3 gennaio 2014

UN CAFFÈ AL SAN MARCO (A TRIESTE), NEL CENTENARIO DELLA SUA FONDAZIONE

Posted in affari miei, cultura, Friuli Venzia-Giulia, Trieste tagged , , , , , , , , a 2:52 pm di marisamoles

caffe-san-marco
La scorsa settimana, tra Natale e Capodanno, mi sono fermata qualche giorno a Trieste, la mia città natale.
Erano anni che non potevo davvero godermi la città, tutta presta dal consueto via vai tra casa dei miei genitori e quella di mio suocero (che purtroppo non c’è più). Si può dire che mio marito ed io riuscivamo solo a goderci la splendida vista delle Rive e di Piazza Unità d’Italia, dai finestrini dell’automobile.

Quest’ultimo soggiorno a Trieste, invece, è stato caratterizzato dalla riscoperta della mia città che ho trovato davvero cambiata.

Albero Natale trieste

Ho fatto un giro nel centro, facendo da Cicerone a un mio cugino e alla sua bellissima figlia, provenienti da Lugano e di passaggio da casa dei miei. Sono riuscita a vedere dal vivo uno degli alberi di Natale più belli del mondo, situato nella splendida cornice di piazza Unità. Per dire il vero, l’albero non è un granché ma gli effetti di luce che vengono costantemente proiettati sul palazzo del municipio, cambiando forma e colori, creano un’atmosfera magica e suggestiva. Ai piedi dell’albero (donato dai “cugini” austriaci), un bel presepe a grandezza quasi naturale dà mostra di sé completando il quadro natalizio con quel pizzico di sacro che si unisce al profano.

caffè san marco 2

Sabato mattina (il 28 dicembre) ho incontrato una delle mie ex compagne di liceo con cui ho ripreso i contatti in occasione della bella festa per i 150 anni del Liceo Dante. Assieme siamo andate a bere un caffè al Caffè San Marco, uno dei più antichi e prestigiosi locali triestini. Un tempo ritrovo di letterati e gente di cultura che prediligeva l’alone asburgico di cui si ammanta il locale per i ritrovi tra intellettuali, ora frequentato da gente di tutte le età e arricchito di una libreria che occupa un’ala dell’ambiente, ormai troppo grande per le modeste frequentazioni dei triestini.
Ad un tavolo ho visto l’attrice giuliana Ariella Reggio … insomma, non è come incontrare Brad Pitt ma ci si può anche accontentare.

Una curiosità: all’interno del Caffè San Marco è stato girato, in parte, il video ufficiale della canzone “Sere Nere” di Tiziano Ferro, il cantante laziale che s’innamorò del capoluogo del Friuli-Venezia Giulia grazie all’amica Elisa (Toffoli) che l’aveva portato a Trieste in occasione della registrazione di un suo video.

Proprio oggi, in occasione del centenario, il quotidiano giuliano Il Piccolo pubblica un articolo, firmato da Claudio Ernè, sul Caffè San Marco di Trieste. Ve ne riporto qualche stralcio invitandovi a leggere l’intero pezzo a questo LINK.

livio-rosignano-trieste-interno-caffe-san-marco

Marco Lovrinovich, nato a Fontane d’Orsera, aprì ai triestini il 3 gennaio 1914 il Caffè San Marco nell’allora Corsia Stadion, oggi via Cesare Battisti. Non immaginava minimamente di aver realizzato una macchina del tempo in cui a un secolo di distanza dal giorno dell’inaugurazione continuano a mischiarsi e a stratificarsi miti, culture, ideologie, iniziative commerciali, conferenzieri, scrittori, studenti e turisti frettolosi.
Ognuno pensa di trovare tra il bancone nero e i tavolini con la base di ghisa qualcosa di irrimediabilmente perduto in ogni altro angolo della città: il sapore residuo dell’Impero asburgico spazzato via dalla Grande guerra, l’eco affievolito della Trieste che fu emporiale e commerciale, il riverbero tremolante delle luci dei caffè viennesi nell’ultima stagione dell’Austria Felix. […]
Il Caffè invece è sopravvissuto: ha superato devastazioni e fiamme, cambi di gestione e di abitudini, avvicendamenti politici, crisi economiche, mutamenti di bandiere. Gli ottoni ritornano periodicamente lucidi, i tavolini mantengono le posizioni originarie, il pavimento si scurisce impercettibilmente di giorno in giorno. Giornali, libri, quaderni, giacche e cappotti si aprono e si chiudono. Come accadeva un secolo fa quando il San Marco era uno dei punti di riferimento degli irredentisti filo italiani.
Oggi al contrario il Caffè si propone al pubblico come un’isola dai connotati asburgici, anche se nemmeno un ritratto, un segno di quella dinastia, è esposto alle pareti. In effetti quasi nessuno cerca più il sapore del “marchio” irredentista che Marco Lovrinovich, proprietario di trattorie e depositi di vini, aveva voluto imprimere al suo nuovo elegante caffè, […]

[immagini: Caffè San Marco da questo sito e da Il Piccolo; albero di Natale da questo sito; dipinto di Livio Rosignano da questo sito]

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22 dicembre 2013

TRIESTE: IN PIAZZA UNITÀ UNO DEGLI ALBERI DI NATALE PIÙ BELLI DEL MONDO

Posted in Friuli Venzia-Giulia, Natale, Trieste tagged , , , , , , a 9:18 pm di marisamoles

abete natale trieste
Un’immagine suggestiva ha fatto entrare l’abete di Trieste tra i 28 più belli al mondo – in mezzo, fra gli altri, a quelli di Roma, New York, Lisbona, Rio de Janeiro, Washington, Toronto, Bruxelles, Londra e Praga – secondo l’edizione on-line del Sole 24 ore (cliccando sul link potete vedere le altre meraviglie natalizie).

Lo scatto, opera del fotografo Andrea Lasorte e pubblicata sul quotidiano giuliano Il Piccolo , ha avuto così tanto successo da essere rimbalzata da un sito web ad un altro, specie nei social network. Una pubblicità gratuita che, in tempi di magra, piace anche all’amministrazione comunale che invita gli internauti a divulgarla ulteriormente.
La particolare bellezza della fotografia sta anche nei giochi di luce che sono proiettati sulla facciata del palazzo del municipio.

Ora, pur non avendo io l’account su Facebook o Twitter, nel mio piccolo cerco di contribuire con il mio modesto blog e invito tutti quelli che possono ad andare a Trieste e godersi lo spettacolo. Merita davvero, parola mia.

Se siete affascinati dalla fotografia, potete divulgarla attraverso le vostre pagine Facebook e Twitter (i LINK rimandano alle rispettive pagine di “Trieste Social”).

Ah, dimenticavo: se siete nei paraggi, fatemi un fischio. 😉

13 dicembre 2013

LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDÌ: NATA IN FRIULI LA BIBLIOTECA DEL LIBERO SCAMBIO

Posted in Friuli Venzia-Giulia, La buona notizia del venerdì, libri tagged , , , , , , , , a 7:40 pm di marisamoles

libera-libreria-di-bujaDopo una piccola pausa, riprendo a pubblicare le “buone notizie” perché, approssimandosi le feste natalizie, c’è bisogno di qualcosa di consolante. Quella di oggi arriva dalla mia regione, il Friuli – Venezia Giulia, e dimostra come il popolo friulano sia particolarmente intraprendente e specialmente i centri piccoli abbiano la capacità di fare proposte innovative che la vita anonima e asettica delle grandi città rende particolarmente difficili.

Si parla di libri, in particolare di una biblioteca un po’ speciale che si accontenta di un piccolo spazio ma richiede tanta buona volontà da parte della gente.
In America si chiama Street Library, vale a dire “Biblioteca di strada”. L’intraprendente signora che ne ha fondata una a Buja, piccolo centro del Friuli, l’ha denominata, con un’espressione certamente più poetica, “libera libreria di Buja”.

Gabriella Fabbro, dalla quale è partita l’iniziativa, ha fatto costruire una piccola cassetta di legno colorata dagli artigiani locali e l’ha collocata in prossimità della propria abitazione.
Ma vediamo come funziona questa particolare libreria: chiunque può prendere un libro collocato all’interno della cassetta, a patto che ne lasci un altro a disposizione dei lettori-passanti.

Negli USA, dove questo tipo di attività è ben avviata (ne è a capo una vera organizzazione che ha riconosciuto alla “biblioteca di strada” di Buja il titolo “Library of distinction”, proprio per la bellezza della cassetta realizzata in proprio, mentre negli Stati Uniti è fornita dall’organizzazione stessa), il motto è “take a Boook – return a book”. La signora Fabbro lo ha simpaticamente tradotto in friulano: “cjôl un libri = torne un libri” e pare che l’iniziativa funzioni alla grande: una cinquantina i titoli a disposizione, più altri pacchi che le sono stati recapitati a casa.

«Ho seguito tutti i movimenti dei volumi – dice Gabriella Fabbro – fin dall’inizio, ma ultimamente, visto il giro che si è creato, faccio un po’ fatica a continuare: oltre ai libri che ci sono nella cassetta, ne ho alcuni pacchi pieni a casa lasciati dalla gente. Oltre che da Buja, ho visto passare di qua persone di Tarcento, Fagagna, Cassacco: credo sarebbe bello che anche qualcun altro, magari nei paesi vicini, attivasse l’iniziativa, così sarebbe più semplice smaltire tutti i libri che arrivano».

Quindi, una proposta di allargare questa iniziativa ai paesi limitrofi e la richiesta di volontari che la aiutino a gestire il tutto. La signora Fabbro ha anche un sito qui su WordPress dove racconta, passo dopo passo, la storia della sua Street Library. C’è anche una pagina su Facebook: questo è il LINK.

[fonte della notizia: Messaggero Veneto; immagine dal sito della Libera Libreria di Buja]

ALTRE BUONE NOTIZIE:

L’ ADHD è una malattia fittizia di laurin42

LE MIE ALTRE BUONE NOTIZIE

8 novembre 2013

FILM: “ZORAN, IL MIO NIPOTE SCEMO”

Posted in cinema, Friuli Venzia-Giulia tagged , , , , , , , , a 9:48 pm di marisamoles

zoran
Ha riscosso un enorme successo al Festival del Cinema di Venezia: dieci minuti di applausi, una vera ovazione. Cosa strana, se vogliamo, trattandosi di un’opera prima (il regista è Matteo Oleotto, sconosciuto ai più), di una pellicola girata nella provincia friulana, quella dove i confini diventano sottili e le popolazioni che parlano lingue diverse (siamo in provincia di Gorizia, a due passi dalla Slovenia) si trovano fianco a fianco, disseppellendo antichi rancori.

Forse questo successo sembrerà meno strano quando si scopre che il protagonista, Paolo Bressan, è magistralmente interpretato da Giuseppe Battiston, un omaccione che proprio in Friuli ha visto la luce nel 1968 e che, dopo una lunga gavetta, ha conquistato un posto di tutto rispetto nello star system cinematografico nostrano. E se è vero che i premi non significano nulla, a volte, è anche vero che come attore non protagonista ha già al suo attivo David di Donatello e Nastri d’Argento da far invidia ad attori ben più noti.

Paolo Bressan è un uomo solo, misantropo, egocentrico, scontento della vita che conduce ma impermeabile agli stimoli che potrebbero cambiarla. Almeno fino a quando non capita nella sua vita un nipote che non sapeva di avere, nipote a sua volta della zia Anja, parente che Paolo non ricorda per nulla e che ostinatamente chiama Anna, all’italiana. Quando si reca in Slovenia, nel luogo in cui la parente sconosciuta è passata a miglior vita, già s’immagina che l’eredità inaspettata gli permetta di fare quel salto di qualità sottraendolo a un’esistenza monotona e solitaria, fatta di grandi bevute in osmiza, l’osteria tipica di confine, di un lavoro alla mensa di anziani che detesta (sia il lavoro sia gli anziani) e di un matrimonio finito da anni, con Stefania (che ha il volto e la voce dalla pronuncia slovena di Marjuta Slamic), rimpianta e ormai sposa di un ometto (interpretato da Roberto Citran) che Paolo non stima per nulla, che considera semplicemente uno stupido.

battiston slamic
L’eredità però non è nulla di materiale. La zia Anja per curarsi ha speso tutto, ipotecando anche la modesta casetta in cui viveva. Così Bressan si trova spiazzato quando gli viene fatto conoscere Zoran, un sedicenne (interpretato dal bravissimo debuttante Rok Prašnikar) di cui la vecchia zia si prendeva cura e che, dopo la dipartita di lei, è rimasto solo. Si tratta di un affido temporaneo, solo pochi giorni in attesa che il ragazzo entri in una casa famiglia. Non stupisce nemmeno un po’ che Paolo accolga la notizia con stizza. Per il protagonista quel ragazzo che parla un italiano particolarmente forbito, imparato leggendo due libri che chiama capolavori ma che conosce solo lui, in completa dissonanza con la parlata gergale e cafona di Bressan, è solo un impaccio. Lo accoglie in casa peggio di un estraneo e a sua volta il ragazzo non sembra contento di vivere, seppur per pochi giorni, in un luogo sporco e trascurato. Il disordine lo infastidisce e la prima notte in casa Bressan preferisce passarla in bagno.
Ma Zoran ha in serbo una sorpresa: è una specie di campione di freccette, fa sempre centro, non sbaglia mai un colpo. Un’abilità che il sedicenne deve alla nonna che l’aveva istruito su come fare centro, peccato che, messo alla prova da Paolo che trova subito il modo di approfittare della situazione, non sia capace di indirizzare le freccette negli spicchi del bersaglio che fanno guadagnare più punti.

nipote scemo
Il progetto dello zio di Zoran è quello di farlo partecipare al campionato di freccette che si tiene a Glasgow. Si precipita in agenzia, acquista i biglietti e disperatamente allena quel nipote che considera scemo, ma che scemo non è, e che si ostina a prendere di mira solo il centro del bersaglio.
Nel frattempo Zoran, che Paolo chiede di poter tenere con sé un altro po’ di tempo, scopre un altro mondo, un’altra vita al di fuori dell’osmiza, popolata da ubriaconi e perditempo che sragionano. Conosce una ragazzina bionda e si fa conquistare dalla sua bellezza e dolcezza, grazie a lei partecipa alle prove del coro del paese e si esibisce, vincendo la timidezza, in un’Ave Maria cantata in sloveno. Dell’antica passione per le freccette sembra non volerne sapere. Poi, però, comincia a trattare con il bisbetico zio e i due arrivano ad un compromesso: Zoran canterà nel coro e si darà da fare per colpire il bersaglio non solo al centro.

Ce la farà? Parteciperà al campionato a Glasgow? Chissà …
Quel che è certo è che alla fine i ruoli si ribaltano, il bisbetico zio viene domato e il nipote “scemo” si rivelerà davvero prezioso per dare una svolta alla vita di Paolo Bressan.

29 agosto 2013

CHI HA INVENTATO IL TIRAMISÙ? È BATTAGLIA TRA VENETO E FRIULI

Posted in dolci, Friuli Venzia-Giulia, ricette tagged , , , , , , , , , , a 5:18 pm di marisamoles

tiramisù
Vorrei sapere una cosa: chi non ha mai assaggiato il tiramisù? Non so se qualcuno alzerebbe la mano. Per noi del Nord è come se chiedessi chi non ha mai mangiato la nutella ma mi rendo conto che forse in qualche regione del Sud d’Italia questo dessert è sconosciuto. La pasticceria napoletana o siciliana, ad esempio, ha tanti di quei fiori all’occhiello che, effettivamente, non avrebbe bisogno del tiramisù, dolce tipicamente settentrionale.

Ma chi lo ha inventato? Per iniziare dico che la prima volta che ne ho sentito parlare ero bambina. L’avevo assaggiato ad un matrimonio in quel di Pieris, un piccolo paese nell’area del goriziano. Per chi non lo sapesse, Gorizia è una delle province della regione autonoma del Friuli – Venezia Giulia. Allora veniva servito in coppette monodose ma aveva praticamente gli stessi ingredienti e il medesimo sapore. Poi è iniziata la produzione artigianale, diffusa in quasi tutte le pasticcerie, seguita da quella industriale. Le vaschette trasparenti da sei porzioni qui si trovano in pratica nel banco frigo di ogni supermercato. Ma è un dolce talmente semplice da preparare che, se lo si acquista già bell’e pronto, è solo per questioni di tempo, non solo quello richiesto dalla preparazione (una ventina di minuti se uno ha un po’ di pratica e gli strumenti giusti 😉 ) ma soprattutto le due ore, almeno, di riposo nel frigorifero prima di essere gustato.

Dicevo, dunque, che per me la “patria” del tiramisù è sempre stata Pieris. Per la precisione questo dolce ha visto la luce per la prima volta nella cucina del ristorante “Vetturino”, gestito allora dal signor Mario. La figlia, Flavia Cosolo, racconta così l’evento: «Fin dagli anni ’30 mio papà proponeva una coppa di cioccolato e zabaione (allora il mascarpone non c’era) che chiamava coppa “Vetturino”; poi all’inizio degli anni ’40 ha cambiato il nome al dolce, ridenominandolo Tiramisù». Il battesimo del dessert con il suo nuovo nome si deve al commento di un cliente che, dimostrando di averlo gradito, commentò: “Ottimo, c’ha tirato sù”.

Ma, come spesso succede, un altro luogo della regione rivendica la paternità del tiramisù: la Carnia, regione montuosa del Nord che si estende fino ai confini con l’Austria e la Slovenia. La signora Norma Pielli, di Tolmezzo, afferma da tempo d’aver inventato il dessert nel 1951. Dal racconto della signora Pielli sembra che fosse particolarmente apprezzato in regione, tanto che al suo locale veniva anche gente da Monfalcone e Trieste per assaggiare questa specialità.

Campanilismo a parte, la ricetta di questa delizia è presente sulle tavole della Penisola da molto tempo, dato che perfino Pellegrino Artusi parla di un dolce “Torino” dai tratti simili al Tiramisù. Ma la ricetta è diversa e prevede i savoiardi bagnati nell’alchermes e nel rosolio, inframmezzati da un composto a base di burro, tuorli di uovo, zucchero, latte e cioccolato fondente. Ora che ci penso, è quasi la ricetta di una specie di “zuppa inglese” che avevo imparato a preparare con la mia insegnante di Applicazioni tecniche in seconda o terza media!

Non sembra strano, dunque, che anche altre regioni del Nord ne rivendichino l’invenzione. Tant’è che wikipedia fa risalire la sua origine al Veneto, in particolare alla zona di Treviso. Il presidente della regione Veneto, Luca Zaia, ha da poco annunciato ai media nazionali e stranieri l’intenzione di brevettare uno dei dolci italiani più famosi del mondo, rivendicandone l’origine padana.

A me personalmente questa battaglia pare assurda, considerato anche il fatto che il 17 gennaio 2013 il tiramisù è stato dichiarato piatto ufficiale della 6ª Giornata mondiale della Cucina italiana … non padana né friulana né carnica, alla faccia del federalismo culinario! Nell’attesa di nuovi sviluppi della vicenda, sono lieta di condividere con voi la mia ricetta del tiramisù, supercollaudata e dalla riuscita assicurata.

Ingredienti:

5 uova
500 gr di mascarpone
400 gr di savoiardi
120 gr di zucchero
6 tazzine di caffè amaro
cacao amaro qb

Preparazione:

In una terrina sbattete i tuorli con lo zucchero fino ad ottenere una spuma chiara. Unite il mascarpone, continuando a sbattere ma con più delicatezza (se usate un robot, ad una velocità media) evitando di far “impazzire” la crema. Unite, infine, gli albumi montati a neve fermissima (con un pizzico di sale per ottenere un miglior risultato), mescolando dal basso in alto per non smontarli, fino ad ottenere una crema omogenea. Qualcuno aggiunge del liquore come brandy o rum, io la preferisco senza alcool.
Versate il caffè (se volete, potete diluirlo con un paio di cucchiai d’acqua) in una terrina abbastanza ampia e immergete velocemente i savoiardi uno alla volta senza inzupparli sistemandoli in una pirofila di pirex o ceramica, preferibilmente rettangolare. Il segreto di una buona riuscita del dolce è solo questo: i biscotti devono mantenere la loro consistenza e non spappolarsi.
Con i biscotti formate uno strato che coprirete con la crema. Procedete alternando savoiardi e crema fino ad esaurimento. Io faccio due strati e utilizzo una pirofila per circa otto porzioni.
Al termine spolverizzate il dolce con il cacao amaro e mettetelo nel frigorifero (non nel freezer!) per almeno due ore prima di servirlo. In ogni caso, più sta a riposo nel frigo e più diventa gustoso. Nel periodo invernale lo potete conservare per tre giorni, in quello estivo (io non lo preparo perché si usano le uova crude e d’estate è meglio evitare) sarebbe meglio consumarlo entro 24-36 ore.

Ed ora non mi resta altro che augurarvi buon appetito!

[fonti: Messaggero Veneto e Il Piccolo; immagine da questo sito]

9 agosto 2013

LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDÌ: RITROVATA IN FRIULI LA PRIMA PELLICOLA DI ORSON WELLES

Posted in cultura, film, Friuli Venzia-Giulia, La buona notizia del venerdì tagged , , , , , , , , a 5:22 pm di marisamoles

orson wellesAnche quest’oggi voglio occuparmi di cultura e questa mi pare proprio una buona notizia: in una vecchia cassa abbandonata in un magazzino è stata ritrovata la pellicola del primo film interpretato da Orson Welles nel lontano 1938.

Il film in questione, Too Much Johnson, girato da Orson Welles quando aveva 23 anni ed era già un famoso regista teatrale e autore radiofonico, era diviso in tre parti che dovevano fungere da preludio ai tre atti della commedia omonima scritta da William Gillette, Ma la commedia andò in scena senza la parte cinematografica perché il progetto di Welles fu bocciato.

Il film doveva essere muto e ispirato alle comiche di Mack Sennett e Harold Lloyd e aveva tra gli interpreti Joseph Cotten e Virginia Nicholson, all’epoca moglie di Welles.
La delusione dell’attore fu tanta che, a quanto dicono, quando la sua casa spagnola andò a fuoco nel 1971, non si dimostrò dispiaciuto che nell’incendio fosse stata distrutta anche la pellicola di Too Much Johnson.
Invece le otto bobine del film sono miracolosamente arrivate a Pordenone e ritrovate dopo trenta-quarant’anni dal loro ingresso in Italia.

Il ritrovamento del film è stato del tutto fortuito. Come sia arrivato a Pordenone è un mistero, anche se è famoso il suo festival del cinema muto. Fatto sta che un impiegato di una ditta di traslochi ha notato che da una vecchia cassa, contenente materiale cinematografico, abbandonata in un magazzino si sprigionavano sgradevoli odori. Viene, quindi, interpellato il responsabile del club Cinemazero che immediatamente intuisce che l’odore è dovuto ad un processo chimico degenerativo irreversibile che distrugge il supporto delle pellicole in triacetato di cellulosa.
Fra il numeroso materiale ormai distrutto, ecco che miracolosamente compaiono le otto pellicole del film chiuse nelle loro scatolette di metallo. Intatte.

Dopo la conferma di Cito Giorgini, un grande esperto wellesiano, che si tratta proprio dell’inedito Too Much Johnson, la copia del film, affidata alla Camera Ottica di Gorizia prima e alla cineteca del Friuli poi, è stata restaurata dalla George Eastman House con il contributo della National Film Preservation Foundation.

La notizia ha avuto un risalto mondiale tanto che il New York Times ha preteso l’esclusiva. Solo in seguito è stata diffusa in Italia.
La pellicola restaurata verrà proiettata a Pordenone il 9 ottobre prossimo all’interno delle Giornate del Muto.

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22 luglio 2013

OPERAZIONE “GUIDO CON PRUDENZA”: SE SEI SOBRIO ENTRI GRATIS IN DISCOTECA

Posted in attualità, Friuli Venzia-Giulia tagged , , , , , , , , , a 2:20 pm di marisamoles

alcoltestLa mia regione, il Friuli – Venezia Giulia, non è nuova ad iniziative volte a contrastare l’abuso di alcol rivolte ai giovani, specie quelli che, dopo una nottata di festa, si mettono al volante brilli.

Già nell’estate 2010 una famosa discoteca di Lignano aveva promosso il progetto “In sicurezza senza alcol”, mettendo a disposizione dei giovani una postazione mobile dove poter controllare il proprio livello alcolemico con etilotest professionali senza il coinvolgimento delle Forze dell’ordine. Ai ragazzi positivi era stata offerta la possibilità di riposare e smaltire la sbornia in un’apposita zona di “decantazione”, presente all’interno delle discoteche. (Ne ho parlato QUI)
Inoltre, sono molte le discoteche, più o meno vicine alla città, che offrono gratuitamente ai giovani un “passaggio” in pullman, andata e ritorno.

Quest’estate è stato varato il progetto “Guido con prudenza” che fa parte del protocollo d’intesa firmato dal Dipartimento della Pubblica Sicurezza e la Fondazione Ania per la sicurezza stradale e coinvolge il Friuli-Venezia Giulia e la provincia di Udine in particolare.
A tutti coloro che, durante i controlli effettuati dalle forze dell’ordine, risulteranno in regola, verrà offerto un biglietto per l’entrata gratuita in discoteca.

Nel primo week-end sono state controllate dalla polizia stradale 396 persone. In particolare sono stati effettuati 10 posti di controllo che hanno permesso di contestare 14 infrazioni ma ben 52 giovani hanno ottenuto un biglietto omaggio per la discoteca. Non solo, sono stati centinaia gli alcoltest richiesti dagli stessi ragazzi durante le serate in discoteca per poter verificare, nel pieno rispetto della privacy, il proprio livello di alcool presente nell’organismo e decidere più consapevolmente se mettersi o meno alla guida.

Il comandante della Polstrada Stornello commenta soddisfatto: «Positiva nel complesso la risposta dei giovani in merito alla promozione del cosiddetto “guidatore designato”, quello che in diversi Paesi europei viene chiamato Bob. Hostess e steward all’ingresso delle discoteche di Lignano Sabbiadoro hanno invitato i vari gruppi di ragazzi a nominare il proprio Bob.»

Che cosa si può aggiungere se non un: bravi ragazzi!

[notizia del Messaggero Veneto]

29 giugno 2013

MORTA A TRIESTE L’ASTROFISICA MARGHERITA HACK

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hack margherita
Si è spenta a 91 anni appena compiuti l’astrofisica Margherita Hack. Da una settimana era ricoverata all’ospedale di Cattinara a Trieste, città di adozione in cui viveva dagli anni Sessanta, dopo aver lasciato la Toscana di cui era originaria.

Era nata a Firenze il 12 giugno 1922.
È stata professoressa ordinaria di astronomia all’Università di Trieste dal 1964 al 1º novembre 1992 anno nel quale fu collocata “fuori ruolo” per anzianità.
È stata la prima donna italiana a dirigere l’Osservatorio Astronomico di Trieste dal 1964 al 1987, portandolo a rinomanza internazionale.
Membro delle più prestigiose società fisiche e astronomiche, Margherita Hack è stata anche direttore del Dipartimento di Astronomia dell’Università di Trieste dal 1985 al 1991 e dal 1994 al 1997.
Era membro dell’Accademia Nazionale dei Lincei (socio nazionale nella classe di scienze fisiche matematiche e naturali; categoria seconda: astronomia, geodesia, geofisica e applicazioni; sezione A: Astronomia e applicazioni).
Ha lavorato in numerosi osservatori americani ed europei ed è stata per lungo tempo membro dei gruppi di lavoro dell’Esa e della Nasa.
In Italia, con un’intensa opera di promozione ha ottenuto che la comunità astronomica italiana espandesse la sua attività nell’utilizzo di vari satelliti giungendo ad un livello di rinomanza internazionale.
In segno di apprezzamento per il suo importante contributo, le è stato anche intitolato l’asteroide 8558 Hack. (notizie dal Messaggero Veneto)

IL MIO COMMENTO

L’ultima volta che ho visto Margherita è stata in occasione della presentazione del libro, scritto a quattro mani con don Pierluigi Di Piazza, Io credo. Dialogo tra un’atea e un prete (ne ho parlato QUI). Sì, l’ultima volta, perché ho sempre sentito la Hack come una di famiglia (era molto amica di uno zio di mio marito, grande scienziato scomparso negli anni Novanta), oltre ad essere una mia concittadina.
Nel novembre scorso l’ho vista molto affaticata, fisicamente. La mente no, quella era sempre vivace, lucida, così come la sua favella. Uso apposta questa parola così inusuale per la sua derivazione dal verbo latino fabulare, “parlare”, e perché ricorda la parlata toscana che nei cinquant’anni trascorsi a Trieste non aveva mai abbandonato.
Ma il suo parlare non era semplicemente trasmettere pensieri a voce, emettere suoni, era soprattutto affascinare. Ecco, questa è la dote che nell’astrofisica ho sempre apprezzato. Anche il suo modo di trasmettere il sapere, quasi sempre strettamente legato alla sua scienza, era dote poco comune.

Al di fuori della veste ufficiale, tuttavia, era una donna particolare. Schietta fino a rasentare l’insulto, quando qualcosa o qualcuno non la convinceva, arrogante ogni qual volta la sua determinazione le faceva scordare il concetto di diplomazia nei rapporti interpersonali. Ecco, questo era il lato di Margherita che non ho mai apprezzato. Appena poco più di un anno fa avevo espresso il mio disappunto sulla sua gestione di una vicenda personale – il mancato rinnovo della patente – in cui non aveva lesinato schiettezza e arroganza.

Era una grande scienziata, è cosa nota, com’era nota la sua simpatia politica per la sinistra e il suo ateismo mai tenuto nascosto, anzi, com’era sua abitudine, urlato. Molti tendono a considerare queste caratteristiche come imprescindibili: se uno crede nella scienza non può credere in Dio e preferibilmente deve essere comunista.
Non sempre è così. Lo scienziato suo amico, ad esempio, era un fervente cattolico. Ricordo ancora l’entrata quasi trionfale in chiesa, attraverso la navata centrale, rigorosamente in ritardo, in occasione del funerale di mio zio. Sprezzante di tutto e di tutti ma allo stesso tempo alla ricerca del primo piano, dell’attenzione generale. Pensai che dovesse essere stato per lei uno sforzo quasi titanico presenziare alla funzione religiosa. Ma l’amicizia non ha confini di fede o di ideali politici.

Leggo basita alcuni commenti all’articolo che Il Corriere dedica alla scomparsa della Hack. Sembra che il cordoglio debba essere espresso solo da quelli di sinistra e dagli atei. I credenti, invece, devono esultare perché della morte di una che ha sempre disprezzato Dio loro non si curano, anzi, le augurano di bruciare nelle fiamme dell’inferno.
Eppure Margherita aveva una profonda spiritualità, molto meno ipocrita rispetto a tanti che si professano credenti e poi gioiscono della morte di una persona. Essere comunisti non è una colpa, essere atei non è un peccato. Se uno è ateo non crede al peccato e chi ha fede, se solo ricorda l’insegnamento di Gesù (scagli la prima pietra chi è senza peccato), non può e non deve giudicare. La morte annulla tutto ciò che siamo stati e come lo siamo stati. Il resto non conta.

In un’intervista concessa a Marinella Chirico (la giornalista del Tg regionale del Friuli – Venezia Giulia che ha curato l’edizione del libro Io credo), a proposito della morte, Margherita Hack aveva espresso la sua condivisione della logica epicurea che sostiene quanto sia infondata la paura della morte perché quando c’è lei, noi non ci siamo (Dalla Lettera a Meneceo di Epicuro).

Non solo il suo sguardo è stato per tutta la vita elevato al cielo (anche negli ultimi tempi in cui si era incurvata a tal punto da dover usare le stampelle per muoversi), LEI era davvero figlia delle Stelle:

«Tutta la materia di cui siamo fatti noi l’hanno costruita le stelle, tutti gli elementi dall’idrogeno all’uranio sono stati fatti nelle reazioni nucleari che avvengono nelle supernove, cioè queste stelle molto più grosse del Sole che alla fine della loro vita esplodono e sparpagliano nello spazio il risultano di tutte le reazioni nucleari avvenute al loro interno. Per cui noi siamo veramente figli delle stelle».
Intervista su Cortocircuito

Dopo la scomparsa di Rita Levi Montalcini, la dipartita della Hack costituisce la perdita di un’altra grande scienziata che ha accompagnato l’umanità nel passaggio dal XX al XXI secolo.

Ovunque tu sia, Margherita, riposa in pace.

VORREI CREPARE SENZA AMMALARMI“. L’INTERVISTA DEL VIDEO CORRIERE PER I 90 ANNI DELLA HACK

MARGHERITA RACCONTA LA SUA VITA. VIDEO CORRIERE

margherita hack don di piazza marinella chirico

IL RICORDO DI DON PIERLUIGI DI PIAZZA

Ho conosciuto personalmente Margherita Hack il 23 giugno 1993 quando l’ho invitata nella chiesa di Zugliano per una riflessione sul rapporto possibile fra fede e ateismo, piú direttamente fra persone che si considerano credenti e altre non credenti.
La motivazione che mi sollecitava partiva dalla percezione che, contrariamente a situazioni considerate definitive e congelate, le storie delle persone sono in movimento e che certo fideismo e certo ateismo specularmente si contrappongono nell’immobilità; che invece dalle due dichiarazioni il discorso, il dialogo, il confronto possono iniziare, approfondirsi, riscontrare differenze e convergenze.
CONTINUA A LEGGERE >>> [articolo del Messaggero Veneto]

L’ULTIMA INTERVISTA AL “PICCOLO”: «Urania Carsica va riaperta, è patrimonio della scienza» LINK

«Ti amo». Così all’alba Aldo, il compagno di una vita, ha salutato la sua Margherita. Articolo di Paola Bolis per Il Piccolo

«Il Credo di Margherita Hack: la vita, la morte, la malattia, il rifiuto delle cure», articolo di MARINELLA CHIRICO per il blog del Corriere la 27esima Ora

[la giornalista del Tg regione Friuli – Venezia Giulia, grande amica dell’astrofisica Margherita Hack, era al suo capezzale al momento della morte. Sulle pagine de Il Piccolo, quotidiano di Trieste, ha scritto un bell’articolo sull’amica scomparsa, non ancora leggibile on line. Nel necrologio la Chirico ha salutato Margherita chiamandola semplicemente Marga, soprannome che usava sempre nelle presentazioni del libro Io credo]

[ULTIMO AGGIORNAMENTO: 2 LUGLIO 2013; foto dal Messaggero Veneto]

28 giugno 2013

LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDÌ: IL DELFINO CURIOSO NEL FIUME CORNO STA BENE

Posted in animali, Friuli Venzia-Giulia, La buona notizia del venerdì tagged , , , , , , , a 2:23 pm di marisamoles

Riprendo, e mi scuso per l’interruzione, la pubblicazione della “Buona notizia del Venerdì” su invito dell’amica Laura. Questo il LINK al precedente post.

delfino

Per il titolo di questo post mi sono ispirata ad una vecchia pubblicità di una nota marca di caramelle. Nello spot, infatti, un delfino particolarmente goloso veniva apostrofato anche con l’aggettivo “curioso” perché sembrava particolarmente attento a tutto ciò che faceva la persona che si occupava di lui.

Altrettanto curioso sembra essere un delfino che, qualche giorno fa, ha risalito il fiume Corno, nei pressi di San Giorgio di Nogaro (Friuli), e si è talmente ambientato da non volerne assolutamente sapere di ritornare nel mare.

Inutile dire che il fenomeno non solo ha attirato una folla di curiosi che da martedì si gode l’inusuale spettacolo offerto dal mammifero che si diverte a fare le giravolte nell’acqua del fiume, ma anche gli esperti della Riserva di Miramare (Trieste), i volontari della Protezione Civile, dei Vigili del Fuoco, della Guardia di Finanza, della Forestale, della Capitaneria di Porto e tanti sub che si sono fin da subito preoccupati per la sua salute. All’inizio hanno cercato con ogni mezzo di guidare il simpatico animale verso il mare aperto, per poi arrendersi di fronte all’evidenza: il delfino nelle acque del Corno si trova veramente a suo agio.

L’arrivo del giovane Tersiope, della lunghezza di oltre 3 metri e leggermente sottopeso, ha destato molta preoccupazione. C’è chi ha subito pensato che l’habitat naturale in cui è capitato, alla foce del fiume, non fosse adatto a lui. Anzi, si riteneva che il delfino fosse finito in una vera e propria trappola. Ma visti gli inutili tentativi di farlo tornare in mare e considerato che i numerosi cefali che nuotano in quelle acque sembrano di suo gradimento, l’allarme è rientrato.

Il personale della Riserva biologica marina dell’Università di Trieste e veterinaria dell’Ass Bassa friulana assicura che «il delfino può comunque stanziare nella zona interessata senza particolari motivi di preoccupazione per il suo stato di salute. Attualmente lo si sta monitorando, valutando l’adozione di ulteriori nuove misure qualora dovesse emergere un peggioramento delle sue condizioni«. Se ciò dovesse accadere, si potrebbe sedare il mammifero per condurlo agevolmente e con un apposito mezzo in mare aperto, che dista 7 miglia marine dal luogo in cui ora si trova.

Una curiosità: la gente del luogo (Villanova, frazione di San Giorgio di Nogaro) l’ha soprannominato Villeneve (come viene chiamata in friulano quella località), storpiando volutamente il cognome del famoso pilota di Formula 1 Gilles Villeneuve. Infatti il delfino curioso ama percorrere in lungo e largo il tratto del fiume in cui ha deciso di soggiornare al momento, e lo fa ad una velocità piuttosto … sostenuta!

[Notizia e foto dal Messaggero Veneto]

LA BUONA NOTIZIA DI LAURIN42: L’ETNA E’ PATRIMONIO DELL’UMANITA’

AGGIORNAMENTO DEL POST, 30 GIUGNO 2013

Alla fine il delfino curioso ha trovato da solo la via verso il mare. Dopo l’avvistamento da parte di un pescatore che l’ha localizzato alla confluenza del fiume Corno con il mare, di Villeneve non è rimasta traccia. L’ispezione del canale in lungo e in largo ha dato esito negativo.

«E’ la miglior conclusione che potessimo sperare», commenta la biologa della Riserva marina di Miramare, Marina Tempesta, che assieme ad altri due biologi del Wwf di Trieste, uno dell’Università di Padova e quelli di Pirano, con la veterinaria dell’Ass 5 Bassa friulana ha monitorato il cetaceo nei cinque giorni di permanenza nelle acque del Corno: «La natura ha provveduto da sé».

LINK

9 maggio 2013

ADDIO OTTAVIO, RE DEI COLORI

Posted in Friuli Venzia-Giulia, moda, Trieste, vip tagged , , , , , , , , a 2:46 pm di marisamoles

rosita-missoni-ottavio
Ottavio Missoni, scomparso oggi all’età di 92 anni, era nato a Ragusa nel 1921, anche se aveva passato tutta la sua infanzia e giovinezza a Zara. Diceva che, quando ci nasci, la terra dalmata non si può mai scordare così come lo stilista non aveva mai dimenticato la “sua” Trieste, in cui aveva vissuto la prima età adulta, aperto “bottega” (un semplice laboratorio di maglieria in società con l’amico Giorgio Oberweger) e conosciuto Rosita Jelmini che sposerà nel 1953, dopo cinque anni di fidanzamento.

Ma Ottavio Missoni non è stato solo un creativo al telaio, dal quale sono usciti gli splendidi e unici capi di maglieria, quasi arazzi, conosciuti in tutto il mondo. Ottavio era anche uno sportivo e per anni si dedicò all’atletica leggera, specialità in cui ottenne prestigiosi riconoscimenti.
Durante la seconda guerra mondiale combatté nella battaglia di El Alamein e venne fatto prigioniero dagli alleati. Dopo avere passato 4 anni in un campo di prigionia in Egitto, nel 1946 fece ritorno in Italia, a Trieste, dove si iscrisse al Liceo Scientifico intitolato all’irredentiscta Guglielmo Oberdan.

La moglie di Missoni, Rosita, apparteneva ad una famiglia agiata che possedeva una fabbrica di scialli e tessuti ricamati a Golasecca, in provincia di Varese. Fu così che i due sposi ben presto lasciarono Trieste spostando l’intera produzione artigianale a Sumirago, che diventò il quartier generale della Maison.

Come non aveva mai dimenticato la Dalmazia, sua terra d’origine, Ottavio non aveva mai scordato Trieste, la città adottiva che l’aveva accolto esule e dove aveva mosso i primi passi nell’attività in cui, più tardi, avrebbe espresso al meglio tutto il suo talento creativo.
Nel 1983 la città giuliana gli conferì il premio San Giusto d’Oro, riconoscimento per quei “triestini” (naturali o adottivi!) che portano alto il nome di Trieste nel mondo. Missoni non smise mai di ritornare nella città della bora e non mancava ai raduni degli esuli dalmati. Nel 2008 l’allora sindaco Di Piazza lo insignì della cittadinanza onoraria.

Una vita, quella di Missoni, dedita alla famiglia e al lavoro. Per questo fin dal suo primo trasferimento a Sumirago aveva deciso di stabilire nel paese in provincia di Varese l’azienda e la residenza. Un matrimonio felice e duraturo, quello con Rosita, rallegrato dalla nascita di tre figli: Vittorio, nato nel 1954, Luca nel 1956 e Angela nel 1958. Lo sorso gennaio Ottavio dovette affrontare con forza la scomparsa del primogenito: l’aereo da turismo su cui viaggiavano Vittorio Missoni e la moglie scomparve presso Los Roques, in Venezuela. Una tragedia che ha portato con sé tanto dolore e speranza ma che non ha restituito i corpi degli sventurati.

Un dolore dal quale forse Ottavio non si era mai ripreso.
Ora spero che padre e figlio si siano riuniti in un altro mondo, forse meno colorato. Ma i colori di Missoni, assieme al suo sorriso buono, rimarranno sempre nei cuori di chi l’ha amato e stimato nella lunga carriera. Un successo che non gli ha mai fatto perdere l’umiltà che caratterizza la gente dalmata e giuliana, gente che ha dovuto combattere per la propria terra e che la porta per sempre nel cuore, anche quando vive lontana dalle sponde blu dell’Adriatico.

Addio, Ottavio. Possa un soffio della “tua” bora portarti questo saluto.

Ottavio Missoni

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