9 febbraio 2010

ULISSE: DALLE PAROLE AI FATTI

Posted in Dante, Pagine d'Epica, poesia tagged , , , , , , , a 6:51 pm di marisamoles

L'Odissea di marmo, Sperlonga (Latina)


Il mio primo approccio con Ulisse risale all’età di otto o nove anni quando, vista l’alta valenza culturale dell’evento televisivo, i miei genitori mi permisero di guardare la “riduzione” dell’Odissea di Omero, come diremmo noi oggi la fiction. I miei ricordi sono alquanto vaghi; ricordo, però, che l’orrendo mostro Polifemo non reggeva il confronto con l’orripilante visione del poeta Ungaretti che, con tanto di “esse” sibilante dovuta ad una protesi dentaria non perfettamente calzante, introduceva ciascuna puntata, riassumendo il contenuto di quella precedente. Spero che da lassù il grande poeta non me ne voglia, ma allora non potevo comprendere la sua grandezza di vate e mi limitavo a considerare la sua bruttezza di uomo.

Ho incontrato per la seconda volta Ulisse nel corso dei miei studi liceali: al liceo, infatti, il programma prevede la lettura antologica di alcuni poemi epici, tra cui, ovviamente, l’Odissea. Ora, da insegnante, cerco di trasmettere la passione che fin da subito mi ha colto nel leggere le avventure di Ulisse. L’entusiasmo con cui i fanciulli si accostano a tale lettura spesso è demolito dalle introduzioni delle edizioni scolastiche: in esse, infatti, il ritratto dell’eroe non è quello già fissato nell’immaginario collettivo –uomo astuto, instancabile viaggiatore, coraggioso e pronto a difendere la sua corona e la sua famiglia- o meglio, corrisponde a quello ma viene raffigurato attraverso definizioni come polytes (“colui che ha molto tollerato”), polytropos (“multiforme”) e polyméchanos (“capace di escogitare molte vie d’uscita”). Di fronte a tali spaventose (per gli alunni, naturalmente) definizioni, crolla un mito: credevamo che non fosse così tremendo, dicono, pensavamo fosse solo astuto e abile con l’arco. Quando poi si spiega loro che, al contrario di Ulisse, gli eroi dell’Iliade sono monotropi, si chiedono quale grave malattia si fosse mai diffusa in campo greco e per opera di quali dei. Ovviamente, di fronte a tale sconcerto, l’insegnante si affretta a spiegare che il termine sta ad indicare l’“unidirezionalità” dei vari Achille, Ettore, Patroclo ecc., cioè la tendenza verso un unico ideale eroico che è quello di difendere il proprio onore, vincendo la guerra.
A questo punto, placati gli animi, si passa a delineare le caratteristiche di Ulisse con termini più semplici e l’eroe torna ad assumere i contorni già fissati nell’immaginario collettivo: un uomo astuto che riesce, con molti mezzi e un po’ d’aiuto da parte degli dei a lui favorevoli, a togliersi dai guai, che dopo dieci anni di guerra e altrettanti di viaggio riesce a tornare, nonostante i continui naufragi e lutti funesti, ad Itaca e a rientrare in possesso del suo palazzo, di sua moglie, del suo trono.

Una delle cose che suscita più ilarità negli studenti è il nome dei Proci: sembra, infatti, proprio l’anagramma di “porci”, ciò che in realtà erano ma che sui libri non è espressamente detto. Un’altra cosa che mi chiedono è come mai Ulisse fosse così “sfigato” (il termine usato, per pudore, è un altro ma questo rende meglio l’idea): un naufragio qua, uno là, sempre in posti pieni di insidie, pericoli, imprevisti. Quando, poi, si spiega che in età medievale il suo ruolo è stato rivisto rivalutandone i connotati di “eroe della conoscenza” (vedi Dante), gli allievi obiettano che dovrebbe essere ribattezzato l’ “eroe dell’ignoranza”: ovunque capiti, non sa mai dov’è! Persino quando i Feaci, buoni samaritani ante litteram, lo fanno approdare sull’isola d’Itaca, non si rende conto di trovarsi finalmente in patria e pensa che l’abbiano imbrogliato. Se non si lascia andare ad improperi è perché Atena si affretta a presentarglisi di fronte per aprirgli gli occhi e attenuare un po’ l’arrabbiatura (cfr.Odissea, XIII vv. 188-252).
Un po’ ingenuo, in verità, il tono del risveglio sulla spiaggia, più determinato quello con cui scaglia la doverosa maledizione nei confronti dei Feaci:

Povero me! Nella terra di quali mortali mi trovo?
Forse prepotenti e selvaggi e non giusti,
oppure ospitali e che temono nella mente gli dei?
[ … ]
Ahimè, non erano saggi e giusti
del tutto i capi e i consiglieri dei Feaci
che mi portarono in una terra diversa: promettevano
di guidarmi ad Itaca chiara nel sole, ma non l’hanno fatto.
Che li ripaghi Zeus protettore dei supplici, che guarda
anche gli altri uomini e castiga chi sbaglia.
(Odissea, XIII, vv. 200-202 e 209-214)

Come dargli torto, vista l’esperienza passata in fatto di ospitalità, specie nell’isola dei Ciclopi. Ma la figura dello scemo gliela fa fare Atena che, dopo avergli resa irriconoscibile la propria patria, indossate le mentite spoglie di un pastore, gli si presenta di fronte e, in seguito alla richiesta di chiarimenti fatta da Ulisse, con sufficienza gli dice:

Sei sciocco o vieni da molto lontano, o straniero
che di questa terra domandi. Non è poi
così ignota: la conoscono tantissimi uomini,
sia quanti abitano verso l’aurora e il sole,
sia quanti abitano dietro, verso il fosco crepuscolo
. (XII, vv. 237-241)

Rieccolo, quindi, nella sua terra, approdato su la sua petrosa Itaca, come recita Foscolo (cfr. il sonetto A Zacinto, v.11), eroe bello di fama e di sventura (cfr. Ibidem, v. 10), finalmente ritornato in patria dopo il diverso esiglio (cfr. Ibidem, v.9) voluto dal Fato. L’immagine è ancora una volta quella dell’eroe bello, reso ancor più affascinante da quella sventura che deriva dalla lotta con un destino avverso, contro il quale, essendo pur sempre un uomo, vincere è molto difficile. La vittoria alla fine arriva, ma dopo quali sacrifici, quali sofferenze, quali rinunce? Il viaggio, lo sappiamo, è una metafora: quella di un percorso pieno di ostacoli che alla fine conduce alla “conoscenza”, ad una maggior consapevolezza dei limiti umani ma anche delle risorse di cui i mortali possono disporre. Chi non ricorda la celebre terzina dantesca, in cui Ulisse rivolto ai compagni, che chiama affettuosamente frati, cioè fratelli, dice:

Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e conoscenza
(Inferno, XXVI, vv.118-120)

Peccato che il nostro buon Dante collochi l’eroe omerico all’inferno e per di più in una delle bolge più basse, l’ottava, in cui giacciono i consiglieri fraudolenti. L’attenzione del vate è attratta da una fiamma biforcuta (i peccatori, infatti, sono avvolti ciascuno in una fiamma che li nasconde alla vista) e tale anomalia si spiega con la volontà di accomunare nella medesima pena le due “menti diaboliche”, è il caso di dirlo, che avevano concepito l’inganno del cavallo ligneo: Ulisse e Diomede.
Nonostante la condanna alla dannazione eterna, si legge nei versi, da parte del poeta, una certa simpatia e ammirazione per Ulisse, che non possiamo non condividere; non riusciamo a detestarlo nemmeno quando gli fa ammettere di essersi dimostrato insensibile nei confronti degli affetti familiari:

né dolcezza di figlio, né la pietà
del vecchio padre, né il debito amore
lo qual dovea Penelope far lieta,
vincer potero dentro a me l’ardore
ch’io ebbi a divenir del mondo esperto
(Op. cit. vv.94-99)

Dante non poteva aver letto direttamente i poemi omerici, la sua conoscenza dell’Odissea era incerta e frammentaria (proprio come quella dei miei studenti, che pur non sono uomini del medioevo); una delle fonti cui attinge è l’Eneide di Virgilio, in cui si parla di Troia e del cavallo (cfr. II, vv.44 sgg.) ma non si accenna alla felice conclusione del viaggio di Ulisse. La sua fervida immaginazione porta Dante a considerare Odisseo uomo del suo tempo, assetato di nuove esperienze che, non appagato dal considerevole numero di ostacoli già superati fra mille difficoltà, tenta ancora un’ultima avventura, nonostante lui e i suoi compagni fossero già vecchi e tardi (cfr. ibidem, v.106).

Forte delle sue capacità oratorie (ricordate il polytropos del proemio?), Ulisse convince i fedeli amici a seguirlo nel più audace dei suoi viaggi: quello che conduce attraverso le “Colonne d’Ercole”, cioè lo Stretto di Gibilterra, al di là del quale gli antichi credevano finisse il mondo. E’ un viaggio inutile, un salto nel vuoto: un turbine sorto all’improvviso inghiotte letteralmente la nave dei folli, come altrui piacque (cfr. ibidem, v.141).
È evidente che la figura di Ulisse nella Commedia dantesca acquisti un significato simbolico: quello dell’insufficienza umana, non assistita dalla Grazia divina. Il fallimento di Ulisse è comune a quello di tutti gli eroi antichi che si affidavano alle sole forze umane e all’aiuto da parte degli dei pagani cui Dante, cristianissimo, non può riconoscere alcuna autorità. Anzi, arriva addirittura a supporre che fin dai tempi più antichi, prima ancora che qualcuno ne percepisse l’esistenza, il Dio cristiano fosse già in agguato, pronto a punire i pagani più audaci.

Non è che Dante condanni indiscriminatamente tutti i “senza Dio”, li divide in buoni e cattivi: i primi stanno nel Limbo, alle porte dell’Inferno, perché in vita non erano colpevoli di essere pagani e non avevano fatto nulla di male (Virgilio stesso, la sua guida nell’Inferno e nel Purgatorio, è un pagano elevato a simbolo della ragione umana); condanna i secondi alle pene più severe senza la minima indulgenza, anzi attribuendosi l’arbitrio di condannare senza possibilità d’appello, senza considerare né le “attenuanti” né le circostanze.
Pur provando simpatia per Ulisse, il sommo poeta lo relega, è il caso di dirlo, tra le fiamme dell’Inferno; nulla da obiettare su questo, è evidente che aveva le sue colpe, con lo stratagemma del cavallo aveva decretato la fine di una città come Troia, e non era cosa da poco. Tuttavia, io mi permetto di dissentire sull’ubicazione: perché mai collocarlo tra i “consiglieri fraudolenti”, come se questa fosse la sua peggior colpa? È vero che, nei confronti dei Troiani si è comportato da vero fetente, ma io credo che ci sia, nell’Inferno dantesco, un sito a lui più consono: il secondo cerchio, quello dei “lussuriosi”. Perché mai? Perché nonostante lo si faccia passare da secoli per l’eroe astuto, eloquente, coraggioso, secondo me la dote, o vizio, principale di Ulisse è quella di essere un vero e proprio play-boy che, in fondo, dev’essere comunque astuto, eloquente e coraggioso!
Avrà contribuito alla distruzione di Troia, avrà superato infiniti ostacoli con l’astuzia e ottenuto l’aiuto necessario con l’eloquenza, avrà coraggiosamente sterminato i rivali, ma, diciamolo chiaramente, fra un naufragio e l’altro, si è pure divertito con le donne. In altre parole, è passato dalle parole ai fatti, e che fatti!

PER LEGGERE LE ALTRE “PAGINE D’EPICA” CLICCA QUI

Annunci

12 dicembre 2009

ETTORE: IL MARITO DI ANDROMACA

Posted in Pagine d'Epica tagged , , a 10:46 pm di marisamoles


Ho pensato a lungo sul titolo da dare a questo mio post, che si va ad aggiungere agli altri due (su Paride e Achille) che costituiscono una specie di lettura semiseria di alcune pagine d’epica. “Ettore e Andromaca” sarebbe stato un titolo scontato e banale; “Andromaca” avrebbe posto in primo piano una donna speciale, ma non avrebbe reso giustizia al suo ruolo di moglie di un eroe che proprio al legame con il marito deve la sua specialità. Alla fine ho scelto questo titolo perché mi piace credere che Ettore non sarebbe stato l’eroe che tutti conosciamo se non avesse avuto al suo fianco una moglie speciale come Andromaca. Alla fine lei è la vera eroina perché combatte senza spada né pugnale, ma con l’unica arma che ha a disposizione: l’amore.

Ettore aveva una moglie, Andromaca, che grazie alla bontà di Omero è passata alla storia: infatti è famoso il colloquio tra i due sposi che occupa un centinaio di versi nel VI libro dell’Iliade. Certo non è l’unica donna di cui si parli nel poema epico, non è nemmeno l’unica, mortale o immortale, a prendere la parola (vedi Elena, Teti e varie altre), ma Andromaca parla, dà voce alla sua rabbia, alle sue ansie, cerca, come può, di fermare un marito testardo che, per mantenere fede al suo impegno, accetta di sacrificare anche l’amore per i suoi cari pur di salvare una patria destinata comunque a cadere. Ma le donne, si sa, non vengono mai ascoltate, anche quando dimostrano tutta la loro intelligenza e il loro buon senso, perché di solito la logica femminile non si sposa con quella maschile.
Chi non ricorda Cassandra? Lei, la più bella delle figlie di Priamo ed Ecuba, e forse per questo non ritenuta intelligente (gli uomini belli dovevano essere anche intelligenti e coraggiosi – vedi Paride- le donne belle, evidentemente, dovevano essere delle emerite cretine), aveva predetto la sventura di Troia e si era opposta con tutte le forze ai suoi concittadini che volevano introdurre il famoso cavallo di legno entro le mura della città. Nessuno l’ascoltò, tutti la ritennero pazza e così il crollo di un’intera città che uomini eroici avevano difeso con coraggio, fu causato dalla dissennatezza di un branco di maschilisti che non diedero ascolto alla saggia Cassandra. Quando, però, parlava l’indovino Calcante, nessuno osava contraddirlo!

Tornando ad Andromaca, ella era figlia di Eezione, moglie di Ettore e madre di Astianatte, altrimenti detto Scamandrio, in onore del fiume Scamandro che scorreva nella pianura troiana. La sua storia, non solo la sua voce, occupa pochi versi del VI libro: Achille (guarda caso) le aveva ucciso il padre e, in un solo giorno, i sette fratelli, la madre era stata condotta in schiavitù e poi liberata in cambio di un immenso riscatto, per poi morire di morte naturale. A proposito, gli antichi Greci, non avendo strumenti diagnostici e non potendo ricorrere all’autopsia, attribuivano le morti “inspiegabili” (infarto, ictus, ecc) alle frecce di Artemide che colpivano le donne, e a quelle di Apollo che colpivano gli uomini. Neanche di fronte alla morte esisteva la parità dei sessi.

Dopo i terribili lutti, Andromaca era rimasta sola, ovvero con il marito che ella amava moltissimo e rappresentava davvero tutto per lei:
Ettore, dunque, per me tu sei padre, tu sei la mia nobile
madre, sei fratello, sei il mio sposo fiorente
. (VI, vv. 429-430)
Proprio per questo, lo implora di lasciare il combattimento, per non rendere orfano il figlio e vedova la sposa. Allora Ettore che fa? Figuriamoci se le dà ascolto; pur condividendo le ansie della moglie e pur sentendo in cuor suo, ahimè, che il presentimento di Andromaca potrebbe essere giustificato, non può lasciarsi andare ai sentimenti –che uomo sarebbe, altrimenti!- e le fa capire che non può comportarsi da vile, perché fin da ragazzo gli è stato insegnato ad essere forte. E poi, anche cedendo alla debolezza di un momento, cosa ne sarebbe stato del suo buon nome? Cosa avrebbero pensato di lui i suoi concittadini? Certo non avrebbe fatto una bella figura, l’onta l’avrebbe accompagnato anche dopo la morte e si sarebbe riversata sui suoi cari, su Andromaca, su Astianatte che nel nome stesso (significa “signore della città”) richiamava alla mente di tutti la grandezza del padre. No, non può tirarsi indietro, non ora, e se poi Ilio cadrà, cosa di cui Ettore è convinto, l’aver almeno tentato di salvarla versando il suo eroico sangue, gli permetterà di conservare fama eterna e mantenere indenne l’onore di tutta la sua famiglia. E se, un giorno, Andromaca sarà fatta schiava –destino comune a molte donne appartenenti al popolo dei vinti-, pazienza, l’importante è mantenere l’onore. Già, l’onore: ecco l’elemento cui viene data la priorità su qualunque altro, persino sugli affetti familiari. Andromaca lo sa, ma tenta lo stesso di fermare il marito; sa perfettamente che l’aidòs, la vergogna, non è accettabile da parte della nutrita schiera di eroi su cui Ettore primeggia. La condotta di un uomo, un vero uomo ovviamente, trova la sua legittimazione nell’opinione dei compagni; tradire il proprio onore e la propria virtù (areté) è motivo di aidòs di fronte all’intera comunità.

Detto questo, quale speranza può avere la poveretta? Forse quella che il marito si lasci commuovere dalla presenza del piccolo Astianatte che, quasi per manifestare il suo disappunto e l’enorme peso delle responsabilità già gravanti su di lui, inizia a strillare atterrito dall’aspetto del padre? Tutt’al più ciò può far calare la tensione dell’incontro, ma subito Ettore si riprende e con tono perentorio, dopo aver ricordato alla moglie che nessuno può morire contro la volontà del Fato (ah già, il Fato! E chi ci pensava più!), le dice:
Ma tu, a casa tornando, attendi alle tue incombenze,
al telaio e alla rocca, e alle ancelle comanda
di fare il loro lavoro: alla guerra provvederanno
tutti gli uomini, io soprattutto, ché in Ilio nascemmo
. (VI, vv. 490-493)

Eccoci arrivati, dunque, al nodo della questione: Andromaca, per un momento, si era dimenticata di badare ai fatti suoi, di dedicarsi alle attività per cui, in quanto donna, era nata, cioè tessere, filare e, in quanto donna benestante, dare gli ordini alla servitù. Si era intromessa negli affari degli uomini, cioè la guerra, e si era permessa addirittura di consigliare un uomo, il suo uomo, su ciò che doveva o non doveva fare. Ecco dove sta, secondo me, la forza di questa donna: l’aver osato, l’aver tentato, l’essersi lasciata trascinare dai sentimenti pur con la consapevolezza dell’inutilità del suo gesto. Andromaca è davvero unica: non è la lagnosa Elena che, molto ipocritamente, si autocondanna e poi finisce per tirar l’acqua al proprio mulino; non è una dea, come Teti e come tante altre, che può tutto, che sa di poter essere ascoltata, dando dei consigli, di poter minacciare, se necessario, se nessuno le dovesse dar retta. Andromaca è una nullità, in fondo, ma rappresenta il prototipo di moglie e madre di eroi, che dà voce a tutte le donne incapaci di dar sfogo ai propri sentimenti. Se non sarà ascoltata, poco importa; fondamentale è capire che almeno ha avuto il coraggio di parlare e ha costretto il marito a stare a sentire le sue ragioni. Omero la lascia piangente, stretta per l’ultima volta nell’abbraccio coniugale, mentre le ancelle Ettore vivo ancora, piangevano nella sua casa: / pensavano che egli non più tornando dalla battaglia/ sarebbe venuto, sfuggendo alla furia e alle mani dei Danai. (VI, vv. 500-502)

È proprio il caso di dire: intuito femminile! Sappiamo, infatti, che Ettore non ritornerà mai più entro le mura domestiche; affronterà Achille in duello e rimarrà vittima della furia vendicatrice dell’eroe greco, disceso nuovamente sul campo di battaglia per vendicare, appunto, la morte del suo migliore amico, Patroclo, a sua volta ucciso dallo stesso troiano. Il coraggio e il sacrificio di Ettore, però, non salveranno, come ben sappiamo, la città di Troia dalla distruzione. I Troiani, infatti, dovranno fare i conti con un greco non tanto abile con le armi quanto con la mente: Ulisse.

[nell’immagine: “Pianto d’amore” (Ettore e Andromaca) dipinto da Giorgio de Chirico]

29 novembre 2009

ACHILLE: COCCO DI MAMMA

Posted in Pagine d'Epica tagged , , , , , , , , , , a 9:41 pm di marisamoles

L’Eroe, con la “e” maiuscola, dei Greci è senz’altro Achille, un tipo un po’ incazzoso e talvolta lagnoso. Il primo difetto lo conosciamo tutti: infatti Omero nel proemio dell’Iliade scrive: Cantami, o dea, del Pelide Achille l’ira funesta.
Il motivo di questa “ira funesta” è altrettanto noto: il rapimento della di lui schiava Briseide da parte di Agamennone, altro eroe greco. Non mi dilungherò su questo episodio rimandando alla lettura del I libro del poema omerico; vorrei, però, sottolineare che, nonostante Briseide sia una schiava, il fatto di averla perduta per uno stupido capriccio dell’Atride (Agamennone) manda in bestia il nostro eroe. Perché mai? Dal nostro punto di vista una schiava è più o meno una moderna colf; se per un motivo o per un altro ci dovesse lasciare, ci si limiterebbe a pubblicare un annuncio sul giornale per trovarne un’altra. Per Achille, però, Briseide è qualcosa di più che una cameriera, è colei che divide anche il suo letto, perché in guerra mica ci si poteva portare la moglie!

In ogni caso, sulla storia coniugale di Achille non sappiamo molto: a Sciro aveva sposato la figlia del re, Deidamia, e da quell’unione era nato Neottolemo (detto anche Pirro). Legittima consorte a parte, è certo che per lui Briseide è una persona speciale e poi bisogna prendere in considerazione anche l’orgoglio: come, ad Agamennone portano via Criseide, la sua schiava, per restituirla al padre Crise che altrimenti, essendo sacerdote di Apollo, avrebbe scatenato il putiferio e messo ancora più nei guai i Greci già abbastanza inguaiati, e poi lui ha il coraggio di prendersi Briseide gettando Achille nello sconforto! Fatto sta che, vuoi per l’affetto provato nei confronti della schiava, vuoi per l’orgoglio ferito, il Pelide, colto dall’ira, si ritira dalla guerra facendo sprofondare i suoi compagni nella depressione più nera. Infatti, dicono che i Troiani solo alla vista di Achille (ovvero della sua armatura, nota a tutti) se la facessero sotto! Tanto che il caro amico Patroclo in seguito convincerà l’eroe a fargli indossare le sue armi per spaventare un pochino i nemici e poi ci rimetterà le penne immedesimandosi troppo nei panni dell’eroe invincibile. Dopo la morte di Patroclo, che i maligni indicano come un amico molto particolare del Pelide, Achille riuscirà pure ad ottenere la restituzione di Briseide da parte di Agamennone. Quest’ultimo, visto che le cose si mettono male per i Greci, chiederà umilmente scusa all’eroe, forse per un rimorso di coscienza o forse perché è l’unico modo per convincere Achille a riprendere le armi. Non è difficile dar credito alla seconda ipotesi, conoscendo l’arroganza e la presunzione dell’Atride.

Il secondo difetto del Pelide è quello di essere un po’ lagnosetto. Infatti, dopo aver subito il torto da parte di Agamennone, si ritira piangendo sulle rive del mare guardando l’immensa distesa / e molto la cara madre implorava tendendo le mani. (I, vv.350-351)
Ma come, un eroe come lui, di fronte alla prima difficoltà, se ne corre da mammà in lacrime chiedendo aiuto! Beh, forse per capire un po’ meglio come stanno le cose, è opportuno spiegare che tipo di madre è quella di Achille, non certo una qualunque. Ella si chiamava Teti ed era una ninfa del mare. Aveva generato Achille da Peleo, un comune mortale. Appena nato il figlioletto, l’immerse nello Stige, uno dei fiumi infernali, rendendo il suo corpo invulnerabile, eccettuato il tallone per il quale lo reggeva (in onore di Achille, abbiamo tutti un tendine che porta il suo nome). A questo punto mi pare il caso di fare delle considerazioni: noi tutti sappiamo che il tallone non è un punto vitale, a chi non è mai capitato, camminando sulla spiaggia, per esempio, di ferirsi con un pezzetto di conchiglia, un legnetto appuntito, un coccio di vetro abbandonato da qualche incivile? Siamo forse morti? Chi ha avuto la peggio, se l’è cavata con qualche punto di sutura! Vi pare possibile che il nostro Achille sia morto a causa di una freccia che l’ha colpito sul tallone? In effetti, l’uccisore di Achille era un certo Filottete, abile arciere, che doveva avere una mira infallibile e una fortuna sfacciata per riuscire a colpire l’avversario proprio sul tallone durante un combattimento in cui, normalmente, ci si muove con una certa rapidità. Qualcuno, però, per dare un senso a questa vicenda, sostiene che la freccia fosse avvelenata e che nulla si poteva fare per salvarlo dal veleno.

Comunque sia, Teti doveva essere abbastanza tranquilla dopo aver escogitato questo piano per salvare la pelle al figlio e farlo morire di vecchiaia. A sconvolgere i suoi programmi, però, ci pensa un indovino, Calcante, il quale le predice che senza l’intervento del figlio la città di Troia non sarebbe mai stata conquistata dai Greci. Pensate ora se a Teti che la città della Troade capitolasse o meno, gliene poteva importare qualcosa. Dea o non dea, resta sempre una mamma e con uno stratagemma tenta di salvare il figlio da morte sicura: lo nasconde, facendogli indossare abiti muliebri, tra le figlie del re Licomede in Sciro. Onestamente questo espediente può sembrare un po’ patetico e per nulla divino, ma dobbiamo anche metterci nei panni della poveretta: il vaticinio svelava anche che Achille avrebbe avuto una vita breve ma gloriosa se avesse partecipato all’evento bellico (vale a dire, non sarebbe più tornato a casa sano e salvo), altrimenti, rimanendo a Ftia, la sua città, avrebbe goduto di una vita lunga ma senza gloria. Vi pare che sarebbe passato alla storia come eroe se non fosse partito? Ebbene, nonostante il travestimento, che al virile Achille doveva stare un po’ “stretto”, Ulisse, non a caso il più furbo dei Greci, lo scovò e lo condusse nella Troade dove, pare, l’eroe primeggiasse tra i suoi compagni anche perché possedeva due cavalli immortali, Balio e Xanto, che il padre Peleo aveva ricevuto come dono di nozze da Poseidone in persona, suo suocero, e un’armatura magica forgiata appositamente per lui da Efesto. Insomma, il solito privilegiato.

Ma torniamo sulle rive del mare dove Achille piangente si reca per invocare la madre alla quale rivolge queste parole:

Madre, poi che a una vita assai breve mi generasti,
almeno avrebbe dovuto concedermi gloria l’Olimpio,
Zeus altisonante! Ora affatto non m’ha onorato.
Oltraggiato m’ha infatti l’Atride dal vasto dominio,
Agamennone, lui che m’ha tolto e si tiene il mio premio
. (Iliade, I, vv. 352-356)

Vale a dire: “Mamma, visto che sono destinato a morire giovane, quel farabutto di uno Zeus poteva darmi una mano e non lasciarmi offendere da quell’odioso e insolente di un Agamennone che si è pure preso Briseide cui tenevo tanto e che era un premio per le mie vittorie passate”.
Per dire la verità Achille, prima di andare a piangere da mammà, non si era astenuto dal dirne di cotte e di crude al rivale, il quale, però, l’aveva liquidato con poche ma efficaci parole, rinfacciandogli di essere non solo odioso ma anche piantacasini, nonostante fosse raccomandato da Zeus in persona:
Il più odioso mi sei tra i re, pupilli di Zeus,
sempre a te sono care e contese e guerre e battaglie
. (I, vv. 176-177)

Vediamo ora cosa risponde Teti all’appello del figlio:
Figlio, di che piangi? Qual pena nel cuore ti giunse?
Parla, non chiuderla in te, in modo che entrambi sappiamo
. (I, vv. 362-363)
Vi pare che una dea come lei non sapesse già tutto? Infatti il dubbio sfiora anche la mente di Achille che, un po’ stizzito, esordisce dicendo:
Lo sai, perché dire questo a te che tutto già sai? (I, v. 365)
Ma nonostante la legittima osservazione, l’eroe si affretta a descrivere con minuzia di particolari tutta la vicenda che la madre, comunque, già conosce ed il lettore anche: infatti, per non annoiarsi, salta tranquillamente la lettura di questa parte. Finito il riassunto delle puntate precedenti, si arriva alla parte più interessante, cioè la richiesta di un aiuto concreto da parte della genitrice: visto che tempo addietro Teti aveva sventato una congiura a palazzo, sull’Olimpo, Zeus non potrà esimersi dal darle una mano.

A questo punto apro una parentesi che riguarda le beghe di famiglia in quel d’Olimpo. Ora, noi tutti immaginiamo, credo, il mondo degli dei come un luogo tranquillo, in cui la felicità regni sovrana, la forza venga usata solo in casi estremi e tutti vadano d’amore e d’accordo visto che sono dei e come tali onnipotenti. Nulla di più sbagliato: l’Olimpo, infatti, è un’appendice terrena, gli dei, oltre ad essere antropomorfi, possiedono tutti i vizi e le virtù tipicamente umani e nelle famiglie, anche quella “reale”, cioè quella di Zeus, si combina ogni sorta di malvagità, dettate soprattutto dall’invidia.
Fatta questa premessa, si capisce il motivo per cui Achille è così sicuro che Zeus non negherà l’aiuto a sua madre. La “congiura di famiglia” ordita a palazzo era davvero grave anche perché aveva avuto illustri protagonisti: Era, moglie e sorella di Zeus, Poseidone, suo fratello, e Pallade, figlia dell’Olimpio, avevano incatenato l’onnipotente (?) parente per sottrargli il potere, ma Teti prontamente era venuta in suo soccorso chiamando il gigante Briareo, dotato di cento braccia e cinquanta teste, che, manco a dirlo, in quattro e quattr’otto aveva liberato l’illustre prigioniero. Poteva, dunque, Zeus negare alla ninfa il suo aiuto? Come vedete le raccomandazioni e i favori, se non le bustarelle perché pare che sull’Olimpo non girasse il vile denaro, sono mezzi antichissimi per raggiungere uno scopo.
Il bello è che Achille non chiede alla madre un aiuto per sé ma si augura che Zeus interceda per concedere la vittoria ai nemici e questo solo per fare uno sgarbo ad Agamennone, che aveva osato offendere il più forte dei Greci, ovvero il Pelide in persona. A parte l’osservazione un tantino egocentrica, ci mette pure un po’ di ironia, nel discorso, visto che spera che i compagni gioiscano per aver avuto un re folle come quello.

Teti, dunque, congeda il figlio assicurandogli la sua intercessione presso il padre degli dei che, però, era momentaneamente assente:
Zeus infatti all’Oceano tra gli ottimi Etiopi è sceso
Ieri a un banchetto, e con lui andarono tutti gli dei;
nel dodicesimo giorno ritornerà sull’Olimpo
… (I, vv. 423-425)
Quindi attenderà il suo ritorno e poi andrà a pregarlo in ginocchio sperando che l’ascolti.
Al ritorno di Zeus e compagni, Teti di buon mattino si reca sull’Olimpo, dopo essere emersa dai flutti del mare, ed espone al Cronide il suo problema. Certo la proposta della ninfa dovette sembrare un po’ strana, ma ciò che in particolare preoccupava il dio era qualcosa di ben più banale: l’eventualità di un litigio con la moglie Era.
Certo anche così, davanti agli dei immortali
mi biasima sempre, e afferma che aiuto in battaglia i Troiani
. (I, vv. 518-521)
Beh, uno come Zeus, il dio per eccellenza, il più forte di tutti, il più temuto, armato di fulmini e saette, pronto a scagliarli contro chiunque gli stesse solo un pochino antipatico, si preoccupa della reazione della moglie ad una sua eventuale presa di posizione contro i Greci! Eh già, perché Era stava proprio dalla parte degli Achei e voleva che questa guerra la vincessero loro, non quei vili dei Troiani. Non aveva dimenticato, infatti, che quel bifolco di Paride non le aveva assegnato la mela d’oro, che valeva più o meno come il titolo di Miss Olimpo, preferendole quella rovinafamiglie di Afrodite.

Manco a dirlo, i timori del Cronide si rivelano più che fondati, dato che non appena la moglie lo vede, sente puzza d’imbroglio. Sentite un po’ come gli si rivolge:
Chi tra gli dei ha tramato con te, mente ingannevole?
Sempre ti è caro, andandotene lontano da me,
pensare in segreto e decidere, e mai
a me osi dire che cosa hai pensato
. (I, vv. 540-543)
Davvero un bel caratterino, questa Era! Non le si può nascondere niente, nemmeno da parte di uno come Zeus che non è certo l’ultimo dei pivelli. È inutile, da parte del dio, ogni tentativo di schernirsi, perché la moglie, sempre più acida, gli rivela di essere a conoscenza del suo incontro con Teti (aveva i suoi informatori) e della trama ordita insieme alla ninfa a danno degli Achei. Di fronte alla disarmante consorte, che può fare il nostro Zeus se non gettare la spugna ed ammettere la ragione della moglie? Lo fa, però, con un po’ di stizza, come ogni marito colto in fallo:
Ardita, sempre vai macchinando qualcosa, mai ti posso sfuggire! (I, v. 561)
Il rimprovero di Era, però, non lo intimorisce più che tanto e, dopo aver rammentato di essere, nonostante tutto, il padre e padrone di tutti gli dei, le ricorda che è lui a portare i pantaloni in famiglia, e se non sta zitta ed ubbidisce ai suoi voleri, sono botte! State a sentire cosa le dice:
Stattene seduta in silenzio ed obbedisci alle mie parole,
non ti potranno aiutare gli dei, quanti ce ne sono sull’Olimpo,
se mi avvicino a te, se ti metto addosso le mani tremende
! (I, vv. 565-567)
Era sarà pure una rompiscatole ed un’impertinente, ma di fronte alle minacce non può far altro che calare le orecchie ed arrendersi:
Atterrita ne fu la veneranda Era, sguardo profondo,
ma in silenzio stette, piegando il suo cuore
. (I, vv. 568-569)
Vorrei un attimo attirare la vostra attenzione sull’epiteto attribuito alla dea che il traduttore, molto bonariamente, ha reso con una formula un po’ eufemistica. Infatti, in greco hoopis letteralmente significa “dagli occhi bovini”: lascio a voi ogni possibile considerazione.

Il passo appena analizzato ci fa, insomma, un po’ riflettere sui rapporti che si instauravano tra gli dei e, in particolare, tra marito e moglie divini. Da parte sua Zeus, pur ottenendo alla fine ciò che vuole, cioè che la moglie non interferisca nei suoi piani e lo lasci fare come meglio crede, dapprincipio si pone almeno il problema della possibile reazione della consorte, evidenziando una debolezza che un dio di certo non dovrebbe avere. L’acida moglie, al contrario, tira fuori gli artigli e se non può vincere con la forza, almeno tenta con le parole, taglienti più di qualsiasi lancia. Alla fine deve cedere, è vero, ma di fronte alla volontà dell’Olimpio tutti sono costretti a capitolare!

Insomma, nonostante la lite tra i due divini coniugi, alla fine Teti la spunta: esaudisce il desiderio di un figlio che ha ancora ben poco da vivere. E chi la può biasimare. Certo questa Teti doveva stare un po’ antipatica alle colleghe (si dice fosse bellissima) e la reazione di Era ne è la prova. Perché mai invidiarla, visto che passava la sua vita sul fondo del mare, era monogama, non si concedeva svaghi, come la Sirenetta di Andersen che ogni tanto si faceva un giretto sulla terraferma, e inoltre aveva già la certezza di perdere un figlio in giovane età? C’è da dire che Era stessa l’aveva allevata, ma siccome su di lei, oltre che Apollo, aveva messo gli occhi anche l’incontenibile Zeus, certo la cosa alla consorte del Cronide non era andata giù. Da parte loro, i due divini contendenti rinunciano alla ninfa non appena vengono a conoscenza, attraverso il solito vaticinio, che se si fosse unita ad un dio, avrebbe generato un figlio che da adulto avrebbe spodestato il padre. Evitata la poveretta come la peste, le rifilano come sposo il povero, si fa per dire, Peleo, sovrano di Ftia, che nulla ha da temere visto che un altro oracolo aveva predetto la morte di Achille in guerra.
Insomma, tanto umani, questi dei, da essere così superstiziosi! Sempre a dar retta ad oracoli e indovini, rovinandosi l’esistenza! Almeno noi ci affidiamo agli innocui oroscopi che leggiamo un po’ distrattamente sui giornali, senza dare loro più importanza di quanta in realtà meritino.

[nella foto: statua di Achille a Corfù, Grecia]

22 novembre 2009

PARIDE: BELLO E IMPOSSIBILE

Posted in Pagine d'Epica tagged , , , , , , , , , , a 10:22 pm di marisamoles

Paride, uno dei cento figli di Priamo, re di Troia, è passato alla storia per la sua bellezza e la sua impresa ardita: il rapimento di Elena che tanti lutti ha portato ai Troiani in una guerra decennale conclusasi con la distruzione della città di Priamo. “Bello qual dio”, di lui si dice. Conosciuto con il nome di Paride ma citato nell’Iliade omerica quasi esclusivamente con l’altro nome: Alessandro, che letteralmente significa “difensore degli uomini”. Quali uomini abbia difeso e in che modo, lo scopriremo più avanti. Per ora c’interessa la sua storia, quella di un ragazzo spensierato, ignaro di essere un principe. Infatti la madre era una tipa un po’ superstiziosa, come si addice alle vere donne mediterranee, ed il padre doveva essere troppo impegnato a fare il re e troppo prolifico per accorgersi della sua mancanza (uno più, uno meno). Sta di fatto che la madre Ecuba lo abbandona in fasce spaventata da un terribile sogno premonitore. In effetti, con il senno di poi, chi non avrebbe dato retta al sogno che preannunciava la distruzione di Troia? Paride, comunque, si salva e diviene, destino comune a tutti i pargoli regali abbandonati, un pastore.

La sua è una vita tranquilla, forse non troppo appagante, ma neanche troppo noiosa, visto che ha anche un flirt con una certa Enone, una ninfa del monte Ida, sua vicina di casa. Ad ogni modo, quando, come tutti sanno, al cospetto del pastorello si presenta niente meno che Afrodite la quale, in cambio della famosa mela d’oro, gli offre Elena, non c’è niente da fare: Paride non ci pensa su un istante e, piantata in “asso” la povera Enone, se ne corre a Sparta per rapire la donna promessagli dalla dea dell’amore. Che poi la fanciulla fosse sposata con un certo Menelao, per giunta re, non è cosa che al principe-pastore interessi più di tanto.
Il suo comportamento è quanto di più disdicevole si possa immaginare in un mondo, quello greco arcaico, in cui certe scorrettezze erano considerate non solo sconvenienti, ma addirittura sacrileghe. Infatti Paride prima si fa ospitare dal marito di lei e poi gli rapisce la moglie, violando un vincolo, quello dell’ospitalità, che era considerato sacro a quei tempi.

I fatti successivi sono noti: Menelao convince gli altri re greci a partire per Troia che viene cinta d’assedio per dieci lunghi anni. Ma Paride, una volta tornato nella città natale e rivendicato il suo posto a corte, che fa? Finché si trattava di fare il pastore, si era dimostrato coraggioso nel difendere il gregge e i suoi compagni pastori dai lupi, tanto che venne chiamato Alessandro, che significa, come già anticipato, “difensore degli uomini”, ed è con questo appellativo che lo troviamo a combattere a Troia. Ma in guerra tutto ‘sto coraggio non lo dimostra. La faccenda per lui diventa troppo seria e poco dopo il suo arrivo in città con la sua bella preda, Elena, probabilmente si rode il fegato perché non riesce nemmeno a godere della sua compagnia.
L’atteggiamento vile dimostrato da Paride nell’imbracciare le armi era motivo di grande disonore per il suo popolo. In effetti il poveretto incarna la negazione dell’ideale greco del kalòs kai agathòs (bello e buono). Per i Greci, infatti, virtù e bellezza erano doti complementari e Paride rappresenta, quindi, l’eccezione alla regola.

Anche Elena, probabilmente ben presto pentita di averlo seguito fin sui lidi della Troade, non doveva nutrire per lui una grande stima. La poveretta, infatti, si era ridotta un po’ maluccio e doveva rimpiangere la vita di corte che a Sparta aveva condotto prima di seguire colui che Afrodite stessa le aveva destinato come amante. Elena ebbe illustri natali: era, infatti, figlia di Zeus e di Leda, sorella di Castore e Polluce, di Clitennestra (moglie di Agamennone ed uxoricida) e di Filanoe (moglie di Glauco). Una stirpe di vip, insomma. Le disgrazie di questa bellissima donna non iniziano ad Ilio, perché quando era ancora una fanciullina fu rapita da Teseo. Questi era una via di mezzo tra un play-boy ed un pedofilo, visto che aveva già sedotto e abbandonato, in Nasso, la povera Arianna, quella del filo. Un vero mascalzone, insomma. Una volta liberata dai fratelli, Elena viene data in sposa a Menelao, da tutti noto come il più grande cornuto della storia greca. Le vicende successive sono conosciute e non mi pare il caso di perderci altro tempo.
Del legittimo marito le fonti narrano lo spirito di vendetta e la forza nelle armi; poco si sa del suo aspetto fisico ma se Elena gli preferisce Paride ce lo possiamo immaginare. D’altra parte, del sacrilego rapitore conosciamo un epiteto che ricorre con ossessionante frequenza nei versi in cui compare: “bello qual dio”. E questo dice tutto.

Sarà bello come un dio, ma il nostro Paride-Alessandro di coraggio ne ha ben poco. Lo troviamo, infatti, nel libro III dell’Iliade, pronto – si fa per dire- a sfidare il suo rivale sul campo di battaglia. I due eserciti sono schierati l’uno di fronte all’altro:

Quando furon vicini, avanzando gli uni sugli altri,
tra i Teucri innanzi muoveva Alessandro, bello qual dio,
con una pelle di pardo sulle spalle, l’arco ricurvo
e la spada; agitando due lance con punta di bronzo
voleva degli Argivi sfidare tutti i migliori
e scontrarsi in duello con lui nell’orrenda battaglia
. (Iliade, III, vv. 15-20)

Fin qui ci sembra di essere di fronte ad un eroe pronto a tutto; da parte sua, Menelao gioiva nel vedere davanti ai suoi occhi / Paride, bello qual dio; e sperò far vendetta al reo./ Subito egli dal carro a terra saltò con le armi. (Ibidem, vv.27-29)
L’aspetto del re greco doveva essere tutt’altro che incoraggiante, visto che Paride non appena intuisce le intenzioni poco confortanti, si comporta da vero eroe:
Come dunque lo vide Alessandro bello qual dio
in prima fila apparire, sentì un gran colpo nel cuore
e tra le schiere dei suoi si ritrasse, fuggendo la morte
(Ibidem, vv.30-32)
Vale a dire, girò i tacchi e andò a nascondersi dietro agli scudi e alle corazze dei suoi compagni. Una gran bella figura, insomma.

A questo punto interviene Ettore, il vero eroe in campo troiano, nonché fratello di Paride, uno degli innumerevoli figli di Priamo, il quale lo assale con parole oltraggiose:

Paride tristo, bello di viso, che impazzi a sedurre
le donne, oh non fossi mai nato e celibe fossi morto:
questo preferirei e sarebbe più vantaggioso
d’essere invece così la vergogna e l’odio degli altri.
Certo sghignazzano i Danai chiamati, che avevano creduto
che fossi un valente campione, visto che sei così bello
nell’aspetto, ma in cuore non hai né valore né forza
. (III, vv.38-45)

Insomma, ormai lo sapevano tutti che il bell’Alessandro era una sorta di “bello senz’animo”. Diciamo pure, prendendo a prestito le parole con cui Manzoni presenta don Abbondio, che non era nato, insomma, con un cuor di leone . Diciamo anche che a buon diritto Ettore s’infuria: gli rimprovera, tra le altre cose, di essersi scelto, per rapirla, non solo la donna più bella del mondo, ma anche parente di arditi guerrieri. Proprio uno sciagurato!
E gli insulti non si fermano: Ettore continua impietoso, affermando che solo attraverso il confronto con Menelao si potrebbe rendere conto di qual uomo si tiene la moglie. E allora:
La cetra e di Afrodite i doni non ti gioveranno,
la chioma e la bellezza, se vinto cadrai nella polvere
(III, vv.54-55)
A questo punto al bell’ “eroe” non resta che cedere e proporre, poco convinto, di affrontare da solo in duello Menelao. Il vincitore potrà, dunque, a buon diritto tenersi la bella Elena.

La notizia del duello si diffonde subito e il pubblico si riunisce velocemente sulla rocca di Ilio. Ai poveri Troiani non pare vero di poter, in breve, uscire da quell’incubo. Personalmente credo che a nessuno importasse che il bel Paride salvasse la pelle, nemmeno ad Elena che già si era pentita di essersi lasciata sedurre dal suo fascino e, diciamo la verità, si sentiva un po’ in colpa per aver provocato tutto quel putiferio. La ritroviamo, Elena, sulla rocca insieme agli altri Troiani pronti a tifare per Paride, probabilmente, senza però confidare troppo nella sua vittoria (visto il tipo). La donna è avvicinata dal suocero Priamo che con molto savoir faire le manifesta il suo affetto e la solleva da ogni colpa:
Ai miei occhi tu non sei colpevole, ma gli dei;
essi suscitarono la guerra luttuosa degli Achei
. (III, vv.164-165)
In realtà il re non ha torto, vista e considerata la brillante idea di Ate (la dea della discordia) di seminar zizzania fra le colleghe con quella benedetta mela d’oro!
Le affettuose parole di Priamo, però, nascondono un secondo fine che non tarda a palesarsi: quello di conoscere dalla nuora nomi, cognomi (o meglio patronimici), qualità e difetti degli eroi greci su cui Elena, stando prima dall’altra parte, deve per forza essere informata. La donna, da parte sua, risponde volentieri alle curiosità del re, non prima, però, di essersi sfogata:
Meglio sarebbe stato che io preferissi morte terribile,
quando seguii tuo figlio lasciando il talamo e gli amici,
la figlia delicata e le amabili coetanee
. (III, vv.173-175)
In effetti, non si era comportata in modo esemplare: pazienza mettere le corna al marito, ma fuggire lasciando anche una figlia! Si tratta di Ermione, anch’ella alquanto sfortunata: infatti andò in sposa ad un tale Neottolemo, figlio di Achille, che amava profondamente nonostante fosse promessa ad Oreste. Costui, poi, uccise il rivale e si riprese la fanciulla. A quei tempi faccende come queste venivano sbrigate velocemente e senza tanti complimenti.

Tornando ai sensi di colpa della nostra Elena, in un successivo colloquio con Ettore dà di sé un giudizio ancor più severo (condivisibile, tra l’altro, da molti suoi contemporanei):

Cognato mio, di me cagna che ha tramato disgrazie funeste,
meglio sarebbe stato che nel giorno in cui la madre mi generò
una malvagia tempesta di vento mi avesse trascinata via,
sulle vette di un monte o nel mare echeggiante infinito,
e le onde mi avessero travolta prima che questi mali si compissero.
Ma poiché gli dei così hanno stabilito queste sciagure,
avrei preferito essere la sposa di un uomo più valoroso,
che conoscesse la vendetta e le innumerevoli offese degli uomini.
Costui invece non ha animo saldo, né mai lo avrà:
e io penso che un giorno ne raccoglierà i frutti
. (VI, vv.345-349)

Belle parole, non c’è che dire; in questa circostanza il vero uomo è proprio Elena che non solo ribadisce le sue colpe, assumendosi le proprie responsabilità, ma riesce ad inveire, in modo garbato, contro il suo sposo, prendendosi, almeno a parole, la sua rivincita.
Ma cos’è che porta la donna ad esprimersi in tal modo? Avevamo lasciato la rocca di Troia affollata di pubblico accorso per assistere allo spettacolo dell’anno: Paride contro Menelao, all’ultimo sangue. Elena sta sempre a fianco del re Priamo quando inizia il duello. I due eroi con le loro belle armi si posizionano uno di fronte all’altro sul campo, agitando le lance. Colpisce per primo Alessandro ma manca il bersaglio; il greco risponde, non prima di aver invocato Zeus affinché gli dia una mano contro il traditore. Fallito a sua volta il colpo, furibondo più che mai Menelao si rivolge nuovamente al padre degli dei che pare non aver colto le sue preghiere. Probabilmente in quel momento l’Olimpio era impegnato; una dea libera e a disposizione di Paride, però, c’era: la cara Afrodite che forse si era fatta un esame di coscienza – “Bel casino ho combinato!” – ed interviene pronta e veloce a salvare il suo protetto facendo finire l’incontro 0 a 0. Immaginatevi i fischi che dovevano provenire dagli spalti … pardon, dalla rocca! Non si poteva nemmeno sperare nei tempi supplementari, cosicché quello che doveva essere l’incontro, anzi lo scontro decisivo, si risolve in un nulla di fatto, riportando la situazione al punto di partenza.
La guerra, quindi, continua ma non sarà certo Paride, con il suo coraggio e le sue sole forze, a risolvere la situazione; con un colpo di fortuna – e l’aiuto di Apollo – riuscirà ad uccidere Achille, il più valoroso dei Greci. Sarà, però, ferito da Filottete, infallibile arciere, e quando si recherà, alquanto sfacciatamente, da Enone, la fanciulla sedotta e abbandonata sul monte Ida, per essere curato con una delle sue erbe mediche – la ninfa, infatti, era un’esperta in fitoterapia – lei gli negherà il suo aiuto e lo lascerà morire. Finalmente una che si comporta da vero uomo! Peccato che poi la poveretta si lasci torturare dal rimorso fino al suicidio.

Come tutti sanno, la guerra sarà vinta dai Greci grazie all’astuzia di quel gran figlio di … chiamato Odisseo, per gli amici Ulisse.
Elena, invece, che fa? Come si dice, “morto un papa se ne fa un altro” … morto Paride, la fanciulla sposa uno dei cognati troiani, Deifobo, un vero eroe, visto che era riuscito anche a ferire Achille durante uno scontro. Caduta Troia, però, la perfida donna vuole riguadagnarsi i favori dell’ex e introduce Menelao, accompagnato dall’immancabile Ulisse, nella sua stanza nuziale e fa trucidare l’ignaro Deifobo. Una vera megera! Altro che sesso debole.
Dopo la fine del suo terzo marito, se ne torna tranquilla in Grecia con il primo che la perdona (ci vuole un bel coraggio, però!) e vive in pace con lui finché, sopraggiunto il decesso anche di questo, viene cacciata con tutte le più sante ragioni dai figli di lui. Si rifugia quindi a Rodi presso un’amica – almeno, era convinta che lo fosse! – una certa Polisso che, a tradimento, la fa impiccare. Secondo altre fonti, Elena si suicida ma, conoscendo il tipo, credo proprio che non l’avrebbe mai fatto: troppo orgogliosa e troppo abituata a vincere. Dalla morte di Paride in poi, la storia di Elena sembra quella di alcune dive di Hollywood che si divertono a far strage di uomini, facendoli cadere nelle loro reti con grande facilità. È il caso di dirlo: nonostante quello che gli antichi scrittori vogliono farci credere, erano le donne, almeno quelle come Elena, a portare i pantaloni in casa. Altro che il bel Paride-Alessandro!

[nell’immagine: “Paride” di Antonio Canova, Venezia, Museo Correr]

Pagina precedente

Scelti per voi

Selezione di post che hanno attirato la mia attenzione scelti per voi dalla blogsfera

wwayne

Just another WordPress.com site

Diario di Madre

Con note a margine di Figlia

Scrutatrice di Universi

Happiness is real only when shared.

Like @ Rolling Stone

Immagini, parole e pietre lanciate da Mauro Presini

Dottor Lupo Psicologo-Psicoterapeuta. Battipaglia (SA)

Psicologo Clinico, Terapeuta EMDR di livello II, Psicoterapeuta Cognitivo Comportamentale, Terapia Metacognitiva Interpersonale.

Scaffali da leggere

Consigli di letture, recensioni e frasi tratte dai libri.

Willyco

in alto, senza parere

Macaronea

Considerazioni sparse di una prof di lettere.

Diemme - La strada è lunga, ma la sto percorrendo

Non è vero che sono invincibile, mi rompo in mille pezzi anche io...è solo che ho imparato a non fare rumore. *** Amami quando meno lo merito, che è quando ne ho più bisogno (Catullo) - Non sprecate tempo a cercare gli ostacoli: potrebbero non essercene. Franz Kafka —- Non è ciò che tu sei che ti frena, ma ciò che tu pensi di non essere. Denis Waitley -- Non c'è schiaffo più violento di una carezza negata

viaggioperviandantipazienti

My life in books. The books of my life

oןısɐ,ןןɐ ɐɯ ɐןonɔs ɐ opɐʌ uou

pagina a traffico illimitato, con facoltà di polemica, di critica, di autocritica, di insulti, di ritrattazioni, di sciocchezze e sciocchezzai, di scuola e scuole, buone e cattive, di temi originali e copiati, di studenti curiosi e indifferenti, autodidatti e eterodidatti, di nonni geniali e zie ancora giovani (e vogliose), di bandiere al vento e mutande stese, di cani morti e gatti affamati (e assetati)

Marirò

"L'esistenza è uno spazio che ci hanno regalato e che dobbiamo riempire di senso, sempre e comunque"

PindaricaMente

C'è una misura in ogni cosa, tutto sta nel capirlo (Pindaro)

Il mestiere di scrivere

CORSI DI SCRITTURA CREATIVA, ATTUALITA' EDITORIALE, DIDATTICA E STRUMENTI PER LA SCRITTURA

dodicirighe

...di più equivale a straparlare.

marialetiziablog

salviamolascuolaprimadisubito.com site

Studio di Psicoterapia Dr.ssa Chiara Patruno

Psicologa - Psicoterapeuta - Criminologa - Dottore di Ricerca Università Sapienza

Le Parole Segrete dei Libri

Una stanza senza libri è come un corpo senz'anima.

onesiphoros

[...] ἀλλ᾽ ὥσπερ ἄνθρωπος, φαμέν, ἐλεύθερος ὁ αὑτοῦ ἕνεκα καὶ μὴ ἄλλου ὤν, οὕτω καὶ αὐτὴν ὡς μόνην οὖσαν ἐλευθέραν τῶν ἐπιστημῶν: μόνη γὰρ αὕτη αὑτῆς ἕνεκέν ἐστιν. Aristot. Met. 1.982b, 25

Il ragazzo del '46

Settanta: mancano solo 984 anni al 3000.

Insegnanti 2.0

Insegnare nell'era digitale

la mutazione nella connessione

Prove di pensiero di GIOVANNI BOCCIA ARTIERI

Psicologia per Famiglia

Miglioriamo le relazioni in famiglia, nella coppia, con i figli.

Studia Humanitatis - παιδεία

«Oὕτως ἀταλαίπωρος τοῖς πολλοῖς ἡ ζήτησις τῆς ἀληθείας, καὶ ἐπὶ τὰ ἑτοῖμα μᾶλλον τρέπονται.» «Così poco faticosa è per i più la ricerca della verità, e a tal punto i più si volgono di preferenza verso ciò che è più a portata di mano». (Tucidide, Storie, I 20, 3)

unpodichimica

Non tutto ciò che luccica è oro, ma almeno contiene elettroni liberi G.D. Bernal

scuolafinita

Un insegnante decente (CON IL DOTTOR DI MATTEO)

la fine soltanto

un blog e un libro di emiliano dominici (per ingrandire la pagina premi ctrl +)

ACCENDI LA VITA

Pensieri, parole and every day life

CRITICA IMPURA

LETTERATURA, FILOSOFIA, ARTE E CRITICA GLOBALE

Laurin42

puoi tutto quello che vuoi ( whatever you want you can)

LE LUNE DI SIBILLA

"Due strade trovai nel bosco, io scelsi la meno battuta, per questo sono diverso"(R.Frost)

Il mondo di Ifigenia

Svegliati ogni mattina con un sogno da realizzare!

Ombreflessuose

L'innocenza non ha ombre

Into The Wild

Happiness is real only when shared

Alius et Idem

No sabía qué ponerme y me puse feliz.

A dieta...

...ma con una forte passione per il cibo e le rotondità!

Le Ricette di Cle

Ricette collaudate per ogni occasione

Messaggi in Bottiglia

Il diario di Cle

OHMYBLOG | PAOLOSTELLA

just an other actor's blog

espress451

"In ogni cosa c'è un'incrinatura. Lì entra la luce" - Leonard Cohen

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: