24 luglio 2016

LETTURE SOTTO L’OMBRELLONE: “PER DIECI MINUTI” di CHIARA GAMBERALE

Posted in amore, donne, libri tagged , , , , , , , a 9:15 pm di marisamoles

Ho inaugurato una nuova sezione nel blog estivo dedicato alle “recensioni” di romanzi leggeri, da leggere sotto l’ombrellone… o magari sui monti, all’ombra di un pino. 🙂
Buona lettura!

summertimetogether

L’AUTRICE
chiara_gamberaleChiara Gamberale, classe 1977, è una scrittrice, giornalista, conduttrice radiofonica e televisiva italiana.
Romana, ha frequentato il DAMS dell’Università di Bologna e fin da giovanissima ha coltivato la sua passione per la scrittura.
Ha ottenuto la ribalta in campo letterario quando, poco più che diciottenne, è uscito il suo romanzo Una vita sottile, ispirato a una vicenda autobiografica che riguarda il padre Vito, noto manager, e che segna la sua adolescenza. Dal romanzo sarà tratto l’omonimo tv movie in cui viene documentato uno degli errori più clamorosi del clima di Tangentopoli dei primi anni.
La carriera di scrittrice prosegue con la pubblicazione di Color lucciola (2001) e Arrivano i pagliacci (2003). Nel frattempo la Gamberale incomincia una fortunata carriera come conduttrice televisiva (l’esordio è a fianco di Luciano Rispoli nella famosa trasmissione Parola mia) e, in seguito, radiofonica (dal gennaio 2010 al giugno 2012 ha condotto

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18 luglio 2016

LIBRI: “GLI SDRAIATI” di MICHELE SERRA

Posted in adolescenza, figli, libri tagged , , , , , , , a 6:48 pm di marisamoles

PREMESSA
Di solito non mi fiondo in libreria a comperare dei libri di successo, quelli di cui tutti, ma proprio tutti, parlano. Specialmente se trattano argomenti tipo la scuola o il mondo dei giovani in generale.
Anche il libro di Michele Serra ha dovuto attendere… sinceramente l’ho acquistato approfittando dell’offerta Feltrinelli di due libri a scelta al prezzo di 9,90 euro.
L’ho aperto senza troppa convinzione eppure fin dalle prime due pagine ho capito che non avrei potuto staccarmene. La lettura è stata una piacevole sorpresa.

michele-serra-repubblica-1L’AUTORE
Michele Serra Errante, classe 1954, romano di nascita ma cresciuto a Milano, è un giornalista, scrittore, autore televisivo e umorista italiano.
Dopo la maturità classica si iscrive alla facoltà di Lettere ma non porta a termine gli studi. Nel 1975 inizia a lavorare per l’Unità svolgendo la funzione di dimafonista (tecnico del giornale addetto alla trascrizione del pezzo che i collaboratori esterni hanno registrato al centralino), solo in seguito inizierà la carriera giornalistica in un primo tempo dedicandosi alla cronaca sportiva e in seguito agli spettacoli.
Dalla fine degli anni Ottanta entra in politica, coltivando allo stesso tempo la passione per la scrittura e collaborando anche, come autore, a degli spettacoli televisivi.
In veste di scrittore esordisce nel 1989 con un libro di racconti, Il nuovo che avanza. Nel settembre 1997 esce, dopo tre anni di lavoro, il suo primo romanzo, Il ragazzo mucca cui seguono altri scritti come Cerimonie, pubblicato nel 2002, che gli vale due riconoscimenti: il Premio Procida-Isola di Arturo-Elsa Morante e il Premio Gradara Ludens.
Nel 2013 esce per Feltrinelli Gli sdraiati, giunto alla quinta edizione, cui fa seguito Ognuno potrebbe, pubblicato nel 2015. [fonte Wikipedia]

sdraiati

IL LIBRO

«Ma dove cazzo sei?
Ti ho telefonato almeno quattro volte, non rispondi mai. Il tuo cellulare suona a vuoto, come quello dei mariti adulteri e delle amanti offese. La sequela interminata degli squilli lascia intendere o la tua attiva renitenza o la tua soave distrazione e non so quale sia, dei due “non rispondo”, il più offensivo.
Per non dire della mia ansia quando non ti trovo, cioè quasi sempre. Ho imparato a relegarla tra i miei vizi, non più tra le tue colpe. Non per questo è meno greve da sopportare. Ogni sirena di ambulanza, ogni riverbero luttuoso dei notiziari scoperchia la scatola delle mie paure. Vedo motorini insanguinati, risse sanguinose, overdosi fatali, forze dell’ordine impegnate a reprimere qualche baldoria illegale.
[…] L’unica certezza è che sei passato da questa casa. Le tracce della tua presenza sono inconfondibili. Il tappeto kilim davanti all’ingresso è una piccola cordigliera di pieghe e avvallamenti. La sua onesta forma rettangolare, quando entri o esci di casa, non ha scampo: è stravolta dal calco delle tue enormi scarpe, a ogni transito corrisponde un’alterazione della forma originaria. Secoli di manualità di decine di popoli, caucasici maghrebini persiani indostani, sono offesi da ogni tuo piccolo passo.
Almeno tre dei quattro angoli sono rivoltati all’insù, e un paio di grosse pieghe ondulate, non parallele tra loro, alterano l’orizzontalità del tappeto fino a conferirgli il profilo naturalmente casuale della crosta terrestre. In inverno tracce di fanghiglia e foglie secche aggiungono avventurose varianti di Land Art alle austere decorazioni geometriche del kilim. D’estate il disastro è più lindo, meno suggestivo del trionfo invernale. Ma la scarpa che imprime e svelle è sempre la stessa: tu e la tua tribù avete abolito sandali e mocassini in favore di quegli scafi di gomma imbottita che vi ingoiano i piedi per tutto l’anno, nella neve fradicia come nella sabbia arroventata. L’orbita della Terra attorno al sole vi è estranea, vi vestite allo stesso modo quando soffia il blizzard e quando il sole cuoce il cranio, avete relegato il tempo atmosferico tra i dettagli che bussano vanamente sulla superficie del vostro bozzolo.
In cucina il lavello è pieno di piatti sporchi. Macchie di sugo ormai calcinate dal succedersi delle cotture chiazzano i fornelli. Questa è la norma, l’eccezione (che varia, in festosa sequenza) è una padella carbonizzata, o il colapasta monco di un manico, o una pirofila con maccheroni avanzati che produce le sue muffe proprio sul ripiano davanti al frigo: un passo ancora e avrebbe trovato salvezza, ma la tua maestria nell’assecondare l’entropia del mondo sta esattamente in questo minimo, quasi impercettibile scarto tra il “fatto” e il “non fatto”. Anche quando basterebbe un nonnulla per chiudere il cerchio, tu lo lasci aperto. Sei un perfezionista della negligenza.

[…] Il divano, il tuo habitat prediletto. Vivi sdraiato.
[…] In bagno, asciugamani zuppi giacciono sul pavimento. Appendere un asciugamano all’appendiasciugamani è un’attività che deve risultarti incomprensibile, come tutte quelle azioni che comportano la chiusura del cerchio. Come richiudere un cassetto, o l’anta di un armadio, dopo averli aperti. Come raccogliere da terra, e piegare, i tuoi vestiti buttati ovunque. […] Calzini sporchi ovunque, a migliaia. A milioni. Appallottolati, e in virtù del peso modesto e dell’ingombro limitato, non tutti per terra. Alcuni anche su ripiani e mensole, come palloncini che un gas misterioso ha fatto librare in ogni angolo di casa.
Qualche apparecchio elettronico lasciato acceso, sempre. Sulle pareti della casa buia, bagliori soffusi di spie, led, video ronzanti, come le braci morenti del camino nelle case di campagna. Spesso la televisione di camera tua replica anche in tua assenza uno di quei cartoni satirici americani (Griffin o Simpson) che dileggiano il consumismo.
[…] Tutto rimane acceso, niente spento. Tutto aperto, niente chiuso. Tutto iniziato, niente concluso.» [MICHELE SERRA, Gli sdraiati, Universale Economica Feltrinelli, giugno 2016, pp. 11-14, passim]

Avrete notato – mi rivolgo ai lettori che seguono le mie “recensioni” (scusate ma le virgolette le devo mettere perché ancora non riesco a chiamare così questi miei scritti) – che al contrario del solito ho iniziato riportando alcuni passi tratti dal primo capitolo. Perché mai?
Perché sono proprio queste prime pagine che mi hanno catturata (poi, dopo gli asterischi, ne spiegherò meglio il motivo) e credo che già dall’incipit il lettore possa decidere se amare questo libro o detestarlo con tutto il cuore. In tal caso, non dovrà nemmeno prendersi la briga di acquistarlo.

Il racconto è in prima persona e tratta l’irrisolto problema della difficoltà di comunicazione tra padri e figli, tra giovani e “vecchi”. Perché non importa quale età abbiano i genitori, per i figli sono stati e saranno sempre “i vecchi”. Da questo scontro generazionale nasce, dunque, l’incomprensione, l’insofferenza, la difficoltà di farsi capire e di essere capiti. Padri e figli non si comprendono perché appartengono a due mondi diversi.

Il padre dello “sdraiato” (non si fanno mai i nomi né dell’uno né dell’altro) con sottile ironia ma anche con una più o meno velata amarezza, alterna ricordi del passato, risalenti al periodo in cui anche lui era un adolescente, e riflessioni sul presente, sul suo essere o piuttosto sentirsi un padre incapace, sconfitto in partenza, arreso di fronte a una situazione che non ha sbocchi, in cui nessuna delle due parti sembra capace di fare un passo verso l’altra.

Quanto a me, in queste contingenze (frequenti) che schiudono porte e finestre su certi abissi di indolenza filiale, e di stordita complicità materna o paterna, non è che me ne senta al riparo, non è che mi senta migliore. Riconosco nelle mie fughe, nei miei silenzi, la stessa mancanza di autorevolezza, la stessa inconsistenza. (pag. 37 dell’edizione citata)

Ecco che il narratore si chiede come mai ai suoi tempi (ah, quant’è antipatica questa espressione per indicare ciò che è perduto per sempre!) i ragazzi erano ben felici di partecipare alla vita familiare, come ad esempio il momento tanto atteso della vendemmia, mentre gli sdraiati di oggi si alzano a mezzogiorno, senza alcuna intenzione di far levataccia per una cosa stupida come raccogliere grappoli d’uva tra i filari delle viti. Gli sdraiati sono animali notturni, passano la mattinata dormendo e il resto della giornata bivaccando, con la faccia sempre incollata allo smartphone.

Che cosa può fare, allora, un padre disarmato per smuovere il figlio sdraiato? Gli propone una cosa che certamente non sarà approvata: una passeggiata in montagna al Colle della Nasca. La proposta assume, via via, le fattezze di un invito rivolto con tono di supplica («Non farlo per me. Fallo per te», pag. 41), per diventare un vero e proprio tormentone che fa capolino, ogni tot pagine, perdendo quell’aspetto argomentativo che caratterizza i primi inviti, fino ad arrivare a vere e proprie minacce (da «Quando ti vedo così pallido, penso che ti farebbe molto bene venire con me al Colle della Nasca» a «se non vieni… ti rompo la schiena a bastonate», pagg. 33 e 91).
Ma per essere più convincente il padre deve mettersi nei panni del figlio: perché mai dovrebbe essere conciliante, fare qualcosa che non desta in lui il minimo interesse?

Se vieni con me al Colle della Nasca, ti pago. Un tanto al chilometro, o un tanto per ora di cammino, ci mettiamo d’accordo, non è quello il problema. Quanti soldi vorresti, euro più euro meno, per venire con me al Colle della Nasca? Contanti? Un assegno? Un bonifico? (ibidem, pag. 49)

Siccome, però, anche la pazienza ha un limite, esauriti i vari argomenti al padre non resta che affidarsi a un mediatore paranormale: Ti ho preso un appuntamento dal famoso ipnotizzatore Tarik Agagianian. Credo che sotto ipnosi tu possa agevolmente salire insieme a me fino al Colle della Nasca. (pag. 95)
Riuscirà il nostro eroe a portare il figlio al famoso Colle della Nasca?

***

La scrittura di Serra è certamente accattivante. Quel misto di ironia e di sarcasmo, quelle descrizioni realistiche e nello stesso tempo disarmanti (soprattutto per chi non ha avuto figli o li ha troppo adulti), quel suo modo di ricordare i fatti della vita del padre protagonista facendone un impietoso confronto con gli interessi dei giovani d’oggi, non possono lasciare indifferenti. Ma non è solo lo stile la vera forza di questo libro. Lo è ancor di più l’onestà. E ancora una volta chi non ha questo tipo di esperienza alle spalle – o non la sta vivendo tutt’oggi – non può comprenderla fino in fondo.
Siamo abituati a vedere genitori che ostentano tanta sicurezza, che descrivono i figli tessendo i loro elogi. Chi non si comporta così, generalmente ha poco o nulla da dire. Leggendo questo libro è come se Serra avesse dato voce a quei genitori che preferiscono o hanno preferito tacere.

Se poi vogliamo leggere più a fondo questo scritto – che non è un vero e proprio romanzo, non è un saggio, non è un diario, è piuttosto un racconto che tenta un’intropsezione psicologica – personalmente sono portata a considerarlo un chiaro esempio di ciò che Pirandello definiva “uomorismo”. Leggiamo le pagine di Serra e ridiamo, in modo più o meno consapevole, in virtù del maggiore o minore coinvolgimento nella narrazione. Ma tutto ciò che il padre descrive di questo figlio dovrebbe far riflettere, piuttosto, sulla sofferenza intima del protagonista. Come direbbe Pirandello, leggendo avvertiamo che dietro le parole del padre, volutamente ironiche e scanzonatorie, c’è una vera e propria sofferenza: il protagonista, infatti, vorrebbe avere un figlio fatto di tutt’altra pasta e, nel contempo, vorrebbe essere tutt’altro genere di padre. Quindi, da questo avvertimento del contrario, sempre seguendo la teoria di Pirandello, arriviamo al sentimento del contrario. Ed è tutta qui la differenza tra il comico e l’umoristico. (cit.)

Come dicevo nella premessa, sono stata catturata fin dalle prime pagine. Leggendo la parte che ho trascritto, mi sono rivista e ho rivisto i miei figli, specialmente il secondogenito. Quella noncuranza, quella superficialità, la trasandatezza che fa chiedere, a noi genitori “normali”, «ma da chi avrà preso?». Una domanda che non ha risposta, per quanti sforzi si possano fare. E la ricerca dei compromessi (ne è esempio eclatante la proposta “indecente” della gita al Colle della Nasca) è l’unica cosa che può garantire la sopravvivenza dei genitori, almeno di quelli che hanno i figli sdraiati.

Durante la lettura, soprattutto della parte che riguarda la gita in montagna, ho ripensato a Petrarca e alla sua ascesa al monte Ventoso. In una lettera indirizzata a Dionigi da Borgo San Sepolcro, il poeta descrive una gita compiuta assieme al fratello Gherardo sul monte Ventoso che si trova in Provenza, dove al tempo la famiglia viveva. La descrizione di questo difficile viaggio, della faticosa salita verso la cima del monte, per il poeta aretino in realtà assume un significato allegorico: tanto più arduo è il cammino tanto più Petrarca si convince del suo eccessivo attaccamento alle cose materiali. Soltanto quando si libererà dalle passioni terrene riuscirà a raggiungere la cima, che rappresenta allegoricamente la vita spirituale.
Ora vi starete chiedendo quale possa essere il legame tra il libricino di Michele Serra e l’epistola di Petrarca. Personalmente ho considerato la proposta-tormentone che il padre rivolge al figlio, la gita al Colle della Nasca, come un iter spirituale, quasi volesse, convincendo il figlio ad accompagnarlo, convincersi a sua volta di essere un buon padre. Arrivare in cima a quel monte assieme, significa, in un certo senso, trovare un punto d’incontro, un canale di comunicazione. Se riuscirà nell’intento, nulla potrà essere come prima.

In conclusione, non c’è niente che si possa fare con “i figli sdraiati” se non continuare ad educare, correggere ciò che è sbagliato, sottolineare ciò che è giusto, sanzionare ma allo stesso tempo premiare, negoziare, far capire che i ruoli fra genitori e figli sono diversi, ma se parliamo di un rapporto fondato sul reciproco amore, è necessario a volte fare qualche passo avanti e altri indietro, se necessario. Questo, evidentemente, Michele Serra lo sa.
Quello che posso assicurare, avendo ormai i figli sufficientemente grandi per poter essere definiti adulti – o quasi! – è che gli sdraiati prima o poi si alzano.

[immagine da questo sito]

4 luglio 2016

LIBRI: “LA LIBRERIA DELLE STORIE SOSPESE” di CRISTINA DI CANIO

Posted in libri, Milano tagged , , , , , , , , , , , a 6:40 pm di marisamoles

PREMESSA
Ho acquistato questo romanzo spinta dalla curiosità. Avevo sentito parlare di Cristina Di Canio e della sua libreria milanese grazie al post dell’amica Laura (Arriva il libro sospeso, dopo pane, pizza e caffè) in cui tratta delle librerie, in Italia sempre più numerose, in cui è possibile lasciare un “libro sospeso” per il cliente che entrerà dopo di noi. Un’iniziativa che nasce nel Sud, grazie alla generosità dei napoletani che molti anni fa hanno inventato il “caffè sospeso”, cui Luciano De Crescenzo ha dedicato anche un libricino assai gradevole (ne ho parlato QUI).

L’AUTRICEcristinadicanio
Cristina Di Canio, classe 1984, figlia di un operaio e di una casalinga, ha sempre avuto il pallino dei libri. Fin da piccola è stata irresistibilmente attratta dalla lettura, coltivando il sogno di diventare una libraia. Ma la realtà, molte volte, ci costringe a fare altre scelte: Cristina, mentre studia per diventare perito turistico, svolge svariati lavori come baby-sitter e cameriera. Dopo il diploma le viene offerto un contratto a tempo indeterminato come commessa da Benetton che rifiuta. Il suo sogno è un altro e sa che prima o poi lo realizzerà.
Seguono altri no, lavori che avrebbero fatto gola a tanti giovani come lei. «Ho mandato all’aria tante chance, sarà che avevo quel tarlo in testa… – spiega in un’intervista pubblicata sul Corriere – Nel tempo libero mi informavo su come aprire una libreria, mi spingeva una frase di Un posto nel mondo di Fabio Volo: “Voglio di più per me, voglio buttarmi per cadere verso l’alto”».

Dopo aver fatto i conti con la realtà per troppo tempo, arriva per l’autrice la grande occasione di dare una svolta alla sua vita: nel 2010 lascia un posto fisso da office manager in una sociatà energetica per rincorrere il suo unico sogno. Accetta un contratto part time in una libreria «per vedere se la sconfinata passione per i libri potesse davvero diventare un lavoro». Questa specie di test ha un esito positivo e, complice la lettura di Libraio per caso di Romano Montroni, decide di mettersi in proprio. Nasce così “Il mio libro”, la libreria di Cristina, un negozietto di appena 30 mq nel quartiere milanese di Porta Romana in cui è cresciuta. Dal colore delle pareti del negozio viene affettuosamente detta “La scatola lilla” che dà il nome anche a un blog attraverso il quale vengono diffuse varie iniziative legate all’attività della libreria.

«Non volevo una semplice libreria, desideravo creare un punto d’incontro e ce l’ho fatta. Organizzo laboratori per i bimbi, incontri con gli autori, aperitivi. Alcune attività, come i corsi di scrittura creativa, mi aiutano a sostenere le spese, oltre all’affitto ho un mutuo di 10 anni, l’ho dovuto accendere per comprare il primo assortimento di libri», spiega la Di Canio sempre nell’intervista sul Corriere.

L’inizio non è stato dei più facili ma a Cristina non mancano le idee: «Prendendo spunto da La libreria del buon romanzo di Laurence Cossé, ho iniziato a chiedere ai clienti di recensire i libri in vendita su dei biglietti che infilo tra le pagine o di suggerirmi titoli che hanno amato: uno scambio che li fa sentire partecipi consentendo a me di migliorare la selezione».
Nel 2014 è arrivato il “libro sospeso”, sulla scia di iniziative analoghe sparse lungo tutto lo stivale. «Ho sempre pensato che il libro fosse portatore sano di emozioni e sogni. Oggi il “ libro sospeso” è un VIRUS che si sta diffondendo in tutta Italia. Ma non preoccupatevi non dovete vaccinarvi anzi. Contagiate più persone possibili!», scrive la Di Canio in un post sulla sua pagina Facebook.

A maggio 2016 da questa entusiasmante esperienza è nato il romanzo, dichiaratamente autobiografico, La libreria delle storie sospese edito da Rizzoli. Cristina rifiuta l’appellativo di “scrittrice”: «Ma non voglio essere chiamata così. Con questo libro (e non ce ne saranno altri in futuro) spero solo di far conoscere la mia storia e la mia attività. A parte alcuni elementi romanzati, ciò che ho messo in queste pagine è tutto vero: Nina sono io, mi sono ribattezzata con il nome di una delle mie due gatte perché mi sembrava carino». [per la biografia, oltre il Corriere già citato, ho fatto riferimento anche a interviste uscite sull’HuffingtonPost e su IoDonna, da cui è tratta anche l’immagine]

coverlibreria storie sospese

LA TRAMA
Nina è una giovane donna, da sempre amante dei libri, che a un certo punto decide di dare un calcio alla sorte che le aveva offerto su un piatto d’argento un buon impiego, per rincorrere il suo sogno di aprire una libreria. Nasce, così, “la scatola lilla”, una libreria indipendente, piccola ma graziosa, che con fatica riesce a farsi un nome, grazie anche all’iniziativa del “libro sospeso”. La zona in cui sorge il negozietto è Porta Romana, un quartiere di Milano che negli ultimi anni è diventato sempre meno periferico, abbracciando il centro di una città continuamente in espansione. Nulla a che vedere con la zona operaia, popolata da migranti (provenienti specialmente dal Sud), che qualche decennio fa occupavano le chiassose case di ringhiera, accontentandosi di poco perché quel poco era abbastanza rispetto alla prospettiva di morire di fame nel meridione che quasi nulla aveva da offrire ai suoi figli.

il_mio_libro_milano1La “scatola lilla” è per Adele una specie di seconda casa e il legame che si instaura tra la giovane Nina e l’anziana signora è molto forte.

Quando il destino mi ha portato da Nina, è stato un viaggio indietro nel tempo. Ho ritrovato molto di me in lei. Non ha la mia durezza né il mio cinismo, che mi sono serviti da scudo per tutte le battaglie della mia lunga vita, ma è determinata, visionaria e temeraria. (pp. 71-72)

Porta Romana è anche il quartiere dove è vissuta Adele, proveniente dal paesino pugliese di Ginosa dove ancora i fratelli litigavano su come dividersi fino all’ultimo centimetro le terre e gli ulivi lasciati dal padre, morto con le mani piene di calli e senza aver mai baciato i figli, per non “perdere il loro rispetto”. (pag. 62)

Adele è un’ottantenne, “un pezzo d’antiquariato”, come ama definirsi, ed è la co-protagonista di questo romanzo nonché la voce narrante. Emigrata a Milano con il marito Domenico, già scomparso al tempo del racconto, è madre delle gemelle Maria e Rosa, arriviste e spose dei rampolli della Milano bene. La sua famiglia includeva anche l’amatissima Angela, nata per caso e strappata al troppo amore dei genitori in giovane età.

Il ruolo di Adele non è solo quello di narrare ciò che accade attorno a lei in quella bizzarra libreria dove regna il caos che solo Nina è in grado di gestire. All’anziana signora è affidato il compito di testimoniare il cambiamento subito dal quartiere in cui sorge “Il mio libro”:

Un tempo qui, a poche decine di metri da noi, arrivavano e partivano treni in continuazione. Portavano passeggeri stipati nei vagoni sporchi del solito fumo nero che non ci abbandonava mai. Erano gli operai che arrivavano dalla provincia, per riversarsi nelle manifatture, nelle officine, nelle fabbriche con le fornaci sempre accese. La ferrovia era un essere animato, una cosa viva, che tutto il giorno sbuffava, brulicava, strisciava. A guardarla adesso, deserta, attraversata solo da sparuti veicoli delle linee suburbane, spesso ritrovo di disperati, drogati in cerca di una fuga, vagabondi bisognosi di un riparo, stranieri senza più una patria, un’identità e la dignità, a caccia di un nascondiglio, è difficile immaginare come sia stata, per lungo tempo, il centro esatto del mondo. Del mio mondo. (pag. 149)

Attraverso la voce di Adele, sprofondata nella sua poltrona tanto da sentirsi, a volte, lei stessa un pezzo di arredamento, scopriamo le storie di altri personaggi che frequentano il negozietto: Emma la fioraia e Ilaria, inguaribile romantica che affida al “libro sospeso” il ruolo di Cupido, nel tentativo di far breccia nel cuore di Paolo, lettore sconosciuto, amore virtuale che lei vorrebbe vedere concretizzato. Poi c’è il musicista Leonardo il quale, entrato in sordina, avrà un ruolo importante nella vicenda.

Tra tante storie d’amore fissate per sempre sulle pagine dei libri, ce n’è una vera, anzi due. Il cuore di Nina è diviso tra Filippo e Andrea, entrambi persone inaffidabili su cui la saggia Adele esprime giudizi tanti lapidari quanto impietosi, pur senza farsi sentire. Anche la tentazione di mettere in guardia la giovane libraia da un uomo, Filippo, con cui conviveva da anni e che si era rivelato un vile traditore, viene allontanata per il bene dell’amica. Adele sa la verità su Filippo ma la tiene nascosta a Nina che, più tardi, l’abbandonerà in favore del bell’Andrea, pieno di segreti anche lui.

Avrei dovuto dirlo a Nina? […] Mi sarei dovuta intromettere nella sua vita più privata, istillarle il dubbio, darle il via a una serie di sgradevoli eventi, per essermi trovata nel posto sbagliato al momento sbagliato? […] E comunque lo è venuto a sapere da sola. La verità è un vecchio tronco di legno che viene sempre a galla. (pp. 84-85)

La “scatola lilla”, a volte meta di personaggi di passaggio alquanto stravaganti, fa da contorno a tante storie, alcune felici altre meno, pezzi di vita già scritti o storie sospese. Storie vere intrecciate con altre inventate, nate dalla penna di autori famosi. Libri che diffondono nel piccolo ma vivace spazio un intenso odore di carta. E la magia di tante pagine in attesa di essere lette.

***

Il romanzo di Cristina Di Canio è, a mio parere, una gradevole lettura. La scrittura è semplice ma allo stesso tempo efficace, a volte velata di una sottile malinconia, altre vivacizzata dall’entusiasmo del momento.
La narrazione, come già detto, è in prima persona: Adele, l’io-narrante, alterna i flashback in cui rievoca i momenti salienti della sua vita, alla descrizione di ciò che vede e sente dalla sua posizione privilegiata: la poltrona su cui siede tutti i giorni per l’intero orario di apertura della libreria. L’unico difetto che ho riscontrato (a parte alcuni refusi che davvero è difficile aspettarsi da un editore come Rizzoli!) è la grafica: personalmente avrei scelto il corsivo per i flashback o comunque quelle parti che si discostano dal tempo del racconto. In questo modo, anche visivamente, sarebbe più facile e immediato distinguere i due piani narrativi.
Un espediente di grande effetto è sicuramente l’aver scelto come introduzione ad ogni capitolo alcune frasi di pezzi musicali di autori più o meno famosi, molti dei quali riferiti a Milano. Ad esempio, quello tratto dalla canzone Domenica bestiale di Fabio Concato:

Sapessi amore mio come mi piace
partire quando Milano dorme ancora
vederla sonnecchiare e accorgermi che è bella
prima che cominci a correre e urlare
. (pag. 175)

E Milano è il palcoscenico su cui si muovono le storie narrate in questo romanzo. La Milano di ieri, rievocata nei ricordi di Adele, e quella di oggi. Una Milano diversa ma non meno bella. Non una Milano da bere, come recitava un vecchio spot, ma una Milano da leggere. Meglio se all’interno di una “scatola lilla”.

VISITA ANCHE LA PAGINA “LE MIE LETTURE”

[immagine del negozio dal sito sulromanzo.it]

1 giugno 2016

LIBRI: “SPLENDI PIU’ CHE PUOI” di SARA RATTARO

Posted in Letteratura Italiana, libri tagged , , , , , , , , , a 6:01 pm di marisamoles

PREMESSA
Sara Rattaro è, a mio parere, una delle migliori penne che la narrativa contemporanea di casa nostra ci offre. Il successo dei suoi romanzi, decretato anche dal Premio Bancarella che le è stato assegnato nel 2015 per
Niente è come te, credo sia dovuto ai temi che l’autrice sceglie, mai banali e sempre di grande attualità. Dopo la crisi di coppia di Un uso qualunque di te e il tema scottante delle sottrazioni di minori da parte di uno dei coniugi, argomento trattato nel romanzo già citato, in Splendi più che puoi viene affrontato un altro “dramma moderno”, quello della violenza familiare.

sararattaroL’AUTRICE
Sara Rattaro nasce a Genova dove, dopo il diploma magistrale, nel 1994 si iscrive alla facoltà di Scienze Biologiche, laureandosi nel 1999 con lode. Nel 2009 consegue la laurea anche in Scienza delle Comunicazioni sempre presso l’Università degli studi di Genova.
Dal 1999 al 2006 frequenta più di una decina di corsi di specializzazione sia inerenti gli Studi clinici sia nel campo della Comunicazione conseguendo il master in Comunicazione della Scienza «Rasoio di Occam» a Torino.
Nel 2009 con il suo primo romanzo Sulla sedia sbagliata, pubblicato dall’editore Mauro Morellini, ottiene un buon successo di pubblico e critica.
Nel 2012 vede la luce il suo secondo romanzo, Un uso qualunque di te, che viene pubblicato da Giunti, vendendo 20.000 copie in una settimana, tradotto in 9 lingue.
Nel maggio 2013 pubblica il best seller Non volare via edito da Garzanti.
Nel settembre 2014, sempre per Garzanti, esce Niente è come te che ottiene il Premio Bancarella l’anno successivo. Nel marzo 2016 Rattaro pubblica, sempre per Garzanti, l’ultimo romanzo di successo: Splendi più che puoi.

Splendi più che puoi

Splendi più che puoi

LA TRAMA
La protagonista di Splendi più che puoi (Garzanti, 2016) è una giovane donna, Emma, che dopo una relazione durata dieci anni con un uomo molto più vecchio, Tommaso, incontra quello che crede essere l’amore della sua vita: Marco. Nell’arco di pochi mesi i due si sposano in gran segreto. Il matrimonio fin da subito non è ben visto dalla numerosa famiglia di lui, ricca e borghese, che nemmeno Emma riesce ad apprezzare. Fin dal momento della presentazione ufficiale in veste di moglie, la donna comprende che c’è qualcosa di oscuro in quella famiglia:

Mi vennero i brividi. Mi chiesi quante persone potessero esserci in quella sala e quante di loro, in quel momento, stessero sorridendo con gioia.
«Vi presento Emma!»
La porta davanti a me si spalancò e io mi trovai sul palcoscenico senza aver ripassato la parte.
Decine di occhi di tutte le età erano puntati su di me, sui miei vestiti, le mie pellicine tirate, il rossetto fuori luogo e la mia voglia di scappare. […]
Guardai una donna anziana avvicinarsi a noi.
«Emma, questa è mia madre.»
«Oh, signora, è un vero piacere fare la sua conoscenza, Marco mi parla così spesso di lei…»
«Io invece non l’ho mai sentita nominare ma a tutto ci deve essere una spiegazione…» (pag. 49 dell’edizione citata)

La suocera, in un discorso privato, cerca di mettere in guardia la giovane con una frase che sul momento ad Emma appare sibillina: Non ho paura di te, ho paura per te. Un avvertimento a diffidare di quel figlio che la madre stessa definisce un uomo complicato e che Emma conosce davvero poco.
L’inquietudine accompagna la protagonista per tutta la serata e anche in occasione di una festa che i due sposi decidono di organizzare per festeggiare le nozze già avvenute. Tutto appare sinistro, anche le parole dell’anziana nonna della protagonista:

«Oh Emma… ma come…»
«Nonna, ti prego. Devi essere contenta per me…»
«Contenta? E perché mai?» mi chiese. (ibidem, pag. 56)

Da quella sera inizia per Emma un lungo viaggio agli inferi, abitato da mostri come la vergogna, i sensi di colpa, la sensazione di inadeguatezza. Un nero vortice la inghiotte senza che lei possa far nulla per evitare il completo annientamento di sé, delle sue aspirazioni professionali, dei sogni di giovane sposa. Marco non è il marito che si era immaginata. Violento, non le risparmia critiche, la allontana dal lavoro, dagli affetti, la tiene segregata in casa e la comanda a bacchetta.
Il trasferimento forzato in uno sperduto paesino di montagna, nella casa di famiglia di Emma, non fa che accentuare la sua infelicità e l’incapacità di ribellarsi. Nemmeno la nascita della figlia Martina porta a un miglioramento della situazione. La giovane è schiava dell’uomo che credeva l’amasse e la volesse proteggere. Invece Marco è un inetto, un parassita, non lavora e, allo stesso tempo, non vuole che la sua donna riprenda la vecchia attività. Anche i risparmi si stanno esaurendo.

Emma capisce che la soluzione non può che essere la fuga. Ma nulla deve essere improvvisato. Suo marito è pazzo e capace di qualunque cosa, anche di fare del male alla bambina per punire lei:

Un giorno mi lasciò sola a casa. Avevamo finito la farina con la quale si ostinava a fare il pane e decise di andare a comprarla. Portò Martina con sé. Mi spiazzò. Perché aveva deciso di portarla? Mi chiesi se lo avesse fatto per impedirmi di scappare con mia figlia. Era giorno e sarei potuta uscire dalla porta di casa. Mi vennero i brividi. Ero io che iniziavo a pensare come lui o era lui a essere comodamente entrato nella mia testa? (idibem, pag. 108)

Non è facile chiedere aiuto, ancora più difficile è fidarsi di qualcuno. Una donna nelle sue condizioni inizia a diffidare di chiunque. Eppure Emma trova la forza di lanciare un grido che, tuttavia, non riesce a squarciare il velo di omertà che caratterizza la famiglia del marito. Loro sanno ma sono pronti a negare, ad addossare ogni responsabilità su di lei. Esattamente come Marco.
Chiamare in causa i suoi genitori è fuori discussione: non saprebbe come difenderli dalla furia del marito. L’unico che può davvero fare qualcosa per lei è Tommaso, il suo ex, che è pure un medico. Sarà lui a darle una mano, ma la progettazione della fuga in gran parte grava su di lei. In questo momento Emma, gracile e denutrita, scava nel suo animo ferito, privato ormai di ogni dignità, e nell’istinto di protezione tipico di una madre trova l’energia necessaria per difendere la figlia. Proprio lei, la stessa donna che non ha mai saputo proteggere se stessa.

Inizia per la protagonista una nuova vita in cui nulla sarà facile. L’importante è ricordarsi di splendere più che si può, come scrive l’autrice in una riflessione che conclude la narrazione:

Tutto questo viene comunemente chiamato guarigione, il nostro ritorno all’equilibrio e alla salute. Raramente però è accompagnato dalla dimenticanza. Ma non importa, perché l’unica cosa davvero importante è ricordarsi di splendere. Anche se il mondo, a volte, te lo impedisce, tu splendi. Splendi più che puoi. (ibidem, pag. 218)

***

I temi forti, come già scritto nella Premessa, piacciono all’autrice. Al centro dei suoi romanzi ci sono le dinamiche familiari complesse: il fragile equilibrio coniugale messo a dura prova da una tragedia, l’amore sconfinato per un figlio sottratto con la forza, la ricostruzione di un rapporto di coppia, destinato al fallimento, per amore di un figlio disabile (Non volare via).
Splendi più che puoi poteva andare oltre alla violenza domestica, trattare il femminicidio. Di questo l’autrice parla in poco più di una paginetta conclusiva, quando sulla storia di Emma è già calato il sipario, per lanciare un appello a tutte le donne che, come la protagonista, credono di poter “salvare” il loro carnefice, in nome di un amore che è sempre troppo: troppo poco (specie quello che si nutre per sé stessi), troppo esclusivo, tarlato da un’irragionevole gelosia, o troppo e basta. In ogni caso si tratta di una forma di amore malato che non si può curare con le proprie forze.

La narrazione in prima persona (Emma stessa è l’io-narrante) procede, come sempre nei romanzi dell’autrice ligure, su più piani.
L’inizio è in medias res e tratta il momento culminante della fuga di Emma. Nella parte che segue, un lungo flashback rievoca gli anni precedenti, che vanno dal 1990 al 1996, nel quale si colloca l’evento iniziale. Segue un lungo capitolo che tratta il “dopo”, ricostruendo il difficile cammino che Emma deve affrontare non solo per affrancarsi dalla schiavitù imposta dal marito, ma anche per proteggere la figlia, pur senza privarla del diritto di frequentare suo padre. Il romanzo si conclude con un salto temporale di 10 anni, tanti sono quelli necessari a terminare il lungo iter che scriverà definitivamente la parola fine sulla relazione malata. C’è, in queste poche pagine finali, un tacito invito ad essere felici, nonostante tutto, perché niente e nessuno può toglierci questo diritto.

La particolarità della scrittura di Sara Rattaro è, ancora una volta, quella di intervallare la narrazione con brevi riflessioni graficamente evidenziate con il corsivo, costume stilistico che, come già fatto notare nelle altre “recensioni”, può infastidire qualcuno. Personalmente, almeno in questo caso, le ho apprezzate, come anche i riferimenti legislativi che introducono le singole parti. A conferma che il diritto alla felicità non è qualcosa di personale e intimo, ma deriva dal rispetto della Legge e dalla sua corretta e tempestiva esecuzione. Cosa, purtroppo, non così scontata, come le cronache ci insegnano.

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3 aprile 2016

NON SOPPORTO CHI VUOLE OBBLIGARMI A LEGGERE UN LIBRO CHE NON MI INTERESSA

Posted in affari miei, libri, web tagged , , , , , , , , a 9:34 am di marisamoles

DIRITTI LETTORE

Nell’immagine ho riportato i 10 diritti irrinunciabili del lettore secondo Daniel Pennac (QUI affronto l’argomento “lettura” in modo più ampio). Non solo li condivido appieno ma mi arrogo in particolare il diritto di leggere ciò che voglio senza uniformarmi ai gusti altrui e senza sentirmi obbligata a leggere quelli che sono universalmente riconosciuti come “capolavori” la cui lettura, almeno una volta nella vita, bisogna affrontare.

Per la maggior parte dei lettori questa mia presa di posizione netta sarà incomprensibile. Allora affronto il tema cruciale, rimandando alla lettura, senza costrizione alcuna ovviamente, dei post che due amiche blogger (Scrutatrice di Universi e Diemme) hanno dedicato, in tempi diversi, al romanzo di Michail Bulgakov Il maestro e Margherita.

Sinceramente non mi interessa che quest’opera sia considerata un capolavoro della letteratura mondiale: il genere e la trama non stuzzicano in me alcun interesse. Non lo leggerò.

Quel che non sopporto è il tentativo di farmi cambiare idea e, ancor peggio, di farmi passare per “ignorante” quando affermo in modo categorico che quella lettura non mi interessa.

Odio profondamente l’omologazione. Non capisco perché, nonostante già gli antichi sottolineassero il fatto che sui gusti non si discute, io non possa avere il diritto di dire che Il maestro e Margherita, benché sia stato letto da milioni di persone (poi, a volerla dire tutta, più venduto non significa più letto né tanto meno più gradito), non è di mio gusto. Non m’ispira per nulla.

Se date un’occhiata alla pagina Le mie letture, i romanzi consigliati non sono capolavori, anzi, si tratta perlopiù di romanzi leggeri, di narrativa contemporanea che spesso non è di alta qualità. Ciò non significa che non si possa trascorrere qualche ora in compagnia di un libro piacevole, per distrarsi un po’ senza calarsi in una lettura pesante o comunque affrontata controvoglia. E ciò non significa che, nel poco tempo libero che ho a disposizione, specie d’estate, non legga i classici. Semplicemente non ne parlo, non ne consiglio la lettura perché suppongo che i miei lettori li abbiano letti o comunque ne abbiano sentito parlare.

In conclusione, non tollero chi giudica senza conoscere le persone e quegli interessi di cui si ritiene di non dover parlare in un luogo pubblico come è questo blog. Allo stesso modo, non è consigliabile esprimere giudizi o addirittura offendere le persone che non condividono le stesse opinioni. Si può tranquillamente dissentire, ci mancherebbe, senza tuttavia stabilire con un giudizio considerato inappellabile ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.

31 luglio 2015

LIBRI: “COME DONNA INNAMORATA” di MARCO SANTAGATA

Posted in Dante, Letteratura Italiana, libri tagged , , , , , , , , a 4:44 pm di marisamoles

santagataL’AUTORE
Marco Santagata, nato a Zocca (Modena) nel 1947, è docente e scrittore italiano.
Laureatosi alla Scuola Normale di Pisa nel 1970, ha nel suo curriculum numerosi incarichi di docenza in vari atenei italiani e in alcune università straniere. Attualmente insegna Letteratura italiana all’Università di Pisa.
La sua attività di studioso è rivolta soprattutto alla poesia dei primi secoli, con una particolare attenzione a Dante e a Petrarca. Altri settori di indagine sono i Canti di Giacomo Leopardi e la poesia italiana fra Otto e Novecento (Pascoli e d’Annunzio).
Su Dante, di cui ha curato per i Meridiani Mondadori l’edizione commentata delle Opere, ha scritto diverse opere: L’io e il mondo, Un’interpretazione di Dante (il Mulino, 2011) e la biografia del poeta fiorentino, intitolata Dante. Il romanzo della sua vita (Mondadori, 2012). Tra i lavori petrarcheschi si segnalano il commento al Canzoniere (Mondadori, 2004) e il libro I frammenti dell’anima (il Mulino, 2011).
Accanto all’attività di critico letterario Santagata si dedica da tempo anche alla narrativa: con il romanzo Il Maestro dei santi pallidi (Guanda) ha vinto il premio Campiello 2003. Suoi anche Papà non era comunista (Guanda, 1996), L’amore in sé (Guanda, 2006), Il salto degli Orlandi (Sellerio, 2007), Voglio una vita come la mia (Guanda, 2008), fino al più recente Come donna innamorata (Guanda, 2015). Inoltre, ha scritto con Alberto Casadei il Manuale di letteratura italiana medievale e moderna (Laterza, 2007) e il Manuale di letteratura italiana contemporanea (Laterza, 2009).

Nel 2015 è uscito un romanzo dedicato alla figura dell’Alighieri, Come donna innamorata, che gli ha procurato un posto nella cinquina dei finalisti del Premio Strega.
[fonte bio]

come donna innamorata

LA TRAMA
Chi conosce Dante Alighieri sa che dedicò tutta la sua vita alla scrittura e molte parti della sua produzione poetica furono ispirate dall’unica donna che veramente amò: Bice Portinari detta Beatrice. Fin dal loro primo incontro, avvenuto quando Beatrice aveva solo nove anni, la donna rappresentò la musa ispiratrice del poeta il quale, grazie a lei, non solo fu in grado di scrivere i versi d’amore più belli che mai poeta abbia potuto concepire, ma riuscì anche a ritrovare la diritta via dopo essersi perso nella selva oscura del peccato. Senza Beatrice, anima beata e guida di Dante nel Paradiso, non sarebbe stato concepito nemmeno il massimo poema della letteratura italiana, croce e delizia per tutti gli studenti del triennio superiore: La Divina Commedia.

Come donna innamorata è innanzitutto un romanzo, seppur ispirato alla biografia del poeta. Santagata “ricostruisce” alcuni momenti della vita dell’Alighieri, non esclusivamente legati alla storia d’amore per Beatrice, anche se l’amata rimane il motivo ispiratore della sua poetica e il motore di quasi tutte le sue azioni quotidiane. Ma nel romanzo c’è molto di più: si parla d’amicizia, attraverso il legame di Dante con i suoi amici poeti, in particolare Cavalcanti, e il fratello di Bice, Manetto, grazie al quale poté stare vicino alla sua amata almeno fino alla morte di lei.
Non manca il contesto familiare dello scrittore a partire dalla moglie Gemma, una Donati, famiglia per cui Dante provò sentimenti alterni (di sincero affetto per Forese e di odio per Corso, suo acerrimo nemico politico).

C’è poi la Firenze del tempo, quella in cui la laboriosità era un dovere civico e la “pigrizia” di Dante, che sognava la corona poetica facendosi mantenere, senza vergogna, dalla famiglia della moglie, non era certo apprezzata, né lo fu nel momento in cui la fama arrivò davvero. Come si può dimenticare il dolore che il Vate provò nei confronti della sua Patria ingrata?

Non possono mancare, nel romanzo, i riferimenti all’esilio di Dante. L’allontanamento forzato dalla sua città, la delusione politica, gli sforzi vani per ritornare, la rassegnazione di dover ancora mendicare un tozzo di pane (Tu proverai sì come sa di sale lo pane altrui fa dire a Cacciaguida nel XVII canto del Paradiso) nelle corti più prestigiose d’Italia. Eppure proprio nel periodo dell’esilio compone il suo capolavoro: La Divina Commedia.

L’esilio riesce a fare apprezzare a Dante anche la sua famiglia, la moglie in particolare, anche se sopravvive dentro di lui quell’astio provato nei confronti del parentado:

A guardarla, bassotta, paffuta, i capelli scarmigliati e una pelle scura da contadina, chi l’avrebbe detto che Gemma era una Donati. […] Gemma gli aveva dato un figlio, altri ne sarebbero venuti. Era rispettosa e devota […] era affezionato a quella moglie rotondetta e di poche parole. […] Se l’amore per una moglie era quello, allora lui l’amava.
I Donati avevano fatto di lui un mendicante, un ramingo senza tetto. Ma i Donati gli avevano dato una moglie, una posizione nella società, avevano mantenuto i suoi figli. Forse il bene e il male non erano separabili come il giorno e la notte. […]
A Verona avrebbe riunito la famiglia.
Gemma aveva vinto. Gran donna, Gemma! Una leonessa. Da anni lottava con le unghie e coi denti per proteggere i figli, tenerli uniti, legati al padre lontano. Dal giorno in cui lui era fuggito dalla città, lei era diventata il vero capofamiglia. (M. Santagata, Come donna innamorata, Guanda, 2015, passim)

***

Ammetto di sentirmi in imbarazzo nel commentare questo romanzo. L’ho acquistato sull’onda dei commenti entusiastici letti e ne ho subito affrontato la lettura con grandi aspettative, dandogli la priorità rispetto ad altri libri già comperati oppure già inseriti nella lista di letture in sospeso. L’ho letto in un paio di mattinate ma purtroppo mi ha deluso.

Innanzitutto quello che, per sentito dire, doveva essere il racconto della grande storia d’amore fra Dante e Beatrice è, in effetti, solo il racconto della grande … assente. Certamente si parla della donna amata dal poeta, anzi, si insiste su particolari della sua vita, più o meno fantasiosi, che non ho letto altrove, a partire dal matrimonio infelice con Simone de’Bardi. Ma all’epoca le nozze erano combinate, quale unione poteva essere davvero felice? Dalla narrazione esce una donna debole, umiliata, soggiogata … e nemmeno una parola sui sentimenti che Beatrice nutriva per l’Alighieri. D’altra parte, Dante stesso non parla mai di Beatrice come di una donna innamorata, casomai la descrive come donna amata e come salvatrice, colei che ha principalmente a cuore la salvezza della sua anima. Nel II canto dell’Inferno l’autore, mentre descrive il colloquio tra Virgilio e Beatrice avvenuto nel Limbo, fa fare alla donna un timido accenno a sé come l’amico mio, e non de la ventura (v. 60), che significa più o meno “colui che mi ama in modo disinteressato” (a conferma che i sentimenti del poeta non sono più caratterizzati dall’eros, come avveniva per gli scrittori contemporanei, specialmente gli Stilnovisti, ma dalla caritas, cioè l’amore cristiano). Ma è sempre Dante che, nella veste di auctor, dà voce a Beatrice. Nulla sappiamo, infatti, dei sentimenti che la donna nutriva veramente nei confronti del poeta.

A parte questo e il fatto che l’Alighieri viene descritto come un mantenuto (cosa che, tra l’altro, sarà stata anche vera dal momento che l’attività poetica non arricchiva nessuno a quei tempi, non c’era nemmeno il copyright!), anche l’insistenza di Santagata sulla presunta malattia di Dante, l’epilessia, a mio parere è alquanto fastidiosa. Negli scritti dell’autore ci sono parecchi riferimenti ad una malattia non ben definita di cui avrebbe sofferto da bambino. Verso la fine dell’Ottocento la psichiatria lombrosiana aveva diagnosticato che il poeta era stato affetto da epilessia, ma i dantisti ne hanno sempre preso le distanze. Che Dante soffrisse di epilessia è un sospetto scaturito dalla descrizione di svenimenti, visioni, quasi allucinazioni che ritroviamo nelle sue opere, specialmente nella Vita Nuova, dove racconta gli strani effetti che gli procurava ogni incontro con la sua amata. Ma questi “sintomi” rientrano appieno nella fenomenologia delle manifestazioni amorose, a partire da quelle descritte dalla poetessa Saffo (VI secolo a.C.) in una famosa ode:

A me sembra beato come un dio
quell’uomo che seduto a te di fronte
t’ascolta, mentre stando a lui vicino
dolce gli parli

e ridi con amore; si sgomenta
il cuore a me nel petto, non appena
ti guardo un solo istante, e di parole
rimango muta.

La voce sulla lingua si frantuma,
sùbito fuoco corre sottopelle,
agli occhi è cieca tenebra, e agli orecchi
rombo risuona.

Sudore per le membra mi discende
e un brivido mi tiene; ancor più verde
sono dell’erba; prossima alla morte
sembro a me sola.

Infine, se pensate che la donna cui si fa riferimento nel titolo sia Beatrice, vi sbagliate. La donna innamorata è un’altra, certamente un personaggio importante nell’opera dantesca ma non quella che vorremmo fosse.
A questo punto, il romanzo appare come un racconto ben scritto – anche se a volte un po’ noioso – con dovizia di particolari per quanto concerne la biografia di Dante, alcuni certamente tratti dal Codice diplomatico dantesco che rappresenta l’unica prova documentaria sulla famiglia Alighieri, ma che alla fine mira più a descrivere la passione nutrita dal poeta per la scrittura mettendo in secondo piano l’amore totalizzante che da sempre abbiamo pensato fosse quello che lo legò a Bice Portinari per tutta la vita.
A Santagata riconosco l’abilità di aver confezionato un buon romanzo con perizia filologica ma che non può essere definito la storia d’amore di Dante e Beatrice, come si vorrebbe far credere. Tutt’al più avrebbe potuto intitolare il suo libro “Il poeta innamorato”.

Credo che la lettura di questo romanzo possa essere maggiormente apprezzata se affrontata con occhio meno critico di quanto abbia potuto fare io da dantista. Certamente a Santagata deve essere riconosciuto il merito di aver rivelato dei particolari sulla vita di Dante, seppur conditi di una buona dose di fictio, sconosciuti alle persone che si sono approcciate all’autore esclusivamente dai banchi di scuola.

Se volete leggere qualcosa di più serio, QUI trovate la “vera” storia d’amore tra il poeta fiorentino e la donna gentile e onesta oggetto dei dilettevoli oppure tormentati – a seconda dell’amore o dell’odio che avete nutrito per l’Alighieri – studi liceali.

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28 luglio 2015

LIBRI: “LA MISURA DELLA FELICITÀ” di GABRIELLE ZEVIN

Posted in libri tagged , , , , , , , a 4:59 pm di marisamoles

PREMESSA
Quando scelgo un libro e non ho un titolo specifico da acquistare, raramente leggo la quarta di copertina, tutt’al più do una sbirciata per farmi un’idea del tema trattato. Però a volte mi lascio tentare dalla copertina. In questo caso mi ha colpito il sottotitolo
: Come una bambina insegnò a un libraio ad amare i libri. Aggiungiamo pure che nel titolo è presente la parola felicità argomento che da sempre mi attrae – ed ecco che la scelta è fatta in 30 secondi. E non mi sono pentita .

L’AUTRICE
Gabrielle-ZevinGabrielle Zevin è nata a New York il 24 ottobre 1977. Dopo la laurea ad Harvard, ha intrapreso la carriera di scrittrice e autrice cinematografica.
Nel 2005 ha pubblicato il suo primo romanzo, Margarettown, seguito a breve distanza da Elsewhere: tradotto in diciassette lingue (in italiano col titolo Benvenuti ad Altrove), nel 2006 venne nominato al Quill Award e al Barnes & Noble Book Club, e vinse il premio Borders Original Voices Award. Nello stesso anno la Zevin scrisse soggetto e sceneggiatura del film Conversations with Other Women (diretto da Hans Canosa), lavoro per il quale ha ricevuto una nomination all’Independent Spirit Award 2007. Nel 2007 ha poi pubblicato un altro romanzo famoso, Memoirs of a Teenage Amnesiac (in Italia pubblicato col titolo Non ricordo perché ti amo), da cui nel 2010 è stato tratto il film omonimo per il quale la stessa Zevin ha riscritto la sceneggiatura. Nel 2008 è uscito Love is Hell, una raccolta di storie d’amore scritte dalla Zevin e da Melissa Marr, Scott Westerfield, Justine Larbalestier e Laurie Faria Stolarz.
Nel 2014 è uscito il romanzo The Storied Life of A. J. Fikry, pubblicato in Italia con il titolo La misura della felicità dalla Casa Editrice Nord. In breve è diventato un bestseller, grazie anche al passaparola dei lettori.

la_misura_della_felicita

LA TRAMA
A.J. Fikry è un tipo alquanto scontroso, facile all’ira, tendente alla misantropia. Non è sempre stato così, lo è diventato dopo la morte della moglie. Vive ad Alice Island, luogo di poche anime e abbastanza distante dalla “civiltà”. Sarebbe un luogo ideale per un tipo solitario se non avesse a che fare con i suoi concittadini, gente pettegola che in tutti i modi cerca di occuparsi di lui, comprendendo la sua situazione, ma che Fikry ritiene solo dei ficcanaso incapaci di farsi gli affari propri.

Dopo la scomparsa della moglie adorata, A.J. prende il suo posto nell’unica libreria dell’isola, Island Books, circa 350.000 dollari di vendite all’anno, la maggior parte nei mesi estivi, ai turisti. Questo il contenuto della nota che capita tra le mani di Amelia Loman, agente librario che, seppur riluttante, si reca in quel posto sperduto, chiedendosi se ne valga davvero la pena.
Fikry, infatti, è un libraio anomalo. Tutti sanno che disprezza i libri che vende. Viste le premesse, quel viaggio sembra davvero inutile, anche se il luogo ha il suo fascino.

L’insegna sopra il portico del cottage viola in stile vittoriano è sbiadita, e per poco Amelia non passa oltre.

ISLAND BOOKS

FORNITORE ESCLUSIVO DI BUONA LETTERATURA

AD ALICE ISLAND DAL 1999

NESSUN UOMO E’ UN’ISOLA; OGNI LIBRO E’ UN MONDO

[…]

La porta dell’ufficio di A.J. Fikry è chiusa. Amelia è a metà del corridoio quando la manica del suo maglione s’impiglia in una pila, e un centinaio di libri, forse di più, crolla a terra con un fragore umiliante. La porta si apre e A.J. Fikry posa lo sguardo prima sulle macerie, poi sulla gigantessa dai capelli biondo scuro che sta freneticamente cercando di reimpilare i libri. «E lei chi diavolo è?» (pag. 20 dell’edizione citata)

Il primo incontro non è un granché, in effetti, e probabilmente nessuno dei due protagonisti immagina che quel rapporto sarà destinato a trasformarsi in una bella amicizia e forse qualcosa di più …

La vita del libraio infelice è, tuttavia, destinata a cambiare: una sera, rientrando in libreria, trova una bambina che gironzola nel reparto dedicato all’infanzia. Tiene in mano un biglietto, scritto dalla madre e indirizzato proprio al proprietario della libreria: Questa è Maya. Ha venticinque mesi. È molto intelligente, è eccezionalmente loquace per la sua età. Voglio che diventi una lettrice. Voglio che cresca in mezzo ai libri e con persone che s’interessano a questo genere di cose. Le voglio un bene immenso, tuttavia non posso più occuparmi di lei. Sul padre non posso contare e la mia famiglia non può aiutarmi. Sono disperata. (pag. 66 dell’edizione citata)

Nonostante il carattere burbero e per nulla propenso a lasciarsi intenerire da un ospite così inatteso, A.J. Fikry non ci mette molto a comprendere che quella bambina è davvero speciale. Naturalmente non si sa chi sia né da dove venga, nonostante in città ci siano persone pronte a testimoniare sulla sua venuta, sulla presunta maternità e anche paternità. Poco più che voci, certamente poco attendibili. L’unica cosa certa è che gli isolani reputano il libraio inadeguato a prendersi cura della piccola.

Le madri di Alice Island temono che la bambina sarà trascurata. Cosa può saperne, lui, uomo e single, di come si crescono i bambini? Colgono quindi l’occasione di passare in negozio il più spesso possibile a dispensare consigli e, qualche volta, a portare piccoli regali: abiti, coperte, giocattoli. Notano che Maya sembra sufficientemente pulita, felice e sicura di sé e ne sono assai sorprese. […]
Facendo visita alla bambina, molte comprano anche libri e riviste. A. J. comincia a tenere certi libri perché pensa che le donne vorranno discuterne. (pagg. 90-91)

Insomma, a poco a poco la libreria si anima, si forma anche un gruppo di lettura grazie all’interesse dimostrato dal commissario Lambiase che, oltre a diventare un buon amico del libraio, riuscirà a svelare i misteri che avvolgono la scomparsa della madre di Maya e a ritrovare una copia di un prezioso libro sottratto tempo addietro a Fikry.
Forse per screditare le voci, a sorpresa A.J. decide di adottare la bimba abbandonata nel suo negozio, lasciando di stucco i detestati concittadini.
Sarà la scelta vincente che gli cambierà la vita. La piccola, infatti, gli farà riscoprire il gusto per i libri e per il suo lavoro. Non solo, farà capire al suo papà che anche la felicità si può misurare.

***
Il romanzo è davvero godibile. La storia è a volte intrigante e molte parti sono dialogate, espediente che, a livello narrativo, dilata il tempo della storia, che occupa parecchi anni dall’evento iniziale, rispetto all’intreccio, soffermandosi sui momenti salienti.
Mi è piaciuta molto l’idea della Zevin di aprire ogni capitolo con una sorta di scheda in cui il protagonista racconta e commenta importanti opere letterarie presenti nel suo negozio, per trasmetterle alla piccola Maya.
Certo, non è un capolavoro della letteratura ma il romanzo merita di essere letto, specialmente d’estate (anche se io l’ho letto in pieno inverno, durante la forzata clausura). Insomma, una tipica lettura da fare sotto l’ombrellone che, ne sono certa, appassionerà molti di voi.

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1 luglio 2015

LE DONNE

Posted in Dante, donne, libri, religione, società, Uomini e donne tagged , , , , , , , , , , a 9:10 pm di marisamoles

VIRGINIA-WOOLF-

Le donne hanno illuminato come fiaccole le opere di tutti i poeti dal principio dei tempi. […] I nomi si affollano alla mente, e non richiamano l’idea di donne mancanti “di personalità e di carattere”. Infatti, se la donna non avesse altra esistenza che nella letteratura maschile, la si immaginerebbe una persona di estrema importanza, molto varia; eroica e meschina, splendida e sordida; infinitamente bella ed estremamente odiosa, grande come l’uomo, e, pensano alcuni, anche più grande.
Ma questa è la donna nella letteratura. Nella realtà, come osserva il professor Trevelyan, veniva rinchiusa, picchiata e malmenata.

Ne emerge un essere un essere molto strano e composito. Immaginativamente, ha un’importanza enorme; praticamente, è del tutto insignificante. Pervade la poesia, da una copertina all’altra; è quasi assente dalla storia. Nella letteratura, domina la vita dei re e dei conquistatori; nella realtà, era la schiava di qualunque ragazzo i cui genitori le avessero messo a forza un anello al dito. Dalle sue labbra escono alcune tra le parole più ispirate, alcuni tra i pensieri più profondi della letteratura; nella vita reale non sapeva quasi leggere, scriveva a malapena, ed era proprietà del marito.

[da Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé, prima pubblicazione 24 ottobre 1929]

Ho letto il saggio di Virginia Woolf l’estate scorsa. Devo essere sincera: non l’ho gradito molto. Tuttavia, recentemente l’ho riscoperto. L’occasione mi è stata data da una domanda rivolta ad un’allieva durante l’orale dell’Esame di Stato (che domani finalmente si conclude).

Partendo da questa citazione (per la verità molto ridotta rispetto al passo riportato), ho chiesto alla candidata quale fosse, secondo lei, la donna più celebrata della letteratura italiana di tutti i tempi. Avevo in mente Dante e la sua Beatrice… e chi, sennò?

Lascio da parte l’esame e mi soffermo qui a riflettere sulle parole della scrittrice inglese, che non possiamo fare a meno di condividere. La pubblicazione del saggio risale al 1929, eppure queste considerazioni non sono così lontane da una certa realtà, distante da noi occidentali, eppure abbastanza vicina, considerando il fenomeno dell’immigrazione, specie quella che interessa le popolazioni provenienti dall’area islamica.

Recentemente Papa Francesco ha difeso la dignità della donna.
«Come cristiani,- ha detto in occasione dell’udienza generale in piazza San Pietro, lo scorso aprile – dobbiamo diventare più esigenti a tale riguardo. Per esempio: sostenere con decisione il diritto all’uguale retribuzione per uguale lavoro; perché si dà per scontato che le donne devono guadagnare meno degli uomini? No! Hanno gli stessi diritti. La disparità è un puro scandalo!»

Com’è nel suo stile, non “assolve” nemmeno i testi sacri.
«È una forma di maschilismo, – ha proseguito – che sempre vuole dominare la donna. Facciamo la brutta figura che ha fatto Adamo, quando Dio gli ha detto: ‘Ma perché hai mangiato il frutto?’, e lui: ‘Lei me l’ha dato’. E la colpa è della donna. Povera donna! Dobbiamo difendere le donne, eh!”.

Ma davvero è sempre colpa della donna?

25 febbraio 2015

LIBRI: “L’ARTE DI CORRERE SOTTO LA PIOGGIA” di GARTH STEIN

Posted in libri tagged , , , , , , , , , , , a 6:28 pm di marisamoles

L’AUTORE
stein-garthGarth Stein (Los Angeles, 6 dicembre 1964), nativo americano della tribù Tligit, è uno scrittore e produttore cinematografico statunitense. Dopo aver trascorso l’infanzia e l’adolescenza a Seattle, nello Stato di Washington, si è trasferito a New York dove ha frequentato la Columbia University, laureandosi nel 1987 e conseguendo un master in cinema. Ha partecipato alla realizzazione di diversi documentari prima di dedicarsi alla scrittura. Dopo la pubblicazione dei primi due romanzi, tra cui Corvo rubò la luna, pubblicato anche in Italia, ha ottenuto fama mondiale con la pubblicazione, nel 2008, del best seller L’arte di correre sotto la pioggia, un romanzo che è stato tradotto in 28 lingue diverse ed è stato per 40 settimane ai vertici della classifica dei libri più venduti del New York Times. In Italia il libro è uscito nel luglio 2013 per Piemme Edizioni (serie Pickwick).
Nel 2014 è stato pubblicato Cose da grandi, seguito dal nuovo romanzo Una luce improvvisa, uscito da poco in Italia, che in breve è schizzato ai primi posti delle classifiche americane ricevendo una magnifica accoglienza di pubblico e critica.
Attualmente Stein vive a Seattle, dove è ambientato il romanzo di maggior successo, assieme alla moglie, ai suoi tre figli e al cane Comet che ha ispirato il personaggio di Enzo, protagonista de L’arte di correre sotto la pioggia.

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LA TRAMA
L’arte di correre sotto la pioggia è una grande storia d’amore a 360°. E per “amore” s’intende quel sentimento che comprende tutto: affetti familiari, amore per la vita, passioni da coltivare e condividere anche con un cane (perché no?), amori tra padri e figli e tra padroni e animali. E questa grande storia d’amore è raccontata in tutte le sue sfaccettature, tra gioie e dolori, dal protagonista a quattro zampe di questo romanzo: il cane Enzo.
La famiglia in cui vive Enzo è composta da Denny Swift, impiegato in un’autofficina con la passione per l’automobilismo sportivo, Eve, la moglie che ama alla follia e che è la prima tifosa del marito, fino a spingerlo a coltivare la sua passione per le automobili da corsa, la piccola Zoe, compagna di giochi del cane che si prende affettuosamente cura di lei fin dalla nascita, e da Enzo, appunto. Non un nome come tanti, non un nome da cani, certamente un nome che di americano ha ben poco. Infatti, il cane di Denny si chiama Enzo in onore del patron della mitica Ferrari, l’orgoglio di Maranello e dell’Italia, uno dei tanti (o pochi?) prodotti made in Italy che tutto il mondo ci invidia.

Enzo ha un carattere allegro, è curioso, appassionato di motori (potevamo dubitarne?) e di televisione. In particolare adora i documentari della National Geographic, anche se i programmi preferiti sono senz’altro quelli che trattano le gare di Formula 1 o altre competizioni automobilistiche, e non si perde nemmeno un video in cui Denny è al volante. Lui sa che il suo padrone ha un grande avvenire in campo automobilistico – anche se pare sia l’unico ad avere piena coscienza delle sue capacità – e ammira il modo impeccabile in cui Denny sa correre sotto la pioggia. Perché quella di correre sotto la pioggia è un’arte vera, un’abilità che pochi possiedono. Solo Ayrton Senna, vero idolo di cane e padrone, era un genio in quest’arte di cui diede prova nel Gran Premio d’Europa nel 1993.

Questo cane speciale ha due unici crucci: quello di non possedere il pollice opponibile e quello di invecchiare. La morte, quella no, non gli fa paura. In un documentario sulla Mongolia ha sentito che i cani, dopo la dipartita, possono reincarnarsi negli esseri umani:

Mi sono sempre sentito quasi umano. Ho sempre saputo di avere qualcosa di diverso rispetto ad altri cani. Mi hanno infilato nel corpo di un cane, d’accordo, ma si tratta solo di un guscio. E’ quello che c’è dentro che conta. L’anima. E la mia anima è molto umana.
Ora sono pronto a diventare un uomo. anche se mi rendo conto che perderò ciò che sono stato. Tutti i miei ricordi, le mie esperienze. Mi piacerebbe portarmeli dietro nella mia nuova vita – ne abbiamo passate così tante, la famiglia Swift e io – ma ho poca voce in capitolo. Che altro posso fare se non sforzarmi di ricordare? tentare di imprimere tutto quello che so nell’anima, una cosa che non ha superficie, non ha lati, non ha pagine, non ha alcuna forma. E cacciarmelo così in fondo alle pieghe dell’esistenza che quando aprirò gli occhi e guarderò le mie nuove mani, ognuna con il suo pollice capace di chiudersi attorno alle altre dita, saprò già tutto. Vedrò già tutto. (pag. 10 dell’edizione citata)

Eh sì, Enzo è proprio un cane particolare. Pensa come un uomo, anzi, a volte ha una capacità di pensiero di gran lunga superiore a quella di tanti uomini. Si pone molte domande sulla vita, attento osservatore dei bipedi le cui azioni spesso gli paiono incomprensibili, scruta e indaga a fondo l’animo umano. Gli riesce difficile comprendere, ad esempio, perché gli esseri umani passino molto del loro tempo assillati dalle preoccupazioni:

Le persone si preoccupano sempre di quello che succederà dopo. E’ raro che se ne stiano tranquille, a occupare il presente senza pensare al futuro. In genere quello che hanno non le soddisfa e quello che avranno le preoccupa molto. Il cane riesce quasi a spegnerla, la psiche, a rallentare il proprio metabolismo anticipatorio, come David Blaine quando tenta di stabilire il record di apnea sul fondo di una piscina; semplicemente il ritmo del mondo attorno a lui cambia. In una delle mie giornate da cane, riesco a stare immobile per ore e ore senza problemi. (pagg. 164-165)

Certo, le preoccupazioni che Denny deve affrontare non sono di poco conto. Anche Enzo alla fine lo capisce, anche lui diventa un cane ansioso. Si prepara alla sua prossima vita da umano, senza perdere la speranza di poter stringere, un giorno, la mano al suo padrone … con il suo bel pollice opponibile. E non sarà una stretta di mano qualunque: stringerà la mano a un campione vero. Solo il cane di un appassionato di corse automobilistiche lo può sperare, con quella fiducia che spesso proprio agli uomini manca.

***

Non ho voluto, nemmeno attraverso lo spoiler, svelare di più sulla trama di questo bellissimo romanzo. L’ho letto tutto d’un fiato e, come poche volte mi capita, mi ha commosso fino alle lacrime.
Stein ha una scrittura impeccabile – teniamo, comunque, sempre presente che si tratta di una traduzione – che rende la lettura veloce e appassionante, sia che tratti di cronache automobilistiche, non tante e tali da annoiare chi non è tifoso di questo sport, sia che racconti la vita di tutti i giorni, con le sue difficoltà, i dolori, le ingiustizie, il riscatto e la rivincita che caratterizzano la parabola stessa dell’esistenza umana. Ma quel che colpisce in particolare è l’abilità con cui, attraverso la narrazione in prima persona, l’autore sa raccontare questa storia, che a volte è commovente e altre esilarante, dando voce ad un cane, senza che nemmeno per un momento il lettore si chieda come possa un animale a quattro zampe essere dotato di tanti e tali sentimenti. Senza cadere, in altre parole, nel ridicolo e nell’assurdo.
Perché in fondo ai cani, per definizione i migliori amici dell’uomo, a volte manca solo la parola. Garth Stein l’ha data ad Enzo, immaginando, forse, quel che passa per la testa al suo cane Comet.

garth-stein-e cane

[immagine dell’autore da questo sito; immagine di Stein con il cane da questo sito, dove potete leggere anche una bellissima intervista all’autore]

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10 febbraio 2015

10 FEBBRAIO 2015: IL GIORNO DEL RICORDO ATTRAVERSO LE PAROLE DI MARISA MADIERI

Posted in attualità, donne, Friuli Venzia-Giulia, Letteratura Italiana, libri, storia tagged , , , , , , , , , , , a 10:08 pm di marisamoles

Marisa_MadieriMarisa Madieri (Fiume 1938 – Trieste 1996), insegnante e scrittrice, moglie del germanista triestino Claudio Magris, raccolse nel suo libro Verde acqua, alcune toccanti pagine di diario – che riguardano gli anni tra 1981 e 1984 – in cui, ormai donna adulta, madre e moglie, rievoca la sua infanzia e adolescenza, segnata dall’esperienza dell’esodo da Fiume, città dov’era nata e in cui aveva vissuto fino a undici anni.

Così descrive il periodo in cui il destino degli Italiani dell’Istria fu segnato dall’esperienza amara dell’esodo:

Tra il 1947 e il 1948 a tutti gli italiani rimasti ancora a Fiume fu richiesta l’opzione: bisognava decidere se assumere la cittadinanza jugoslava o abbandonare il paese. La mia famiglia optò per l’Italia e conobbe un anno di emarginazione e persecuzioni. Fummo sfrattati dal nostro appartamento e costretti a vivere in una stanza con le nostre cose accatastate. I mobili furono venduti quasi tutti in previsione dell’esodo. Il papà perse il posto e, poco prima della partenza, fu imprigionato per aver nascosto due valigie di un perseguitato politico che aveva tentato di espatriare clandestinamente e, catturato, aveva fatto il suo nome. Con la sua consueta ingenuità, il papà si fece cogliere con le mani nel sacco.
Quei mesi di vita sospesa, non più casa e non ancora del tutto altrove, furono da me vissuti con un profondo senso di irrealtà, non con particolare sofferenza. […] E’ così che ricordo la mia Fiume – le sue rive ampie, il santuario di Tersatto in collina, il teatro Verdi, il centro dagli edifici cupi, Cantrida – una città di familiarità e distacco. Tuttavia quei timidi e brevi approcci, pervasi di intensità e lontananza, hanno lasciato in me un segno indelebile. Io sono ancora quel vento delle rive, quei chiaroscuri delle vie, quegli odori un po’ putridi del mare e quei grigi edifici. Per molti anni dopo l’esodo non ho più rivisto la mia città e l’ho quasi dimenticata, ma quando ho avuto l’occasione di passare per Fiume […] ho provato la chiara sensazione di ritornare nella mia verità. […]
Nell’estate del 1949, ottenuto il visto per l’espatrio e dopo una breve visita a papà in carcere, partimmo da Fiume – mia madre, mia sorella, io e la nonna Madieri, già molto anziana e malata di cancro.

silos trieste

Arrivate a Trieste, le donne trovarono rifugio, assieme a molte altre famiglie di profughi, nel Silos (oggi trasformato in un parcheggio), un enorme edificio a tre piani, costruito durante l’impero asburgico come deposito di granaglie. Lo spazio era suddiviso in tanti box in cui venivano ospitati i nuclei familiari. “Entrare nel Silos era come entrare in un paesaggio vagamente dantesco, in un notturno e fumoso purgatorio”, scrive Madieri.

Il pianterreno, il primo e il secondo piano erano quasi completamente immersi nel buio. Il terzo era invece rischiarato da grandi lucernai posti sul tetto, che però non potevano essere aperti. […] Dai box si levavano vapori di cottura e odori disparati, che si univano a formarne uno intenso, tipico, indescrivibile, un misto dolciastro e stantio di minestre, di cavolo, di fritto, di sudore e di ospedale. […] Anche i rumori erano molteplici e formavano un brusio uniforme dal quale si levavano ogni tanto le note acute di qualche radio, una voce irata, colpi di tosse o il pianto di un bambino. […] Era orribile spogliarsi la sera e coricarsi tra le lenzuola che sembravano di marmo e ancor più uscire al mattino dal tepore del letto per affrontare l’aria intorno, subito ostile, e l’acqua gelida dei lavandini. Soffrivo di raffreddori e geloni. Quando studiavo e dovevo restare a lungo ferma sui libri, la mamma mi riscaldava dell’acqua, riempiva un catino e lo poneva sotto il tavolo in modo ch’io potessi immergervi i piedi doloranti. […] Imparai ben presto ad estraniarmi completamente da tutto ciò che mi succedeva intorno e a pensare solo ai miei libri.
(M. Madieri, Verde acqua, Einaudi, 1987, passim)

La Madieri riuscì, nonostante tutto, a frequentare il liceo classico Dante Alighieri di Trieste e a laurearsi in Lingue e letterature straniere a Firenze, dove conobbe lo scrittore Claudio Magris, che sposò e da cui ebbe due figli, Francesco e Paolo. Morì a soli 58 anni nel 1996.

Nelle pagine conclusive di Verde acqua, scrive:

Fuori, la notte chiara, frusciante di stelle, custodisce volti e parole che non saprò mai dire. Molta parte della mia storia affonda in questa dolce oscurità, simile forse a quella, grande e buona, che mi accoglierà un giorno nella pace in cui già dimorano mio padre e mia madre.
Ma non provo tristezza, solo gratitudine. Se sono ritornata ad Itaca, se nei lunghi silenzi della mia vita hanno echeggiato per qualche istante le note di un valzer che i pianeti e le stelle, così lucenti stasera, danzano nell’odissea degli spazi, sento di dover ringraziare una folla di persone, anche dimenticate, che, amandomi, o semplicemente standomi accanto con la loro fraterna presenza, non solo mi hanno aiutato a vivere ma, forse, sono la mia vita stessa. (M. Maideri, Verde acqua, 27 novembre 1984)

La storia di Marisa Madieri è solo una delle tante che raccontano l’esodo dei giuliano dalmati.
Ma nel Giorno del Ricordo non possiamo dimenticare l’eccidio che si compì nelle foibe.

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