LIBRI: “L’AMORE CHE DURA” di LIDIA RAVERA

L’AUTRICE
Lidia Ravera, classe 1951, è una scrittrice e giornalista che si è fatta conoscere nel 1976 con la pubblicazione del romanzo Porci con le ali, alla cui stesura ha collaborato il neuropsichiatra Marco Lombardo Radice.

Oltre alla sua attività di scrittrice, ha collaborato a numerose sceneggiature per il cinema e per alcune serie televisive della RAI e scrive per Il fatto quotidiano e Donna Moderna.
Ha pubblicato numerosi romanzi. Le seduzioni dell’inverno (Nottetempo, 2007), è stato finalista al Premio Strega 2008. Altri titoli importanti sono In fondo, a sinistra… (Melampo, 2005), Il dio zitto (Nottetempo, 2008), La guerra dei figli (Garzanti, 2010), Piccoli uomini. Maschi ritratti dell’Italia di oggi (Il Saggiatore, 2011). Con Bompiani Lidia Ravera ha pubblicato i più recenti: Piangi pure (2013) che è risultato vincitore assoluto al Premio Nazionale Letterario Pisa 2013 sezione Narrativa, La festa è finita (2014) e Gli scaduti (2015).
Del 2019 L’amore che dura, edito da Bompiani, la storia di un amore nato al tempo della rivoluzione femminista che in qualche modo si riallaccia al primo romanzo di successo Porci con le ali.

IL ROMANZO

Carlo è un regista di discreta fama, da anni emigrato a New York, che torna a Roma, la città in cui è nato e ha scoperto l’amore, quello vero, quello che dura per sempre, in occasione della presentazione dell’ultimo film. Non una pellicola qualunque, perché è autobiografica e narra, con riferimenti fin troppo espliciti, gli inizi della sua storia d’amore con Emma, nata ai tempi del liceo e sfociata in un matrimonio che non è destinato a durare.
Le aspirazioni di Carlo, che vuole emigrare oltreoceano per crescere professionalmente, non fanno cedere la moglie la quale, pur amandolo, lo lascia andare per la sua strada. Lui negli Stati Uniti ottiene il successo sperato e si lega ad altre donne, fino al rapporto duraturo con Sara. Lei a Roma continua a insegnare, legata indissolubilmente ai “figli per finta” come chiama i suoi studenti, incontra un uomo, Alberto, totalmente diverso da Carlo che le garantisce un futuro, mette al mondo una figlia, Franny, e sembra totalmente appagata da una vita poco movimentata ma con solide basi. Questo è quanto si conviene a una donna e a una madre.

Il film di Carlo ricostruisce fedelmente l’amore adolescenziale che l’aveva legato a Emma. Lei non gradisce questo “mettere in piazza” la loro storia d’amore e si vendica scrivendo un articolo su una rivista on line per stroncarlo.

Quando Carlo arriva a Roma per presentare il suo film, i due hanno un appuntamento. Prima di raggiungere l’uomo, Emma scrive una lettera con la quale cercherà di chiarire alcune cose che da troppi anni, venti per l’esattezza, sono rimaste in sospeso:

«Gli dirà tutto.
Improvvisamente ha una voglia matta di parlargli, di confessare, di scagionarsi e poi poterlo abbracciare. […] È una dichiarazione di amicizia, e anche di fedeltà al passato.
Un gesto unico di sottomissione. Con la forza dei gesti, che si annidano nella forza del silenzio.
Si mostrerà pentita di aver scritto quella recensione maligna, senza dover spiegare che cosa l’ha spinta a farlo.» (pag. 11)

All’appuntamento Emma non arriverà mai. Lui riesce a vederla da lontano, mentre in bicicletta lo sta raggiungendo al solito bar. Poi un incidente lascerà ancora la questione in sospeso. La donna finisce in ospedale ed è sottoposta a un intervento chirurgico alla testa. Da quel momento la verità non può più attendere.
In una borsa abbandonata sul luogo dell’incidente, cui nessuno fa caso come fosse un segno del destino, Carlo trova dei quaderni, un pezzetto di storia della vita di Emma a lui sconosciuta. L’uomo deve fare i conti con la realtà che ha di fronte: il secondo marito della donna che non ha mai smesso di amare, una figlia di cui ignorava l’esistenza, un segreto che forse Emma era pronta a rivelargli, se non si fosse trovata incosciente in una sala operatoria. L’intervento le salva la vita, la memoria ritornerà ma nulla sarà più come prima.

«Mentre ricordi confusi fluttuano come alghe intorno a un oggetto sommerso, incomincia a vedere se stessa quel venerdì mattina, con la giacchetta blu e il panciotto fiorito, mentre va all’appuntamento con Carlo, in bicicletta, dopo aver preso quella vecchia borsa di tela, dopo averci messo dentro quei vecchi quaderni.
La scena si compone, si scompone, si compone di nuovo, manca sempre una tessera, ma il quadro alla fine è chiaro. (pag. 373)

Forse non tutto è perduto. Forse nonostante i silenzi, la lontananza, il ritrovarsi e il perdersi di nuovo, l’amore che dura ha un altro po’ di strada da fare.

***

Il romanzo racconta una lunga storia d’amore in tutte le sue sfaccettature. Non un amore ma tanti amori che oltrepassano ostacoli, a volte vengono bloccati nel loro evolversi, altre rispondono a pure convenzioni, altre ancora si nutrono del ricordo non solo dei momenti vissuti ma anche dell’assenza. Tutti questi amori hanno in comune il fatto di durare nel tempo, di non lasciarsi sopraffare dallo scorrere degli anni, anzi, vengono alimentati dal tempo che talvolta è nemico ma sa essere un buon amico, quando una riflessione è dovuta anche senza la pretesa di cambiare le cose, piuttosto di dare altre forme alla vita vissuta e da vivere.

Quali sono questi amori?

L’amore che non conosce confini, nemmeno quelli materiali, che esistono e separano. È l’amore di Emma per Carlo, un amore che dura perché nonostante l’abbandono, lascia una traccia di sé. È la passione vera, quella che nasce in un cuore acerbo, poco abituato ad amare, e lo fa crescere fino a trasformalo in un sentimento maturo che non si può nascondere. Anche quando la ragione si rifiuta di assecondare il cuore.

L’amore che si nutre di stima, fiducia, è l’amore affidabile che non tradirà mai. Questo è l’amore che Alberto prova per Emma, incondizionato nonostante la “presenza –assenza” dell’altro, di chi non ha saputo arrivare a compromessi e ha rinunciato all’amore anche senza rinunciare mai del tutto alla donna amata.

L’amore per il prossimo, un amore che si dà senza chiedere nulla in cambio. È l’amore che Emma riserva al suo lavoro, ai suoi studenti, a Samantha, giovane allieva che rimane incinta e alla quale la protagonista spalanca le porte di casa, anche se questa decisione di proteggere la giovane e la vita che porta in grembo mette a dura prova gli equilibri familiari.

L’amore per la scrittura cui Emma affida i pensieri che sulle pagine dei quaderni prendono forma e custodiscono segreti che un giorno smetteranno di essere tali. Anche se la confessione non è mai facile perché la colpa di aver mentito agli altri per mentire a se stessa è un peso che negli anni diventa insopportabile.

L’amore materno che dura perché i figli si amano senza condizioni. È un amore che non smette mai di crescere e con esso la consapevolezza che la verità non si può negare. Un amore senza verità non è degno di questo nome.

L’unico amore che non ha un suo tempo ma che, nella narrazione, è solo una scintilla che si accende alimentando l’amore più grande, è quello paterno. Un amore negato cui Carlo non può voltare le spalle, anche se non rientra, almeno non rientrava, nei suoi progetti di vita.

L’amore che dura è un romanzo che non lascia indifferenti grazie allo spessore psicologico dei personaggi che vengono messi a nudo soprattutto nella loro fragilità. I piani narrativi sono tanti come le voci narranti. Con l’intrecciarsi di eventi passati, più o meno lontani, e presenti l’autrice cattura l’attenzione del lettore costruendo una storia a più voci, alternando la terza persona alla prima, attraverso varie tipologie testuali, dalle pagine di diario (i quaderni di Emma) alle lettere, persino e-mail verso la fine del racconto.

La scrittura è curata, semplice nelle parti dialogiche, che sono molto presenti per rendere dinamica la parte narrativa, a volte lirico specie nelle parti in cui la narrazione cede il passo alla riflessione.

[immagine sotto il titolo da questo sito ©Anna-Nadalig]

LIBRI: “NON SUPERARE LE DOSI CONSIGLIATE” di COSTANZA RIZZACASA D’ORSOGNA

L’AUTRICE
Costanza Rizzacasa d’Orsogna è una giornalista e scrittrice. Laureata in scrittura creativa alla Columbia University di New York, attualmente scrive sul Corriere della Sera e sul supplemento culturale La Lettura. Da qualche tempo tiene la rubrica AnyBody – Ogni corpo vale sul settimanale 7. Nel 2018 ha pubblicato la favola Storia di Milo, il gatto che non sapeva saltare (Guanda), in corso di traduzione in vari Paesi. Non superare le dosi consigliate (Guanda, 2020) è il suo primo romanzo.

IL LIBRO

Matilde è una bambina di 8 anni che cresce a pane e Dulcolax. Il pane e i suoi derivati sono la cosa che ama di più mangiare, ne è ghiottissima. Il Dulcolax, che è un lassativo, lo trova direttamente a tavola, pronto per l’uso a destra del piatto, accanto al bicchiere. All’inizio solo due compresse, presto diventeranno un blister. (pag. 11 dell’edizione citata).

Anche sua madre, che è bellissima e magrissima, prende il Dulcolax. Ne sgrana dei blister interi in bocca, mangia quello che vuole poi va a vomitare. Ma mentre la mamma è magra, Matilde è una bambina grassa e non capisce quale sia il legame tra una bambina grassa e i lassativi, visto che con lei non funzionano.

Non superare le dosi consigliate è la storia di Matilde nelle varie fasi della sua vita fino all’età adulta, finché a 45 anni decide che qualcosa deve cambiare nella sua esistenza, che la grassezza impone dei limiti, personali, professionali e sociali, e che deve dimagrire. Così Matilde “guarisce” – dice proprio così, parla della sua “guarigione” non del suo dimagrimento – da sola, perché si può mentire agli altri ma non a se stessi. E poi è difficile farsi aiutare, soprattutto quando si parla di binging (o binge eating che consiste nelle abbuffate incontrollate) o purging disorder (l’assunzione di lassativi e diuretici allo scopo di dimagrire), disturbi che esistono, di cui però si parla troppo poco e non rientrano nelle classiche “categorie”. Cosa vuoi dire a una persona grassa? “Mangia meno”. Come se fosse facile.

Matilde non è stata sempre grassa. Crescendo è stata magra, anche magrissima, pur non vedendosi mai tale. “C’è un peso che non si può perdere, anche quando l’hai perso tutto”, questa è la grande verità.

È un peso che rimane nella mente, nei ricordi di una bambina grassa che la mamma affettuosamente chiamava “la mia cretina”:

«Ho sempre temuto d’essere cretina, tanto che quando a volte sbotto se mi sottovalutano, perché mi sottovalutano tutti, specie da quando sono grassa, esclamo: “Non sono mica la povera cretina”. A tre anni, invece, quel “cretina” era ancora dolcissimo. A tre anni, mamma mi voleva bene.» (pag 35)

Quello che non si perde mai è il peso di sentirsi sempre fuori posto, mai abbastanza apprezzata, mai ricca come altre bambine che non indossano gli abiti acquistati al mercato. È il peso dei difficili rapporti familiari, soprattutto con il padre che, dopo la scomparsa della madre di Matilde, inizia un’altra relazione che lei non approva.

E non si perde mai nemmeno il peso dei fallimenti in amore, quando ci si butta tra le braccia di uno e l’altro per dimostrare a se stesse di essere desiderabili e belle. Il peso di un amore sbagliato che dura sette anni, per un uomo che non vale nulla, eppure in difetto ancora una volta si sente lei, Matilde.

«Ti osservano e ti giudicano sempre, quelli come lui, e tu ti senti inferiore e vai a cercarli. I predatori scelgono così le loro vittima.» (pag. 166)

Nella sua vita Matilde ha sempre desiderato essere come la madre, bella e magra. A 18 anni ci riesce a perdere peso. Ma non è mai abbastanza.

«Poi non so cosa accadde a diciott’anni, a me sembrava andasse così bene. Finalmente ero la figlia che desideravano, il pane non m’interessava più. Anzi, non mangiare era diventata una sfida. Quanto poco puoi arrivare a pesare? Mamma alla mia età era 47 chili, io dovevo fare meglio, tanto più che non ero alta come lei.»

Un rapporto con la madre che porta la protagonista a emularla, non sempre con i risultati sperati. Matilde è spinta quasi a idealizzarla, nella sua bellezza e magrezza, anche se di fronte agli occhi ha una donna che, con il passare del tempo, vede appassire come un fiore, minata da una malattia che allora non aveva ancora un nome.

«Ci son voluti anni per capire che troppo magra non vuol dire bella, forse non l’ho ancora capito. Che mamma non era così bella come io la facevo, come lei si piccava di essere, ora lo so, senza crederci mai. Povera mamma. Non lo era perché dopo una vita di quella bulimia a cui nessuno osava dare un nome aveva la pelle che cadeva, precocemente raggrinzita, gli occhi infossati e stanchi.» (pag. 41)

La mamma di Matilde era molto colta, una scrittrice che però non aveva potuto inseguire il suo sogno a causa della nascita di due figli (la protagonista e il fratello Leo). Non voleva deluderla e l’unico modo per dimostrarle che sua figlia era intelligente e capace, una figlia di cui essere orgogliosi, era cercare il successo negli studi.

La giovane Matilde, ormai magra e senza più il complesso della grassezza ma con un altro “peso” addosso da cui non riesce a liberarsi mai, decide di frequentare l’università oltreoceano. È il periodo più ricco di soddisfazioni, un periodo di lontananza e assenza, un tempo che non potrà mai essere recuperato: la morte della madre la coglie distante e impreparata. Troppo presto e con ancora il “non detto” da sciogliere.

«Wednesday, March 18, 1998 – 9:44 am
From: Mamma
Subject: R:

SEI ESATTAMENTE LA FIGLIA CHE VOLEVO AVERE.

Proprio così, in stampatello, in una mail che conservo, non so cosa darei per ricordare a che proposito lo scrisse, che c’era scritto prima.»

Di fronte alle parole che legge nella mail Matilde è incredula: dalla mamma non ha mai ricevuto complimenti così. Nella risposta viene rassicurata, sua madre le scrive in un modo che solo a una persona MOLTO intelligente e colta può capire … una persona con una viva intelligenza e una grande sensibilità.

«E una delle cose più belle che mi ha scritto […] Finalmente eravamo complici di nuovo, e io le mandavo i miei articoli prima di pubblicarli, così che li leggesse e in caso correggesse, cosa che non fece mai. Finalmente era tornato tutto come prima, come quando avevo tre anni. Io sarei diventata una grande giornalista, anche per lei che non c’era riuscita, e avremmo avuto tutto il tempo.

Finché non si ammalò e la persi di nuovo.» (pag. 73)

Da adulta Matilde ricomincia a prendere peso, l’ago della bilancia arriva a segnare 130 chili, quasi 131. Tutto diventa difficile e la clausura forzata sembra l’unica soluzione. Non ha voglia di sentire su di sé gli sguardi di disapprovazione, perché se una donna è anoressica viene guardata con commiserazione ma se è obesa, tutti si sentono in diritto di dare “consigli” non richiesti. Sei grassa? Che ci vuole? Mettiti a dieta. E così arriva il momento in cui la barista ti rivolge uno sguardo pieno di biasimo se ordini un croissant, la vicina di casa, con ben poca discrezione, tiene d’occhio l’ampiezza dei tuoi fianchi, i tuoi familiari ti convincono che la chirurgia bariatrica sia la soluzione, costi quel che costi, e nel negozio plus-size le commesse ti rassicurano che un abito della misura giusta ti cambierà la vita.

«Quando pesi 130 chili non è solo il tuo corpo che è distorto, ma anche la tua testa. È nella testa che inizia quel lasciarsi andare, quel negare l’evidenza. Soprattutto non hai voglia. Tutto ti fa paura, uscire di casa è una crisi di panico…» (pag. 191)

Poi arriva il giorno in cui sembra che quell’incubo possa finire, che una dieta salverà Matilde oppure forse la trascinerà in un altro vortice di insicurezze, incomprensioni, di fragilità contro cui il grasso talvolta rappresenta la corazza. Un po’ come la lumaca con la sua casetta, e il grasso è la casetta. (pag. 239)

Matilde perde 40 chili, ma sa che la sua lotta con il peso non è finita:

«Sono tornata dall’inferno, è vero, ma c’è ancora moltissima strada, e non è detto che arriverò fino in fondo. Perché anche se lo perdi, il peso ritorna, è una lotta costante, e se non lo riprendi continuerai comunque a vederti obesa.»

***

Non superare le dosi consigliate è un libro duro, difficile, crudo nella sua disarmante verità. È un romanzo, ci tiene a precisare Costanza Rizzacasa d’Orsogna.
In un’intervista pubblicata sulla Gazzetta del Sud, l’autrice dice:

«Non è un’autobiografia, ho scritto un romanzo e non un memoir perché ho pensato che spersonalizzando, creando un personaggio che fosse un alter ego non sarebbe stato possibile liquidare la cosa come “la storia di Costanza”. Matilde ha molte cose in comune con me ma non coincide con me: tutti possono immedesimarsi, la sua può diventare una storia di tutti. I disturbi alimentari, l’insicurezza sul corpo riguardano tantissime persone. Ho voluto scrivere un libro sul dolore, sulle persone che non hanno amore ma lo desiderano. Che hanno un vuoto riempito dal cibo. Io volevo far vedere il dolore di coloro che combattono con questi mostri dei disturbi alimentari».

Potremmo dire, quindi, che questo romanzo, nel quale tra le righe si legge l’esperienza di vita dell’autrice, sia una finestra aperta sui disturbi alimentari. Un argomento che è sempre molto difficile trattare, a meno che non si parli di anoressia e bulimia. Ma i disturbi alimentari sono tanti e non riguardano solo le persone magre e magrissime. L’obesità non è un capriccio, non è noncuranza. Dietro i chili di troppo c’è tanto dolore, c’è una psiche minata da vari complessi che hanno un’origine antica, profonda, e che accompagnano per tutta la vita le persone che ne soffrono. Anche quando i chili di troppo diventano un ricordo lontano, il dolore non scompare.

Sarebbe semplicistico dire che le persone grasse sono indifferenti nei confronti del loro corpo, non se ne curano, se lo fanno piacere così com’è. Ma ciò non corrisponde a verità e il romanzo di Costanza ha il pregio di far capire che chi lotta tutta la vita con la bilancia non ha solo un problema di peso. Non è solo questione di corpo ma anche di anima. E spesso accade che l’anima sia malata molto più del corpo.

Non superare le dosi consigliate ha un altro pregio: l’aperta denuncia contro il fat shaming o body shaming che, con il contributo dei social, sta minacciando sempre più le persone che non sono perfette, non corrispondono all’ideale di bellezza e magrezza che gli standard ci vogliono imporre. La perfezione non esiste, ha gridato fino alle lacrime l’attrice e conduttrice Vanessa Incontrada dal palco della trasmissione di Rai 1 “Vent’anni che siamo italiani” lo scorso dicembre. Lo ha fatto perché bersagliata dagli hater in quanto negli ultimi anni il suo fisico si è un po’ appesantito, nonostante lei sia bellissima.

Nel libro di Costanza leggiamo dei commenti sgradevoli che vengono rivolti agli obesi. Non solo, leggiamo delle molestie che una ragazza grassa deve subire solo perché è grassa, con il risultato di una catastrofica distruzione dell’autostima, se la persona in questione non è abbastanza forte da sopportare e non ha la volontà di reagire. I social hanno ingigantito tutto questo, i cosiddetti hater ci sguazzano perché hanno bersagli facili.

Verso la fine del romanzo l’autrice racconta che Matilde sui profili social inizialmente aveva nascosto il suo “problema”, aveva postato la foto di quindici anni prima, quando era più giovane e magra. Poi a poco a poco ha capito che non c’è davvero nulla di cui vergognarsi, non c’è proprio niente da nascondere. Così Costanza ha iniziato a tenere la rubrica AnyBody – Ogni corpo vale sul settimanale 7 che ha ottenuto subito un grandissimo successo perché mette in piazza tutto ciò che fino a poco tempo fa era un tabù, qualcosa su cui stendere un velo pietoso perché certi disturbi alimentari non meritano attenzione. Finalmente qualcuno parla apertamente di ciò che per troppo tempo è passato sotto silenzio… e poi questo romanzo che ha certamente degli spunti autobiografici ma rimane un romanzo e tra Matilde e Costanza c’è una differenza, come la stessa autrice sottolinea in un’intervista rilasciata a Vanity Fair:

«Io sono un’attivista e Matilde non lo è. Io ho scritto un manifesto e Matilde non l’ha fatto. Io ho una rubrica e Matilde non ce l’ha»

Un libro da leggere perché scritto bene e perché lascia molto spazio alla riflessione. Nessuno potrà rimanere indifferente di fronte ai disturbi alimentari, specialmente il binge eating, di cui si parla troppo poco, dopo averlo letto.

[immagine da questo sito]

QUARESIMA E QUARANTENA: LE PAROLE DELLA PASQUA 2020


La Quaresima è finita giovedì. Curioso il fatto che le due parole che caratterizzano questo momento particolare abbiano in comune il numero quaranta. La Quaresima è il periodo di quaranta giorni che nella tradizione cristiana inizia con il mercoledì delle Ceneri e separa, quindi, il periodo di Carnevale e la festività della Pasqua.

Quarantena, per definizione, è un periodo di quaranta giorni che può essere interpretato in diversi modi e può durare più o meno a lungo. L’emergenza coronavirus ha messo tutti in quarantena, nel senso che ci ha obbligati a rimanere a casa, uscendo solo per strette necessità. Peccato, però, che mentre la Quaresima è terminata, la nostra quarantena resta e non sappiamo nemmeno quanto ancora durerà. Il numero quaranta in questo caso è puramente indicativo.

Cosa abbiamo fatto, e cosa faremo, in questo periodo di reclusione?

C’è chi ha continuato a lavorare da casa. Lo chiamano smart working anche se c’è una traduzione italiana che rende perfettamente l’idea, almeno quella teorica: lavoro agile. Ecco, io ho continuato a lavorare da casa, anche se il lavoro non è per nulla agile. Praticamente mi sta ammazzando.

C’è chi, forzatamente a casa dal lavoro, si è dato all’arte culinaria (finalmente anche Masterchef ha un suo perché…), chi al giardinaggio o alla cura dell’orto (i più fortunati perché almeno l’ora d’aria, e anche di più, possono godersela), c’è chi ha riscoperto le relazioni umane in famiglia (a volte, però, tali relazioni si rivelano faticose per mancanza di abitudine… e di spazio!), c’è chi ha letto finalmente i libri che stazionavano sui ripiani della libreria in attesa del buon tempo per la lettura e c’è chi ha preso alla lettera il detto “pulizie pasquali” per mettere in ordine la casa. Insomma, di tempo da ammazzare ce n’è tantissimo.

Ma che cosa abbiamo perso, e perderemo, in questo periodo di reclusione?

Il lavoro, per esempio. Chi momentaneamente, anche se la ripesa non è così sicura per tutti.

La vita scolastica, perché, diciamolo chiaramente, condividere un monitor e vedere le facce dei compagni nei rettangolini piccoli piccoli, e nemmeno tutti assieme, non è minimamente paragonabile alle mattine passate quotidianamente in aula. La condivisione degli spazi, a volte davvero esigui (specialmente quando si devono fare i compiti in classe), non è solo un disagio ma è anche convivenza. Sguardi che si incrociano, bigliettini che volano o messaggini scritti con il cellulare in velocità per non farsi scoprire, l’ora della merenda, l’entrata e l’uscita da scuola con tante cose da dirsi, le lacrime per un compito andato male e i sorrisi per un bel voto, sono tutte le emozioni che in questo periodo i ragazzi, costretti alle videolezioni, stanno perdendo. Un tempo che non ritornerà.

Apprezziamo sempre quello che abbiamo perso. Questa è la verità.

Oppure sentiamo la mancanza di qualcosa che nemmeno ci passava per l’anticamera del cervello, ma la sentiamo proprio perché non abbiamo la libertà di scegliere.

Quanta gente si rammarica per la vita troppo sedentaria, per la mancanza di passeggiate o di giri in bicicletta? Tantissime, eppure sono perfettamente convinta che molte persone, pur lamentandosi di tale privazione, in realtà quelle cose non le hanno mai fatte.

Guarda un po’, le palestre sono chiuse proprio ora che avevo intenzione di iscrivermi a un corso prima della prova costume!

La prova costume… chissà se riusciremo a vedere il mare, quest’anno. Chissà se potremo andare in spiaggia, fiondarci sotto l’ombrellone a leggerci un buon libro, incuranti del vociare della gente tutt’attorno.

Chissà.

Per ora non ci è concesso nemmeno goderci la Pasqua con la famiglia, il pic nic del lunedì dell’Angelo con gli amici. Sarà una Pasqua triste.

Certo, ma siamo qui a lamentarci (anzi, io a farlo e voi a leggere). Certo, ma siamo vivi.

Guardiamoci attorno, per un momento, oltre l’orizzonte delle nostre necessità. Per una volta guardiamo l’erba del nostro giardino e non quella del vicino. La nostra erba è pur verde, non importa se c’è chi ha un prato inglese perfetto di un colore più brillante.

Verde è il colore della speranza e in questa circostanza, cercando di superare l’amarezza del momento, con un po’ di ottimismo guardiamo con speranza al futuro. Senza lamentarci troppo e accontentandoci delle piccole cose che ogni giorno la vita ci offre. Piccole ma immensamente grandi se rivolgiamo lo sguardo e il pensiero a chi non le ha più.

AUGURO A TUTTI UNA FELICE PASQUA.
UN PENSIERO PARTICOLARE A TUTTI I MEDICI, AL PERSONALE OSPEDALIERO E AI VOLONTARI CHE IN QUESTA EMERGENZA STANNO DIMOSTRANDO LA VERA GRANDEZZA DI NOI PICCOLI ESSERI UMANI.

G R A Z I E!!!