si ritrovano nelle vesti, anzi nelle setole poco dignitose di porci e voce di porco/avevano essi, ma intatta era la mente rimasta (ibidem, vv.243-246).
Anche leggendo questi versi, mi viene in mente un’immagine: quella del Pinocchio di Disney che, giunto al paese dei Balocchi, mentre assieme a Lucignolo si diverte a fumare e a giocare a biliardo, inizia a trasformarsi in “ciucchino”, con tanto di coda e di orecchie appuntite, mantenendo l’umana favella intercalata, tuttavia, di quando in quando, da un poco dignitoso raglio! Non serve puntualizzare che è molto improbabile che Disney avesse in mente i versi omerici quando disegnava l’episodio nel suo cartone animato!

Tornando ai nostri Achei, la situazione si fa critica. Euriloco corre ad avvertire Ulisse che, impavido, parte immediatamente alla volta del palazzo per soccorrere i compagni. Ma come avrebbe potuto lui, seppur astuto, resistere alla maga, convincerla a neutralizzare l’incantesimo senza alcun intervento divino? Insomma, sarà un eroe ma è pur sempre un mortale e di fronte a situazioni di tal sorta è un po’ difficile escogitare qualche trucchetto. Che fa, l’acceca come aveva fatto con Polifemo? Mentre è immerso in tali pensieri, suppongo, incontra, guarda caso sotto mentite spoglie, il dio Ermes (Atena in quel momento doveva essere impegnata altrove, visto che di solito è lei che si precipita in soccorso di Ulisse). Questi lo mette in guardia dalla maga e gli consegna un antidoto ai filtri magici di Circe:

Ti do questo farmaco buono; adesso va’ pure da Circe. […]
Farà per te un beveraggio veleni versandovi;
ammaliarti però non potrà, ché il farmaco buono,
che sono a darti, verrà ad impedirlo
. (vv.296-301)

Come continua la storia, già lo sappiamo: inutile dire che di tutto il discorso fatto da Ermes, il nostro Odisseo se ne infischia. L’unica cosa che gli importa è non rimanere vittima dell’incantesimo e quando si trova a tu per tu con la maga, non prima comunque di aver consumato l’amplesso, pretende che Circe liberi i compagni dalle turpi vesti suine.
Nonostante il dio avesse detto ammaliarti non potrà, lo ammalia, eccome! Vi pare che altrimenti sarebbe rimasto in sua compagnia per un anno? Ma pensiamo ai nostri eroi: per dieci anni avevano combattuto una guerra e, anche se presumibilmente qualche ancella sessualmente servizievole l’avevano trovata, erano lontani da casa, dalle loro mogli e fidanzate. Come si può resistere a tale tentazione? Pare, infatti, che la casa di Circe pullulasse di graziose fanciulle che non disdegnavano la compagnia maschile. E’ facile immaginare, quindi, che a tutti piacesse restare, nonostante non fossero più in preda a filtri magici.

Solo dopo un anno i compagni si stufano: si sono divertiti abbastanza e a gran voce chiedono al loro capo di riprendere il mare. Si può constatare, quindi, quanto gli uomini siano volubili: si stancano presto delle donne, hanno bisogno, come si dice, di cambiare aria. Il meno convinto di tutti pare fosse Ulisse, ma non sa dire di no, forse anche a lui Circe era venuta a noia e la maga, seppur riluttante, lo lascia andare. Lei, in fondo, ha raggiunto l’obiettivo: accalappiarsi l’uomo più astuto del mondo e far sì che si dimentichi persino di escogitare qualche subdolo piano per andarsene. Ulisse chiede il permesso (non è davvero da eroe!) e lei acconsente. Anzi, fa di più: lo convince a compiere un viaggio (un altro!) non per mare, ma nell’Oltretomba, dove l’indovino Tiresia gli avrebbe predetto il futuro. Uomo avvisato …

Dopo la partenza di Odisseo, che ne è di Circe? Pare che l’unione tra i due avesse dato dei frutti: Telegono, che secondo una leggenda ucciderà involontariamente il padre dopo essersi recato ad Itaca per fare la sua conoscenza, e forse anche una certa Cassifone. Non sappiamo quanti e quali figli esattamente l’eroe abbia sparso in giro per il Mediterraneo, ma la sua era decisamente una famiglia moderna: allargata. La storia della famiglia legittima di Ulisse e quella della famiglia illegittima si intrecciano: pare, infatti, che dopo essere giunto ad Eea, insieme alla madre, Telemaco avesse sposato la sorellastra (l’incesto non destava scandalo a quei tempi) e che Cassifone lo avesse ucciso subito dopo le nozze per vendicare la madre Circe, uccisa dal fratellastro-marito.
Comunque sia, fatti due conti, o Telegono e Cassifone erano gemelli, o alla partenza di Ulisse Circe era incinta del secondo figlio. Se poi si aggiunge il fatto che un’altra tradizione vuole che la coppia avesse avuto altri due figli, Anzio e Latino, i conti si complicano maggiormente e non vale proprio la pena di perderci la testa. Il fatto è che i Romani volevano a tutti i costi attribuire l’origine di molti luoghi italici agli eroi omerici, e così è sorto una specie di labirinto di nomi dal quale, una volta entrati, non si esce più, pertanto resteremo fuori che è meglio.
Resta il fatto che la maga omerica presso i Latini ebbe molta fortuna; nonostante l’indubbia amoralità, venne deificata ed onorata nella sua “isola” oggi nota come promontorio Circeo, che da lei, appunto, prende il nome.

[nell’immagine “Circe e i suoi amanti” di Dosso Dossi, National Gallery of Art, Washington]

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LE DONNE DI ULISSE: NAUSICAA, L’AMANTE MANCATA


Nausicaa, con due “a”, figlia di Alcinoo, con due “o”, re dei Feaci, stranamente con una sola “i”, vive tranquilla a Scheria, ridente isola dello Ionio, vagheggiando il suo avvenire di sposa e madre felice. Eh sì, ella è proprio, come si dice, una giovinetta in età da marito ma forse perché il suo carattere allegro e spensierato le fa godere fino in fondo il sapore della libertà, lei, al matrimonio, non ci aveva pensato con troppa serietà. Fino a quel giorno, s’intende, fino al momento in cui il suo destino non s’incrocia con quello di Ulisse. Ma, neanche a dirlo, anche qui c’è lo zampino di una dea: Atena, infatti, sotto le mentite spoglie di un’amica di Nausicaa, le era comparsa in sogno e l’aveva distolta dal puerile torpore dei sensi invitandola a recarsi al fiume a lavare le vesti e le tele del corredo nuziale. Più per far contenta l’amica che per una forte convinzione, la fanciulla, di buon mattino, fa caricare un carro con il corredo e insieme alle ancelle si avvia verso il fiume.

Dopo aver assolto ai doveri del bucato, in attesa che i panni si asciughino al sole, le ragazze si mettono a giocare a palla, così per passare il tempo. Qualche malizioso sostiene che sia le ancelle che Nausicaa fossero nude; Omero, tuttavia, non lo dice. Chi è nudo, invece, ed ignaro se ne sta dormendo dietro ad un cespuglio, sopraffatto dall’ultimo faticoso naufragio, è Ulisse. Un lancio non ben misurato da Nausicaa oltrepassa l’ancella a cui era diretto e fa cadere la palla nel fiume. Le urla delle fanciulle destano il nostro eroe che, più sconfortato che mai, s’interroga:

Ahimè, alla terra di quali uomini nuovamente son giunto?
Saranno violenti, selvaggi e ingiusti,
o amici degli stranieri e rispettosi degli dei?
(Odissea, l.VI, vv.119-121)

Viste le esperienze passate, un po’ di diffidenza ci vuole! L’unica speranza è che gli ignoti abitanti di questa terra siano almeno rispettosi degli dei e degli ospiti. Quando poi sente le urla muliebri, forse un po’ di timore lo assale: saranno cattura-uomini come Circe e Calipso? Veramente questo Omero non lo dice, ma sono certa di interpretare correttamente il pensiero del nostro eroe. Ad ogni modo deve farsi coraggio e, coprendosi come meglio può le virili nudità, si avvicina alle fanciulle. Se avesse avuto uno specchio, comunque, non l’avrebbe fatto, nonostante l’urgente necessità. Infatti:
Terribile apparve loro, lordato dalla salsedine,
ed esse fuggivano qua e là lungo le sponde del fiume
. (VI, vv.137-138)
In realtà non fuggono tutte; la principessa, infatti, rimane là, di fronte a lui, né incantata da una bellezza che Ulisse non ha, né spaventata dalla sua bruttezza. Rimane là semplicemente perché Atena, ancora lei, le ispirò forza nel cuore e le sciolse il timore dalle ginocchia (v.140). Questo, però, Ulisse non lo sa e la cosa che più gli preme in questo preciso istante è che lei non scappi.

Nausicaa, in verità, è l’unica speranza che gli rimane, è l’ancora di salvezza; l’eroe non sa esattamente chi ella sia, anche se è facilmente intuibile che la fanciulla abbia un certo aspetto regale, poi con quel seguito di ancelle! Principessa o non, bella o brutta, giovane o vecchia, Nausicaa per Ulisse è lo strumento attraverso il quale ottenere l’aiuto sperato per far ritorno, finalmente, a casa. Certo non è come chiedere l’autostop, non basta alzare il dito, serve qualcosa di più, oltre al coraggio già manifestato presentandosi in quello stato al cospetto di cotali fanciulle. Deve, quindi, giocare d’astuzia, sua grande dote, e sfoderare, nello stesso tempo, tutta la sua abilità oratoria che l’aveva contraddistinto in passato nelle varie missioni diplomatiche. Però, parlare a re o guerrieri è una cosa, convincere una ragazza è un’impresa ben più ardua! Ma Ulisse è un donnaiolo e sa come affascinare le donne, anche quando la prestanza fisica viene meno: ed eccolo cimentarsi in un discorso che, intessuto di lodi più o meno gratuite, è proprio una captatio benevolentiae:

Mi inchino a te, signora: sei una dea o una donna mortale?
Se infatti sei una dea di quelle che abitano l’ampio cielo,
Artemide sembri, figlia del grande Zeus,
per l’aspetto e la figura slanciata;
ma se sei una donna mortale, di quante abitano la terra,
tre volte beati il padre e la madre veneranda,
tre volte beati i fratelli: molto il loro cuore
sempre si colma di gioia grazie a te,
quando vedono un simile bocciolo intrecciare movenze di danza.
Ma felice in cuore più di ogni altro
chi, portando più doni, ti condurrà alla sua casa in sposa
. (l.VI, vv.149-159)

Il discorso non è finito, ma immaginatevi Nausicaa mentre sente queste parole! Già essere paragonata ad una dea doveva essere il massimo, a quei tempi, un po’ come se, oggi, un uomo dicesse ad una ragazzina “Mi sembri Elisabetta Canalis”! Roba da toccare il cielo con un dito! E poi, darle il potere di rendere felice un intero nucleo familiare! Ora, non so come stessero i genitori di Nausicaa, ma attualmente avere una ragazzina per casa dà un sacco di grattacapi, specie se si tratta di uscire la sera, andare in discoteca, con l’ecstasy in agguato, e lasciarsi riportare a casa da amici carrozzati amanti della velocità. Beh, ai tempi di Ulisse tutto ciò non succedeva, ovviamente, ma comunque tutta questa gioia a me sembra un tantino esagerata. Un po’ più realistica vedrei la felicità del marito, visto che Nausicaa doveva essere un bocconcino niente male.

Il discorso di Ulisse perlopiù prosegue su questo tono finché l’eroe arriva all’argomento che più gli preme:

Indicami la città, dammi un cencio da gettarmi addosso, [….]
A te gli dei concedano tanti doni, quanti in cuore ne desideri,
un uomo, una casa e la concordia serena,
come compagna.
(VI, vv.178-182)

Ed ecco, quindi, nuovamente il riferimento alle nozze, neanche Odisseo fosse stato a conoscenza del sogno che la fanciulla aveva fatto. Ma Nausicaa sembra non ricordarsene proprio, del sogno, e gli si rivolge con parole gentili ma formali, sentendosi in dovere di aiutare il naufrago poiché, come poi dirà rivolta alle ancelle, da Zeus vengono tutti, gli stranieri ed i mendichi (ibidem, v.207).
Dopo essersi presentata allo sconosciuto come la figlia del magnanimo Alcinoo, re dei Feaci, ricorda, sempre alle compagne, che il loro popolo è amato dagli dei, quindi non possono temere nulla dallo straniero, anzi bisogna rifocillarlo, lavarlo e vestirlo.

M’immagino la gioia di Ulisse nel sentire quelle parole, ma anche il disagio provato al solo pensiero di essere lavato dalle ancelle. Non che ciò fosse inusuale, anzi per gli uomini era normale che delle donne facessero loro il bagno; il fatto è che Ulisse si vergogna per essere così sporco di salsedine ed alghe, forse, quindi declina l’offerta e fa da solo. Oddio, proprio da solo no, visto che la sollecita Atena interviene e gli fa un lifting veloce; infatti:
più grande lo rese
e più robusto a vedersi, spiover gli fece dal capo
inanellate chiome
[…]
così a lui riversò la grazia sul capo e le spalle. (VI, vv.229-235)

Solo ora la ragazza sembra accorgersi di lui; ovvero sembra prestare più attenzione all’uomo che al naufrago mandato da Zeus e adesso è lei che lo paragona ad un dio ed in cuor suo si augura che sia lui il misterioso sposo del sogno. Ma, superato il momento di defaiance, Nausicaa riprende il suo self-control e dà allo straniero le necessarie istruzioni per raggiungere la città.
Scheria non doveva essere una metropoli ed una faccia sconosciuta poteva destare delle curiosità; la giovinetta sa, poi, che le male lingue sono in agguato e lo invita a mantenere le distanze. Il discorso che fa sui suoi compaesani è molto attuale:

Voglio però sfuggire alle loro chiacchiere maligne, poiché temo
che qualcuno mi mormori alle spalle: ci sono dei prepotenti tra il popolo:
e uno più maligno, incontrandoci, potrebbe dire:
“Chi è questo straniero, bello e forte, che segue Nausicaa?
Dove mai lo ha trovato? Certo sarà suo sposo.
Oppure ha soccorso un naufrago
[…]
Oppure è un dio […] e l’avrà per sempre?
Meglio se da sé si è trovata un marito
che viene da fuori: infatti disprezza quelli della sua terra,
i Feaci, che numerosi e pur nobili, la desiderano in moglie
” (VI, vv.276-285)

E’ proprio il caso di dirlo, tutto il mondo è paese e neppure il tanto esaltato progresso fa cambiare, con il passare del tempo, la mentalità della gente! Lo sappiamo noi che ogni giorno abbiamo a che fare con le male lingue e con i pregiudizi della gente, lo sa bene Nausicaa che ammette:
E anch’io biasimerei un’altra, che si comportasse così,
che contro il volere del padre e della madre
andasse in giro con uomini, prima delle pubbliche nozze
. (l.VI, vv.286-289)

Insomma, non può compromettersi così; d’altra parte ad Ulisse tutte queste precauzioni poco interessano. In un modo o nell’altro, da solo o in compagnia, deve giungere al palazzo. Sembra che in tutto questo passo a lui non importi della bellezza di Nausicaa, non badi per nulla al suo fascino, alla sua giovane età, alla ventata di novità dopo i lunghi sette anni trascorsi con Calipso che, seppur bella e immortale, era sempre la stessa ogni notte. Sembra che giunto a questo punto della storia, al nostro eroe interessi solo ritornare in patria, pur consapevole del vantaggio che avrebbe avuto fermandosi lì con una sposa bambina, piuttosto che ributtarsi nelle braccia di una moglie ormai presumibilmente in menopausa. Poco importa, quindi, basta con le avventure, basta con i viaggi interminabili, basta con fatali naufragi; siamo di fronte ad un ex latin-lover, un uomo che, seppur abbellito e ringiovanito da Atena, rivela tutta la sua stanchezza, il segno del tempo nello spirito, se non nel corpo, la sua raggiunta, forse solo momentaneamente, pace dei sensi.

È per questo che in tale episodio è Nausicaa ad avere la parte del leone, ad essere il personaggio vincente: vigile, attenta a non lasciarsi trasportare dai sentimenti, oppone resistenza all’attrazione fatale che questo straniero emana da tutti i pori, e mantiene la sua razionalità. Forse rimarrà in lei l’illusione espressa in un colloquio interiore, forse si pentirà di non avere osato, non aver sfoderato le sue armi di seduzione, forse è semplicemente troppo bambina per essere maliziosa, è troppo pudica per fare il primo passo e lascia che sia lui a proporsi quale sposo. Forse semplicemente è più saggia di Calipso, sa che il sentimento che lega quell’uomo alla sua terra, alla sua gente, ai suoi cari è troppo forte; è consapevole che anche se avesse gettato le reti e Ulisse vi fosse caduto dentro, non l’avrebbe fatto suo per sempre. Quindi non le resta che farsi da parte, lasciare che siano gli dei a decidere sulla sorte dell’eroe e gli uomini, i suoi compaesani, ad aiutare il naufrago nell’ultimo viaggio verso casa. I Feaci possono aiutarlo, loro godono dell’amicizia degli dei e non hanno nulla da temere. In realtà così non sarà, avranno anch’essi i loro guai, ma tutto si risolverà per il meglio.

Dopo una fugace apparizione nell’VIII libro, in cui si congeda da Ulisse pregandolo di ricordarsi di lei, sua soccorritrice, Nausicaa esce di scena, in punta di piedi, da vera signora. C’è da aggiungere che è la prima rappresentante dell’universo femminile dell’antica Grecia che non abbiamo trovato al telaio: tuttavia non è un’eccezione, ella è ancora giovinetta, si sta godendo gli ultimi sprazzi di libertà, prima di accingersi alle nozze. Ahimè, devo proprio ammetterlo: anche per lei ci sono un fuso ed un telaio in agguato!

[nella foto Barbara Bach (Nausicaa) e Bekim Fehmiu (Ulisse) nello sceneggiato televisivo “Odissea” del 1968]

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LE DONNE DI ULISSE: L’AMANTE NINFA CALIPSO

Gli amori di Ulisse e Calipso, dipinto di Jan Brueghel il Vecchio, Londra, Johnny van Haeften Gallery
All’inizio dell’Odissea, troviamo Ulisse ospite della ninfa Calipso, nell’isola di Ogigia. Qui l’eroe passa addirittura sette anni, anche se non tutti felicemente. Della ninfa, infatti, s’era già stufato da tempo, ma non poteva andarsene da lì, non avendo più la nave: guarda caso aveva fatto naufragio anche se, almeno questa volta, lui non c’entrava nulla. Infatti, i suoi compagni avevano trasgredito ad un preciso ordine divino: una volta sbarcati in Trinacria (cioè la Sicilia), isola sacra al dio Sole, non avrebbero mai dovuto uccidere, per cibarsene, le vacche sacre al dio, nemmeno in preda alla fame più nera. Manco a dirlo, esaurite le provviste, gentilmente offerte da Circe (la maga di cui parlerò altrove, ennesima conquista del bell’itacese), che avevano portato con sé, i compagni di Odisseo si danno alla caccia e, sacre o non sacre, uccidono proprio quelle vacche lì. A questo punto, Helios chiede vendetta al padre degli dei e così, una volta ripartiti, i sacrileghi sono abbattuti da una violenta tempesta scatenata da Zeus. Il solo Ulisse si salva e dopo dieci giorni di sofferenze e fatiche, viene scagliato dagli dei sull’isola di Calipso.

Ma dove si trovava quest’isola? Non lo si sa con certezza: l’ipotesi più plausibile è che fosse situata in prossimità di Gibilterra, le famose Colonne d’Ercole. Meno plausibile, a parer mio, l’ubicazione a Malta proposta da qualche studioso. Ovunque si trovi, l’isola ricorda la fiabesca “isola che non c’è” di Peter Pan e, leggendo i versi di Omero, sembra si tratti di un luogo senza spazio né tempo. Di tutto il lungo periodo trascorso da Ulisse in questo luogo ameno non c’è quasi alcun riferimento, come se l’autore volesse sorvolare su questo episodio che, diciamo la verità, ad Ulisse non fa davvero onore.

E chi era Calipso? Sicuramente una donna molto caparbia: innamoratasi del bell’itacese, non lo molla, vive con lui more uxorio per un periodo che al nostro eroe pare infinito, gli promette l’immortalità che puntualmente lui rifiuta, struggendosi in pensieri malinconici in una dimensione quasi onirica. Probabilmente Ulisse spera di svegliarsi da un sogno che sta diventando un incubo, di ritrovarsi a casa, fra la sua gente, nella sua reggia, confortato dai suoi affetti più cari. Magari si augura che, destandosi, la stessa guerra di Troia non sia mai esistita. Forse non è mai partito, non è mai giunto in alcun luogo, non si è mai mosso da Itaca. Ma la realtà è, ahimè, più crudele che mai: è prigioniero in un’“isola che non c’è”, in balia di un amore che non può corrispondere, che detesta con tutte le sue forze, che lo porta alla depressione più nera. Siamo per la prima volta di fronte ad un eroe distrutto che solo la speranza di uscire da quest’incubo trattiene dal suicidio. Calipso stessa, seppur sconfitta, ne esce vittoriosa.

Secondo le fonti Calipso è una ninfa, figlia di Atlante (quello che sorregge il mondo sulle spalle, per intenderci) e di Pleione. Nulla si sa della sua vita; il suo nome è legato a quello di Ulisse e sembra che nella sua esistenza non avesse avuto altro merito che quello di avere una relazione così duratura con l’eroe greco. Di meriti, anzi, non doveva averne proprio, visto che era stata relegata su quest’isola sperduta chissà dove, solitaria e abbandonata da uomini e dei; regina di un regno senza trono né sudditi, posto ai confini del mondo. A conferma di ciò, basta leggere i versi in cui Ermes, messaggero degli dei, incaricato da Zeus di convincere Calipso a lasciar andar via Ulisse, le si rivolge con tono alquanto seccato:

Zeus ordinò a me, che non volevo, di venir qui:
e chi mai di sua volontà percorrerebbe tanto mare salso
infinito? E vicino non c’è città di mortali, che agli dei
facciano sacrifici e scelte ecatombe.
Ma non è possibile che un altro dio trasgredisca
o renda vano il pensiero di Zeus egioco
. (Odissea, V, vv.99-104)

Insomma, una bella scocciatura andare fin laggiù senza un tornaconto personale! Ma non si può trasgredire agli ordini di Zeus ed ecco che Ermes, seppur riluttante, compie la sua missione.
Eppure l’isola, nella descrizione di Omero, è tutt’altro che inospitale: il mare violaceo circonda una terra rigogliosa, ove s’innalzano pioppi, ontani, cipressi, cresce fiorente una vite gravida di grappoli, verdeggiano prati di viole ed apio, il tutto annaffiato da fontane che versano limpide acque. Lo stesso Ermes, seppur giunto fin laggiù controvoglia, rimane affascinato da quello spettacolo naturale. Immaginiamoci Ulisse, abituato alla sua “petrosa Itaca”: deve avere avuto l’impressione di trovarsi in paradiso. E Ogigia è davvero un giardino dell’Eden dove non c’è nemmeno un frutto proibito né un serpente tentatore, ma solo un’affascinante fanciulla che gli si offre senza esitazioni, senza pudori, senza porre condizioni. È immersa nel silenzio Ogigia, un silenzio interrotto dal verso di qualche uccelletto marino, un silenzio che, a lungo andare, dev’essere diventato odioso, addirittura assordante, ad Ulisse, smanioso di tornare a casa.

Eppure Calipso è una creatura soave che offre all’amato nettare ed ambrosia, il cibo degli dei. Ma Ulisse rifiuta, assalito dal desiderio disperato di rivedere la sua patria, di riabbracciare la moglie Penelope e il figlio Telemaco.
Ulisse, Robinson Crusoe ante litteram, se solo avesse accettato i doni gentilmente offertagli dalla ninfa, avrebbe potuto passare con lei, in quella meravigliosa isola senza tempo, l’eternità, in una condizione di sempiterna felicità.
Diciamolo chiaramente: poteva andargli anche peggio, viste le esperienze passate; al contrario di Robinson che, con le sue sole forze ed il suo ingegno tipico dell’eroe romantico, deve sopravvivere in un ambiente che nulla offre senza il sudore e la sofferenza umana, Ulisse non ha nulla da fare, non deve costruirsi capanne, né procurarsi il cibo, né difendersi da animali selvatici. Calipso non è un indigeno poco attraente e rozzo come doveva essere di certo Venerdì; è una ninfa che chiede solo di essere amata. È il massimo che si possa chiedere alla vita, e Ulisse di certo non si lascia sfuggire l’occasione di passare un po’ di tempo in vacanza. L’immortalità, però, la rifiuta; probabilmente non accetta il dono divino solo perché in tal modo si sarebbe legato a Calipso per sempre, e ciò non rientra nei suoi piani. Vuole sentirsi libero: ama la ninfa finché gli piace, e poi? Anche le passioni più grandi finiscono: sette anni sono lunghi e poi non è forse vero che esiste la cosiddetta “crisi del settimo anno”? Anzi, sono convinta che tale credenza popolare trovi la sua conferma proprio nella vicenda di cui parliamo.

Calipso, da parte sua, sa che lui non se ne può andare: dove trova una nave? Con il favore di quali dei può partire, visto che in passato proprio dall’ostilità divina era stato privato della gioia di un veloce ritorno a casa? Ormai, però, la donna non ha più davanti l’uomo focoso e passionale di un tempo; deve condividere il letto con un relitto umano, incapace di provare alcun sentimento positivo, pervaso dalla tristezza e dalla malinconia.
Ecco come lo descrive Omero:

E lo trovò [Calipso] seduto sul lido: né mai gli occhi
erano asciutti di lacrime, e la dolce vita si consumava
a lui che piangeva per il ritorno, poiché la ninfa non più gli piaceva;
e la notte invero egli dormiva ma per necessità
nel cavo antro, non volente accanto a lei volente,
e il giorno poi, seduto sulle rocce e sul lido,
in lacrime e gemiti e affanni lacerandosi il cuore
guardava verso il mare inquieto stillando lacrime
. (V,vv.151-158)

Beh, questa non è proprio l’immagine di un eroe: un uomo di tal sorta che piange come una “femminuccia”, che scruta l’orizzonte senza vederlo perché l’immagine è offuscata dalle lacrime! L’ideatore del cavallo di Troia, colui che aveva ingannato perfino il gigante Polifemo, che aveva superato ogni sorta d’insidia, ora non è altro che un disperato, anzi, come dice Omero, è il più infelice fra quanti/ eroi combatterono per la città di Priamo/ nove anni, e al decimo distrutta la città partirono/ verso casa … (V, vv.105-108).
In quell’isola ormai si sente in trappola e non spera nemmeno che gli dei, Poseidone in testa, provino pietà per lui. Nemmeno in Calipso la sua disperazione suscita pietà. Colei che nel suo nome cela la vera natura: è la “nasconditrice”, come la chiama Pascoli, rifacendosi all’etimologia greca, colei che sottrae gelosamente alla vista il suo uomo, ma non può nasconderlo agli occhi degli dei che dall’alto dell’Olimpo tutto vedono. Del resto, se l’isola è disabitata, chi può mai vederlo? Non c’è pericolo di una fuga, non si pone nemmeno l’eventualità che qualcuno lo possa portare via da lì. L’ignaro Ulisse nemmeno immagina che gli dei, approfittando della momentanea assenza del suo acerrimo nemico, il dio Poseidone, riuniti in concilio decidono che è giunta l’ora X: Odisseo deve ritornare in patria, ha già sofferto troppo. E Poseidone? Per Zeus non esiste alcun problema:
Smetterà Poseidone
la collera sua, non potrà contro tutti
gli dei immortali voler lottare da solo
! (I, vv.77-79)
Liquidato con soluzioni poco divine e molto umane l’ignaro dio del mare, ad Ermes, corriere espresso dell’Olimpo, viene affidato l’ingrato compito di rendere nota a Calipso l’irrevocabile decisione divina.

Mentre Odisseo piange sulle rive del mare sognando Itaca, la ninfa è, come tutte le donne, siano esse mortali o immortali, intenta alle “opere femminili”; infatti il messaggero degli dei la trova nel suo antro:
ella dentro, cantando con bella voce,
affaccendata al telaio tesseva con la spola d’oro
. (V, vv.61-62)
Seppur con la spola d’oro, la fanciulla tesse e canta; del resto, cos’altro può fare visto che Ulisse, di giorno, non le rivolge nemmeno la parola?
L’inattesa visita suscita in lei un po’ di apprensione e anche un tantino di stizza; infatti, seppur educatamente e con parole affettuose, rimprovera al messaggero di non capitare spesso da quelle parti:
Perché mai, Ermes, dall’aurea verga sei venuto,
venerando e caro? Per l’innanzi non venivi spesso
. (V, vv.87-88)
La risposta del dio già la conosciamo e altrettanto noto è il messaggio. La reazione di Calipso è immaginabile: rabbrividì Calipso, divina tra le dee (V, v. 116). Un brivido le percorse le membra: è la consapevolezza dell’imminente perdita che la sconvolge, ma dal dolore si riprende subito e, con tono stizzoso, rimprovera tutti gli dei che si oppongono alle unioni tra dee e mortali:
Cattivi siete, o dei, e invidiosi sopra ogni altro,
voi che alle dee proibite di giacere accanto ai mortali
apertamente, se qualcuna voglia farsene lo sposo diletto
. (V, vv.118-120)
E come darle torto? La poveretta, per avvalorare la sua tesi, porta pure degli esempi: Orione, amato dalla dea Aurora, fu colpito a morte dalle frecce di Artemide e trasformato in una costellazione; stessa sorte toccò a Iasione folgorato da Zeus per aver amato la dea Demetra. Insomma, mentre gli dei immortali potevano permettersi ogni sorta di schifezza, si univano alle mortali, generavano figli a destra e a manca, alle dee non era concesso di amare, in assoluta fedeltà, degli uomini! Nemmeno l’Olimpo è indenne da ingiustizie e torti dall’indiscutibile sapore maschilista!

Calipso, conscia che sia più nobile da parte sua onorare la volontà degli dei e salvare la pelle ad Ulisse, accetta. Immaginate l’effetto che dovette avere sul nostro eroe la notizia della sua imminente partenza: non sta più nella pelle, di colpo si desta dall’annoso torpore e si mette all’opera per costruirsi una zattera, visto che la sua ospite non dispone di navi e tutto quello che gli può offrire è del legno e un po’ di corda.
Ecco l’uomo che ritorna uomo, la mente che riprende a funzionare, il pensiero della patria è allontanato, nel momento in cui la stessa patria è più vicina. Ma ogni facoltà mentale è intenta nella costruzione del natante; la sua abilità progettuale riprende il sopravvento e ciò gli basta per essere felice. Pur cosciente di procurare a Calipso un immenso dolore, di andare incontro ad altre prove, di dover ancora fare i conti con l’avverso Poseidone, parte entusiasta, lasciandosi alle spalle l’isola sperduta nel grande mare, la donna che aveva amato e che l’aveva trattenuto con sé finché ne era stata capace. Ora guarda l’orizzonte con l’occhio di chi sa che quel punto lontano raggiungerà presto, navigando con mezzi di fortuna sul mare violaceo.

Lasciamo Calipso alla sua spola d’oro e alle sue lacrime, sconfitta eppure vittoriosa perché sa che avrebbe potuto trattenere con sé ancora a lungo il suo uomo, volente o nolente. Omero non ne fa menzione, ma c’è chi sostiene che la ninfa dall’eroe ebbe un figlio: Ausonio. Da questi deriverebbe l’antico nome dell’Italia, cioè Ausonia. Seguiamo ora Ulisse sulla sua zattera che, guarda caso, si imbatte in una tempesta scatenata da Poseidone, la cui ira sortisce gli effetti immaginati e non si fa nemmeno tanto attendere: un altro naufragio incombe sul destino di Ulisse e sarà ancora una figura femminile a salvarlo, non una mortale, ma una dea: Ino Leucotea gli porge una benda che lui rifiuta di usare finché non si vede nuovamente perduto. È l’orgoglio che prende il sopravvento: allontanandosi da Ogigia egli è ridiventato un uomo libero, capace di agire con le sue forze. Ma un’altra volta dovrà fare i conti con una terra ignota, con degli abitanti sconosciuti, con un destino ancora precario: è naufragato sull’isola dei Feaci.

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ULISSE: DALLE PAROLE AI FATTI

L'Odissea di marmo, Sperlonga (Latina)

Il mio primo approccio con Ulisse risale all’età di otto o nove anni quando, vista l’alta valenza culturale dell’evento televisivo, i miei genitori mi permisero di guardare la “riduzione” dell’Odissea di Omero, come diremmo noi oggi la fiction. I miei ricordi sono alquanto vaghi; ricordo, però, che l’orrendo mostro Polifemo non reggeva il confronto con l’orripilante visione del poeta Ungaretti che, con tanto di “esse” sibilante dovuta ad una protesi dentaria non perfettamente calzante, introduceva ciascuna puntata, riassumendo il contenuto di quella precedente. Spero che da lassù il grande poeta non me ne voglia, ma allora non potevo comprendere la sua grandezza di vate e mi limitavo a considerare la sua bruttezza di uomo.

Ho incontrato per la seconda volta Ulisse nel corso dei miei studi liceali: al liceo, infatti, il programma prevede la lettura antologica di alcuni poemi epici, tra cui, ovviamente, l’Odissea. Ora, da insegnante, cerco di trasmettere la passione che fin da subito mi ha colto nel leggere le avventure di Ulisse. L’entusiasmo con cui i fanciulli si accostano a tale lettura spesso è demolito dalle introduzioni delle edizioni scolastiche: in esse, infatti, il ritratto dell’eroe non è quello già fissato nell’immaginario collettivo –uomo astuto, instancabile viaggiatore, coraggioso e pronto a difendere la sua corona e la sua famiglia- o meglio, corrisponde a quello ma viene raffigurato attraverso definizioni come polytes (“colui che ha molto tollerato”), polytropos (“multiforme”) e polyméchanos (“capace di escogitare molte vie d’uscita”). Di fronte a tali spaventose (per gli alunni, naturalmente) definizioni, crolla un mito: credevamo che non fosse così tremendo, dicono, pensavamo fosse solo astuto e abile con l’arco. Quando poi si spiega loro che, al contrario di Ulisse, gli eroi dell’Iliade sono monotropi, si chiedono quale grave malattia si fosse mai diffusa in campo greco e per opera di quali dei. Ovviamente, di fronte a tale sconcerto, l’insegnante si affretta a spiegare che il termine sta ad indicare l’“unidirezionalità” dei vari Achille, Ettore, Patroclo ecc., cioè la tendenza verso un unico ideale eroico che è quello di difendere il proprio onore, vincendo la guerra.
A questo punto, placati gli animi, si passa a delineare le caratteristiche di Ulisse con termini più semplici e l’eroe torna ad assumere i contorni già fissati nell’immaginario collettivo: un uomo astuto che riesce, con molti mezzi e un po’ d’aiuto da parte degli dei a lui favorevoli, a togliersi dai guai, che dopo dieci anni di guerra e altrettanti di viaggio riesce a tornare, nonostante i continui naufragi e lutti funesti, ad Itaca e a rientrare in possesso del suo palazzo, di sua moglie, del suo trono.

Una delle cose che suscita più ilarità negli studenti è il nome dei Proci: sembra, infatti, proprio l’anagramma di “porci”, ciò che in realtà erano ma che sui libri non è espressamente detto. Un’altra cosa che mi chiedono è come mai Ulisse fosse così “sfigato” (il termine usato, per pudore, è un altro ma questo rende meglio l’idea): un naufragio qua, uno là, sempre in posti pieni di insidie, pericoli, imprevisti. Quando, poi, si spiega che in età medievale il suo ruolo è stato rivisto rivalutandone i connotati di “eroe della conoscenza” (vedi Dante), gli allievi obiettano che dovrebbe essere ribattezzato l’ “eroe dell’ignoranza”: ovunque capiti, non sa mai dov’è! Persino quando i Feaci, buoni samaritani ante litteram, lo fanno approdare sull’isola d’Itaca, non si rende conto di trovarsi finalmente in patria e pensa che l’abbiano imbrogliato. Se non si lascia andare ad improperi è perché Atena si affretta a presentarglisi di fronte per aprirgli gli occhi e attenuare un po’ l’arrabbiatura (cfr.Odissea, XIII vv. 188-252).
Un po’ ingenuo, in verità, il tono del risveglio sulla spiaggia, più determinato quello con cui scaglia la doverosa maledizione nei confronti dei Feaci:

Povero me! Nella terra di quali mortali mi trovo?
Forse prepotenti e selvaggi e non giusti,
oppure ospitali e che temono nella mente gli dei?
[ … ]
Ahimè, non erano saggi e giusti
del tutto i capi e i consiglieri dei Feaci
che mi portarono in una terra diversa: promettevano
di guidarmi ad Itaca chiara nel sole, ma non l’hanno fatto.
Che li ripaghi Zeus protettore dei supplici, che guarda
anche gli altri uomini e castiga chi sbaglia.
(Odissea, XIII, vv. 200-202 e 209-214)

Come dargli torto, vista l’esperienza passata in fatto di ospitalità, specie nell’isola dei Ciclopi. Ma la figura dello scemo gliela fa fare Atena che, dopo avergli resa irriconoscibile la propria patria, indossate le mentite spoglie di un pastore, gli si presenta di fronte e, in seguito alla richiesta di chiarimenti fatta da Ulisse, con sufficienza gli dice:

Sei sciocco o vieni da molto lontano, o straniero
che di questa terra domandi. Non è poi
così ignota: la conoscono tantissimi uomini,
sia quanti abitano verso l’aurora e il sole,
sia quanti abitano dietro, verso il fosco crepuscolo
. (XII, vv. 237-241)

Rieccolo, quindi, nella sua terra, approdato su la sua petrosa Itaca, come recita Foscolo (cfr. il sonetto A Zacinto, v.11), eroe bello di fama e di sventura (cfr. Ibidem, v. 10), finalmente ritornato in patria dopo il diverso esiglio (cfr. Ibidem, v.9) voluto dal Fato. L’immagine è ancora una volta quella dell’eroe bello, reso ancor più affascinante da quella sventura che deriva dalla lotta con un destino avverso, contro il quale, essendo pur sempre un uomo, vincere è molto difficile. La vittoria alla fine arriva, ma dopo quali sacrifici, quali sofferenze, quali rinunce? Il viaggio, lo sappiamo, è una metafora: quella di un percorso pieno di ostacoli che alla fine conduce alla “conoscenza”, ad una maggior consapevolezza dei limiti umani ma anche delle risorse di cui i mortali possono disporre. Chi non ricorda la celebre terzina dantesca, in cui Ulisse rivolto ai compagni, che chiama affettuosamente frati, cioè fratelli, dice:

Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e conoscenza
(Inferno, XXVI, vv.118-120)

Peccato che il nostro buon Dante collochi l’eroe omerico all’inferno e per di più in una delle bolge più basse, l’ottava, in cui giacciono i consiglieri fraudolenti. L’attenzione del vate è attratta da una fiamma biforcuta (i peccatori, infatti, sono avvolti ciascuno in una fiamma che li nasconde alla vista) e tale anomalia si spiega con la volontà di accomunare nella medesima pena le due “menti diaboliche”, è il caso di dirlo, che avevano concepito l’inganno del cavallo ligneo: Ulisse e Diomede.
Nonostante la condanna alla dannazione eterna, si legge nei versi, da parte del poeta, una certa simpatia e ammirazione per Ulisse, che non possiamo non condividere; non riusciamo a detestarlo nemmeno quando gli fa ammettere di essersi dimostrato insensibile nei confronti degli affetti familiari:

né dolcezza di figlio, né la pietà
del vecchio padre, né il debito amore
lo qual dovea Penelope far lieta,
vincer potero dentro a me l’ardore
ch’io ebbi a divenir del mondo esperto
(Op. cit. vv.94-99)

Dante non poteva aver letto direttamente i poemi omerici, la sua conoscenza dell’Odissea era incerta e frammentaria (proprio come quella dei miei studenti, che pur non sono uomini del medioevo); una delle fonti cui attinge è l’Eneide di Virgilio, in cui si parla di Troia e del cavallo (cfr. II, vv.44 sgg.) ma non si accenna alla felice conclusione del viaggio di Ulisse. La sua fervida immaginazione porta Dante a considerare Odisseo uomo del suo tempo, assetato di nuove esperienze che, non appagato dal considerevole numero di ostacoli già superati fra mille difficoltà, tenta ancora un’ultima avventura, nonostante lui e i suoi compagni fossero già vecchi e tardi (cfr. ibidem, v.106).

Forte delle sue capacità oratorie (ricordate il polytropos del proemio?), Ulisse convince i fedeli amici a seguirlo nel più audace dei suoi viaggi: quello che conduce attraverso le “Colonne d’Ercole”, cioè lo Stretto di Gibilterra, al di là del quale gli antichi credevano finisse il mondo. E’ un viaggio inutile, un salto nel vuoto: un turbine sorto all’improvviso inghiotte letteralmente la nave dei folli, come altrui piacque (cfr. ibidem, v.141).
È evidente che la figura di Ulisse nella Commedia dantesca acquisti un significato simbolico: quello dell’insufficienza umana, non assistita dalla Grazia divina. Il fallimento di Ulisse è comune a quello di tutti gli eroi antichi che si affidavano alle sole forze umane e all’aiuto da parte degli dei pagani cui Dante, cristianissimo, non può riconoscere alcuna autorità. Anzi, arriva addirittura a supporre che fin dai tempi più antichi, prima ancora che qualcuno ne percepisse l’esistenza, il Dio cristiano fosse già in agguato, pronto a punire i pagani più audaci.

Non è che Dante condanni indiscriminatamente tutti i “senza Dio”, li divide in buoni e cattivi: i primi stanno nel Limbo, alle porte dell’Inferno, perché in vita non erano colpevoli di essere pagani e non avevano fatto nulla di male (Virgilio stesso, la sua guida nell’Inferno e nel Purgatorio, è un pagano elevato a simbolo della ragione umana); condanna i secondi alle pene più severe senza la minima indulgenza, anzi attribuendosi l’arbitrio di condannare senza possibilità d’appello, senza considerare né le “attenuanti” né le circostanze.
Pur provando simpatia per Ulisse, il sommo poeta lo relega, è il caso di dirlo, tra le fiamme dell’Inferno; nulla da obiettare su questo, è evidente che aveva le sue colpe, con lo stratagemma del cavallo aveva decretato la fine di una città come Troia, e non era cosa da poco. Tuttavia, io mi permetto di dissentire sull’ubicazione: perché mai collocarlo tra i “consiglieri fraudolenti”, come se questa fosse la sua peggior colpa? È vero che, nei confronti dei Troiani si è comportato da vero fetente, ma io credo che ci sia, nell’Inferno dantesco, un sito a lui più consono: il secondo cerchio, quello dei “lussuriosi”. Perché mai? Perché nonostante lo si faccia passare da secoli per l’eroe astuto, eloquente, coraggioso, secondo me la dote, o vizio, principale di Ulisse è quella di essere un vero e proprio play-boy che, in fondo, dev’essere comunque astuto, eloquente e coraggioso!
Avrà contribuito alla distruzione di Troia, avrà superato infiniti ostacoli con l’astuzia e ottenuto l’aiuto necessario con l’eloquenza, avrà coraggiosamente sterminato i rivali, ma, diciamolo chiaramente, fra un naufragio e l’altro, si è pure divertito con le donne. In altre parole, è passato dalle parole ai fatti, e che fatti!

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ETTORE: IL MARITO DI ANDROMACA


Ho pensato a lungo sul titolo da dare a questo mio post, che si va ad aggiungere agli altri due (su Paride e Achille) che costituiscono una specie di lettura semiseria di alcune pagine d’epica. “Ettore e Andromaca” sarebbe stato un titolo scontato e banale; “Andromaca” avrebbe posto in primo piano una donna speciale, ma non avrebbe reso giustizia al suo ruolo di moglie di un eroe che proprio al legame con il marito deve la sua specialità. Alla fine ho scelto questo titolo perché mi piace credere che Ettore non sarebbe stato l’eroe che tutti conosciamo se non avesse avuto al suo fianco una moglie speciale come Andromaca. Alla fine lei è la vera eroina perché combatte senza spada né pugnale, ma con l’unica arma che ha a disposizione: l’amore.

Ettore aveva una moglie, Andromaca, che grazie alla bontà di Omero è passata alla storia: infatti è famoso il colloquio tra i due sposi che occupa un centinaio di versi nel VI libro dell’Iliade. Certo non è l’unica donna di cui si parli nel poema epico, non è nemmeno l’unica, mortale o immortale, a prendere la parola (vedi Elena, Teti e varie altre), ma Andromaca parla, dà voce alla sua rabbia, alle sue ansie, cerca, come può, di fermare un marito testardo che, per mantenere fede al suo impegno, accetta di sacrificare anche l’amore per i suoi cari pur di salvare una patria destinata comunque a cadere. Ma le donne, si sa, non vengono mai ascoltate, anche quando dimostrano tutta la loro intelligenza e il loro buon senso, perché di solito la logica femminile non si sposa con quella maschile.
Chi non ricorda Cassandra? Lei, la più bella delle figlie di Priamo ed Ecuba, e forse per questo non ritenuta intelligente (gli uomini belli dovevano essere anche intelligenti e coraggiosi – vedi Paride- le donne belle, evidentemente, dovevano essere delle emerite cretine), aveva predetto la sventura di Troia e si era opposta con tutte le forze ai suoi concittadini che volevano introdurre il famoso cavallo di legno entro le mura della città. Nessuno l’ascoltò, tutti la ritennero pazza e così il crollo di un’intera città che uomini eroici avevano difeso con coraggio, fu causato dalla dissennatezza di un branco di maschilisti che non diedero ascolto alla saggia Cassandra. Quando, però, parlava l’indovino Calcante, nessuno osava contraddirlo!

Tornando ad Andromaca, ella era figlia di Eezione, moglie di Ettore e madre di Astianatte, altrimenti detto Scamandrio, in onore del fiume Scamandro che scorreva nella pianura troiana. La sua storia, non solo la sua voce, occupa pochi versi del VI libro: Achille (guarda caso) le aveva ucciso il padre e, in un solo giorno, i sette fratelli, la madre era stata condotta in schiavitù e poi liberata in cambio di un immenso riscatto, per poi morire di morte naturale. A proposito, gli antichi Greci, non avendo strumenti diagnostici e non potendo ricorrere all’autopsia, attribuivano le morti “inspiegabili” (infarto, ictus, ecc) alle frecce di Artemide che colpivano le donne, e a quelle di Apollo che colpivano gli uomini. Neanche di fronte alla morte esisteva la parità dei sessi.

Dopo i terribili lutti, Andromaca era rimasta sola, ovvero con il marito che ella amava moltissimo e rappresentava davvero tutto per lei:
Ettore, dunque, per me tu sei padre, tu sei la mia nobile
madre, sei fratello, sei il mio sposo fiorente
. (VI, vv. 429-430)
Proprio per questo, lo implora di lasciare il combattimento, per non rendere orfano il figlio e vedova la sposa. Allora Ettore che fa? Figuriamoci se le dà ascolto; pur condividendo le ansie della moglie e pur sentendo in cuor suo, ahimè, che il presentimento di Andromaca potrebbe essere giustificato, non può lasciarsi andare ai sentimenti –che uomo sarebbe, altrimenti!- e le fa capire che non può comportarsi da vile, perché fin da ragazzo gli è stato insegnato ad essere forte. E poi, anche cedendo alla debolezza di un momento, cosa ne sarebbe stato del suo buon nome? Cosa avrebbero pensato di lui i suoi concittadini? Certo non avrebbe fatto una bella figura, l’onta l’avrebbe accompagnato anche dopo la morte e si sarebbe riversata sui suoi cari, su Andromaca, su Astianatte che nel nome stesso (significa “signore della città”) richiamava alla mente di tutti la grandezza del padre. No, non può tirarsi indietro, non ora, e se poi Ilio cadrà, cosa di cui Ettore è convinto, l’aver almeno tentato di salvarla versando il suo eroico sangue, gli permetterà di conservare fama eterna e mantenere indenne l’onore di tutta la sua famiglia. E se, un giorno, Andromaca sarà fatta schiava –destino comune a molte donne appartenenti al popolo dei vinti-, pazienza, l’importante è mantenere l’onore. Già, l’onore: ecco l’elemento cui viene data la priorità su qualunque altro, persino sugli affetti familiari. Andromaca lo sa, ma tenta lo stesso di fermare il marito; sa perfettamente che l’aidòs, la vergogna, non è accettabile da parte della nutrita schiera di eroi su cui Ettore primeggia. La condotta di un uomo, un vero uomo ovviamente, trova la sua legittimazione nell’opinione dei compagni; tradire il proprio onore e la propria virtù (areté) è motivo di aidòs di fronte all’intera comunità.

Detto questo, quale speranza può avere la poveretta? Forse quella che il marito si lasci commuovere dalla presenza del piccolo Astianatte che, quasi per manifestare il suo disappunto e l’enorme peso delle responsabilità già gravanti su di lui, inizia a strillare atterrito dall’aspetto del padre? Tutt’al più ciò può far calare la tensione dell’incontro, ma subito Ettore si riprende e con tono perentorio, dopo aver ricordato alla moglie che nessuno può morire contro la volontà del Fato (ah già, il Fato! E chi ci pensava più!), le dice:
Ma tu, a casa tornando, attendi alle tue incombenze,
al telaio e alla rocca, e alle ancelle comanda
di fare il loro lavoro: alla guerra provvederanno
tutti gli uomini, io soprattutto, ché in Ilio nascemmo
. (VI, vv. 490-493)

Eccoci arrivati, dunque, al nodo della questione: Andromaca, per un momento, si era dimenticata di badare ai fatti suoi, di dedicarsi alle attività per cui, in quanto donna, era nata, cioè tessere, filare e, in quanto donna benestante, dare gli ordini alla servitù. Si era intromessa negli affari degli uomini, cioè la guerra, e si era permessa addirittura di consigliare un uomo, il suo uomo, su ciò che doveva o non doveva fare. Ecco dove sta, secondo me, la forza di questa donna: l’aver osato, l’aver tentato, l’essersi lasciata trascinare dai sentimenti pur con la consapevolezza dell’inutilità del suo gesto. Andromaca è davvero unica: non è la lagnosa Elena che, molto ipocritamente, si autocondanna e poi finisce per tirar l’acqua al proprio mulino; non è una dea, come Teti e come tante altre, che può tutto, che sa di poter essere ascoltata, dando dei consigli, di poter minacciare, se necessario, se nessuno le dovesse dar retta. Andromaca è una nullità, in fondo, ma rappresenta il prototipo di moglie e madre di eroi, che dà voce a tutte le donne incapaci di dar sfogo ai propri sentimenti. Se non sarà ascoltata, poco importa; fondamentale è capire che almeno ha avuto il coraggio di parlare e ha costretto il marito a stare a sentire le sue ragioni. Omero la lascia piangente, stretta per l’ultima volta nell’abbraccio coniugale, mentre le ancelle Ettore vivo ancora, piangevano nella sua casa: / pensavano che egli non più tornando dalla battaglia/ sarebbe venuto, sfuggendo alla furia e alle mani dei Danai. (VI, vv. 500-502)

È proprio il caso di dire: intuito femminile! Sappiamo, infatti, che Ettore non ritornerà mai più entro le mura domestiche; affronterà Achille in duello e rimarrà vittima della furia vendicatrice dell’eroe greco, disceso nuovamente sul campo di battaglia per vendicare, appunto, la morte del suo migliore amico, Patroclo, a sua volta ucciso dallo stesso troiano. Il coraggio e il sacrificio di Ettore, però, non salveranno, come ben sappiamo, la città di Troia dalla distruzione. I Troiani, infatti, dovranno fare i conti con un greco non tanto abile con le armi quanto con la mente: Ulisse.

[nell’immagine: “Pianto d’amore” (Ettore e Andromaca) dipinto da Giorgio de Chirico]

ACHILLE: COCCO DI MAMMA

L’Eroe, con la “e” maiuscola, dei Greci è senz’altro Achille, un tipo un po’ incazzoso e talvolta lagnoso. Il primo difetto lo conosciamo tutti: infatti Omero nel proemio dell’Iliade scrive: Cantami, o dea, del Pelide Achille l’ira funesta.
Il motivo di questa “ira funesta” è altrettanto noto: il rapimento della di lui schiava Briseide da parte di Agamennone, altro eroe greco. Non mi dilungherò su questo episodio rimandando alla lettura del I libro del poema omerico; vorrei, però, sottolineare che, nonostante Briseide sia una schiava, il fatto di averla perduta per uno stupido capriccio dell’Atride (Agamennone) manda in bestia il nostro eroe. Perché mai? Dal nostro punto di vista una schiava è più o meno una moderna colf; se per un motivo o per un altro ci dovesse lasciare, ci si limiterebbe a pubblicare un annuncio sul giornale per trovarne un’altra. Per Achille, però, Briseide è qualcosa di più che una cameriera, è colei che divide anche il suo letto, perché in guerra mica ci si poteva portare la moglie!

In ogni caso, sulla storia coniugale di Achille non sappiamo molto: a Sciro aveva sposato la figlia del re, Deidamia, e da quell’unione era nato Neottolemo (detto anche Pirro). Legittima consorte a parte, è certo che per lui Briseide è una persona speciale e poi bisogna prendere in considerazione anche l’orgoglio: come, ad Agamennone portano via Criseide, la sua schiava, per restituirla al padre Crise che altrimenti, essendo sacerdote di Apollo, avrebbe scatenato il putiferio e messo ancora più nei guai i Greci già abbastanza inguaiati, e poi lui ha il coraggio di prendersi Briseide gettando Achille nello sconforto! Fatto sta che, vuoi per l’affetto provato nei confronti della schiava, vuoi per l’orgoglio ferito, il Pelide, colto dall’ira, si ritira dalla guerra facendo sprofondare i suoi compagni nella depressione più nera. Infatti, dicono che i Troiani solo alla vista di Achille (ovvero della sua armatura, nota a tutti) se la facessero sotto! Tanto che il caro amico Patroclo in seguito convincerà l’eroe a fargli indossare le sue armi per spaventare un pochino i nemici e poi ci rimetterà le penne immedesimandosi troppo nei panni dell’eroe invincibile. Dopo la morte di Patroclo, che i maligni indicano come un amico molto particolare del Pelide, Achille riuscirà pure ad ottenere la restituzione di Briseide da parte di Agamennone. Quest’ultimo, visto che le cose si mettono male per i Greci, chiederà umilmente scusa all’eroe, forse per un rimorso di coscienza o forse perché è l’unico modo per convincere Achille a riprendere le armi. Non è difficile dar credito alla seconda ipotesi, conoscendo l’arroganza e la presunzione dell’Atride.

Il secondo difetto del Pelide è quello di essere un po’ lagnosetto. Infatti, dopo aver subito il torto da parte di Agamennone, si ritira piangendo sulle rive del mare guardando l’immensa distesa / e molto la cara madre implorava tendendo le mani. (I, vv.350-351)
Ma come, un eroe come lui, di fronte alla prima difficoltà, se ne corre da mammà in lacrime chiedendo aiuto! Beh, forse per capire un po’ meglio come stanno le cose, è opportuno spiegare che tipo di madre è quella di Achille, non certo una qualunque. Ella si chiamava Teti ed era una ninfa del mare. Aveva generato Achille da Peleo, un comune mortale. Appena nato il figlioletto, l’immerse nello Stige, uno dei fiumi infernali, rendendo il suo corpo invulnerabile, eccettuato il tallone per il quale lo reggeva (in onore di Achille, abbiamo tutti un tendine che porta il suo nome). A questo punto mi pare il caso di fare delle considerazioni: noi tutti sappiamo che il tallone non è un punto vitale, a chi non è mai capitato, camminando sulla spiaggia, per esempio, di ferirsi con un pezzetto di conchiglia, un legnetto appuntito, un coccio di vetro abbandonato da qualche incivile? Siamo forse morti? Chi ha avuto la peggio, se l’è cavata con qualche punto di sutura! Vi pare possibile che il nostro Achille sia morto a causa di una freccia che l’ha colpito sul tallone? In effetti, l’uccisore di Achille era un certo Filottete, abile arciere, che doveva avere una mira infallibile e una fortuna sfacciata per riuscire a colpire l’avversario proprio sul tallone durante un combattimento in cui, normalmente, ci si muove con una certa rapidità. Qualcuno, però, per dare un senso a questa vicenda, sostiene che la freccia fosse avvelenata e che nulla si poteva fare per salvarlo dal veleno.

Comunque sia, Teti doveva essere abbastanza tranquilla dopo aver escogitato questo piano per salvare la pelle al figlio e farlo morire di vecchiaia. A sconvolgere i suoi programmi, però, ci pensa un indovino, Calcante, il quale le predice che senza l’intervento del figlio la città di Troia non sarebbe mai stata conquistata dai Greci. Pensate ora se a Teti che la città della Troade capitolasse o meno, gliene poteva importare qualcosa. Dea o non dea, resta sempre una mamma e con uno stratagemma tenta di salvare il figlio da morte sicura: lo nasconde, facendogli indossare abiti muliebri, tra le figlie del re Licomede in Sciro. Onestamente questo espediente può sembrare un po’ patetico e per nulla divino, ma dobbiamo anche metterci nei panni della poveretta: il vaticinio svelava anche che Achille avrebbe avuto una vita breve ma gloriosa se avesse partecipato all’evento bellico (vale a dire, non sarebbe più tornato a casa sano e salvo), altrimenti, rimanendo a Ftia, la sua città, avrebbe goduto di una vita lunga ma senza gloria. Vi pare che sarebbe passato alla storia come eroe se non fosse partito? Ebbene, nonostante il travestimento, che al virile Achille doveva stare un po’ “stretto”, Ulisse, non a caso il più furbo dei Greci, lo scovò e lo condusse nella Troade dove, pare, l’eroe primeggiasse tra i suoi compagni anche perché possedeva due cavalli immortali, Balio e Xanto, che il padre Peleo aveva ricevuto come dono di nozze da Poseidone in persona, suo suocero, e un’armatura magica forgiata appositamente per lui da Efesto. Insomma, il solito privilegiato.

Ma torniamo sulle rive del mare dove Achille piangente si reca per invocare la madre alla quale rivolge queste parole:

Madre, poi che a una vita assai breve mi generasti,
almeno avrebbe dovuto concedermi gloria l’Olimpio,
Zeus altisonante! Ora affatto non m’ha onorato.
Oltraggiato m’ha infatti l’Atride dal vasto dominio,
Agamennone, lui che m’ha tolto e si tiene il mio premio
. (Iliade, I, vv. 352-356)

Vale a dire: “Mamma, visto che sono destinato a morire giovane, quel farabutto di uno Zeus poteva darmi una mano e non lasciarmi offendere da quell’odioso e insolente di un Agamennone che si è pure preso Briseide cui tenevo tanto e che era un premio per le mie vittorie passate”.
Per dire la verità Achille, prima di andare a piangere da mammà, non si era astenuto dal dirne di cotte e di crude al rivale, il quale, però, l’aveva liquidato con poche ma efficaci parole, rinfacciandogli di essere non solo odioso ma anche piantacasini, nonostante fosse raccomandato da Zeus in persona:
Il più odioso mi sei tra i re, pupilli di Zeus,
sempre a te sono care e contese e guerre e battaglie
. (I, vv. 176-177)

Vediamo ora cosa risponde Teti all’appello del figlio:
Figlio, di che piangi? Qual pena nel cuore ti giunse?
Parla, non chiuderla in te, in modo che entrambi sappiamo
. (I, vv. 362-363)
Vi pare che una dea come lei non sapesse già tutto? Infatti il dubbio sfiora anche la mente di Achille che, un po’ stizzito, esordisce dicendo:
Lo sai, perché dire questo a te che tutto già sai? (I, v. 365)
Ma nonostante la legittima osservazione, l’eroe si affretta a descrivere con minuzia di particolari tutta la vicenda che la madre, comunque, già conosce ed il lettore anche: infatti, per non annoiarsi, salta tranquillamente la lettura di questa parte. Finito il riassunto delle puntate precedenti, si arriva alla parte più interessante, cioè la richiesta di un aiuto concreto da parte della genitrice: visto che tempo addietro Teti aveva sventato una congiura a palazzo, sull’Olimpo, Zeus non potrà esimersi dal darle una mano.

A questo punto apro una parentesi che riguarda le beghe di famiglia in quel d’Olimpo. Ora, noi tutti immaginiamo, credo, il mondo degli dei come un luogo tranquillo, in cui la felicità regni sovrana, la forza venga usata solo in casi estremi e tutti vadano d’amore e d’accordo visto che sono dei e come tali onnipotenti. Nulla di più sbagliato: l’Olimpo, infatti, è un’appendice terrena, gli dei, oltre ad essere antropomorfi, possiedono tutti i vizi e le virtù tipicamente umani e nelle famiglie, anche quella “reale”, cioè quella di Zeus, si combina ogni sorta di malvagità, dettate soprattutto dall’invidia.
Fatta questa premessa, si capisce il motivo per cui Achille è così sicuro che Zeus non negherà l’aiuto a sua madre. La “congiura di famiglia” ordita a palazzo era davvero grave anche perché aveva avuto illustri protagonisti: Era, moglie e sorella di Zeus, Poseidone, suo fratello, e Pallade, figlia dell’Olimpio, avevano incatenato l’onnipotente (?) parente per sottrargli il potere, ma Teti prontamente era venuta in suo soccorso chiamando il gigante Briareo, dotato di cento braccia e cinquanta teste, che, manco a dirlo, in quattro e quattr’otto aveva liberato l’illustre prigioniero. Poteva, dunque, Zeus negare alla ninfa il suo aiuto? Come vedete le raccomandazioni e i favori, se non le bustarelle perché pare che sull’Olimpo non girasse il vile denaro, sono mezzi antichissimi per raggiungere uno scopo.
Il bello è che Achille non chiede alla madre un aiuto per sé ma si augura che Zeus interceda per concedere la vittoria ai nemici e questo solo per fare uno sgarbo ad Agamennone, che aveva osato offendere il più forte dei Greci, ovvero il Pelide in persona. A parte l’osservazione un tantino egocentrica, ci mette pure un po’ di ironia, nel discorso, visto che spera che i compagni gioiscano per aver avuto un re folle come quello.

Teti, dunque, congeda il figlio assicurandogli la sua intercessione presso il padre degli dei che, però, era momentaneamente assente:
Zeus infatti all’Oceano tra gli ottimi Etiopi è sceso
Ieri a un banchetto, e con lui andarono tutti gli dei;
nel dodicesimo giorno ritornerà sull’Olimpo
… (I, vv. 423-425)
Quindi attenderà il suo ritorno e poi andrà a pregarlo in ginocchio sperando che l’ascolti.
Al ritorno di Zeus e compagni, Teti di buon mattino si reca sull’Olimpo, dopo essere emersa dai flutti del mare, ed espone al Cronide il suo problema. Certo la proposta della ninfa dovette sembrare un po’ strana, ma ciò che in particolare preoccupava il dio era qualcosa di ben più banale: l’eventualità di un litigio con la moglie Era.
Certo anche così, davanti agli dei immortali
mi biasima sempre, e afferma che aiuto in battaglia i Troiani
. (I, vv. 518-521)
Beh, uno come Zeus, il dio per eccellenza, il più forte di tutti, il più temuto, armato di fulmini e saette, pronto a scagliarli contro chiunque gli stesse solo un pochino antipatico, si preoccupa della reazione della moglie ad una sua eventuale presa di posizione contro i Greci! Eh già, perché Era stava proprio dalla parte degli Achei e voleva che questa guerra la vincessero loro, non quei vili dei Troiani. Non aveva dimenticato, infatti, che quel bifolco di Paride non le aveva assegnato la mela d’oro, che valeva più o meno come il titolo di Miss Olimpo, preferendole quella rovinafamiglie di Afrodite.

Manco a dirlo, i timori del Cronide si rivelano più che fondati, dato che non appena la moglie lo vede, sente puzza d’imbroglio. Sentite un po’ come gli si rivolge:
Chi tra gli dei ha tramato con te, mente ingannevole?
Sempre ti è caro, andandotene lontano da me,
pensare in segreto e decidere, e mai
a me osi dire che cosa hai pensato
. (I, vv. 540-543)
Davvero un bel caratterino, questa Era! Non le si può nascondere niente, nemmeno da parte di uno come Zeus che non è certo l’ultimo dei pivelli. È inutile, da parte del dio, ogni tentativo di schernirsi, perché la moglie, sempre più acida, gli rivela di essere a conoscenza del suo incontro con Teti (aveva i suoi informatori) e della trama ordita insieme alla ninfa a danno degli Achei. Di fronte alla disarmante consorte, che può fare il nostro Zeus se non gettare la spugna ed ammettere la ragione della moglie? Lo fa, però, con un po’ di stizza, come ogni marito colto in fallo:
Ardita, sempre vai macchinando qualcosa, mai ti posso sfuggire! (I, v. 561)
Il rimprovero di Era, però, non lo intimorisce più che tanto e, dopo aver rammentato di essere, nonostante tutto, il padre e padrone di tutti gli dei, le ricorda che è lui a portare i pantaloni in famiglia, e se non sta zitta ed ubbidisce ai suoi voleri, sono botte! State a sentire cosa le dice:
Stattene seduta in silenzio ed obbedisci alle mie parole,
non ti potranno aiutare gli dei, quanti ce ne sono sull’Olimpo,
se mi avvicino a te, se ti metto addosso le mani tremende
! (I, vv. 565-567)
Era sarà pure una rompiscatole ed un’impertinente, ma di fronte alle minacce non può far altro che calare le orecchie ed arrendersi:
Atterrita ne fu la veneranda Era, sguardo profondo,
ma in silenzio stette, piegando il suo cuore
. (I, vv. 568-569)
Vorrei un attimo attirare la vostra attenzione sull’epiteto attribuito alla dea che il traduttore, molto bonariamente, ha reso con una formula un po’ eufemistica. Infatti, in greco hoopis letteralmente significa “dagli occhi bovini”: lascio a voi ogni possibile considerazione.

Il passo appena analizzato ci fa, insomma, un po’ riflettere sui rapporti che si instauravano tra gli dei e, in particolare, tra marito e moglie divini. Da parte sua Zeus, pur ottenendo alla fine ciò che vuole, cioè che la moglie non interferisca nei suoi piani e lo lasci fare come meglio crede, dapprincipio si pone almeno il problema della possibile reazione della consorte, evidenziando una debolezza che un dio di certo non dovrebbe avere. L’acida moglie, al contrario, tira fuori gli artigli e se non può vincere con la forza, almeno tenta con le parole, taglienti più di qualsiasi lancia. Alla fine deve cedere, è vero, ma di fronte alla volontà dell’Olimpio tutti sono costretti a capitolare!

Insomma, nonostante la lite tra i due divini coniugi, alla fine Teti la spunta: esaudisce il desiderio di un figlio che ha ancora ben poco da vivere. E chi la può biasimare. Certo questa Teti doveva stare un po’ antipatica alle colleghe (si dice fosse bellissima) e la reazione di Era ne è la prova. Perché mai invidiarla, visto che passava la sua vita sul fondo del mare, era monogama, non si concedeva svaghi, come la Sirenetta di Andersen che ogni tanto si faceva un giretto sulla terraferma, e inoltre aveva già la certezza di perdere un figlio in giovane età? C’è da dire che Era stessa l’aveva allevata, ma siccome su di lei, oltre che Apollo, aveva messo gli occhi anche l’incontenibile Zeus, certo la cosa alla consorte del Cronide non era andata giù. Da parte loro, i due divini contendenti rinunciano alla ninfa non appena vengono a conoscenza, attraverso il solito vaticinio, che se si fosse unita ad un dio, avrebbe generato un figlio che da adulto avrebbe spodestato il padre. Evitata la poveretta come la peste, le rifilano come sposo il povero, si fa per dire, Peleo, sovrano di Ftia, che nulla ha da temere visto che un altro oracolo aveva predetto la morte di Achille in guerra.
Insomma, tanto umani, questi dei, da essere così superstiziosi! Sempre a dar retta ad oracoli e indovini, rovinandosi l’esistenza! Almeno noi ci affidiamo agli innocui oroscopi che leggiamo un po’ distrattamente sui giornali, senza dare loro più importanza di quanta in realtà meritino.

[nella foto: statua di Achille a Corfù, Grecia]

PARIDE: BELLO E IMPOSSIBILE

Paride, uno dei cento figli di Priamo, re di Troia, è passato alla storia per la sua bellezza e la sua impresa ardita: il rapimento di Elena che tanti lutti ha portato ai Troiani in una guerra decennale conclusasi con la distruzione della città di Priamo. “Bello qual dio”, di lui si dice. Conosciuto con il nome di Paride ma citato nell’Iliade omerica quasi esclusivamente con l’altro nome: Alessandro, che letteralmente significa “difensore degli uomini”. Quali uomini abbia difeso e in che modo, lo scopriremo più avanti. Per ora c’interessa la sua storia, quella di un ragazzo spensierato, ignaro di essere un principe. Infatti la madre era una tipa un po’ superstiziosa, come si addice alle vere donne mediterranee, ed il padre doveva essere troppo impegnato a fare il re e troppo prolifico per accorgersi della sua mancanza (uno più, uno meno). Sta di fatto che la madre Ecuba lo abbandona in fasce spaventata da un terribile sogno premonitore. In effetti, con il senno di poi, chi non avrebbe dato retta al sogno che preannunciava la distruzione di Troia? Paride, comunque, si salva e diviene, destino comune a tutti i pargoli regali abbandonati, un pastore.

La sua è una vita tranquilla, forse non troppo appagante, ma neanche troppo noiosa, visto che ha anche un flirt con una certa Enone, una ninfa del monte Ida, sua vicina di casa. Ad ogni modo, quando, come tutti sanno, al cospetto del pastorello si presenta niente meno che Afrodite la quale, in cambio della famosa mela d’oro, gli offre Elena, non c’è niente da fare: Paride non ci pensa su un istante e, piantata in “asso” la povera Enone, se ne corre a Sparta per rapire la donna promessagli dalla dea dell’amore. Che poi la fanciulla fosse sposata con un certo Menelao, per giunta re, non è cosa che al principe-pastore interessi più di tanto.
Il suo comportamento è quanto di più disdicevole si possa immaginare in un mondo, quello greco arcaico, in cui certe scorrettezze erano considerate non solo sconvenienti, ma addirittura sacrileghe. Infatti Paride prima si fa ospitare dal marito di lei e poi gli rapisce la moglie, violando un vincolo, quello dell’ospitalità, che era considerato sacro a quei tempi.

I fatti successivi sono noti: Menelao convince gli altri re greci a partire per Troia che viene cinta d’assedio per dieci lunghi anni. Ma Paride, una volta tornato nella città natale e rivendicato il suo posto a corte, che fa? Finché si trattava di fare il pastore, si era dimostrato coraggioso nel difendere il gregge e i suoi compagni pastori dai lupi, tanto che venne chiamato Alessandro, che significa, come già anticipato, “difensore degli uomini”, ed è con questo appellativo che lo troviamo a combattere a Troia. Ma in guerra tutto ‘sto coraggio non lo dimostra. La faccenda per lui diventa troppo seria e poco dopo il suo arrivo in città con la sua bella preda, Elena, probabilmente si rode il fegato perché non riesce nemmeno a godere della sua compagnia.
L’atteggiamento vile dimostrato da Paride nell’imbracciare le armi era motivo di grande disonore per il suo popolo. In effetti il poveretto incarna la negazione dell’ideale greco del kalòs kai agathòs (bello e buono). Per i Greci, infatti, virtù e bellezza erano doti complementari e Paride rappresenta, quindi, l’eccezione alla regola.

Anche Elena, probabilmente ben presto pentita di averlo seguito fin sui lidi della Troade, non doveva nutrire per lui una grande stima. La poveretta, infatti, si era ridotta un po’ maluccio e doveva rimpiangere la vita di corte che a Sparta aveva condotto prima di seguire colui che Afrodite stessa le aveva destinato come amante. Elena ebbe illustri natali: era, infatti, figlia di Zeus e di Leda, sorella di Castore e Polluce, di Clitennestra (moglie di Agamennone ed uxoricida) e di Filanoe (moglie di Glauco). Una stirpe di vip, insomma. Le disgrazie di questa bellissima donna non iniziano ad Ilio, perché quando era ancora una fanciullina fu rapita da Teseo. Questi era una via di mezzo tra un play-boy ed un pedofilo, visto che aveva già sedotto e abbandonato, in Nasso, la povera Arianna, quella del filo. Un vero mascalzone, insomma. Una volta liberata dai fratelli, Elena viene data in sposa a Menelao, da tutti noto come il più grande cornuto della storia greca. Le vicende successive sono conosciute e non mi pare il caso di perderci altro tempo.
Del legittimo marito le fonti narrano lo spirito di vendetta e la forza nelle armi; poco si sa del suo aspetto fisico ma se Elena gli preferisce Paride ce lo possiamo immaginare. D’altra parte, del sacrilego rapitore conosciamo un epiteto che ricorre con ossessionante frequenza nei versi in cui compare: “bello qual dio”. E questo dice tutto.

Sarà bello come un dio, ma il nostro Paride-Alessandro di coraggio ne ha ben poco. Lo troviamo, infatti, nel libro III dell’Iliade, pronto – si fa per dire- a sfidare il suo rivale sul campo di battaglia. I due eserciti sono schierati l’uno di fronte all’altro:

Quando furon vicini, avanzando gli uni sugli altri,
tra i Teucri innanzi muoveva Alessandro, bello qual dio,
con una pelle di pardo sulle spalle, l’arco ricurvo
e la spada; agitando due lance con punta di bronzo
voleva degli Argivi sfidare tutti i migliori
e scontrarsi in duello con lui nell’orrenda battaglia
. (Iliade, III, vv. 15-20)

Fin qui ci sembra di essere di fronte ad un eroe pronto a tutto; da parte sua, Menelao gioiva nel vedere davanti ai suoi occhi / Paride, bello qual dio; e sperò far vendetta al reo./ Subito egli dal carro a terra saltò con le armi. (Ibidem, vv.27-29)
L’aspetto del re greco doveva essere tutt’altro che incoraggiante, visto che Paride non appena intuisce le intenzioni poco confortanti, si comporta da vero eroe:
Come dunque lo vide Alessandro bello qual dio
in prima fila apparire, sentì un gran colpo nel cuore
e tra le schiere dei suoi si ritrasse, fuggendo la morte
(Ibidem, vv.30-32)
Vale a dire, girò i tacchi e andò a nascondersi dietro agli scudi e alle corazze dei suoi compagni. Una gran bella figura, insomma.

A questo punto interviene Ettore, il vero eroe in campo troiano, nonché fratello di Paride, uno degli innumerevoli figli di Priamo, il quale lo assale con parole oltraggiose:

Paride tristo, bello di viso, che impazzi a sedurre
le donne, oh non fossi mai nato e celibe fossi morto:
questo preferirei e sarebbe più vantaggioso
d’essere invece così la vergogna e l’odio degli altri.
Certo sghignazzano i Danai chiamati, che avevano creduto
che fossi un valente campione, visto che sei così bello
nell’aspetto, ma in cuore non hai né valore né forza
. (III, vv.38-45)

Insomma, ormai lo sapevano tutti che il bell’Alessandro era una sorta di “bello senz’animo”. Diciamo pure, prendendo a prestito le parole con cui Manzoni presenta don Abbondio, che non era nato, insomma, con un cuor di leone . Diciamo anche che a buon diritto Ettore s’infuria: gli rimprovera, tra le altre cose, di essersi scelto, per rapirla, non solo la donna più bella del mondo, ma anche parente di arditi guerrieri. Proprio uno sciagurato!
E gli insulti non si fermano: Ettore continua impietoso, affermando che solo attraverso il confronto con Menelao si potrebbe rendere conto di qual uomo si tiene la moglie. E allora:
La cetra e di Afrodite i doni non ti gioveranno,
la chioma e la bellezza, se vinto cadrai nella polvere
(III, vv.54-55)
A questo punto al bell’ “eroe” non resta che cedere e proporre, poco convinto, di affrontare da solo in duello Menelao. Il vincitore potrà, dunque, a buon diritto tenersi la bella Elena.

La notizia del duello si diffonde subito e il pubblico si riunisce velocemente sulla rocca di Ilio. Ai poveri Troiani non pare vero di poter, in breve, uscire da quell’incubo. Personalmente credo che a nessuno importasse che il bel Paride salvasse la pelle, nemmeno ad Elena che già si era pentita di essersi lasciata sedurre dal suo fascino e, diciamo la verità, si sentiva un po’ in colpa per aver provocato tutto quel putiferio. La ritroviamo, Elena, sulla rocca insieme agli altri Troiani pronti a tifare per Paride, probabilmente, senza però confidare troppo nella sua vittoria (visto il tipo). La donna è avvicinata dal suocero Priamo che con molto savoir faire le manifesta il suo affetto e la solleva da ogni colpa:
Ai miei occhi tu non sei colpevole, ma gli dei;
essi suscitarono la guerra luttuosa degli Achei
. (III, vv.164-165)
In realtà il re non ha torto, vista e considerata la brillante idea di Ate (la dea della discordia) di seminar zizzania fra le colleghe con quella benedetta mela d’oro!
Le affettuose parole di Priamo, però, nascondono un secondo fine che non tarda a palesarsi: quello di conoscere dalla nuora nomi, cognomi (o meglio patronimici), qualità e difetti degli eroi greci su cui Elena, stando prima dall’altra parte, deve per forza essere informata. La donna, da parte sua, risponde volentieri alle curiosità del re, non prima, però, di essersi sfogata:
Meglio sarebbe stato che io preferissi morte terribile,
quando seguii tuo figlio lasciando il talamo e gli amici,
la figlia delicata e le amabili coetanee
. (III, vv.173-175)
In effetti, non si era comportata in modo esemplare: pazienza mettere le corna al marito, ma fuggire lasciando anche una figlia! Si tratta di Ermione, anch’ella alquanto sfortunata: infatti andò in sposa ad un tale Neottolemo, figlio di Achille, che amava profondamente nonostante fosse promessa ad Oreste. Costui, poi, uccise il rivale e si riprese la fanciulla. A quei tempi faccende come queste venivano sbrigate velocemente e senza tanti complimenti.

Tornando ai sensi di colpa della nostra Elena, in un successivo colloquio con Ettore dà di sé un giudizio ancor più severo (condivisibile, tra l’altro, da molti suoi contemporanei):

Cognato mio, di me cagna che ha tramato disgrazie funeste,
meglio sarebbe stato che nel giorno in cui la madre mi generò
una malvagia tempesta di vento mi avesse trascinata via,
sulle vette di un monte o nel mare echeggiante infinito,
e le onde mi avessero travolta prima che questi mali si compissero.
Ma poiché gli dei così hanno stabilito queste sciagure,
avrei preferito essere la sposa di un uomo più valoroso,
che conoscesse la vendetta e le innumerevoli offese degli uomini.
Costui invece non ha animo saldo, né mai lo avrà:
e io penso che un giorno ne raccoglierà i frutti
. (VI, vv.345-349)

Belle parole, non c’è che dire; in questa circostanza il vero uomo è proprio Elena che non solo ribadisce le sue colpe, assumendosi le proprie responsabilità, ma riesce ad inveire, in modo garbato, contro il suo sposo, prendendosi, almeno a parole, la sua rivincita.
Ma cos’è che porta la donna ad esprimersi in tal modo? Avevamo lasciato la rocca di Troia affollata di pubblico accorso per assistere allo spettacolo dell’anno: Paride contro Menelao, all’ultimo sangue. Elena sta sempre a fianco del re Priamo quando inizia il duello. I due eroi con le loro belle armi si posizionano uno di fronte all’altro sul campo, agitando le lance. Colpisce per primo Alessandro ma manca il bersaglio; il greco risponde, non prima di aver invocato Zeus affinché gli dia una mano contro il traditore. Fallito a sua volta il colpo, furibondo più che mai Menelao si rivolge nuovamente al padre degli dei che pare non aver colto le sue preghiere. Probabilmente in quel momento l’Olimpio era impegnato; una dea libera e a disposizione di Paride, però, c’era: la cara Afrodite che forse si era fatta un esame di coscienza – “Bel casino ho combinato!” – ed interviene pronta e veloce a salvare il suo protetto facendo finire l’incontro 0 a 0. Immaginatevi i fischi che dovevano provenire dagli spalti … pardon, dalla rocca! Non si poteva nemmeno sperare nei tempi supplementari, cosicché quello che doveva essere l’incontro, anzi lo scontro decisivo, si risolve in un nulla di fatto, riportando la situazione al punto di partenza.
La guerra, quindi, continua ma non sarà certo Paride, con il suo coraggio e le sue sole forze, a risolvere la situazione; con un colpo di fortuna – e l’aiuto di Apollo – riuscirà ad uccidere Achille, il più valoroso dei Greci. Sarà, però, ferito da Filottete, infallibile arciere, e quando si recherà, alquanto sfacciatamente, da Enone, la fanciulla sedotta e abbandonata sul monte Ida, per essere curato con una delle sue erbe mediche – la ninfa, infatti, era un’esperta in fitoterapia – lei gli negherà il suo aiuto e lo lascerà morire. Finalmente una che si comporta da vero uomo! Peccato che poi la poveretta si lasci torturare dal rimorso fino al suicidio.

Come tutti sanno, la guerra sarà vinta dai Greci grazie all’astuzia di quel gran figlio di … chiamato Odisseo, per gli amici Ulisse.
Elena, invece, che fa? Come si dice, “morto un papa se ne fa un altro” … morto Paride, la fanciulla sposa uno dei cognati troiani, Deifobo, un vero eroe, visto che era riuscito anche a ferire Achille durante uno scontro. Caduta Troia, però, la perfida donna vuole riguadagnarsi i favori dell’ex e introduce Menelao, accompagnato dall’immancabile Ulisse, nella sua stanza nuziale e fa trucidare l’ignaro Deifobo. Una vera megera! Altro che sesso debole.
Dopo la fine del suo terzo marito, se ne torna tranquilla in Grecia con il primo che la perdona (ci vuole un bel coraggio, però!) e vive in pace con lui finché, sopraggiunto il decesso anche di questo, viene cacciata con tutte le più sante ragioni dai figli di lui. Si rifugia quindi a Rodi presso un’amica – almeno, era convinta che lo fosse! – una certa Polisso che, a tradimento, la fa impiccare. Secondo altre fonti, Elena si suicida ma, conoscendo il tipo, credo proprio che non l’avrebbe mai fatto: troppo orgogliosa e troppo abituata a vincere. Dalla morte di Paride in poi, la storia di Elena sembra quella di alcune dive di Hollywood che si divertono a far strage di uomini, facendoli cadere nelle loro reti con grande facilità. È il caso di dirlo: nonostante quello che gli antichi scrittori vogliono farci credere, erano le donne, almeno quelle come Elena, a portare i pantaloni in casa. Altro che il bel Paride-Alessandro!

[nell’immagine: “Paride” di Antonio Canova, Venezia, Museo Correr]