25 settembre 2014

NAUFRAGIO CONCORDIA: L’ “EROE” DE FALCO RIMOSSO DALL’INCARICO

Posted in cronaca tagged , , , , , a 11:41 am di marisamoles

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E così Gregorio De Falco, colui che aveva tentato di rispedire a bordo il comandante della nave Costa Concordia, Francesco Schettino, la notte del famoso naufragio, è stato sollevato dall’incarico che aveva presso la Capitaneria di Porto di Livorno.

Non sono note le motivazioni, fatto sta che Ilarione Dell’Anna, già responsabile della Capitaneria di porto di Livorno durante il naufragio, promosso e spedito a Roma, ha firmato il documento (definito beffa) con il quale si comunica all’ufficiale il trasferimento in un ufficio amministrativo.

De Falco, famoso per la telefonata fatta a Schettino con toni accesi (ricordate quel suo “torni a bordo ca**o!), si dice amareggiato ma da militare esegue gli ordini.

Non si sa, come dicevo, se la decisione di trasferire (a fine mese) il capitano di fregata in un ufficio, sollevandolo dalla mansione operativa svolta per dieci anni presso la Capitaneria di Porto, sia direttamente riconducibile al comportamento assunto durante quella tragica notte del 13 gennaio 2012. Certamente, come ho avuto modo di dire altre volte, i toni della telefonata e l’arroganza dimostrata nei confronti del comandante Schettino sono stati inaccettabili. Si può capire la concitazione, l’ansia, la preoccupazione per le sorti degli imbarcati, ma la richiesta di far tornare a bordo Schettino ripercorrendo la biscaggina (o biscaglina che dir si voglia) mentre era ancora in corso l’evacuazione di centinaia di passeggeri, era di per sé assurda perché così facendo l’evacuazione sarebbe stata ostacolata, senza contare la pendenza che la nave aveva assunto che avrebbe reso l’impresa davvero difficile. Non lo dico io, l’hanno detto esperti “uomini di mare”.

De Falco, al di là dell’episodio che l’ha reso involontariamente protagonista, è una persona schiva e ha sempre cercato di rimanere nell’ombra una volta calato il sipario sul naufragio della Concordia, anche se la parola fine di questa brutta vicenda chissà quando verrà davvero scritta.
Tuttavia, pare che i rapporti fra lui e l’allora comandante della Capitaneria di Porto di Livorno, Ilarione Dell’Anna si fossero incrinati proprio a causa della notorietà riservata a De Falco quel 13 gennaio che avevano messo in secondo piano il suo ruolo di comandante della Capitaneria.

Una vendetta a scoppio ritardato? Non è dato sapere. Appare strano comunque che una “punizione” del genere, se tale si può considerare, arrivi dopo così tanto tempo. A meno che la causa della rimozione dall’incarico operativo sia dovuta all’assenza di De Falco nelle celebrazioni pubbliche come la consegna della medaglia d’oro al Giglio o alle manovre di rimozione del relitto.

Solo congetture che, però, non piacciono al diretto interessato: «nella mia posizione non servono le deduzioni o dubbi, ma fatti e certezze», dichiara e aggiunge: «In questo momento difficile – conclude – sto valutando tutto. Compreso abbandonare le stellette anche se per me sarebbe un fallimento di vita. Nonostante tutto sono pronto a valutare anche la possibilità di lasciare tutto e andarmene. Del resto, a 50 anni non capisco perché si toglie un ufficiale con la mia esperienza dai ruoli operativi per destinarlo a un altro incarico. Era così necessario per una figura come la mia un ulteriore iter formativo?».

Mentre si attendono risposte che forse non arriveranno – non credo siano dovute dichiarazioni pubbliche su ogni decisione che riguardi le mansioni lavorative, siano esse civili o militari – anche il mondo della politica si pone delle domande.
Il parlamentare Pd Federico Gelli ha annunciato un’interrogazione al ministro Maurizio Lupi per conoscere la ragione di questa scelta. «Il ministero dei Trasporti chiarisca la vicenda della rimozione del comandante Gregorio De Falco – spiega Gelli – dal settore operativo della Capitaneria di Livorno e il suo trasferimento ad un ufficio amministrativo. Nel pieno del processo sul naufragio della Costa Concordia, è opportuno chiarire se ci siano motivazioni particolari dietro questa scelta».

Una riflessione finale è d’obbligo: De Falco stesso, che di fronte a quanti lo definivano un eroe ha sempre dichiarato di aver fatto semplicemente il suo dovere, ha dato l’annuncio del suo spostamento di ruolo durante la conferenza stampa di presentazione di Liburnia 2014 che è l’annuale esercitazione di protezione civile che vede coinvolte le misericordie della Toscana e che, grazie al contributo di De Falco, quest’anno vedrà anche una prova simulata di emergenza a bordo di un traghetto.
Una rivalsa su Schettino salito in cattedra lo scorso agosto alla Sapienza di Roma per una lectio magistralis sulla “gestione del panico”?

Insomma, i riflettori accesi fanno sempre comodo.

[fonti: Corriere.it, da cui è tratta anche l’immagine; lanazione.it; corrierefiorentino; fanpage.it; repubblica.it]

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14 settembre 2014

PAPA FRANCESCO A REDIPUGLIA, NEL FRIULI TERRA DI SACRARI

Posted in cronaca, Friuli Venzia-Giulia, poesia, religione, storia tagged , , , , , , , , , , , , , , a 8:38 pm di marisamoles

papa francesco redipuglia
Molto commovente la cerimonia in ricordo dei caduti della I Guerra Mondiale che si è tenuta sabato mattina a Redipuglia (Gorizia), presieduta da Papa Bergoglio. Nel centenario del primo conflitto mondiale il Santo Padre ha voluto non soltanto ricordare le vittime, il sangue versato per amore della Patria, ma anche lanciare un monito affinché si ponga fine a quella follia chiamata guerra.

State attenti, dice Bergoglio, perché il terzo conflitto mondiale è già tra noi.

«Anche oggi, dopo il secondo fallimento di un’altra guerra mondiale, forse si può parlare di una terza guerra combattuta “a pezzi”, con crimini, massacri, distruzioni…».

Ora come allora, ancora vittime. E come si fa a non pensare a chi ha perso la vita per difendere la propria terra? Non si può non farlo, trovandosi in un luogo sacro come Redipuglia. Il Sacrario più grande d’Europa, dove riposano più di 100mila caduti, molti dei quali senza nome.

redipuglia

La costruzione del monumento simbolo dei caduti italiani della Grande Guerra ebbe inizio nel 1936 e fu inaugurato da Benito Mussolini il 18 settembre 1938. Una maestosa scala in marmo bianco, proveniente dalla vicina cava di Aurisina, si erge sul monte Sei Busi. Per realizzare il monumento fu necessario scavare la collina con delle cariche di dinamite.
Nei 22 gradoni (alti 2,5 metri e larghi 12) furono traslati i resti di 39.857 caduti identificati; sopra le lastre con nome, cognome e grado militare troneggia la scritta “Presente”. In alto, ai due lati della cappella votiva, ci sono le salme di 60.330 caduti ignoti. In basso, la tomba di Emanuele Filiberto di Savoia – Aosta, comandante della Terza Armata, e le cinque urne dei suoi generali caduti durante i combattimenti.

Con alle spalle il maestoso monumento, che ai tempi della mia infanzia rimaneva acceso durante tutta la notte provocando stupore soprattutto in chi percorreva l’autostrada in direzione di Venezia, Papa Francesco ha celebrato la Messa, alla presenza di molte autorità civili e militari, regionali e nazionali.

Non a caso, tra le letture, è stato scelto il passo della Genesi che parla di Caino e Abele. Non solo il fratricidio. Soprattutto quella frase: “Sono forse io il custode di mio fratello?”. Parole che esprimono l’indifferenza, lontane da quella caritas, l’amore che nulla chiede in cambio, al centro della lettura dal Vangelo Secondo Matteo:

“Lui è nel più piccolo dei fratelli: Lui, il Re, il Giudice del mondo, è l’affamato, l’assetato, il forestiero, l’ammalato, il carcerato… Chi si prende cura del fratello, entra nella gioia del Signore; chi invece non lo fa, chi con le sue omissioni dice: “A me che importa?”, rimane fuori”.

Caino è ancora tra noi e continua ad uccidere. Come scrisse il poeta Quasimodo, all’indomani del secondo conflitto mondiale, nella poesia Uomo del mio tempo:

Sei ancora quello della pietra e della fionda,
uomo del mio tempo
. Eri nella carlinga,
con le ali maligne, le meridiane di morte,
– t’ho visto – dentro il carro di fuoco, alle forche,
alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu,
con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,
senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,
come sempre, come uccisero i padri, come uccisero
gli animali che ti videro per la prima volta.
E questo sangue odora come nel giorno
quando il fratello disse all’altro fratello:
– Andiamo ai campi
. – E quell’eco fredda, tenace,
è giunta fino a te, dentro la tua giornata.
Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue
salite dalla terra, dimenticate i padri:
le loro tombe affondano nella cenere
,
gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore
.

Il Carso è stato teatro della Grande Guerra. Redipuglia è certamente il monumento più importante, il più maestoso. Ma non è l’unico in questa terra che è stata bagnata dal sangue di migliaia di soldati e civili.

monte san michele

A pochi chilometri da Redipuglia, sul Monte San Michele, c’è un museo all’aperto dove al posto delle opere d’arte si possono “ammirare” le trincee in cui si combatté per difendere la Patria.
Questi luoghi sono stati designati “monumento nazionale” e sulla sommità del monte si trova un belvedere da cui si gode di un ampio panorama, che ricorda la guerra e i suoi caduti, e un piccolo museo.

Poco lontano, sul medesimo fronte, a San Martino del Carso, ha combattuto anche il poeta Ungaretti che affidò ai suoi versi il compito di descrivere lo strazio del suo cuore:

Di queste case
non è rimasto
che qualche
brandello di muro.
Di tanti
che mi corrispondevano
non è rimasto
neppure tanto.
Ma nel cuore
nessuna croce manca.
E’ il mio cuore
il paese più straziato
.

sacrario_militare_oslaviaSulle colline sopra Gorizia si trova l’Ossario di Oslavia, costruito nel 1938 sul monte Calvario. Ospita i resti di 57.741 caduti italiani nelle battaglie di Gorizia e Tolmino (ora in Slovenia).
L’Ossario copre un’area triangolare ed è formato da quattro torri, una per ogni vertice della figura, più una centrale. Ognuna di queste custodisce al suo interno i loculi dei caduti identificati, disposti lungo le pareti, per un totale di circa 20 mila nomi, tra cui 138 austro-ungarici. Gli altri 37 mila corpi senza nome (539 di nazionalità non italiana) sono invece tumulati in tre grandi ossari posti al centro delle tre torri laterali.
Tutte le torri inoltre sono collegate tra loro tramite dei tunnel sotterranei e possiedono delle cripte.

tempio ossario udineI caduti della Prima Guerra Mondiale sono ricordati anche a Udine. Poco lontano dal centro cittadino si erge il Tempio Ossario ai Caduti d’Italia, costruito nel 1931 su progetto degli architetti Alessandro Limongelli e Provino Valle.
Sulla facciata si possono ammirare quattro imponenti statue che raffigurano un fante, un aviatore, un alpino ed un soldato della marina. All’interno, il tempio ha tre navate divise da pilastri in granito rosso. Sulle pareti della cripta sono incisi i nomi dei 25.000 militari italiani sepolti all’interno delle pareti stesse, esumati dai cimiteri di guerra del Friuli.

Tempio_di_Cargnacco
Infine, non si possono dimenticare le vittime della Seconda Guerra Mondiale. Alla periferia di Udine, a Cargnacco, si erge il Tempio Nazionale “Madonna del Conforto” la cui costruzione fu voluta da don Carlo Caneva, già cappellano militare e reduce di Russia e dal Senatore Amor Tartufoli, per ricordare i caduti e i dispersi di quella tragica campagna.
Nella cripta del Tempio di Cargnacco sono collocati, su leggii metallici, i 24 volumi che contengono, in ordine alfabetico, i 100.000 nomi di coloro che, per obbedire alle leggi della Patria, dalla Russia non sono più tornati. Sullo sfondo una scritta luminosa, color sangue, ricorda “Ci resta il nome”.
Negli anni Novanta è stata costruita un’altra cripta, collegata alla preesistente da una galleria, in cui sono stati traslati altri resti di dispersi in Russia. Dal 1991 sono state riportate in patria 11.601 salme. Quelle identificate erano 2.244 e di queste 1.960 sono state consegnate ai parenti. In Ucraina sono stati recuperati e identificati i resti di 1244 soldati, per la maggior parte restituiti ai parenti. A Cargnacco sono state riportate 8.518 salme di cui 7.405 non identificate.

Sulla sommità del Tempio troneggia, a caratteri cubitali, la scritta
P A C E, il bene più grande che l’U O M O deve perseguire se non vuole rimanere quello della pietra e della fionda.

[fonte (per il viaggio di Papa Francesco a Redipuglia) Il Corriere; varie notizie sui sacrari del Friuli sono state tratte da un reportage del Corriere.it; i link presenti nel post sono fonte di altre notizie e, per la maggior parte, rimandano ai siti da cui sono state tratte le immagini]

10 agosto 2014

GEMELLI CONTESI: E SE LI “DIVIDESSERO” TRA LE DUE FAMIGLIE?

Posted in bambini, cronaca, famiglia, figli, scienza, società tagged , , , , , , , , , , , , , , , a 4:38 pm di marisamoles

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Non è mia questa proposta choc. L’ “idea” è di Francesca Bolino che, a proposito della triste vicenda dei gemellini contesi, si chiede su un blog di Repubblica.it:

la soluzione più umana non sarebbe quella di dividere i gemelli affidandone uno a ciascuna coppia? […]

Mi rendo conto che sarebbe una soluzione eccezionale, che richiede energie e disponibilità eccezionali da parte delle due coppie. Ma di fronte a un caso eccezionale la soluzione può essere soltanto eccezionale.

In questi mesi su questa vicenda sono state dette molte cose. A parte la decisa condanna dell’errore umano compiuto all’ospedale Pertini di Roma, da un lato si difende la genitorialità naturale, ovvero la donna che ha dato alla luce i gemelli, dall’altro si ritiene che abbiano maggiori diritti i genitori biologici. Questo perché i due gemelli hanno il loro DNA.

Certo è che la scienza, seppur attraverso l’errore di chi l’ha applicata, non dà più ragione al 100% all’unica sicurezza che riguardava la nascita di un bambino: mater semper certa. Infatti, se dovessimo appellarci all’antico detto, i bambini nati ai primi di agosto dovrebbero essere figli della donna che li ha partoriti. Sempre sulla base del citato assunto il giudice Silvia Albano, che avrebbe dovuto occuparsi della sospensione della registrazione all’anagrafe dei bambini chiesta dai genitori biologici (cosa ormai impossibile, dato che la nascita dei bimbi è stata anticipata, è avvenuta in gran segreto e la notizia è stata diffusa solo dopo la registrazione allo Stato Civile), avrebbe comunque stabilito che i genitori dei gemellini sono quelli “sbagliati”.

Insomma, un utero non è solo un’incubatrice. Una donna, nei nove mesi della gestazione, sente crescere dentro di sé la sua creatura, la nutre, le parla, si crea tra madre e feto una simbiosi che solo la nascita interrompe. Ma quel legame speciale che si è venuto a creare per lungo tempo non potrà mai essere annullato. Prova ne sia che esistono dei casi in cui una madre “surrogata”, pentendosi della scelta operata, rivendichi il suo diritto a crescere i figli che ha dato alla luce per la gioia di altri.

Da una parte, dunque, c’è la natura e dall’altra la scienza. Proprio la scienza dice che, nell’essere padri o madri, è il DNA che conta. Non stupisce, quindi, che i genitori biologici rivendichino i propri diritti. Però come sostiene l’avvocato che difende la coppia che ha dato alla luce i bambini, accanto alla generica c’è l’«epigenetica».

La ricerca scientifica, secondo la tesi dell’avv. Michele Ambrosini, proverebbe le diverse capacità di attivazione e di «adeguamento» del DNA in base all’ambiente. «Esemplifico: i genitori biologici affermano che i due gemellini possiedono il loro DNA, giusto? Ma io obietterò che il ruolo fondamentale è quello della madre naturale, che assicura al bambino protezione e alimento. È questa trasmissione di natura a trasformare nel tempo il DNA. Mi avete capito? Insomma, pensate alla differenza che c’è tra scrivere un libro e leggerlo. Chi scrive un libro gli trasmette senz’altro il suo DNA. Ma poi il libro appartiene a chi lo legge, perché chi lo legge lo trasforma attraverso il suo filtro personale di emozioni ed umori. Ecco, questa è l’epigenetica».

Scienza a parte, il problema rimane. I genitori naturali non avranno mai la gioia di dire, osservando i propri figli, “guarda come assomiglia al nonno!” oppure “Ha preso proprio da te”. Cosa che accade, mi si potrà dire, anche nel caso di adozione. L’amore però non cambia. Certamente ma in questo caso, contrariamente a ciò che si verifica nella maggior parte delle adozioni, mamma e papà sanno chi sono i “veri genitori” dei gemellini, sanno che l’utero di un’altra donna avrebbe dovuto ospitare gli embrioni, sanno che prima o poi la verità dovrà essere raccontata ai figlioletti ignari di essere i “figli sbagliati”. E cosa potranno dire della scelta operata dai genitori?

La natura, invece, questa volta si deve arrendere. I genitori biologici non avranno il piacere di abbracciare i due fagottini, di farli crescere, di assistere ai primi passi incerti di chi si stacca dalla mano sicura di mamma e papà e vuole conoscere il mondo, di consolarli al primo ginocchio sbucciato. Non ascolteranno i primi balbettii e le prime parole, non li accompagneranno emozionati il primo giorno di scuola, non li seguiranno nelle piccole e grandi scoperte della vita. Avere dei figli e far finta di nulla non deve essere facile. Non lo è nemmeno per chi i figli li abbandona.

Quando in aprile è uscita questa notizia, qualcuno ha parlato, facendo ovviamente un’potesi, di affido condiviso fra le due coppie. Questa potrebbe essere una soluzione, tuttavia non priva di disagi per i bambini, primo tra tutti l’essere sballottati da una casa all’altra. A meno che non si opti per una scelta come quella proposta (e quindi in quel caso obbligata) da un giudice che ha stabilito che la bambina di due coniugi separati non dovesse cambiare lei casa a settimane alterne o nei week-end ma fossero i genitori ad alternare la loro presenza in un’unica abitazione che di fatto sarebbe stata quella della figlia (ne ho parlato QUI).

Tornando alla proposta di Francesca Bolino, nel tweet che mi ha portato a scoprire il suo post ho semplicemente risposto: “E’ una situazione terribile. Non posso dar ragione a Bolino ma nemmeno torto. Nn so qual è il bene x i bimbi”. E ora me lo chiedo nuovamente: qual è il bene per quei bimbi? Dividerli, farli crescere separati, affidandoli uno ai genitori naturali e l’altro a quelli biologici, sarebbe un bene per loro? Farli crescere assieme, seppur separati, come fossero amichetti o cuginetti, sarebbe possibile? La mamma che li ha partoriti potrebbe accettare di essere chiamata mamma solo dalla femminuccia o dal maschietto? La donna a cui erano appartenuti quegli ovuli potrebbe accettare di essere chiamata mamma da uno solo dei due figli? Uno è meglio di niente, direte. Allora, colei che li ha tenuti entrambi per nove mesi nella pancia, sentendosi la loro madre, sarebbe un’egoista se volesse tenerli per sé sola?

Sono interrogativi che credo non abbiano risposte. In questa brutta storia non penso ci sia spazio per i compromessi perché a qualunque soluzione si arrivasse, scontenterebbe una delle parti. La natura non sempre vuole la felicità degli uomini (Leopardi docet), la scienza ne offre solo una parvenza.

[immagine da questo sito]

27 luglio 2014

LA CONCORDIA A GENOVA: RITORNO A CASA

Posted in cronaca tagged , , , , , a 10:51 pm di marisamoles

concordia genova
E così la nave Concordia, orgoglio dell’armatore Costa (sarebbe meglio dire Carnival, ma quando si parla di orgoglio un po’ di sano campanilismo ci vuole), è ritornata a casa. La lunga operazione che ha portato alla rimozione del relitto dallo specchio di mare antistante Giglio Porto e alla sua messa in sicurezza al porto di Genova Voltri si è conclusa felicemente.

Insomma, si può dire che la Concordia sia tornata nella culla. A Genova, infatti, vide la luce il 2 settembre 2005, anche se il varo ufficiale avvenne il 7 luglio 2006 nel porto di Civitavecchia cui seguì, due giorni dopo, la crociera inaugurale.
Se una nave potesse provare dei sentimenti, sarebbe forse felice di avere nella stessa città la culla e la tomba. Certo, 9 anni sono pochi e non è come con i cani che si moltiplica per sette. E se ha potuto vivere una vita spensierata, fatta di navigazioni in mari tranquilli e con un carico di allegria, l’ombra del tragico naufragio, avvenuto nella notte del 13 gennaio 2012, rimarrà sempre legato al suo nome e la seguirà nel suo ultimo e definitivo riposo. Fra due anni, se tutto va bene.

“Non c’è nulla da festeggiare”: sono le parole del presidente del Consiglio Matteo Renzi, intervistato oggi al suo arrivo a Genova per assistere all’ancoraggio della Concordia. Non sono d’accordo.
Questa impresa, che molti guardavano con scetticismo, deve essere motivo di gioia ed orgoglio. Non credo che ammettere di essere felici oggi per l’esito positivo della messa in sicurezza della nave Concordia possa essere considerato un comportamento non rispettoso nei confronti delle vittime del naufragio. Le 32 persone che quella notte morirono, cui si aggiunge Israel Franco Moreno, il sub spagnolo scomparso mentre stava lavorando sotto il relitto della nave per posizionare i cassoni che le hanno permesso di ritornare in asse, rimarranno sempre legate al ricordo della Concordia, nessuno le potrà mai scordare. Quella fredda notte di gennaio le vittime avrebbero potute essere molte di più, considerato che fra passeggeri e membri dell’equipaggio, sulla nave viaggiavano più di 4000 persone. Fu un miracolo allora e oggi se ne è compiuto un altro.

Un’impresa titanica che non a caso è opera della società americana Titan Salvage, appartenente al gruppo Crowley, leader mondiale nel settore del recupero di relitti, in collaborazione con l’italianissima Micoperi (alla faccia del giornalista Rai ignorante che in un servizio l’ha più volte chiamata Maicoperi, all’inglese), una ditta di Ravenna che vanta una lunga esperienza nella costruzione e ingegneria subacquea.

Perché non dovremmo essere felici per un recupero del relitto che è stato portato avanti in sicurezza e rispettando l’ambiente, grazie alle menti e alle braccia di tanti uomini e donne, per la maggior parte italiani, che hanno compiuto un’impresa considerata impossibile? Perché non dovremmo festeggiare l’arrivo del relitto nel porto di Genova per le operazioni di smaltimento, attraverso le quali ben l’80% dei materiali potrà essere recuperato e venduto e che darà lavoro a decine, forse centinaia, di persone per due anni?

E non dovremmo forse essere orgogliosi per la realizzazione dei cassoni adoperati per il rigalleggiamento e il trasporto della Concordia ad opera dell’italiana Fincantieri?
Da parte mia, sono orgogliosa perché, nel lontano marzo 2012, la task force “salva Concordia” si era riunita nella mia Trieste per cercare di capire in che modo riportare in linea di galleggiamento lo scafo lungo 290,2 metri, largo 35,5 e con un volume complessivo di 114.500 tonnellate di una nave progettata nel capoluogo giuliano, anche se poi realizzata nel cantiere di Genova Sestri.

Da qualche giorno l’isola del Giglio piange, orfana del relitto cui la gente del porto si era pure affezionata. Ma piange anche perché d’ora in poi dovrà vivere di turismo, esattamente come prima della tragedia, e non potrà più contare sul volume d’affari portato dalla “scomoda” presenza della Concordia, tristemente adagiata su un fianco, semisommersa, e poi rialzata a mostrare lo sconcio della ferita dovuta all’incuria umana.

Diciamolo chiaramente: questo brutto affare ha mosso l’economia, anche se locale, e continuerà a farlo cambiando regione. Una studentessa dell’Università di Udine, Martina Rossi, che si è laureata tre giorni fa, ci ha pure scritto la tesi in Economia, accostando l’infelice esito della crociera Costa ad un altro evento tragico che riguardò l’Andrea Doria: “NAVIGARE NECESSE EST, VIVERE NON NECESSE: LE IMPLICAZIONI ECONOMICHE DEI NAUFRAGI DELL’ANDREA DORIA E DELLA COSTA CONCORDIA” (relatore prof. Andrea Cafarelli, correlatore prof. Andrea Garlatti).

Oggi, dunque, abbiamo l’obbligo di essere felici. E non illudiamoci che la Concordia, nell’attesa di trovare l’eterno riposo, non farà più parlare di sé. C’è ancora un processo in corso, a carico dell’unico indagato, come se ogni responsabilità fosse esclusivamente sua: l’ex comandante Francesco Schettino. C’è ancora un corpo da ritrovare, quello dell’indiano Russel Terence Rebello, 32 anni, indiano, cameriere di bordo. (QUI le foto di tutte le vittime)

Ne sentiremo parlare ancora per molto, finché sarà cronaca. Poi diventerà una pagina di storia, ne ricorderemo, forse, l’anniversario.

5 aprile 2014

PRENDE UNA MULTA PER BESTEMMIA E PROTESTA: “CREDEVO DI VIVERE IN UNO STATO LAICO”

Posted in cronaca, famiglia, figli, legalità, Legge, religione, società tagged , , , , , , , , , , , a 1:37 pm di marisamoles

automobilistaE’ il 27 marzo scorso. Nel pomeriggio sull’autostrada A4 si forma una lunga coda di autovetture a causa di un camion che, con uno pneumatico bucato, non può proseguire la marcia. Stufo di attendere, a un ragazzo modenese di 23 anni scappa una bestemmia ad alta voce. Come spiegherà in seguito, l’esternazione era dovuta a un dolore che si era procurato sbattendo con rabbia il polso (mezzo ingessato a causa di una caduta con lo snowboard) sulla leva del cambio.

Fatto sta che una pattuglia della Stradale sente la bestemmia, raggiunge l’autovettura, opera i controlli del caso e rilascia regolare contravvenzione: 56 euro per il mancato uso delle cinture di sicurezza da parte dei viaggiatori seduti sul sedile posteriore e 28 euro per omessa esposizione del contrassegno di assicurazione (pur risultando regolarmente pagata!). Ma non è finita qui.

A quei poliziotti la bestemmia non era piaciuta. Invocando l’articolo 724 del Codice penale “Bestemmia e manifestazioni oltraggiose” è stata comminata al giovane anche una sanzione di 102 euro. Ma il 23enne non ci sta, anzi, non proprio lui ma un compagno di viaggio ha scritto una lettera alla redazione del quotidiano friulano Messaggero Veneto, manifestando il suo disappunto:

«Desidero informarvi – si legge nella mail – di quanto avvenuto giovedì all’altezza del ponte sul Tagliamento (…), dove la Stradale ha multato una delle nostre auto – eravamo un gruppo di 8 persone, amici modenesi e ferraresi, e ci stavamo dirigendo verso l’Austria a bordo di due macchine – perché uno di noi, esasperato dalla coda, ha bestemmiato dall’auto che, per il caldo, aveva il finestrino abbassato. Gli agenti hanno sentito e hanno multato il ragazzo per 102 euro, adducendo come motivazione che “bestemmiava ad alta voce contro le divinità ovvero i simboli religiosi dello Stato”. Ora: tralasciando il discorso sull’inopportunità della bestemmia (vorrei vedere voi, in coda…), io credevo di vivere in uno Stato laico».

Naturalmente il ragazzo sta pensando di fare ricorso contro l’ingiusta, a suo parere, ammenda.

Io ricordo che una volta anche sugli autobus campeggiava la scritta “Vietato bestemmiare” e l’Italia è da sempre uno Stato laico. Qui in Friuli, purtroppo, la bestemmia è un intercalare molto diffuso, tanto che quasi quasi l’orecchio è assuefatto. Ma rimango dell’idea che, al di là di qualsiasi motivazione religiosa, bestemmiare debba essere considerato un comportamento incivile e purtroppo sta dilagando tra la gioventù, ragazze comprese. Forse anche a casa i genitori hanno l’orecchio assuefatto. Ma, a meno che non abbiano anche la mano rattrappita, un bel ceffone ai figli potrebbero pure tirarglielo.

[L’IMMAGINE tratta da questo sito NON SI RIFERISCE ALLA NOTIZIA RIPORTATA]

23 marzo 2014

MA VOI LO PORTERESTE IN GIRO UN BIMBO CON IL GUINZAGLIO?

Posted in bambini, cronaca, donne, famiglia, figli tagged , , , , , , , , , , , a 9:29 pm di marisamoles

bambini-guinzaglioOggi sul Corriere.it ho letto una notizia che a dir poco mi ha sconvolto meno di alcuni commenti.

Il fatto è questo: una coppia di immigrati dell’Est Europa ha legato al letto il figlio di 3 anni (pur lasciandolo a casa con la nonna 🙄 ), per andare a fare la spesa. Degli agenti hanno scoperto il “barbaro” gesto dei due in occasione di una visita nell’appartamento per controllare la residenza della famiglia.

Ora, non mi pronuncio sul fatto che appare già grave senza bisogno di commenti. Va da sé, tuttavia, che quando si leggono notizie del genere si apre una discussione infinita. Quello che però mi ha lasciata sconcertata è che la discussione, partita dalla condanna del gesto di legare il bambino a letto, è scivolata sull’uso dei guinzagli per bambini che, a detta di moltissimi lettori, sarebbero utilissimi.

Il mio primo commento è stato il seguente:

Io ho due figli, ormai adulti, che hanno 22 mesi di differenza … non so se mi spiego. Non solo quando il più grande aveva 20 mesi l’ho abituato a fare a meno del passeggino (oggi, invece, vedo mamme che usano quelli gemellari per bambini con poca differenza d’età), non ho mai usato guinzagli di sorta che, al contrario di quanto afferma [replicavo ad un lettore che difendeva l’uso del guinzaglio ritenendolo indispensabile se di bambini se ne hanno due se non tre tra i 2 e 3 anni], non sono indispensabili e a me personalmente sembrano più che una crudeltà, una vera e propria umiliazione. Se non si ha voglia di occuparsi dei figli, di portarli ai giardinetti o a fare la spesa e di seguirli con attenzione ovunque si vada, di fare qualche sacrificio, è meglio non metterli al mondo. Altroché guinzagli!

Dopo questo commento è arrivata la replica piuttosto risentita di una madre:

Ha ragione lei siamo noi mamme veramente incapaci, crudeli che mettiamo al mondo figli di cui non ci prendiamo cura. Siamo ignoranti e non vogliamo spiegare nulla ai nostri figli della vita ne seguirli. La colpa è nostra. E a puntare il dito contro di noi sono altre donne. Siete proprio delle belle persone e sono molto contenta ed onorata che ci siate voi a farmi capire come si alleva un figlio.

Ormai mi conoscete e sapete che non mollo. 🙂 Nel frattempo molte altre persone erano intervenute a difendere l’uso del guinzaglio, precisando che il suo nome corretto è dande, di cui parla anche Kant nel suo L’arte di educare, sconsigliandone vivamente l’uso. Quindi se è vero, come dicono, che anche i pediatri lo consigliano, si vede che Kant aveva preso una cantonata pazzesca. 😦

La mia ulteriore replica è stata la seguente:

Io di guinzagli o dande non ne ho mai visti qui (vivo in una civilissima città del Nord-Est d’Italia), solo qualche volta al mare, ma moltissimi anni fa, e ad usarli erano i tedeschi. Ora a quanto pare vanno di moda, evidentemente da altre parti. Siccome i bambini sono sempre stati vivaci e imprevedibili, se ci sono mamme che non li usano dobbiamo considerarle delle sconsiderate? Oppure dobbiamo pensare che le mamme moderne […] abbiano paura di tutto e crescano i figli senza insegnare loro il senso di responsabilità e l’autonomia? Io propendo per la seconda.

A questo punto mi chiedo: ma voi avreste mai portato (o portereste) a spasso il pupo come fosse un cane?
Sarà senz’altro una comodità e poi magari succede che le mamme moderne, fan delle dande, facciano come questa del video

2 febbraio 2014

VENT’ANNI FA A MOSTAR: UN RICORDO DI MARCO LUCHETTA, ALESSANDRO OTA E DARIO D’ANGELO

Posted in bambini, cronaca, donne, famiglia, Friuli Venzia-Giulia, spettacolo, storia, televisione, Trieste tagged , , , , , , , , , , , , , , , , , , , a 4:49 pm di marisamoles

PREMESSA.
Avrei dovuto pubblicare questo articolo il 28 gennaio, purtroppo però non ho fatto in tempo. Vent’anni fa a Mostar infuriava la guerra dei Balcani, scoppiata all’indomani della dissoluzione dell’ex Jugoslavia e che vedeva contrapposte due nazioni, la Bosnia e l’Erzegovina, e tre gruppi etnici: serbi, croati e musulmani. Una guerra dimenticata, forse, ma che ha causato circa 80mila vittime, tra soldati e civili. Tra queste, anche un giornalista della Rai, Marco Luchetta, l’operatore Alessandro “Saša” Ota e il tecnico di ripresa Dario D’Angelo.
Non ho fatto in tempo a pubblicare questo post per l’anniversario, dicevo, perché non volevo fare un articolo di cronaca, non sono una giornalista. Volevo metterci il cuore, anche se ne è uscito un pezzo perlopiù informativo. Mi scuso in anticipo, specie con chi dovesse leggere questa pagina e ne sa più di me, per le inesattezze o per eventuali superficialità. Non potevo dilungarmi oltre, è evidente.
Questo mio post vuole ricordare quel tragico evento ma in particolare, senza nulla togliere alle altre vittime, la figura di Marco Luchetta che ho avuto il privilegio di conoscere. Una persona speciale che dedicava la sua vita all’adorata famiglia – la moglie Daniela, detta Dea, e i due figli Carolina e Andrea – e alla professione che aveva scelto, onorandola con l’impegno e lo spirito di sacrificio che lo distingueva.
Ricordo ancora Marco al mare, quando, libero dagli impegni professionali, non mancava mai di raggiungere i suoi cari, dedicandosi al gioco con i bambini, occasione che gli permetteva di far emergere quello spirito “fanciullino” che bene si coniugava con l’aspetto di eterno ragazzo, grazie anche alla frangia ribelle che amava portare sugli occhi.
Marco aveva 41 anni quando, quel 28 gennaio 1994, una granata pose termine alla sua breve vita, assieme ai suoi compagni di lavoro con cui condivideva un unico scopo: testimoniare gli orrori di una guerra di cui troppi, ora come allora, ignorano l’esistenza.

luchetta ota d'angelo

QUEL TRAGICO VENERDÌ
Marco, Saša e Dario, tutti dipendenti della sede Rai di Trieste, erano partiti dal capoluogo giuliano qualche giorno prima per recarsi a Mostar, città dell’Erzegovina che aveva dichiarato la propria indipendenza, in seguito allo scoppio della guerra.
Nel 1993, i croati bosniaci e i bosniaci musulmani cominciarono una lunga lotta per il controllo di Mostar. I croati lanciarono un’offensiva il 9 maggio durante la quale bombardarono senza tregua il quartiere musulmano, riducendolo in gran parte in rovina, comprese numerose moschee e case del periodo ottomano. Durante la guerra i croati crearono dei campi di concentramento per i musulmani e lo stesso fecero i musulmani per i croati.
Il conflitto nei Balcani aveva visto fin da subito Marco Luchetta come inviato Rai. La decisione di recarsi nella parte più calda della guerra, la città di Mostar appunto, fu presa per il desiderio di testimoniare le atrocità subite dalla popolazione, specialmente le donne, vittime di stupri, e i bambini. Non doveva essere un servizio come un altro, ma un vero e proprio reportage per il tg1 sui “bambini senza nome”, nati dagli stupri etnici o figli di genitori dispersi.
Quel tragico venerdì 28 gennaio 1994 la troupe si trova in una situazione di emergenza e, raggiunta la parte est della città, in un quartiere musulmano assediato dai bombardamenti, il giornalista e i due operatori si fermano nei pressi di una cantina che funge da rifugio per decine di persone tra cui molti bambini. Proprio per salvare una di queste piccole vittime della guerra, vengono sorpresi dallo scoppio di una granata. I tre fanno scudo con il proprio corpo al piccolo Zlatko che li aveva seguiti all’esterno del rifugio. Dovevano prendere le attrezzature per le riprese e Marco stava per riaccompagnare all’interno il bambino quando la “palla di fuoco” – come dirà Zlatko – li ha centrati uccidendoli sul colpo.

luchetta figli
NON SONO MORTI INVANO
La scomparsa di Marco e dei due colleghi getta nella disperazione tre famiglie e tutti coloro che ne avevano apprezzate le doti professionali e umane.
Luchetta lasciò due figli ancora piccoli: Carolina aveva dieci anni e Andrea nove. Non so se questi piccoli orfani abbiano mai pensato quanto fosse ingiusto l’aver perso il papà a causa di un bambino sconosciuto che il genitore aveva voluto salvare. Non so nemmeno se abbiano mai considerato il loro papà un eroe. So per certo che Marco non avrebbe mai voluto essere considerato tale.
Perché la terribile perdita non sia avvenuta invano, la moglie di Marco, Daniela Schifani-Corfini, decide di far nascere una fondazione che renda indelebile il ricordo del marito e dei colleghi e possa aiutare i bambini vittime delle guerre. In breve tempo dopo la tragedia nasce la Fondazione Luchetta Ota D’Angelo, cui si aggiunge il nome di Miran Hrovatin, l’operatore giuliano morto pochi mesi dopo assieme alla giornalista Ilaria Alpi, in un agguato a Mogadiscio.
Come si legge sul sito della Fondazione, la finalità è quella di supportare famiglie d’altri Paesi che, oltre al disagio di vivere o di aver vissuto recentemente guerra e/o guerriglia, hanno l’ulteriore sfortuna di avere un figlio affetto da gravi forme tumorali o che necessiti d’intervento chirurgico non fattibile in patria.
Il primo ad essere assistito dalla ONLUS appena nata fu proprio Zlatko, che allora aveva solo cinque anni. Quella maledetta granata gli aveva procurato, oltreché un comprensibile choc che gli impediva di dormire la notte senza avere incubi, un problema di udito. Dapprima fu ospitato a Trieste, assieme alla mamma ventiquattrenne, per essere curato presso l’ospedale infantile Burlo Garofalo, istituto di eccellenza non solo in regione ma a livello nazionale, e poi aiutato a raggiungere la Svezia, dove la sua famiglia poté ricongiungersi al padre che, in fuga, aveva raggiunto il Paese scandinavo.

logo fondazione luchetta

LA FONDAZIONE LUCHETTA OTA D’ANGELO E HROVATIN
In questi vent’anni la Fondazione è cresciuta molto grazie alla generosità dei cittadini e di vari enti pubblici e privati. Quotidianamente dei volontari provvedono al trasporto dei piccoli ospiti presso gli ospedali competenti per le cure necessarie, aiutando le loro famiglie nell’espletamento delle pratiche mediche, burocratiche e provvedendo a tutte le altre necessità.
All’inizio, e fino al 1998, la Fondazione è stata operativa nel ristretto spazio offerto dal primo appartamento di via Fabio Severo. Poi è nata la casa di prima accoglienza situata in via Valussi a Trieste; qui trovano posto negli anni decine di ospiti che trascorrono con i loro familiari periodi più o meno lunghi di degenza durante le cure nel vicino ospedale pediatrico.
Nel 2005 è stato possibile acquistare, da parte della Fondazione, un altro immobile, uno spazioso appartamento ubicato in via Rossetti. Pochi giorni fa, in occasione del ventesimo anniversario della morte di Marco, Saša e Dario, la Fondazione ha inaugurato a Trieste il suo terzo luogo di accoglienza: il nuovo centro di via Chiadino 7. Come rivela Daniela Luchetta, lo spazio è stato offerto gratuitamente da una famiglia che preferisce restare nell’anonimato. La struttura permetterà di ospitare una decina di persone in più.
daniela luchettaAttualmente la Fondazione, presieduta da Daniela Luchetta, ha una sede amministrativa, due case di accoglienza nel capoluogo giuliano, dieci appartamenti per nuclei familiari i cui bambini hanno bisogno di cure più protratte nel tempo, quattro autovetture per le quotidiane attività logistiche di supporto alle famiglie e ai pazienti.
Può inoltre contare sulla collaborazione di circa sessanta volontari che dedicano tempo e forze a questa piccola-grande comunità, dove convivono persone di etnia diversa, talvolta anche nemiche nel Paese da cui provengono, ma unite dalle stesse necessità e grate in ugual modo per tutto il sostegno e le amorevoli cure che ricevono. La fatica dei tanti volontari ha ottenuto, nel 2009, un riconoscimento: l’assegnazione del “Premio Barcola 2009” che il Presidente del Premio, dott. Alberto Cattaruzza, ha commentato con le seguenti motivazioni:

Sono quindi particolarmente onorato di annunciare il conferimento del Premio Barcola 16a edizione ai Volontari della Fondazione Luchetta Ota D’Angelo Hrovatin per la loro opera inesausta a favore dei bimbi bisognosi di cure mediche e di supporto alle loro famiglie, opera che può costituire eccezionale vanto per la città di Trieste tutta.

ospiti fondazione luchetta
BAMBINI DA TUTTO IL MONDO
In due decenni la Fondazione ha ospitato centinaia di bambini e familiari da Africa, Asia, Sud America, Europa orientale e penisola balcanica. Paesi in cui era impossibile garantire cure adeguate per quei bimbi che a Trieste hanno ritrovato la speranza di superare la malattia. La percentuale di guarigione dei piccoli ospiti è molto alta ed è stimata intorno al 94%. «Oggi la Fondazione opera su due fronti – spiega la presidente Daniela Luchetta -: quello dei bambini che necessitano di cure, ospiti dei centri di via Valussi e via Rossetti, e quello dell’aiuto a famiglie in difficoltà, che si è aperto attraverso la convenzione stipulata col Comune e permette a oggi di ospitare sei nuclei familiari con bambini. Ma supportiamo anche famiglie che vivono altrove, e sono in difficoltà economica. Anche il Centro raccolta di via Valdirivo 21 (vi confluiscono vestiario e altri generi di aiuti), gestito esclusivamente da volontari, è diventato un riferimento prezioso».
Nel tempo la Fondazione ha moltiplicato il fronte dei suoi interventi cercando anche di sostenere ospedali pediatrici e orfanotrofi nelle aree del mondo che continuano a fare i conti con miseria e guerra.

UN PREMIO PER RICORDARE MARCO E I COLLEGHI
A dieci anni da quel triste 28 gennaio, nasce nel 2004 il Premio Giornalistico Internazionale “Marco Luchetta”, a ricordo dell’impegno dei quattro operatori dell’informazione, morti in guerra, di cui la gran pare dei connazionali ignora l’esistenza.
Proprio in memoria di tutte e quattro le vittime, il premio si articola in più sezioni: oltre a quella intitolata a Marco Luchetta riservata ai giornalisti professionisti della carta stampata e della televisione, c’è la sezione intitolata a Hrovatin per la fotografia, ad Ota per le immagini TV e a D’Angelo per la stampa estera. Vengono ogni anno attribuiti riconoscimenti ai migliori reportage televisivi e quelli riservati alla carta stampata.
Nell’anno d’inaugurazione si aggiudicò il premio principale proprio un amico-blogger, nonché giornalista della Rai, Pino Scaccia che in una corrispondenza per la rubrica Tv7 del Tg1 ha raccontato le condizioni in cui vivono, alla periferia di Nairobi, gli ultimi della terra, migliaia di ragazzi orfani vittime della fame, dell’aids e della droga, aiutati solo da alcuni missionari.
Nel 2012 viene istituito anche il Premio “Testimoni della Storia” riservato al giornalista che meglio ha saputo raccontare ed interpretare un fatto storico o di cronaca, un periodo, un personaggio o un luogo.

Premio-Luchetta

ANGELI PER SEMPRE
Ogni estate, nella grande e bellissima piazza dell’Unità d’Italia, affacciata sul mare triestino, o in alternativa nella splendida cornice del teatro lirico “G. Verdi”, la nostra “piccola Scala”, o del Politeama Rossetti, sede del Teatro Stabile del Friuli – Venezia Giulia, si tiene uno spettacolo in occasione dell’assegnazione del Premio Luchetta. “I Nostri Angeli” da dieci anni vengono ricordati con una manifestazione in cui si alternano momenti di dibattito ed intermezzi musicali di vario genere, dal pop al rock alla musica etnica, che rendono anche gioioso il ricordo di questi “custodi” che mai dobbiamo dimenticare.

[altre fonti, oltre al sito della Fondazione già linkato, da cui sono tratte anche le immagini: Il Piccolo, Wikipedia per Mostar, Marco Luchetta e Guerra in Bosnia Erzegovina; Il Corriere]

7 gennaio 2014

UN CUORE EBREO BATTE IN UNA BIMBA ARABA. LA PACE OLTRE LA VITA

Posted in bambini, cronaca tagged , , , , , , , , , , a 7:54 pm di marisamoles

yuval_nizriQuesta è una di quelle notizie che avrei pubblicato volentieri di venerdì, giornata riservata alle buone notizie. Ma mi ha talmente commossa che non riesco ad attendere fino a venerdì prossimo.

In realtà è una notizia buona solo a metà. Parla di vita ma anche di morte. Parla di pace, soprattutto. Una pace che due popoli vanno cercando da molti decenni, senza trovare un punto d’incontro. Ma questa è la Storia, quella con la esse maiuscola. Quando, invece, si parla di storia, semplicemente di vita vissuta, di piccoli grandi gesti quotidiani, allora le cose sono un po’ diverse.

Yuval Nizri aveva solo undici anni. Viveva in Israele, nella cittadina di Rishon Lezion, e la scorsa settimana è rimasta vittima di un brutto incidente. I suoi genitori, dopo aver perso la figlioletta, hanno fatto un gesto generosissimo che ha salvato la vita ad altre persone: hanno autorizzato l’espianto degli organi di Yuval per la donazione.

In casi come questi generalmente tutto passa sotto silenzio. Invece dal sito isareliano Ynet è stata diffusa la notizia che, tra le persone salvate grazie al cuore e ai polmoni di Yuval, c’è anche Miran, una bambina quasi coetanea della donatrice. Miran era paziente da 10 anni nell’ospedale Schneider di Petah Tikva e ora può sperare in una vita normale, o quasi.

Fino a qui sembra di leggere una notizia speciale, sì, per il gesto generoso dei genitori della piccola israeliana. Quello che appare eccezionale in questa storia è che Miran è una bambina araba.
Fa venire la pelle d’oca la dichiarazione del padre della bambina palestinese. Dopo il trapianto, ha dichiarato al sito Ynet: “Un cuore ebreo batte in una bimba araba. Questa è la prova che i due popoli possono vivere insieme. E che la pace è possibile. Vorrei ricambiare questo dono e riportare in vita Yuval se solo fosse possibile. Siamo tristi e siamo in lutto. Porgiamo le nostre condoglianze alla famiglia di Yuval. Per tutta la vita saremo grati ai suoi genitori che hanno salvato nostra figlia”.

Devo, a questo punto, ringraziare Pino Scaccia che ha riportato questa notizia sul suo blog. Avrei potuto ribloggare il suo post ma, nel leggerlo, mi è tornata in mente una vicenda relativa alla donazione degli organi, di cui ho parlato qualche tempo fa in questo articolo. Quella vicenda suscita spontaneamente una riflessione, alla luce di quanto appena raccontato.

Per chi non avesse voglia di leggerlo interamente, riassumo il post.
A Padova, un marinaio romeno di 53 anni, che lavorava per un armatore italiano, ha avuto un infarto e necessitava di un trapianto. L’ospedale di Padova, però, non eseguì l’intervento con questa giustificazione: il cittadino romeno non aveva diritto ad un cuore italiano, doveva essere trasferito nel suo Paese d’origine e lì operato.
In soccorso del malcapitato è arrivato l’ospedale Santa maria della Misericordia di Udine che ha trapiantato un cuore nuovo all’uomo, salvandogli la vita. La direzione sanitaria del nosocomio friulano ha commentato il fatto con parole appropriate: «la “Nord Italia Transplant” ha come priorità la salute delle persone, non la loro provenienza e la loro cultura

La cosa che più mi ha stupito, in quel frangente, è che non mi aspettavo un atteggiamento così ingiusto da parte dei veneti, che considero persone speciali e straordinarie. Ovviamente non si può fare di tutta l’erba un fascio. Credo, però, che quei medici che a Padova hanno ritenuto inappropriato che nel petto di un uomo romeno battesse un cuore italiano dovrebbero leggersi la notizia di Yuval e dei suoi meravigliosi genitori e farsi un esame di coscienza.

La pace è sempre possibile, anche oltre la vita. La pace sta nei cuori delle persone e il cuore della bimba israeliana che continua a battere nel petto della giovanissima araba ne è la testimonianza più eclatante.

[notizia e foto da Il Messaggero]

4 marzo 2013

BAMBINO CONTESO: MAMMA PRESIDIA LA CASA DI ACCOGLIENZA DOVE SOGGIORNA IL FIGLIO

Posted in cronaca, famiglia, figli tagged , , , , , , , a 7:35 pm di marisamoles

bambino contesoRicordate il caso del bambino conteso da mamma e papà che ha fatto scalpore nell’ottobre scorso?
Il fatto accadde a Cittadella, in provincia di Padova, un caso apparentemente privato, come presumo ce ne siano tanti in Italia, che divenne di dominio pubblico perché il filmato che riprendeva il prelevamento del bimbo dalla scuola elementare, con l’intervento della Polizia di Stato, fu trasmesso dalla Rai nel corso di una puntata di “Chi l’ha visto?“.

Allora intervenni in un post per difendere l’operato della poliziotta, “rea” di aver risposto alla zia del bambino, la quale energicamente protestava contro il provvedimento, ““io sono un’ispettrice di polizia, lei non è nessuno”. Da allora i riflettori si sono spenti sul caso, com’era giusto che fosse. Ma oggi sul quotidiano “Il Gazzettinola madre del bambino torna a far parlare di sé e lo fa, com’era prevedibile, in modo alquanto plateale.

La signora, infatti, sta presidiando da 48 ore la casa di accoglienza nella quale ha trovato ospitalità il figlio, dopo che un giudice le ha tolto la patria potestà affidandola al padre in via esclusiva. Ricordo che il genitore, di professione avvocato, si era rivolto al tribunale in quanto, dopo la separazione dalla donna, gli era stato impedito di vedere il bimbo con regolarità e, anzi, la famiglia dell’ex aveva fatto quadrato attorno al piccolo per proteggerlo, a loro dire, da un padre violento con cui lui non voleva stare. Fatto sta che il giudice ha dato ragione al papà e ha disposto il provvedimento, discutibile nei modi finché si vuole, che gli è parso più giusto.

La mamma del bambino, dicevo, ora non intende muoversi dalla sua “postazione” davanti alla casa di accoglienza dove soggiorna anche l’ex marito. Non per volontà sua, come sembra.
La donna spiega così la sua presa di posizione: «Da qui non mi muovo finché non mi verranno date delle spiegazioni. Ho portato pazienza, ma le condizioni paritetiche decise dal decreto del giudice, non vengono assolutamente rispettate. Non posso più stare in silenzio. Se fino ad ora la situazione si poteva dire accettabile, adesso non lo è più. Al mio ex sono concesse cose che io non posso fare, ma che non dovrebbe fare neppure lui perché il decreto parla chiaro. Ha portato mio figlio in casa sua dal 23 al 26 febbraio, mentre dovrebbe rimanere nella struttura. Lui più volte ha dormito nella casa quando invece non potrebbe».

Da parte sua il padre del piccolo non commenta la decisione dell’ex moglie, limitandosi a ricordare il provvedimento che ha portato all’allontanamento del bambino dalla casa materna: «Non prendo posizione su quanto detto dalla signora, dico solo che non vuole che mio figlio venga a casa mia e sta presidiando la struttura. Solo questo basta per far capire la situazione. Sono bloccato qui da due giorni perché, se io esco, ha detto che succederanno delle cose, non so cosa. Per decisione del tribunale sono io l’affidatario unico, ho la patria potestà. Quella della mia ex moglie è decaduta, c’è l’ordine di allontanamento come pure per la sua famiglia».

A questo punto mi chiedo: a cos’è servito tutto il clamore suscitato dal video andato in onda su Rai 3? Il caso, come si può notare, non è molto diverso da altre vicende che, purtroppo, vedono coinvolti dei minori contesi fra genitori e in cui giungere ad un accordo sembra impossibile.
Per quanto possano essere discutibili le decisioni prese dal tribunale dei minori, credo che le si debba accettare e, casomai, discutere civilmente la questione, in privato, per il bene del bambino conteso. Gesti plateali come quello fatto ad ottobre non servono a nulla se, dopo quasi cinque mesi, si è esattamente al punto di partenza.

13 gennaio 2013

UN ANNO FA IL NAUFRAGIO DELLA CONCORDIA. IL MISTERO DI DIMITRI CHRISTIDIS

Posted in attualità, cronaca tagged , , , , , , , , , , , , a 3:11 pm di marisamoles

naufragio concordia
Un anno fa la bella addormentata dell’Argentario subì un brusco risveglio. Non fu opera di un bacio quanto di uno schiaffo di cui il Giglio porta ancora i segni: di fronte alle sue rive, al suo incantevole ed intimo porto, non un principe s’inchinò ma un mostro marino che la stringe ancora a sé in un sinistro abbraccio.

Dodici mesi dopo l’isola è meta di una sorta di pellegrinaggio commemorativo. Il ricordo di quella notte, dei pianti di disperazione o di quelli di felicità, delle lacrime e dei sorrisi, delle urla e dei gemiti ha invaso le nostre case provenendo da uno schermo televisivo che, se non altro, ha il merito di conservarne la memoria.

Oggi al Giglio sono ritornati i naufraghi che si sono salvati, i parenti di quelle 32 vittime che sono state meno fortunate delle oltre quattromila persone che ora di quella notte serbano un triste ricordo ma possono raccontare quello che hanno visto, fatto, sentito, detto.

Il naufragio della nave da crociera Costa Concordia fu un evento che fece in breve tempo il giro del mondo. E non semplicemente perché si trattò di un dramma che ha pochi precedenti. A molti ritornò alla mente l’infausto viaggio inaugurale del Titanic il cui centesimo anniversario sinistramente stava per essere ricordato. Allora, però, le vittime furono 1518, su un totale di 2223 passeggeri imbarcati, compresi gli 800 uomini dell’equipaggio. Certo, erano altri tempi ma ora …

Quella notte, più che il numero delle vittime – che veniva aggiornato di ora in ora – portò allo sdegno il comportamento del comandante della nave da crociera: Francesco Schettino. Oltre ad aver cozzato contro uno scoglio delle Scole – parte del quale, andatosi a conficcare sul fianco della nave, ora è stato restituito al mare del Giglio -, sembrò incapace di gestire l’emergenza, perdendo tempo al telefono con i responsabili della Costa, tardando a dare l’allarme, minimizzando l’accaduto anche con la Capitaneria di Porto di Livorno. Infine, abbandonò la nave, volontariamente come sembra, in modo del tutto fortuito come continua a ripetere lui, mentre le operazioni di sbarco dei naufraghi non erano ancora concluse.

Chi ha dimenticato la famosa telefonata che gli fece il Comandante della Capitaneria di Porto di Livorno, Gregorio De Falco, una volta resosi conto dell’immane tragedia? Nessuno. Non foss’altro perché anche in occasione dell’anniversario del triste e luttuoso evento, i telegiornali non fanno che riproporcene la registrazione.

Allora io presi le difese di Schettino perché quella telefonata fu, a parer mio vergognosa. De Falco, dipinto dall’opinione pubblica come un eroe (tanto da essersi guadagnato una medaglia concessa dal Capo dello Stato), si rivolse al comandante della Concordia con un’arroganza, una prepotenza, un tono di biasimo, di rimprovero e di minaccia che non si possono accettare. Dall’altra parte del telefono, un comandante in stato confusionale, comprensibilmente scosso per l’accaduto e certamente conscio dell’immane tragedia che quell’inchino malriuscito (operazione che, tuttavia, Costa non aveva mai sanzionato, lasciando che fosse tacita e innocua pratica abituale) aveva causato, nonché delle conseguenze che avrebbe avuto sulla sua carriera, sulla sua famiglia, sulla sua vita futura.

Chi dipinge Schettino come unico responsabile del naufragio secondo me trascura il fatto che a decretare la sua colpa, senza possibilità di appello, è stata fin da subito la gogna mediatica cui il comandante è stato sottoposto. Certo, lui è il responsabile numero uno ma non l’unico. Prova ne sia che l’inchiesta, ormai conclusa, ha rinviato a giudizio tredici persone. Anche quelli della Costa che, sebbene a scoppio ritardato, hanno scaricato sul comandante ogni responsabilità, negandogli persino la tutela legale e, alla fine, l’hanno licenziato.

A distanza di un anno io non ho cambiato idea. Non ritengo innocente Schettino – e ci mancherebbe! –ma continuo a pensare che le colpe non siano tutte sue e che abbia pure qualche merito nell’aver scongiurato il peggio, salvando la vita forse a decine di persone. Se avesse dichiarato l’abbandono nave in mare aperto, l’approdo per le scialuppe sarebbe stato molto più lento e difficile. Ma non voglio entrare nel merito di questioni che non conosco, di cui non sono esperta. Esprimo solo una mia ipotesi che, tuttavia, un anno fa fu sostenuta e rafforzata dal parere che il Contrammiraglio della CP Salvatore Schiano Lomoriello aveva pubblicamente espresso, condannando energicamente il contenuto e soprattutto il tono assunto da De Falco durante quella telefonata.

Proprio un dettaglio di quella telefonata forse ai più è sfuggito. Non a me. Infatti, ci penso da dodici mesi senza ottenere risposte. Ho atteso pazientemente la conclusione delle indagini e la pubblicazione dei nomi dei rinviati a giudizio e quel nome non c’è. Ne parlarono allora assai poco anche le cronache, eppure si scrissero fiumi di parole, tonnellate di carta furono impiegate per condannare Schettino assai prima che le operazioni degli inquirenti iniziassero, chissà quanti multipli di byte furono impegnati per far girare quella telefonata a livello globale.

De Falco trova Schettino su uno scoglio, apparentemente spettatore incredulo e passivo di una tragedia senza precedenti. Lui salvo, mentre ancora centinaia di persone erano in attesa di lasciare il relitto maledetto, mentre trentadue naufraghi trovavano la morte, imprigionati senza scampo da un mostro marino senza più un comandante. Schettino, però, su quello scoglio non era solo. Lo dice nella telefonata a De Falco: con lui c’era anche il comandante in seconda Dimitri Christidis. Altri ufficiali erano con lui su quello scoglio maledetto, ancor più delle stesse Scole contro cui il gigante del mare aveva cozzato un paio di ore prima. Di certo il comandante era in compagnia anche del suo terzo: Silvia Coronica. L’ufficiale di origine triestina era con Schettino in plancia alle 21 e 45 di quel venerdì funesto. Ed era con lui su quello scoglio. Entrambi in compagnia di Christidis.

La Coronica compare nell’elenco dei rinviati a giudizio, assieme al suo comandante. Dimitri no, eppure anche lui si era dato alla fuga, anche lui pare fosse in plancia al momento dell’impatto con lo scoglio. Ma di Dimitri Christidis si perdono subito le tracce. Ho letto e riletto le cronache di quei frenetici giorni, successivi al 13 gennaio 2012: il suo nome, se escludiamo i primi articoli in cui si descriveva nei dettagli la tragedia della Concordia, è sparito. Non si sa dove, ma certamente non compare nell’elenco dei “colpevoli” (lo virgoletto perché la legge italiana riconosce la presunta innocenza degli imputati).

Misteri a parte, ora io semplicemente mi chiedo come mai Dimirti non sia fra le persone rinviate a giudizio e, soprattutto, perché, visto il suo ruolo ai vertici di comando della nave, nessuno ha pensato di biasimare il suo comportamento mentre tutti hanno condannato Schettino senza pensarci su nemmeno un secondo. Perché?

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...ma con una forte passione per il cibo e le rotondità!

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"In ogni cosa c'è un'incrinatura. Lì entra la luce" - Leonard Cohen

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