SOGNANDO SANREMO

Lo spot di Sanremo 2020 con “Amadeus” nelle varie fasce d’età mi fa impazzire.
Il piccolo Amedeo, ripreso da mamma mentre canta a squarciagola “Ma che freddo fa” di Nada, l’adolescente che intona “Gianna” dell’indimenticabile Rino Gaetano, zittito dall’insofferente papà, e il giovane adulto che, accanto a una bella fanciulla, riprende le note dell’intramontabile successo dei Ricchi e poveri “Sarà perché ti amo”, venendo prontamente bloccato da lei, rappresentano il sogno lungo tutta la vita di Amedeo Sebastiani. In arte Amadeus.

Non so come sarà il prossimo Festival della canzone italiana né come si muoverà Amadeus sul palcoscenico dell’Ariston. So che ci sono state delle critiche sull’affidamento della direzione artistica e della conduzione del festival stesso al conduttore de “I soliti ignoti”, quiz preserale di successo in onda su RAI 1. Non dimentichiamo, però, che Amadeus nasce come dj e che di canzoni se ne intende, forse al pari dell’indimenticato Gianni Boncompagni, storico conduttore di Discoring (qualcuno se lo ricorda?). Per quanto riguarda la conduzione, mi pare che Sebastiani sia stato messo alla prova in svariati studi televisivi (Rai e Mediaset) e su diversi palcoscenici (uno fra tutti, quello del Festivalbar, condotto per varie edizioni). Certo Sanremo è Sanremo…

Per Amadeus il sogno si realizza, non ci resta che attendere l’inizio di febbraio per capire se sia o non sia all’altezza della situazione.

Ora, tuttavia, vorrei parlare di un altro sogno, il mio. E, anche se so che potrebbe lasciare interdetto chi mi conosce, Sanremo c’entra, eccome.


Correva l’anno 1982 e, per rilanciare un festival ormai in crisi, uno degli organizzatori di allora, Gianni Ravera, si inventò un concorso nell’ambito del contenitore televisivo domenicale – che ancora resiste, seppur con una durata più contenuta – “Domenica in”. Tramite il concorso, intitolato “Un volto per Sanremo”, si cercava una valletta sconosciuta da catapultare sul palcoscenico più famoso e temuto della TV italiana, pur senza alcuna esperienza. La prescelta avrebbe affiancato nella conduzione il celebre Claudio Cecchetto.

Ora so che stupirò qualcuno confessando che, pur non avendo mai avuto velleità artistiche, quantomeno di quel tipo, al concorso partecipai anch’io. Forse sarebbe meglio dire che mandai la mia candidatura (rigorosamente tramite il servizio postale… allora non c’erano i moderni mezzi del web!) perché dalla Rai non ebbi mai alcuna risposta.

Fra le nove candidate selezionate, come volto nuovo per Sanremo fu scelto quello di una ragazza toscana che allora era impiegata come segretaria d’azienda: Patrizia Rossetti.
Il mio sogno – ma lo era realmente? – fu infranto. Cosa ti aspettavi, potreste chiedermi. In effetti nulla ma, legato a quel concorso, ci fu un evento che mi lasciò comunque dell’amaro in bocca.

La vittoria di Patrizia Rossetti fu inaspettata. In realtà ben due aspiranti al ruolo di valletta, le gemelle Paola e Federica Gessi, erano già state date per vincenti, tanto che il Radiocorriere Tv aveva loro concesso in anticipo l’onore della copertina. Le due graziose fanciulle si dovettero consolare con una fugace apparizione dal Casinò, durante la seconda serata del festival. Incisero poi la sigla del programma per ragazzi, condotto da Marta Flavi, “Direttissima Con La Tua Antenna” che andò in onda sulla Rete 1 (ora Rai 1) dal 1981 al 1983. Di loro in seguito non si seppe più nulla.

Per me il ruolo delle gemelle Gessi, seppur ridimensionato, durante quel lontano Sanremo 1982 rappresentò la vera sconfitta. Perché? Perché con Paola e Federica avevo in comune la città natale: Trieste.

Dovete sapere che noi triestini abbiamo sempre avuto il complesso dell’emarginazione. Ora Trieste è considerata una città mitteleuropea, sta ottenendo molto successo anche come set cinematografico e televisivo, sempre più persone l’apprezzano e il turismo è in vertiginosa ascesa. Allora, però, noi ci consideravamo ai “confini dell’impero”, per così dire, nemmeno i treni arrivavano direttamente a Trieste dalle grandi città (forse ciò vale anche adesso, non viaggio molto), se ci volevamo spostare era d’obbligo il cambio a Venezia – Mestre. Dirò di più: qualcuno in Italia pensava che Trieste fosse in Slovenia…

Due triestine, anche se non avevano vinto il concorso “Un volto per Sanremo”, erano riuscite almeno a ottenere la ribalta con un premio di consolazione. Due triestine, capite? No, non potete capire perché il senso di frustrazione che mi colse era perfettamente calato in quel contesto, in quegli anni e legato alla mia giovanissima età. Ero solo una ragazzina con tanti sogni in testa, alcuni infranti: avevo lasciato la danza classica e non sarei mai diventata un’étoile; sognavo di diventare un’insegnante di Inglese ma avevo dovuto ripiegare sulla facoltà di Lettere; mi era pure saltato in mente di frequentare la scuola di giornalismo a Urbino, ma ebbi il veto da parte dei miei genitori convinti che con la scrittura non si potesse campare. L’unico mio rifugio a quei tempi era la radio. Collaboravo con un’emittente privata, prestazione del tutto gratuita, tra l’altro. Volontariato ante litteram, diciamo. Stavano nascendo, anche ai “confini dell’impero”, le prime tv private. In una di queste avevo fatto un provino per il ruolo di annunciatrice ma non era andato a buon fine. Pensare, quindi, di essere scelta per condurre Sanremo era pura follia ma intanto due ragazze mie concittadine avevano ottenuto una particina, niente di speciale però almeno si erano fatte notare.

Passarono gli anni. Della mancata esperienza sanremese non avevo serbato alcun ricordo. Avevo realizzato uno dei miei sogni, il più solido: insegnare. Nel frattempo mi ero sposata e avevo ottenuto il “posto fisso” tanto agognato: la nomina in ruolo. Ora avrei potuto realizzare un altro sogno: avere un figlio, anche due.

La sede della mia scuola era in montagna (lo so che ora vi starete chiedendo cosa c’entri tutto questo con Sanremo… pazientate!) e per raggiungerla dovevo prendere due pullman. Un giorno sul sedile accanto a me vidi una ragazza che mi pareva di conoscere. Inizio a scambiare quattro chiacchiere: eri al liceo con me? no, sei triestina comunque? sì, allora forse abbiamo degli amici in comune? no, non conosci tizio né caio né sempronio? forse hai fatto danza alla Società Ginnastica? no…

La guardo meglio e qualcosa i suoi tratti mi ricordano: capelli lunghi e ricci, lineamenti delicati, sorriso accattivante… capii solo allora che seduta al mio fianco c’era una delle gemelle Gessi. Non ricordo se Paola o Federica, poco importa. Anche lei faceva la pendolare (da Trieste mentre io mi ero già trasferita a Udine… meno strada per arrivare in montagna!) e insegnava come supplente in un paesino sperduto tra le Alpi carniche. Lei, come me, avviata alla “carriera” di insegnante.

Lei aveva sbagliato sogno. Io no.

[LINK della fonte da cui ho tratto le notizie su Sanremo 1982 e il concorso “Un volto per Sanremo”; immagine Amadeus da questo sito; immagine Cecchetto-Rossetti da questo sito; immagine sorelle Gessi da questo sito]

ORDINE E DISORDINE

“In principio c’era il caos…”. Tutti i miti greci sulla creazione iniziano così. Il caos nella mitologia greca forma una coppia dialettica con il cosmos, cioè l’ordine che è anche bellezza. In altre parole, tutto ciò che è ordinato è anche bello ma pare che le due parole non siano realmente contrarie, anzi, sembra abbiano un’affinità etimologica: anche ciò che è bello e ordinato nasce sempre da uno sfondo caotico.

Nelle Teogonia di Esiodo dal Caos sarebbe stato partorito Eros, che tutti conoscono come dio dell’amore, contemporaneamente alla stessa Terra. Quindi, se l’amore è bellezza e l’ordine stesso, il Cosmos greco, è bellezza, possiamo dire che dal caos abbia origine non solo l’ordine ma anche l’amore.

Perché questo preambolo in un post d’inizio anno, dopo un lunghissimo silenzio?

Negli ultimi tempi – non so nemmeno io quali: mesi? anni? boh – in me sento un gran disordine. Di conseguenza mi sento brutta, non mi piaccio, non mi apprezzo e sento solo un gran bisogno di ordine, quindi di bellezza.

Cosmos è la parola greca da cui deriva “cosmo” che per noi è sinonimo di universo. Ma riusciamo a percepire la “bellezza” di questo universo di cui abitiamo solo un’infinitesima parte? Direi di no.

Sulla Terra, di questi tempi, regna tutto fuorché l’ordine. Se consideriamo la responsabilità che tutti abbiamo come “terrestri”, certamente contribuiamo a offuscare la bellezza che il nostro pianeta potenzialmente avrebbe. Guerre, fame, morti, cambiamenti climatici sono le piaghe del nostro tempo, anche se non esclusivamente “nostro”.

Nel Somnium Scipionis di Cicerone, l’Africano rimprovera il nipote Emiliano di continuare a tenere fisso lo sguardo sulla Terra, dal momento che egli si trova nella Via Lattea e ha la possibilità di contemplare la complessa e gigantesca architettura dell’universo (cosmos) dove la Terra appare come un puntino insignificante.

Ecco, noi abitiamo un puntino insignificante dell’universo eppure ci sembra di essere dei giganti, abbiamo la presunzione di onnipotenza (la chiamiamo multitasking, in realtà), non accettiamo i nostri errori, anzi, li minimizziamo mentre siamo ben pronti a notare e a volte ingigantire quelli degli altri. Ci accomodiamo sul banco della pubblica accusa e guardiamo con sufficienza quello dell’imputato.

Eppure non siamo felici.

Seneca la chiamava displicentia sui, la scontentezza di sé. Dall’alto della sua autàrcheia, prendeva in giro chi passa il tempo a fare cose inutili senza mai raggiungere l’appagamento. Gli occupati non sono felici, solo il saggio sa esserlo perché ha piena coscienza della brevità della vita.

Quanto occupati siamo noi? Quante cose facciamo che davvero consideriamo appaganti? Personalmente ne faccio poche. Molti doveri, pochi piaceri.

Siamo schiacciati da mille incombenze, occupati come gli stolti senechiani abbiamo l’impressione di concludere troppo poco nell’arco di una giornata. Vorremmo dilatare il tempo, 24 ore non ci bastano. Ma quelle abbiamo e dobbiamo farcele bastare per fare tutto con ordine (sì, perché il disordine complica le cose e ci rende più occupati che saggi) ed essere felici godendo della bellezza della vita.

«Nihil minus occupati est quam vivere» (“Nulla è meno proprio di un affaccendato che vivere”), diceva Seneca. Aggiungo che fare troppe cose, nella maggior parte dei casi se non inutili quantomeno non così urgenti, crea disordine e insoddisfazione. Vivere con bellezza (cosmos) è preferibile al vivere e basta.

Prendendo in prestito un altro autorevole antico, cito l’imperatore Marco Aurelio (non a caso noto come imperatore filosofo): «Per mente tranquilla non intendo altro che una mente ordinata».

Ogni tanto prendo bonariamente in giro quegli studenti che tengono male libri e quaderni, perdono gli appunti presi su fogli volanti, non trovano mai quel che cercano dentro il caos dello zaino. Osservo che l’ordine (o il disordine) con cui tengono le loro cose riflette l’ordine mentale. Una mente ordinata è, dunque, anche tranquilla. Ordine e bellezza contro disordine e caos non sono concetti astratti ma si tramutano in concrete azioni che incidono non solo nell’esteriorità, quindi in ciò che facciamo, ma anche nell’interiorità.

Ecco, io credo che gli antichi abbiano molto da insegnarci. Ancora, dopo secoli e secoli, possiamo appropriarci dei loro insegnamenti, applicarli nella quotidianità e cercare se non proprio la felicità, almeno una vita tranquilla, nella mente e nel corpo.

Non diciamo più “E’ la vita, bellezza!” per indicare ciò cui non possiamo porre rimedio. Diciamo, invece, “La vita è bellezza!”. Cambiamo l’ordine delle parole e spostiamo una virgola, semplicemente, e dalle parole passiamo ai fatti.

Il mestiere mi ha insegnato che la cosa più difficile e improbabile è proprio cambiare. Eppure la ricerca della felicità non risiede nel conservare, ma nel coraggio di modificare il corso degli eventi. (Paolo Crepet, cit. da Impara ad essere felice)

P.S. Avevo scritto questo post per augurare a tutti BUON 2020. Non l’ho pubblicato subito e l’ho rimaneggiato più volte nel tentativo di renderlo più concreto affinché non apparisse come un insieme di “pensieri sparsi in libertà di una professoressa di materie umanistiche” o, come direbbe Petrarca, “rerum vulgarium fragmenta”… ecco, ci sono ricascata. Non c’è nulla da fare, il momento è così, molto disordine non solo attorno a me (libri e vestiti ovunque, sembra non ci sia più spazio per le mie cose in questa casa…) ma anche e soprattutto dentro di me.
Faticosamente sto cercando di trovare quell’ordine mentale che forse porterà la mia vita ad essere più bella. Cerco di lasciare il caos alle spalle, con molti buoni propositi per il nuovo anno.

Concludo con un consiglio di lettura, sempre tenendo conto degli insegnamenti ancora attuali che gli antichi ci hanno trasmesso. Si tratta di un libro godibilissimo scritto da una docente, Cristina Dall’Acqua, sulla lezione degli antichi: Una Spa per l’anima.

L’ARTE DI CADERE DALLE NUVOLE

Sai mantenere un segreto?

Questa domanda mi fa rabbrividire.

Mi chiedo: ma se è un segreto, perché mai devi proprio raccontarmelo?
L’etimologia stessa dovrebbe dissuaderti. “Segreto”, infatti, deriva dal latino secretum, da secernere che significa “mettere da parte”, verbo composto da se– e cernere, “separare”.
E’ ovvio, quindi, che un segreto deve restare “da parte”, non può essere condiviso, rimane un fatto privato. “Pubblico” e “privato” non sono forse antonimi?

Io sono una persona discreta, non mi faccio gli affari degli altri né gradisco che gli altri si facciano i miei. Certamente anch’io faccio delle confidenze che non hanno bisogno di essere definite segreti. Stando all’etimologia, infatti, la parola “confidenza” deriva dal latino con + fidere, verbo che ha la radice di fides, “fiducia”.

Quindi è chiaro che la persona cui faccio una confidenza sa che di lei mi posso fidare, che il rapporto tra noi è di amicizia. Non è necessario chiedere “Sai mantenere un segreto?” né c’è alcun bisogno di risposte.

Sta di fatto che a volte c’è qualcuno, magari non troppo vincolato a me da un rapporto di amicizia, che non vede l’ora di rivelarmi un segreto. Ok, fallo pure ma, se mi conosci un po’, non chiedermi se so mantenere un segreto. Lo ritengo semplicemente offensivo.

Ma i segreti sono davvero tali?


Talvolta, infatti, mi capita che qualcuno mi parli di qualcosa che già so, magari proprio un qualcosa che doveva rimanere un segreto ma che, a causa di persone poco affidabili, è passato dal privato al pubblico in men che non si dica. Poi, come succede nel vecchio gioco del telefono senza fili, si tratta di qualche versione riveduta e corretta del segreto originale, di cui tuttavia sono in grado di riconoscere la sostanza. In questo caso io metto in atto quell’arte che mia madre mi ha insegnato e che non dimentico mai: cadere dalle nuvole.

“Ma dai, davvero?” è la risposta standard, anche se in effetti è una domanda. Dopo di che cerco di cambiare discorso perché ‘ste cose proprio non mi vanno giù.

Che dire, poi, di quei “segreti” che si accolgono con tutte le più buone intenzioni, con promesse e giuramenti, ma che alla prima occasione si ritorcono contro il malcapitato perché il “confidente” è spinto dalla sete di vendetta? Può accadere, infatti, che le amicizie si rompano e che un “segreto” diventi un’arma più affilata di un coltello.

Ecco, io se ho ricevuto una confidenza, se vengo a conoscenza di fatti privati che magari non conoscono neppure i familiari (mi è successo), anche se l’amicizia si è rotta non rivelerò mai un segreto, neppure sotto tortura.

Insomma, di me ci si può fidare.

E voi…

[immagine sotto il titolo da questo sito]

CIAO PAPÀ

Una settimana fa se n’è andato il mio amatissimo Papà.

Non ci sono parole per descrivere questo momento doloroso e triste. Non ci sono lacrime che possano bastare per colmare una perdita così grande.

Era malato ma non poi così tanto, nonostante l’età. Da più di un anno la sua vita era cambiata, con la dialisi e più ricoveri in ospedale e nella RSA per la riabilitazione.

Fino a due anni fa, alla bella età di 85 anni, quasi ogni mattina si recava in ufficio. Era il suo modo per sentirsi vivo. Non posso immaginare come si sentisse costretto sulla sedia a rotelle o, nei momenti di maggior forza, a camminare con l’aiuto del deambulatore.

Non si lamentava. Quando al telefono gli chiedevo come stesse, la sua risposta era sempre: “Ma sì, dai”.

Nell’ultimo periodo era preoccupato per mia mamma che vedeva sempre più stanca e provata. Quando vedeva me e mio fratello al suo capezzale, sempre più spesso, si scusava per il disturbo che ci arrecava. “Ma va’ là!”, dicevamo.

Sembra che questa scomparsa improvvisa, inaspettata anche a detta dei medici (aveva superato crisi peggiori) sia stato il suo modo di “togliere il disturbo”.

Se n’è andato a tre settimane dal matrimonio di mio figlio. Sapeva bene che non avrebbe potuto esserci ma non tollerava il fatto che non ci fosse nemmeno mia mamma. Lei non l’avrebbe mai lasciato solo. Più di 70 anni assieme, un vero miracolo se ci penso.

Ora tutti dobbiamo farci forza. Non sarà facile ma Lui non avrebbe mai voluto vederci tristi e abbattuti.

Ciao Papà. Riposa in Pace.

BUON ANNO E… BUON TEMPO A TUTTI!


Negli ultimi tempi – forse è meglio dire anni – ho l’impressione che il tempo non solo fugga, com’è giusto che sia, ma soprattutto mi sfugga, scivoli via dalle mie mani defraudandomi di quella prerogativa che dovrebbe essere garantita a ogni uomo e a ogni donna: l’essere padroni del proprio tempo.

La mia latitanza da questo e dagli altri blog è cosa nota, ormai, a chi mi segue. Non scrivo quasi più perché non ho stimoli, è vero, ma anche perché, perfezionista come sono, non riesco a buttare giù due righe, di corsa, tanto per dire “il mio blog sopravvive”. E così, accanto alla scarsa motivazione, c’è il problema del tempo.

Tempo che non ho perché il mio lavoro è diventato impossibile, con i tanti impegni che comporta a casa e a scuola. Non solo, ormai il mio lavoro mi prosciuga le energie, annienta la forza, e fisica e di volontà, sicché riesco a concedermi pochi piaceri al di là dei doveri: la passeggiata bi-trisettimanale è diventata una corsa veloce in centro il sabato pomeriggio ma non è nemmeno un lusso settimanale; il caffè con le amiche da appuntamento settimanale è diventato semestrale, se va bene; non sempre riesco a vedere il mio nipotino una volta per settimana, a volte ne passano due; vado a trovare i miei genitori sempre più di rado, con dei sensi di colpa che non vi dico.

Dicono che il tempo sia un dono. Purtroppo certe volte non riesco proprio a scartarlo questo dono, rimane là intrappolato nella scatola della vita, come i venti donati da Eolo a Odisseo. Vivo al di fuori di questa specie di scatola magica di cui non conosco la combinazione. Bastasse un apriti sesamo… ho l’impressione che siano rimasti solo i 40 ladroni a rubare il mio tempo.

Ho scoperto per caso la poesia di Elli Michler “Ti auguro tempo” e ho deciso di postarvi il video (ma se preferite potete leggerla con calma QUI) per augurarvi un buon 2019. So che il problema che affligge me è molto diffuso e spero che le parole della poetessa tedesca possa farvi riflettere come ha fatto riflettere me.

Eppure basterebbe tenere presente le parole del filosofo Seneca: “Nulla è di minore importanza per un uomo affaccendato che il vivere”.

A TUTTI RIVOLGO UN AFFETTUOSO AUGURIO DI UN

[GIF DA QUESTO SITO]

QUELL’ARZILLO NOVANTENNE CHIAMATO MICKEY MOUSE


Novant’anni e non sentirli! Il 18 novembre 1928 presso il Colony Theater di New York nel corto Steamboat Willie fece la sua prima apparizione pubblica il topolino più famoso del mondo: MIckey Mouse. Il suo papà, Walt Disney, l’aveva già inserito in un altro corto, L’aereo impazzito, che però fu proiettato privatamente il 25 maggio dello stesso anno.

Mickey nacque dalla penna del suo disegnatore in un garage, nella massima discrezione della notte: Walt e del suo collaboratore Ub Iwerks, autore di quasi 700 animazioni al giorno, ebbero la geniale idea di dar vita al cartone animato destinato a rimanere nella storia.
Disney dichiarò di essersi ispirato a un topolino domestico che spesso gli faceva visita nei suoi uffici presso il Laugh-O-Gram Studio.
All’inizio aveva deciso di chiamarlo Mortimer Mouse; fortunatamente la moglie gli fece notare che quel nome appariva un tantino lugubre per un personaggio destinato ai bambini, quindi Walt decise di chiamarlo Mickey. Non sapeva che quel simpatico topino avrebbe conquistato il cuore di grandi e piccini per molte generazioni.

Al suo debutto, effettivamente, Mickey fu accolto un po’ tiepidamente ma il suo creatore, senza lasciarsi scoraggiare, decise di preparare un secondo film, Topolino Gaucho, in cui compare l’inseparabile Minnie e fa la sua apparizione l’acerrimo nemico di Topolino, il gatto Gambadilegno.

Quando al cinema arrivò il sonoro, Disney decise di creare un film con il sonoro sincronizzato, Steambot Willie, ispirandosi a una comica di Buster Keaton, e dando lui stesso la voce a Topolino. Il debutto con il sonoro stentò a decollare tanto che Disney, non trovando alcun distributore, decise di proiettarlo al Colony Theater di New York per cercare l’approvazione del pubblico. Il successo sia di pubblico sia di critica fu clamoroso: era nata una stella destinata a splendere a lungo.

Nel 1929 si assiste alla vera e propria esplosione del personaggio di Mickey Mouse, tanto che l’anno successivo Madame Tussaud gli rende omaggio con una statua di cera.
In breve furono creati tutti gli altri personaggi di Mousetown (Topolinia): Pippo, Pluto, Tip e Tap, Clarabella, Orazio, il Commissario Basettoni, Macchianera seguiti da tutta la gang di Paperino, quindi Zio Paperone, Paperina, Gastone, Nonna Papera, Ciccio, Qui, Quo e Qua…

Alcune curiosità sul suo aspetto. Una delle caratteristiche di Topolino sono le quattro dita per mano, che dal 1929 (nel corto The Opry House) saranno infilate per sempre dentro i guanti bianchi. Disney spiegò che disegnare Mickey Mouse con quattro dita anziché cinque era più semplice per riprodurre i movimenti. I guanti bianchi servivano invece a distinguere meglio le mani dal resto del corpo di colore nero.

Un altro tratto distintivo sono le orecchie che costituiscono in un certo senso il marchio di fabbrica della Disney. Infatti, tutti i “luoghi” targati Disney celano i “tre cerchi” che formano le celebri orecchie, in posti a volte evidenti, altre volte impensabili. Anche nelle pellicole della Disney, dai classici in poi, sono ben nascoste le famose orecchie; c’è chi dice che ne esistano almeno 1000, ma il numero esatto è sconosciuto.

Forse non tutti sanno che a Trieste, sulla riviera di Barcola dove ogni anno si svolge la famosa regata velica (la “Barcolana”), c’è uno stabilimento balneare chiamato “Topolini” perché, almeno così sembra, è costituito da due gruppi di terrazze semicircolari, in origine una destinata alle donne e l’altra agli uomini, che ricordano proprio le orecchie di Topolino. L’origine del nome è oggetto di contrastanti vedute, tuttavia personalmente la trovo affascinante.

TIME Magazine ha definito le orecchie di Topolino come “una delle più grandi icone del XX e del xxi secolo”. Nulla di cui meravigliarsi, dunque, se oggi quelle orecchie vantano 3,4 milioni di like sulla Fanpage di Facebook, un posto nella Walk of Fame di Hollywood e un fotoritratto con quasi tutti i Presidenti degli Stati Uniti.

Nel 1932 Disney ricevette un Oscar speciale proprio per la creazione di Topolino. Da quel momento tutto il mondo si interessò al personaggio, che di lì a poco sarebbe sbarcato in Italia con un giornale illustrato tutto per sé. Seguirono i gadget che ancor oggi sono ambiti, non solo dai bimbi. Quando nel 1933 fu prodotto il primo orologio da polso con le lancette di Mickey Mouse costava 3 dollari e 75 centesimi. Oggi lo stesso orologio, se originale, è valutato intorno ai 6mila dollari.

Il successo e la fama di Mickey sembra non avere fine: nel 2004 Mickey generava da solo ricavi di 5,8 miliardi di dollari l’anno e “Forbes” lo definì “il personaggio di Fantasia più redditizio della storia”.

Vi lascio con un breve video tratto dal film d’animazione “Fantasia”, prodotto da Walt Disney nel 1940. Topolino indossa le vesti di un apprendista stregone sulle note della sinfonia di Dukas, illustrata dall’omonima ballata di Goethe. La trama divenne celebre grazie alla musica di Dukas al punto che ancora oggi il modo di dire “apprendista stregone” indica una situazione (di un singolo individuo o di una intera comunità, addirittura di una nazione) iniziata con faciloneria e troppa sicurezza e poi precipitata in un futuro incerto e denso di incognite.

Sicuramente non è incerto il futuro di Topolino: un arzillo novantenne che ha ancora tanta voglia di divertire e divertirsi!

[fonti: www.bigodino.it, ilmiolibro.kataweb.it, Il Piccolo.it; immagine da questo sito]

10 ANNI CON VOI


Giovedì questo blog ha compiuto 10 anni. Per quanto mi fossi ripromessa di non dimenticare la data del 27 settembre, alla fine i vari impegni hanno fatto passare inosservato questo anniversario. Meno male che ci ha pensato WordPress a ricordarmelo…

Cosa posso dire di questi 10 anni da blogger? E’ stata una bella esperienza, all’inizio. Poi, piano piano, l’entusiasmo è scemato con il passare degli anni e ora, come sanno bene i lettori che mi seguono da tempo, questo blog vive di vita propria perché i lettori sono sempre numerosi ma non ho più tanto tempo né voglia di aggiornarlo regolarmente.

Negli ultimi tempi mi sono chiesta cosa mai fosse diventato questo spazio. Nato per condividere con gli studenti dei materiali di studio, ha smesso questa funzione con l’apertura de laprofonline. Per un po’ mi sono impegnata a trattare argomenti di attualità e la condivisione, le discussioni, il confronto mi hanno dato molte gratificazioni. Poi anche questa funzione si è ridotta molto e negli ultimi tempi quei pochi post che riesco a pubblicare sono perlopiù personali.

Non ho mai smesso di chiedermi perché tenere aperto un blog se poi giace nell’oblio. Non ho ancora trovato una risposta forse perché credo di avere molto altro da dire. Devo trovare l’ispirazione giusta per riprendere a pubblicare regolarmente, almeno un post a settimana come mi ero riproposta all’inizio. Spero di trovarla presto.

Intanto GRAZIE A TUTTI I LETTORI, a chi mi segue da poco o da tanto e a chi capita qui per caso.

POSSO ANCHE DIRE «NO!»

Non so se qualcuno di voi ha letto il libro Puoi anche dire «no!». L’assertività al femminile, scritto da Beatrice Bauer, Gabriella Bagnato e Mariarosa Ventura (Dalai editore, 2012). Ad ogni modo, tratta l’assertività al femminile, ovvero quella capacità di esprimere le proprie idee in modo aperto, onesto e diretto, imparando a farlo cercando di essere ascoltati pur nel rispetto del vostro interlocutore. Ovviamente ciò vale anche per gli uomini ma le donne, si sa, cercano sempre dei compromessi, gli strumenti e i modi per non ferire gli altri facendo anche cose che non condividono (il classico detto “far buon viso a cattivo gioco”) oppure tentando di far valere le proprie ragioni senza troppa sicurezza e alla fine quasi convincendosi che no, le cose non stanno come le vediamo noi, forse hanno ragione gli altri.
Ciò, naturalmente vale anche per certi uomini, il mio discorso non vuole assolutamente sembrare sessista. Ma l’esperienza mi porta a considerare il fatto che per i maschi le cose sono davvero più semplici. Se poi hanno a che fare con donne determinate, quelle che non lasciano passare nulla, non perdonano, meditano vendetta e magari la mettono in pratica, allora i signori uomini depongono le armi e si arrendono in nome del “quieto vivere”. Quindi l’assertività al femminile è ciò che ci vuole non per dominare ma per arrivare ad un rapporto alla pari. E sto parlando di ogni ambito, da quello familiare a quello lavorativo, passando attraverso le reti di conoscenze e i legami di amicizia.

Perché è così difficile dire “no!”? Perché è così difficile dire “Signori miei, a me ‘sta cosa non va proprio giù!”?

Da bambina e da adolescente ero molto determinata. Ottenevo quasi sempre ciò che volevo adottando la furbizia: sapevo ciò che dovevo dire e come era conveniente mi comportassi per averla vinta. In altre parole: ammansivo.

Certo, non in tutte le situazioni la strategia funzionava. Diciamo che in famiglia e con gli amici sapevo fino a che punto potevo spingermi, mentre nelle situazioni che non potevo gestire la cosiddetta assertività andava a farsi benedire.

Faccio un esempio.

Da bambina ho studiato danza classica. Chi ne ha esperienza sa che la danza è “maestra di vita”, insegna il rigore e la disciplina, insegna a non accettare i propri limiti e difetti ma a cercare di superarli e di migliorarsi. Tutto ciò con grande fatica e a volte con una buona dose di umiliazioni.
Un giorno feci un bel ruzzolone giù dalle scale e il mio osso sacro ne risentì parecchio. Quel pomeriggio dovevo andare a lezione e, vive o morte, noi ballerine in erba dovevamo presentarci altrimenti la maestra, detta Crudelia Demon (non so se è chiaro il motivo del soprannome), sbraitava, naturalmente alla lezione successiva.
Mi presentai al suo cospetto dolorante e, come da prassi, feci un inchino. Spiegai, quindi, l’inconveniente e il motivo per cui quel pomeriggio non avrei potuto eseguire tutti gli esercizi. La risposta glaciale fu: «La prossima volta vedi di romperti la testa». Incassai il colpo e mi ritirai fra le lacrime, dopo aver fatto un alto inchino, pronta a eseguire, senza fiatare, i vari jeté e piqué cercando di mantenere il sorriso sulle labbra, come si conviene a una brava ballerina.
Cosa avrei dovuto fare? Forse replicare alla maestra “Brutta strega, vedi di rompertela tu quella testa vuota!”. Ma avevo avuto una buona educazione.

Crescendo ho imparato l’arte del compromesso. Tuttavia, ci sono state occasioni in cui, non potendo dire “no!”, mi sono dovuta adattare.

Altro esempio.


Insegnavo da una decina d’anni. Avendo due figli piccoli e la cattedra in montagna, per due anni consecutivi ero riuscita a ottenere l’assegnazione in una scuola cittadina. Quando con notevole ritardo (per motivi burocratici, non per causa mia) rispetto all’inizio dell’anno scolastico mi presentai alla dirigente, convinta di aver diritto alla continuità sulla cattedra dell’anno precedente, chiesi quali classi mi avrebbe assegnato, lei secca rispose: “Le darò gli avanzi”. Incassai il colpo e da quell’anno soffro di colon irritabile.
Non so se avrei ottenuto nulla ma in quella circostanza avrei dovuto rispondere: “Brutta strega, certi avanzi li farei volentieri mangiare a lei!”. Sempre a proposito della sindrome del colon irritabile…

Anche da adulta, quindi, in nome del famoso “quieto vivere” ho dovuto incassare i colpi senza protestare. In famiglia le dinamiche sono più gestibili ma quando si esce dalle pareti domestiche è molto più difficile dire “no!”.
Arrivata alla mia età ho capito che assertivi non si nasce, si diventa. E ci vuole molta pazienza nonché un buon allenamento. Magari all’inizio si pensa a quale avrebbe potuto essere il modo migliore per esprimere apertamente le idee, con educazione e rispetto, cercando di essere ascoltati. Diciamo che dopo aver messo in pratica “virtualmente” varie strategie, arriva il momento di passare dalla teoria alla pratica.

Da qualche tempo (un paio d’anni, per la precisione) ho iniziato a dire la mia anche sul lavoro. Non sempre sono stata ascoltata, intendiamoci, in democrazia la maggioranza vince, lo sappiamo, ma mi sembra almeno di aver smosso le acque. Cero, qualche muro si è alzato, qualche collega non mi saluta più, altri lo fanno a denti stretti e solo per educazione. Tuttavia, una piccola vittoria l’ho messa in tasca: ho detto “No! A me ‘sta cosa non va bene, farò come volete ma sappiate che non sono d’accordo.”. Una bella soddisfazione per una che ha spesso detto “sì” pensando “no”.

Ma il capolavoro dell’assertività l’ho messo in pratica quest’estate, in due diverse occasioni (che chiamerò “intoppi”) in qualche modo legate fra loro.

Primo intoppo.

Il 7 agosto mi scadeva la Carta d’Identità e avevo urgenza di rinnovarla perché con mio marito avevamo deciso di fare una breve vacanza in Croazia. Mi muovo verso fine giugno, vado sul sito del Comune per cercare gli orari degli sportelli e scopro che il rinnovo del documento si fa solo su prenotazione on line. Ok, clicco sul link e, amara sorpresa, scopro che il primo giorno libero è il 29 settembre. Mando mio marito all’Ufficio Anagrafe, lui spiega il problema e un usciere replica: “Si faccia il passaporto”.
Senza parole.
Non demordo. Scrivo al sindaco e, non ottenendo risposta, mi reco nel suo ufficio. Non c’è, è in ferie fino al 31 agosto. Chiedo di parlare con il vicesindaco, lo attendo (non mi sarei mossa da là nemmeno se fosse arrivato a mezzanotte!) e lui, gentilissimo, comprende il problema e mi mette in contatto con l’assessore ai Servizi Demografici con cui parlo al telefono. L’assessore, gentilissimo, mi spiega che per le urgenze c’è una prassi ma è meglio rivolgersi alla dirigente dei Servizi Demografici la quale mi informa che posso ottenere la Carta d’Identità solo presentando una prenotazione (albergo, treno o aereo) con destinazione una località oltreconfine.
Nel frattempo avevo contattato la struttura in cui avevamo soggiornato lo scorso anno e, fortunatamente, nel primo pomeriggio del giorno in cui avevo parlato con la dirigente dell’Anagrafe mi risponde una gentilissima ragazza che sa bene l’italiano e mi manda un preventivo. Con il documento in mano mi presento allo sportello e in 10 minuti ottengo l’agognato documento. Senza l’urgenza avrei dovuto attendere il 9 ottobre perché nel frattempo altri avevano prenotato.

Secondo intoppo.

Come ho detto, mio marito ed io abbiamo deciso di ritornare nello stesso albergo dello scorso anno perché ci eravamo trovati bene, la camera era ampia e dotata di ogni comfort. Non avevamo, però, fatto i conti con il fatto che quell’hotel fa parte di un grande gruppo assieme ad altre 6 strutture. Io ero, comunque, tranquilla perché nelle numerose e-mail scambiate con l’addetta alle prenotazioni mi ero più volte sincerata che la camera (nel frattempo ne aveva trovata un’altra con balcone, su mia richiesta) si trovasse nello stesso hotel dello scorso anno.
Arriviamo a destinazione e, con grande sorpresa, veniamo deviati verso una specie di dependance, limitrofa rispetto al “nostro” albergo, e accompagnati in una camera molto più piccola, trascurata (anche sporca!), con un bagno fatiscente e senza alcuna possibilità di trovare collocazione per le valigie vuote. Praticamente eravamo accampati.
Rinuncio a comunicare con la reception perché nessuno parla italiano e io quando sono agitata non riesco a esprimermi agevolmente in inglese. Non trovo proprio le parole… nel frattempo le avevo perse anche in italiano.
Afflitta da una cervicalgia che non mi dà tregua, passo una notte insonne durante la quale scrivo una e-mail alla ragazza che mi aveva contattata per la prenotazione e do un aut aut: o mi trovano un’altra sistemazione dignitosa oppure partiamo l’indomani stesso pagando solo la notte trascorsa.
Al mattino, quando scendiamo per la colazione, alla reception sanno già tutto. Si profondono in mille scuse, ci chiedono di attendere (offrono pure un caffè, noi decliniamo anche perché avremmo più bisogno di una camomilla, almeno io…) perché gli hotel del gruppo sono pieni ma garantiscono che qualcosa si trova. Dopo nemmeno 5 minuti veniamo accompagnati in un hotel vicino, molto più lussuoso, e ci viene mostrata una suite dotata di tutti i comfort: salotto con megaschermo tv, divano, tavolo da gioco con poltroncine, tavolino da lettura con poltrone giganti, camera con letto kingsize, tanto grande che io e mio marito ci perdevamo di vista, due armadi a muro, un bagno con vasca più grande di quello di casa mia, due balconcini (uno era il trionfo dei glicini e l’oasi delle api ma vabbè…) arredati con tavoli e sedie in ferro battuto.
Rimango senza parole, l’unica cosa frase che mi esce dalla bocca è “The same prize?”, “Of course!” è la risposta. E non basta: veniamo informati che il direttore, per scusarsi, è lieto di offrirci un pranzo, quando vogliamo e senza limiti di portate. Avrei preferito un massaggio gratis (uno degli hotel aveva la spa) ma vabbè…


Ripensando ai due intoppi, ho adesso molto chiaro il motivo per cui mi sono comportata così nella seconda situazione.
Avevo fatto tanto per ottenere la Carta d’Identità valida per l’espatrio, avevo contattato personalmente l’hotel dell’anno scorso, senza passare attraverso le piattaforme di prenotazione on line, convinta di poter ottenere un “trattamento di favore” in quanto cliente (in effetti nel preventivo era già stato calcolato uno sconto), non meritavo proprio di essere trattata così. Se lo scorso anno fossimo capitati in quella camera (intendo la prima, ovviamente), probabilmente non avremmo protestato ma in quell’hotel non ci avrebbero più rivisti.

Da non trascurare il fatto che avevo “carburato” un bel po’ nell’affrontare il primo intoppo. Non dico che per cambiare ci vuole poco, sarei falsa. Ci vuole tantissimo impegno, convinzione e un bel po’ di “carburante” che metta in moto l’assertività. E non è detto che funzioni sempre: anche l’automobile non va avanti in eterno senza benzina. Ogni tanto il pieno lo si deve pur fare.

[immagine animata ballerina da questo sito; immagine Cameron Diaz-prof da questo sito; immagine documenti da questo sito; immagine Hotel da questo sito; le immagini con scritte sono state realizzate con quozio.com]

GENOVA: CROLLA IL PONTE MA NON LA SPERANZA

Ciò che resta del ponte Morandi, il 14 agosto 2018
(PIERO CRUCIATTI/AFP/Getty Images)

Una settimana strana questa che sta finendo. La settimana di Ferragosto, periodo in cui la gente si libera dai fardelli quotidiani e ha voglia di evadere, fosse anche per una gita fuori porta.

Ferragosto segna, in qualche modo, lo spartiacque tra l’estate che ha goduto del sole e della luce di lunghe giornate e l’anticipo del tempo autunnale caratterizzato da giornate sempre più parche di luce. Per questo se il 15 agosto “cade” a metà settimana, come quest’anno, la possibilità di cogliere l’occasione per un “ponte” si fa ghiotta. C’è chi ha approfittato dello scorso week-end, prolungandolo fino al mercoledì, e chi invece ha pensato di godersi il “ponte” fino a questa domenica. Qualunque sia stata la scelta, il Ferragosto di quest’anno rimarrà nelle nostre memorie come il più sanguinoso di tutti.

I ponti, quelli veri, a volte crollano. Qualunque ne sia il motivo, incuria, superficialità o incapacità decisionale, difficilmente si tratta di eventi imprevedibili. Ne sapeva qualcosa il pontifex dell’antica Roma, il cui nome deriva proprio dalla locuzione pontem facere e quindi il titolo di questa figura si poteva tradurre con “costruttore di ponti”. E i ponti erano importanti allora e adesso perché uniscono. Il pontifex era una figura anche religiosa però allo stesso tempo si occupava della giustizia e garantiva ai cittadini la tutela dei sacra privata, senza rinunciare a quella dei beni pubblici. La sicurezza è uno di questi, almeno dovrebbe esserlo.

La settimana che sta finendo è stata caratterizzata dai ponti. Il “ponte” di Ferragosto che avrebbe dovuto portare spensieratezza e quello costruito a Genova dall’ingegner Morandi nel lontano 1967. Un ponte molto trafficato soprattutto in occasione delle festività. Un ponte che la vigilia di Ferragosto ha portato lacrime e sangue, trascinando con sé la felicità, i sogni e i progetti di molte famiglie, assieme alla struttura caratterizzata dagli “stralli” che vagamente ricordano il ponte di Brooklin, tanto da essere esso stesso chiamato così dai genovesi.

La settimana che sta terminando è stata caratterizzata da altri eventi dolorosi e tristi ma il crollo del ponte Morandi pare abbia messo in secondo piano ogni cosa.

Poche ore prima del disastro di Genova un nuovo attentato nel cuore di Londra, fortunatamente senza gravi conseguenze, ha riportato la paura degli attentati terroristici che da troppo tempo hanno tolto serenità agli abitanti delle grandi città europee.
Il 17 agosto, a un anno da quel tragico evento, si è ricordato l’attentato sulla rambla di Barcellona ma anche questa notizia è passata in secondo piano. Anche se i morti di oggi, i nostri morti non sono certamente più importanti.

Il 16 agosto, dopo una lunga malattia, se n’è andata Aretha Franklin, voce indimenticabile in un panorama musicale che si fa sempre più scarno di interpreti destinati all’immortalità.

Il 18 agosto un terremoto caratterizzato da forti scosse ha riportato la paura nel centro-sud Italia. Nessuna vittima, danni ad alcuni edifici ma gli abitanti del Molise hanno rivissuto i tragici momenti del violento sisma che poco meno di un anno, il 24 agosto, ha sconvolto le Marche. Anche questo evento, non così tragico né luttuoso ma ugualmente drammatico per chi l’ha vissuto, non ha occupato le prime pagine dei quotidiani.

epa06955571 (FILE) – Former UN Secretary General Kofi Annan speaks to students about his memoirs, ‘Interventions: A Life in War and Peace’, at the London School of Economics in London, Britain, 04 October 2012 (reissued 18 August 2018). According to reports, the former UN secretary general Kofi Annan died on 18 August 2018 at the age of 80. EPA/FACUNDO ARRIZABALAGA
Ieri, all’età di 80 anni, è morto l’ex Segretario delle Nazioni Unite, nonché Premio Nobel per la Pace, Kofi Annan. I nove anni del suo mandato, dal 1997 al 2006, sono stati contrassegnati da eventi che non possiamo dimenticare, primi fra tutti gli attentati di al Qaeda a New York e Washington, l’invasione dell’Iraq da parte degli USA e altri fatti storici importanti. L’uomo della pace passed away peacefully, come annuncia la famiglia sui social. E non poteva concludere diversamente la vita terrena.

E poi ci sono i 43 morti della tragedia di Genova. Alcuni sul ponte maledetto transitavano spensierati con la mente già in vacanza, alcuni dal periodo di ferie stavano tornando, altri stavano lavorando sui camion, tutti divorati dal crollo del ponte; altri, trovandosi al di sotto, sono rimasti schiacciati dall’imponente porzione crollata.

Questi morti in particolare hanno portato lacrime e rabbia, hanno smosso le coscienze ma anche inconsapevolmente hanno scatenato rimpalli di responsabilità che ci lasciano disorientati. Chi arriva dopo darà sempre la colpa a chi lo ha preceduto. Lo sappiamo bene noi insegnanti di fronte all’impreparazione di bambini e ragazzi. Ma è troppo facile assolversi puntando il dito contro gli altri.

E in attesa che qualcosa cambi nel nostro Paese, che si passi dal “faremo” e “vedremo” all’ “agiamo ora” perché domani sarà troppo tardi, la parola più gettonata è “giustizia”, sulla bocca di tutti: familiari delle vittime senza più lacrime da spargere, sfollati che hanno lasciato le proprie case, politici dalle facili promesse, magistrati cauti per provata esperienza, cittadini comuni poco disposti ad accettare una cosa così grande e terribile. Ma la giustizia ha i suoi tempi e non rispetta i tempi che il dolore vorrebbe.


Un ponte è crollato ma non la speranza che si possa vivere in armonia, finalmente uniti e non solo dalla tragedia di un ponte crollato e solo per il tempo che la memoria concederà.
Particolarmente toccanti, durante i funerali di alcune delle vittime del ponte Morandi, sono state a mio parere le parole dell’imam che ha pregato per due delle vittime di religione islamica, davanti all’altare allestito in un padiglione della Fiera di Genova e sotto lo sguardo sofferente di un Cristo in croce.

«Siamo vicini a tutti voi e chiediamo pace e consolazione al Signore che con la sua infinita misericordia ci ha insegnato il valore dei ponti con il primo ponte simbolico che ha unito il primo uomo e la prima donna, e ci ha reso consapevoli delle nostre responsabilità, e ci chiede di pregare per le anime delle vittime e di consolare chi è rimasto.

Preghiamo per Genova, la Superba: saprà rialzarsi con fierezza la nostra Genova, la Zena che in arabo vuol dire la “bella”, ed è nei nostri cuori. Le comunità islamiche della Liguria e dell’Italia intera pregano affinché la pace sia con tutti voi, chiedono che il Signore protegga l’Italia e gli italiani.»

Genova la bella, la superba, saprà rialzarsi.

L’Italia tutta tra le lacrime prega per i suoi morti e a gran voce invoca dignità. La dignità che davvero ci meritiamo e che non deve rimanere parola astratta che accompagna un asettico elenco che chiamano Decreto.

In memoria delle vittime più piccole, due bambini di 9 anni e due adolescenti di 12 e 16, mi piace concludere con una poesia di Marziale, poeta latino del I secolo d.C., dedicata a una bimba morta prematuramente: la piccola Erotion.

NEC ILLI TERRA, GRAVIS FUERIS: NON FUIT ILLA TIBI.

[immagine del ponte da questo sito; immagine di Aretha da questo sito; foto di Kofi Annan da questo sito; immagine funerali di Stato da questo sito; immagine con il testo della poesia prodotta con quozio.com]

QUANDO RIPENSO AL MIO PRIMO AMORE…


Se devo ripensare al mio primo amore non so esattamente a chi rivolgere la mente. Nel post dedicato a questo argomento (Il primo amore non si scorda mai ma è meglio non cercarlo), leggendo i numerosi commenti dei lettori che hanno lasciato le loro testimonianze, mi sono resa conto che non necessariamente è il primo amore a restare incollato nella nostra memoria. Infatti molti hanno parlato genericamente di un “grande amore” che non sempre coincide con il primo.

Secondo la mia esperienza, il primo forse è quello maggiormente destinato al dimenticatoio, specialmente se si è risolto in un filarino adolescenziale che ha lasciato molta tenerezza ma poche tracce di passione vera e propria. Piuttosto si tende a ricordare la prima storia importante o la “prima volta”, anche se quest’ultima può essere collegata a un episodio certamente bello della propria vita ma che si è concluso in breve tempo.

Il primo ragazzo che mi ha fatto battere forte il cuore, quando ero poco più che una bambina, ha caratterizzato sei mesi importanti della mia vita: quelli in cui ho compreso che le tante promesse fatte dagli “uomini” sono come foglie al vento. Mi lasciò per una ragazza un po’ più grande – davvero poco più grande, in realtà – da cui poteva ottenere qualcosa in più di semplici bacetti e gite domenicali sul Carso triestino. Chi vuol capire…

La mia prima storia importante risale ai tempi del liceo ed è durata due anni. Finì male, ahimè, ma di questo forse parlerò in un altro post (chissà… non so). Non l’ho più rivisto, l’ho solo intravisto molti anni dopo (ero sposata e già mamma) in una via del centro e si è girato dall’altra parte. Quando non si riesce a superare il risentimento…

Prima di passare al “terzo” vorrei soffermarmi sulla possibilità di rimanere amici fra ex. Nel secondo caso, come si è capito, non ci fu nulla da fare. Con il mio primo ragazzo, dopo una parentesi burrascosa (divenni “amica” della sua nuova ragazza e feci di tutto per intromettermi nella loro relazione, capitando “per caso” a casa di lei e rompendo le… uova nel paniere!), l’amicizia ci fu e fu anche molto bella. Non potemmo in effetti perderci di vista poiché il mio secondo amore era un compagno di classe del primo e si frequentavano regolarmente. Di costui divenni la “parrucchiera” prediletta quindi ricordo tanti tagli di capelli riusciti alla perfezione e la consapevolezza che potevo avere un mestiere in mano. Il classico piano B, per intenderci.

Il terzo ragazzo era quello di cui parlo QUI. Fu una storia breve ma intensa. Mi lasciò lui e fu molto difficile dimenticarlo anche perché trascorrevamo, con le nostre famiglie, le vacanze estive nella stessa località e frequentavamo la stessa numerosissima compagnia quindi, voglia o non voglia, almeno per quel periodo dovevamo sopportarci.

Nel frattempo io avevo incontrato mio marito e lui aveva conosciuto quella che poi sarebbe diventata sua moglie. Incredibile ma vero, lui divenne amico del mio fidanzato (tanto da proporgli di fargli da testimone di nozze!) e io amica di lei, nonostante fosse la responsabile della nostra rottura. Ciò dimostra che io non sono proprio capace di serbare rancore…

Sarei bugiarda se non dicessi che la nuova frequentazione non aveva risvegliato in noi i lontani ricordi, legati a un’esperienza della vita di entrambi difficile da dimenticare. Però ha prevalso la razionalità e la consapevolezza che tra noi qualcosa non aveva funzionato e che, a distanza di tempo e con i legami importanti che avevamo stretto con i nostri partner, un ritorno di fiamma non avrebbe portato nulla di buono.

L’amicizia durò molti anni. Matrimoni, figli, domeniche passate assieme… mai un vero e proprio ricordo di ciò che c’era stato tra noi. Eravamo amici, soltanto amici. Poi iniziammo a vederci più di rado finché la nostra frequentazione si interruppe senza traumi per nessuno. Ci sono cose che a un certo punto finiscono e amen.

Non so quanto possa essere stato interessante per i lettori questo breve excursus sui miei amori giovanili ma mi serviva per tornare all’argomento del post linkato.

Nei numerosi commenti, come dicevo, si fa spesso riferimento a un grande amore, non necessariamente il primo. Molte volte si tratta di persone felicemente sposate – almeno così si dichiarano… – che a un certo punto della vita ripensano a un antico amore e sentono prepotentemente il desiderio di un nuovo incontro. Diciamo che nell’era dei social l’obiettivo non è così difficile da raggiungere, tuttavia spesso anche un timido approccio, solo “per curiosità” e, almeno idealmente, privo di implicazioni emotive forti, può trasformarsi nell’inizio di una crisi esistenziale di cui non si aveva assolutamente sentore.

Se leggete le mie risposte, spesso volte a dissuadere più che a persuadere, faccio capire chiaramente che la “curiosità” non è abbastanza, il desiderio di incontrare un vecchio amore non è solo voglia di tenerezza. Insomma, secondo me se la vita sentimentale è appagante, non si sente nessun bisogno di rivedere una persona con cui non si avevano più contatti da 10, 20 o 30 anni. D’altra parte, se si è soli non si può riempire la solitudine anche solo fantasticando su un amore passato che, a distanza di tanto tempo, finiamo per idealizzare. La delusione è dietro l’angolo e non è esattamente il modo migliore per sollevare l’animo afflitto per la mancanza di un lui o una lei.

In particolare mi ha colpito uno degli ultimi commenti giunti, firmato da un certo Roger. Lo riporto in parte:

Ciao a tutti, sono un uomo di 49 anni sposato da 23 e con un figlio di 20. Amo mia moglie e la mia famiglia. Ho trascorso 4 anni della mia adolescenza con una ragazza. Ci siamo lasciati che ne avevo 20 ma ho sempre pensato che un pezzettino del mio cuore se lo fosse portato via. Per me è stata una storia molto importante che mi ha segnato profondamente. […] L’ho contatta e dopo un paio di mesi di chat ci siamo incontrati. […] Da quel giorno ci siamo sempre messaggiati con un progressivo aumento di intensità nei contenuti fino a un mese fa quando mi ha chiesto di rivedermi. Ovviamente ho accettato ed è stato un incontro molto passionale. Niente sesso (“solo” intensi abbracci e baci) ma un turbinio di emozioni e sensazioni meravigliose. Ci siamo ripromessi di vivere questa storia da persone mature e senza colpi di testa. Mi sono reso conto che lei mi è entrata dentro trent’anni fa e non ne è più uscita. Quello che mi fa specie è che non ho sensi di colpa nei confronti di mia moglie (che ripeto amo tantissimo) perché non la privo di qualcosa per dare all’altra, non so se mi spiego. Ciò che do alla mia ex non potrei darlo a nessun’altra.
La vita è strana…..

Roger dice di amare moltissimo sua moglie e lo ripete. Perché? Forse perché deve autoconvincersi che questa storia non può influire sulla sua vita matrimoniale. Accetta una relazione “platonica” (mica tanto, poi) perché «lei mi è entrata dentro trent’anni fa e non ne è più uscita». Conclude, quindi, dicendo che «La vita è strana…».

Personalmente non credo che la vita sia strana, non la sua almeno. Credo invece che “la terza incomoda” nel suo ménage familiare abbia un posto molto più rilevante di quanto non ammetta lo stesso Roger.

Dato che la passione ha una breve durata e le relazioni, anche molto lunghe, sono soggette a usura non nego che effettivamente il tenero ricordo di un vecchio amore possa risvegliare la curiosità di un nuovo incontro, ma ritengo che tra il pensiero e l’azione debba necessariamente esserci un freno, a meno che non ci sia davvero una crisi in atto.

Il detto “chiodo scaccia chiodo” decisamente non fa per me.

E voi vorreste incontrare una vecchia fiamma?

[Nell’immagine io e il mio “terzo amore”. © Immagine coperta da copyright. La pubblicità per la Coca-Cola è gratis. 🙂 ]