8 giugno 2018

LA MIA CITTÀ HA UN CUORE CHE BATTE

Posted in Uncategorized a 12:00 pm di marisamoles


La mia città ha un cuore che batte: il cuore di Udine, il suo centro storico. Conserva ancora quell’aspetto del borgo medievale, con le vie strette, i vicoli tutt’oggi coperti dall’acciottolato, le case basse con il cortile all’interno, dove un tempo la gente coltivava gli orti. Passando per quello che un tempo fu il borgo Villalta, il rumore dei tacchi che battono sull’acciottolato rievocano in qualche modo lo scalpiccio degli zoccoli che allora gli umili abitanti della città, per lo più contadini e artigiani, indossavano. Pare quasi di sentire, nel silenzio della notte, i cavalli che trascinano i carri dei mercanti.

Il cuore di Udine ha una piazza, quella di San Giacomo, il salotto buono della città. La forma quadrata, con i palazzetti antichi, su cui svettano le tradizionali altane, è di origine veneta. Qui si respira l’aria di San Marco e i tavolini dei caffè e dei bistrot ricordano l’anima di Venezia. Quella che oggi gli udinesi chiamano ancora piazza San Giacomo, nonostante da decenni sia intitolata a Giacomo Matteotti, è nata grazie alla volontà del patriarca Bertoldo di Merania che, trasferita la sua residenza da Cividale a Udine, desiderò che quella piazza, il mercato nuovo, diventasse il cuore pulsante dell’attività mercantile. Lì, infatti, volle che sorgesse il mercato settimanale, istituito nel 1223, attirando a Udine mercanti d’ogni dove e trasformando il borgo in cittadella operosa.

Nella piazza San Giacomo, chiamata dagli udinesi anche piazza delle Erbe, che rimane come antico toponimo, il mercato si tiene ancora. L’allegro vociare dei bimbi che giocano sgambettando attorno alla fontana, nella parte rialzata della piazza, si mescola ai richiami dei venditori, pronti ad offrire ai passanti i frutti della campagna e i prodotti dei pascoli, ma anche il pesce fatto arrivare in gran fretta, nottetempo, da Marano Lagunare, fresco fresco, pronto per la griglia o il tegame. Gli odori si confondono gli uni con gli altri e rimandano all’antico mercato. Mentre la gente, nelle giornate di sole, si riposa ai tavolini dei caffè, godendosi il tepore del sole primaverile, i raggi ancora un po’ incerti di quello invernale o riparandosi sotto i grandi ombrelloni dal sole cocente di mezza estate. La piazza apre le sue braccia ospitali in tutte le stagioni e durante il periodo natalizio, nell’ombra della sera, viene illuminata da timide luci che disegnano sui bei palazzetti dei candidi fiocchi di neve.

Percorrendo uno dei vicoli che dalla piazza delle Erbe portano in via Mercatovecchio, ci si immerge nel tempo più antico di questa città. Il primo mercato, non ancora così famoso e popolato soltanto dalla gente del borgo, soprattutto dagli artigiani che lì avevano le loro botteghe. I lunghi porticati che, da ambo i lati della strada, corrono verso Riva Bartolini, seppur ricostruiti nel tempo, ricordano il clima tipico di questa città, molto piovoso in tutte le stagioni. Forse ora non è più come allora e a Udine il sole splende generoso, anche nelle giornate invernali, dopo aver squarciato la nebbia e l’uggia che essa porta con sé. Ma un tempo gli artigiani che vendevano le merci al di fuori delle loro botteghe, spazi angusti in cui abitavano anche con la loro famiglia, si riparavano sotto i porticati nelle giornate meno clementi, esposti, così come i loro clienti, al freddo ma almeno protetti dalla pioggia e, un minimo, dall’umidità. Erano perlopiù calzolai, ombrellai, cappellai ma anche sarti, orefici e barbieri come testimoniano i toponimi delle vie sorte perpendicolarmente al Forum Vtini: l’attuale Via Mercerie, ad esempio, era detta “dai cialiariis” e la Via Rialto sarà chiamata in seguito “dai barbariis”.

Proseguendo questa immaginaria passeggiata sotto i porticati di via Mercatovecchio, si arriva in piazza Libertà, impreziosita dalle due belle logge di San Giovanni e del Lionello. Dalla parte sopraelevata svettano maestose bianche statue che sembrano riflettere ancor più il candore dei sassi che coprono il grande spiazzo. Dalla loggia del Lionello echeggia il vociare concitato dei giovani che lì si danno appuntamento, perlopiù il sabato pomeriggio. Le nuove generazioni che calpestano lo stesso suolo su cui anni, decenni, secoli prima hanno poggiato i loro piedi minuti i cittadini più giovani, piccole speranze di un futuro ancora incerto. E da lì, come nei tempi passati, i ragazzi muovono i loro passi per raggiungere, ansimanti per la fatica della salita che non concede soste, il grande spiazzo del castello. Qui è nato, più di mille anni fa, il primo cuore di Udine: il castrum Utini, concesso da Ottone II al patriarca di Aquileia. Un castello certamente molto diverso dall’attuale che risale al XVI secolo, forse opera di Giovanni da Udine, allievo di Raffaello. Un palazzo dalla pianta rettangolare, con la sua torretta dalla quale vedette a noi sconosciute sorvegliavano la pianura antistante. Un castello assai differente da quello originario che, come testimonia un antico sigillo, doveva essere costituito di un maschio e da varie torri, circondato da due gironi di mura merlate di cui il superiore correva intorno al rialzo del colle e da quello si dipartivano due ali di muro che comprendevano le falde del colle verso nord-ovest, giungendo fino all’attuale Palazzo Bartolini, al termine di Via Mercatovecchio. Il girone inferiore comprendeva invece la contrada di Sottomonte e parte dell’attuale Piazza Libertà. Il primo borgo, racchiuso entro le mura per difendere i “villani” dagli attacchi stranieri. Non solo un castello, dunque, ma un microcosmo chiuso, tipicamente feudale, in cui gli abitanti vivevano protetti e producevano quanto bastava per la loro sopravvivenza, instancabili lavoratori come i friulani sanno essere ancora.

All’ombra del castello, ove adesso si trova la grande area di piazza Primo Maggio, un tempo chiamata, nell’idioma friulano, Zardin Grant, tutto era deserto, paludoso, senza vita. In quell’area si estendeva una depressione in cui s’era formato un lago detto poi “del Patriarca” perché egli era solito farvi dei giri in barca, solitario in quei luoghi ancora tranquilli. Il lago, congiuntamente alle due rogge, formava una sorta di difesa naturale su tre lati del colle. A tratti, possiamo ancora vedere le due rogge, quella di Palma e quella di Udine, che hanno ancora oggi un avvio comune poco a nord di Zompitta, anche se la gran parte di esse scorre attualmente sottoterra.
Le rogge – la cui manutenzione, in Udine, spettava agli uomini del Patriarca – furono indubbiamente importanti per la vita e lo sviluppo della città: innanzitutto vi portavano acqua potabile – a volte magari non proprio batteriologicamente pura, per cui già negli statuti comunali del Trecento si faceva divieto a chiunque, sotto pena di sanzioni pecuniarie, di gettare “acqua di lavaggio” dalle case o “corteccie di concia” sulla roggia o di tenere vicino il letame. Tali corsi d’acqua procuravano, inoltre, forza motrice a macine e mulini e fornivano la materia prima indispensabile in numerosi processi di lavorazione delle nascenti attività manifatturiere. Ora, per quel che ne rimane visibile, sono spesso deposito di materiali non biodegradabili, gettati dalla mano incivile di chi sa di non correre alcun rischio di essere punito. Gli antichi decreti trecenteschi ispiravano, forse, più efficacemente quel senso civico in cui oggi il regolamento comunale, spesso disatteso, difetta.
Sotto il giardino Ricasoli, in piazza Patriarcato, un tratto della roggia è da anni abitato da due splendidi cigni, immancabile attrazione per i turisti. Il giardino è spesso animato dai bimbi e dalle loro mamme, oltreché dalle coppiette di innamorati e da qualche studente che si rifugia in qualche angolo, ben protetto dal vivace frastuono, per studiare, con le cuffie dell’I-Pod ben attaccate alle orecchie. Dall’entrata del cancello, si è costretti a salire, raggiungendo la parte sopraelevata. Inconsapevolmente il passante calpesta le orme del passato più remoto: là sotto, infatti, correva il perimetro di uno dei più antichi castellieri del Friuli, risalente all’età del bronzo.

Attraversato il giardino, scendendo dalla parte opposta, verso piazza Primo Maggio, ci si imbatte nella torre di San Barolomeo, meglio nota come Porta Manin. Essa testimonia l’esistenza del terzo recinto murario: dalla prima cittadella, infatti, si arriva ad una città sempre più popolata ed animata, che ospita all’interno delle mura i borghi cresciuti attorno al primo insediamento. Le targhe gialle, posizionate al di sotto dei cartelli indicanti i nomi delle vie del centro storico, ci svelano i loro nomi: San Cristoforo, Santa Maria, Santa Lucia, a testimonianza della grande fede del popolo udinese che consacra ai santi ogni angolo della città. Un popolo che cresce sempre più, fino ad imporre l’esigenza di un’altra cerchia di mura, la terza. La piccola città racchiusa entro la terza cinta – sorta dall’unione dei Borghi di Sore (o Gemona, corrispondente a Riva Bartolini), del Fen (poi S. Tommaso, corrispondente a Via Cavour), d’Olee di dentri (attuale Via Vittorio Veneto) e Grezan di dentri (Via Stringher) – si reggeva ormai come una vera e propria comunità urbana.

Se si procede verso la grande depressione di piazza Primo Maggio, si è subito colpiti dalla collina erbosa che si intravede tra i rami degli alberi sullo sfondo. Lassù, nei pomeriggi d’estate, quando l’afa soffocante lascia un po’ di tregua, i giovani si distendono a prendere il sole. Da lì si ammira il colle del castello, al cui fianco domina il campanile della chiesa di Santa Maria, una delle più antiche della città. Sul campanile, custode fedele degli udinesi, si slancia un angelo che, secondo la tradizione, ha anche il potere di prevedere il tempo che verrà. L’alata creatura è montata su un piedistallo girevole e mostra, con il dito indice, la direzione dei venti: a seconda del punto in cui indirizza il dito, svela agli udinesi se dovranno aspettarsi il bello o il cattivo tempo. Un antico previsore che per gli abitanti della città è più affidabile del moderno meteo televisivo.

Zardin Grant, come si è detto, un tempo era occupato da un lago cui è legata anche un’antica leggenda, secondo la quale sarebbe stato abitato da un mostro, e che si prosciugò in modo talmente rapido da far ritenere quel fenomeno un vero e proprio prodigio. Ne ebbe notizia anche Boccaccio che nel suo Decameron, citando esplicitamente Udine, ne prende vaga ispirazione per la quinta novella della decima giornata. Verso la fine del XV secolo, quando Udine era una città ormai prospera e faceva parte dei possedimenti veneziani, qui fu spostata la Fiera di Santa Caterina, che in origine si teneva in altro luogo. Un secolo prima, il patriarca Marquardo di Randeck, riconoscente per l’aiuto ricevuto dagli udinesi durante la guerra contro Venezia, con un decreto del 4 novembre 1380 concesse il permesso di tenere un mercato, dal 23 al 27 novembre, presso la chiesa di Santa Caterina d’Alessandria, vicino alle rive del Cormor. Tutti i rivenditori potevano accedervi e vendere qualsiasi prodotto senza pagare dazi o imposte, eccetto coloro che avevano commesso qualche reato.

La Fiera di Santa Caterina è tutt’oggi una tradizione assai cara agli udinesi ed un’attrazione per molti abitanti della regione e anche del Veneto. Qualche visitatore vi arriva, incuriosito, anche da oltreconfine. L’aria di festa che si respira in quei giorni fa quasi dimenticare l’autunno già inoltrato e l’inverno che, almeno qui, bussa già alla porta. Camminando sui sentieri disegnati tra il verde manto della grande piazza, ci si immerge in un’atmosfera gioiosa, grazie alle merci variopinte che vengono esposte nelle numerose bancarelle caratterizzate, ormai, dal gusto multietnico. Il profumo delle frittelle e dei croccanti si espande ovunque, invitando anche il palato a far festa, mentre l’aria novembrina un po’ frizzante provoca un leggero brivido che corre lungo la schiena. L’autunno colora i sentieri con le foglie che ormai cadono inesorabilmente dagli alberi e l’erba che ha perso quell’aspetto smeraldino delle stagioni migliori.

La passeggiata ci sta portando fuori dal cuore di Udine. Dalla piazza Primo Maggio, attraverso via Manin, torniamo sulla strada principale. Percorriamo via Vittorio Veneto e poi via Aquileia, fino ad arrivare alla porta omonima, una delle due superstiti della quinta cerchia muraria. La popolazione udinese con il tempo è cresciuta e, dopo la costruzione di un quarto recinto, si iniziò a pensare al quinto che occupava l’area attualmente racchiusa all’interno del centro storico. Una previsione, tuttavia, ottimistica smentita dai fatti: gli udinesi riuscirono a starci comodamente fino al 1800, stretti da quelle mura possenti, vigilati dalle torri antiche. Qui inizia la periferia sud di Udine. Ormai siamo fuori dal suo centro storico eppure anche qui c’è un cuore che batte, un cuore che ha molti colori e parla molte lingue. È il borgo stazione, il quartiere più multietnico della città. Nelle strade si mescolano gli odori del kebab, della pizza, degli hamburger e degli involtini primavera, segno tangibile di un’identità, quella degli udinesi, che pur custodendo come un prezioso tesoro il proprio patrimonio culturale, fatto di tradizioni e lingua, si sta aprendo all’alterità. Un popolo di emigranti, specie durante il secolo scorso, che apre le porte e dona il suo cuore alle migliaia di immigrati che cercano quel po’ di fortuna che gli udinesi a loro volta cercarono in terre straniere.

Il borgo stazione ha anche un altro nome, certamente più poetico: quartiere delle magnolie. Questi alberi antichissimi hanno una particolarità: i fiori, nelle varietà bianco avorio e rosa, sbocciano tra i rami nudi prima delle foglie. Quando ancora il calendario ci ricorda che la primavera è lontana, i fiori delle magnolie, già spuntati tra febbraio e marzo, inondano con il loro profumo questa zona di Udine e risvegliano i cuori dal torpore invernale. Allineate sui marciapiedi della centrale via Roma, le magnolie danno il benvenuto ai visitatori che arrivano in città con il treno, pronti ad immergersi nell’ospitale e pulsante cuore di Udine.

Udine, dal castello alla città

[link foto: uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto]

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10 commenti »

  1. Diario said,

    Ami davvero molto la tua città… il tuo post è pieno di ammirazione e incanto per il luogo dove vivi. Udine è fortunata ad averti tra le sue cittadine. 🙂

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  2. marisamoles said,

    @ Dario

    In realtà è la mia città di adozione ma comunque rimane una città alla quale sono legata. Mi fa piacere che dal post (che a dire il vero ha qualche anno ed è rimasto privato fino ad ora) si capisca il mio attaccamento. Anche perché, qualche anno fa, un lettore “simpaticamente” si era espresso così riguardo alla mia permanenza a Udine: “la città che così pazientemente la ospita…”. Naturalmente il sarcasmo è dovuto ad una mai risolta tra le mie due città: Trieste e Udine.

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  3. ili6 said,

    Non conosco Udine, ma il tuo post fa venire la voglia di visitarla. Poi quell’angelo meteorologo mette curiosità 🙂
    Complimenti per il post molto particolareggiato e sentito.

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  4. tachimio said,

    Che meraviglia di post cara Marisa. E pensare che quando andammo a Tarvisio non riuscimmo a visitarla. Peccato, sarebbe il caso di darle un’occhiata dal vivo. Grazie Marisa. Pensavo di non ritrovarti qui e invece…baci. Isabella

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  5. marisamoles said,

    Cara Isabella, ogni volta che penso di chiudere questo blog mi convinco che, anche con il silenzio, si è a volte capaci di essere presenti. Nonostante la mia “assenza”, le pagine e gli articoli continuano ad essere letti molto, perché chiudere allora?
    Spero di essere più presente in futuro. Tra qualche giorno, però, mi trasferirò sul blog estivo (www.summertimetogether.wordpress.com) perché ho voglia di leggerezza dopo un pesante anno scolastico. 🙂

    Se vieni a Udine, avvertimi. Mi piacerebbe incontrarti e potrei farti da Cicerone. 😉

    Grazie di essere passata. Un abbraccio.

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  6. tachimio said,

    Infatti, perché chiudere ? Come va il tuo ”ruolo ” di nonna ? A me dispiace già vedere la mia Arianna cresciuta. Col mal di schiena che mi ritrovo ora che pesa mi è difficile prenderla in braccio. Solo da seduta, ma quando ci viene ? Mai mia cara. E’ uno scricchiolo molto vivace. Ma va bene così. Se venissi ad Udine non potrei non fartelo sapere. Grazie comunque per la proposta del ”Cicerone”. Niente male. Ti abbraccio sempre con simpatia cara Marisa. Isabella.

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  7. marisamoles said,

    Come nonna vorrei essere più presente ma, a parte il poco tempo che il lavoro mi lascia libero, io sono la nonna paterna e c’è una bella differenza rispetto all’essere nonna materna. 😦
    Spero che ora, con il ritmo meno frenetico degli impegni lavorativi (che comunque mi terranno impegnata fino a metà luglio), riuscirò a vedere più spesso il mio nipotino che è sempre più bello e grande. A nove mesi vuole camminare…
    Grazie, Isabella. Un bacione.

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  8. tachimio said,

    Bè c’è più confidenza con la madre che non con la suocera generalmente. Ma forse dipende anche dalle distanze, chissà. La suocera di mia figlia abita vicino a loro dove può arrivare anche a piedi. E vedo che aiuta a volte più di me. Ma è la distanza appunto a giocare a favore. Comunque anche Arianna a otto mesi camminava e devi sentire ora che parlantina, seria e corretta ha. Vabbè la finisco qui, magari qualcuno potrebbe dire che sono fanatica per la nipotina. Niente di più falso. Mi trattengo, non sono esagerata…spero. Baci Marisa. Isabella

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  9. marisamoles said,

    Noi siamo più vicini ma i suoceri di mio figlio sono in pensione. Infatti lei terrà il bimbo visto che hanno deciso di non iscriverlo al nido. Vorrà dire che quando mia nuora tornerà al lavoro (ormai è questione di giorni…), ci metteremo d’accordo per alternarci in qualche modo.
    Rimane il fatto che la mamma della mamma è… la mamma della mamma. 😉

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  10. tachimio said,

    Bè la mamma della mamma resta sempre… la mamma della mamma, indubbiamente. Un sorriso cara Marisa. Isabella

    Piace a 1 persona


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