28 febbraio 2016

E PERCHE’ NON DOVREI FARE GLI AUGURI A VENDOLA? SE LI MERITA DOPPI

Posted in auguri, bambini, famiglia, figli, Legge tagged , , , , , , , a 9:31 pm di marisamoles

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Fa discutere, sul web, la notizia della “paternità” di Nichi Vendola. Ieri, infatti, è nato “suo” figlio: Tobia Antonio. Il lieto evento è accaduto in Canada dove per legge la maternità surrogata è permessa. La “madre” (unica genitrice che non meriterebbe virgolette, perché in fondo l’ha partorito, in realtà le merita in quanto gli ovociti non erano i suoi) è una donna californiana che è stata pagata (135mila euro) per mettere al mondo il piccolo. Il padre biologico (senza virgolette perché lo è e sempre lo sarà) è il compagno canadese di Vendola, Ed Testa.

Onestamente non capisco gli insulti. Le “famiglie arcobaleno” non vi piacciono? Fatevene una ragione perché, dopo l’iniqua legge sulle unioni gay, nessuno le fermerà. Pretenderanno e otterranno di più.

E’ una questione di scelte e quelle vanno rispettate. Che un bambino abbia due papà o due mamme (in realtà avrà sempre un papà e una mamma e questo è il reale paradosso) non sconvolge la nostra vita, non la ostacola, non procura menomazioni di sorta alle famiglie tradizionali.

L’unica cosa che a me personalmente fa orrore è la maternità surrogata. Tuttavia, dato che in Canada è legale e considerato che anche questa è una scelta che va rispettata se non ostacola le scelte altrui, non vedo perché insultare il “povero” Vendola.

Ogni bimbo che nasce è una benedizione. E ogni genitore che diventa tale (in modo più o meno ortodosso) merita gli auguri.

Io a Vendola voglio farli doppi: non ha la più pallida idea di cosa significhi allevare una creaturina, farla crescere, accudirla, nutrirla. I padri moderni sono un valido aiuto per le mamme. Ma vi immaginate due uomini alle prese con un neonato? E poi potete immaginare quanto sarà difficile spiegare a Tobia Antonio che una mamma ce l’ha, anzi due, una che l’ha portato in grembo e un’altra che ha donato gli ovociti, ma che non farà mai parte della sua vita perché pagata per metterlo al mondo e consegnarlo alla felice coppia di papà e papà? E riuscite a immaginare quando Vendola dovrà spiegare che con il “figlio” non ha nemmeno un legame di sangue? E se poi la coppia scoppiasse? L’unico genitore biologico in fondo è Ed…

Insomma, a me pare che Vendola se li meriti tutti gli auguri. Anche doppi.

[immagine da questo sito]

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10 febbraio 2016

NON SONO FEMMINISTA MA…

Posted in bambini, donne, famiglia, figli, Legge, società tagged , , , , , , , , , a 3:06 pm di marisamoles

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Riallacciandomi al post sulle unioni civili e la stepchild adoption che, ahimè, non ha avuto molto seguito, riporto l’autorevole opinione – almeno rispetto alla mia – della giornalista Ritanna Armeni:

Le femministe sono favorevoli alle unioni civili, pensano che i gay debbano avere gli stessi diritti degli eterossessuali, non difendono la famiglia “naturale” come unico luogo degli affetti e della procreazione. La loro battaglia è contro lo sfruttamento del corpo femminile che è implicito e inevitabile quando un omosessuale maschio vuole diventare padre, ma che, è bene dirselo, è diffuso e praticato soprattutto dalle coppie eterosessuali che non possono avere figli e che non vogliono rinunciare ad una genitorialità biologica. Quel bambino che l’omosessuale vuole e vuole fare adottare al suo partner e che l’eterosessuale pretende a tutti i costi con i suoi cromosomi ha comunque una madre. Una donna che per quella gravidanza è stata pagata. Lo sfruttamento più o meno brutale del suo corpo, comunque la si voglia mettere, è all’origine della genitorialità omo o etero che ad essa ricorre. Ed è questo il punto eticamente inaccettabile. […]

Meno d’accordo mi trovo con la Armeni quando osserva:

Dovremmo cominciare a pensare che la maternità e la paternità biologiche, così come la cosidetta “famiglia naturale”, possono essere affiancate da forme diverse, forse più generose e audaci nel rapporto con i piccoli della specie. Dovremmo insomma far maturare in noi una nuova genitorialità che non si rivolga solo a coloro che possiedono i nostri cromosomi, ma a chiunque abbia bisogno di essere curato, allevato e educato. Una legge che allarghi le adozioni che le renda più facili, che consenta anche agli omosessuali e ai singoli di ricorrervi, che possa essere richiesta anche dalle coppie non sposate […]

Almeno per ciò che concerne le adozioni gay. Tuttavia trovo scandaloso che una legge possa incoraggiare la maternità surrogata.

Per leggere l’intero articolo CLICCA QUI.

[immagine da questo sito]

7 febbraio 2016

PERCHE’ IL DDL SULLE UNIONI CIVILI E’ UNA BRUTTA COPIA DEL MATRIMONIO PER FAVORIRE I GAY

Posted in amore, bambini, donne, famiglia, figli, Legge, matrimonio, politica, Uomini e donne tagged , , , , , , , , , , , , a 7:48 pm di marisamoles

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Più di una volta ho affrontato, su questo blog, l’argomento “convivenza” dichiarando la necessità di una legge che tuteli le coppie che non sono sposate, in modo da garantire per esse dei diritti e, naturalmente, dei doveri.

Nel tempo sono state proposte e dibattute varie soluzioni al problema, dai cosiddetti PACS ai DICO, senza ottenere nulla a livello giuridico. Ora, tuttavia, sembra che l’approvazione del DDL Cirinnà (che risale al marzo 2013) sia diventata una priorità per il nostro governo. Vediamo perché.

Negli ultimi anni sempre più coppie omosessuali hanno chiesto presso i Comuni di residenza il riconoscimento legale del loro matrimonio contratto all’estero. Alcuni sindaci hanno dato il loro assenso per la registrazione all’anagrafe di questi matrimoni, altri si sono dimostrati contrari e il ministro dell’Interno Alfano ha diramato, già nel 2014, una circolare in cui chiedeva ai prefetti di cancellare le trascrizioni delle nozze celebrate all’estero tra persone dello stesso sesso.

Una vera e propria crociata malvista dalle associazioni gay che si appellano all’Europa – sì, quella che ci chiede sempre tutto in nome dell’unità – e minacciano ricorsi alla Corte di Giustizia Europea. Sicché, come già successo con la famigerata #buonascuola e le 90mila assunzioni dei docenti precari per evitare sanzioni (dato che la Corte Europea aveva già condannato l’Italia dai tempi della Gelmini), il governo italiano “cala le braghe” (scusatemi l’espressione colorita) e si affretta a far votare una Legge che garantirebbe agli omosessuali il riconoscimento giuridico della loro unione, pur non chiamandolo matrimonio.

Ma alle coppie eterosessuali che convivono chi ci pensa? Mi si dirà, a questo punto, che per gli etero c’è sempre il matrimonio. Certamente, ma ci sono anche coppie che non possono sposarsi. Molti preferiscono la convivenza per non impegnarsi, non lo nego. Tuttavia in alcuni casi la convivenza è un obbligo e sono pronta a portare due esempi.

Una mia conoscente ha convissuto per più di vent’anni con un uomo sposato che non ha potuto divorziare perché con la moglie aveva in comune affari e proprietà, naturalmente in regime di comunione di beni. Anche volendo mutare la comunione in separazione, non avrebbe potuto farlo senza il consenso della moglie, e comunque cambiare regime è costoso. Per farla breve, il compagno della mia conoscente, sapendo di essere gravemente ammalato, ha fatto in modo di garantirle almeno l’usufrutto a vita dell’appartamento in cui vivevano, soluzione osteggiata dagli eredi alla morte di lui e che è costata alla donna, oltre alle sofferenze morali, l’iter legale per ottenere il rispetto della volontà del compagno.

Un’altra mia conoscente ha convissuto per 20 anni con un uomo sposato la cui moglie si è sempre rifiutata di concedergli il divorzio. Ora, lo so che in certi casi ci sono dei mezzi legali per ottenere il divorzio comunque, ma vuoi per pigrizia vuoi perché forse l’uomo non si aspettava di morire così presto, alla fine la convivente è rimasta da sola, con due figli non ancora autonomi economicamente e senza un lavoro, visto che il compagno l’aveva praticamente obbligata a fare la casalinga.

Potrei aggiungere l’esempio di molti giovani che, comprando casa e arredandola, hanno speso tutti i risparmi e non hanno soldi a sufficienza per sposarsi. E non mi si venga a dire che, volendo, si va dal prete o dall’ufficiale di Stato Civile con due testimoni e il gioco è fatto. Ci sono delle convenzioni da rispettare e, sebbene al giorno d’oggi non sia così scontato che ci si sposi una sola volta nella vita, di quel giorno tutti vorrebbero avere un bel ricordo, potendo condividere la loro felicità con le persone vicine.

Tornando al DDL Cirinnà, la cosiddetta stepchild adoption non sarebbe aberrante di per sé (non sto qui a discutere sul fatto che i bambini hanno bisogno di una mamma e un papà quali figure di riferimento ecc. ecc.) se non costituisse una possibile premessa a maternità surrogate per le coppie di uomini. Per quanto riguarda le donne, la fecondazione assistita per le single è già possibile, compresa l’eterologa, e il DDL non sposterebbe di una virgola una situazione già in essere.

Su questo tema è nata una discussione sul blog dell’amica Diemme che vi invito a seguire, se interessati all’argomento.

In conclusione, a mio parere, questo DDL favorisce le unioni gay a scapito di quelle etero. Come al solito, dunque, si tratta di una discriminazione al contrario.

1 febbraio 2016

1 FEBBRAIO: GIORNATA MONDIALE DEL VELO ISLAMICO. TESTIMONIANZE PRO E CONTRO

Posted in attualità, donne, famiglia, figli, religione tagged , , , , , , , , , , a 2:33 pm di marisamoles

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Oggi è il 1 febbraio e nel mondo musulmano si celebra il «World Hijab Day», la giornata mondiale del velo islamico. In questa occasione, come pare, le donne rivendicano il diritto ad indossare il velo islamico senza essere perseguitate né discriminate.

Personalmente, come ho spesso scritto in questo blog, credo che la libertà individuale debba essere rispettata e non giudicata. Sempre che venga rispettata la Legge.

Anni fa, a commento di un post che riguardava la difesa del crocifisso, è arrivata la testimonianza di Hajar che voglio ripubblicare in parte (con qualche lieve modifica formale) in occasione di questo evento.
Riporto di seguito un brano tratto dal libro di LEILA DJITILI, Lettera a mia figlia che vuole portare il velo, Piemme editore, 2005.
Due visioni diametralmente opposte. Voi da che parte state?

BUONA LETTURA.

Mi chiamo Hajar, sono una ragazza di 21 anni e vivo in italia da più di 15 anni. Qui ho frequentato tutte le scuole, mi sono sposata e porto il burqa da tre mesi, non perché qualcuno mi abbia obbligata, anzi, mio marito non voleva neanche che io lo mettessi. Ma ho indossato il burqa perché è una mia libera scelta e perché sono diventata più praticante.
Nella città in cui vivo non ho trovato nessun problema con i concittandini e la polizia mi ha incontrato più volte per strada e non ha detto niente. […]

Questa, invece, è la storia di Aicha (la madre) e Nawel (la figlia), raccontata da Leila Djitli, una giornalista di origine algerina che vive da anni a Parigi, nel libro Lettera a mia figlia che vuole portare il velo. Ne riporto alcuni passi:

[…] Te l’ho detto, sono pronta a rispettare la tua scelta. Soltanto non venirmi a dire che è in nome della tua religione o della tua identità. Perché è falso. D’altronde, cosa fanno quelle che lo portano in nome di questa presunta identità cultural-religiosa? Nient’altro che deviarla. Lo vedi: si velano e si truccano, portano tacchi alti, gioielli, pantaloni aderenti. Si velano e guardano i ragazzi! E’ impressionante vedere quanto questo atteggiamento sia diffuso. Soprattutto se si pensa che il velo è, prima di ogni altra cosa, un segno. Se viene scelto liberamente, è il segno di un impegno sincero, totale. Un segno che distingue e separa dal mondo laico e dalle sue distrazioni materiali le donne che lo indossano. E’ il segno di un’adesione a valori profondi e rispettabili […]
Di fronte all’immagine fuorviante del velo, due atteggiamenti sono possibili: accettazione o rifiuto.
Rifiutare, significa considerare il velo semplicemente come un segno religioso. Accettare, significa ammettere che il segno religioso non ha più, o non solo, importanza […] l’abito non fa il monaco. Ed è ciò che dicono e fanno le ragazze e le donne che portano un segno religioso, senza tuttavia esserne schiave. Queste ultime non fanno alcuna fatica a lasciarlo quando entrano, per esempio, in classe o sul luogo di lavoro. Sono coerenti. Come credenti hanno capito che la loro fede è altrove, è più grande di quel pezzo di tessuto al quale non possono essere ridotte (e al quale, infatti, non accettano di essere ridotte). Ma le altre, quelle che in classe si rifiutano di toglierlo, sotto quale pressione agiscono? Ribellione, accanita affermazione di sé o … integralismo?
(da LEILA DJITILI, Lettera a mia figlia che vuole portare il velo, Piemme editore, 2005, pp. 53-55)

[IMMAGINE DA QUESTO SITO]

31 gennaio 2016

APPRENDISTA SUOCERA

Posted in affari miei, donne, famiglia, figli tagged , , , , , a 6:27 pm di marisamoles

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Avendo due figli maschi mi sono spesso chiesta che suocera sarei stata. Con le femmine è diverso, se è vero che tra suocera e genero le cose vanno decisamente meglio. Tuttavia credo che i buoni rapporti siano determinati più dall’intelligenza delle persone che da ruoli stabiliti su cui atavici pregiudizi hanno lasciato il marchio.

Nella nostra vita abbiamo, non tutti ma molti, diversi ruoli (in senso familiare stretto): quello di figlia/o, moglie/marito, madre/padre e forse suocera/o. Non abbiamo il beneficio di nascere sapendo perfettamente come comportarci nei diversi ruoli ma l’esperienza, si sa, insegna. E non è detto che le relazioni che stringiamo con i familiari nei diversi ruoli siano tutte rose e fiori.

Gli scontri ci sono sempre. A volte hanno durata limitata, altre portano a contrasti insanabili. Succede nelle migliori famiglie, come si suol dire. Non c’è un registra che ci dirige, non c’è un copione da seguire, forse ci sono “parti” che riusciamo a “recitare” meglio e altre che non fanno per noi. Quello che è certo, non siamo indenni da errori e, purtroppo, tutto ciò che facciamo in ogni istante della nostra vita è irripetibile e non c’è un altro ciak per porre rimedio alle “scene” malriuscite.

Per tutto ciò che siamo e facciamo seguiamo, in modo più o meno conscio, dei modelli.
Quando mi chiedo che suocera sarò, due sono i modelli che devo tener presente: mia mamma e mia suocera.

Mia mamma non è stata – e non è – la genitrice perfetta. E chi mai lo è?
Come suocera, tuttavia, ha superato se stessa. Ora credo sia nella fase mi-rassegno-prendo-le-cose-come-vengono, quindi non si lamenta più. O quasi.

Quando mio fratello ha lasciato casa per convivere con quella che oggi è sua moglie, nella famiglia sembrava fosse passato un ciclone.
Per mia madre, sua nuora era tutto ciò che non avrebbe dovuto essere: sposata e divorziata, madre di due bambine e più vecchia di 5 anni rispetto a mio fratello.

Oggi una situazione del genere ci sembra normale, ma stiamo parlando di quasi 40 anni fa.
Per mia mamma – e mia nonna sicula – la situazione ha assunto i contorni di una vera e propria tragedia. Lei era semplicemente inadeguata.
Non andava bene come si vestiva, come teneva la casa, come cresceva le bambine (cui si è aggiunta mia nipote, quindi tre femmine in casa, irrimediabilmente portate sulla “cattiva strada”, sempre secondo mia madre, con un modello di madre di tal sorta). Mia madre ne era sicura: suo figlio avrebbe meritato di più.

Qual è la prima regola cui la suocera perfetta – se esiste – deve attenersi? Non dare mai consigli, non criticare né giudicare. Esattamente il contrario di ciò che ha fatto mia mamma. E per smentire l’asserzione fatta all’inizio di questo post sui migliori rapporti che si instaurano tra suocera e genero, mia mamma ha assunto – e assume – lo stesso atteggiamento nei confronti di mio marito.

Mai lamentarsi del proprio matrimonio. Non aspetta altro per osservare, con sadica soddisfazione: “Te l’avevo detto IO!”.

Ma veniamo a mia suocera. Lei era, o almeno sembrava, una donna autoritaria, molto sicura di sé e poco espansiva. Non mi ha mai fatto mancare il suo affetto, intendiamoci, ma stava molto sulle sue. Solo nell’ultima parte della sua vita, affetta purtroppo da demenza senile, ha messo a nudo il suo vero essere e si è rivelata in tutta la sua fragilità. So che può apparire un’osservazione inadeguata ma confesso che avrei voluto che lei fosse stata così sempre, senza maschere e senza trincerarsi dietro false ipocrisie.
Le ho volto molto bene e l’ho sempre rispettata (non le ho mai dato del tu, come si fa oggi). Ma l’ho amata in modo incondizionato nel lungo periodo della sua malattia e lei, nei pochi sprazzi di lucidità, mi ha fatto capire che ero stata e avrei continuato ad essere la nuora che desiderava. Ad un certo punto, mi ha eletto terza figlia (mio marito ha due sorelle) e da quel dì mi sono letteralmente sciolta. Avrei fatto qualsiasi cosa per lei.

Tuttavia ho parlato più di me come nuora ed è il momento di vedere in che cosa non dovrei seguire mia suocera come modello.
Come dicevo, lei era sempre piuttosto distaccata. Io sono, invece, una persona espansiva. Amo condividere con le persone care ciò che mi succede, gioie e dolori che siano.
C’è stato un periodo in cui il mio matrimonio non navigava in buone acque. Esclusa la possibilità di chiedere consiglio a mia madre -per non sentirmi dire il solito “Te l’avevo detto IO!” -, avevo cercato conforto in mia suocera. Ricordo che a stento mi lasciò parlare. Liquidò la faccenda con freddezza, dicendo semplicemente: “Sono affari vostri”. Ci rimasi molto male perché se è vero che la suocera perfetta non deve ficcare il naso negli affari che non la riguardano, credevo che si sentisse in dovere di dare un consiglio richiesto. Non intavolai mai più con lei discorsi troppo personali.

E ora veniamo a me.
Fin da quando i miei figli hanno portato a casa le varie morose, sono sempre stata gentile, affabile, affettuosa e accogliente. Qualche volta tutto ciò mi è costato un po’ di sforzo ma nella maggior parte dei casi il mio comportamento è stato del tutto spontaneo.

Ricordo che quando mio figlio maggiore lasciò la sua prima fidanzatina (sono stati assieme 20 mesi, dai sedici anni… lei era un po’ più piccola), sono stata io ad asciugarle le lacrime, io a dirle che lui si era comportato male e che lei meritava di meglio. Non ho pensato, allora, come si dovesse comportare una perfetta suocera. Sono stata semplicemente obiettiva.

Il mio primogenito ha ora 27 anni, di acqua ne è passata molta sotto i ponti (leggi: un sacco di morose e credo anche più di una alla volta) e da qualche mese è andato a convivere con la sua fidanzata. Non so se si sposeranno, ritengo siano abbastanza grandi (lei più di lui…) per decidere autonomamente. Certamente non sarò io a forzarli verso il matrimonio. Comunque, anche se in modo ufficioso, mi sento già suocera e quando parlo di lei la chiamo già “nuora”, anche per non dare tante spiegazioni.

In questi mesi ho cercato di tenere le debite distanze ma in certi casi non mi sono comportata come la suocera perfetta.

Ho pensato che non è tanto alta, lui è uno spilungone avrebbe potuto trovarsi una ragazza di 180 cm almeno e che E. (una ex morosa che mio figlio ha lasciato nel 2010) era meglio.

Ho detto che la casa è un po’ piccola e l’ho fatta piangere. Lei ne era perfettamente consapevole, non era necessario infierire. Mi ha consolato sua madre dicendomi che l’aveva fatta piangere anche lei per lo stesso motivo.

Ogni volta che vado a trovarli porto lo spezzatino, il ragù o due porzioni abbondanti di torta. Forse starà pensando che io sia convinta che non sappia stare ai fornelli.
Di una cosa devo darle merito: mio figlio era leggermente sovrappeso e in pochi mesi ha perso ben 6 chili. 🙂

Le ho consigliato la cura per una periartrite (vista la mia esperienza) e le ho dato il numero di cellulare del mio fisioterapista. Non credo che abbia fatto la cura e non mi risulta che abbia telefonato al fisioterapista. In compenso si lamenta sempre per i dolori alla spalla e io me ne sto zitta.

Mio figlio non mi telefona mai e io incolpo lei: potrebbe dirgli di chiamarmi ogni tanto, no? Mio marito è convinto che lei glielo dica ma tanto lui fa quello che gli pare.
Mio marito è decisamente il suocero perfetto.

Ma io imparerò mai ad essere una suocera modello?

[nell’immagine una scena del film “Un mostro di suocera” con Jane Fonda e Jennifer Lopez tratto da affaritaliani.it]

22 gennaio 2016

RICORDANDO HINA (CHE OGGI AVREBBE 30 ANNI)

Posted in cronaca, donne, famiglia, figli, religione tagged , , , , , a 8:58 pm di marisamoles

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Hina era una bella ragazza, amava la vita e, come tante sue coetanee, amava un ragazzo e voleva vivere questo amore alla luce del sole. Ma Hina non era una ragazza come le altre: pakistana d’origine, fu uccisa dal padre perché, si disse, vestiva all’occidentale ed era andata a convivere con il suo uomo. Un peccato che suo padre, di religione musulmana, non poté tollerare.

Hina fu uccisa, a vent’anni, dal padre Mohammed l’11 agosto del 2006. Fu sgozzata e seppellita con la testa rivolta alla Mecca.

Oggi, come allora, la madre difende il marito:

«All’inizio ce l’avevo con il mondo intero, con la vita. Pensavo: perché sta succedendo tutto questo? Perché proprio a me e alla mia famiglia? Poi ho capito. Era tutto già scritto, il destino aveva già deciso per Hina, per mio marito, per me. E allora ho trovato la pace che cercavo. Vivere senza Hina sarà per sempre il mio più grande dolore, ma Mohammed era e resta l’uomo della mia vita. È giusto che paghi per quel che ha fatto però io l’ho perdonato e non lo abbandonerò mai».

Leggendo l’articolo pubblicato sul blog del Corriere.it la 27Ora ho provato a capire. Immedesimarsi non si può, certe cose bisogna provarle. Ma anche sforzandomi con l’immaginazione non riesco a comprendere questa donna.

Al di là di qualsiasi fede religiosa, credo sia impossibile perdonare un’atrocità come questa.

24 dicembre 2015

NATALE E’ SEMPRE NATALE

Posted in amore, auguri, bambini, famiglia, figli, Natale, religione, tradizioni popolari tagged , , , , , , , , a 9:52 am di marisamoles

E’ un Natale speciale questo che sta arrivando. Sempre sperando che sia speciale comunque e sempre per i Cristiani. Ma quello del duemilaquindici è comunque destinato a rimanere nella Storia.

Papa Francesco, come ormai tutti sanno, ha indetto, a partire dallo scorso 8 dicembre, l’Anno Santo della Misericordia. Un Giubileo straordinario, sia perché “cade” senza rispettare la cadenza usuale – almeno quella stabilita in tempi relativamente recenti – dei venticinque anni, sia perché intitolato alla Misericordia che, pur senza la maiuscola di rito, dovrebbe essere un sentimento che accomuna tutti gli esseri umani, cristiani e non.

Una parola trasversale, la misericordia. Stando all’etimologia, deriva dal latino misericordia, che a sua volta trova la radice nell’aggettivo misericors, in cui distinguiamo il tema del verbo miserere, “aver pietà”, e cor, “cuore”.

Misericordia, quindi, ha a che fare con il cuore e il cuore significa vita, poiché batte nel petto di tutti gli esseri viventi. Poi sta a noi farne buon uso e manifestare ai propri simili quell’empatia che ci accomuna in quanto tutti dotati di quel battito vitale. O almeno così dovrebbe.

Cinque anni fa ho scritto un post dal titolo lungimirante: Si può dire Buon Natale?.
Oggi più che mai, di fronte a dirigenti scolastici che vietano le feste di Natale e i canti tradizionali, specialmente nelle scuole frequentate dai più piccoli, la domanda è lecita. Ma la risposta, la mia risposta, è sempre quella: sì, si può augurare buon Natale, senza vergogna e senza pensare all’eventualità che questo augurio possa offendere qualcuno.

Di certo non offenderà nessuno dotato di un minimo di intelligenza, se non proprio elasticità mentale.
Ne sono prova le cronache di questi giorni, in cui persone che professano altre religioni, stanno dimostrando non tolleranza, spesso falsa, come quella esibita da zelanti dirigenti scolastici, ma condivisione. Misericordia, insomma.
Ma anche intelligenza, come la ragazza musulmana che ha accettato di buon grado di interpretare la figura di Maria nel presepe vivente allestito nella sua città.

Per festeggiare il Natale non si deve essere per forza cristiani. Pensiamola, dunque, come una festa in cui si celebra la nascita di un bambino. Riflettiamo sul drastico calo delle nascite nei paesi più evoluti, una situazione dettata da molti fattori, non ultima la crisi economica che ci ha colpiti negli ultimi anni, per cui mettere al mondo un figlio sembra essere un lusso. Davvero lo è, se vogliamo essere sinceri. Ma a volte l’amore può fugare i dubbi, allontanare le esitazioni. Pensiamo alla povera capanna che ha ospitato il piccolo Gesù e ai sacrifici che i suoi genitori hanno dovuto affrontare, i disagi, le persecuzioni che hanno interessato i primi anni di vita del bambinello. Pensiamo alla forza e al coraggio di quei genitori che senza dubbio, almeno per chi crede, furono dettati dalla Fede. Ma senza Amore, al di là di qualsiasi fede, non avviene nessun “miracolo”.

Consideriamo, quindi, il Natale come la festa della Famiglia, perché ogni famiglia è sacra a prescindere. Fermiamoci a riflettere ai tanti bambini vittime delle guerre e delle persecuzioni, che muoiono annegati durante i viaggi della speranza. Pensiamo a quelli che perdono i genitori, nelle stesse condizioni avverse.
Consideriamo le famiglie “spezzate”, quelle in cui i bambini sono trattati come pacchi postali, destinati a cambiare casa seguendo l’asettica sentenza di un giudice, o sballottati da un luogo all’altro come meglio fa comodo ai genitori.
Riteniamoci fortunati ad essere genitori, pur dovendo attraversare molte difficoltà. Non guardiamo al prato del vicino che ha l’erba più verde; guardiamo l’arida terra che accoglie i meno fortunati.

Usiamo un po’ di misericordia, non solo quando festeggiamo il Natale ma anche in tutti i momenti della vita.

E se questo mio vi sarà sembrato più un sermone che un post natalizio, PERDONATEMI!

Auguro a TUTTI, abbracciandovi forte, un

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1 agosto 2015

ZUCKERBERG: IN ARRIVO LA SOCIAL BABY E PAPA’ COMMUOVE SU FACEBOOK

Posted in aborto, donne, famiglia, figli, matrimonio, Uomini e donne, vip, web tagged , , , , , , , , , , , , a 2:55 pm di marisamoles

Social baby
Mark Zuckerberg, 31 anni, fondatore del social network più famoso al mondo, ha annunciato sul suo profilo Facebook che lui e la moglie Proscilla, sposata nel 2012, a breve diventeranno genitori. La social baby è, appunto, una bambina, ed è stata a lungo cercata. La gravidanza, come scrive Mark sul suo profilo Fb al miliardo e 490 milioni di iscritti, sembra procedere per il meglio e pare siano limitati i rischi di un aborto. Perché il futuro papà dice questo? Perché ammette che da un paio d’anni lui e Priscilla stando tentando di mettere al mondo un figlio con scarso successo. La moglie di Mark ha infatti subito tre aborti prima dell’attuale gravidanza.

Commuovono le parole di Zuckerberg e la sua decisione di raccontare questa storia DI felicità negata e allo stesso tempo di speranza, perché serva da monito a tante coppie che non riescono a realizzare il sogno di diventare genitori.

«Al giorno d’oggi aprirsi, condividere con gli altri questo genere di problemi e discuterne assieme serve ad accorciare le distanze e a farci sentire più vicini agli altri. Anzi, fa sì che gli altri ci comprendano e allo stesso tempo per noi è più facile sopportare e sperare nel domani.
Quando ne abbiamo iniziato a parlare con gli amici [Mark si riferisce all’esperienza degli aborti, NdR] ci siamo resi conto di quanto ciò accada di frequente, tanto che molte persone che conosciamo hanno avuto lo stesso problema, riuscendo però ad avere, alla fine, dei bambini che godono di buona salute.
Speriamo che l’aver condiviso la nostra storia porterà conforto e speranza a tante persone che vivono questo tipo di esperienza, spingendole anche a condividere le loro storie

Una testimonianza toccante, a mio parere, che riesce a commuovere anche per le belle parole con le quali il futuro genitore descrive il suo stato d’animo quando pensa al futuro che lo attende:

«Quando scopri che presto avrai un bambino, ti senti così felice! Fin da subito provi a immaginare che cosa diventerà, fai progetti e inizi a sperare e sognare il suo futuro. Un’esperienza davvero unica.»
(le traduzioni, non letterali, sono mie; il testo originale potete leggerlo a questo link)

Questa bambina è una social baby fortunata e non perché nascerà in una famiglia ricca. I soldi, se non fanno la felicità, aiutano di certo a vivere serenamente però la cosa più bella è che lei avrà un papà giovanissimo e tenerissimo. A 31 anni molti coetanei di Zuckerberg perdono il loro tempo sui social scrivendo cose sciocche e inutili mentre lui già pensa al futuro che attenderà la piccola e se stesso:

«Nell’ecografia mi ha già fatto il like con il pollice all’insù, – scrive riferendosi alla figlia – pertanto sono già convinto che si prederà cura di me

[l’immagine è tratta dal sito linkato]

27 luglio 2015

L’UOMO IN CASA: LA SPESA AL SUPERMERCATO

Posted in donne, famiglia, matrimonio, Uomini e donne tagged , , , , , a 2:16 pm di marisamoles

Questa è la quarta puntata de “L’uomo in casa”, tratta da un post vecchio che però rimane sempre attuale. Se la vostra dolce metà ama venire al supermercato con voi, spero sia un po’ meglio dell’esemplare preso in considerazione: mio marito.

Buona lettura!

L’uomo al supermercato.
A parte mio suocero, che non ha mai fatto la spesa né accompagnato sua moglie al supermercato, credo che oggigiorno quasi tutti gli uomini ogni tanto facciano la spesa o diano una mano alla propria compagna. In genere, l’uomo da supermercato è quello che spinge il carrello. Probabilmente le donne sono convinte che lo faccia per galanteria. In realtà il suo intento è un altro: dimostrare di essere lui padrone della situazione. Se solo provi, approfittando di un attimo di distrazione, a portarglielo via, t’insegue urlando e rivendicando il proprio diritto alla conduzione dello stesso. Talvolta l’operazione non riesce e l’uomo lo strappa letteralmente dalle mani alla sua compagna. Così succede che poi lui se ne vada per conto suo a girare fra gli scaffali mentre lei si carica di merce finché può e, arrancando, raggiunge il suo uomo – conduttore, scaraventando il carico nel carrello. Qualche volta capita che, essendo sparito il marito, si depositi la merce nel carrello altrui e te ne accorgi solo se lì ci trovi il cibo per gatti e tu il gatto non ce l’hai oppure una confezione di tampax di cui tu non hai più assolutamente bisogno.

Quando un uomo va a fare la spesa da solo è la fine: il 90% della merce acquistata è del tutto inutile e… fa ingrassare! Quando accompagna la moglie, scarica nel carrello quanto più dolci può: biscotti di ogni tipo, tavolette di cioccolata, merendine, barattoli di marmellata e di nutella … Con aria di trionfo poi ti guarda ed esclama: “sono per me, non per te; tu devi stare a dieta”.
Insomma, quando l’uomo accompagna la donna al supermercato sembra che sia in procinto di scoppiare la terza guerra mondiale. Peccato, però, che poi alla cassa, mentre lui è impegnato a stivare alla perfezione la merce nel carrello in previsione di riporla nei sacchetti che, regolarmente, dimentica in macchina, sia la donna a tirar fuori la carta di credito.

19 luglio 2015

FIGLIO SOMARO, GENITORI FELICI. SUCCEDE NELLO SPOT CITROEN

Posted in bambini, famiglia, figli, pubblicità tagged , , , , , a 2:32 pm di marisamoles

Che i genitori abbiano poco tempo da dedicare ai figli è cosa nota. Che siano parecchio distratti anche quando sono a casa e non sappiano ascoltarli, è cosa che già vent’anni fa, o giù di lì, affermava lo psichiatra Crepet quando scrisse il saggio Non siamo capaci di ascoltarli.

Ma che dei genitori gioiscano per una pagella indecorosa del figlio somaro, solo perché tre ore prima hanno acquistato un’automobile dal prezzo conveniente, risulta davvero poco credibile. A meno che con la macchina nuova il giorno dopo non si rechino a scuola a picchiare gli insegnanti…

Uno spot scandaloso. E il garante che fa? Si è scomodato, qualche anno fa, per un papà con tanti figli avuti da più donne, sempre nello spot di un’autovettura e se non sbaglio della stessa azienda, e se ne sta zitto davanti ad una pubblicità così indecorosa?

Già i genitori hanno la testa tra le nuvole…

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