30 settembre 2016

LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDÌ: COME TI COSTRUISCO UN GRATTACIELO IN LEGNO

Posted in attualità, La buona notizia del venerdì, Milano tagged , , , , , , , , a 7:15 pm di marisamoles

grattacieli_legno
Ma le case in legno durano? E non prendono fuoco più facilmente? Ma saranno antisismiche? Vabbè, ma al massimo si potrà costruire una casetta, mica un grattacielo!

Ebbene, tutte queste domande hanno una risposta.

Le case in legno resistono anche più di 1.000 anni! Incredibile, no?

Non bruciano perché il materiale di costruzione detto CLT, uno speciale laminato ottenuto dalla sovrapposizione di più strati di legno incollati uno sopra l’altro con angolazioni definite, essendo molto compresso tende a non bruciare, proprio come un caminetto o una stufa troppo piene di legna faticano ad accendersi.

Le case in legno sono pure antisismiche, se consideriamo che il Tempio della Legge Fiorente, una pagoda di 5 piani alta 32 metri, in Giappone, è stata costruita con tronchi tagliati nel 594 d.C. e da allora ha resisito senza grossi traumi agli agenti atmosferici, agli incendi e a molti terremoti.

Se pensiamo alla tipica “casetta in Canadà”, ci sbagliamo: attualmente l’edificio in legno più alto del mondo si trova in Norvegia, a Bergen, e ha 14 piani. Un primato destinato ad essere superato a breve: alla fine del prossimo anno la University of British Columbia, in Canada, inaugurerà un residence per studenti di 18 piani.

Insomma, pare che gli architetti moderni siano tornati all’antico. L’utilizzo del legno, ovviamente associato alle nuove tecnologie, viene scelto come materiale di costruzione anche per il basso impatto ambientale: la costruzione di un palazzo in legno ha un’impronta ecologica fino al 75% inferiore rispetto a quella di un edificio tradizionale.

E se pensate alle foreste abbattute, state tranquilli: tutto il materiale proviene da foreste gestite nel rispetto ambientale, tramite un processo di disboscamento ecosostenibile.
Senza considerare i vantaggi: la costruzione con il legno è meno cara e molto più veloce rispetto a quella tradizionale. I cantieri per l’edificazione con il legno richiedono infatti meno attrezzature e meno mezzi rispetto al cemento armato.

A questo punto è doveroso chiederci quando anche in Italia si penserà alle case in legno, anche per arginare la cementificazione che di per sé non è un bello spettacolo. Pare che qualcosa si stia già muovendo: a Milano, per esempio, è stato realizzato Cenni di Cambiamento, un complesso residenziale composto da 4 torri di 9 piani costruite con pannelli portanti in CLT. Si tratta del più grande progetto europeo che utilizza questa tecnologia per altezza complessiva e per numero di unità abitative insieme.

Dunque, non siamo proprio l’ultima ruota del carro. E questa è senz’altro un’ottima notizia!

[fonte della notizia: Focus.it; nell’immagine, da questo sito, il progetto della Tall Wood Building, torre di 30 piani nel cuore di Vancouver]

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4 luglio 2016

LIBRI: “LA LIBRERIA DELLE STORIE SOSPESE” di CRISTINA DI CANIO

Posted in libri, Milano tagged , , , , , , , , , , , a 6:40 pm di marisamoles

PREMESSA
Ho acquistato questo romanzo spinta dalla curiosità. Avevo sentito parlare di Cristina Di Canio e della sua libreria milanese grazie al post dell’amica Laura (Arriva il libro sospeso, dopo pane, pizza e caffè) in cui tratta delle librerie, in Italia sempre più numerose, in cui è possibile lasciare un “libro sospeso” per il cliente che entrerà dopo di noi. Un’iniziativa che nasce nel Sud, grazie alla generosità dei napoletani che molti anni fa hanno inventato il “caffè sospeso”, cui Luciano De Crescenzo ha dedicato anche un libricino assai gradevole (ne ho parlato QUI).

L’AUTRICEcristinadicanio
Cristina Di Canio, classe 1984, figlia di un operaio e di una casalinga, ha sempre avuto il pallino dei libri. Fin da piccola è stata irresistibilmente attratta dalla lettura, coltivando il sogno di diventare una libraia. Ma la realtà, molte volte, ci costringe a fare altre scelte: Cristina, mentre studia per diventare perito turistico, svolge svariati lavori come baby-sitter e cameriera. Dopo il diploma le viene offerto un contratto a tempo indeterminato come commessa da Benetton che rifiuta. Il suo sogno è un altro e sa che prima o poi lo realizzerà.
Seguono altri no, lavori che avrebbero fatto gola a tanti giovani come lei. «Ho mandato all’aria tante chance, sarà che avevo quel tarlo in testa… – spiega in un’intervista pubblicata sul Corriere – Nel tempo libero mi informavo su come aprire una libreria, mi spingeva una frase di Un posto nel mondo di Fabio Volo: “Voglio di più per me, voglio buttarmi per cadere verso l’alto”».

Dopo aver fatto i conti con la realtà per troppo tempo, arriva per l’autrice la grande occasione di dare una svolta alla sua vita: nel 2010 lascia un posto fisso da office manager in una sociatà energetica per rincorrere il suo unico sogno. Accetta un contratto part time in una libreria «per vedere se la sconfinata passione per i libri potesse davvero diventare un lavoro». Questa specie di test ha un esito positivo e, complice la lettura di Libraio per caso di Romano Montroni, decide di mettersi in proprio. Nasce così “Il mio libro”, la libreria di Cristina, un negozietto di appena 30 mq nel quartiere milanese di Porta Romana in cui è cresciuta. Dal colore delle pareti del negozio viene affettuosamente detta “La scatola lilla” che dà il nome anche a un blog attraverso il quale vengono diffuse varie iniziative legate all’attività della libreria.

«Non volevo una semplice libreria, desideravo creare un punto d’incontro e ce l’ho fatta. Organizzo laboratori per i bimbi, incontri con gli autori, aperitivi. Alcune attività, come i corsi di scrittura creativa, mi aiutano a sostenere le spese, oltre all’affitto ho un mutuo di 10 anni, l’ho dovuto accendere per comprare il primo assortimento di libri», spiega la Di Canio sempre nell’intervista sul Corriere.

L’inizio non è stato dei più facili ma a Cristina non mancano le idee: «Prendendo spunto da La libreria del buon romanzo di Laurence Cossé, ho iniziato a chiedere ai clienti di recensire i libri in vendita su dei biglietti che infilo tra le pagine o di suggerirmi titoli che hanno amato: uno scambio che li fa sentire partecipi consentendo a me di migliorare la selezione».
Nel 2014 è arrivato il “libro sospeso”, sulla scia di iniziative analoghe sparse lungo tutto lo stivale. «Ho sempre pensato che il libro fosse portatore sano di emozioni e sogni. Oggi il “ libro sospeso” è un VIRUS che si sta diffondendo in tutta Italia. Ma non preoccupatevi non dovete vaccinarvi anzi. Contagiate più persone possibili!», scrive la Di Canio in un post sulla sua pagina Facebook.

A maggio 2016 da questa entusiasmante esperienza è nato il romanzo, dichiaratamente autobiografico, La libreria delle storie sospese edito da Rizzoli. Cristina rifiuta l’appellativo di “scrittrice”: «Ma non voglio essere chiamata così. Con questo libro (e non ce ne saranno altri in futuro) spero solo di far conoscere la mia storia e la mia attività. A parte alcuni elementi romanzati, ciò che ho messo in queste pagine è tutto vero: Nina sono io, mi sono ribattezzata con il nome di una delle mie due gatte perché mi sembrava carino». [per la biografia, oltre il Corriere già citato, ho fatto riferimento anche a interviste uscite sull’HuffingtonPost e su IoDonna, da cui è tratta anche l’immagine]

coverlibreria storie sospese

LA TRAMA
Nina è una giovane donna, da sempre amante dei libri, che a un certo punto decide di dare un calcio alla sorte che le aveva offerto su un piatto d’argento un buon impiego, per rincorrere il suo sogno di aprire una libreria. Nasce, così, “la scatola lilla”, una libreria indipendente, piccola ma graziosa, che con fatica riesce a farsi un nome, grazie anche all’iniziativa del “libro sospeso”. La zona in cui sorge il negozietto è Porta Romana, un quartiere di Milano che negli ultimi anni è diventato sempre meno periferico, abbracciando il centro di una città continuamente in espansione. Nulla a che vedere con la zona operaia, popolata da migranti (provenienti specialmente dal Sud), che qualche decennio fa occupavano le chiassose case di ringhiera, accontentandosi di poco perché quel poco era abbastanza rispetto alla prospettiva di morire di fame nel meridione che quasi nulla aveva da offrire ai suoi figli.

il_mio_libro_milano1La “scatola lilla” è per Adele una specie di seconda casa e il legame che si instaura tra la giovane Nina e l’anziana signora è molto forte.

Quando il destino mi ha portato da Nina, è stato un viaggio indietro nel tempo. Ho ritrovato molto di me in lei. Non ha la mia durezza né il mio cinismo, che mi sono serviti da scudo per tutte le battaglie della mia lunga vita, ma è determinata, visionaria e temeraria. (pp. 71-72)

Porta Romana è anche il quartiere dove è vissuta Adele, proveniente dal paesino pugliese di Ginosa dove ancora i fratelli litigavano su come dividersi fino all’ultimo centimetro le terre e gli ulivi lasciati dal padre, morto con le mani piene di calli e senza aver mai baciato i figli, per non “perdere il loro rispetto”. (pag. 62)

Adele è un’ottantenne, “un pezzo d’antiquariato”, come ama definirsi, ed è la co-protagonista di questo romanzo nonché la voce narrante. Emigrata a Milano con il marito Domenico, già scomparso al tempo del racconto, è madre delle gemelle Maria e Rosa, arriviste e spose dei rampolli della Milano bene. La sua famiglia includeva anche l’amatissima Angela, nata per caso e strappata al troppo amore dei genitori in giovane età.

Il ruolo di Adele non è solo quello di narrare ciò che accade attorno a lei in quella bizzarra libreria dove regna il caos che solo Nina è in grado di gestire. All’anziana signora è affidato il compito di testimoniare il cambiamento subito dal quartiere in cui sorge “Il mio libro”:

Un tempo qui, a poche decine di metri da noi, arrivavano e partivano treni in continuazione. Portavano passeggeri stipati nei vagoni sporchi del solito fumo nero che non ci abbandonava mai. Erano gli operai che arrivavano dalla provincia, per riversarsi nelle manifatture, nelle officine, nelle fabbriche con le fornaci sempre accese. La ferrovia era un essere animato, una cosa viva, che tutto il giorno sbuffava, brulicava, strisciava. A guardarla adesso, deserta, attraversata solo da sparuti veicoli delle linee suburbane, spesso ritrovo di disperati, drogati in cerca di una fuga, vagabondi bisognosi di un riparo, stranieri senza più una patria, un’identità e la dignità, a caccia di un nascondiglio, è difficile immaginare come sia stata, per lungo tempo, il centro esatto del mondo. Del mio mondo. (pag. 149)

Attraverso la voce di Adele, sprofondata nella sua poltrona tanto da sentirsi, a volte, lei stessa un pezzo di arredamento, scopriamo le storie di altri personaggi che frequentano il negozietto: Emma la fioraia e Ilaria, inguaribile romantica che affida al “libro sospeso” il ruolo di Cupido, nel tentativo di far breccia nel cuore di Paolo, lettore sconosciuto, amore virtuale che lei vorrebbe vedere concretizzato. Poi c’è il musicista Leonardo il quale, entrato in sordina, avrà un ruolo importante nella vicenda.

Tra tante storie d’amore fissate per sempre sulle pagine dei libri, ce n’è una vera, anzi due. Il cuore di Nina è diviso tra Filippo e Andrea, entrambi persone inaffidabili su cui la saggia Adele esprime giudizi tanti lapidari quanto impietosi, pur senza farsi sentire. Anche la tentazione di mettere in guardia la giovane libraia da un uomo, Filippo, con cui conviveva da anni e che si era rivelato un vile traditore, viene allontanata per il bene dell’amica. Adele sa la verità su Filippo ma la tiene nascosta a Nina che, più tardi, l’abbandonerà in favore del bell’Andrea, pieno di segreti anche lui.

Avrei dovuto dirlo a Nina? […] Mi sarei dovuta intromettere nella sua vita più privata, istillarle il dubbio, darle il via a una serie di sgradevoli eventi, per essermi trovata nel posto sbagliato al momento sbagliato? […] E comunque lo è venuto a sapere da sola. La verità è un vecchio tronco di legno che viene sempre a galla. (pp. 84-85)

La “scatola lilla”, a volte meta di personaggi di passaggio alquanto stravaganti, fa da contorno a tante storie, alcune felici altre meno, pezzi di vita già scritti o storie sospese. Storie vere intrecciate con altre inventate, nate dalla penna di autori famosi. Libri che diffondono nel piccolo ma vivace spazio un intenso odore di carta. E la magia di tante pagine in attesa di essere lette.

***

Il romanzo di Cristina Di Canio è, a mio parere, una gradevole lettura. La scrittura è semplice ma allo stesso tempo efficace, a volte velata di una sottile malinconia, altre vivacizzata dall’entusiasmo del momento.
La narrazione, come già detto, è in prima persona: Adele, l’io-narrante, alterna i flashback in cui rievoca i momenti salienti della sua vita, alla descrizione di ciò che vede e sente dalla sua posizione privilegiata: la poltrona su cui siede tutti i giorni per l’intero orario di apertura della libreria. L’unico difetto che ho riscontrato (a parte alcuni refusi che davvero è difficile aspettarsi da un editore come Rizzoli!) è la grafica: personalmente avrei scelto il corsivo per i flashback o comunque quelle parti che si discostano dal tempo del racconto. In questo modo, anche visivamente, sarebbe più facile e immediato distinguere i due piani narrativi.
Un espediente di grande effetto è sicuramente l’aver scelto come introduzione ad ogni capitolo alcune frasi di pezzi musicali di autori più o meno famosi, molti dei quali riferiti a Milano. Ad esempio, quello tratto dalla canzone Domenica bestiale di Fabio Concato:

Sapessi amore mio come mi piace
partire quando Milano dorme ancora
vederla sonnecchiare e accorgermi che è bella
prima che cominci a correre e urlare
. (pag. 175)

E Milano è il palcoscenico su cui si muovono le storie narrate in questo romanzo. La Milano di ieri, rievocata nei ricordi di Adele, e quella di oggi. Una Milano diversa ma non meno bella. Non una Milano da bere, come recitava un vecchio spot, ma una Milano da leggere. Meglio se all’interno di una “scatola lilla”.

VISITA ANCHE LA PAGINA “LE MIE LETTURE”

[immagine del negozio dal sito sulromanzo.it]

21 marzo 2016

NEL GIORNO DEDICATO ALLA POESIA IL CAFFÈ SI PAGA … IN VERSI

Posted in attualità, cultura, Milano, poesia, web tagged , , , , , , , a 2:13 pm di marisamoles

POESIA
Il 21 marzo è il primo giorno di primavera ma si celebra anche la Giornata Mondiale della Poesia.

Molte sono, in Italia, le iniziative legate a questa giornata. Ad esempio, si può pagare un espresso con i versi… naturalmente scritti di proprio pugno. Un’iniziativa che non è nuova ma quella del caffè viennese Julius Meinl è davvero speciale.

Il 21 marzo, infatti, nelle 1.300 caffetterie in cui è presente il caffè viennese Julius Meinl, in ben 30 Paesi in tutto il mondo, ha deciso di offrirne uno a chiunque abbia voglia di lasciare il proprio componimento scritto su un foglio di carta. Lo scopo è quello di diffondere un po’ di felicità.

A Milano, con tutte le poesie scritte verrà creata un’installazione che sarà posizionata in un quartiere romantico della città. L’esatta ubicazione per il momento è top secret.

L’iniziativa si chiama «Pay with a Poem», e l’hashtag della giornata è #poetryforchange, poesia per il cambiamento. Come osserva il poeta torinese Guido Catalano, che festeggerà la Giornata Mondiale della Poesia con un incontro (dalle 11 alle 15) alla pasticceria Bagalà in piazza Diaz a Milano, «Non solo la poesia rende migliore le nostre vite ma anche le nostre vite possono rendere migliore la poesia. Dunque viviamo il più possibile e, se possibile, leggiamone parecchia».

Visto che il mio blog è frequentato da veri talenti in ambito poetico, invito chi ne ha voglia a lasciare i suoi versi nello spazio commenti. Sarò lieta di offrire loro (ma anche a tutti i lettori che passeranno di qua) un buon caffè. 😉

caffè cuore

[notizia da VanityFair; immagine sotto il titolo da questo sito; immagine tazzina da questo sito]

21 ottobre 2011

SEI IN CONGEDO E VUOI INDOSSARE L’UNIFORME? L’ESERCITO DEVE ESSERE AVVISATO

Posted in cronaca, Milano tagged , , , , a 9:29 pm di marisamoles

Leggendo una notizia di cronaca, nonostante si tratti di un omicidio, la parte finale dell’articolo, pubblicato su Il Corriere, mi ha fatto sorridere.

Il fatto è questo: un uomo di 53 anni, Mauro Pastorello, ex ufficiale dell’esercito, ha ucciso il regista trentanovenne Mauro Curreri, mentre egli si trovava in un teatro in zona Navigli a Milano. Il movente pare sia di tipo economico: sembra, infatti, che il regista avesse il vizio di non pagare i collaboratori e per questo Striscia la notizia tempo fa gli aveva dedicato un servizio.

L’omicida si è presentato nel teatro in cui lavorava il regista, armato di pistola risalente al dopoguerra e con addosso la divisa di capitano dell’esercito. Ora, la cosa che il pover’uomo evidentemente ignorava, è che «non era autorizzato a nessun titolo» ad indossare l’uniforme che portava al momento dell’omicidio. Secondo le fonti dell’Esercito, infatti, i militari in congedo possono vestire con l’uniforme per andare a cerimonie, ma per farlo debbono prima chiedere un’autorizzazione speciale ai comandi dell’Esercito, cosa che non è stata fatta in questo caso.

Così si chiude l’articolo. Una conclusione piuttosto esilarante, a parer mio, che stride con la tragicità del fatto riportato.
Ma io mi chiedo: che cosa avrebbe dovuto fare Mauro Pastorello? Scrivere una lettera di questo tipo al comando militare: “Io sottoscritto … , capitano dell’Esercito in congedo, chiedo l’autorizzazione ad indossare la divisa perché devo uccidere un uomo in quel di Milano e lo voglio fare in uniforme“?

12 marzo 2011

LE POESIE DEL RISORGIMENTO: “SANT’AMBROGIO” DI GIUSEPPE GIUSTI

Posted in 150 anni unità d'Italia, Letteratura Italiana, Milano, poesia tagged , , , , , , , , a 7:11 pm di marisamoles

La letteratura italiana di metà Ottocento fu caratterizzata dal binomio poesia-patriottismo. Il Risorgimento dei poeti fu, infatti, legato ad una letteratura che venne definita “per il popolo”, in altre parole quella borghesia che Giovanni Berchet, nella Lettera semiseria di Grisostomo al suo figliolo, individuò come il pubblico ideale. Una poesia che aveva lo scopo di smuovere le coscienze, che tuonava contro lo “straniero”, che anelava all’indipendenza, nei cui versi il poeta intrecciava amor patrio e sentimento individuale per condividere con gli Italiani un fermento d’emozioni che aveva un denominatore comune: la voglia di essere una nazione, di vivere in uno Stato finalmente unitario.

Uno dei poeti, un tempo certamente più conosciuti dagli studenti (i suoi versi si imparavano a memoria fin dalle elementari, spesso senza capirci un’acca), è Giuseppe Giusti(1809-1850), i cui versi sono caratterizzati dall’associazione tra la satira e l’invettiva, efficacemente espressa usando, tuttavia, un linguaggio, la parlata toscana, spesso oscuro e, comunque, di non facile impatto. Eppure lui le sue poesie le chiamava “scherzi”, senza prendersi troppo sul serio. Su uno di questi “scherzi”, Sant’Ambrogio, lavorò a lungo per giungere ad una poesia dal tono narrativo, con uno stile colorito e colloquiale, fondendo l’emozione lirica con l’occasione comica. Il risultato è una lirica tradizionale nella forma ottave di endecasillabi, rimati secondo lo schema ABABABCC, quello del poema epico cavalleresco, per intenderci) ma decisamente fuori dal comune nel contenuto, specialmente laddove il poeta vuole esprimere un giudizio severo nei confronti dell’oppressore ma nello stesso tempo esterna, attraverso il registro comico, un atteggiamento pietoso e tollerante verso chi in casa altrui la fa da padrone.

La lirica prende spunto da un fatto realmente accaduto: mentre si trovava a Milano, ospite di Alessandro Manzoni, Giusti fece visita alla basilica di Sant’Ambrogio, al cui interno s’imbatté in un gruppo di soldati austriaci che a quei tempi occupavano il Lombardo-Veneto. Ad un primo sentimento di repulsione nei confronti dell’oppressore, si sostituisce una sorta di compartecipazione alla sorte di quei soldati che, lontani dalla patria, sono ridotti, forse loro malgrado, a strumento di sopraffazione. Il canto intonato da quei soldati suscita nel poeta una commozione inaspettata da cui scaturisce una riflessione profonda sulla sorte dei popoli che spesso sono soltanto delle marionette nelle mani di chi detiene il potere.

Immaginando di rivolgersi ad un alto funzionario della polizia o granducale (il poeta è pistoiese) o austriaca, Giusti inizia con questi versi:

Vostra Eccellenza, che mi sta in cagnesco
per que’ pochi scherzucci di dozzina,
e mi gabella per anti-tedesco
perché metto le birbe alla berlina,
o senta il caso avvenuto di fresco
a me che girellando una mattina
càpito in Sant’Ambrogio di Milano,
in quello vecchio, là, fuori di mano.

Fin dall’incipit si può osservare l’ironia con cui il poeta esprime la sensazione di essere guardato in cagnesco da quel funzionario che l’ha di certo etichettato come anti-tedesco perché nei suoi scherzucci si prende gioco dei birbanti (tiranni, traditori, finti liberali …). Dopo il preambolo, con quel O senta tutto toscano si appresta a raccontare al suo interlocutore ciò che gli era successo una mattina in occasione di una visita nella basilica di Sant’Ambrogio.

M’era compagno il figlio giovinetto
d’un di que’ capi un po’ pericolosi,
di quel tal Sandro, autor d’un romanzetto
ove si tratta di Promossi Sposi…
Che fa il nesci, Eccellenza? o non l’ha letto?
Ah, intendo; il suo cervel, Dio lo riposi,
in tutt’altre faccende affaccendato,
a questa roba è morto e sotterrato.

Il poeta si trova in compagnia del giovane figlio del Manzoni (forse Filippo), qui chiamato confidenzialmente Sandro e scherzosamente definito un di que’ capi un po’ pericolosi, riferendosi, senza mezzi termini, alla palese avversione che Manzoni nutriva nei confronti degli Austriaci e definendo il capolavoro del poeta lombardo romanzetto, prendendosi gioco anche di lui. L’intento di gabbare il funzionario si fa palese in quel Che fa il nesci (più o meno lo gnorri), salvo poi giungere alla conclusione che forse quel romanzo non l’ha letto perché il suo cervello ha tante altre faccende di cui occuparsi, prima fra tutte, è sottinteso, rendere infelici i poveri “oppressi”. Ecco che, proseguendo lo scherzo, arriva la sferzata per l’ignaro interlocutore: Dio lo riposi è un augurio che solitamente viene rivolto ai morti: il cervello del tale è, dunque, morto e sotterrato, constatazione che porta ironicamente l’attenzione del lettore sull’ignoranza e la pochezza di certi ufficiali.

Entro, e ti trovo un pieno di soldati,
di que’ soldati settentrionali,
come sarebbe Boemi e Croati,
messi qui nella vigna a far da pali:
difatto se ne stavano impalati,
come sogliono in faccia a’ generali,
co’ baffi di capecchio e con que’ musi,
davanti a Dio, diritti come fusi
.

Eccoci arrivati al racconto del fatto accaduto a Giusti in quel di Sant’Ambrogio. Nella basilica il poeta trova dei soldati, forse Boemi o Croati, popolazioni che allora facevano parte dell’Impero Austro-Ungarico. Erano lì, come i pali che sorreggono le vigne, a controllare l’ordine, mandati dai funzionari austriaci (le vigne); l’ironia si coglie anche qui in quell’impalati che li descrive nell’atteggiamento servile di chi è sempre pronto ad obbedire. Anche i baffi che Giusti paragona alla stoppa (capecchio), riferendosi ai caratteristici “colori” di quei popoli, perlopiù biondi, costituiscono una nota ironica che si accompagna a quel dritti come fusi davanti a Dio, come se dovessero stare sull’attenti anche davanti al Creatore.

Mi tenni indietro, ché, piovuto in mezzo
di quella maramaglia, io non lo nego
d’aver provato un senso di ribrezzo,
che lei non prova in grazia dell’impiego.
Sentiva un’afa, un alito di lezzo;
scusi, Eccellenza, mi parean di sego,
in quella bella casa del Signore,
fin le candele dell’altar maggiore.

Ecco che il ribrezzo, la repulsione prende il sopravvento: Giusti non ha voglia di mischiarsi a quella “marmaglia”, un ribrezzo che, ovviamente, il funzionario non può provare, visto che ci vive in mezzo abitualmente e che, proprio grazie a questo suo impiego che gli garantisce lo stipendio, riesce a sopportare. L’aria, poi, là dentro è decisamente viziata (e non può essere altrimenti visti gli “ospiti”), talmente pesante da far sprigionare persino dalle candele un odore non simile alla cera (che allora doveva essere di ottima qualità) quanto al sego con cui i soldati si ungevano i baffi. Insomma, sembra proprio che la sacralità del luogo risenta dell’influsso negativo di quei soldati puzzolenti.

Ma, in quella che s’appresta il sacerdote
a consacrar la mistica vivanda,
di sùbita dolcezza mi percuote
su, di verso l’altare, un suon di banda.
Dalle trombe di guerra uscian le note
come di voce che si raccomanda,
d’una gente che gema in duri stenti
e de’ perduti beni si rammenti
.

Quel Ma nell’incipit della nuova ottava riporta l’attenzione sulla sacralità del luogo e ispira nel poeta una sincera commozione religiosa. Le note di un canto (nell’ottava seguente verrà specificato che si tratta del coro dell’opera verdiana I Lombardi alla prima crociata) rende l’atmosfera soave e nel contempo drammatica: si parla di un popolo che soffre fra gli stenti ricordando tutto il bene che ha perduto. Come non leggere tra le righe la sofferenza dei Lombardi, contemporanei di Manzoni e di Giusti, sottoposti all’ingiusta tirannia austriaca?

Era un coro del Verdi; il coro a Dio
Là de’ Lombardi miseri, assetati;
quello: “O Signore, dal tetto natio”,
che tanti petti ha scossi e inebriati.
Qui cominciai a non esser più io
e come se que’ còsi doventati
fossero gente della nostra gente,
entrai nel branco involontariamente
.

Il coro porta ad una specie di trasfigurazione del poeta che si sente parte di quella gente, di quel branco che prima aveva osservato da lontano e con disprezzo, come se non fosse più lui, rapito dalla musica e dal canto che lo inebria e lo porta ad essere solidale con chi forse non soffre meno di lui.

Che vuol ella, Eccellenza, il pezzo è bello,
poi nostro, e poi suonato come va;
e coll’arte di mezzo, e col cervello
dato all’arte, l’ubbie si buttan là.
Ma, cessato che fu, dentro, bel bello,
lo ritornava a star come la sa;
quand’eccoti, per farmi un altro tiro,
da quelle bocche che parean di ghiro,

un cantico tedesco, lento lento
per l’aer sacro a Dio mosse le penne;
era preghiera, e mi parea lamento,
d’un suono grave, flebile, solenne,
tal, che sempre nell’anima lo sento:
e mi stupisco che in quelle cotenne,
in que’ fantocci esotici di legno,
potesse l’armonia fino a quel segno
.

E sì, ormai è totalmente rapito da quel pezzo nostro, perché legato al concetto di patria, perché appartiene alla nostra cultura, quella italiana, di cui nessuno straniero potrà mai privarci. Sull’onda emotiva di quella musica suonata con arte, ovvero “maestria”, passano in secondo piano anche l’ubbie, i pregiudizi. Ecco, quindi, che al cessar della musica, il poeta vorrebbe ritornare allo stato iniziale, a quella repulsione provata all’entrata in chiesa, ma involontariamente viene giocato da un nuovo tiro: dalle bocche che parean di ghiro (il riferimento ironico è ai baffi dei soldati, simili a quelli del piccolo mammifero) viene intonato un altro canto, questa volta tedesco, che s’innalza verso l’altare, una preghiera che è allo stesso tempo un lamento, un suono grave e solenne, ma contemporaneamente flebile, che gli rapisce per sempre l’anima. L’emozione è, quindi, temperata dall’ironia con cui dipinge gli austriaci: cotenne, in riferimento all’insensibilità come quella della pelle spessa dei maiali, e fantocci esotici di legno, espressione in cui l’aggettivo esotici rimanda a tutto ciò che è estraneo alla nostra cultura. L’empatia, attraverso la musica, si fa incredibilmente concreta.

Sentia, nell’inno, la dolcezza amara
de’ canti uditi da fanciullo; il core
che da voce domestica gl’impara,
ce li ripete i giorni del dolore:
un pensier mesto della madre cara,
un desiderio di pace e d’amore,
uno sgomento di lontano esilio,
che mi faceva andare in visibilio
.

Anche nel coro tedesco il poeta percepisce la rinascita di quel sentimento nostalgico di infanzia e di patria lontana. Il cuore custodisce e ripete nei momenti di dolore i canti imparati da fanciullo: gli affetti familiari, il desiderio di pace, la voglia e l’inclinazione ad amare in modo disinteressato, il dolore per la lontananza dalla patria sono sensazioni che il poeta non può fare a meno di condividere con quei soldati in un primo momento detestati. Anche il tono della poesia cambia e questa ottava costituisce l’apice del pathos.

E, quando tacque, mi lasciò pensoso
di pensieri più forti e più soavi.
Costor, – dicea tra me, – re pauroso
degi’italici moti e degli slavi,
strappa a’ lor tetti, e qua, senza riposo
schiavi li spinge, per tenerci schiavi;
gli spinge di Croazia e dli Boemme,
come mandre a svernar nelle maremme
.

Inizia qui la riflessione profonda di Giusti. A ben vedere questi soldati sono vittime anch’essi del potere: un imperatore timoroso dei moti insurrezionali, tanto in Italia quanto nei paesi slavi, strappa alle loro case (evidente qui la metonimia tetti) questi uomini che tengono schiavi noi pur essendo schiavi anch’essi. (evidente qui il chiasmo che rende ancor più drammatica la considerazione del poeta). Provengono dalla Croazia e dalla Boemia ma non sono poi molto diversi da quelle mandrie di buoi che i pastori toscani portano in Maremma a svernare.

A dura vita, a dura disciplina,
muti, derisi, solitari stanno,
strumenti ciechi d’occhiuta rapina,
che lor non tocca e che forse non sanno;
e quest’odio, che mai non avvicina
il popolo lombardo all’alemanno,
giova a chi regna dividendo, e teme
popoli avversi affratellati insieme
.

L’ottava inizia con un’enumerazione per asindeto che rende particolarmente lento il ritmo dei primi versi. È come se il poeta volesse sottolineare il senso della desolazione che caratterizza la vita dei soldati, incolpevoli strumenti della rapacità consapevole (occhiuta rapina) del sovrano, senza goderne i frutti. La rapacità, poi, riporta allo stemma austriaco, l’aquila grifagna. Essi, sottoposti ad una dura disciplina e costretti ad una condizione di vita difficile, soffrono in silenzio e solitudine, subendo la derisione di chi li odia per quel che rappresentano. È un odio che divide (efficace, qui, la litote non avvicina) i due popoli, l’italiano e il tedesco, giovando a chi regna e può confidare nell’impossibilità di una loro complicità pericolosa. È il concetto del divide et impera.

Povera gente! lontana da’ suoi;
in un paese, qui, che le vuol male,
chi sa, che in fondo all’anima po’ poi,
non mandi a quel paese il principale!
Gioco che l’hanno in tasca come noi.
Qui, se non fuggo, abbraccio un caporale,
colla su’ brava mazza di nocciòlo,
duro e piantato lì come un piolo
.

Nei primi versi dell’ottava finale c’è ancora spazio per la commozione del poeta: la comprensione arriva alla pietà nei confronti di questa povera gente, lontana dalla patria e costretta a subire l’atteggiamento ostile del paese che l’ospita. Ma presto la pietà sfuma in umorismo e chiude ciclicamente la lirica: l’arguzia di Giusti arriva a definire principale l’imperatore che, forse, i soldati intimamente mandano a quel paese. Magari, è pronto a scommetterlo, non lo sopportano esattamente come gli Italiani.
Ma l’immedesimazione qui si ferma: per non correre il rischio di abbracciare uno di quei soldati, l’autore, ricordandosi del suo spirito patriota, deve fuggire. Il caporale rimane lì, con il suo bastone di nocciolo (era l’insegna dei caporali austriaci), impalato esattamente come l’abbiamo trovato all’inizio della poesia, insieme ai suoi compagni di sventura.

24 settembre 2010

LA MORATTI OFFRE IL MONUMENTALE PER RICONGIUNGERE SANDRA E RAIMONDO VIANELLO

Posted in Milano, spettacolo, televisione, vip tagged , , , , , a 11:07 pm di marisamoles

Molte polemiche ha suscitato la tumulazione della salma di Sandra Mondaini nel cimitero di Lambrate, mentre tutti si aspettavano che facesse un ultimo viaggio per raggiungere il suo Raimondo a Roma, al Verano. Già ieri, poco dopo la conclusione del funerale, sul sito di Tgcom è stata aperta una petizione online per ricongiungere i due coniugi dopo la scomparsa di Sandra, a cinque mesi di distanza dal marito Raimondo (ne ho parlato nell’aggiornamento di questo post).
In poche ore sono state raccolte tremila firme. In seguito alla testimonianza di affetto di tanti fan della coppia, il sindaco di Milano, Letizia Moratti , ha dichiarato di essere disponibile ad ospitare al cimitero monumentale del capoluogo lombardo entrambi i coniugi Vianello: Sì, Sandra e Raimondo riuniti insieme al Famedio, il pantheon dei cittadini illustri milanesi, se la famiglia lo vorrà….

Pare che sia stata la stessa Sandra a voler riposare accanto alla madre nel cimitero di Lambrate e che i domestici filippini, che si sono occupati delle esequie, abbiano voluto rispettare la volontà dell’attrice. Varie congetture sono state fatte per dare un significato a questa strana richiesta della Mondaini. Prima di tutto che al Verano non sia possibile tumulare anche le spoglie dell’amata moglie di Raimondo perché non appartenente, per nascita, alla famiglia Vianello. Ma da Roma fanno sapere che non vi sarebbe alcun ostacolo al ricongiungimento dei Vianello, ma che al momento non è stata fatta alcuna richiesta da parte degli eredi che devono, comunque, esprimere questa volontà.

Qualcuno ha cercato di spiegare la decisone di Sandra in modo originale e simpatico, per sdrammatizzare un po’ e ricordando l’ironia con cui hanno sempre convissuto, sul palcoscenico e in casa, Sandra e Raimondo. Ad esempio, Massimo Gramellini ha scritto un gradevole articolo, dal titolo “Tombe separate”, su La Stampa di oggi. Vi rimando alla lettura di questo post di frz40 che ne ha parlato, esprimendo anche il suo personale punto di vista.

Il sindaco Moratti, nell’offrire un posto alla coppia più famosa della Tv italiana nel Famedio, che fa parte del cimitero monumentale di Milano, in cui sono sepolte personalità come Manzoni e Cattaneo, ha commentato: Al Famedio riposano uomini di grande spessore culturale e civile, personalità nei vari settori. È un po’ lo specchio della nostra società, e io credo che Raimondo e Sandra siano un bellissimo esempio per i giovani. Un esempio positivo di famiglia serena, ma capace anche di bisticciare… una famiglia normale. Di loro ho il ricordo di una gentilezza e di una simpatia che, attraverso la televisione, entravano nel cuore.

Sull’esempio che Sandra e Raimondo sono stati per tante generazioni non c’è nulla da obiettare. Ma, sinceramente, non credo che a loro, specie a Raimondo, farebbe piacere avere come vicini di tomba Manzoni e Cattaneo. Un Mike Bongiorno e un Corrado andrebbero meglio.

[fonte: Il Corriere]

31 maggio 2010

AL FORUM DI ASSAGO PER UN CONCERTO ROCK? NO, PER FARE LA MAESTRA

Posted in bambini, lavoro, Mariastella Gelmini, Milano, scuola tagged , , , , , , , , a 10:48 pm di marisamoles

Era dal 2004 che il Comune di Milano non bandiva un pubblico concorso per insegnanti nella scuola dell’infanzia e negli asili nido. Ed ecco che al recente bando per 50 posti si sono presentati in … 6000! Ci voleva il Forum di Assago: di certo non sarebbe bastata una scuola.

Oggi si è svolta la preselezione, in due turni: il primo al mattino per 2000 candidati, il secondo al pomeriggio per i rimanenti 4000. La stragrande maggioranza donne, ma pare non siano mancati gli uomini; molti laureati e con anzianità di servizio anche quindicennale. Tutti con la speranza del posto fisso, di un contratto a tempo indeterminato che ormai pare quasi un miraggio, con una retribuzione di 20mila euro all’anno.

In 2000 passeranno la preselezione e saranno sottoposti, il 15 giugno, all’esame scritto. In seguito si svolgeranno gli orali, per i soli che avranno superato gli scritti, ma non è dato sapere il numero. A rigor di logica, non ci dovrebbe essere un numero prestabilito, ma è facile immaginare che molti, anche bravi e preparati a diventare educatori, rimarranno delusi. Solo 50 saranno fortunati a poter iniziare a lavorare a settembre; gli altri dovranno aspettare ma forse non troppo. Mariolina Moioli, assessore alle Politiche Sociali del Comune di Milano ha, infatti, spiegato che c’è sempre la speranza di poterne assumere altri nel 2011, attingendo dalla graduatoria del concorso.

Una risposta alla crisi e anche un modo per zittire le malelingue che accusano la Gelmini di aver tolto posti di lavoro e di aver bloccato le nomine in ruolo. A quanto pare, finora sono state 20mila le assunzioni nei vari ordini di scuola. Per il futuro vedremo. Ora, però, un in bocca al lupo ai 6000 coraggiosi non lo si può negare.

[fonte: Il Corriere]

14 maggio 2010

PREMIO ALLA MEMORIA A RAIMONDO VIANELLO: SANDRA, IN LACRIME, RINGRAZIA MILANO

Posted in attualità, Milano, spettacolo, televisione tagged , , , a 8:06 pm di marisamoles

Una Sandra Mondaini in lacrime e visibilmente sofferente per il precario stato di salute, che l’ha costretta ad un recente ricovero in una casa di cura a Pisa, ha ritirato stamattina un premio alla memoria che la città di Milano ha conferito a Raimondo Vianello.
La Mondaini non ha voluto mancare a questo appuntamento ma ha lasciato presto la sala, fra gli applausi, perché non ce la faceva più.

Prima della consegna del premio è stata salutata e abbracciata dal cardinale di Milano Tettamanzi, mentre il riconoscimento è stato consegnato dal presidente della Provincia del capoluogo lombardo, Guido Podestà. Sandra, trovando la forza per ringraziare ma senza rinunciare all’ironia che l’ha da sempre contraddistinta, ha detto: “Io non posso parlare perché ogni parola, come si dice a Milano, sarebbe una frignata”. Ha preso quindi la parola il nipote Raimond, che l’accompagnava e che non si separa mai da lei, per far sapere a tutti che la “zia” non si considera una vedova straordinaria: “E ce ne sono tante che sono rimaste vedove per fatti più seri, più pericolosi, per difenderci: mi riferisco all’arma dei Carabinieri che io tanto amo”, ha poi aggiunto la Mondaini , con una voce che tradiva la sua sofferenza ad un mese dalla scomparsa dell’amato marito.

[fonte e foto dal sito di tgcom]

24 giugno 2009

I VOTI AI PROF? MAH!

Posted in adolescenti, attualità, Mariastella Gelmini, Milano, Renato Brunetta, scuola, valutazione studenti tagged , , , , , , , , , , , a 10:05 pm di marisamoles

scuola1Grazie alla segnalazione di un “amico” commentatore, ho letto l’articolo del Corriere sull’iniziativa degli studenti del liceo Berchet di Milano che, assieme ai risultati dei loro scrutini, hanno esposto anche i giudizi sui propri prof. Che sia un primo passo verso la valutazione dei docenti auspicata dal ministro Gelmini, anche in vista di una progressione della carriera? Prima o poi ci saremmo arrivati, indubbiamente, ma che dei ragazzi adolescenti prendano l’iniziativa con il benestare del Dirigente Scolastico mi sembra veramente un tantino azzardato.

Non stupisce che da parte loro i docenti non siano così soddisfatti. E non stiamo parlando di chi è stato “bocciato” o ha rimediato qualche “debito”, magari in “spiegazione”, ovvero nella “capacità di trasmettere il sapere”. Beh, docenti non si nasce, com’è ovvio, ma si diventa, e, diciamolo, i “vecchi” docenti non hanno avuto, nell’ambito della didattica, alcuna preparazione. Per quanto mi riguarda, i concorsi ordinari che ho sostenuto e superato sono stati impostati sul puro nozionismo: i contenuti delle materie che poi si sarebbero insegnate e tutte le leggi che riguardano la scuola, in particolare, e la Pubblica Amministrazione, in generale. Poche nozioni di psicologia e pedagogia rientravano nei programmi ma, almeno a me, nessuno le ha chieste. Mi sorge il dubbio che nemmeno i commissari ne fossero edotti.

Della valutazione degli insegnanti si è parlato anche anni fa, quando il ministro Luigi Berlinguer aveva ipotizzato una specie di quizzone per saggiare la preparazione dei docenti. Ma anche in questo caso, il giudizio si sarebbe limitato alle conoscenze riguardo alle proprie materie. In più ci sarebbe stata una valutazione dei titoli che avrebbe contribuito al “voto” finale. Ricordo che allora ci fu un’insurrezione generale, anche da parte dei sindacalisti, che per la maggior parte sono di sinistra. Eppure il ministro e il governo di allora appartenevano al centro-sinistra. Lo sottolineo perché pare che un po’ di gente che lavora nel mondo della scuola abbia la memoria leggermente corta. Sembra, infatti, che gli errori madornali e le proposte un po’ bislacche siano da imputare solo ai ministri di centro-destra, ma in effetti non è così.

Sempre qualche anno fa il mio Dirigente di allora aveva proposto al Collegio dei Docenti una specie di questionario di gradimento, da somministrare ai ragazzi e alle loro famiglie, per valutare l’operato dei professori. Neanche a dirlo la proposta fu bocciata dai docenti che, stupiti e anche furibondi, ritenevano la questione una vera e propria ingerenza, un’ingiustificata intromissione nel lavoro altrui che quasi quasi avrebbe potuto preannunciare un’indebita violazione della libertà didattica che per i docenti è sacrosanta, quasi come il giorno libero. Certo, una reazione così non è del tutto biasimabile, al di là del fatto che ci sono persone che deliberatamente scelgono di insegnare per fare i loro comodi, sapendo che non c’è nessuno che li controlli e confidando nel fatto che i ragazzi non abbiano il coraggio di protestare. E in questo caso, non servirebbero nemmeno le minacce perché i ragazzi sono consapevoli che certi insegnanti sono un po’ come i clienti del ristorante: hanno sempre ragione. Si potrebbe aggiungere anche che hanno sempre il coltello dalla parte del manico, giusto per rimanere nell’ambito dei modi di dire, e che quel coltello si chiama voto. Non è da sottovalutare, infatti, la capacità di un docente di trovare il modo per “fregare” i propri allievi meritevoli di tale trattamento, ed è una capacità semplice da applicare, in fondo, se si conoscono i punti deboli dei ragazzi destinati alla crudele punizione solo perché hanno osato criticare l’operato dell’insegnante.

Fondamentalmente sarei d’accordo che ci si faccia giudicare dai propri allievi; sono contraria, però, all’esposizione dei “voti”, così come non condivido la prassi di esporre i risultati degli scrutini delle classi. E non mi si venga a dire che comunque i voti dei “bocciati” non vengono esposti al pubblico ludibrio; non è questo il punto, una volta che uno è bocciato i voti si possono immaginare e non è rilevante che abbia avuto più due o tre, o solo quattro e cinque. Quindi a maggior ragione sarei contraria all’esposizione dei voti per i prof perché verrebbe, in questo modo, messa in dubbio la loro professionalità attraverso il giudizio non sempre equo degli allievi. E non sto dicendo che ragazzi di quattordici o diciotto anni non siano in grado di giudicare, sto pensando alla loro obiettività. È naturale che un docente “odiato” da qualcuno, anche se preparato professionalmente e in grado di svolgere al meglio il proprio lavoro, anche dal punto di vista umano, potrebbe risultare un “fannullone”, per usare un’espressione tanto cara al ministro Brunetta, o un incapace. Dall’altro lato, un insegnante molto permissivo, che fa rilassare gli allievi concedendo pause durante le ore, o che li porta un po’ in giardino a scorrazzare così si stancano e non rompono, che non interroga mai perché ha altro da fare, tipo leggere il giornale o mandare sms alla fidanzata, che fa un compito a quadrimestre invece di tre e lo porta corretto tre mesi dopo, che regala i voti e s’inventa il numero delle assenze perché non ha nemmeno voglia di compilare il registro, che inventa pure il programma svolto e lo fa firmare agli allievi tranquillizzandoli che poi non darà il debito a nessuno, questo docente, signori miei, sarebbe un ottimo docente, avrebbe dei voti altissimi e, beandosi del successo ottenuto a fine anno, inviterebbe pure i ragazzi a mangiare la pizza.

Se poi, disgraziatamente, dovesse venir richiesta la valutazione da parte delle famiglie, allora i docenti, almeno alcuni, si troverebbero in un mare di guai. Cercherò di spiegare, in breve, perché le mamme e i papà non sono sempre in grado di giudicare obiettivamente un bravo docente.
Prima di tutto troppo spesso i genitori si fidano di quello che dicono i figli, naturalmente se c’è qualcosa che non va nel rapporto con un determinato docente o se il profitto è negativo; in questo caso la colpa viene addossata all’insegnante che non è capace di spiegare. Anche quando arrivano ai colloqui in cerca di un chiarimento, spesso i genitori non cambiano idea e, alcuni educatamente altri un po’ meno, insinuano che forse, dico forse, il programma va troppo veloce, le interrogazioni sono frettolose, l’insegnante non spiega bene , e magari non rispiega perché ritiene che chi non capisce al volo sia un emerito cretino e merita, quindi, di ripetere l’anno, quando non deve addirittura cambiare scuola o anche andare a zappare i campi perché, secondo molti, nelle aule scolastiche ci sono poche menti pensanti e troppe braccia rubate all’agricoltura. Ora, non dubito che qualche collega sia proprio così, ma ho delle riserve sulla reale obiettività dei ragazzi e sulla capacità dei genitori di comprendere le ragioni degli insegnanti. Questo succede anche perché spesso capita che mamme e papà arrivino ai colloqui ostentando la loro agiatezza .-che si concretizza in gioielli tempestati di diamanti e capi d’abbigliamento firmati- e guardino i docenti dall’alto delle loro centinaia di migliaia di euro di reddito annuo, al basso delle due decine di migliaia cui arriva a stento il guadagno di un docente con una certa anzianità di servizio.

È evidente, però, che ci siano pareri discordi tra ragazzi e genitori di una stessa classe riguardo al medesimo docente. È raro, infatti, che tutti la pensino allo stesso modo e se c’è una coesione tra le parti normalmente è volta a mettere in luce le “pecche” di un determinato docente, quasi mai le virtù. Poi, diciamo anche questo, il giudizio delle parti considerate è assai mutevole. Faccio un esempio: se il proprio figlio è bravo, arrivano al colloquio con un sorriso e si profondono in elogi; se, malauguratamente, il profitto cala, arrivano con il volto scuro, fare minaccioso e pretendono di vedere il compito cui è stato assegnato un due –cosa che, tra l’altro, rientra nei sacrosanti diritti, peccato, però, che del compito valutato con un bell’otto non gliene importi nulla- e poi chiedono anche com’è andato in generale, perché se ci sono tante insufficienze sarebbe da annullare. Insomma, lo stesso docente non può essere giudicato in modo obiettivo se il profitto dell’allievo è altalenante e altrettanto mutevole è l’atteggiamento dei genitori.

Ci sarebbero tante altre cose da dire ma è meglio che mi fermi per non annoiare i lettori. Un’ultima cosa, però, la voglio dire: non sono i prof a non voler essere giudicati, sono i ragazzi a voler fare i grandi e dimostrare anche loro di saper esprimere dei giudizi. Purtroppo però, mentre i docenti quasi mai danno i voti a caso, semmai utilizzano le più svariate griglie di valutazione, i ragazzi non hanno altri strumenti che il loro estro e del loro estro io personalmente non mi fido.

16 maggio 2009

SULLE NOTE DI UN’ALTRA EMOZIONE

Posted in adolescenza, affari miei, amicizia, amore, Milano, vacanze tagged , , , , , , , , , , , a 11:23 am di marisamoles

mare-inverno
Le canzoni, quelle che ci piacciono particolarmente, rimangono indelebili nella nostra mente e, nota dopo nota, vanno a comporre la colonna sonora della nostra vita.

Dopo l’inattesa onda di emozioni che mi ha colpita ascoltando, in modo del tutto casuale, la canzone di Marco Carta “Dentro ad ogni brivido”, un’altra emozione questa volta me la sono andata a cercare. Devo essere proprio stanca, visto che vado alla ricerca di “evasione”. Anche questa volta corro indietro nel tempo: l’estate del 1975. Ero “piccola”, ma già molto intraprendente visto che stavo assieme a Guido, il mio primo vero boy friend. Almeno non era un amore platonico, considerato che già alle elementari avevo iniziato ad innamorarmi, sempre delle persone sbagliate, comunque.

Torno indietro a quella lontana estate. Ero a Lignano Sabbiadoro, dove passavo un mese di vacanza con la mia famiglia. Il mio boy friend mi aveva raggiunto, in compagnia di un amico –allora, evidentemente, anche i ragazzi di buona famiglia, non solo le ragazze, andavano in giro solo se accompagnati- e aveva trascorso una settimana in campeggio. Avevo perso di vista per un po’ le mie amiche e, una volta partito Guido, guarda chi mi ritrovo! La mia amica Elena che nel frattempo si era messa assieme ad un ragazzo milanese. Niente di male, aveva pur diritto anche lei di divertirsi. La cosa più triste per me era, però, il fatto che il milanese si trascinava appresso un bresciano, Angelo, che inizia a farmi una corte spietata. Ricordo che feci di tutto per sottrarmi a quell’assedio e alla fine lui capì e desistette. Meno male!

Come capita quando si incontra gente nuova in vacanza, ci scambiamo gli indirizzi. Io sinceramente non credevo che quei due li avrei più rivisti. Elena sì, dal momento che viveva nella mia stessa città. Ma non avevo fatto i conti con la mia assidua frequentazione milanese; almeno un paio di volte all’anno me ne andavo a Milano, ospite di una zia, e vi rimanevo per un po’ di tempo, durante le vacanze di Natale e Pasqua. Io adoravo Milano e la giravo tranquilla in lungo e in largo, anche da sola. Non avevo paura, ma forse allora le grandi città erano più sicure, e le linee della metropolitana non avevano segreti: avendo amici a Cinisello, Cologno e Sesto San Giovanni, dovevo per forza spostarmi un bel po’.
Quando durante le vacanze di Natale del 1975 mi recai a Milano, rispolverai il foglietto con l’indirizzo di Roberto, il boy friend di Elena, e andai a cercarlo. Sorrido pensando che oggi non ci si perde mai di vista. Cellulare e computer facilitano i contatti. Ma allora non c’erano e, non avendo il suo numero di telefono, mi recai a casa sua, vicino all’Arco della Pace, praticamente alla fine di Corso Sempione.

Non riesco a descrivere la sua sorpresa ma anche la sua gioia nel vedermi. Non riusciva a credere che fossi lì, a Milano, e che mi fossi ricordata di lui. Sapevo che con Elena era finita, ma d’altra parte quando hai quindici anni e abiti a 400 chilometri di distanza l’amore, se mai c’era stato davvero, se ne va … come una candela, a poco a poco si consuma fino a spegnersi. Non sapevo, allora, che la nostra amicizia appena iniziata era destinata a durare a lungo. In pratica siamo rimasti in contatto per sei anni prima di perderci di vista … causa il suo matrimonio. Per dire la verità lui non mi aveva avvisata, l’ho saputo dalla madre al telefono. Che tristezza!

Il legame che si era instaurato tra me e Roberto sembrava la classica eccezione che conferma la regola: l’amicizia tra un “uomo” e una “donna” può esistere davvero. Ne eravamo convinti e ne andavamo fieri. Io continuavo a stare assieme a Guido, lui preferiva flirtare con ragazze diverse. Sembrava allergico ai legami. Ci scrivevamo: la posta a quei tempi era l’unica soluzione, e sto parlando di posta posta, quella fatta di fogli di carta, a volte colorati e con dei disegni più o meno bizzarri, di buste e francobolli, oltre che di una settimana d’attesa tra la spedizione e l’arrivo a destinazione. Altro che e-mail! Facevamo i calcoli: ognuno rispondeva subito, la lettera partiva al massimo il giorno dopo, sette giorni più tardi si trovava nella cassetta della posta dell’altro.

L’amicizia si consolidò l’estate successiva … almeno così pareva. Avevamo un intero mese davanti, da passare sempre insieme. Io che ero abituata ad avere compagnie numerose, preferivo stare con Roberto. Di giorno in spiaggia, la sera in giro tra piano bar, discoteca, luna park … mai un momento di noia, mai un rimpianto nei confronti delle vecchie amicizie. Più che un’amicizia sembrava un idillio e fu questa strana alchimia a cambiare le cose. A poco a poco mi accorsi che non era più come prima. Stavamo distesi sulla sabbia dorata, all’ombra delle cabine; ci divertivamo a criticare la gente che passava: guarda quello, guarda quella … le note del juke box del bar della spiaggia, la classica “rotonda sul mare” alla Fred Bongusto, allietavano le nostre ore. Ricordo che una canzone in particolare era il tormentone dell’estate: “Donna amante mia” di Umberto Tozzi. Era ancora lontano il tempo di “Gloria” o di “Si può dare di più”. Credo che Tozzi fosse praticamente ai suoi esordi, ma quel motivo era davvero un successo.

Roberto iniziò a guardarmi con occhi diversi: il suo sguardo era più eloquente di qualsiasi parola. Io per lui avevo iniziato ad essere “quella donna”, “quell’amante”. Nella sua mente non ero più l’amica di prima e la consapevolezza di ciò mi mandò in crisi. Perché, nonostante cercassi di respingere quell’ipotesi, che noi due potessimo amarci e non più soltanto come amici, i dubbi c’erano, eccome. Ma fui determinata: l’amicizia poteva e doveva durare, altro non era possibile. Insomma, i risvolti alla “Harry ti presento Sally” non li tenevo in nessun conto. A costo di soffrire e di procurare in lui un dolore tale da fargli rischiare un esaurimento nervoso.

Non ci fu più nessuna estate insieme, ma non perdemmo i contatti. Lui ogni tanto tornava alla carica, ma io rimanevo ferma nella mia decisone. A Milano non tornai per un paio d’anni, almeno non tornai da lui. Pensavo che la cosa migliore fosse mantenere le distanze, non incontrarsi. Lo capii quando in una lettera mi informò che se non avessi deciso di stare con lui, e non solo come amica, naturalmente, avrebbe tentato il suicidio. Rimasi sconvolta e informai il padre. Lui avrebbe capito e avrebbe saputo aiutare suo figlio. La madre no, troppo ansiosa, troppo presa a difendere la sua creatura. Credo che avesse intuito qualcosa e già avesse iniziato ad odiarmi.

La crisi passò, l’amicizia continuò almeno fino a quando qualcosa cambiò nuovamente. Nel frattempo, dopo due anni, il mio rapporto con Guido si era concluso. Non ero libera, però, perché avevo incontrato un’altra persona. Non avrei mai creduto che da quel nuovo legame sarebbe sorta una grande sofferenza. Così, a Natale, di nuovo sola, tornai a Milano, tornai da lui. Forse cercavo un po’ di consolazione e basta, ma mi convinsi che fosse arrivato il momento di dirgli di sì, di tentare una nuova avventura. Se l’amicizia aveva sfidato gli ostacoli del cuore e la lontananza, l’amore avrebbe reso giustizia alla sofferenza passata. Nel mio egoismo e, perché no, egocentrismo, non avevo fatto i calcoli con i suoi sentimenti: io avevo rifiutato il suo amore sincero ed ora ero pronta a dirgli di sì solo perché mi sentivo libera d’amarlo; lui, però, non poteva accettarlo, non voleva essere un ripiego o forse l’orgoglio gli impediva di confessare che mi amava ancora. Disse di no. Il no più doloroso della mia vita. Un no che mi schiacciò come un macigno, perché era stato la conseguenza di un atto d’amore, mai provato prima con lui, e che avevo considerato il preludio di una nuova unione.

Ancor oggi, dopo tanti anni, quando ripenso a Roberto, nella mente risuonano le note di “Donna amante mia”. Ora le ho riscoperte e ho ritrovato l’antica emozione … finalmente libera di ammetterla.

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