QUARESIMA E QUARANTENA: LE PAROLE DELLA PASQUA 2020


La Quaresima è finita giovedì. Curioso il fatto che le due parole che caratterizzano questo momento particolare abbiano in comune il numero quaranta. La Quaresima è il periodo di quaranta giorni che nella tradizione cristiana inizia con il mercoledì delle Ceneri e separa, quindi, il periodo di Carnevale e la festività della Pasqua.

Quarantena, per definizione, è un periodo di quaranta giorni che può essere interpretato in diversi modi e può durare più o meno a lungo. L’emergenza coronavirus ha messo tutti in quarantena, nel senso che ci ha obbligati a rimanere a casa, uscendo solo per strette necessità. Peccato, però, che mentre la Quaresima è terminata, la nostra quarantena resta e non sappiamo nemmeno quanto ancora durerà. Il numero quaranta in questo caso è puramente indicativo.

Cosa abbiamo fatto, e cosa faremo, in questo periodo di reclusione?

C’è chi ha continuato a lavorare da casa. Lo chiamano smart working anche se c’è una traduzione italiana che rende perfettamente l’idea, almeno quella teorica: lavoro agile. Ecco, io ho continuato a lavorare da casa, anche se il lavoro non è per nulla agile. Praticamente mi sta ammazzando.

C’è chi, forzatamente a casa dal lavoro, si è dato all’arte culinaria (finalmente anche Masterchef ha un suo perché…), chi al giardinaggio o alla cura dell’orto (i più fortunati perché almeno l’ora d’aria, e anche di più, possono godersela), c’è chi ha riscoperto le relazioni umane in famiglia (a volte, però, tali relazioni si rivelano faticose per mancanza di abitudine… e di spazio!), c’è chi ha letto finalmente i libri che stazionavano sui ripiani della libreria in attesa del buon tempo per la lettura e c’è chi ha preso alla lettera il detto “pulizie pasquali” per mettere in ordine la casa. Insomma, di tempo da ammazzare ce n’è tantissimo.

Ma che cosa abbiamo perso, e perderemo, in questo periodo di reclusione?

Il lavoro, per esempio. Chi momentaneamente, anche se la ripesa non è così sicura per tutti.

La vita scolastica, perché, diciamolo chiaramente, condividere un monitor e vedere le facce dei compagni nei rettangolini piccoli piccoli, e nemmeno tutti assieme, non è minimamente paragonabile alle mattine passate quotidianamente in aula. La condivisione degli spazi, a volte davvero esigui (specialmente quando si devono fare i compiti in classe), non è solo un disagio ma è anche convivenza. Sguardi che si incrociano, bigliettini che volano o messaggini scritti con il cellulare in velocità per non farsi scoprire, l’ora della merenda, l’entrata e l’uscita da scuola con tante cose da dirsi, le lacrime per un compito andato male e i sorrisi per un bel voto, sono tutte le emozioni che in questo periodo i ragazzi, costretti alle videolezioni, stanno perdendo. Un tempo che non ritornerà.

Apprezziamo sempre quello che abbiamo perso. Questa è la verità.

Oppure sentiamo la mancanza di qualcosa che nemmeno ci passava per l’anticamera del cervello, ma la sentiamo proprio perché non abbiamo la libertà di scegliere.

Quanta gente si rammarica per la vita troppo sedentaria, per la mancanza di passeggiate o di giri in bicicletta? Tantissime, eppure sono perfettamente convinta che molte persone, pur lamentandosi di tale privazione, in realtà quelle cose non le hanno mai fatte.

Guarda un po’, le palestre sono chiuse proprio ora che avevo intenzione di iscrivermi a un corso prima della prova costume!

La prova costume… chissà se riusciremo a vedere il mare, quest’anno. Chissà se potremo andare in spiaggia, fiondarci sotto l’ombrellone a leggerci un buon libro, incuranti del vociare della gente tutt’attorno.

Chissà.

Per ora non ci è concesso nemmeno goderci la Pasqua con la famiglia, il pic nic del lunedì dell’Angelo con gli amici. Sarà una Pasqua triste.

Certo, ma siamo qui a lamentarci (anzi, io a farlo e voi a leggere). Certo, ma siamo vivi.

Guardiamoci attorno, per un momento, oltre l’orizzonte delle nostre necessità. Per una volta guardiamo l’erba del nostro giardino e non quella del vicino. La nostra erba è pur verde, non importa se c’è chi ha un prato inglese perfetto di un colore più brillante.

Verde è il colore della speranza e in questa circostanza, cercando di superare l’amarezza del momento, con un po’ di ottimismo guardiamo con speranza al futuro. Senza lamentarci troppo e accontentandoci delle piccole cose che ogni giorno la vita ci offre. Piccole ma immensamente grandi se rivolgiamo lo sguardo e il pensiero a chi non le ha più.

AUGURO A TUTTI UNA FELICE PASQUA.
UN PENSIERO PARTICOLARE A TUTTI I MEDICI, AL PERSONALE OSPEDALIERO E AI VOLONTARI CHE IN QUESTA EMERGENZA STANNO DIMOSTRANDO LA VERA GRANDEZZA DI NOI PICCOLI ESSERI UMANI.

G R A Z I E!!!

ORDINE E DISORDINE

“In principio c’era il caos…”. Tutti i miti greci sulla creazione iniziano così. Il caos nella mitologia greca forma una coppia dialettica con il cosmos, cioè l’ordine che è anche bellezza. In altre parole, tutto ciò che è ordinato è anche bello ma pare che le due parole non siano realmente contrarie, anzi, sembra abbiano un’affinità etimologica: anche ciò che è bello e ordinato nasce sempre da uno sfondo caotico.

Nelle Teogonia di Esiodo dal Caos sarebbe stato partorito Eros, che tutti conoscono come dio dell’amore, contemporaneamente alla stessa Terra. Quindi, se l’amore è bellezza e l’ordine stesso, il Cosmos greco, è bellezza, possiamo dire che dal caos abbia origine non solo l’ordine ma anche l’amore.

Perché questo preambolo in un post d’inizio anno, dopo un lunghissimo silenzio?

Negli ultimi tempi – non so nemmeno io quali: mesi? anni? boh – in me sento un gran disordine. Di conseguenza mi sento brutta, non mi piaccio, non mi apprezzo e sento solo un gran bisogno di ordine, quindi di bellezza.

Cosmos è la parola greca da cui deriva “cosmo” che per noi è sinonimo di universo. Ma riusciamo a percepire la “bellezza” di questo universo di cui abitiamo solo un’infinitesima parte? Direi di no.

Sulla Terra, di questi tempi, regna tutto fuorché l’ordine. Se consideriamo la responsabilità che tutti abbiamo come “terrestri”, certamente contribuiamo a offuscare la bellezza che il nostro pianeta potenzialmente avrebbe. Guerre, fame, morti, cambiamenti climatici sono le piaghe del nostro tempo, anche se non esclusivamente “nostro”.

Nel Somnium Scipionis di Cicerone, l’Africano rimprovera il nipote Emiliano di continuare a tenere fisso lo sguardo sulla Terra, dal momento che egli si trova nella Via Lattea e ha la possibilità di contemplare la complessa e gigantesca architettura dell’universo (cosmos) dove la Terra appare come un puntino insignificante.

Ecco, noi abitiamo un puntino insignificante dell’universo eppure ci sembra di essere dei giganti, abbiamo la presunzione di onnipotenza (la chiamiamo multitasking, in realtà), non accettiamo i nostri errori, anzi, li minimizziamo mentre siamo ben pronti a notare e a volte ingigantire quelli degli altri. Ci accomodiamo sul banco della pubblica accusa e guardiamo con sufficienza quello dell’imputato.

Eppure non siamo felici.

Seneca la chiamava displicentia sui, la scontentezza di sé. Dall’alto della sua autàrcheia, prendeva in giro chi passa il tempo a fare cose inutili senza mai raggiungere l’appagamento. Gli occupati non sono felici, solo il saggio sa esserlo perché ha piena coscienza della brevità della vita.

Quanto occupati siamo noi? Quante cose facciamo che davvero consideriamo appaganti? Personalmente ne faccio poche. Molti doveri, pochi piaceri.

Siamo schiacciati da mille incombenze, occupati come gli stolti senechiani abbiamo l’impressione di concludere troppo poco nell’arco di una giornata. Vorremmo dilatare il tempo, 24 ore non ci bastano. Ma quelle abbiamo e dobbiamo farcele bastare per fare tutto con ordine (sì, perché il disordine complica le cose e ci rende più occupati che saggi) ed essere felici godendo della bellezza della vita.

«Nihil minus occupati est quam vivere» (“Nulla è meno proprio di un affaccendato che vivere”), diceva Seneca. Aggiungo che fare troppe cose, nella maggior parte dei casi se non inutili quantomeno non così urgenti, crea disordine e insoddisfazione. Vivere con bellezza (cosmos) è preferibile al vivere e basta.

Prendendo in prestito un altro autorevole antico, cito l’imperatore Marco Aurelio (non a caso noto come imperatore filosofo): «Per mente tranquilla non intendo altro che una mente ordinata».

Ogni tanto prendo bonariamente in giro quegli studenti che tengono male libri e quaderni, perdono gli appunti presi su fogli volanti, non trovano mai quel che cercano dentro il caos dello zaino. Osservo che l’ordine (o il disordine) con cui tengono le loro cose riflette l’ordine mentale. Una mente ordinata è, dunque, anche tranquilla. Ordine e bellezza contro disordine e caos non sono concetti astratti ma si tramutano in concrete azioni che incidono non solo nell’esteriorità, quindi in ciò che facciamo, ma anche nell’interiorità.

Ecco, io credo che gli antichi abbiano molto da insegnarci. Ancora, dopo secoli e secoli, possiamo appropriarci dei loro insegnamenti, applicarli nella quotidianità e cercare se non proprio la felicità, almeno una vita tranquilla, nella mente e nel corpo.

Non diciamo più “E’ la vita, bellezza!” per indicare ciò cui non possiamo porre rimedio. Diciamo, invece, “La vita è bellezza!”. Cambiamo l’ordine delle parole e spostiamo una virgola, semplicemente, e dalle parole passiamo ai fatti.

Il mestiere mi ha insegnato che la cosa più difficile e improbabile è proprio cambiare. Eppure la ricerca della felicità non risiede nel conservare, ma nel coraggio di modificare il corso degli eventi. (Paolo Crepet, cit. da Impara ad essere felice)

P.S. Avevo scritto questo post per augurare a tutti BUON 2020. Non l’ho pubblicato subito e l’ho rimaneggiato più volte nel tentativo di renderlo più concreto affinché non apparisse come un insieme di “pensieri sparsi in libertà di una professoressa di materie umanistiche” o, come direbbe Petrarca, “rerum vulgarium fragmenta”… ecco, ci sono ricascata. Non c’è nulla da fare, il momento è così, molto disordine non solo attorno a me (libri e vestiti ovunque, sembra non ci sia più spazio per le mie cose in questa casa…) ma anche e soprattutto dentro di me.
Faticosamente sto cercando di trovare quell’ordine mentale che forse porterà la mia vita ad essere più bella. Cerco di lasciare il caos alle spalle, con molti buoni propositi per il nuovo anno.

Concludo con un consiglio di lettura, sempre tenendo conto degli insegnamenti ancora attuali che gli antichi ci hanno trasmesso. Si tratta di un libro godibilissimo scritto da una docente, Cristina Dall’Acqua, sulla lezione degli antichi: Una Spa per l’anima.

BUON ANNO E… BUON TEMPO A TUTTI!


Negli ultimi tempi – forse è meglio dire anni – ho l’impressione che il tempo non solo fugga, com’è giusto che sia, ma soprattutto mi sfugga, scivoli via dalle mie mani defraudandomi di quella prerogativa che dovrebbe essere garantita a ogni uomo e a ogni donna: l’essere padroni del proprio tempo.

La mia latitanza da questo e dagli altri blog è cosa nota, ormai, a chi mi segue. Non scrivo quasi più perché non ho stimoli, è vero, ma anche perché, perfezionista come sono, non riesco a buttare giù due righe, di corsa, tanto per dire “il mio blog sopravvive”. E così, accanto alla scarsa motivazione, c’è il problema del tempo.

Tempo che non ho perché il mio lavoro è diventato impossibile, con i tanti impegni che comporta a casa e a scuola. Non solo, ormai il mio lavoro mi prosciuga le energie, annienta la forza, e fisica e di volontà, sicché riesco a concedermi pochi piaceri al di là dei doveri: la passeggiata bi-trisettimanale è diventata una corsa veloce in centro il sabato pomeriggio ma non è nemmeno un lusso settimanale; il caffè con le amiche da appuntamento settimanale è diventato semestrale, se va bene; non sempre riesco a vedere il mio nipotino una volta per settimana, a volte ne passano due; vado a trovare i miei genitori sempre più di rado, con dei sensi di colpa che non vi dico.

Dicono che il tempo sia un dono. Purtroppo certe volte non riesco proprio a scartarlo questo dono, rimane là intrappolato nella scatola della vita, come i venti donati da Eolo a Odisseo. Vivo al di fuori di questa specie di scatola magica di cui non conosco la combinazione. Bastasse un apriti sesamo… ho l’impressione che siano rimasti solo i 40 ladroni a rubare il mio tempo.

Ho scoperto per caso la poesia di Elli Michler “Ti auguro tempo” e ho deciso di postarvi il video (ma se preferite potete leggerla con calma QUI) per augurarvi un buon 2019. So che il problema che affligge me è molto diffuso e spero che le parole della poetessa tedesca possa farvi riflettere come ha fatto riflettere me.

Eppure basterebbe tenere presente le parole del filosofo Seneca: “Nulla è di minore importanza per un uomo affaccendato che il vivere”.

A TUTTI RIVOLGO UN AFFETTUOSO AUGURIO DI UN

[GIF DA QUESTO SITO]

RAPA NUI: L’ISOLA DOVE È SEMPRE… PASQUA


Fin da piccola ero affascinata da quest’isola che probabilmente sarebbe rimasta ignota ai più se non fosse per quelle statue di pietra vulcanica che sembrano sorvegliare l’entroterra dal litorale, perlopiù dando le spalle all’oceano: i Moai. Solo sette hanno lo sguardo rivolto all’orizzonte blu dell’oceano Pacifico.

Alte tra i cinque e i dieci metri, abitano l’isola a decine. Una popolazione silenziosa e imperitura che forse ha il compito – o l’aveva quando questi particolari busti monolitici furono eretti – di contenere l’anima dei defunti che continuano a proteggere gli abitanti dei villaggi situati in riva all’oceano Pacifico. Le sette statue “controcorrente” probabilmente racchiudono gli spiriti dei guerrieri che Hotu_Matu’a, primo colonizzatore e ariki mau (“capo supremo” o “re”) dell’Isola di Pasqua nonché antenato dei Rapa Nui, aveva inviato a perlustrare il territorio.

I polinesiani giunsero la prima volta a Rapa Nui, che significa Grande Isola, tra il 300 e l’800. Sbarcarono sulla spiaggia di Anakena colonizzando l’isola e dividendosi in clan a seconda del figlio da cui discendevano. Per oltre 1000 anni vissero isolati sull’isola posta all’estremità sudorientale del triangolo polinesiano.
Leggende a parte, secondo alcuni studiosi in realtà l’isola non fu abitata prima del 1000-1200 e si presentava come un’immensa distesa verde, costituita perlopiù da foreste di palme. Il primo ad avvistarla fu presumibilmente il pirata Edward Davis, nel 1687. Non vi attraccò poiché non comprese che si trattasse di un’isola sperduta nel Pacifico ma ritenne di aver individuato la parte più meridionale del continente.

Quel che è certo è che questa terra fu battezzata con il nome “isola di Pasqua” nel XVIII secolo: infatti, l’olandese Jakob Roggeveen vi sbarcò la domenica di Pasqua del 1722. Dopo una lunga contesa tra olandesi e spagnoli per il predominio del Pacifico meridionale, Rapa Nui passò sotto la corona di Spagna. L’allora governatore spagnolo del Cile e viceré del Perù, Manuel de Amat y Junient ordinò a Don Felipe Gonzales de Haedo di annettere l’Isola di Pasqua ai territori spagnoli. Gonzales raggiunse l’isola nel novembre del 1770, la denominò San Carlos, cambiandone il nome, e fece erigere in segno della conquista varie croci su tutta l’isola. Negli anni a seguire però la corona spagnola, non trovando in quest’isola sperduta alcunché di interessante e proficuo, non inviò più altre spedizioni perdendo di fatto la sovranità su di essa.

La maggior parte delle informazioni su questo territorio le dobbiamo agli inglesi. James Cook sbarcò sull’Isola di Pasqua il 14 marzo 1774, vi rimase due giorni e si rese conto che quel breve periodo non sarebbe stato sufficiente per carpire tutti i segreti dell’isola. Tuttavia, la ritenne di scarso interesse e ripartì, annotando sul suo diario di bordo che solo poche isole in tutto il Pacifico erano più inospitali di questa.

Al seguito del capitano Cook, però, c’erano due naturalisti, Johann Reinhold Forster e suo figlio Reinhold. A loro si deve la maggior parte delle conoscenze che abbiamo sull’isola. Grazie al loro contributo fu elaborata una prima carta geografica che riportava i siti archeologici maggiori. Inoltre, in soli due giorni furono fatti più schizzi di Moai di quanti non ne siano stati fatti nei seguenti cinquant’anni, permettendo al pubblico europeo di ammirare per la prima volta nella storia tali opere in mostre appositamente predisposte in tutta Europa.

Oggi si sa che i Moai furono scolpiti nel cratere del vulcano più grande dei tre presenti sull’isola. Il trasporto dovette essere molto impegnativo e ingegnoso e di ciò si occuparono in tempi recenti Terry Hunt e Carl Lipo. Nel 2012 i due archeologi facevano parte di una spedizione organizzata dal National Geographic che ebbe il compito di svelare i misteri di queste statue presenti sull’Isola di Pasqua. Se ne contano circa un migliaio e, sebbene gli abitanti sostengano che i Moai camminassero spinti dagli spiriti dei defunti per raggiungere ognuno la propria destinazione, Hunt e Lipo scoprirono che i monoliti erano stati spostati grazie al lavoro di almeno 18 uomini per statua, con l’aiuto di corde. Probabilmente il trasporto avvenne per mezzo di grossi tronchi e forse per questo, quando Jakob Roggeveen vi sbarcò la domenica di Pasqua del 1722, l’isola si presentò ai suoi occhi quasi interamente disboscata.

Ora è meta di numerosi turisti che possono ammirare i Moai. Uno di essi li attende alle spalle dell’aeroporto e, con lo sguardo severo, sembra indicare la strada per un’avventura straordinaria attraverso altri misteri da risolvere.

[FONTI: wiki/Isola_di_Pasqua; storie.it; wiki/Hotu_Matu’a. Immagine sotto il titolo da questo sito; immagine aeroporto da questo sito; immagine geografica da questo sito]

P.S. Lo so, non è proprio un post pasquale ma mi piaceva proporre qualcosa di diverso con queste curiosità.

AUGURO A TUTTI 

IMMAGINE DA QUESTO SITO

BUON 2018…. CON UN PIATTO DI LENTICCHIE

Sono molte le tradizioni che accompagnano l’arrivo di ogni nuovo anno, soprattutto legate al cibo.

Gli spagnoli, ad esempio, a mezzanotte sono soliti mangiare dodici chicchi d’uva, uno per ogni rintocco. C’è anche un proverbio che recita: “Chi mangia l’uva per Capodanno conta i quattrini tutto l’anno”.

Anche la melagrana pare abbia effetti benefici e non solo per il suo contenuto di vitamine. Non è una novità visto che già nella mitologia greca il melograno era una pianta sacra a Giunone e a Venere. Tuttora simboleggia fertilità e ricchezza per i suoi gustosi “grani” rossi che in cucina possono essere impiegati in numerosi modi.

Le più famose, almeno da noi, sono le lenticchie. Ma il fatto che portino soldi, come generalmente si crede, non è una moderna invenzione. Infatti già gli antichi Romani avevano l’abitudine di regalare una borsa di cuoio chiamata “scarsella”, solitamente legata alla cintura, piena di lenticchie. L’augurio era che i legumi tondeggianti si trasformassero in monete. Questo spiegherebbe anche il nome della lenticchia che deriva dal latino lens, “lente”, ed è legato alla forma del legume che ricorda quella di una moneta.

Ora, le lenticchie possono piacere o meno ma il desiderio di avere qualche soldo in più nella “scarsella” credo accomuni un po’ tutti noi. Per questo AUGURO A TUTTI I LETTORI UN BUON 2018 se non ricco almeno fortunato e sereno.

[altre curiosità sui cibi portafortuna QUI; immagine da questo sito]

IL MIO PRIMO NATALE DA NONNA

Domani il mio nipotino compirà 3 mesi. Questo tempo è volato davvero in fretta e, purtroppo, gli impegni scolastici sempre più pressanti mi hanno impedito di vedere troppo spesso il mio piccolino. Ma ogni volta che riesco ad incontrarlo, è tutta una scoperta.

Nato abbastanza piccolo, ora ha raggiunto un peso più che ragguardevole. La sua faccina piccina piccina è diventata tondetta. Gli occhi, sempre più aperti perché le ore di sonno sono diminuite di giorno, sembrano essersi decisi a rimanere azzurri, come quelli della mamma e della nonna. Lo sguardo è vispo, si aggira curioso alla ricerca di cose nuove da scoprire, come ad esempio le collane della nonna. La boccuccia a forma di cuore ormai dispensa sorrisi a destra e a manca. I sorrisi poi diventano risate sonore e talvolta, da tanto ridere, gli viene il singhiozzo.

Non so descrivere bene il mio essere nonna. L’amore per i propri figli certamente non ha confini né limiti. Però, quando osservo il mio nipotino, credo di amarlo più di ogni altra persona al mondo. Probabilmente non è più amore, è amore diverso. Con i figli piccoli spesso si è in preda ai timori, si è vinte dalla stanchezza. Il fatto che io ora sia una nonna e non una mamma penso mi sgravi da tante responsabilità che nell’essere genitori possono rendere più complesso il rapporto con il proprio figlio.

Ricordo che ero talmente stanca da pregare che i miei bimbi dormissero il più possibile, per riposare ma anche per sbrigare le faccende domestiche che era sempre molto complicato portare a termine. Ora, quando vado a trovare il mio nipotino, spero che non dorma ma se succede, leggo nello sguardo della sua mammina quella preghiera silenziosa – “Ti prego, non lo svegliare!” – che mi fa tornare indietro nel tempo e capisco che, se non riesco a vedere gli occhietti azzurri del mio piccolino, pazienza, lascio che dorma beato (anche nel sonno sorride!) e lo contemplo come se fosse il quadro migliore dell’artista più celebre.

E’ il bambino più bello del mondo. Ogni bimbo lo è, a modo suo, e d’altronde se ogni scarrafone è bell’ a mamma soja…. figuriamoci a nonna soja!

Domani, però, si festeggia la nascita di un altro Bambino ed è giusto che la nonna si metta da parte e che auguri a tutti un Felice Natale e buone feste.

Vi lascio con una poesia molto bella di Umberto Saba, mio concittadino illustre.

A GESU’ BAMBINO
La notte è scesa
e brilla la cometa
che ha segnato il cammino.
Sono davanti a Te, Santo Bambino!
Tu, Re dell’universo,
ci hai insegnato
che tutte le creature sono uguali,
che le distingue solo la bontà,
tesoro immenso,
dato al povero e al ricco.
Gesù, fa’ ch’io sia buono,
che in cuore non abbia che dolcezza.
Fa’ che il tuo dono
s’accresca in me ogni giorno
e intorno lo diffonda,
nel Tuo nome.

[immagine da questo sito]

8 MARZO: PERCHÉ LA MIMOSA?


Odio la Festa della donna – l’ho già detto – e anche la mimosa non mi piace particolarmente. Però sono curiosa e mi sono documentata sulla tradizione secondo la quale l’8 marzo si è soliti regalare alle donne un mazzetto di mimose.

La Giornata internazionale della donna, che si celebra appunto l’8 marzo, ha lo scopo di ricordare sia le conquiste sociali, politiche ed economiche, sia le discriminazioni e le violenze di cui le donne sono state e sono ancora oggetto in quasi tutte le parti del mondo. Questa celebrazione ha avuto origine negli Stati Uniti a partire dal 1909, mentre in Europa bisognerà attendere il 1911: in Germania, con la settimana di agitazioni femminili, si inizierà a considerare l’8 marzo come giorno ufficiale dedicato alla donna.

Per quanto riguarda l’Italia, bisogna attendere il 1922 per vedere la prima manifestazione e solo nel 1945 venne adottato l’8 marzo come data ufficiale. Ma per avere una celebrazione a livello mondiale questa festa si dovrà arrivare al 1977, anno in cui l’Assemblea generale delle Nazioni Unite adottò una risoluzione sancendo l’8 marzo come “giornata delle nazioni Unite per i diritti delle donna e la pace internazionale”.

Ma perché proprio la mimosa fu scelta come fiore simbolo di questa giornata?

Secondo alcuni tale pianta fioriva nel cortile dell’industria tessile “Cotton” di New York, in cui l’8 marzo 1908 morirono 129 operaie. Un incendio sarebbe divampato nei locali dell’industria tessile: si dice che il proprietario della fabbrica, un certo Mr Johnson, avesse bloccato tutte le porte per impedire di uscire alle operaie, che avevano protestato contro i turni lavorativi massacranti.
In realtà pare che non ci fosse alcuna pianta di mimosa all’esterno dell’edificio e che anche l’incendio, che realmente scoppiò, non si fosse verificato in quella data.

Tale fiore fu scelto come simbolo della Giornata Internazionale della Donna nel 1946 dall’U.D.I (Unione Donne Italiane) principalmente perché ha una fioritura precoce e, pur essendo originaria dell’Australia – più precisamente della Tasmania -, già 200 anni fa in Europa ha trovato il clima ideale per crescere e svilupparsi. Cresce spontaneamente anche in molte parti d’Italia, è economica e, con il suo colore giallo paglierino, ha il potere di smorzare il grigiore dell’inverno portando l’allegria della primavera anticipando l’arrivo della stagione.

La mimosa ha anche un significato simbolico: secondo gli Indiani d’America, infatti, i fiori della mimosa significano forza e femminilità. Essi erano soliti regalare un mazzetto di mimose quando decidevano di dichiarare il loro amore alla ragazza prescelta.

Gli Aborigeni australiani attribuivano alle mimose proprietà curative e pare che in alcune tribù la mimosa fosse l’ingrediente principale di uno speciale decotto contro diarrea, malattie veneree, nausea e disturbi nervosi.

L’essenza floreale di mimosa è indicata per persone timide, introverse, chiuse in sé stesse. Facilita l’apertura verso gli altri e verso il mondo, pertanto è consigliabile nei periodi di depressione, sconforto, solitudine e senso di abbandono. Questa qualità sarebbe confermata, in un certo senso, anche dall’etimologia. Sebbene non ci sia una visione unanime, per alcuni deriva dal latino mimus (mimo) o da mimesis (imitazione) poiché alcune specie, quando si contraggono, sembrano interpretare con la stessa intensità le smorfie dei mimi quando simulano il sentimento della vergogna.

La tesi più credibile, tuttavia, farebbe derivare la parola mimosa da una radice spagnola: in questa lingua mimar significa “accarezzare” e, infatti, questo fiore dà proprio l’idea di una carezza e, in un certo senso, si collega perfettamente alla sensibilità tipica dell’universo femminile.

E allora, donne, facciamoci accarezzare dalla mimosa. Quanto alla festa, preferirei pensare che ogni giornata sia buona per ricevere una carezza da chi ci vuole bene.

[fonti: realizzazionegiardini.org, leitv.it, meteoweb.eu, siciliafan.it da cui è tratta anche l’immagine]

E PERCHE’ NON DOVREI FARE GLI AUGURI A VENDOLA? SE LI MERITA DOPPI

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Fa discutere, sul web, la notizia della “paternità” di Nichi Vendola. Ieri, infatti, è nato “suo” figlio: Tobia Antonio. Il lieto evento è accaduto in Canada dove per legge la maternità surrogata è permessa. La “madre” (unica genitrice che non meriterebbe virgolette, perché in fondo l’ha partorito, in realtà le merita in quanto gli ovociti non erano i suoi) è una donna californiana che è stata pagata (135mila euro) per mettere al mondo il piccolo. Il padre biologico (senza virgolette perché lo è e sempre lo sarà) è il compagno canadese di Vendola, Ed Testa.

Onestamente non capisco gli insulti. Le “famiglie arcobaleno” non vi piacciono? Fatevene una ragione perché, dopo l’iniqua legge sulle unioni gay, nessuno le fermerà. Pretenderanno e otterranno di più.

E’ una questione di scelte e quelle vanno rispettate. Che un bambino abbia due papà o due mamme (in realtà avrà sempre un papà e una mamma e questo è il reale paradosso) non sconvolge la nostra vita, non la ostacola, non procura menomazioni di sorta alle famiglie tradizionali.

L’unica cosa che a me personalmente fa orrore è la maternità surrogata. Tuttavia, dato che in Canada è legale e considerato che anche questa è una scelta che va rispettata se non ostacola le scelte altrui, non vedo perché insultare il “povero” Vendola.

Ogni bimbo che nasce è una benedizione. E ogni genitore che diventa tale (in modo più o meno ortodosso) merita gli auguri.

Io a Vendola voglio farli doppi: non ha la più pallida idea di cosa significhi allevare una creaturina, farla crescere, accudirla, nutrirla. I padri moderni sono un valido aiuto per le mamme. Ma vi immaginate due uomini alle prese con un neonato? E poi potete immaginare quanto sarà difficile spiegare a Tobia Antonio che una mamma ce l’ha, anzi due, una che l’ha portato in grembo e un’altra che ha donato gli ovociti, ma che non farà mai parte della sua vita perché pagata per metterlo al mondo e consegnarlo alla felice coppia di papà e papà? E riuscite a immaginare quando Vendola dovrà spiegare che con il “figlio” non ha nemmeno un legame di sangue? E se poi la coppia scoppiasse? L’unico genitore biologico in fondo è Ed…

Insomma, a me pare che Vendola se li meriti tutti gli auguri. Anche doppi.

[immagine da questo sito]