26 giugno 2012

TORTA DI MELE LIGHT

Posted in dolci, ricette tagged , , , a 1:09 pm di marisamoles

Visto il gradimento ottenuto dai brownies per i miei studenti, mi lancio in un’altra ricetta, questa volta light. So che le attuali temperature scoraggiano l’uso del forno, però ora ho più tempo a disposizione per preparare le torte, pur facendomi la sauna ogni volta.

Io sono a dieta da gennaio. Ho dovuto eliminare i grassi, specie quelli di origine animale. All’inizio pensavo che non fosse proprio possibile preparare una torta di mele senza il burro. Volevo provare a sostituirlo con la margarina o con l’olio di semi, poi però mi sono inventata questa torta che è riuscita benissimo pur senza l’aggiunta di alcun condimento. L’esecuzione è facilissima e, se si dispone di un robot, è velocissima.

Ingredienti:

200 grammi di farina 00
100 grammi di farina Manitoba
150 grammi di zucchero (se si preferisce, si può usare quello grezzo di canna; in questo caso la dose dovrebbe essere 200 gr. A me, tuttavia, questa torta piace anche meno dolce)
3 uova intere
100 ml di latte parzialmente scremato
4 mele di media grandezza (io ho usato le fuji perché avevo quelle in abbondanza ma si possono usare anche di altre qualità)
50 grammi di uvetta
30 grammi di pinoli (se piacciono, non sono indispensabili)
1 bustina di lievito
1 bustina di vanillina
1 bicchierino di Marsala

Preparazione:

Sbucciare le mele, affettarle sottili (io uso la grattugia “quadrata”; in teoria andrebbero cosparse di succo di limone perché non anneriscano ma io non lo faccio quasi mai), aggiungere l’uvetta ed eventualmente i pinoli, irrorando il tutto con il Marsala. Accendere il forno e impostarlo sui 170 gradi (se non è ventilato anche 180 gradi). In una ciotola (se fate a mano, altrimenti nel contenitore del robot) montare i tuorli con lo zucchero, aggiungere quindi a cucchiaiate le due farine alternandole con il latte. Poi versare la bustina di vanillina e il lievito, nonché le mele tenute da parte. Per ultimi aggiungere gli albumi montati a neve fermissima con un pizzico di sale, avendo cura di mescolare dal basso verso l’alto per non smontarli. Versare il composto ottenuto in uno stampo tondo di 26 cm (io uso anche quello rettangolare di 30×22 cm circa), precedentemente imburrato e cosparso di pane grattugiato, cospargerlo con un po’ di zucchero (meglio se di canna) e metterlo nel forno per circa 45 minuti. È bene comunque controllare la cottura con uno stuzzicadenti. Lasciare la torta nel forno spento per cinque minuti prima di estrarla (lo faccio sempre, per qualsiasi torta).

Buon appetito!

[nell’immagine: Bimba con cesto di mele di Calidè, olio spatolato, 50×70, da questo sito]

21 giugno 2012

BROWNIES PER I MIEI STUDENTI

Posted in affari miei, dolci, ricette tagged , , , , , , , a 7:08 pm di marisamoles


L’ultimo giorno di scuola ho portato ai miei studenti di quinta la torta brownie. Ho fatto davvero un grande sacrificio per prepararla perché il venerdì pomeriggio ero rimasta a scuola fino alle 15 e 30 e, appena arrivata a casa, mi attendeva un superlavoro tipico degli ultimi giorni di lezione. Ma avevo fatto una promessa e dovevo mantenerla. In ogni caso, se non si è troppo stanchi e non si hanno mille altri impegni preparare questa torta è davvero rilassante. In più è molto semplice.

Ho parlato di torta ma in realtà i brownies (detti anche chocolate brownies o Boston brownies), al plurale, sono dei dolci tipici americani che, secondo la “leggenda” corrente, sono stati citati per la prima volta nel Boston Cooking School Cookbook, nel 1896. Secondo altre fonti sarebbero nati al Palmer House Hotel di Chicago durante la World’s Columbian Exposition del 1892, grazie alla sbadataggine di un cuoco che aveva preparato una torta al cioccolato dimenticando di introdurre il lievito nell’impasto.
L’usanza di utilizzare il plurale brownies è dovuta al fatto che si usa servire questo dolce tagliato a cubetti, come fossero dei pasticcini.

Ad ogni modo, si tratta di un dolce buonissimo di sicuro successo. Ai miei studenti è piaciuta moltissimo tanto da decantare le mie doti pasticcere in casa (dopo avermi premiato per l’eleganza, ora i miei studenti si congratulano per la torta … insomma, a casa dubiteranno che io abbia insegnato loro Letteratura italiana e latina!). 🙂
Una mamma, non mi ricordo di quale studentessa, ha chiesto la ricetta. Ovviamente me ne sono dimenticata così rimedio adesso riportandola qui.

Premessa: nella ricetta originale non è previsto il lievito (tutt’al più si possono mettere un paio di cucchiaini), gli albumi non vanno montati a neve ma le uova vanno introdotte intere nell’impasto e si utilizza solo la farina 00. Io, però, preferisco questa ricetta, anche se si allontana da quella originale, perché i miei figli mi rimproverano sempre se le torte non lievitano a dovere. Inutile dire che questa non è una vera torta … la preparassi seguendo la ricetta originale, di certo mi direbbero che non so fare le torte “alte”.

Ingredienti:

200 gr. di farina 00
100 gr. di farina Manitoba (fa lievitare meglio l’impasto e lo rende più leggero)
50 gr. di cacao amaro
200 gr. di burro a temperatura ambiente
4 uova intere
200 gr. di zucchero (io ne uso solo 150 gr perché mi piace più amara)
100 gr. di gherigli di noci tritate (meglio se si utilizza la qualità Pecan)
latte freddo q.b. (generalmente mezzo bicchiere)
1 bustina di vanillina
1 bustina di lievito
2 pizzichi di sale
50 gr. di gocce di cioccolato (facoltative; io non le uso quasi mai)
glassa al cioccolato per la copertura

Preparazione:

In una ciotola lavorare il burro ammorbidito, ma non fuso, con lo zucchero. Aggiungere i tuorli uno alla volta, continuando a mescolare, poi incorporare le farine a cucchiaiate alternate al latte. Aggiungere il cacao, la vanillina, il lievito e le noci tritate (se decidete di utilizzarle, aggiungete anche le gocce di cioccolato), quindi gli albumi montati a neve fermissima con il sale, avendo cura di mescolare dal basso verso l’alto (per non smontarli) e non con movimenti circolari, come si usa di solito. Il composto deve essere abbastanza sodo, non liquido.
Versare in uno stampo rettangolare (io utilizzo uno di quelli usa e getta tipo domopack che misura circa 30 cm x 22) e far cuocere in forno già caldo e alla temperatura di 180 gradi (se ventilato, bastano anche 170°) per circa 40 minuti. Ad ogni modo è bene usare uno stuzzicadenti per controllare la cottura prima di spegnere il forno. Lasciare il dolce nel forno spento per 5 minuti prima di estrarlo.

Quando il dolce è freddo, cospargetelo con la glassa (le ricette si trovano ovunque, nei libri e sul web, io comunque, anche perché avevo poco tempo, ho usato quella pronta di Pane Angeli, buonissima). In alterativa, si può cospargere, prima di introdurlo nel forno, il dolce con noci tritate e gocce di cioccolato, nella quantità desiderata.
Servire i brownies dopo aver tagliato il dolce a cubetti e preferibilmente accompagnato da uno spruzzo di panna montata. Io, ovviamente, in classe la panna non l’ho portata perché avrebbe reso più complicato mangiare il dolce con le mani.

A questo punto, provare per credere! 😉

10 giugno 2011

IL DOGGY BAG CONTRO GLI SPRECHI DEL CIBO E I MIEI RICORDI D’INFANZIA

Posted in attualità, bambini, dolci, figli, matrimonio tagged , , , , , , , a 5:58 pm di marisamoles

Alzi la mano quel genitore che di fronte al rifiuto del/lla figlio/a di mangiare una pietanza o di finire il cibo nel piatto, più per capriccio che per mancanza di appetito, non ha mai tirato fuori il discorso dei bimbi che ogni anno muoiono di fame perché non hanno di che nutrirsi, mentre i loro pargoli, figli del consumismo, si possono permettere di fare tante storie per un piatto non gradito. E alzi la mano chi, con la determinazione di un gendarme austriaco, non ha mai esclamato: “O mangi ‘sta minestra o vai a letto senza cena!”. Strano, però, che i capricci a tavola i nostri figli li facciano sempre e solo di sera … e strano anche che poi qualcuno in famiglia si impietosisca e proponga almeno un’alternativa, perché i gusti sono gusti, per i grandi e i più piccini. Poi, però, in casa scoppia una specie di guerra tra il genitore risoluto a mandare a letto il/la figlio/a senza cena e quello che, magari di nascosto, allunga un biscotto o una fetta di prosciutto, piuttosto che far saltare il pasto serale alla prole.

A parte le discussioni in famiglia e la considerazione che ai figli dei bambini che muoiono di fame non gliene può fregar de meno (è triste ammetterlo ma è così), è un dato di fatto che buona parte del cibo finisca nella spazzatura perché o lo si lascia scadere nel frigorifero o qualche avanzo vi soggiorna per un po’ di tempo, in un contenitore dimenticato (a proposito: odio i piattini da tè che a casa mi costringono a mettere nel frigo con la classica polpetta, debitamente avvolta nella pellicola trasparente, che nessuno vuole!), per poi raggiungere gli altri avanzi nella pattumiera.

Secondo i dati forniti dall’Università Bicocca, in Italia ogni anno trentasette miliardi di euro di cibo buono «finiscono nelle pattumiere, senza contare quelli dei ristoranti”. Uno spreco decisamente inaccettabile.

Ma se a casa non si può far nulla se non cambiare abitudini (evitare di acquistare cibo in eccesso e, soprattutto, assecondare il più possibile i gusti della prole!), molto si può fare per evitare che i ristoranti buttino via tanto bendidio. Nei Paesi anglosassoni, ad esempio, è d’uso comune il doggy bag: quando avanza sulla tavola del cibo, nessun cameriere si scompone se gli viene chiesto di portarlo a casa, anzi, spesso non è nemmeno necessario chiedere. Anche se, immagino, non tutti possiedono un cane.

In Italia, tuttavia, questa usanza non è molto diffusa e par sempre di fare una figuraccia chiedendo di portare via gli avanzi, tanto più se a casa non c’è nessun cane che li attende. Ma perché?

Secondo Maria Teresa Veneziani (ne parla all’interno del blog La 27esima ora,sul sito del Corriere), noi Italiani siamo restii a portarci dietro degli avanzi di cibo rischiando pure di macchiarci gli abiti (mentre un Inglese, ad esempio, non si scompone nel mettere una porzione di torta avanzata nella tasca della giacca) e abbiamo il terrore di passare per dei poveracci, più per snobismo che per altro. Queste sono le due questioni da affrontare in Italia se vogliamo che anche qui il doggy bag diventi una consuetudine.

In qualche regione ci si sta muovendo nella direzione giusta: la Provincia autonoma di Trento, ad esempio, ha distribuito quarantamila eco-vaschette ai ristoratori per consentire ai clienti di portare a casa il cibo non consumato. Una bella iniziativa che dovrebbe fare scuola. Non resta che attendere gli eventi.

Io, però, sono testimone diretta che quest’usanza esisteva anche quarant’anni fa, specie in occasione dei matrimoni dove, come sappiamo, la quantità di cibo servito è eccessiva e tutto ciò che non viene consumato è destinato a finire nelle immondizie, nonostante sia tutto pagato e generalmente neanche poco.

Ero bambina e non mi fu possibile partecipare ad un matrimonio in quanto malata. Pregai, quindi, mia mamma di portarmi a casa una fetta di torta … ebbene sì, golosa lo sono sempre stata! Quando mia mamma tornò e mi consegnò il pacchetto – ricordo che era di carta oleata, quindi un po’ trasparente -, vidi degli strani colori e, prima di aprire l’involto, chiesi: “Ma la torta era colorata?”. Mia madre rispose, quasi inorridita: “Ma no! Era bianca”. Perplessa aprii il pacchetto e trovai degli avanzi di cibo misti, tra cui una buona porzione di insalata russa. Quasi in lacrime lo feci vedere a mia mamma che scoppiò a ridere: “Devono essere gli avanzi per il cane che aveva chiesto la mia vicina di tavolo!”.

Insomma, il cameriere si era confuso e la fetta di torta, la mia fetta di torta, finì nella ciotola di un cane a me sconosciuto. Peccato, però, che i suoi avanzi io non li abbia potuti mangiare.

[immagine da questo sito]

7 aprile 2011

È PRIMAVERA, TEMPO DI DIETA … OVVERO LA RICERCA DELLA FELICITÀ

Posted in affari miei, dieta, dolci, donne, salute tagged , , , , , , , , , a 2:07 pm di marisamoles


Esilarante l’articolo di Corrado Ruggeri su Il Corriere. Una taglia 62 fiero di esserlo. Nemmeno rimanere quasi intrappolato nella “bussola” all’entrata della banca lo fa riflettere sul fatto che forse è il momento di mettersi a dieta.

Ecco come racconta l’increscioso episodio:

Le avevano sistemate da poco, queste mascelle in acciaio e cristallo antiproiettile che ti inghiottono con un rumore che sa di prigionia e poi decidono se e come restituirti alla libertà. Porte scorrevoli, a semicerchio, ormai familiari, alle quali ci si consegna senza timori. Pulsante verde e si entra. La porta scivola, dà il benvenuto, scorre: e blocca di nuovo ogni via di fuga. Scricchiolii sinistri, come un avviso di guai. Rumori strani, vibrazioni e poi parte la vocetta da astronauta, declinata al femminile ma con accento metallico. «Attenzione – dice – si prega di entrare uno alla volta». Ero solo, naturalmente.

Insomma, se è vero che le più votate alla dieta come estremo sacrificio – specialmente in primavera, pensando alla fatidica prova costume – sono le donne, quelle che ahimè si lasciano più facilmente influenzare dal modello donna perfetta, niente pancia, sedere a mandolino e seno da pin up (risultato, il più delle volte, ottenuto grazie all’abilità del chirurgo estetico) che va tanto di moda, è pure vero che sono molti gli uomini che ci tengono alla linea e al fisico asciutto, che si fiondano in palestra appena hanno un momento libero – preferibilmente in pausa pranzo così saltano anche il pasto! – per ottenere gli addominali scolpiti a mo’ di guscio di tartaruga. Ma Ruggeri no, nemmeno per scherzo, non può fare a meno di godersi la buona tavola, uno dei pochi piaceri della vita. Preferisce far suo un antico detto cinese (ma esiste davvero? magari se l’è inventato lui a suo pro) che recita: Un uomo senza pancia è come un cielo senza stelle. Io adesso non lo so se le donne siano più sensibili alle stelle piuttosto che alle tartarughe. Ho un marito magrissimo che mangia il triplo di me e non ingrassa mai. Anche se devo ammettere che, guardando lui, non vedo le stelle, fuor di metafora, ma nemmeno tartarughe.

Certo, pur godendosi la libertà di essere grasso, Ruggeri, con la sua taglia 62, deve ammettere che quelli come lui spesso sono degli incompresi, nonché bersaglio di frecciatine, anche da parte delle mogli:

Non siamo sempre compresi. Abbiamo schiere di detrattori che ci criticano: «Ma non ti vergogni? Un po’ di amor proprio, con quella pancia? E poi l’estate, sempre sudato…». Abbiamo mogli perfide e maligne capaci di dire in pubblico: «L’ho sposato 30 chili fa». Abbiamo sarti carissimi ai quali i soldi non bastano, vorrebbero anche una soddisfazione professionale: «Dotto’, comunque sembra un sacco, ma perché non se prende bell’e fatta una taglia 62? Spende la metà e je sta uguale». Abbiamo l’ironia stupida degli animatori dei villaggi vacanza in giro per il mondo: «Vuole il kajak? Se riesce ad entrarci…». Ma sai che c’è? Un bel motoscafo si trova sempre. E c’è pure il pozzetto di poppa, col tendalino per fare merenda al fresco.

Io credo che ognuno debba essere soddisfatto di se stesso, grasso o magro, non fa differenza. Sono anche del parere che sia giusto difendere il sacrosanto diritto al bel piatto di spaghetti qualora rinunciarvi procurasse un inconsolabile dispiacere. Però non sono d’accordo con Ruggeri quando afferma che la dieta è l’inizio di una malattia, porta alla perdita del peso ma pure del buon umore, conduce a una tristezza infinita, scatena facili accessi d’ira, suscettibilità. Non si ride più, si ghigna. Perché il buon cibo è come l’ossigeno, per chi ama mangiare. E la dieta è l’altitudine, dove non si riesce a respirare.

Secondo me la cosa fondamentale è piacersi ed essere coerenti nelle proprie scelte. Io, ad esempio, ho sempre lottato con la bilancia e quando l’ago sale inesorabilmente, non sono per nulla contenta. Non amo la buona tavola, diciamo che mi nutro o, come spesso mi piace dire, mangio per vivere, non vivo per mangiare. Però, come tutti, ho le mie debolezze: mi piacciono i dolci. Sono golosa e sono disposta a qualsiasi sacrificio pur di non rinunciare ai pochi piaceri della vita che mi concedo: un bel pezzo di cioccolata, una fetta di torta, un gustoso gelato, preferibilmente al bacio o comunque qualsiasi gusto abbia del cioccolato dentro, quei deliziosi biscottini da tè con tanto, troppo burro … insomma, cedere alla tentazione per me è facilissimo, peccato che poi sconti la golosità con qualche chilo in più. Allora sento il rimorso della coscienza e decido di mettermi a dieta. Così anche il mio colesterolo me ne sarà grato.

Riuscire a dimagrire è, prima di tutto, una questione mentale: se ci si mette a dieta senza troppa convinzione, sarà un insuccesso. Di solito ci si crea pure gli alibi. Io, per fare un esempio bastato sulla mia esperienza, cerco di convincermi che sia più facile dimagrire con la mente sgombra dai pensieri. In altre parole: per mettermi a dieta devo essere felice. Già, una parola. Una come me non è mai felice, c’è sempre qualcosa che non va, un motivo per cui lamentarsi. Questa sensazione di infelicità perenne mi fa accumulare stress e, al contrario di quanto accade di solito alle persone “normali”, a me lo stress fa ingrassare. Allora, che fare? Se decido per la dieta ma non mi sento sufficientemente felice per poter evitare di ricercare una qualsiasi consolazione nel cibo più calorico che c’è (pare impossibile, ma la felicità è inversamente proporzionale alle calorie contenute nei cibi), desisto. Ma se non mi metto a dieta, l’immagine che vedo riflessa nello specchio mi rende ancora più infelice. Insomma, è un circolo vizioso da cui pare non ci sia via d’uscita.

Come dicevo, la dieta è più che altro una questione mentale. Se l’immagine che vedo di me non mi piace e mi procura un’ulteriore infelicità, è giunto il momento di superare l’impasse e di guardare avanti. In altre parole, per non sommare infelicità ad infelicità, è meglio che mi concentri su ciò che maggiormente mi rende infelice, ovvero l’immagine di me. Ecco che tutti gli altri motivi d’infelicità passano in secondo piano per lasciare spazio, soprattutto mentale, ad un percorso difficile, certo, ma che può essere superato facilmente se ci si crede. Il periodo più arduo per la dieta sono le prime due settimane: in quei quattrodici giorni si gioca il destino di una dieta. Se i risultati sono incoraggianti, si prosegue con determinazione e anche l’umore migliora; altrimenti ci si demoralizza ulteriormente e si è costretti a gettare la spugna, con il risultato che altri chili si accumulano e dopo sarà ancora più difficile smaltirli.

Insomma, mi dispiace non essere d’accordo con Ruggeri. Se lui è felice così, nulla gli può impedire di godersi la buona tavola e di infischiarsene delle critiche. Lui, evidentemente si piace così com’è e nessuno potrà mai condizionare le sue scelte.
Stamattina a scuola ho casualmente accennato alla mia dieta. Un’allieva mi ha detto che non ho bisogno di dimagrire, tanto non devo trovare nessuno, essendo già accasata. Le ho risposto che prima di tutto bisogna piacersi, se poi piacciamo anche agli altri, tanto meglio.

2 febbraio 2011

IL PANETTONE DI SAN BIAGIO

Posted in dolci, dolci natalizi, religione, tradizioni popolari tagged , , , , , , , , a 5:20 pm di marisamoles


Se nella dispensa di casa c’è ancora un panettone avanzato da Natale che rischia di ammuffire o, almeno, di diventare stantio, allora è bene che lo apriate domani a colazione. Perché? Perché domani, 3 febbraio, la Chiesa ricorda San Biagio Martire. E allora? Che c’entra con il panettone? C’entra, c’entra, e ora vi spiego perché.

Biagio nacque a Sebaste, in Armenia, sul finire del III secolo d.C. Compiuti gli studi di medicina, intraprese la professione medica ma i suoi concittadini, nonostante non fosse né consacrato né ordinato, lo vollero investire della carica di Vescovo.
All’inizio Biagio non ne voleva sapere, poi, però, di fronte all’insistenza del popolo si risolvette ad accettare il ministero, anche se continuò a curare, oltre alle anime, anche il corpo dei suoi fedeli.

Un giorno capitò da lui una madre disperata perché al figlio, mentre mangiava del pesce, si era conficcata in gola una spina. Biagio accorse immediatamente al capezzale del fanciullo e, lasciate da parte benedizioni e unzioni, gli fece mangiare un pezzo di pane. La mollica portò con sé la lisca e il figlio della signora disperata riprese a respirare normalmente. Ovviamente non c’era nulla di miracoloso in quel gesto, tant’è che ancor oggi si mangia del pane per liberarsi da una spina di pesce che per caso si è conficcata nella gola. Ma la donna, fuori di sé dalla gioia per la salvezza del figlio, iniziò a gridare al miracolo.
La notizia giunse alle orecchie di Agricola, prefetto dell’imperatore Diocleziano per l’Armenia, che non gradì molto il fatto che la fama di questo vescovo si fosse così diffusa. Lo fece chiamare e, senza tanti complimenti, lo fece scorticare con pettini da cardatori e poi decapitare.
Per questo motivo Biagio, divenuto martire e poi santo, fu considerato il protettore dei cardatori e dei materassai (onore dovuto allo strumento che era stato usato per martirizzarlo) e a lui si attribuì anche il merito di proteggere dai malanni della gola, vista anche la stagione in cui cade il 3 febbraio, giorno a lui dedicato.

Detto questo, il panettone che c’entra? C’entra perché a San Biagio si attribuisce un altro “miracolo” che ha a che fare con il panettone.
Si racconta che, molto tempo dopo il martirio di San Biagio, quando il tipico dolce natalizio era già stato inventato, una donna milanese si fosse recata, poco prima di Natale, da Frate Desiderio perché le benedisse un panettone che aveva preparato per la famiglia. Questo frate doveva essere un po’ distratto, o troppo occupato, perché del dolce si dimenticò per giorni che poi divennero settimane. Altrettanto distratta, però, fu la donna che non lo reclamò. Così Desiderio, un bel giorno, si trovò davanti, nella sua canonica, il famoso panettone in attesa di benedizione e, convinto che la sua “padrona” non lo volesse più indietro, iniziò a mangiarselo. Giorno dopo giorno, boccone dopo boccone, del panettone non rimase più nulla, eccetto l’involucro che l’aveva custodito.

Il 3 febbraio, però, la donna si ripresentò al cospetto di Frate Desiderio, reclamando il suo panettone. Il religioso, che non si perse d’animo, probabilmente pensando a qualche scusa per giustificare la scomparsa del dolce, si recò nell’angolo dove giaceva ancora l’involucro vuoto del panettone e, con grande meraviglia, scoprì che la carta era gonfia e piena di un panettone grosso il doppio di quello che la donna gli aveva lasciato. Fu così che questa sorta di miracolo fu attribuita a San Biagio, il santo cui è dedicata tale giornata.

Da quel dì, non ben precisato, in realtà, la tradizione vuole che la mattina del 3 febbraio in famiglia si faccia colazione con il panettone, forse l’unico superstite dei dolci natalizi. Non si tratta di un modo come un altro per far fuori l’ultimo panettone, perché pare che al consumo del dolce, proprio nel giorno dedicato a San Biagio, venga attribuito il potere di preservare dai malanni della gola.

Non mi resta che augurare un … buon panettone a tutti!

[LINK della fonte]

31 Mag 2010

UN ANTIPASTO FRESCO E SFIZIOSO: SPECK COTTO ALL’ACETO BALSAMICO

Posted in affari miei, dolci, Friuli Venzia-Giulia, ricette, Trieste tagged , , , , a 4:02 pm di marisamoles

Ieri ero a pranzo sul Carso triestino, in un’incantevole locanda con cucina dove mangio sempre benissimo e soprattutto digerisco! La cucina carsolina è, in effetti, un tantino pesante e il mio stomaco spesso si ribella alle ricette tipiche di quei posti. Allora cerco di non rischiare con intingoli superunti, anche se non rinuncio, ahimè, al dolce: là, ad esempio, quello tipico è la pasta crema che non è esattamente la pastina tipo diplomatica che si trova dappertutto, in ogni pasticceria; no, è una sberla da mezzo chilo che, se avessi il coraggio di mangiarla, mi sazierebbe senza bisogno di mangiar altro. Non avendo questo coraggio, mi limito a gustarmi una bella fetta di strudel (in quella locanda lo fanno buonissimo anche con i fichi!), semplice e leggera, un po’ di sfoglia e solo delle mele, al limite arricchito con un po’ d’uvetta e pinoli. Come lo faccio io, insomma.

Tornando al pranzo di ieri, per non appesantirmi ho optato per un antipasto, semplicissimo ma davvero gustoso: speck cotto all’aceto balsamico. Facilmente qualcuno si meraviglierà, conoscendo lo speck come un insaccato crudo, simile al prosciutto, solo che è affumicato. In realtà questa varietà è nota anche con il nome di “prosciutto cotto tirolese” e si trova in tutti i supermercati … almeno qui!
In definitiva il piatto che mi hanno servito era questo: su un “letto” di rucola, alcune fette di speck cotto tagliate un po’ spesse e tiepide, il tutto irrorato con del buon aceto balsamico. C’est tout! Nemmeno un filo d’olio, anche perché lo speck ha un po’ di grassetto e scaldandolo si scioglie quel che basta per non far sentire la mancanza di altro condimento. Lo speck scaldato, poi, cuoce un pochino la rucola.

Buonissimo e semplicissimo. Un’idea fresca per l’estate. Mi è piaciuto condividerla con i miei lettori e … BUON APPETITO!

14 Mag 2010

CENABIS BENE MI FABULLE … A TAVOLA CON GLI ANTICHI ROMANI

Posted in dolci, letteratura latina, poesia tagged , , , , , , , , , , , a 7:14 pm di marisamoles


Così inizia il carme 13 di Catullo, famoso poeta latino vissuto nel I secolo a.C. Ecco il testo originale:

Cenabis bene, mi Fabulle, apud me
paucis, si tibi di favent, diebus,
si tecum attuleris bonam atque magnam
cenam, non sine candida puella
et vino et sale et omnibus cachinnis.
Haec si, inquam, attuleris, venuste noster,
cenabis bene; nam tui Catulli
plenus sacculus est aranearum.
Sed contra accipies meros amores,
seu quid suavius elegantiusve est:
nam unguentum dabo, quod meae puellae
donarunt Veneres Cupidinesque;
quod tu cum olfacies, deos rogabis
totum ut te faciant, Fabulle, nasum.

Famoso lo era davvero, Catullo, ma non tanto per l’attività poetica, quanto per l’amore appassionato che gli ispirò gli indimenticabili versi dedicati a Lesbia. Ma di questo ho già parlato in un altro post. (LINK )
L’attività poetica, a quanto pare, non doveva essere molto redditizia; infatti, al verso 8 del carme confessa all’amico Fabullo, che si era autoinvitato a cena, di essere senza il becco di un quattrino, come diremmo noi adesso. All’ospite, quindi, non restava altro da fare che portarsi dietro il cibo, e non solo: avrebbe dovuto provvedere anche all’escort di turno, una “candida fanciulla”, magari procurarsi anche del vino e un po’ di allegria. Pare, infatti, che gli antichi Romani apprezzassero molto l’allegria e il divertimento, oltre che il buon cibo.

In cambio di tutto questo ben di dio, però, Catullo era in grado di offrire all’amico un unguento meraviglioso che gli stessi dei dell’amore avevano procurato alla sua fanciulla, un unguento talmente odoroso che alla fine Fabullo avrebbe pregato gli dei di trasformarlo in un … naso. Era usanza, infatti, che ai convitati si offrissero dei profumi preziosi, in forma d’unguento, che di solito erano contenuti in pregiate boccette e, a seconda delle essenze profumate utilizzate, potevano essere davvero molto costosi.

Ma cosa mangiavano in realtà gli antichi Romani?
Considerando che agli inizi della loro storia erano un popolo dedito prettamente all’agricoltura e all’allevamento, possiamo supporre che si nutrissero dei prodotti ricavati da tali attività. Prodotti tipici erano, ad esempio, l’olio, il vino, i farinacei, i legumi, le verdure coltivate negli horti e le erbe selvatiche della cui raccolta si occupavano prevalentemente le donne. Gli animali da cortile producevano le uova ma non venivano quasi mai mangiati; le galline, infatti, erano più sacre delle vacche in India. Qualche galletto ogni tanto finiva sulla brace, ma nulla di più. Si allevavano prevalentemente ovini e suini, ma la carne preferita era quella che proveniva dalla caccia della selvaggina, soprattutto cinghiali. La carne bovina, invece, non veniva consumata perché i buoi erano animali da lavoro: macellare un bue era come uccidere uno schiavo ed era anche un reato punito con la confisca dei beni del reo e il suo esilio, quando addirittura non veniva condannato a morte. Questo almeno fino alla fine del II secolo a.C. Poi, anche in cucina, arrivarono le mode estere, quindi i gusti dei Romani cambiarono. La carne dei grossi animali, però, rimaneva un cibo di lusso perché la loro macellazione era laboriosa e la preparazione per la cottura richiedeva l’uso di spezie anche molto costose.
Quando la cucina romana era ancora frugale, per insaporire il cibo – sarebbe meglio dire per coprire il gusto terribile della carne marcescente, dato che la conservazione era difficile in assenza di frigoriferi e congelatori – si usavano le bacche di mirto; poi dall’oriente si iniziò ad importare il pepe che dovette piacere moltissimo ai Romani visto che lo mettevano anche nei dolci. La tradizione è giunta fino a noi: uno dei dolci tipici della cucina laziale è appunto il “pan pepato”. Il mirto continuò ad essere usato negli insaccati, in particolare nella mortadella che ancor oggi conserva nel suo nome il ricordo della spezia usata anticamente (da murta= mirto).

La dieta vegetariana poteva contare su una gran quantità di verdure che venivano consumate preferibilmente crude, inzuppate in un po’ d’aceto: l’antenato del nostro pinzimonio, insomma. Quelle cotte erano una pietanza da ricchi: secondo Catone il Censore, autore di un trattato intitolato De Agricultura, bisognava farne a meno perché, dovendosi utilizzare l’olio come condimento, era uno spreco tanto d’olio quanto di denaro. Ma lui, come si sa, era un po’ tirchio e soprattutto non amava il lusso. Infatti, s’incavolava parecchio perché le conquiste in Oriente avevano portato a Roma quella che lui definiva la luxuria asiatica, trasformando un popolo semplice e molto virtuoso, anche se un tantino rozzo, in un ammasso di pappemolli dedite a banchetti spropositati. Catone lamentava lo spreco di denaro che talvolta si faceva anche per dimostrare di poter offrire banchetti luculliani agli ospiti: si arrivava a spendere per un pesce più di quanto si pagasse un bue per lavorare i campi, il che, per uno come lui, era davvero una cosa impensabile. Forse non scherzava affatto, visto che, a proposito del costo del pesce, un po’ di tempo dopo (siamo nel I secolo d.C.) Giovenale ci racconta che un certo Crispino, cortigiano di Domiziano, aveva speso per una triglia, del peso di due chili (ma lo stesso Giovenale ipotizza che il peso fosse gonfiato dalla fantasia popolare!), ben 6000 sesterzi, circa 4000 euro. Ovviamente tutto ciò valeva per i ricchi perché i poveri in tutte le epoche non se la sono mai passata bene, indipendentemente dalle conquiste militari.

Con l’andar del tempo gli sprechi aumentarono, anche perché nel frattempo Catone il Brontolone era passato a miglior vita. I dati relativi al commercio con l’Oriente sono indicativi: nel I secolo d.C. si registravano scambi con l’India per ben 100.000.000 di sesterzi, l’equivalente più o meno di 70 milioni di euro odierni. E se Catone non poteva più tuonare contro gli sprechi, suo degno successore fu Plinio il Vecchio che, tuttavia, gridava al vento. I Romani, ormai, si crogiolavano nel lusso e non badavano affatto alle proteste e ai moniti dei vecchi brontoloni.
Offrire un banchetto, proprio perché era un chiaro segnale di prestigio sociale, poteva costare un occhio della testa. Fra i tanti nababbi la palma del più spendaccione spetta sicuramente a Lucullo (tant’è che ancor oggi si usa l’aggettivo “luculliano” per riferirsi ad un pasto particolarmente abbondante e ricco). Da Plutarco sappiamo che una cenetta offerta nella “sala di Apollo”, il triclinio preferito, a due ospiti d’eccezione, Pompeo e Cicerone, gli costò ben 50.000 sesterzi, vale a dire circa 33.000 euro. C’è da dire, però, che il cibo avanzato non veniva quasi mai buttato: era usanza portar da casa una grande salvietta, detta mappa, che serviva ai commensali per avvolgere gli avanzi e portarseli a casa. Una sorta di doggy bag ante litteram, insomma.

Per poter imbandire banchetti succulenti c’era bisogno di esperti nell’arte culinaria. Uno di questi, Apicio, non sarebbe probabilmente passato alla storia, se il suo ricettario, il De re coquinaria, non fosse giunto fino a noi. Fu talmente famoso ai suoi tempi che da allora tutti i cuochi vennero chiamati Apicio. Ma se sfogliamo le pagine del suo libro, rimaniamo delusi: prima di tutto nelle ricette non sono quasi mai riportate le dosi. Ciò può essere spiegato con la bravura che ancor oggi viene attribuita agli chef di cucinare “a occhio”. Gli elenchi di ingredienti che si trovano nel De re coquinaria sono in realtà dei promemoria e le uniche dosi presenti riguardano le ricette dietetiche che rientravano nelle prescrizioni mediche.

Da Apicio sappiamo che gli abitanti dell’impero non usavano quasi mai il sale come condimento, un po’ per il suo costo (proprio per questo preferivano utilizzarlo per la conservazione dei cibi) e un po’ perché con l’umidità tendeva a diventare una specie di pappetta difficile da dosare. Al suo posto veniva utilizzato il garum, una sorta di pasta d’acciughe moderna. Non siamo sicuri che fosse una prelibatezza, anche se il suo costo poteva esser molto alto; Plinio il Vecchio non lo sopportava e lo definiva “marciume di pesce”. Ma non tutto il garum gli faceva così schifo: quello che arrivava dall’Africa e dal sud-ovest della Spagna aveva il colore del miele ed era talmente buono che lo si poteva bere a bicchierini. Mah, i Romani dovevano essere ben strani!
Apicio parla anche di un altro condimento, più semplice, chiamato liquamen –il nome non è per nulla rassicurante- che probabilmente indicava solo una soluzione di acqua e sale, più o meno la nostra salamoia.
Poi c’era il silfio, una pianta selvatica che cresceva nei pressi di Cirene: il suo succo, chiamato laser, una volta estratto, a contatto con l’aria si solidificava ed era venduto a peso d’oro anche perché la pianta non poteva essere coltivata. Insomma, tra il garum, il,siflio, le spezie indiane, gli animali e i cibi esotici un pasto poteva diventare davvero costoso. C’era anche chi, per dimostrare il prestigio e l’autorità, si cimentava in delle vere e proprie gare culinarie.


Si narra che la regina Cleopatra avesse scommesso con Marco Antonio di essere capace di spendere una vera e propria follia: più di 10 milioni di sesterzi, circa 7 milioni e mezzo di euro. Il banchetto offerto fu davvero strepitoso ma Antonio era convinto di poter far di meglio. Tuttavia non aveva fatto i conti con la stravaganza di Cleopatra: la regina si fece portare una coppa d’aceto, si tolse una delle magnifiche perle che aveva indosso, un gioiello di valore inestimabile, la sciolse nel liquido e la bevve. Quando fu sul punto di sfilarsi l’altro orecchino fu bloccata dall’amante che riconobbe la sconfitta e pagò il conto.

Vediamo ora in che cosa consisteva una cena romana, iniziando dall’antipasto.
C’è un detto popolare, ab ovo, che ci fa ben capire che i Romani iniziavano il pasto proprio da lì: dalle uova. Per essere precisi, si diceva ab ovo usque ad mala per indicare i due estremi del pasto: vale a dire, dalle uova alla frutta.
Oltre alle uova, per antipasto venivano consumate anche le olive, i ceci bolliti e delle foglie d’insalata, esattamente quella varietà che oggi chiamiamo “lattuga romana”, che venivano mordicchiate dopo essere state inzuppate nell’aceto, come si è detto in precedenza. Costituiva un’ottima alternativa il tonno che veniva accompagnato dall’erba cipollina o porri. Ma anche in questo caso, le uova non mancavano mai.
Il tutto era accompagnato da una specie di focaccine: si tratta del libum (etimologicamente legato al verbo “libare”), la cui ricetta ci è stata tramandata dal Censore, a base di farina, uova e formaggi freschi della zona.

Il formaggio, inizialmente ricavato dal latte di capra e di pecora, costituiva la seconda portata della cena romana. Solo verso il I secolo a.C. si iniziò a produrre anche il formaggio dal latte vaccino.
Svetonio nella sua opera Vite dei dodici Cesari tramanda che l’imperatore Augusto era particolarmente ghiotto di caseum bubulum che di certo non poteva essere annoverato fra i prodotti di lusso degni di un imperatore. Egli, tuttavia, accontentandosi di pasti frugali visse ben 77 anni!
I Romani amavano lavorare il formaggio mischiandovi erbe, noci, pinoli o sesamo, un po’ come succede ora con i fromage aux fines herbes ed altre specialità francesi che, però, sono tutt’altro che a buon mercato.

I primi piatti non erano molto di moda perché i Romani preferivano passare direttamente al piatto forte costituito dalle carni. Le minestre, poi, erano difficili da mangiare sdraiati sul triclinio e per questo costituivano piuttosto la cena dei poveri che non potevano permettersi di consumare le pietanze a base di carne. Non mancano, tuttavia, nel libro di Apicio delle ricette di primi piatti, c’è persino quella della lasagna chiamata Piatina cotidiana. A leggerla, però, non si direbbe un piatto particolarmente invitante per il nostro palato. Il termine “pasticcio” risulta essere più che appropriato: la “piatina”, infatti, è un misto di “poppa di scrofa”, pesce e carne di pollo, il tutto annaffiato con il liquamen, un po’ di vino e degli aromi e uova sbattute a costituire il sugo che veniva alternato, nella padella, al laganum, ovvero la sfoglia di pasta. Ed ecco spiegato il nome della nostra mitica lasagna, anche se attualmente l’emiliana è più nota della laziale. Quanto al gusto, non ci giurerei che fosse proprio strepitoso.
Oltre alle minestre e alla zuppa di pesce, nell’antica Roma si usava cibarsi anche della polenta. Ma come, direte voi, se il mais ancora non lo conoscevano? Be’, in effetti, loro usavano il farro e l’alica, una specie di semolone di grano duro. Sempre il nostro Apicio ci riporta una ricetta per fare la polenta accompagnata dalla salsa oenococta, ovvero di vino, nella quale si cuocevano talvolta le braciole di maiale.


Nei banchetti della Roma bene il piatto forte era costituito, come già detto, dalla carne. Ma i peccati di gola spesso si scontavano con l’arrivo dell’odiata gotta: ne soffrivano in molti, appartenenti alle classi più abbienti e anche in giovane età. Non ne fu immune nemmeno Marco Antonio che morì a 53 anni, non troppo vecchio per quei tempi ma nemmeno così giovane.
La carne maggiormente servita nei banchetti dei ricchi era quella suina e ovina, in particolare il capretto. Apicio nel suo De re coquinaria trascrive anche la ricetta del “prosciutto in crosta”: Preso un prosciutto e lessato con moltissimi fichi secchi e tre foglie di alloro, lo si scuoia, si incide a rombi e lo si inzuppa di miele. Poi si fa una pasta con farina e olio e se ne riveste il prosciutto. Quando la pasta sarà cotta, la si leva dal forno. Pare che questa ricetta si esegua ancor oggi in America dove, al posto dei fichi secchi, si usa la melassa.
Accanto alle braciole di maiale, al capretto al forno e al prosciutto, i Romani usavano servire le interiora, tuttora molto utilizzate nella cucina laziale. Fegatelli, cervella, rognoni e fegato erano e continuano ad essere delle vere prelibatezze, servite ancor oggi nelle trattorie dei Castelli Romani.
Come ho già detto, il consumo della carne bovina era proibito fino al II secolo a.C., quindi era impensabile preparare, ad esempio, una buona trippa. Si tramanda che un riccone, tanto goloso quanto incauto, fece uccidere un bue per preparare una gustosa e invitante trippa da offrire al giovane amante; qualcuno evidentemente spifferò in giro l’atto sacrilego e il poveretto fu condannato alla confisca dei beni e all’esilio. Tutto per una trippa!

Oltre a quella di maiale, la carne certamente più diffusa era quella degli animali da cortile, nonostante il loro consumo fosse anch’esso limitato fino al II secolo a.C. Le galline, ad esempio, venivano allevate specie per le uova, come raccomanda nel De agricoltura Catone ad una fattoressa. Solo quando erano vecchie si potevano ammazzare ma la carne era così dura da mangiare arrosto che si preferiva farne un brodo. Da qui il detto “gallina vecchia fa buon brodo”.
Altri volatili particolarmente apprezzati erano le oche dal cui fegato si ricavava il foi gras. Secondo Plinio il merito della diffusione di questa leccornia, ancora tanto in voga da aver travalicato i confini della Francia, si deve al console Metello Scipione che, però, dovette in effetti solo trasmettere ai Romani un’usanza già diffusa dai Greci nel IV secolo a.C.
Anche i pavoni pare venissero mangiati ma erano costosissimi. Marziale, in uno dei suoi epigrammi, ironizza sulla loro diffusione tra i ceti abbienti facendo dire al contadino Ofello che un pavone non valeva un buon pollo. L’unica differenza tra i due erano le piume ma Ofello saggiamente osserva: “Non te le mangi mica le piume!”.

Come ho già detto all’inizio, i Romani amavano moltissimo il pesce ed erano disposti a spendere delle follie per ostentare la ricchezza dei loro banchetti. Non solo, pare fossero dei veri e propri esperti della fauna ittica. Si racconta che un certo Montano, contemporaneo di Nerone, si vantasse di saper distinguere al primo assaggio un’ostrica proveniente da lago di Lucerino da quella pescata nel largo del Circeo e che Apicio avesse affrontato un periglioso viaggio fino alle coste libiche per pescare dei crostacei, ma che giunto fin là, avesse deciso di tornare indietro, a ceste vuote, perché non vi aveva trovato alcuna differenza con quelli laziali.
A parte i crostacei, triglie, murene e spigole erano particolarmente apprezzate, cotte in vario modo, anche sotto forma di tortini. Molto utilizzato per insaporire il pesce era l’aceto, al posto del limone che noi preferiamo. Pare che i Romani mettessero questo agrume nei cassetti per allontanare le tarme o che lo mangiassero attribuendogli il potere di antidoto contro i morsi dei serpenti. Di utilizzarlo in cucina, però, non ci pensavano nemmeno.

Anche sul consumo delle verdure si è già parlato. Non mancavano mai sulle tavole dei Romani, poveri o ricchi che fossero. Particolarmente apprezzato era il cavolo. Catone lo considerava un toccasana anche contro gli effetti molesti delle sbornie: ne mangiava in gran quantità, inzuppando le foglie nell’aceto, prima di andare a cena e quando rientrava dal banchetto. Si vantava di avere sempre evitato di ubriacarsi facendo ricorso a questo semplice accorgimento.
Pare che i cavoli non mancassero nemmeno sulle tavole imperiali: Tiberio si sarebbe arrabbiato più volte con il figlio Druso perché si rifiutava di mangiarlo, anche perché Apicio l’aveva convinto che facesse schifo. Come si può ben osservare, ai bambini non piacciono le verdure, tantomeno i cavoli … nemmeno a quelli dell’antica Roma.
Onnipresenti sulle antiche tavole erano anche i legumi, come fave, ceci e lenticchie; non mancavano i tartufi, sia quelli di Norcia sia quelli libici, le tertezie, che hanno tutt’altro gusto e profumo da non reggere minimamente il confronto con i locali. Apicio, tuttavia, disprezzava le verdure e le sue ricette a base di vegetali non sono particolarmente invitanti.

Dulcis in fundo … il dessert non pare fosse servito alla fine della cena. Se riprendiamo in esame il detto ab ovo usque ad mala, dobbiamo concludere che il pasto degli antichi Romani vedeva nella frutta, specie nelle mele, l’usuale epilogo. Probabilmente i dolci venivano consumati fuori pasto, anche se c’è una testimonianza di Petronio che nel Satyricon, in occasione della famosa cena di Trimalcione, descrive una monumentale portata costituita da un trionfo di pasta sfoglia dolce foggiata a forma di Priapo (divinità rappresentata con un enorme fallo) che reggeva nel suo grembo un’immensa quantità di frutta ed era circondato da torte.
Un dolce molto comune aveva un nome che poi è stato utilizzato per definire tutt’altra cosa: la placenta. Il termine deriva dal greco plakois e significa semplicemente focaccia; si suppone che la parola sia stata poi usata per definire la “sacca” entro la quale cresce il feto nel grembo materno proprio per la particolare forma. Insomma, la placenta è il “dolce della mamma”.
I Romani ne confezionavano di gigantesche: ad esempio, quella di cui ci fornisce la ricetta Catone nel suo De agricoltura pesa addirittura più di otto chili. Ha un solo difetto: visto che si utilizzava il miele come dolcificante ed era caro, Catone, con l’occhio alla spesa che non doveva essere mai esagerata, ne usava pochissimo, quindi il sapore non doveva essere un granché.
Accanto alla placenta si preparavano i globi, delle focaccine tonde a base di formaggio fresco e alica che si ricavava da un tipo di grano duro proveniente dalla montagna, detto anche triticum dicoccum per la difficoltà con cui si riusciva a decorticarlo. I globi venivano generalmente fritti, bagnati con il miele e spolverati con i semi di papavero.
Ma il capolavoro dei capolavori è costituito dalla cosiddetta cassata di Oplontis. Di questo dolce non esiste una ricetta ma è stato “ricostruito” sulla base di un affresco che si trova in uno dei triclini (sale da pranzo) della villa di Oplontis (Torre Annunziata), basandosi anche sul tradizionale dolce siciliano, con cui ha in comune gran parte degli ingredienti. (per la ricetta clicca QUI)

E dopo aver curiosato nei triclini degli antichi Romani, non resta che augurare a tutti BUON APPETITO! Meglio, però, gustare le nostre saporite ricette moderne, piuttosto che quelle un po’ sciape e alquanto improbabili dei nostri progenitori.

[nelle immagini: alcuni dipinti di Sir Lawrence Alma Tadema; foto dei resti della villa di Lucullo presso Pizzofalcone; la foto del particolare dell’affresco del pesce è di Giovanni Lattanzi]

28 dicembre 2009

CHE FARE CON GLI AVANZI DEL PANETTONE?

Posted in dolci, dolci natalizi, ricette tagged , , , a 4:33 pm di marisamoles

Una domanda che molte massaie si pongono alla fine delle feste. Va be’ che fino all’Epifania per mangiare il panettone c’è sempre tempo, ma per esperienza so che di panettoni ne avanzano sempre troppi. Quindi mi ingegno tentando ricette alternative per evitare di strafogarmi del classico dolce natalizio milanese. Naturalmente sto parlando di quello tradizionale, con uvetta e canditi, non di quelle sottospecie infarcite di creme d’ogni tipo che, oltre ad essere ancora più caloriche, molto più facilmente rimangono sullo stomaco.

Per questa ricetta basta mezzo panettone da un kg ma, aumentando le dosi, si può utilizzarne uno intero.

Ingredienti:

500 gr di panettone
75 gr di zucchero
2 uova
2 dl di latte
30 gr di farina
1 bustina di vanillina
1 arancia
7 gr di colla di pesce in fogli
1 bicchiere di liquore tipo amaretto

Esecuzione:

Per prima cosa si prepara la crema: in un tegame versare lo zucchero con un uovo intero e un tuorlo; dopo aver mescolato con cura gli ingredienti, preferibilmente con una frusta a mano, mettere sul fuoco, a fiamma molto bassa, e aggiungere, sempre mescolando, il latte, la farina setacciata con la vanillina, il succo dell’arancia e la buccia grattugiata.
La crema va fatta addensare sul fuoco e, all’ultimo, si uniscono i fogli di colla di pesce, precedentemente bagnati e poi ben strizzati, quindi si mescola fino al completo scioglimento.

A questo punto si affetta il panettone e lo si irrora con il liquore (se temete che sia troppo forte, si può usarne una quantità minore diluita con un po’ d’acqua); quindi in una pirofila quadrata (di circa 20 cm x 20) si dispongono le fette su cui si stende la crema all’arancia. Infine si copre il composto con le altre fette di panettone.

Il dolce può essere guarnito con del cioccolato fondente fuso, a formare un reticolato, e della panna montata.

Un’alternativa analcolica: sostituite il liquore con dello sciroppo; volendo, si può utilizzare quello della frutta in barattolo, ad esempio l’ananas, se piace. In questo caso, il dolce potrà essere arricchito anche con la frutta tagliata a pezzetti e adagiata sopra la crema.

Se preparate il cenone di San Silvestro a casa, questo dolce sarà un ottimo dessert!

Buon appetito.

P.S. Provate anche l’altro dolce natalizio: Albero di Natale alle mandorle

17 dicembre 2008

ALBERO DI NATALE ALLE MANDORLE

Posted in dolci, dolci natalizi, menù di Natale, ricette tagged , , , , a 5:20 pm di marisamoles


Si avvicina il Natale e in tutte le case si sta più o meno discutendo sul menù del “grande giorno”. Beh, io sono ancora alle prese con i compiti da correggere e probabilmente il giorno di Natale non sarò nemmeno a casa per pranzo. Ma ad una tradizione assolutamente non rinuncio: quella del dolce natalizio. Da qualche anno, dopo essermi cimentata nell’ardua impresa di preparare il tradizionale “tronchetto”, mi dedico ad una ricetta più semplice e sbrigativa, ma altrettanto buona: l’albero di Natale alle mandorle.

Innanzitutto bisogna procurarsi uno stampo a forma di “albero”. Nei negozi di casalinghi se ne trovano di diversi materiali e misure; io consiglio uno antiaderente (tipo Teflon) di misura media.
La base del dolce è la pasta sfoglia: personalmente uso quella surgelata (sempre per motivi di tempo!) ma chi è particolarmente paziente la può preparare in casa.

Ecco la ricetta:

Ingredienti

 una confezione di pasta sfoglia da 500 grammi
 2 uova intere
 200 grammi di mandorle pelate (meglio se già tritate)
 150 grammi di zucchero
 qualche cucchiaio di marmellata di ciliegie o prugne
 60 grammi di burro
 una fialetta di aroma mandorla (o un cucchiaio di liquore tipo Amaretto)
 zucchero a velo

Preparazione

Scongelate la pasta sfoglia a temperatura ambiente; nel frattempo tritate le mandorle con un cucchiaio di zucchero (se non usate quelle già tritate; costano un po’ di più, ma volete mettere il risparmio di tempo!). Montate in una terrina i tuorli delle due uova con lo zucchero, quindi aggiungete il burro morbido ma non fuso, la fialetta di aroma mandorla o il liquore e infine gli albumi montati a neve (meglio se freddi e con l’aggiunta di un pizzico di sale), mescolando delicatamente dall’alto in basso per non farli smontare.

Stendete su un piano leggermente infarinato la pasta sfoglia e foderate con essa lo stampo a forma di “albero”: punzecchiate la pasta con i rebbi della forchetta e stendete sul fondo la marmellata..
Coprite con il composto alle mandorle e con la pasta avanzata, ritagliate dei nastri, con l’aiuto dell’apposita rotella, con cui guarnirete l’ “albero” formando dei “festoni”.
Infornate nel forno caldo a 180° per 35 minuti circa. La temperatura può essere leggermente più bassa se si usa il forno ventilato, ma credo che la cosa migliore sia affidarsi all’esperienza relativamente al forno che ciascuno ha. In ogni caso è bene controllare la cottura con uno stuzzicadente; attenzione, però, perché l’impasto risulta sempre un po’ umido.

A fine cottura, lasciate 5 minuti la torta nel forno spento. Sformate l’ “albero” quando si è raffreddato e cospargetelo con lo zucchero a velo. Se volete, potete decorarlo con un po’ di frutta candita, come le ciliegie, che simulano i gingilli. Io non lo faccio perché a me non piace la frutta candita, ma è questione di gusti, ovviamente.

Bene, a questo punto consiglio una prova prima della notte o del giorno di Natale. Mai fare esperimenti quando si hanno degli invitati! Beh, questo è un consiglio che vi do, anche se la torta riesce sempre benissimo, e che non seguo mai: i miei invitati, infatti, fanno sempre da cavie.

Buona preparazione e … buon appetito.

[la foto è mia, lo so non è un granché, ma il dolce è davvero squisito!]

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