24 agosto 2016

RICREAZIONE

Posted in adolescenti, attualità, famiglia, figli, legalità, Legge, scuola, società, web tagged , , , , , , , , , , , , , , a 11:16 am di marisamoles

Fumare-spinelli
Sono un’insegnante di Lettere e per me le parole hanno un significato ben preciso. L’etimologia, inoltre, aiuta a comprendere meglio ciò che un termine “vuol dire”. Non è un caso se si utilizza il verbo “volere”: non siamo noi a dover piegare una parola alla nostra volontà, facendo in modo che un termine significhi “altro” rispetto alla sua etimologia. Tutt’al più, si può dare a una parola una connotazione diversa, a seconda del contesto, ma non si deve stravolgerne il significato.

Fatta questa premessa, la parola su cui vorrei soffermarmi oggi è “ricreazione”. Il sostantivo, stando all’etimologia, ha la stessa radice del verbo “creare” con l’aggiunta del prefisso iterativo “ri”. Il verbo latino recreare (re+creare) significava qualcosa di simile a “ristorare fisicamente e moralmente”.

Trasferita nell’ambito scolastico per indicare il cosiddetto “intervallo” tra le ore di lezione, “ricreazione” ha il significato di “pausa dallo studio” (ma si può interpretare, più genericamente, anche come “pausa dal lavoro”): durante la ricreazione, dunque, lo studente si ricrea, si “ristora fisicamente e moralmente”, nel senso che si sgranchisce le gambe (con una passeggiata su e giù per il corridoio o in giardino, se c’è) dopo un lungo periodo passato seduto al banco, si rifocilla mangiando qualcosa e si “rigenera”, distraendo per un po’ la mente dalle fatiche di una mattinata scolastica.
Poi c’è anche qualcuno che durante la ricreazione ripassa per un’interrogazione o esegue frettolosamente dei compiti non svolti. Non si ricrea, ma sono fatti suoi.

Poi c’è anche chi trova sinonimi poco appropriati e molto fantasiosi, cercando comunque di dare un senso alle parole. Ricordo un mio allievo di 30 anni fa (insegnavo alle medie) che, arrivato in ritardo in classe dopo l’intervallo, alla mia richiesta di spiegazioni, rispose candidamente: “Sono andato a riprodurmi”. Lascio immaginare lo sgomento provato, facilmente intuibile dalla mia faccia, al ché il ragazzino si premurò a spiegare: “Ho fatto ricreazione, no? Ricrearsi non è sinonimo di riprodursi?”.
Lezione fuori programma sui sinonimi.

Dicevo, dunque, che la parola “ricreazione” ha un suo significato e, anche se trasferita in un contesto diverso rispetto a quello scolastico in cui è maggiormente utilizzata, non può essere stravolta nel suo significato originario.

Perché mi sono prodigata in questa lezioncina sul lessico italiano, di cui forse non avevate bisogno? Lo spiego subito.

C’è una proposta di Legge che sta per approdare in Parlamento, concernente la legalizzazione della cannabis. Non mi dilungo sulla questione e vi invito a leggere questo articolo.

I cannabinoidi sono definiti “droghe leggere” (perlopiù hashish e marijuana) e per questo, erroneamente, si pensa che non facciano male rispetto alle cosiddette droghe pesanti (cocaina, crack, ecstasy…). La legalizzazione, secondo i promotori del DDL, sarebbe un modo per combattere la criminalità organizzata (ma quel tipo di criminalità dello spaccio di cannabinoidi si fa un baffo!) e per tener lontani i più giovani dagli ambienti malavitosi dediti allo spaccio (che con la legge sarebbe comunque vietato… ciò vuol dire che, con ogni probabilità continuerebbe ad esistere).

Ora, io non entro nel merito della questione “legale” ma vorrei soffermarmi a riflettere sui danni che le cosiddette droghe leggere causano, in particolar modo sui più giovani.

Parto dalla dichiarazione fatta dal ministro della Salute Lorenzin in questa intervista per il Corriere. Da madre, fa sapere il ministro (è donna ma mi rifiuto di usare il femminile “ministra” che trovo orrendo!), non approva la legalizzazione della cannabis perché troppi ragazzini sono abituali consumatori e la legge, che comunque porrebbe il divieto di vendita della droga ai minorenni, non cambierebbe nulla per loro dato che dovrebbero comunque continuare a rifornirsi illegalmente.

Da titolare del dicastero della Salute, Beatrice Lorenzin, si dichiara contraria perché le droghe, anche se leggere, fanno male e creano dipendenza. Se il suo ruolo le impone di salvaguardare la salute della popolazione, mi sembra coerente.

Io appoggio in toto la posizione del ministro. Purtroppo, però, avendo espresso questo parere su Twitter, sono stata sommersa da tweet in risposta, da parte di sostenitori della legalizzazione dei cannabinoidi, insultata, trattata come una demente e, soprattutto, derisa anche nella mia veste di educatrice. Sì, perché secondo questo branco di drogati – non saprei in quale altro modo definirli – avrei sparato un sacco di cazzate portando la mia esperienza di docente che si occupa anche di Ed. alla Salute e che ha avuto, in passato, esperienze con ragazzini fumatori abituali di hashish e, di conseguenza, ha avuto contatti con il Sert (Servizi per le Tossicodipendenze) della città in cui vive.

In buona sintesi, ho detto che la cannabis fa male, anche quando si tratta di utilizzo non abituale (una canna, per dire, equivale a 20 sigarette fumate in colpo solo), comporta seri problemi al sistema neurologico, specie nei più giovani, e danni permanenti. Non solo, i ragazzini consumatori abituali di cannabis, diventano aggressivi, sono soggetti a sbalzi di umore, hanno seri problemi a concentrarsi e per questo spessissimo vanno male a scuola.
I minorenni, poi, sono inviati al Sert (che non si occupa solo di dipendenze gravi e gravissime ma di tutte le dipendenze, anche da alcol e fumo!) per fare un percorso di riabilitazione, anche con le proprie famiglie, le quali possono partecipare ai gruppi di autoaiuto. Tutto ciò non può essere coercitivo, ovviamente, ma è un dato di fatto che se il Sert si occupa anche di fumatori abituali di canne è perché pure marijuana e hashish provocano dipendenza. Non solo, molte volte per curiosità questi ragazzini provano anche altre droghe (acidi, crack, ectasy) decisamente più pesanti, aggravando la loro dipendenza.

Questa è la situazione, ma sembra che dicendo ciò io abbia straparlato. In fondo, una canna non ha mai fatto male a nessuno, no? Chi è che non ha mai provato a fumare uno spinello? Quante volte l’abbiamo sentito dire?

Ora, io fumo da quand’ero ragazzina e per questo mi batto tre volte il petto recitando il mea culpa. Ma mai, lo giuro, ho fumato marijuana o simili. Ne avrei avuto la possibilità, ma non l’ho fatto.
A 13 anni, quando frequentavo la terza media, giravo per la città in compagnia della sorella di un mio compagno di classe, più “vecchia” di me di qualche anno, tappezzando i muri con degli adesivi che portavano la scritta “No drugs” (anche quelli con su scritto “No aborto” ma questa è un’altra storia..). Ne capivo poco, non fumavo nemmeno le sigarette allora ma avevo già le idee chiare. Non ero stata plagiata, per essere chiari, e sono sempre stata coerente con questa mia forse inconsapevole, a quei tempi, presa di posizione.

A questo punto, molti dei lettori (quelli che hanno avuto la pazienza di arrivare fino a qui… mi scuso se il post si sta allungando e vi posso garantire che sto stringendo al massimo) si staranno chiedendo che cosa c’entri il titolo e la lunga premessa sulla parola “ricreazione”. Ora ve lo dico.

Nella proposta di legge, oltre alla legalizzazione delle sostanze di cui sopra, attraverso la libera vendita (su cui ovviamente, con il monopolio, lo Stato ci guadagnerebbe!), si rende possibile la detenzione di una piccola quantità di cannabis (5 grammi all’esterno innalzabili a 15 grammi da tenere in casa) e sarà lecito il possesso di quelle quantità per uso ricreativo, senza dover richiedere alcuna autorizzazione o comunicazione.

Ecco, è proprio il riferimento all’aggettivo “ricreativo” che non comprendo: secondo quanto esposto sopra, non trovo nulla che nell’utilizzo della cannabis possa portare a “ristorare fisicamente e moralmente” chi si fa le canne. Anzi, è vero il contrario.

[immagine da questo sito]

AGGIORNAMENTO DEL POST – 25 AGOSTO 2016

Come previsto, è arrivato un commento (che ho deciso di non pubblicare in quanto l’e-mail di riferimento è risultata fasulla) in cui mi si offende e tratta da ignorante e incompetente. Il lettore, il quale asserisce di essere capitato qui per caso (figuratevi se ci credo!), mi accusa di “parlare di cose che non conosco” e di aver scritto “un articolo che si fonda su presupposti privi di veridicità”. Naturalmente, il tutto senza fornire uno straccio di prova del contrario.
Il “Lettore per caso” ha poi dichiarato l’intenzione di inserire “subito il blog nella lista di blocco dei domini che google non mi dovrà mai più mostrare in nessuna ricerca”. Ma sai quanto mi interessa!

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12 agosto 2016

LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDÌ: ALLE OLIMPIADI DI RIO SI LOTTA ANCHE CONTRO GLI SPRECHI ALIMENTARI

Posted in attualità, La buona notizia del venerdì, salute, sport tagged , , , , , , , , , , , , a 2:18 pm di marisamoles

refettorio_bot
Il questo periodo, com’è giusto che sia, tutti gli occhi sono puntati sugli atleti che stanno gareggiando per una medaglia alle Olimpiadi di Rio de Janeiro. Ma le buone notizie non sono solo quelle che riguardano la gara e il medagliere che ciascun Paese vuole ricco di metalli preziosi, meglio se d’oro. C’è una buona notizia che riguarda la lotta agli sprechi alimentari grazie a un progetto che fa capo a un noto chef italiano: Massimo Bottura.

Il progetto in questione si chiama “Refetto-Rio” ed è sostenuto, oltre a Bottura che ne è il promotore nonché fondatore dell’organizzazione no-profit Food for Soul, anche dal ministero delle Politiche agricole e dal sindaco di Rio de Janeiro, con la collaborazione di David Hertz, chef e fondatore di Gastromotiva, un’altra organizzazione no-profit sensibile nei confronti del consumo consapevole del cibo.

Grazie a “Refetto-Rio” il cibo in surplus del villaggio olimpico di Rio de Janeiro verrà recuperato e trasformato in pasti gratuiti per i più bisognosi. L’obiettivo è di sfamare 108 persone a sera, offrendo loro un pasto preparato con gli scarti. In questo modo si stima che per tutta la durata dei Giochi Olimpici saranno distribuiti 19mila pasti ai poveri, recuperando 12 tonnellate di eccedenze alimentari.
Ma l’attività della mensa proseguirà dopo le Olimpiadi, anche a pranzo: chi sceglierà di fermarsi potrà lasciare un’offerta, pagando un pasto per il servizio serale, che continuerà a essere gratuito. Una specie di “cena sospesa”, insomma, sulla falsariga del “caffè sospeso” o della “pizza sospesa” che ormai costituiscono una buona abitudine in molte città italiane.

Il progetto prevede, inoltre, dei corsi di cucina e sulla nutrizione a beneficio delle persone in difficoltà e dei giovani, grazie all’impegno volontario di decine di chef provenienti da tutto il mondo.

Bottura non è nuovo a questo tipo di iniziative: la struttura brasiliana, inaugurata lo scorso 9 agosto, farà tesoro di una precedente esperienza, quella del Refettorio Ambrosiano, lanciata durante Expo Milano 2015. Secondo il capo del Mipaaf (Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali), Maurizio Martina, «quella di Milano è stata una best practice, replicabile in altri Paesi, che ora ha come seconda tappa le Olimpiadi in Brasile».

Il progetto, infatti, non si esaurirà nel villaggio olimpico brasiliano, ma arriverà anche in altre grandi città, come New York, allo scopo di sensibilizzare tutti contro lo spreco alimentare che è in palese contraddizione con la mancanza di cibo di cui soffrono 795 milioni di persone nel mondo.
La Fao stima 1,3 miliardi di tonnellate di cibo gettate ogni anno per un valore complessivo di 750 miliardi, 12 miliardi solo in Italia. Ridurre questo paradosso rientra anche tra gli obiettivi di sviluppo sostenibile 2030 delle Nazioni Unite.

LE MIE ALTRE BUONE NOTIZIE

LEGGI ANCHE L’angelo della scogliera di Laurin42

[LINK della fonte; immagine da questo sito, da cui è stata tratta anche qualche informazione aggiuntiva]

11 agosto 2016

UNA BIONDA SEMPRE DISPONIBILE… MEGLIO SE GHIACCIATA: LA BIRRA

Posted in attualità, cultura, pubblicità, storia tagged , , , , , , , , a 12:08 pm di marisamoles

peroniA metà degli anni Sessanta un famosissimo spot rilanciava il consumo della birra, che come vedremo affonda le sue radici nell’antichità, grazie alla sensualità, non volgare ma molto accattivante, di una modella bionda (negli anni seguenti sostituita da altre bellezze nordiche) che rivolgeva agli spettatori un ammicante invito: “Chiamami Peroni, sarò la tua birra”.

Tutt’oggi la birra è una delle bevande più apprezzate – dai giovani forse un po’ troppo, dato che all’alcol si avvicinano precocemente proprio grazie alla bevanda spumeggiante -, tanto che anche i monaci benedettini di Norcia hanno fondato un birrificio per contrastare la crisi.

monaciUt laetificet cor. Dio ha dato il pane all’uomo per rinforzare il cuore e il vino per allietarlo. Il salmo 103 recita più o meno così. «Solo che noi al posto del vino preferiamo la birra». Frate Agostino Wilmeth, 23enne originario del South Carolina, è uno dei monaci benedettini di Norcia e così spiega la nascita del birrificio di cui è il manager. Birra Nursia è nata nel 2012 da un’idea di alcuni frati che, per sostenere le spese dell’abbazia, hanno pensato di far rientrare in quel labora della regola di San Benedetto anche la lavorazione di malto e luppolo. (QUI potete leggere un reportage completo).

Un ritorno al passato se consideriamo che nel Medioevo proprio ai monaci fu affidato il compito di preservare dall’oblio l’arte di fare birra. Esattamente come negli scriptoria gli zelanti amanuensi vestiti con l’umile saio copiavano diligentemente e con notevole arte i manoscritti dell’epoca classica.

monaci-birraFurono proprio i monaci ad introdurre precise regole igieniche e tecnologiche: il luppolo è usato come aromatizzante per la prima volta al posto di tante spezie, piante officinali e bacche.
Ma le origini della birra ci riportano nella fertile Mesopotamia, una delle terre della cosiddetta mezzaluna, dove 4500 anni fa si coltivava l’orzo, il cereale dalla cui fermentazione si ricava la bevanda bionda.

Probabilmente la sua nascita è dovuta all’abitudine di conservare i cereali nell’acqua, un ambiente favorevole per innescare i processi di maltazione e poi di fermentazione. Presso i Sumeri, ogni persona, in base al censo, aveva diritto giornalmente ad una certa quantità e qualità di birra: dai due litri di birra chiara per gli operai ai cinque litri di birra pregiata per i governatori.

I Babilonesi ne conoscevano almeno venti varietà e, fedeli al detto occhio per occhio…, punivano chi annacquava la birra destinata alla vendita con l’annegamento del colpevole nella bevanda stessa.
In breve, l’arte del produrre la birra raggiunse gli Egizi che a loro volta la fecero conoscere ai Greci, agli Ebrei, agli Etruschi e ai Celti, mentre i Romani, che pur la conoscevano (personaggi illustri come Cesare, Augusto e Nerone ne appezzarono le qualità) preferivano il vino considerato bevanda più “civile”.

birra spot inglese

Nel XIII secolo Suor Hilgedard von Bingen, botanica dell’Abbazia di St. Rupert in Germania, scoprì che il luppolo aveva anche proprietà conservanti, oltre al fatto che donasse alla bevanda il tipico aroma. Sempre in Germania nacque la figura del mastro birraio, assieme alle scuole di formazione di questa figura professionale, ma furono soprattutto gli Inglesi ad apprezzarne l’aroma e a diffonderne il consumo, tanto che già nel 1300 in Inghilterra i tipici pub proliferavano, non senza pagarne le conseguenze: i governanti, infatti, ben presto imposero le tasse sulla birra. Nello stesso tempo la sua diffusione fu incoraggiata per questioni igieniche, dato che per ottenere la birra l’acqua doveva essere bollita e quindi era sterilizzata.
Va detto che gli inglesi si opposero a lungo al luppolo come aromatizzante canonico della birra. Da qui nasce la distinzione tra la tradizionale “ale” e la “beer” contenente il luppolo.
Nel XVI secolo vennero emanati editti sulla produzione della tipica bevanda, tra cui il famoso “editto sulla purezza” del 1516 che codifica in modo definitivo gli ingredienti della birra: malto d’orzo, luppolo ed acqua.

In Italia la birra, chiamata “cervogia” (parola facilmente accostabile, a livello fonetico, allo spagnolo cerveza che deve la sua origine al nome romano della dea Ceres la quale a sua volta “regala” la radice alla parola “cereale”) continuò ad essere apprezzata ad ogni livello sociale durante la dominazione longobarda. Nel Basso Medioevo il consumo crebbe soprattutto nel nord Italia tra le classi abbienti, ma era appannaggio quasi esclusivo degli uomini, poiché per le donne l’assunzione poteva avvenire solo sotto controllo medico. Si trattava, tuttavia, sempre di un prodotto di importazione, dato che sul territorio nazionale ancora non se ne produceva.

Nel nostro Paese la prima fabbrica di birra fu aperta nel 1789 a Nizza (allora territorio piemontese) da Giovanni Baldassarre Ketter. Un secolo dopo le fabbriche erano già 140 (tutte dislocate nel nord Italia) per una produzione pari a 161.000 hl; nel 1910 la produzione è quasi quadruplicata (598.000 hl).

Still life with a keg of beer and hops.

Still life with a keg of beer and hops.

La birra prodotta fino al secolo scorso era sempre ottenuta mediante la fermentazione alta, ma nell’Ottocento, grazie anche agli studi di E.C. Hansen che isolò il saccharomyces carlsbergensis, oggi il lievito più usato per far fermentare il malto, fu possibile l’introduzione della bassa fermentazione. Di seguito, l’utilizzo dell’impianto frigorifero nella produzione permise di produrre birra secondo il metodo lager (che richiede temperature di 4-10 °C) anche nella stagione estiva, procedimento tutt’oggi largamente usato. A ciò si aggiunge la scoperta della pastorizzazione, grazie agli studi di Louis Pasteur (Étude sûr la bière, 1876) da cui prende il nome, che permette l’eliminazione dei microrganismi oggi indispensabile nella preparazione delle bevande.

dreherNel primo dopoguerra assistiamo al consolidamento di quelle aziende che diventeranno poi protagoniste del mercato italiano come la Wuhrer di Brescia, la Dreher di Trieste, la Peroni, la Moretti di Udine e molte altre industrie che hanno modo di espandersi grazie all’aumento del consumo della bevanda prodotta: già 3,5 litri a testa nel 1925.
La concorrenza sul mercato vinicolo spinge, quindi, i produttori di vino a far approvare varie leggi per contrastare il consumo di birra: la legge Marescalchi del 1927 impone l’utilizzo del 15% di riso, a scapito della qualità; viene introdotto, inoltre, un dazio straordinario di 40 lire per ettolitro e la birra può essere venduta solamente al dettaglio in bar, birrerie e trattorie. In molti comuni il dazio è indicato con l’applicazione di una fascetta sul collo di ogni bottiglia causando perdita di tempo e intralcio ai commercianti.

L’aumento del prezzo, associato anche al secondo periodo bellico che interessa il Novecento, fa diminuire notevolmente il consumo di birra, provocando la crisi di molte industrie. Nel dopoguerra il consumo torna nuovamente a salire e nel 1950 si raggiungono i livelli produttivi del 1925 (1.550.000 hl). Per tutti gli anni Cinquanta comunque la birra è considerata una bevanda dissetante al pari di aranciate e gassose e viene consumata prevalentemente nella stagione estiva. Con gli anni Sessanta, infine, la bevanda color oro s’impone definitivamente tra gli usi alimentari degli italiani. Ecco perché proprio in quel periodo la pubblicità della Peroni furoreggia, donando alla famosa bevanda gialla le fattezze di una bionda mozzafiato, sempre disponibile… meglio se ghiacciata.

[immagine monaco e boccali di birra da questo sito; foto monaci dal sito birranursia.it; immagine Dreher da questo sito; immagine spot inglese da questo sito]

15 luglio 2016

ALLONS ENFANTS

Posted in attualità, cronaca tagged , , , , , , a 7:04 pm di marisamoles

je suis
7 gennaio 2015: assalto al settimanale satirico Charlie Hebdo, a Parigi, da parte dei fratelli Chérif e Saïd Kouach. 12 morti

9 gennaio 2015: un altro terrorista e amico dei Kouachi, Amedy Coulibaly, uccide una poliziotta a Montrouge e poi si barrica in un supermercato kasher. 5 morti

13 novembre 2015: sei attentati compiuti, da parte di almeno dieci terroristi, a Parigi contro bar, ristoranti, il teatro Bataclan e lo stadio di Saint-Denis: 130 morti

14 luglio 2016: a Nizza un camion, guidato da un francotunisino, piomba sulla folla che passeggia sul lungomare, la Promenade des Anglais, in occasione dei festeggiamenti per l’anniversario della presa della Bastiglia. 84 morti (bilancio ancora provvisorio, un centinaio i feriti)

Quelli che abbiamo sempre chiamato cugini (dall’usanza diffusa, in epoca medioevale, di assegnare ai signorotti italiani il titolo di cugino del Re di Francia), ora sono nostri FRATELLI.

Nous sommes tous Français, aujourd’hui

C’è ancora del sangue sulla vostra bandiera, come secoli fa. L’étendard sanglant est levé!

Dovete ancora combattere per difendere la libertà, in nome di una fratellanza che unisce i popoli.

Mais ces despotes sanguinaires,
[…]
Tous ces tigres qui, sans pitié,
Déchirent le sein de leur mère!

Aux armes, citoyens …

E che le armi non siano bombe o proiettili. Perché se loro sono incivili, voi non potete mettervi sullo stesso piano.

Liberté, Liberté chérie,
Combats avec tes défenseurs
!

[immagine da twitter.com]

12 luglio 2016

BREXIT: E COSÌ MAY, NON MAMMA, SARÀ PREMIER

Posted in attualità, donne, figli, politica tagged , , , , , , , , a 8:46 am di marisamoles

Theresa-May
La nuova leader dei Tory e prossimo primo ministro della Gran Bretagna, seconda donna dopo Margaret Thatcher ma prima dell’era Brexit, ha un nome e cognome: Theresa May. Così, questa cinquantanovenne dal carrè brizzolato, l’ha spuntata sulla rivale Andrea Leadsom che, rivolta a May, aveva affermato di essere più adatta al ruolo di premier perché mamma.

Queste, secondo quanto riportato dalla stampa internazionale, le parole della sconfitta: «Io sento che se sei mamma hai davvero a cuore il futuro della tua Nazione» e, facendo riferimento alla rivale, «può darsi che lei abbia molti nipoti, ma io ho figli che avranno figli i quali avranno parte in ciò che accadrà dopo».

Leggendo queste dichiarazioni mi è tornato in mente un vecchio post, Mamma è meglio, in cui facevo riferimento al libro La maternità è un master (edizioni Bur) scritto a quattro mani da Riccarda Zezza e Andrea Vitullo, i quali sostengono che la maternità renda più forte la donna, l’aiuti nel problem solving quotidiano, trasferendo poi determinate abilità anche nel mondo del lavoro.

andrew-leadsomMa anche ipotesi che ci sia un fondo di verità, riconoscendo alle madri (non tutte!) una marcia in più, mi stupisco della scarsa delicatezza della Leadsom nel tirar fuori una vecchia storia, parecchio dolorosa, che a quanto pare era riemersa anche durante la corsa alla candidatura per la successione a Cameron. May, infatti, aveva parlato della sua mancata maternità non come scelta, per dedicarsi anima e corpo alla politica, ma come un caso che le aveva procurato molta sofferenza.

Ad ogni modo, già quando frequentava l’università ad Oxford, Theresa May aveva confidato ai compagni il suo sogno: diventare la prima donna primo ministro. Sarà seconda, dopo Margaret Thatcher, ma che importa?

Questa donna dal cognome primaverile, “non madre per caso”, si prepara ad affrontare un’estate rovente (non certo per il clima) di una Gran Bretagna che ha detto no all’Europa. Lei ha comunque raggiunto il suo obiettivo mentre alla perfida Andrea non resta che prepararsi a fare la nonna.

[fonte notizia Corriere.it; immagini da QUI e QUI]

21 marzo 2016

NEL GIORNO DEDICATO ALLA POESIA IL CAFFÈ SI PAGA … IN VERSI

Posted in attualità, cultura, Milano, poesia, web tagged , , , , , , , a 2:13 pm di marisamoles

POESIA
Il 21 marzo è il primo giorno di primavera ma si celebra anche la Giornata Mondiale della Poesia.

Molte sono, in Italia, le iniziative legate a questa giornata. Ad esempio, si può pagare un espresso con i versi… naturalmente scritti di proprio pugno. Un’iniziativa che non è nuova ma quella del caffè viennese Julius Meinl è davvero speciale.

Il 21 marzo, infatti, nelle 1.300 caffetterie in cui è presente il caffè viennese Julius Meinl, in ben 30 Paesi in tutto il mondo, ha deciso di offrirne uno a chiunque abbia voglia di lasciare il proprio componimento scritto su un foglio di carta. Lo scopo è quello di diffondere un po’ di felicità.

A Milano, con tutte le poesie scritte verrà creata un’installazione che sarà posizionata in un quartiere romantico della città. L’esatta ubicazione per il momento è top secret.

L’iniziativa si chiama «Pay with a Poem», e l’hashtag della giornata è #poetryforchange, poesia per il cambiamento. Come osserva il poeta torinese Guido Catalano, che festeggerà la Giornata Mondiale della Poesia con un incontro (dalle 11 alle 15) alla pasticceria Bagalà in piazza Diaz a Milano, «Non solo la poesia rende migliore le nostre vite ma anche le nostre vite possono rendere migliore la poesia. Dunque viviamo il più possibile e, se possibile, leggiamone parecchia».

Visto che il mio blog è frequentato da veri talenti in ambito poetico, invito chi ne ha voglia a lasciare i suoi versi nello spazio commenti. Sarò lieta di offrire loro (ma anche a tutti i lettori che passeranno di qua) un buon caffè. 😉

caffè cuore

[notizia da VanityFair; immagine sotto il titolo da questo sito; immagine tazzina da questo sito]

14 febbraio 2016

SANREMO, IRENE E I FIGLI DI

Posted in attualità, canzoni, Festival di Sanremo, figli, Maria De Filippi, spettacolo, talenti, televisione, Valerio Scanu tagged , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , a 11:09 am di marisamoles

Irene

Calato, finalmente, il sipario sul 66° Festival della Canzone Italiana, cerchiamo di voltare pagina ma non ci riusciamo. Sanremo ci perseguiterà ancora per tutta la domenica, almeno, dato che i vari contenitori del pomeriggio di Mamma Rai saranno trasmessi dall’Ariston, e per le settimane a venire.

Questo è stato il festival dei troppo, secondo me: troppe puntate, troppo lunghe, troppe canzoni, troppi ospiti, troppi valletti (la sola Virginia Raffaele, con la sua poliedricità, poteva bastare), troppi vestiti…
Un merito a questo festival comunque non possiamo negarlo: l’aver distolto l’attenzione del pubblico dai fannulloni comunali, timbratori di cartellini a tradimento.

Ma non è di questo che voglio parlare. La mia vuole essere una riflessione sui figli di. Partendo da Irene Fornaciari, figlia di quel mostro sacro della canzone italiana che di nome fa Adelmo ma che tutti conoscono come Zucchero.
Ebbene, la bella e brava Irene, figlia di cotanto padre, è stata relegata all’ultimo posto della classifica dei big (ammesso che lei lo sia davvero e non solo grazie all’eredità paterna… le colpe dei padri, ma anche le virtù, ricadranno sui figli). Qualcuno ieri ha detto che non dobbiamo dimenticare che la kermesse sanremese è all’insegna delle canzoni e non dei cantanti. Eppure il pezzo di Irene era molto bello, buona la musicalità e interessante il testo, se non altro attuale. Forse considerato troppo studiato per attirare l’attenzione del pubblico. Sempre che questo possa essere considerato un difetto, dal momento che chi partecipa al Festival non dimentica che il pubblico vuole la sua parte.

Io penso che Irene abbia, in qualche modo, scontato la colpa di essere figlia di. Nella serata di ieri, l’ultima, è stata ripescata e riammessa alla gara. Subito sui social si sono scatenati i maligni che hanno insinuato che papà Zucchero si sia comprato interi call center… Semplice insinuazione, verità, non so. Ma credo che la canzone della Fornaciari, non solo la sua voce, meritasse una posizione più alta in classifica.
Anche il suo illustre papà non ebbe miglior fortuna nel lontano 1985 quando con “Donne” guadagnò il 20° posto, battuto nella sfiga da un certo Garbo di cui non conserviamo memoria. Speriamo che Irene segua le sue orme.

Miglior sorte è toccata agli altri figli di: quelli dei talent.
Ormai dobbiamo farcene una ragione: le voci più belle, i talenti più autentici arrivano da lì. Il mondo musicale è così complicato e difficile da raggiungere, considerando anche la crisi profonda della discografia italiana, che la vetrina dei talent offre una delle poche chance di farsi conoscere. Si chiamino essi “Amici” di Maria, “X Factor”, “The voice” o “Ti lascio una canzone” che ha consegnato su un piatto d’argento la vittoria ai ragazzi del Volo lo scorso anno.

annalisa

Partendo dal fondo della classifica di quest’ultima edizione di Sanremo, maggior fortuna avrebbero meritato Alessio Bernabei (14°) e Annalisa (che di cognome fa Scarrone ma è meglio dimenticarselo), data per probabile vincitrice e relegata all’11° posto. Entrambi usciti dal talent di Canale 5, figli di Maria che da decenni si rivela mamma affettuosa di corteggiatori e cantanti.

Annalisa è ormai una cantante affermata e penso non sentirà in futuro il “disonore” di un così modesto piazzamento.
Che dire invece di Alessio Bernabei? Lui, oltre ad essere figlio di Maria, è anche il figliol prodigo uscito dalla band dei Dear Jack che l’aveva consacrato nel mondo musicale degli ultimi anni. Che sia prodigo non so; in fondo non è noto di quale patrimonio si sia appropriato, in diritti SIAE, lasciando il gruppo né se in futuro, dopo aver sperperato il gruzzoletto, tenterà di essere riammesso nella vecchia famiglia musicale. Per ora chiamiamolo ingrato e anche un po’ presuntuoso: la sua “defezione”, per il momento, non ha giovato né a lui né ai vecchi compagni, nemmeno ammessi alla finale.

E che dire di Valerio Scanu? Il piazzamento al 13° posto è la vera sorpresa di Sanremo 2016. Già vincitore nel 2010, dopo aver tentato di rimettersi in gioco partecipando all’ “Isola dei famosi” e al talent condotto da Carlo Conti “Tale e quale show”, e dopo essersi autoprodotto un album sperando di riconquistare un posto di riguardo nel panorama musicale degli ultimi anni, nonostante il seguito dei fan che mai l’hanno abbandonato, a partire dalle famose zie, non si è classificato fra i primi.
Anche se il ragazzo mi sta cordialmente antipatico, come non ho mancato di dichiarare in un post di qualche anno fa, la sua canzone è l’unica che, svegliandomi stamattina, mi è tornata in mente. In fondo è ciò che chiediamo ai pezzi presentati al festival.

Veniamo ora ai figli di “X Factor”. Bistrattata Noemi, che pure ha presentato una canzone non banale, nel testo, con una buona musicalità e una splendida voce, arrivata solo ottava. Miglior fortuna è toccata a Lorenzo Fragola (5°), vincitore dell’edizione del talent nel 2013, anche se a me non è piaciuto particolarmente.

Il posto d’onore è, invece, toccato a Francesca Michielin, giovanissima e bellissima, spontanea e innocente. Mi ha ricordato la giovane Elisa quando ha vinto il festival con la sua “Luce” nel 2001. Lei, secondo me, è la vera vincitrice di Sanremo 2016 e credo che il suo riscatto avverrà attraverso le vendite del pezzo, bellissimo e cantato con una voce davvero splendida.

Il terzo posto sul podio è toccato al giovane Giovanni Caccamo, già vincitore della sezione Giovani lo scorso anno (e ciò, a mio parere, rimane troppo poco per considerarlo un big), affiancato da un’altra figlia di Maria, Deborah Iurato, vincitrice del talent “Amici” nel 2014. Bella voce, scarsa presenza. Ma se è vero che la canzone e non chi la esegue ha il predominio, anche questa a me è sembrata alquanto modesta.

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Se ci pensiamo bene, in fondo la vittoria di questo Sanremo è stata conquistata da altri figli di: gli Stadio, gruppo scoperto e portato in auge dall’indimenticabile Lucio Dalla fin dagli anni Settanta. Questa vittoria, non inattesa, è forse paragonabile a quella conquistata da Roberto Vecchioni nel 2011. Un ritorno all’antico, dunque. E non poteva essere diversamente in un festival che ha celebrato i 50 anni di carriera dei Pooh e di Patty Pravo. E anche l’inossidabile Renato Zero, l’unico che si salva tra gli “antichi”, non scherza. Gran brutti modelli: ora il nostro governo li additerà come esempio di longevità lavorativa per prolungare l’età pensionabile fino ai 90 anni.

Tuttavia, gli anni passano e si vede, anzi, si sente. I Pooh, specie Facchinetti, dovrebbero farsi controllare le coronarie; la bionda Patty ha più capelli (ammesso che siano i suoi) che voce. E anche Currieri, leader degli Stadio, è testimone del tempo che avanza.

Ma a Sanremo vince la canzone e non gli interpreti, vero? Be’, a me non è piaciuta nemmeno quella. Un giorno mi darai ragione?

[immagini da questo sito]

1 febbraio 2016

1 FEBBRAIO: GIORNATA MONDIALE DEL VELO ISLAMICO. TESTIMONIANZE PRO E CONTRO

Posted in attualità, donne, famiglia, figli, religione tagged , , , , , , , , , , a 2:33 pm di marisamoles

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Oggi è il 1 febbraio e nel mondo musulmano si celebra il «World Hijab Day», la giornata mondiale del velo islamico. In questa occasione, come pare, le donne rivendicano il diritto ad indossare il velo islamico senza essere perseguitate né discriminate.

Personalmente, come ho spesso scritto in questo blog, credo che la libertà individuale debba essere rispettata e non giudicata. Sempre che venga rispettata la Legge.

Anni fa, a commento di un post che riguardava la difesa del crocifisso, è arrivata la testimonianza di Hajar che voglio ripubblicare in parte (con qualche lieve modifica formale) in occasione di questo evento.
Riporto di seguito un brano tratto dal libro di LEILA DJITILI, Lettera a mia figlia che vuole portare il velo, Piemme editore, 2005.
Due visioni diametralmente opposte. Voi da che parte state?

BUONA LETTURA.

Mi chiamo Hajar, sono una ragazza di 21 anni e vivo in italia da più di 15 anni. Qui ho frequentato tutte le scuole, mi sono sposata e porto il burqa da tre mesi, non perché qualcuno mi abbia obbligata, anzi, mio marito non voleva neanche che io lo mettessi. Ma ho indossato il burqa perché è una mia libera scelta e perché sono diventata più praticante.
Nella città in cui vivo non ho trovato nessun problema con i concittandini e la polizia mi ha incontrato più volte per strada e non ha detto niente. […]

Questa, invece, è la storia di Aicha (la madre) e Nawel (la figlia), raccontata da Leila Djitli, una giornalista di origine algerina che vive da anni a Parigi, nel libro Lettera a mia figlia che vuole portare il velo. Ne riporto alcuni passi:

[…] Te l’ho detto, sono pronta a rispettare la tua scelta. Soltanto non venirmi a dire che è in nome della tua religione o della tua identità. Perché è falso. D’altronde, cosa fanno quelle che lo portano in nome di questa presunta identità cultural-religiosa? Nient’altro che deviarla. Lo vedi: si velano e si truccano, portano tacchi alti, gioielli, pantaloni aderenti. Si velano e guardano i ragazzi! E’ impressionante vedere quanto questo atteggiamento sia diffuso. Soprattutto se si pensa che il velo è, prima di ogni altra cosa, un segno. Se viene scelto liberamente, è il segno di un impegno sincero, totale. Un segno che distingue e separa dal mondo laico e dalle sue distrazioni materiali le donne che lo indossano. E’ il segno di un’adesione a valori profondi e rispettabili […]
Di fronte all’immagine fuorviante del velo, due atteggiamenti sono possibili: accettazione o rifiuto.
Rifiutare, significa considerare il velo semplicemente come un segno religioso. Accettare, significa ammettere che il segno religioso non ha più, o non solo, importanza […] l’abito non fa il monaco. Ed è ciò che dicono e fanno le ragazze e le donne che portano un segno religioso, senza tuttavia esserne schiave. Queste ultime non fanno alcuna fatica a lasciarlo quando entrano, per esempio, in classe o sul luogo di lavoro. Sono coerenti. Come credenti hanno capito che la loro fede è altrove, è più grande di quel pezzo di tessuto al quale non possono essere ridotte (e al quale, infatti, non accettano di essere ridotte). Ma le altre, quelle che in classe si rifiutano di toglierlo, sotto quale pressione agiscono? Ribellione, accanita affermazione di sé o … integralismo?
(da LEILA DJITILI, Lettera a mia figlia che vuole portare il velo, Piemme editore, 2005, pp. 53-55)

[IMMAGINE DA QUESTO SITO]

30 ottobre 2015

VAROUFAKIS HA CHIESTO 1000 EURO AL MINUTO PER UN’INTERVISTA DA FAZIO? HA FATTO BENE!

Posted in attualità, politica, spettacolo, televisione tagged , , , , , , , , , , a 11:43 am di marisamoles

Foto Nicoloro G.  27/09/2015   Milano  Trasmissione televisiva su Rai 3 ' Che tempo che fa '. nella foto Fabio Fazio e l' ex ministro delle Finanze greco Gianis Varoufakis.

Foto Nicoloro G. 27/09/2015 Milano Trasmissione televisiva su Rai 3 ‘ Che tempo che fa ‘. nella foto Fabio Fazio e l’ ex ministro delle Finanze greco Yianis Varoufakis.

Ha fatto clamore la notizia, diffusa nei giorni scorsi su tutti i quotidiani e nei vari telegiornali, secondo la quale l’ex ministro delle Finanze greco Yanis Varoufakis ha chiesto ben 24mila euro per farsi intervistare da Fabio Fazio su Rai3.

La trasmissione è nota: “Che tempo che fa”. La puntata è quella andata in onda lo scorso 27 settembre. Solo ora, tuttavia, è stato reso noto l’importo elargito, e si parla di 24mila euro netti, e non certo attraverso la Rai. E’ stato, infatti, lo stesso Varoufakis a divulgare la notizia sul suo blog. L’ex ministro ha pubblicato i compensi percepiti dal luglio scorso per ogni ospitata tv. Dalla lista si evince che la Rai è l’unica tv ad aver pagato una cifra così ingente. Per fare un esempio, quando Varoufakis ha partecipato al programma “Question Time” sulla Bbc inglese non ha percepito un euro e il viaggio offertogli è stato in classe Economy. Ovviamente la Rai gli ha pagato il viaggio in classe Business…

Onestamente non capisco tutto il clamore sorto da questo “caso”. Si grida allo scandalo perché si tratta di un politico e non di uno showman? Perché, invece, non si prendono in considerazione gli esosi compensi che mamma Rai, con i nostri soldi, è pronta ad elargire per gli ospiti illustri invitati a Sanremo?

Sapete cosa vi dico? Varoufakis ha fatto bene a chiedere un compenso così elevato!

Noi siamo noti per gli sprechi, per l’atavica pratica del “passo più lungo della gamba“. L’ex ministro se ne è approfittato? Buon per lui.

Finché le cose non cambieranno, noi italiani saremo sempre famosi per il denaro pubblico buttato letteralmente fuori dalla finestra.

23 maggio 2015

I GIOVANI E LA MAFIA: VIAGGIO IN SICILIA SULLE ORME DELLA LEGALITÀ

Posted in attualità, scuola, storia, viaggio d'istruzione tagged , , , , , , , , , , , , , , a 4:09 pm di marisamoles

no mafia
La mafia, assieme alla Shoah, è uno di quegli argomenti che, nei programmi scolastici, hanno uno spazio limitato ad una sola giornata: il 23 maggio (Giornata della legalità) l’uno, il 27 gennaio (Giornata della Memoria) l’altro. Per il resto dell’anno, eventi come la strage di Capaci – avvenuta il 23 maggio 1992 – e la liberazione dei prigionieri nel campo di sterminio di Auschwitz – avvenuta il 27 gennaio 1945 – possono essere tranquillamente ignorati.

Forse dell’Olocausto, se non altro perché occupa un capitolo nei libri di Storia, qualcosa si dice. Ma della mafia, quando si parla a scuola? Quasi mai, almeno da noi al Nord.

Eppure ci sono scuole, sparse in tutta la penisola, in cui si cerca di avvicinare i giovani a queste realtà scomode. L’educazione civica impone che nelle aule si parli di diritti negati e di legalità. Difficile, però, farlo in tutte le classi e rivolgersi a bambini e ragazzi di ogni età.

Nelle scuole superiori, tuttavia, questi argomenti devono trovare spazio.

Nel mio liceo, ad esempio, ogni anno un gruppo di allievi, provenienti da tutte le classi quarte e quinte, volontariamente aderiscono alla proposta di un viaggio-pellegrinaggio ad Auschwitz. Ne tornano arricchiti a livello culturale ed emotivo, anche se quest’ultimo spesso coincide con uno choc che rende difficile la ripresa della vita di tutti i giorni, allegra e spensierata, immersa nelle comodità di ogni tipo.

Della mafia è molto più difficile parlare, considerando anche che noi stessi docenti dobbiamo ancora imparare molto, prima di salire in cattedra. E cosa c’è di meglio di un viaggio d’istruzione un po’ speciale? Qualcosa che eviti di fare entrare la mafia in classe, come un qualsiasi altro argomento di studio, ma faccia in modo di portare i ragazzi sui luoghi in cui questa piaga ha operato e, ahimè, continua ad operare.

Una delle mie classi quest’anno ha aderito al progetto culturale che da molti anni l’associazione Addiopizzo porta avanti nelle scuole siciliane e no. Attorno ai volontari di questa associazione, che timidamente hanno mosso i primi passi in questa direzione qualche anno fa, è sorta una vera e propria agenzia turistica che propone alle scuole un tour tra Palermo e le località d’interesse culturale più o meno vicine.
Dall’inizio alla fine di questo viaggio gli studenti sono accompagnati dai volontari di Addiopizzo che tengono le loro “lezioni” sui luoghi ancora segnati dall’efferatezza dei crimini mafiosi.

Al loro ritorno, dai resoconti degli allievi ho potuto capire quanto questa esperienza li abbia arricchiti.
Hanno raccontato di essere stati a Capaci e in via D’Amelio, a Brancaccio sulle orme di Padre Pino Puglisi, nei luoghi che Peppino Impastato ha più volte calpestato con i suoi cento e più passi. Ma hanno potuto anche vedere le bellezze del sito archeologico di Agrigento e, proprio nei pressi, varcare l’uscio di quella che fu la casa dello scrittore Pirandello. Hanno assaggiato le prelibatezze siciliane, soprattutto i dolci tipici, ma, per quanto riguarda il salato, non hanno apprezzato particolarmente l’utilizzo generoso dell’aglio (immagino che i più preoccupati fossero i compagni di stanza e le coppie di innamorati) e soprattutto una pasta con i ceci assaggiata – ma per lo più lasciata nel piatto – in un’azienda agricola sorta nei luoghi confiscati alla mafia.

Le foto ricordo li immortalano sulla spiaggia di Mondello, dove hanno cercato di catturare quanto più sole possibile per compensare la primavera piovosa tipica del Nord-Est, ma anche sulla collina di Capaci dove campeggia la scritta “NO MAFIA”.

Hanno imparato che la libertà va conquistata e non considerata semplicemente un diritto.
Hanno capito che la Storia non è solo quella che si studia sui manuali e che l’approccio che avviene attraverso l’anima e il corpo vale molto più di mille parole scritte.

Forse sono troppo giovani per comprendere una cosa così grande fino in fondo ma, come c’insegna Seneca, «ciò che il cuore conosce oggi, la testa comprenderà domani».

[immagine da questo sito]

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