L’ARTE DI CADERE DALLE NUVOLE

Sai mantenere un segreto?

Questa domanda mi fa rabbrividire.

Mi chiedo: ma se è un segreto, perché mai devi proprio raccontarmelo?
L’etimologia stessa dovrebbe dissuaderti. “Segreto”, infatti, deriva dal latino secretum, da secernere che significa “mettere da parte”, verbo composto da se– e cernere, “separare”.
E’ ovvio, quindi, che un segreto deve restare “da parte”, non può essere condiviso, rimane un fatto privato. “Pubblico” e “privato” non sono forse antonimi?

Io sono una persona discreta, non mi faccio gli affari degli altri né gradisco che gli altri si facciano i miei. Certamente anch’io faccio delle confidenze che non hanno bisogno di essere definite segreti. Stando all’etimologia, infatti, la parola “confidenza” deriva dal latino con + fidere, verbo che ha la radice di fides, “fiducia”.

Quindi è chiaro che la persona cui faccio una confidenza sa che di lei mi posso fidare, che il rapporto tra noi è di amicizia. Non è necessario chiedere “Sai mantenere un segreto?” né c’è alcun bisogno di risposte.

Sta di fatto che a volte c’è qualcuno, magari non troppo vincolato a me da un rapporto di amicizia, che non vede l’ora di rivelarmi un segreto. Ok, fallo pure ma, se mi conosci un po’, non chiedermi se so mantenere un segreto. Lo ritengo semplicemente offensivo.

Ma i segreti sono davvero tali?


Talvolta, infatti, mi capita che qualcuno mi parli di qualcosa che già so, magari proprio un qualcosa che doveva rimanere un segreto ma che, a causa di persone poco affidabili, è passato dal privato al pubblico in men che non si dica. Poi, come succede nel vecchio gioco del telefono senza fili, si tratta di qualche versione riveduta e corretta del segreto originale, di cui tuttavia sono in grado di riconoscere la sostanza. In questo caso io metto in atto quell’arte che mia madre mi ha insegnato e che non dimentico mai: cadere dalle nuvole.

“Ma dai, davvero?” è la risposta standard, anche se in effetti è una domanda. Dopo di che cerco di cambiare discorso perché ‘ste cose proprio non mi vanno giù.

Che dire, poi, di quei “segreti” che si accolgono con tutte le più buone intenzioni, con promesse e giuramenti, ma che alla prima occasione si ritorcono contro il malcapitato perché il “confidente” è spinto dalla sete di vendetta? Può accadere, infatti, che le amicizie si rompano e che un “segreto” diventi un’arma più affilata di un coltello.

Ecco, io se ho ricevuto una confidenza, se vengo a conoscenza di fatti privati che magari non conoscono neppure i familiari (mi è successo), anche se l’amicizia si è rotta non rivelerò mai un segreto, neppure sotto tortura.

Insomma, di me ci si può fidare.

E voi…

[immagine sotto il titolo da questo sito]

QUANDO RIPENSO AL MIO PRIMO AMORE…


Se devo ripensare al mio primo amore non so esattamente a chi rivolgere la mente. Nel post dedicato a questo argomento (Il primo amore non si scorda mai ma è meglio non cercarlo), leggendo i numerosi commenti dei lettori che hanno lasciato le loro testimonianze, mi sono resa conto che non necessariamente è il primo amore a restare incollato nella nostra memoria. Infatti molti hanno parlato genericamente di un “grande amore” che non sempre coincide con il primo.

Secondo la mia esperienza, il primo forse è quello maggiormente destinato al dimenticatoio, specialmente se si è risolto in un filarino adolescenziale che ha lasciato molta tenerezza ma poche tracce di passione vera e propria. Piuttosto si tende a ricordare la prima storia importante o la “prima volta”, anche se quest’ultima può essere collegata a un episodio certamente bello della propria vita ma che si è concluso in breve tempo.

Il primo ragazzo che mi ha fatto battere forte il cuore, quando ero poco più che una bambina, ha caratterizzato sei mesi importanti della mia vita: quelli in cui ho compreso che le tante promesse fatte dagli “uomini” sono come foglie al vento. Mi lasciò per una ragazza un po’ più grande – davvero poco più grande, in realtà – da cui poteva ottenere qualcosa in più di semplici bacetti e gite domenicali sul Carso triestino. Chi vuol capire…

La mia prima storia importante risale ai tempi del liceo ed è durata due anni. Finì male, ahimè, ma di questo forse parlerò in un altro post (chissà… non so). Non l’ho più rivisto, l’ho solo intravisto molti anni dopo (ero sposata e già mamma) in una via del centro e si è girato dall’altra parte. Quando non si riesce a superare il risentimento…

Prima di passare al “terzo” vorrei soffermarmi sulla possibilità di rimanere amici fra ex. Nel secondo caso, come si è capito, non ci fu nulla da fare. Con il mio primo ragazzo, dopo una parentesi burrascosa (divenni “amica” della sua nuova ragazza e feci di tutto per intromettermi nella loro relazione, capitando “per caso” a casa di lei e rompendo le… uova nel paniere!), l’amicizia ci fu e fu anche molto bella. Non potemmo in effetti perderci di vista poiché il mio secondo amore era un compagno di classe del primo e si frequentavano regolarmente. Di costui divenni la “parrucchiera” prediletta quindi ricordo tanti tagli di capelli riusciti alla perfezione e la consapevolezza che potevo avere un mestiere in mano. Il classico piano B, per intenderci.

Il terzo ragazzo era quello di cui parlo QUI. Fu una storia breve ma intensa. Mi lasciò lui e fu molto difficile dimenticarlo anche perché trascorrevamo, con le nostre famiglie, le vacanze estive nella stessa località e frequentavamo la stessa numerosissima compagnia quindi, voglia o non voglia, almeno per quel periodo dovevamo sopportarci.

Nel frattempo io avevo incontrato mio marito e lui aveva conosciuto quella che poi sarebbe diventata sua moglie. Incredibile ma vero, lui divenne amico del mio fidanzato (tanto da proporgli di fargli da testimone di nozze!) e io amica di lei, nonostante fosse la responsabile della nostra rottura. Ciò dimostra che io non sono proprio capace di serbare rancore…

Sarei bugiarda se non dicessi che la nuova frequentazione non aveva risvegliato in noi i lontani ricordi, legati a un’esperienza della vita di entrambi difficile da dimenticare. Però ha prevalso la razionalità e la consapevolezza che tra noi qualcosa non aveva funzionato e che, a distanza di tempo e con i legami importanti che avevamo stretto con i nostri partner, un ritorno di fiamma non avrebbe portato nulla di buono.

L’amicizia durò molti anni. Matrimoni, figli, domeniche passate assieme… mai un vero e proprio ricordo di ciò che c’era stato tra noi. Eravamo amici, soltanto amici. Poi iniziammo a vederci più di rado finché la nostra frequentazione si interruppe senza traumi per nessuno. Ci sono cose che a un certo punto finiscono e amen.

Non so quanto possa essere stato interessante per i lettori questo breve excursus sui miei amori giovanili ma mi serviva per tornare all’argomento del post linkato.

Nei numerosi commenti, come dicevo, si fa spesso riferimento a un grande amore, non necessariamente il primo. Molte volte si tratta di persone felicemente sposate – almeno così si dichiarano… – che a un certo punto della vita ripensano a un antico amore e sentono prepotentemente il desiderio di un nuovo incontro. Diciamo che nell’era dei social l’obiettivo non è così difficile da raggiungere, tuttavia spesso anche un timido approccio, solo “per curiosità” e, almeno idealmente, privo di implicazioni emotive forti, può trasformarsi nell’inizio di una crisi esistenziale di cui non si aveva assolutamente sentore.

Se leggete le mie risposte, spesso volte a dissuadere più che a persuadere, faccio capire chiaramente che la “curiosità” non è abbastanza, il desiderio di incontrare un vecchio amore non è solo voglia di tenerezza. Insomma, secondo me se la vita sentimentale è appagante, non si sente nessun bisogno di rivedere una persona con cui non si avevano più contatti da 10, 20 o 30 anni. D’altra parte, se si è soli non si può riempire la solitudine anche solo fantasticando su un amore passato che, a distanza di tanto tempo, finiamo per idealizzare. La delusione è dietro l’angolo e non è esattamente il modo migliore per sollevare l’animo afflitto per la mancanza di un lui o una lei.

In particolare mi ha colpito uno degli ultimi commenti giunti, firmato da un certo Roger. Lo riporto in parte:

Ciao a tutti, sono un uomo di 49 anni sposato da 23 e con un figlio di 20. Amo mia moglie e la mia famiglia. Ho trascorso 4 anni della mia adolescenza con una ragazza. Ci siamo lasciati che ne avevo 20 ma ho sempre pensato che un pezzettino del mio cuore se lo fosse portato via. Per me è stata una storia molto importante che mi ha segnato profondamente. […] L’ho contatta e dopo un paio di mesi di chat ci siamo incontrati. […] Da quel giorno ci siamo sempre messaggiati con un progressivo aumento di intensità nei contenuti fino a un mese fa quando mi ha chiesto di rivedermi. Ovviamente ho accettato ed è stato un incontro molto passionale. Niente sesso (“solo” intensi abbracci e baci) ma un turbinio di emozioni e sensazioni meravigliose. Ci siamo ripromessi di vivere questa storia da persone mature e senza colpi di testa. Mi sono reso conto che lei mi è entrata dentro trent’anni fa e non ne è più uscita. Quello che mi fa specie è che non ho sensi di colpa nei confronti di mia moglie (che ripeto amo tantissimo) perché non la privo di qualcosa per dare all’altra, non so se mi spiego. Ciò che do alla mia ex non potrei darlo a nessun’altra.
La vita è strana…..

Roger dice di amare moltissimo sua moglie e lo ripete. Perché? Forse perché deve autoconvincersi che questa storia non può influire sulla sua vita matrimoniale. Accetta una relazione “platonica” (mica tanto, poi) perché «lei mi è entrata dentro trent’anni fa e non ne è più uscita». Conclude, quindi, dicendo che «La vita è strana…».

Personalmente non credo che la vita sia strana, non la sua almeno. Credo invece che “la terza incomoda” nel suo ménage familiare abbia un posto molto più rilevante di quanto non ammetta lo stesso Roger.

Dato che la passione ha una breve durata e le relazioni, anche molto lunghe, sono soggette a usura non nego che effettivamente il tenero ricordo di un vecchio amore possa risvegliare la curiosità di un nuovo incontro, ma ritengo che tra il pensiero e l’azione debba necessariamente esserci un freno, a meno che non ci sia davvero una crisi in atto.

Il detto “chiodo scaccia chiodo” decisamente non fa per me.

E voi vorreste incontrare una vecchia fiamma?

[Nell’immagine io e il mio “terzo amore”. © Immagine coperta da copyright. La pubblicità per la Coca-Cola è gratis. 🙂 ]

CARO CORRIERE.IT, ORA SIAMO DI NUOVO AMICI

amiciziaAGGIORNAMENTO DEL POST “CARO CORRIERE.IT, NON AVRAI I MIEI 9 EURO E 90 CENTESIMI AL MESE”

Alla fine l’ho spuntata: posso accedere in modo illimitato e gratuitamente a tutti gli articoli del Corriere.it e all’archivio storico.

Come si dice: chi la dura la vince. E io, come forse qualcuno di voi avrà capito (mi riferisco, ovviamente, ai lettori abituali), non sono una che si arrende facilmente.

Sintetizzando: mi ero risentita molto quando la direzione del Corriere.it aveva comunicato che, per leggere più di 20 articoli al mese, si doveva pagare 9 euro e 90 centesimi. Avevo scritto al direttore senza ottenere risposta. Rivendicavo semplicemente il diritto di non dover pagare dal momento che da anni collaboro gratuitamente al blog “Scuola di Vita”.

La redattrice del blog, Carlotta De Leo, è stata gentilissima: dopo un giro di e-mail a colleghi redattori e ufficio marketing, è riuscita ad ottenere per me l’accesso gratuito. In ogni mail ha insistito sul fatto che collaboro gratuitamente per il blog multiautore.

Insomma, do ut des. Ma va bene così.

[immagine da questo sito]

I MIEI RICORDI DI SCUOLA

Oggi si celebra la Giornata Mondiale degli Insegnanti. Avevo iniziato un post per il blog laprofonline ma ne è uscita una specie di pagina di diario che preferisco pubblicare qui, per riservare al mio blog sulla scuola una riflessione più seria.

La data del 5 ottobre è stata scelta perché nel 1966 si tenne un Congresso speciale, organizzato congiuntamente fra UNESCO e OIL (Labour International Organization), per elaborare ed adottare una “Raccomandazione” sulla condizione degli insegnanti.
Quella data mi ha riportato indietro nel tempo ed ecco qua i ricordi che mi ha risvegliato.
Un modo anche per ringraziare i miei vecchi insegnanti, quelli che lasciano una traccia di sé nel cuore degli studenti.
Buona lettura!

holly hobbie scuola
A quel tempo ero piccina e ho nella mente solo pochi fotogrammi che mi riportano all’infanzia. Ricordo, però, molto bene gli anni della scuola elementare, quelli della media e, infine, del liceo.

La mia maestra era una donna nubile, di mezza età, molto appassionata ed estremamente preparata su tutte le materie di studio. Erano gli anni del “maestro unico”, anche se la maggior parte dei docenti era di sesso femminile. Nella mia scuola, però, le classi non erano miste e la maestra o il maestro erano dei punti di riferimento rispettivamente per le femminucce e per i maschietti.
La mia insegnante elementare, tuttavia, era molto moderna, forse preparata dal punto di vista pedagogico e consapevole che i due sessi non dovevano essere per forza separati, a livello educativo il confronto poteva costituire una ricchezza, un’occasione formativa che l’austerità della scuola del tempo metteva in secondo piano con la “segregazione” imposta, in quanto poteva apparire sconveniente la promiscuità tra maschi e femmine.
Così lei e un maestro, che era anche il papà di una mia compagna, di tanto in tanto facevano lezione a “classi aperte”. Una metodologia didattica che, se calata in quegli anni, poteva apparire davvero all’avanguardia.

Non avrei dovuto, comunque, attendere molto per ritrovarmi in una classe mista: conclusi i cinque anni delle elementari, infatti, iniziò la mia avventura scolastica in compagnia anche dei maschi. Alcuni di essi, tra l’altro, li conoscevo già in quanto avevano frequentato la classe del maestro amico della mia maestra.
Il mio impatto con la scuola media fu contraddistinto da una sensazione di estremo disagio. Mi sentivo incompresa. Feci fatica ad ambientarmi, mi sembrava di non essere particolarmente apprezzata né dai compagni né dai docenti. Ero stata una scolara molto brava, studiosa, intelligente. La mia maestra tesseva di me elogi e mi prendeva a modello, cosa che tra l’altro mi metteva in imbarazzo, essendo io particolarmente timida. Però lei sapeva gestire bene il gruppo, era in grado di spronarci alla competizione in modo sano, senza invidie, capricci o ripicche.

Alla scuola media, specialmente il primo anno, non mi sentivo motivata e anche lo studio, che avevo sempre amato, finì per annoiarmi. Avevo, però, una professoressa di Lettere molto intelligente. Lei comprese che in qualche modo dovevo sentirmi protagonista. Nel senso buono, però, niente esibizionismo né superiorità, semplicemente avevo bisogno di distinguermi in qualcosa, di diventare un traino per gli altri.
La prof di Lettere lesse in me una propensione che io non sospettavo nemmeno di avere: aiutare chi è in difficoltà. Fu così che mi propose di organizzare delle visite a casa di un ragazzo più grande di noi ma che aveva una malattia che lo faceva apparire nostro coetaneo. Fu così che mi attivai e riuscì a formare, tra i compagni di classe, un gruppetto che andava un sabato pomeriggio al mese (forse anche di più, non ricordo bene) a far compagnia a questo ragazzo meno fortunato di noi. A soli 12 anni facevo la “volontaria” senza nemmeno sospettare che questo tipo di attività un giorno avrebbe avuto un posto importante nella società.

studenti sarah kayLa stessa professoressa, in terza media, mi affidò l’incarico di assistere un mio compagno, che soffriva di ricorrenti emicranie, portandogli i compiti e studiando con lui, affinché non rimanesse indietro nei lunghi periodi di assenza. La cosa non mi entusiasmò, soprattutto perché non lo conoscevo. Era stato inserito nella mia classe quell’anno – credo in seguito alla bocciatura dovuta, appunto, al suo stato di salute – e non pensavo fosse facile instaurare un rapporto di collaborazione con un perfetto sconosciuto. La mia prof senz’altro mi aveva scelta perché conosceva il mio spirito solidale e soprattutto per il fatto di essere praticamente una sua vicina di casa.
Tra me e quel ragazzo nacque una bella amicizia, forse da parte sua qualcosa di più. Da parte mia imparai che aiutare gli altri mi rendeva una persona migliore.

I ricordi del liceo sono sicuramente più nitidi. Devo, però, essere onesta: non sono proprio bellissimi.
La mia classe non era molto unita anche se mi sentivo un po’ a casa avendo ritrovato ben sette compagni della scuola media. Crescevo in fretta, troppo. Ero molto matura per la mia età, credevo di avere ben poco da spartire con i miei compagni, specie con i maschi che mi apparivano frivoli, un po’ sciocchi, troppo infantili. A parte qualche compagna che vedevo nei pomeriggi durante la settimana, frequentavo perlopiù gente più grande e i sabati pomeriggio li passavo a ballare in una discoteca improvvisata all’interno di un garage.

Dei miei professori ricordo con infinita gratitudine e molto affetto la professoressa di Lettere del ginnasio: buonissima, anche troppo, dolcissima, estremamente comprensiva, quasi materna. Per me, anzi, più materna della mia stessa madre, dato che lei era piuttosto severa e poco comprensiva. Non si sforzava nemmeno di capirmi.
Gli anni del ginnasio furono una passeggiata. Non mi ammazzavo di studio ma ottenevo ottimi risultati perché sapevo organizzarmi. Non ho mai sentito lo studio come una limitazione della libertà. Studiare era per me un piacere ma occupava uno spazio non troppo grande tra le altre mille attività in cui ero occupata, le tante passioni che mi davano enormi soddisfazioni.

studio sarah kayAl liceo (dal terzo anno, quindi) iniziai a comprendere che si doveva fare sul serio. Due professori presero il posto della mia amata prof di Lettere del ginnasio.
Quello che insegnava Italiano era buono e comprensivo, molto appassionato, estimatore di Dante, tanto da far passare in secondo piano la Storia della letteratura. Fu un male e un bene allo stesso tempo: mi trasmise la passione per il ghibellin fuggiasco, tanto da laurearmi in Filologia e Critica dantesca, e mi costrinse a studiare come una matta per superare brillantemente gli esami di Storia della letteratura alla facoltà di Lettere.
L’altro prof insegnava Greco e Latino, le mie due vere passioni. Era agli antipodi rispetto alla mia prof del ginnasio: severo ed esigente in modo fin quasi esagerato, serissimo, mai un sorriso una parola di incoraggiamento, anzi, usava spesso l’ironia per sottolineare le nostre debolezze. Sadico al punto da iniziare a distribuire i compiti scritti, dopo la correzione, non in ordine alfabetico, come faccio io, ma partendo dal voto più alto. Insomma, avete presente la fatidica frase: “per te Miss Italia finisce qui!”, pronunciata dal conduttore di turno del programma tv? Ecco, quando si arrivava al 6 e non si era stati ancora nominati, il mondo finiva lì. Fortunatamente non provai quasi mai quell’esperienza, una sola volta, mi pare, in una versione dall’italiano al latino, una vera croce a quei tempi.

Ecco, questi sono gli insegnanti che ricordo con maggiore affetto. Sono stati loro i miei maestri, in tutti i sensi. Dal primo momento in cui, poco più che ventenne, salii in cattedra, ciascuno di loro è stato per me un modello da seguire.

Dalla maestra ho imparato che la competizione, quella sana, può offrire stimoli e facilitare l’integrazione nel gruppo degli studenti più introversi, quelli che si sentono inadeguati.

La mia prof di Lettere della scuola media mi ha insegnato che gli studenti sono soprattutto persone, al di là dei voti segnati sul registro. Come tali hanno bisogno di non sentirsi soltanto dei numeri, di non essere giudicati solo per i voti che prendono perché il valore di una persona non è misurabile su una scala decimale. A volte è necessario investirli di qualche responsabilità per farli sentire “importanti”, persone di cui ci si può fidare.

La mia professoressa di Lettere del ginnasio mi ha insegnato a non esitare a mostrare di me anche il lato umano. Si può essere bravi insegnanti e rispettati nel proprio ruolo anche se, di tanto in tanto, si racconta qualche aneddoto personale o ci si confronta con le generazioni che ci scorrono davanti agli occhi iniziando con il detestato “Ai miei tempi …”.

Il mio professore di Italiano del liceo mi ha trasmesso un amore incondizionato per Dante. Soprattutto mi ha fatto capire che la “Divina Commedia” non sarà mai un’opera fuori luogo e fuori tempo perché permette di fare molti confronti con i tempi attuali e con tante altre discipline di studio.

inegnante sarah kay
Fra tutti, però, il modello di riferimento costante è il mio professore di Greco e Latino, nel bene e nel male.
Agli inizi della carriera non elargivo molti sorrisi, ero piuttosto austera, mi vestivo come una suora. Un po’ perché non dimostravo l’età che avevo e pensavo che un certo contegno autoritario mi avrebbe procurato la rispettabilità che credevo non fosse conciliabile con l’aria sbarazzina e spensierata che la mia giovane età mi avrebbe suggerito. Volevo essere come il mio prof ma mi sbagliavo. I tempi erano cambiati, semplicemente. Quando una ragazzina di seconda media mi fece notare che, al contrario della mia collega che insegnava in una classe parallela, non sorridevo mai e non offrivo mai loro le caramelle, mi fermai a riflettere. E cambiai … anche se non offro caramelle.
Ma quando spiego la letteratura latina, quando analizzo e traduco un passo d’autore, allora prendo il meglio di quel prof che, pur senza sorrisi, mi ha fatto amare così tanto la sua disciplina.

Infine ringrazio la mia maestra Alberta Penso, le professoresse Fulvia Tassan e Anna Buttazzoni, i professori Sergio Pirnetti e Sergio Daris. Assieme ai loro colleghi, che non ho citato e forse non hanno lasciato dentro di me una così vasta orma di sé, mi hanno accompagnato negli anni della mia infanzia e adolescenza e hanno fatto di me la persona ma soprattutto l’insegnante che sono.

[immagini Holly Hobbie da questo sito; immagini Sarah Kay da questo sito]

LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDÌ: IRIS E IL GATTO THULA, UN’AMICIZIA CHE SUPERA LE BARRIERE DELL’AUTISMO

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Che gli animali costituiscano un valido aiuto per migliorare, se non guarire, le condizioni di salute di certi malati non è un mistero.
Nonostante l’applicazione della pet therapy risalga solo al 1953, anno in cui fu sperimentata dal neuropsichiatra infantile Boris Levinson per curare un bambino autistico, fin dal XVIII secolo gli studiosi si erano resi conto di quanto la compagnia di un animale domestico potesse influire positivamente sullo stato di malati con disturbi mentali.

In Italia la Pet Therapy si diffonde solo nel 1987, grazie a un Convegno Interdisciplinare su “Il ruolo degli animali nella società odierna”, che si tenne a Milano il 6 dicembre. Nel 1990 nasce il C.R.E.I. (Centro di Ricerca Etologica Interdisciplinare per lo Studio del Rapporto uomo-animale da compagnia) che unisce studiosi di varie discipline inerenti la salute umana ed animale, l’ambiente ed il comportamento.
Nel giugno del 1994 il Centro di Collaborazione OMS/FAO per la Sanità Pubblica Veterinaria di Roma, interagendo con altre strutture, organizza il 1° corso informativo di “Pet Therapy” ed Ippoterapia.

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La storia di Iris e il gatto Thula, però, ci porta al di fuori dei confini del nostro Paese.
Siamo in Gran Bretagna dove vive Iris Grace, una bimba di quattro anni affetta da autismo. Iris è una bambina molto portata per l’arte e per la musica, attitudini che emergono dai suoi dipinti e dal modo in cui suona violino. Con un insolito spettatore: un gatto.

Da quando in casa è arrivato il gatto Thula, Iris sembra progredire nella sua malattia. E’ molto più aperta, meno chiusa nel suo mondo. I genitori, sulla loro pagina Facebook, raccontano che addirittura accetta di farsi vestire con meno resistenza. Ma la cosa più bella è che nel gatto la bambina ha trovato un vero e proprio compagno di giochi:

La bimba racconta a Thula le storie e le avventure che inventa con i suoi giochi, gioca a nascondino, spiega il procedimento dei suoi dipinti e il gatto, pazientemente, la segue in tutte le attività della sua giornata. La sera, poi, si addormentano insieme”, spiegano i genitori.

Già un anno fa i genitori di Iris Grace avevano postato su Fb i dipinti della figlioletta, suscitando molto interesse da parte degli utenti. La madre racconta che era già stato fatto tutto il possibile per rendere la bimba più partecipe del mondo che la circonda:

Abbiamo iniziato con diverse terapie: l’equitazione, il gioco, la musica – dice – non ci guardava e diventava disperatamente stressata ogni volta che la facevamo avvicinare a qualche altro bambino. Dopo l’esperimento con la pittura, Iris ha iniziato a ridere, a camminare sulle mie spalle e a comunicare creando dei segnali personali.

Ora la bambina ha un compagno di giochi insostituibile. Un amore grande che non chiede nulla in cambio, come a volte solo gli animali sono capaci di fare.

[fonti: La Repubblica (LINK 1 e LINK 2) da dove sono tratte anche le immagini, e casasoder.it per quanto riguarda le notizie sulla pet therapy]

ALTRE BUONE NOTIZIE

Asilo nel bosco: finalmente anche in Italia di laurin42

LE MIE ALTRE BUONE NOTIZIE

LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDÌ: REGALARE LE FERIE A CHI NE HA BISOGNO

rossella cioniniUn disegno di legge sul job act, che nei prossimi giorni passerà il vaglio della commissione Lavoro in Senato, porta la firma della senatrice della Lega Nord Emanuela Munerato.

Si tratta di una proposta presa in prestito dalla legislazione francese.
La “legge Mathis” prende il nome di un bambino ammalato di tumore la cui vicenda ha commosso la Francia. I colleghi del padre di Mathis, dopo l’ennesima ricaduta del bimbo, hanno rinunciato alle proprie ferie in favore dell’amico, consentendogli di rimanere accanto al figlioletto fino all’ultimo giorno di vita, senza perdere nemmeno un giorno di lavoro. Prendendo spunto da questa vicenda, la Francia ha varato la legge che consente ai lavoratori di regalare i propri giorni di ferie o di permesso ai colleghi che ne hanno bisogno.

Esiste un caso analogo anche in Italia, pur in assenza di una legge ad hoc.
La signora Rossella Cionini lavora per la Ctt, azienda del servizio pubblico toscano. Dopo aver subito alcuni interventi chirurgici e fatto le relative terapie, aveva esaurito i giorni a disposizione e avrebbe rischiato di perdere il lavoro per poter continuare a curarsi. I colleghi hanno, quindi, chiesto all’azienda di poter donare le loro ferie a Rossella. L’azienda ha permesso ai dipendenti, che ne avevano fatto richiesta, di rinunciare ad un giorno delle proprie ferie in favore della Cionini, che si è vista così recapitare un bonus di 250 giorni – non tutti utilizzati – con il quale ha potuto continuare le sue cure.

«Per me sono stati degli angeli custodi – ha raccontato Rossella Cionini parlando dei suoi colleghi -, sapevo che si stavano muovendo ma quando ho ricevuto la telefonata di un collega che mi informava del gesto ho cominciato a piangere».

«È uno strumento che abbiamo utilizzato – conferma Riccardo Gennari della Cisl -, si tratta delle festività soppresse che il lavoratore può anche farsi pagare».

Ora questo gesto di solidarietà potrebbe diventare legge. Speriamo che per una buona causa come questa si possano superare le barriere di partito, arrivando ad un sì unanime.

[fonti: ilsalvagente.it e familyidea.it; immagine da Il Mattino]

ALTRE BUONE NOTIZIE

In Danimarca c’è un negozio dove si compra senza pagare di laurin42

LE MIE ALTRE BUONE NOTIZIE

CREDI DI AVERMI MESSA A FUOCO? LE SOLUZIONI E … UN PO’ DI ME

premio vero falso
Come promesso, riporto le soluzioni al “gioco”.

1. Quando sono nata, a Trieste soffiava una bora fortissima VERO
Qualcuno ha scritto che dipende dalla stagione, che è troppo scontato o che la bora a Trieste non è poi così frequente. Dico subito che la bora non ha stagione, c’è sempre. E’ vero che negli ultimi anni si è molto attenuata, nel senso che non sempre le raffiche sono violente come una volta. La bora legata alla mia nascita è, però, in un cero senso un fatto curioso.
Sono nata l’11 ottobre. Quando mia mamma è stata colta dalle doglie, sembrava piena estate. Indossava un abito leggero e sandali senza calze, praticamente un abbigliamento tipicamente estivo. Era talmente abbronzata che in ospedale le hanno fatto i complimenti, anche se in quella circostanza non credo le interessassero più di tanto.
Sono nata nel cuore della notte (alle 3 e mezza, credo) e proprio a partire dalla serata del 10 ottobre il tempo è cambiato: praticamente in una sola notte si è passati dall’estate all’autunno inoltrato. Mio papà, quando da ragazza mi arrabbiavo e andavo spesso su di giri, mi diceva che si vedeva che ero nata in una notte di bora, che sembravo io stessa un refolo di bora.

2. Da piccola ero allergica alle fragole VERO
Io le adoravo (e le adoro) ma mi facevano venire l’orticaria. Fortunatamente l’allergia se n’è andata com’era venuta e ora posso tranquillamente mangiarle … meglio se con una bella spruzzata di panna. 🙂

3. Vado pazza per il risotto alla milanese FALSO
Per carità, odio il sapore dello zafferano! Eppure i risotti sono la mia specialità culinaria e uno dei primi piatti che prediligo. Li preparo con tutto, carne, pesce, verdure ma lo zafferano no!

4. Ho preparato la prima torta a 12 anni VERO
Fin da piccola passavo ore a guardare mio papà o mia nonna mentre cucinavano (mia mamma, invece, non è una cuoca provetta) ma non li ho mai visti preparare una torta. Be’, mi sono detta, manca una pasticcera in questa casa!

5. Pur avendo sempre sentito la vocazione per l’insegnamento, per un certo periodo ho pensato che mi sarebbe piaciuto studiare medicina FALSO
Io ho sempre avuto paura dei medici, il mio pediatra, detto “testa d’uovo” per la forma del capo, mi terrorizzava. In più la vista del sangue mi ha sempre spaventata sicché non mi è mai passata per la mente l’idea di diventare medico.

6. I miei genitori volevano che facessi l’avvocato VERO
Ma non, come osserva Diemme, perché la maggior parte dei genitori sogna il figlio avvocato o come dice Alberto ci sia un avvocato in famiglia (papà, nonno ?). Semplicemente perché i miei genitori sono degli assicuratori e mi avrebbero trovato un posto sicuro e ben remunerato. Ora come ora mi sto chiedendo perché mai io non li abbia ascoltati. 😦

7. Indosso sempre scarpe con il tacco a spillo FALSO
Mi piacerebbe molto (il tacco alto e a spillo slancia che è un piacere e rende la figura più longilinea 😉 ) ma purtroppo i miei piedi detestano i tacchi. Eppure fino al mio matrimonio, proprio perché mio marito ha la bella altezza di 195 cm (forse ora 192, si è un po’ ingobbito con l’età 🙂 ) portavo i tacchi alti. Mi sono sposata con il tacco 12, per dire, e le scarpe le ho tenute addosso per quasi 12 ore senza soffrire. Altri tempi!

8. Odio indossare i jeans FALSO
E qui devo fare i complimenti ad Alberto che ricordava un mio post. Infatti, nella parte del suo commento che ho tagliato per non aiutare gli altri, ha riportato ciò che avevo scritto: “Non sono più la ragazzina viziata che faceva fare chilometri ai genitori per poter acquistare, prevalentemente in Veneto, i jeans Fiorucci, i preferiti. Ma quei pantaloni tanto amati occupano sempre lo spazio privilegiato nel mio guardaroba” (19/5/12). Bravo!
Grazie a Diemme per col tuo fisico i jeans sono una manna, spero per te che non li odi. Troppo buona!

9. Ho una sfrenata passione per gli anelli VERO
Non è solo passione, è una vera e propria mania. Io comprerei anelli tutti i giorni. Fortunatamente mi trattengo ma se ne vedo uno che mi piace davvero tanto (e che sia abbordabile, non parlo ovviamente di diamanti!), me lo compro. Ecchecaspita, si vive una sola volta, no? Comunque è una mania che mi porto dietro dall’adolescenza: allora ne mettevo uno, o anche più, per dito. Ora ho la mano seria, quella maritale (fede nuziale, veretta d’oro bianco delle nozze d’argento, anello di fidanzamento e trilogy regalatomi dal marito per i 25 anni, il tutto sull’anulare), ovviamente la sinistra, e quella informale, la destra, in cui indosso gli anelli più strani, sia sull’anulare sia sul medio. A volte anche decisamente voluminosi.
Mi spiace contraddire Alberto ma non si scrive male alla lavagna con troppi bijoux, semplicemente non scrivo spesso alla lavagna perché sono allergica al gesso. 😦 Per fortuna ora c’è la LIM …

10. Quand’ero assistente in una colonia estiva ho schiaffeggiato una bambina VERO
Brava Diemme ad avere intuito che proprio la veridicità di questa affermazione vi avrebbe stupiti. In qualche modo è andata oltre al semplice intuito dicendo: sono sicura che le hai salvato la vita. Be’, proprio salvato la vita no, ma la situazione era davvero particolare. Mi scuso ma qui devo aprire una lunga (e dolorosa!) parentesi.
Avevo 17 anni e durante l’estate volevo lavorare, per non dipendere dai miei. Un mio amico mi disse che sua zia era la direttrice di una colonia estiva a Cesenatico e che lui stesso aveva già provato l’esperienza di assistente. Da sola non ci sarei mai andata così mi ha accompagnato una mia compagna di liceo (una delle tre grazie, per intenderci!).
Mi fu affidata la “squadra” di bambine dai 6 ai 10 anni. Non sto qui a raccontare la pesantezza di quelle tre settimane che mi sembrarono 3 mesi. Vi dico solo che è stata un’esperienza terribile, specie perché la zia-direttrice del mio amico era, secondo me, la signorina Rottermaier che dai monti è scesa al mare per cercare un clima diverso e più persone da tormentare. Io fui la Heidi della situazione. 😦
A parte questo, nella mia squadra c’era una bimba di soli 5 anni perché i genitori volevano che stesse assieme alla sorella più grande. Fatto sta che quella era una vera peste. Si chiamava Pasqualina, e ho detto tutto. Sarà stata lei felice come una Pasqua, più piccola ovvero a sua misura, ma sembrava nata per rendere infelice me. Io avrei dovuto badare solo a lei e non alle, udite udite, altre 29 compagnette. Sì, 30 bambine affidate ad una sola persona giorno e notte, per di più minorenne. Altri tempi.
Insomma, la cara Pasqualina, oltre a farmi correre su e giù per la spiaggia di giorno, aveva deciso di non farmi dormire la notte. Lei non voleva dormire nel suo letto, preferiva il mio che era un letto singolo, scomodissimo, separato dal resto della camerata da una tenda. In piena notte vedevo il suo visino che sbucava dalla tenda, mi alzavo e la riportavo a letto dicendo che non poteva dormire con me, che in due saremmo state strette e che il suo letto era molto più comodo. Questo succedeva più volte, poi mi addormentavo stremata e la mattina dopo mi ritrovavo in “dolce” compagnia.
Ero rassegnata. Poi accadde una cosa che mi sconvolse letteralmente: venni a sapere che Pasqualina aveva i pidocchi. Aiutooooo!!! Ancora adesso non sopporto l’odore dell’aceto, tanto ne usai per lavarmi ogni giorno i capelli. Li avevo lisci e brillanti ma accuratamente avvolti in un foulard di seta. Sembravo una di quelle dive anni ’50 che popolavano i boulevard di Cannes. Peccato che Cesenatico non fosse Cannes e che io non mi sentissi affatto diva. Ero una derelitta, mi ero pure abbassata a scrivere un’accorata lettera a mia mamma. Io e lei quella volta a mala pena ci parlavamo.
Dopo la scoperta che dei poco simpatici animaletti popolavano la testa di Pasqualina, il mio rifiuto di dormire con lei fu categorico. Una notte, però, iniziò a urlare come una pazza, a piangere a dirotto, una scena isterica, con tanto di apnea e volto cianotico. Le tirai due ceffoni, per salvarle la vita, in un certo senso, ma soprattutto per prendermi una soddisfazione. Erano altri tempi, non mi beccai una denuncia, come accadrebbe ora. Mi beccai, però, due ceffoni dalla signorina Rottermeir in versione balneare. Ciò provocò una irrimediabile e insanabile rottura tra di noi. Il che significò per me passare il resto del tempo a maledire il momento in cui avevo accettato questo lavoro.
Certamente mi resi conto di aver fatto una cosa orribile. Però da madre, quando fui costretta ad affrontare gli spasmi affettivi del mio secondogenito, compresi che i due schiaffi mollati a Pasqualina furono davvero la soluzione ideale.

Ecco, questo è tutto. Come potete vedere, al di là delle soluzioni al giochino, ho raccontato delle cose e degli aneddoti che hanno senz’altro contribuito a farmi conoscere meglio.

Insomma, se non mi avete messo a fuoco ora, forse la prossima volta andrà meglio. 😉