2 marzo 2010

IL CROCIFISSO RIMANE IN AULA

Posted in attualità, legalità, Mariastella Gelmini, politica, religione, scuola, società tagged , , , , , , , a 11:09 pm di marisamoles


Come la maggior parte degli Italiani ricorderà, lo scorso 3 novembre la Corte Europea dei Diritti dell’uomo aveva accolto il ricorso presentato dalla signora Soile Lautsi Albertin, cittadina italiana originaria della Finlandia, che nel 2002 aveva chiesto all’istituto comprensivo statale Vittorino da Feltre di Abano Terme (Padova), frequentato dai suoi due figli, di togliere i crocifissi dalle aule in nome del principio di laicità dello Stato. Dopo una battaglia legale durata anni, la signora aveva ottenuto che i crocifissi fossero tolti dalle aule scolastiche e dagli uffici pubblici.

In realtà, come aveva spiegato al tempo lo stesso Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, la rimozione poteva avvenire solo in seguito ad una espressa richiesta da parte delle famiglie degli studenti. La sentenza europea aveva sollevato un bel po’ di polemiche e ne era nato un dibattito acceso tra i sostenitori della cosiddetta laicità dello Stato e i difensori della tradizione e della cultura occidentale. (chi volesse rispolverare la memoria, clicchi QUI)

Oggi è stata diffusa dalla stampa la notizia che la stessa Corte Europea ha accolto il ricorso presentato dall’Italia, anche se il dibattito proseguirà alla Grande Camera nei prossimi mesi. Niente di definitivo, quindi, ma le premesse sono già confortanti.

Soddisfatto il ministro degli Esteri, Franco Frattini, che commenta così la notizia: È con soddisfazione che constato che sono stati accolti i numerosi e articolati motivi di appello che l’Italia aveva presentato alla Corte. Anche la CEI può tirare un sospiro di sollievo: il portavoce, monsignor Domenico Pompili, ritiene che l’accoglimento del ricorso presentato dal governo italiano sia un segnale interessante che dimostra come attorno al crocifisso si sia creato un consenso ben più ampio di quello che si sarebbe immaginato.

Non da meno, il ministro del MIUR, Mariastella Gelmini, ritiene questo successo una sorta di riaffermazione del rispetto delle tradizioni cristiane e l’identità culturale del Paese e aggiunge che è anche un contributo all’integrazione che non va intesa come un appiattimento e una rinuncia alla storia e alle tradizioni italiane.

Per ora, dunque, il crocifisso rimane in aula. Ma con l’innalzamento del numero minimo di allievi per classe, non si sa mai che gli diano lo sfratto per mancanza di spazio.

[fonte: Il Corriere]

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27 gennaio 2010

PORDENONE: VIETATO BACIARSI A SCUOLA

Posted in adolescenti, amore, legalità, scuola, voto di condotta tagged , , , , , , , , a 5:10 pm di marisamoles

In questi giorni qui nel nord-est d’Italia il clima è piuttosto rigido. Cosa c’è di meglio di un affettuoso abbraccio o di un bacio fra innamorati per scaldarsi un po’? Nulla, ma a scuola non si può.
Il Dirigente Scolastico dell’Istituto Tecnico Commerciale “Mattiussi” di Pordenone, Vinicio Grimaldi, ha, infatti, vietato baci ed effusioni tra studenti nei locali della scuola. Gli insegnanti, di conseguenza, hanno l’obbligo di vigilare sul rispetto del divieto e sul comportamento corretto dei ragazzi. È una questione di buon gusto, innanzitutto, nonché di buona educazione. Le sanzioni previste, a seconda della gravità, possono includere anche la sospensione. E di questi tempi, con il nuovo regolamento sul comportamento degli studenti emanato dal ministro Gelmini, non c’è da scherzare: con il 5 in condotta si perde l’anno, anche se il profitto è positivo. Insomma, meglio rigar dritto e, oltre ad evitare le effusioni, gli studenti dovranno rinunciare alle sigarette, visto che non si può fumare nemmeno in cortile, dovranno prestare attenzione al linguaggio, evitando parolacce e bestemmie, nonché astenersi da qualsiasi atto di bullismo.

Il Dirigente precisa che non ci sono stati fatti specifici che ci hanno indotto a far seguire alla lettera il regolamento che già esiste, ma la volontà di chiarire alcuni atteggiamenti che devono essere in linea con un comportamento decoroso. In questo senso ritengo che all’interno della scuola il bacio tra studenti nei corridoi non può essere considerato un fatto normale. Come dargli torto?

Ricordo che ai tempi in cui frequentavo il liceo, le coppie di innamorati, se osavano tenersi per mano durante l’intervallo, si staccavano con grande sollecitudine non appena vedevano, anche da lontano, arrivare un professore. Scambiarsi dei baci, poi, era semplicemente impensabile. Quando ripenso ai “miei tempi”, lo confesso, mi sento mille anni luce lontana dai giovani d’oggi. Ogni volta che nei corridoi incrocio qualche coppietta, o faccio finta di niente o tutt’al più mi schiarisco la voce per farmi notare. Vorrei essere capace di sbraitare che queste cose non si fanno, che le andassero a fare a casa loro … non ne sono capace. In fondo le cosiddette “effusioni”, quando non oltrepassano il limite della decenza, ovviamente, fanno tenerezza. Se d’istinto provocano in me una reazione di disappunto, alla fine mi rendo conto che disappunto non è, è proprio invidia. C’è qualcuno che, arrivato alla mia età, non proverebbe un po’ d’invidia nei confronti di questi quindicenni in preda alla tempesta ormonale tipica della loro età? Poi però subentra in me la coscienza del mio ruolo istituzionale e faccio violenza alla parte sentimentale di me che vorrebbe lasciarli teneramente abbracciati. I baci, no, però. Quelli danno fastidio anche a me.

Sulle parolacce, bestemmie, bullismo e altro sono completamente d’accordo con il preside Grimaldi. Gli innamorati mi fanno tenerezza ma i maleducati vorrei prenderli a schiaffi. In quei frangenti non faccio finta di niente e li rimprovero aspramente ma, se non sono allievi miei, l’unico risultato che ottengo è uno sguardo fulminante che sottintende “Che ca**o vuoi? Fatti gli affari tuoi che non sei neanche una mia prof”. Allora mi sento impotente perché, al di là delle circolari che, una volta lette, vengono cestinate e di certo non s’imparano a memoria, ci vorrebbe più severità e soprattutto una comunione d’intenti: preside e insegnanti tutti pronti a vigilare, davvero, sugli studenti e a punire le trasgressioni. Ma senza dire “se ti vedo (o ti sento) la prossima volta …”, perché i ragazzi fanno presto a capire che ogni volta sarà la prossima e non succederà mai niente.
Quanto al fumo, da fumatrice mi fa comodo poter fumare almeno negli spazi aperti ma, se dovesse uscire nella mia scuola una circolare che imponesse il divieto di fumo anche all’aperto, mi adatterei. In fondo, ho rinunciato a fumare al ristorante o al bar e posso stare tre ore in classe senza accendere la sigaretta. Che problema c’è?

In conclusione, sono favorevole alla presa di posizione del Dirigente del “Mattiussi”, anche se qualcuno potrebbe pensare che alcuni dei divieti siano un po’ rigidi. I ragazzi hanno bisogno di regole: se non gliele diamo e non le facciamo rispettare, non impareranno mai a vivere.

[fonte: Il Gazzettino]

15 novembre 2009

PROF FILMATA, GENITORI DELL’ALLIEVO MULTATI

Posted in adolescenti, famiglia, figli, legalità, Legge, scuola tagged , , , a 11:49 pm di marisamoles

lavagnaÈ costata cara la marachella di uno studente dell’ITIS Einstein di Vimercate: nel 2007 aveva filmato la sua insegnante di Lettere mentre lei scriveva alla lavagna e il resto della classe faceva un vero e proprio show alle sue spalle: gestacci, boccacce ed altro che possiamo immaginare. Ma il vero “reato” quello studente l’ha compiuto una volta arrivato a casa: ha scaricato il filmato su You Tube, arricchendolo anche con dei sottotitoli. Uno scherzo divertente per l’allievo, un po’ meno per i suoi genitori.

È arrivata, infatti, la sentenza del giudice che si è occupato del caso, dopo che la prof aveva denunciato l’accaduto. Il ragazzo non aveva negato nulla ed era stato sospeso per 15 giorni dalle lezioni. Credeva, evidentemente, di cavarsela a buon mercato. Ma ora i genitori devono sborsare ben 20 mila euro, una cifra considerevole che, secondo il parere del giudice, costituisce un equo risarcimento per i danni morali subiti dall’insegnante: infatti, nella sentenza non si condanna il fatto di aver filmato la prof, quanto la diffusione in rete del video.

La sentenza crea anche un precedente: considerato che l’azione delittuosa è stata compiuta dal ragazzo una volta tornato a casa, quindi quando non era più sottoposto al controllo della scuola, responsabili, in un certo senso di mancata sorveglianza, sono ritenuti i genitori che devono pagare l’ammenda.
In effetti la sentenza del giudice non dovrebbe stupire: secondo quanto recita l’art. 2048 del Codice Civile, i genitori sono responsabili dei danni cagionati dai figli minori che abitano con essi, sia per quanto concerne gli illeciti comportamenti che siano frutto di omessa o carente sorveglianza; sia per quanto concerne gli illeciti riconducibili ad oggettive carenze nell’attività educativa, che si manifestino nel mancato rispetto delle regole della civile coesistenza, vigenti nei diversi ambiti del contesto sociale in cui il soggetto si trovi ad operare.
In altre parole, se l’ignara professoressa non ha colto sul fatto il discolo, sequestrandogli il telefonino, e quindi non ha avuto modo di operare il controllo durante la sua permanenza a scuola, i genitori, invece, avrebbero dovuto accorgersi della malefatta e impedire la diffusione in rete del video.

Non so quanto contenti siano mamma e papà delle malefatte del pargolo; di certo staranno pensando a come “fargliela pagare”. Intanto, però, ventimila euro non son bruscolini … Chissà se almeno questa “lezione” servirà.

[Fonte: Il Corriere]

26 marzo 2009

ASSESSORE MULTATO S’INFURIA E SI VENDICA

Posted in cronaca, legalità, Trieste tagged , , , , , , a 4:55 pm di marisamoles

Insomma, diciamolo chiaramente: prendere la multa non fa piacere a nessuno. Se poi a prenderla è un personaggio pubblico, diciamo un rappresentante istituzionale, allora è possibile che si arrivi alla scenata furibonda. E chi ne fa le spese, stavolta, è un’ignara vigilessa che, ligia al dovere, non guarda in faccia nessuno, tanto meno un assessore. Già, perché per lei un’infrazione è un’infrazione e chiunque la commetta ha torto marcio. Come biasimarla?

Ma veniamo ai fatti. È successo a Trieste, in una via abbastanza centrale che di brutto ha il fatto di essere stretta, in salita e molto scarsa di parcheggi. E allora che si fa? Si lascia l’automobile sulle strisce gialle che delimitano la fermata dell’autobus. Che male c’è? Quante volte l’abbiamo fatto? Alzi la mano chi non si è mai azzardato, nemmeno per cinque minuti, a lasciare la propria vettura parcheggiata sulle strisce gialle! Credo, però, che tutti siamo consapevoli che questa cosa non si fa, proprio non la si deve fare. Quindi, se poi ci scappa la multa, che coraggio abbiamo di protestare?
Il coraggio, però, l’ha trovato un assessore triestino, Franco Bandelli, famoso (?) tra l’altro per essere uno degli organizzatori della Bavisela, maratona d’Europa che da qualche anno si corre nel capoluogo giuliano la prima domenica di maggio. In breve, quando il signor Bandelli si accorge che la vigilessa gli sta appioppando la multa per divieto di sosta, si precipita correndo verso di lei e le urla: “Son mi, son mi, xe mia” (traduco: “Sono io, sono io, è mia [la macchina]”). Insomma una scenata degna del famosissimo film di Sordi “Il vigile” dove, con la nota maestria, il comico romano interpretava un vigile indefesso che non si lascia intimorire da nessuno, nemmeno dal sindaco … Impossibile dimenticarlo, quel film, però pensavamo che i personaggi della serie “Lei non sa chi sono io” (in triestino: “Lei non la sa chi che son mi”. La traduzione è d’obbligo perché a Trieste l’uso della lingua italiana è un optional) fossero ormai scomparsi dai set cinematografici ma anche dalle scene di vita quotidiana. Tanto più che ormai, una volta redatto il verbale, non si può fare più nulla, il vigile non lo può stracciare, come accadeva una volta, si può solo ricorrere al Prefetto, il che scoraggia notevolmente l’onesto cittadino che, con le orecchie basse, va a pagare con sollecitudine la multa perché sa di essere dalla parte del torto. Se poi l’automobilista multato tanto onesto non è, allora fa anche a meno di pagarla, la multa. Succede spesso, anche se farla franca non pare sia possibile, visti i controlli e le lettere persecutorie che arrivano a cadenza regolare in caso di mancato pagamento.

Torniamo a Bandelli. Pare che le vigilesse del NIS (Nucleo Investigazioni Speciali), che come sempre viaggiavano in due sulla loro Alfa 16, l’abbiano riconosciuto l’assessore infuriato, ma ciò evidentemente non è bastato per farle desistere dallo staccare quel foglietto così discreto che noi tutti non desideriamo vedere attaccato al parabrezza dell’auto. Sarà stato questo atteggiamento indifferente di fronte a cotanto assessore a farlo uscire di senno, un po’ come il famoso cavalier Orlando. In pochi secondi il volume sempre più alto della voce del Bandelli richiama un bel po’ di curiosi: pedoni che si fermano, automobilisti che rallentano, gente che si affaccia alla finestra … insomma, un bel caos, tutti ad osservare l’assessore sempre più irato che riconosce in una delle due vigilesse una persecutrice. Bene, si ricorda pure che lo stesso agente gli aveva già fatto una multa; che fisionomista. Ma lei, l’eroina con la divisa, non molla e presenta il conto: 74 euro e due punti della patente in meno. Ok, incassa Bandelli, ma medita vendetta: “Mi ghe pago ma qua xe un desio, piturè tutte ste’ macchine” (traduco: “la pago [la multa] ma multate anche tutte queste macchine perché qua è un caos”). Infatti, l’auto dell’assessore non è l’unica parcheggiata in modo irregolare. La collega della “persecutrice” di Bandelli si affretta così a multare un camioncino parcheggiato dall’altra parte della strada. Ma l’assessore ha un ripensamento: perché prendersela con degli innocenti? Magari quel povero automobilista sanzionato per colpa sua l’avrebbe fatta franca se lui non avesse provocato le vigilesse. E allora si offre di pagare anche quella multa, una più una meno che differenza può fare! Il gesto nobile è giustificato dal fatto di essere anche lui, il Bandelli, di umile origine: “Perché anche mi son fio de un operaio” (traduco: “Anch’io sono figlio di un operaio”), esclama. Ma ha pure avuto il tempo di chiedere all’autista che mestiere fa suo padre?

Dopo una buona mezzora lo show termina, almeno in quella zona di Trieste. Ma il Bandelli, furioso più che mai, cova rancore e si reca sparato, evitando però di prendere una multa anche per eccesso di velocità o per guida pericolosa, alla sala operativa dei vigili urbani. Là, tuttavia, forse anche perché quei vigili l’hanno riconosciuto ed erano già al corrente del teatrino svoltosi qualche minuto prima in centro città, resta poco, pochissimo, viene praticamente sbattuto fuori. Ma l’assessore che fa? Irato, anche questa volta, per l’indegno trattamento, telefona agli stessi vigili che l’hanno appena allontanato, e li invita a multare un bel po’ di automobili parcheggiate in divieto qualche decina di metri più in là. Chissà se poi si è offerto di pagare di tasca sua anche quelle multe!

Quando, poi, all’assessore è stato chiesto di commentare l’episodio, ha ammesso la colpa ma pare che la consapevolezza di commettere delle infrazioni non serva a fargli perdere il vizio: ha dichiarato, infatti, di prendere regolarmente una multa al giorno. Ebbene, ma qualcuno glielo andrà a dire, al buon Bandelli, che “errare humanum est, perseverare diabolicum”? O forse, a proposito di proverbi, ne ha scambiato uno per un altro: al posto di “una mela al giorno …” è convinto che la formula giusta sia “una multa al giorno leva il medico di torno”. Beh, contento lui!

[la fonte è il piccolo.it, articolo non firmato, pubblicato il 25 marzo 2009 … ma io ci ho “ricamato” un po’ sopra!]

7 marzo 2009

BAMBINA DI NOVE ANNI RIMANE INCINTA E ABORTISCE: MEDICI SCOMUNICATI

Posted in aborto, cronaca, famiglia, figli, legalità, Legge, sfruttamento dei minori, violenza sessuale tagged , , , , , , , , , a 9:13 pm di marisamoles

Io, pur essendo credente, davvero non capisco fino a dove possa arrivare l’ottusità della Chiesa. La notizia viene dal Brasile: una bambina di nove anni, violentata per tre anni dal patrigno, rimane incinta di due gemelli e, consigliata dalla madre, abortisce. Ora i medici, per quanto possa loro interessare, vengono scomunicati dall’arcivescovo di Olinda, don José Cardoso Sobrinho. Non solo, la scomunica raggiunge anche la madre della piccola che ha firmato per l’IVG.

Che la Chiesa sia contraria all’aborto è risaputo, ma scagliarsi contro quello che l’arcivescovo definisce un crimine e, visto che la bambina aspettava due gemelli, il sacrificio di due vittime innocenti, è davvero paradossale. Pur essendo io, come credente, come donna e come madre, fermamente contraria all’interruzione volontaria della gravidanza, credo che nei panni della madre della bimba avrei agito allo stesso modo. Primo perché la gravidanza era frutto di una violenza, per giunta familiare, secondo perché una bambina di nove anni non è in grado di crescere dei figli, terzo perché come madre non avrei mai potuto allevare dei nipoti praticamente come fossero anch’essi miei figli. Perché di questo si tratta, in fondo. Senza contare che sarebbero stati destinati a crescere senza un padre, visto che quello che li aveva concepiti non è nemmeno degno del nome di padre.

In Brasile l’aborto è permesso in caso di violenza sessuale o di gravidanza ad alto rischio, quindi è logico che sia la madre sia i medici hanno agito nella legalità. Ma la Chiesa, evidentemente, della legge se ne fa un baffo! Da parte loro, i medici non sembrano preoccuparsi molto della scomunica e non hanno replicato alla decisione presa dall’arcivescovo, mentre il responsabile del Centro Integrado de Salud Amaury de Medeiros (Cisam) di Recife dove è stato eseguito l’aborto, ha tenuto a precisare che il centro ha fatto “il suo dovere di prestare assistenza a una famiglia povera, sempre nell’ambito della legalità”. È questo il problema fondamentale in Brasile e in altri Paesi del sud del mondo: bambine come questa piccola “mamma mancata” ce ne sono tante, per lo più abbandonate per strada dalle famiglie, vittime della miseria e dell’ignoranza perché la scuola per la maggior parte dei minori è un lusso da quelle parti. Sono già fortunati ad avere un tetto sulla testa; ma quando si vive in otto – dieci persone in 20 mq, se va bene, non si ha un reddito adeguato e non c’è nemmeno la sicurezza di un pasto al giorno, i prelati dovrebbero chiedersi come si può anche solo concepire l’idea di far nascere due bambini da una madre che vive ancora nel pieno dell’infanzia.

La notizia si è diffusa presto e la bambina, dopo essere stata dimessa dall’ospedale, non tornerà a vivere ad Alagoinha, località rurale del Pernambuco, forse per la vergogna. Perché non si può reggere il peso di tanti sguardi puntati addosso quando si è doppiamente vittima di una violenza: quella subita da parte del patrigno, il ventitreenne Jailson José da Silva, arrestato per stupro, e quella dell’opinione pubblica pronta a giudicare senza riuscire a mettersi nei panni degli altri. In inglese si dice “mettersi nelle scarpe degli altri”: se non sono del tuo numero, sono davvero scomode.

20 novembre 2008

INFANZIA RUBATA: E LE STELLE STANNO A GUARDARE?

Posted in attualità, lavoro minorile, legalità, sfruttamento dei minori, società tagged , , , , , , , a 8:59 pm di marisamoles

Non so perché, ma quando mi è venuto in mente di scrivere questo post, ho ripensato allo sceneggiato televisivo (allora le fiction si chiamavano così) del 1971 tratto dal romanzo di Cronin: “E le stelle stanno a guardare”. Allora, bambina, lo seguii con interesse, forse un po’ spaventata dall’ambiente buio e opprimente della miniera in cui la storia per buona parte si svolgeva.
Il racconto è incentrato su più storie che coprono l’arco di una quindicina d’anni: quella di un minatore e suo figlio che cerca di diventare dottore, di un altro minatore che alla fine diviene un uomo d’affari e del figlio del padrone della miniera che entra in conflitto con il padre autoritario. Una storia, tutto sommato, che ha una fine lieta. Considerati i tempi, un messaggio di speranza.

Altrettanto non si può dire di molti bambini e ragazzi che, in tutto il mondo, vivono in modo tutt’altro che spensierato, senza futuro ma anche senza presente: la loro infanzia è rubata, costretti come sono da adulti senza scrupoli o semplicemente dalla povertà a lavorare per sopravvivere e per far guadagnare i loro sfruttatori. Come minatori, in un mondo senza luce, e quando escono dal loro rifugio di dolore, le stelle sono lì a guardare, impotenti come noi.

Quando osserviamo i nostri bambini e i nostri ragazzi, li vediamo felici, sorridenti, intenti a sperimentare la vita preparandosi al domani. Non ci rendiamo conto che la vita è molto più dura per tanti coetanei dei nostri figli. Loro non hanno la play-station, i videogiochi, il computer, lo zaino eastpack, il cellulare d’ultima generazione.
Eppure anche in Italia ci sono bambini costretti a lavorare, a rinunciare alla scuola e agli amici, per aiutare In Italia una parte della popolazione vive sotto la soglia della povertà; le risorse sociali, sempre più misere, non riescono a supportare le categorie più deboli e così la povertà si estende. I bambini considerati poveri arrivano al 17% della popolazione infantile, per svariati motivi: la disoccupazione o la sottoccupazione dei genitori, l’esistenza di famiglie numerose monoreddito, la presenza di minori in famiglie di immigrati che vivono una vita senza futuro nelle periferie e nei luoghi degradati delle grandi città, minori stranieri non accompagnati che vivono in una famiglia di appoggio di parenti o conoscenti o che non hanno affatto una famiglia … l’elenco potrebbe essere molto più lungo ma è meglio fermarsi.

Eppure oggi, 20 novembre 2008, si celebra l’anniversario della Convenzione Internazionale sui Diritti del Fanciullo, siglata dall’Assemblea Generale dell’ONU il 20 novembre 1989 ed entrata in vigore, a livello internazionale, il 2 settembre 1990, dopo la ratifica di ben 191 Stati. Attualmente gli Stati firmatari sono 193 ma, clamorosamente, manca ancora l’adesione degli USA e della Somalia. Di quest’ultima non ci stupiamo, per quanto riguarda gli States, ricordiamo che non hanno mai firmato la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, in quanto in alcuni Stati è ancora in vigore la pena di morte.

Proprio oggi, in Italia, si parla di istituire un garante per la tutela dei minori e, per una volta, pare che ci sia accordo pieno tra maggioranza e opposizione. Certo, c’è un perché: l’Italia è uno dei pochi Stati europei che non ha ancora questa figura auspicata e delineata nelle sue funzioni dalla Convenzione europea sull’esercizio dei diritti dei fanciulli, siglata a Strasburgo il 2 gennaio 1996, cui fa seguito la legge 20 marzo 2003, n. 77. La questione sta particolarmente a cuore al vicepresidente del Senato Vannino Chiti che, prendendo la parola alla celebrazione alla Camera della Giornata nazionale per i diritti dell’infanzia e degli adolescenti ha toccato anche l’argomento che, di questi tempi, è al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica: i figli degli immigrati.
Nel suo discorso Chiti ha sottolineato che ”l’investimento più giusto e più grande è quello verso i minori che sono in Italia senza essere cittadini italiani: sono i figli di immigrati. Sono qui con un permesso di soggiorno legale. Guai a pensare che questi bambini non abbiano gli stessi diritti degli altri. I diritti fondamentali, sanciti nella nostra Costituzione, sono di tutti i bambini che si trovano nel nostro Paese, senza eccezione alcuna. Comunque siano entrati in Italia, comunque siano entrati in Italia i loro genitori, i loro diritti sono gli stessi dei figli di italiani”.
Certo, questi bambini, almeno sono tutelati da una Legge che non fa distinzioni. Ma se diamo uno sguardo al mondo, vediamo che questi diritti sacrosanti e inalienabili non sono esercitati da tutti, anzi, si parla di nuove condizioni di schiavitù.

La Convenzione 138 dell’OIL (ILO, in italiano; è un’agenzia dell’ONU che si occupa del lavoro), datata 26/06/1973, stabilisce la tutela dei minori dai nuovi tipi di schiavitù. In Italia c’è la Legge 977 del 1967 a salvaguardia del lavoro minorile, in aggiunta all’adesione alle varie convenzioni internazionali e alle direttive europee. Non si può lavorare fino ai 15 anni; ci sono delle deroghe per quanto riguarda l’ambito artistico, dello sport, dello spettacolo, garantendo sempre, però, il diritto allo studio e l’obbligo scolastico. Il minore non può, comunque, lavorare per più di 6 ore al giorno, non può fare straordinari, non può essere impiegato in attività lavorative serali e solo nelle situazioni che rispettano lo sviluppo.

Tuttavia, nel resto del mondo, l’infanzia rubata è un male diffuso e pare inarrestabile. L’OIL afferma che nel mondo ci sono 2 miliardi di bambini (il 75% vive nel Sud del mondo) e di questi almeno 250 milioni (ma è una sottostima perché, essendo una pratica illegale, i dati non sono precisi), tra i 5 e i 15 anni, lavorano. Per fare un confronto, secondo l’ISTAT in Italia lavorano 145.000 bambini, ma il dato è contestato dalla CGL che parla di 300.000 unità.
Il lavoro minorile si risolve in una sorta di schiavitù, perché i bambini vengono sottopagati, costretti a lavorare anche per quattordici ore al giorno, per lo più senza ribellarsi agli aguzzini perché consapevoli che la famiglia ha bisogno anche del loro contributo. Anzi, spesso lavorano i bambini proprio perché i genitori sono disoccupati. Sembra un paradosso, ma in realtà è solo una questione di comodo: i bambini sono più adatti per certi mestieri e vengono pagati meno di un adulto.

I lavori più “gettonati” (ma aggiungerei tristemente) sono: manodopera in varie fabbriche tessili, di articoli sportivi, di fuochi d’artificio, lavori in miniera o nei campi. A queste attività lavorative si aggiunge l’impiego dei minori in attività illegali di puro sfruttamento: prostituzione, pedofilia, arruolamento in qualità di soldati, contrabbando, spaccio di droga. A ciò si aggiunge, come se non bastasse, il rapimento dei bambini o il loro acquisto da famiglie consenzienti (aggiungerei pure incoscienti) per il traffico d’organi.
Un orrore, certo, e non pensiamo che questi bimbi siano i soli sfortunati. Ci sono anche situazioni più disumane. Ad esempio, nel 1997 è stata fatta una retata a La Mecca e sono stati trovati dei bambini, costretti a chiedere l’elemosina, dopo essere stati resi storpi per impietosire di più la gente.
Oppure pensiamo che nelle Filippine ci sono i cosiddetti “bambini dalle porte chiuse”, impiegati nei lavori domestici, senza mai poter uscire. Adesso, forse, capiremo perché i filippini sono dei domestici molto quotati dalle famiglie altolocate.
Ma non basta: in Asia i minori vengono anche venduti a scopo di matrimonio, senza contare il commercio delle adozioni. In Brasile ci sono i bambini di strada (ninos de rua), così come in India, a Calcutta. Dopo la colonizzazione c’è stato un boom demografico, nelle città si sono formate le “baraccopoli” dove i piccoli sono costretti a svolgere lavori umili come la confezione di sacchetti di carta, usando materiali di scarto, e ne devono vendere almeno 50 al giorno per guadagnarsi un pasto.
Nel Golfo Persico i bambini sono usati nelle “gare di cammello”; i migliori fantini sono appunto i piccoli tra gli 8 e i 10 anni, spesso rapiti alle famiglie a questo scopo, alimentando la pratica delle scommesse illegali.
Anche nello sport i minori vengono o sfruttati o non rispettati; ad esempio alle ginnaste russe, negli anni 70, venivano somministrati dei farmaci inibitori della crescita, così mantenevano il corpo da fanciulle, più adatto alla ginnastica. Chi non ricorda la mitica Nadia Comanenci? I miei coetanei di sicuro non l’hanno dimenticata.

Che dire ancora? Forse piuttosto che ricordare questo giorno una volta l’anno, sarebbe buona cosa ricordarsi di quest’infanzia rubata ogni giorno dell’anno. Alle istituzioni un appello: meno buoni propositi per tenersi la coscienza pulita e più determinazione per far sì che i diritti siano davvero uguali per tutti.

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«Oὕτως ἀταλαίπωρος τοῖς πολλοῖς ἡ ζήτησις τῆς ἀληθείας, καὶ ἐπὶ τὰ ἑτοῖμα μᾶλλον τρέπονται.» «Così poco faticosa è per i più la ricerca della verità, e a tal punto i più si volgono di preferenza verso ciò che è più a portata di mano». (Tucidide, Storie, I 20, 3)

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