CLIENTE SUCCESSIVO

cliente successivo Voglio raccontare un episodio di cui sono stata testimone questo pomeriggio in un supermercato cittadino. Non so come definirlo, ha a che fare con i pregiudizi che sono radicati nella mente degli stranieri fin dalla più tenera età. Confesso che, mentre tutti ridevano, io mi sono sentita in imbarazzo.

Sono alla cassa. In fila davanti a me c’è una famiglia straniera, madre e due figlie, una grande e l’altra più piccolina. Quest’ultima porta il carrello e insiste per mettere da sola sul nastro la merce da acquistare. La madre non è troppo convinta e mi dice: “Ha solo quattro anni, vuole fare tutto da sola”. Mi meraviglio perché la bambina sembra molto più grande. La mamma sorride e mi dice che l’altra, dell’apparente età di 15-16 anni, ne ha solo 12. Del resto la signora è proprio un marcantonio, alta e piuttosto robusta. Hanno la pelle “marrone”, come dirà più tardi la bimba.

Disposta la merce sul nastro, la piccola vorrebbe che la cassiera mettesse il divisore, quello con su scritto “cliente successivo”. La signora gentilmente le dice di no, non si può fare. Effettivamente i prodotti occupano tutto il nastro, io ho le due cose che devo acquistare in mano, bisogna attendere che il nastro scorra un po’ in avanti. La bimba ci resta male: lei vorrebbe mettere il divisore davanti ai prodotti che la mamma deve comprare. Lo prende e la cassiera, sempre con la massima gentilezza, glielo toglie dalle mani dicendo che non si può metterlo lì.

Quando finalmente c’è posto anche per le mie cose, la cassiera prende il divisore e lo posiziona fra la spesa della famiglia “marrone” e la mia.
A quel punto la bimba, con aria un po’ delusa, chiede: “Questo [indicando il divisore] serve solo per i bianchi e non per noi che siamo marrone?”.

Risata generale. Tutti sembrano divertiti: cassiera, mamma, bambine, clienti. Solo io, che ci sono rimasta davvero male, ma proprio male male, dico: “Mi sembra grave se una bambina di 4 anni soltanto fa questo tipo di ragionamento”. Ma gli altri mi guardano come se stessi dicendo una cosa fuori luogo, una cosa seria in un momento di massima ilarità.

Che imbarazzo, che tristezza, che vergogna. Do una carezza alla piccola e non mi viene in mente nulla da dire se non: “Sei proprio brava”. Ovviamente mi riferisco all’abilità dimostrata nello svuotare il carrello alla cassa.

[immagine da questo sito]

CERVIGNANO DEL FRIULI: PARROCO CELEBRA MESSA IN RUMENO E I FRIULANI SI LAMENTANO

Ho spesso detto, con cognizione di causa, che i friulani sono gente con un cuore grande. Avendo poi vissuto sulla propria pelle, decine di anni fa, l’esperienza dell’emigrazione, ho sempre pensato che il friulano sia un popolo particolarmente accogliente nei confronti degli immigrati. E ne sono convinta tuttora ma una notizia riportata dal quotidiano locale, il Messaggero Veneto, mi porta a pensare che le cose possano cambiare quando si tratta dei “diritti di lingua”. In altre parole, vi saranno amici a patto che non tocchiate loro la marilenghe.

Il fatto è questo: la parrocchia di Cervignano del Friuli ha deciso di celebrare, in una chiesa del comune, una messa domenicale in rumeno, data l’alta presenza di immigrati che provengono da quella terra dell’Est Europa. La realizzazione di tale progetto è resa possibile anche dal fatto che don Michele Roca, da poco nominato vicario della parrocchia di Cervignano, è rumeno egli stesso e ciò permette si superare agevolmente il problema linguistico.

Così il parroco don Dario spiega il progetto: «È un modo per far vivere meglio la liturgia ai rumeni che abitano nella nostra diocesi; è un’attenzione in più verso chi è cattolico e si trova a vivere in un Paese straniero.» Ma le proteste non si sono fatte attendere: come si osa celebrare una messa in rumeno quando non lo si fa nell’idioma locale, ovvero il friulano? Sembra quasi una sorta di razzismo al contrario.

Da parte sua il parroco dichiara che, almeno per il momento, non si ravvisa la necessità di dire messa in friulano, anche perché la zona è molto eterogenea, ma che non avrebbe nulla in contrario nel farne celebrare una anche nella lingua locale qualora pervenisse alla sua parrocchia una richiesta in tal senso.

Al di là dell’articolo, leggere i commenti è davvero deprimente.

Se le vie del Signore sono infinite, è ovvio che arrivino anche in Friuli. Però è necessario che qualcuno lo avverta che deve imparare il friulano, onde evitare qualsiasi problema diplomatico.

AGGIORNAMENTO DEL POST, 20 SETTEMBRE 2012

Com’era facilmente intuibile, al coro di voci polemiche dei lettori del Messaggero Veneto (alcuni dei commenti sono davvero deprimenti), si è aggiunta quella della Lega Nord per bocca di Matteo Piasente, segretario regionale del Carroccio.

Secondo Piasente, l’idea di celebrare una messa in rumeno per gli immigrati non è felice, anzi, è proprio ghettizzante. Non si arriverà mai all’integrazione perché così si scava un baratro tra immigrati e cervignanesi. Osservazione alquanto discutibile visto che si tratta di un’ora la settimana, di un evento che non implica la partecipazione in massa di tutti gli emigrati di lingua rumena, così come nemmeno tutti gli Italiani, oppure tutti i friulani, partecipano al rito domenicale.

Arrampicandosi sugli specchi, a parer mio, Piasente aggiunge: «Dubito che assisteremo mai a Bucarest o in Transilvania ad una messa in friulano.», facendo leva sullo scambio interculturale che in questo modo sarebbe rispettato, mentre la decisione del vicario don Michele Roca a suo dire si risolve in un’iniziativa destinata ad erigere un muro tra friulani e rumeni.

Ma la vera chicca arriva ultima, alla fine dell’articolo pubblicato sul Messaggero Veneto: «Celebrare la messa in friulano sarebbe un grande segnale per la nostra comunità. L’identità culturale del popolo friulano non può prescindere dalle radici cattoliche. E tutti i fedeli, stranieri compresi, avrebbero una nuova, preziosa, chiave di lettura per interpretare la terra che li ospita».

Ma di quale chiave di lettura parla se per gli stranieri è già complesso imparare la lingua italiana? Io vivo in Friuli da ventisette anni e non so articolare una frase completa e a stento riesco a capire il 50% di quello che mi dicono quando parlano in friulano. E dire che sono portata per le lingue …

E poi, a dirla tutta, difendere a oltranza la lingua friulana, a scapito della stessa lingua nazionale, in una terra che ospita non solo molti immigrati stranieri ma anche gente che arriva dalle varie regioni d’Italia, specie del sud, non è un modo per erigere un muro fra i friulani e il resto del mondo?

MISS ITALIA 2012: IL CASO DI NAYOMI ANDIBUDUGE, “STRANIERA” NATA IN ITALIA


Nayomi Andibuduge è nata in Italia, a Roma, città in cui vive, da genitori provenienti dallo Sri Lanka. Il padre Reymond vive nella Capitale da 30 anni, e la mamma, Sandhya, da 20. Nayomi, per legge, può richiedere la cittadinanza italiana ora che da poco ha raggiunto la maggiore età. Può farlo ma lei lo ritiene ingiusto, pensa che chi, come lei, è nato in Italia e nel nostro Paese è sempre vissuto, dovrebbe poter godere di un diritto acquisito e non a richiesta.

Nayomi partecipa a Miss Italia 2012 ma nella sezione speciale che quest’anno Patrizia Mirigliani, che ha seguito le orme del celebre papà, patron del concorso, ha voluto dedicare alle ragazze che sono nate in Italia oppure ci vivono da tempo. Per la bella ragazza dello Sri Lanka, tuttavia, questa viene considerata una magra consolazione. Lei si sente italiana a tutti gli effetti: perché non può concorrere per il massimo titolo, perché non potrà mai diventare, o almeno sperare di diventarlo, Miss Italia?

Così la ragazza decide di scrivere una lettera al Presidente della Repubblica Napolitano. Uno sfogo, niente di più. Ormai i giochi sono fatti e le regole non possono essere cambiate. Ma la lettera di Nayomi deve far riflettere sull’assurdità di una legge che non considera dove una persona vive dalla nascita ma da dove vengono i genitori.
Per quanto riguarda il concorso di Miss Italia, non dimentichiamo la discussa elezione di Denny Mendez nel 1996, appena diciottenne. Nonostante vivesse nel nostro Paese soltanto da 7 anni, proveniente da Santo Domingo, riuscì ad indossare la corona della più bella d’Italia perché naturalizzata italiana. Come mai, mi chiedo, sia possibile che una ragazza come Nayomi, nonostante sia nata qui, sia esclusa dal concorso per il massimo titolo, cosa che invece fu permesso a Denny?

Ecco il testo della lettera scritta al Presidente Napolitano.

Illustrissimo Presidente,

mi chiamo Nayomi Andibuduge, sono una ragazza che in questi giorni sta partecipando al Concorso di “Miss Italia” a Montecatini. Ho diciotto anni e sono nata a Roma. E non ho la cittadinanza italiana, cittadinanza che vorrei invece avere “di diritto” essendo nata in Italia da genitori dello Sri Lanka che da decenni vivono nel Vostro (nostro) Paese.

Pur senza esserlo secondo le attuali leggi dello Stato, mi sento italiana a tutti gli effetti, vivo una vita normale e sono perfettamente inserita nel tessuto sociale di Roma, città che amo ed in cui vivo. A Montecatini, nella sezione di “Miss Italia nel mondo” ho avuto modo di incontrare altre ragazze che – come me – parlano alla perfezione l’italiano, studiano, lavorano e progettano una vita da costruire proprio qui nel Vostro (nostro) Paese.

Io e le altre 22 ragazze che, pur non essendo nate in Italia, mi accompagnano nell’avventura di Montecatini vorremmo poter essere considerate italiane, capaci di fornire con senso civico e morale un apporto, impegnandoci a migliorare il Paese che verrà, che sentiamo come nostro, moderno e cosmopolita.

La ringrazio, Signor Presidente, per la Sua cortese attenzione e Le invio i migliori saluti. Nayomi Andibuduge

[LINK della fonte]

“VIETATO L’INGRESSO AI MAROCCHINI”. GESTORE DI UN BAR APPONE UN CARTELLO CHOC DOPO L’AGGRESSIONE SUBITA DALLA FIGLIA

Sicuramente il cartello apposto dal gestore del bar “No problem” di Alassio può suscitare sdegno a prima vista. Ma leggendo la notizia forse si può comprendere la rabbia di un padre la cui figlia è stata aggredita e molestata da un marocchino ubriaco, individuo ben noto alle Forze dell’ordine.

Ghalfi El Mohammed, 30 anni, in evidente stato di ebbrezza (ma i musulmani non hanno il divieto di assumere alcolici?), la notte precedente aveva avvicinato e aggredito la giovane 21enne mentre rientrava a casa. Alla reazione di lei, l’aveva colpita con un fondo di bottiglia causandole ferite a un braccio e al collo. Alle urla della ragazza, si era dato alla fuga venendo, però, bloccato dai Carabinieri.

Quello che sembra incredibile, in questa vicenda, è che Ghalfi El Mohammed non è uno sconosciuto per la giustizia italiana. Mentre i Carabinieri lo avevano denunciato più volte per ricettazione, vendita di prodotti con marchio contraffatto, porto abusivo d’armi, spaccio di stupefacenti, stalking e altri reati contro il soggiorno sul territorio, la polizia comunale di Alassio lo aveva arrestato il mese scorso per resistenza durante un controllo contro l’abusivismo commerciale. Dopo aver patteggiato 66 mesi di reclusione, aveva tuttavia ottenuto la sospensione della pena.

La domanda è lecita: com’è possibile che un uomo del genere fosse libero di circolare e aggredire una ragazza? La vicenda avrebbe potuto avere dei risvolti ben più tragici.

Il padre della ragazza si sarebbe fatto pure giustizia da solo: “Ho preso una spranga, se lo prendevo … Gli è andata bene che l’hanno trovato prima i Carabinieri”, ha dichiarato. Quanto al cartello, umanamente è comprensibile la sua rezione. Ma, come al solito, si tende a fare di tutta l’erba un fascio.

Senza nulla togliere alla reità del marocchino protagonista di questo episodio, forse i veri colpevoli sono altri: le Forze dell’Ordine che non hanno i mezzi per arginare la criminalità che vede protagonisti giovani, stranieri ma anche italiani, che non hanno rispetto per le donne e le considerano solo degli oggetti con cui trastullarsi, e una magistratura sempre più esautorata.

A dispetto del nome del locale, un cartello non risolve questo tipo di problemi e non fa altro che rendere ancora più complessa l’integrazione di tanti stranieri onesti che si sentono ora additati solo perché hanno in comune con un criminale la nazionalità.

[fonte: Il Giornale; foto di Franco Silvi, Ansa]

FONDAZIONE AGNELLI: LA RICERCA BOCCIA LA SCUOLA MEDIA. LA COLPA È DEGLI STRANIERI?

Il ritardo scolastico è spesso il primo campanello d’allarme del “rischio abbandono”, una delle maggiori criticità della scuola italiana. Durante il periodo dell’obbligo i ritardi scolastici arrivano al 25% nei primi due anni di scuola secondaria superiore. E’, però, nella scuola media che cominciano a manifestarsi significativamente, giungendo fino al 10%, dopo essere rimasti molto contenuti alle elementari. Ma quali sono i fattori socio-demografici e familiari che accrescono per gli adolescenti della secondaria di I grado la probabilità di essere in ritardo negli studi?

Questo è la domanda da cui muove la ricerca “I ritardi scolastici a 11 e 13 anni”. Comportamenti, abitudini e contesto scolastico-familiare-territoriale degli studenti delle scuole secondarie inferiori con percorsi non regolari realizzata in collaborazione dalla Fondazione Giovanni Agnelli e dall’équipe del Dipartimento di Sanità Pubblica e Microbiologia (DSPM) dell’Università di Torino, guidata dal Prof. Franco Cavallo.

Così inizia la sintesi della relazione prodotta dalla Fondazione Agnelli sui ritardi scolastici da 11 a 13 anni. Il quadro non è affatto confortante: la scuola secondaria di I grado (ex scuola media) ne esce bocciata. Si mettono in dubbio la capacità della scuola secondaria inferiore di garantire pari opportunità di apprendimento a tutti e di adempiere, quindi, a una delle missioni istituzionali che le sono state attribuite.

Il maggior fattore di rischio per il ritardo scolastico e, di conseguenza, l’abbandono è costituito, secondo i ricercatori, dall’origine straniera degli alunni. Non tanto perché ritenuti incapaci di adattarsi al nostro modello scolastico, quanto perché il sistema italiano prevede che i ragazzi vengano inseriti immediatamente nelle scuole se arrivano in Italia e sono nell’età dell’obbligo scolastico. A prescindere, quindi, dalla conoscenza della lingua, abilità indispensabile per l’apprendimento di qualsiasi disciplina, data la sua trasversalità. Questi ragazzi (la cosiddetta generazione 1.5) hanno una probabilità di essere in ritardo in I media rispetto ai coetanei italiani di circa 18 volte superiore, 19 volte una volta arrivati in III media.

Va un po’ meglio, sempre secondo i ricercatori, agli stranieri di seconda generazione, ovvero nati in Italia da genitori non madrelingua. Ma anch’essi, seppur con un ritardo rispetto ai ragazzi arrivati da poco nel nostro Paese, sembrano destinati a “perdersi per strada”: entro la III media la loro probabilità di perdere uno o più anni cresce fino a diventare di 3,5 volte superiore a quella dei compagni di classe italiani.

Ma il problema si può risolvere? Certamente, ma ci vorrebbe un investimento nell’organizzazione didattica tale da venir incontro al disagio di questi giovani studenti: rare o inesistenti risultano essere le forme di sostegno specifico alle difficoltà che i ragazzi di origine straniera – anche quando bene integrati nella loro classe – possono incontrare nello studio. Non di rado, aggiungo io, la problematicità della situazione che si viene a creare in una classe con alta percentuale di alunni stranieri (il ministero ha stabilito il 30% ma non di rado si sfora e, in ogni caso, appare una percentuale niente affatto contenuta), ha una ricaduta negativa sull’intera scolaresca.

La Fondazione propone una soluzione: un supporto differenziato ma garantito a tutti nelle ore pomeridiane e sostegno agli studenti stranieri arrivati in Italia in età scolare con «classi di benvenuto» e «specifici supporti pomeridiani».
Bene. Allora perché quando nell’ottobre 2008 la Lega ha proposto le “classi di inserimento” per allievi stranieri si è gridato allo scandalo? Quella era una proposta razzista, naturalmente. Le “classi benvenuto” proposte dalla Fondazione Agnelli sono più graziose e non offendono la suscettibilità dei piccoli stranieri e delle loro famiglie?

[fonti: Tuttoscuola.com, Fondazione Agnelli, La Stampa; l’immagine è tratta da questo sito]

IL RAZZISMO BUSSA ALLA PORTA … DI UNA CASA IN AFFITTO


Chi vive in un condominio lo sa: quando un appartamento viene dato in locazione a degli stranieri, nascono sempre, o quasi, dei problemi. Ricordo che nel palazzo dove abitavo fino a dieci anni fa, la proprietaria dell’appartamento attiguo al mio era disperata. Non voleva fare discriminazioni, quindi affittava il bilocale anche agli stranieri. Nel tempo si sono alternati colombiani, brasiliani, albanesi … non li ricordo tutti di preciso. Ricordo però quanto sia stato difficile spiegare ai miei figli che ci facessero sul pianerottolo degli uomini, prevalentemente nel pomeriggio. Le due signorine che vi abitavano, la cui nazionalità onestamente non ricordo, facevano le ballerine in un night club, la mattina dormivano e nel pomeriggio arrotondavano facendo le squillo. Trovavo oltremodo imbarazzante, per giunta, dover rispondere al citofono a voci maschili che evidentemente non cercavano me. “Ehi, bella, ci siamo sentiti al telefono poco fa … ” costituiva l’enunciato più gentile. E io a spiegare che di certo con me non aveva parlato al telefono e che non facevo quel mestiere là.

Poi è stata la volta degli albanesi. Questi me li ricordo bene. Tranquilli, pareva di non averli nemmeno come vicini di casa. Quasi quasi mi sentivo in imbarazzo io con due maschietti scatenati che si rincorrevano per tutto l’appartamento. Poi, di punto in bianco, non si è visto più nessuno. La padrona di casa si è decisa ad aprire con le sue chiavi l’appartamento solo molto tempo dopo e solo perché gli inquilini erano spariti senza lasciar tracce di sé e, soprattutto, senza aver pagato il canone d’affitto, per mesi. Ricordo che quando aprì la porta mi sono trovata per caso sul pianerottolo: dalla casa usciva un fetore tale da farci credere che avremmo trovato, là dentro, quattro cadaveri in avanzato stato di decomposizione. Fortunatamente si trattava soltanto di avanzi di cibo lasciati dentro e fuori il frigorifero che, se cadaveri non erano, puzzavano terribilmente lo stesso.

Il problema dell’affittare le case agli extracomunitari è quello che non si sa mai quanta gente effettivamente ci andrà ad abitare. L’appartamento attiguo al mio, nel condominio dove abito attualmente, è stato affittato per trent’anni (forse quaranta, non ricordo) alla stessa persona. Andata via questa, la padrona aveva pensato di affittarlo ancora e ci aveva avvertiti che, stranieri o meno, lei non guardava in faccia nessuno a patto che le pagassero il canone. Ovviamente le demmo ragione: chi siamo noi per giudicare le scelte altrui? Fortunatamente si rese conto ben presto che gli extracomunitari, in particolare indiani e pakistani, pretendevano di andarci ad abitare in setto-otto (dichiarati, quindi forse quindici abusivamente) in appena 70 metri quadri. Per fara breve, ben presto la signora si rese conto che non avrebbe mai affittato ad italiani, quindi mise in vendita la casa che fu acquistata, fortunatamente, da una coppia che ha una scuola di lingue e che l’affitta ai suoi insegnanti provenienti perlopiù dall’Inghilterra. Magnifico! Così ogni tanto mi faccio una chiacchierata in Inglese sul pianerottolo. Anzi, nei primi tempi, eravamo spesso invitati alle loro feste e frequentavamo la casa regolarmente. Ma poi gli insegnanti sono cambiati e ne sono arrivati altri molto meno espansivi e per nulla festaioli.

Per giungere al topic, leggo sul quotidiano Il Messaggero Veneto, che in quartiere di Pordenone è stato affisso un cartello in cui si dichiara di essere disponibili ad affittare una casa esclusivamente ad Italiani. La cosa ha suscitato non poche polemiche, tanto che i proprietari si sono dovuti giustificare dicendo: «Abbiamo avuto una brutta esperienza. Una coppia di stranieri ci ha vissuto lo scorso anno. Lei una brava ragazza, ma lui l’ha lasciata e lei si è trovata in difficoltà. Non ce la faceva a starci dietro. Così abbiamo detto basta», aggiungendo che «Nel palazzo vivono dei professionisti. Vogliamo che qui vivano brave persone».

Ora, io credo che gridare allo scandalo non serva a nulla. Nemmeno alla Caritas che, commentando il cartello, tuona, per voce del legale, Carla Panizzi: «Bisognerebbe sempre capire le motivazioni che stanno alla base, però, così come è scritto, è palesamente discriminatorio in termini di razza e lingua».

Io credo che ognuno debba fare quel che si sente. Forse il cartello appare discriminante, forse si potrebbe trovare un altro modo per aggirare l’ostacolo, usando la diplomazia. Trovo, però, che le giustificazioni dei padroni siano plausibili, avendo avuto anch’io un’esperienza indiretta, quella descritta, che mi ha convinto che se uno acquista un immobile con l’intenzione di fare un investimento, non può rischiare di trovare degli inquilini insolventi. Anche se per onestà dobbiamo ammettere che, di questi tempi, con la crisi economica e la precarietà delle occupazioni lavorative, il rischio c’è sempre, anche con gli Italiani.

Mi permetto, infine, un’osservazione: quando i nostri migranti se ne andavano a cercar fortuna all’estero, non si trovavano spesso di fronte a cartelli in cui, senza mezzi termini, si dichiarava di non affittare case agli Italiani? E come no! Certo, erano altri tempi e tutta questa politica dell’accoglienza non esisteva. La storia passata dovrebbe essere magistra vitae, ma sappiamo molto bene che ognuno guarda al proprio orticello, senza curarsi di chi si trova in difficoltà. Questa forma di egoismo non è ancora tramontata, forse perché non abbiamo raggiunto quel grado di civiltà che ci porta ad essere accoglienti nei confronti di chicchessia, senza timori o sospetti. E purtroppo ci lasciamo facilmente condizionare dai pregiudizi che, però, molte volte sono fondati. Perché dovremmo, in nome dell’accoglienza, ignorare questa realtà e uniformarci tutti ad un unico pensiero? C’è chi se la sente e chi no. Ma non per questo dobbiamo giudicare le scelte altrui, sempre che non rechino danno a delle persone innocenti e sfortunate.

[foto e notizia dal Messaggero Veneto]

SI PUÒ DIRE BUON NATALE?

Ormai viviamo in una società multietnica. Questo è sotto gli occhi di tutti. Nelle scuole, soprattutto, sono molti i bambini stranieri, le nuove generazioni che, di fatto, cresceranno qui e, con ogni probabilità, si sentiranno più italiani dei loro genitori.

Di integrazione culturale ho parlato più volte, sempre con un certo scetticismo perché, almeno per gli immigrati adulti, è sempre molto difficile integrarsi e spesso il concetto di integrazione viene confuso con l’annullamento delle proprie tradizioni e l’accettazione incondizionata della cultura del Paese ospitante. Ma le cose stanno diversamente. Nessuno chiede a nessuno di rinunciare alle proprie tradizioni e alla propria religione. Semmai, l’integrazione si dovrebbe basare sul rispetto reciproco e la libertà di professare, ad esempio, la propria religione senza per questo sentirsi discriminati.

Purtroppo, però, accade sovente che i discriminati siano proprio gli Italiani, specialmente i bambini che frequentano le scuole materne ed elementari. Ogni anno, a Natale, le maestre si pongono il problema della celebrazione di una festa che non è più condivisa dalla totalità degli scolari. E così succede che scompaiano dalle scuole gli addobbi natalizi, né albero né presepe, non si preparino più i “regaletti” per i genitori (ricordo ancora, con una certa emozione, un rametto di agrifoglio in pannolenci che avevo preparato in seconda elementare per mamma e papà) e guai a proporre delle recite sul tema della natività. Tutt’al più si può osare un timido accenno a Babbo Natale, ma parlare di Gesù Bambino è del tutto improponibile.


Succede, così, che non volendo ferire la sensibilità dei bambini che professano altre religioni (specie i mussulmani), alla fine si provoca non poca delusione nei piccoli che a casa sentono parlare di questa festività e di tutti gli oggetti e i personaggi che la animano. Ovviamente, la presa di posizione di alcune scuole suscita il malcontento e le proteste delle famiglie. Ad esempio, le mamme milanesi chiedono spiegazioni all’assessore all’Istruzione di stanza a Palazzo Marino. (come riporta Repubblica nell’ed. milanese del 20/12)

Proteste a parte, gli esperti che ne pensano? I cattolici, ovviamente, dissentono ma anche gli studiosi delle religioni sono dell’avviso che sacrificare, in nome della tolleranza, le proprie tradizioni sia un grave errore. «Quel che ci serve – spiega Ugo Perone, docente di Filosofia delle religioni all´Università del Piemonte orientale e inventore, negli anni Novanta a Torino, di uno dei primi “calendari multietnici” – è una cultura dell´accoglienza, non la rimozione di aspetti autentici e profondi come il cristianesimo è tuttora in Italia».

Ma siamo sicuri che gli auguri di Buon Natale possano non essere ben accetti?

Qualche giorno fa a scuola ho avuto modo di fare una chiacchierata con uno studente, che non frequenta una delle mie classi, che so essere straniero. Alla fine, prima di fargli gli auguri, mi sono informata sulla religione da lui professata. “Sono cristiano ortodosso, non si preoccupi. Anche noi festeggiamo il Natale e poi, anche se così non fosse, che male può fare un augurio se è sincero? Perché gli auguri di Buon Natale dovrebbero offendere qualcuno? Questa è una tradizione, chi non la condivide non ne subisce comunque alcun danno, ma gli farà piacere l’augurio in ogni caso, come se fosse buon ferragosto”.

Allora, rincuorata da questo “saggio” quindicenne, prendo il coraggio a quattro mani e AUGURO A TUTTI I MIEI LETTORI