QUELL’ARZILLO NOVANTENNE CHIAMATO MICKEY MOUSE


Novant’anni e non sentirli! Il 18 novembre 1928 presso il Colony Theater di New York nel corto Steamboat Willie fece la sua prima apparizione pubblica il topolino più famoso del mondo: MIckey Mouse. Il suo papà, Walt Disney, l’aveva già inserito in un altro corto, L’aereo impazzito, che però fu proiettato privatamente il 25 maggio dello stesso anno.

Mickey nacque dalla penna del suo disegnatore in un garage, nella massima discrezione della notte: Walt e del suo collaboratore Ub Iwerks, autore di quasi 700 animazioni al giorno, ebbero la geniale idea di dar vita al cartone animato destinato a rimanere nella storia.
Disney dichiarò di essersi ispirato a un topolino domestico che spesso gli faceva visita nei suoi uffici presso il Laugh-O-Gram Studio.
All’inizio aveva deciso di chiamarlo Mortimer Mouse; fortunatamente la moglie gli fece notare che quel nome appariva un tantino lugubre per un personaggio destinato ai bambini, quindi Walt decise di chiamarlo Mickey. Non sapeva che quel simpatico topino avrebbe conquistato il cuore di grandi e piccini per molte generazioni.

Al suo debutto, effettivamente, Mickey fu accolto un po’ tiepidamente ma il suo creatore, senza lasciarsi scoraggiare, decise di preparare un secondo film, Topolino Gaucho, in cui compare l’inseparabile Minnie e fa la sua apparizione l’acerrimo nemico di Topolino, il gatto Gambadilegno.

Quando al cinema arrivò il sonoro, Disney decise di creare un film con il sonoro sincronizzato, Steambot Willie, ispirandosi a una comica di Buster Keaton, e dando lui stesso la voce a Topolino. Il debutto con il sonoro stentò a decollare tanto che Disney, non trovando alcun distributore, decise di proiettarlo al Colony Theater di New York per cercare l’approvazione del pubblico. Il successo sia di pubblico sia di critica fu clamoroso: era nata una stella destinata a splendere a lungo.

Nel 1929 si assiste alla vera e propria esplosione del personaggio di Mickey Mouse, tanto che l’anno successivo Madame Tussaud gli rende omaggio con una statua di cera.
In breve furono creati tutti gli altri personaggi di Mousetown (Topolinia): Pippo, Pluto, Tip e Tap, Clarabella, Orazio, il Commissario Basettoni, Macchianera seguiti da tutta la gang di Paperino, quindi Zio Paperone, Paperina, Gastone, Nonna Papera, Ciccio, Qui, Quo e Qua…

Alcune curiosità sul suo aspetto. Una delle caratteristiche di Topolino sono le quattro dita per mano, che dal 1929 (nel corto The Opry House) saranno infilate per sempre dentro i guanti bianchi. Disney spiegò che disegnare Mickey Mouse con quattro dita anziché cinque era più semplice per riprodurre i movimenti. I guanti bianchi servivano invece a distinguere meglio le mani dal resto del corpo di colore nero.

Un altro tratto distintivo sono le orecchie che costituiscono in un certo senso il marchio di fabbrica della Disney. Infatti, tutti i “luoghi” targati Disney celano i “tre cerchi” che formano le celebri orecchie, in posti a volte evidenti, altre volte impensabili. Anche nelle pellicole della Disney, dai classici in poi, sono ben nascoste le famose orecchie; c’è chi dice che ne esistano almeno 1000, ma il numero esatto è sconosciuto.

Forse non tutti sanno che a Trieste, sulla riviera di Barcola dove ogni anno si svolge la famosa regata velica (la “Barcolana”), c’è uno stabilimento balneare chiamato “Topolini” perché, almeno così sembra, è costituito da due gruppi di terrazze semicircolari, in origine una destinata alle donne e l’altra agli uomini, che ricordano proprio le orecchie di Topolino. L’origine del nome è oggetto di contrastanti vedute, tuttavia personalmente la trovo affascinante.

TIME Magazine ha definito le orecchie di Topolino come “una delle più grandi icone del XX e del xxi secolo”. Nulla di cui meravigliarsi, dunque, se oggi quelle orecchie vantano 3,4 milioni di like sulla Fanpage di Facebook, un posto nella Walk of Fame di Hollywood e un fotoritratto con quasi tutti i Presidenti degli Stati Uniti.

Nel 1932 Disney ricevette un Oscar speciale proprio per la creazione di Topolino. Da quel momento tutto il mondo si interessò al personaggio, che di lì a poco sarebbe sbarcato in Italia con un giornale illustrato tutto per sé. Seguirono i gadget che ancor oggi sono ambiti, non solo dai bimbi. Quando nel 1933 fu prodotto il primo orologio da polso con le lancette di Mickey Mouse costava 3 dollari e 75 centesimi. Oggi lo stesso orologio, se originale, è valutato intorno ai 6mila dollari.

Il successo e la fama di Mickey sembra non avere fine: nel 2004 Mickey generava da solo ricavi di 5,8 miliardi di dollari l’anno e “Forbes” lo definì “il personaggio di Fantasia più redditizio della storia”.

Vi lascio con un breve video tratto dal film d’animazione “Fantasia”, prodotto da Walt Disney nel 1940. Topolino indossa le vesti di un apprendista stregone sulle note della sinfonia di Dukas, illustrata dall’omonima ballata di Goethe. La trama divenne celebre grazie alla musica di Dukas al punto che ancora oggi il modo di dire “apprendista stregone” indica una situazione (di un singolo individuo o di una intera comunità, addirittura di una nazione) iniziata con faciloneria e troppa sicurezza e poi precipitata in un futuro incerto e denso di incognite.

Sicuramente non è incerto il futuro di Topolino: un arzillo novantenne che ha ancora tanta voglia di divertire e divertirsi!

[fonti: www.bigodino.it, ilmiolibro.kataweb.it, Il Piccolo.it; immagine da questo sito]

FILM: “ZORAN, IL MIO NIPOTE SCEMO”

zoran
Ha riscosso un enorme successo al Festival del Cinema di Venezia: dieci minuti di applausi, una vera ovazione. Cosa strana, se vogliamo, trattandosi di un’opera prima (il regista è Matteo Oleotto, sconosciuto ai più), di una pellicola girata nella provincia friulana, quella dove i confini diventano sottili e le popolazioni che parlano lingue diverse (siamo in provincia di Gorizia, a due passi dalla Slovenia) si trovano fianco a fianco, disseppellendo antichi rancori.

Forse questo successo sembrerà meno strano quando si scopre che il protagonista, Paolo Bressan, è magistralmente interpretato da Giuseppe Battiston, un omaccione che proprio in Friuli ha visto la luce nel 1968 e che, dopo una lunga gavetta, ha conquistato un posto di tutto rispetto nello star system cinematografico nostrano. E se è vero che i premi non significano nulla, a volte, è anche vero che come attore non protagonista ha già al suo attivo David di Donatello e Nastri d’Argento da far invidia ad attori ben più noti.

Paolo Bressan è un uomo solo, misantropo, egocentrico, scontento della vita che conduce ma impermeabile agli stimoli che potrebbero cambiarla. Almeno fino a quando non capita nella sua vita un nipote che non sapeva di avere, nipote a sua volta della zia Anja, parente che Paolo non ricorda per nulla e che ostinatamente chiama Anna, all’italiana. Quando si reca in Slovenia, nel luogo in cui la parente sconosciuta è passata a miglior vita, già s’immagina che l’eredità inaspettata gli permetta di fare quel salto di qualità sottraendolo a un’esistenza monotona e solitaria, fatta di grandi bevute in osmiza, l’osteria tipica di confine, di un lavoro alla mensa di anziani che detesta (sia il lavoro sia gli anziani) e di un matrimonio finito da anni, con Stefania (che ha il volto e la voce dalla pronuncia slovena di Marjuta Slamic), rimpianta e ormai sposa di un ometto (interpretato da Roberto Citran) che Paolo non stima per nulla, che considera semplicemente uno stupido.

battiston slamic
L’eredità però non è nulla di materiale. La zia Anja per curarsi ha speso tutto, ipotecando anche la modesta casetta in cui viveva. Così Bressan si trova spiazzato quando gli viene fatto conoscere Zoran, un sedicenne (interpretato dal bravissimo debuttante Rok Prašnikar) di cui la vecchia zia si prendeva cura e che, dopo la dipartita di lei, è rimasto solo. Si tratta di un affido temporaneo, solo pochi giorni in attesa che il ragazzo entri in una casa famiglia. Non stupisce nemmeno un po’ che Paolo accolga la notizia con stizza. Per il protagonista quel ragazzo che parla un italiano particolarmente forbito, imparato leggendo due libri che chiama capolavori ma che conosce solo lui, in completa dissonanza con la parlata gergale e cafona di Bressan, è solo un impaccio. Lo accoglie in casa peggio di un estraneo e a sua volta il ragazzo non sembra contento di vivere, seppur per pochi giorni, in un luogo sporco e trascurato. Il disordine lo infastidisce e la prima notte in casa Bressan preferisce passarla in bagno.
Ma Zoran ha in serbo una sorpresa: è una specie di campione di freccette, fa sempre centro, non sbaglia mai un colpo. Un’abilità che il sedicenne deve alla nonna che l’aveva istruito su come fare centro, peccato che, messo alla prova da Paolo che trova subito il modo di approfittare della situazione, non sia capace di indirizzare le freccette negli spicchi del bersaglio che fanno guadagnare più punti.

nipote scemo
Il progetto dello zio di Zoran è quello di farlo partecipare al campionato di freccette che si tiene a Glasgow. Si precipita in agenzia, acquista i biglietti e disperatamente allena quel nipote che considera scemo, ma che scemo non è, e che si ostina a prendere di mira solo il centro del bersaglio.
Nel frattempo Zoran, che Paolo chiede di poter tenere con sé un altro po’ di tempo, scopre un altro mondo, un’altra vita al di fuori dell’osmiza, popolata da ubriaconi e perditempo che sragionano. Conosce una ragazzina bionda e si fa conquistare dalla sua bellezza e dolcezza, grazie a lei partecipa alle prove del coro del paese e si esibisce, vincendo la timidezza, in un’Ave Maria cantata in sloveno. Dell’antica passione per le freccette sembra non volerne sapere. Poi, però, comincia a trattare con il bisbetico zio e i due arrivano ad un compromesso: Zoran canterà nel coro e si darà da fare per colpire il bersaglio non solo al centro.

Ce la farà? Parteciperà al campionato a Glasgow? Chissà …
Quel che è certo è che alla fine i ruoli si ribaltano, il bisbetico zio viene domato e il nipote “scemo” si rivelerà davvero prezioso per dare una svolta alla vita di Paolo Bressan.