C’È LAVORO E LAVORO

attentato-berlinoLa notizia è sulla bocca di tutti: il killer di Berlino è stato ucciso, grazie all’intervento di due poliziotti che facevano servizio di ronda a Sesto San Giovanni, nell’hinterland milanese, la scorsa notte.

Le reazioni, specialmente sui social network, sono state varie. Non approvo le manifestazioni di gioia: è morto un uomo, in fondo. Un terrorista ma pur sempre un uomo. È vero, ha ucciso 12 persone e ferito qualche decina, ma a mio modesto avviso, più che morire, avrebbe dovuto essere catturato, messo in carcere (anche senza processo ma, ahimè, in un Paese civile questo non è possibile) buttando via la chiave.

C’è poi chi ha ringraziato i due poliziotti e li ha chiamati eroi. In questo caso mi sento di condividere l’esternazione di molti e non capisco come altri, molti anch’essi, abbiano sollevato la questione del lavoro. Stavano lavorando – dicono – uno che lavora non è un eroe, lavora e basta. Ecco, io mi dissocio.

È vero che i due sono stati un po’ eroi per caso (a tal proposito vi invito a leggere questo bel post di Pino Scaccia sul suo blog). Erano in servizio, si sono insospettiti e hanno agito seguendo la procedura che prevede, innanzitutto, la richiesta dei documenti. Anis Amri, l’autore della strage al mercatino di Natale di Berlino, non li aveva. Gli agenti hanno, quindi, chiesto di perquisire lo zaino. Fin qui la procedura. Ma mentre il più “vecchio” dei poliziotti (un friulano, qui la sua testimonianza) procedeva alla perquisizione, l’altro, appena 29enne, ha visto che il killer stava estraendo una pistola dalla giacca e, nonostante non abbia potuto impedire a quello di sparare a bruciapelo, colpendo il collega alla spalla destra, ha mantenuto il controllo della situazione e avuto il sangue freddo di sparare, sapendo i rischi che correva. Per sua fortuna il giovane poliziotto è riuscito a colpire il criminale, prima di essere a sua volta colpito. Non credo avesse intenzione di uccidere. Ma chi fa quel lavoro, per garantire la sicurezza a noi cittadini, sa bene che può succedere, ed è successo.

Ora, io penso che quello dei poliziotti e di tutti gli uomini e le donne che hanno il compito di proteggere la popolazione, non sia un lavoro come tutti gli altri. Per farlo ci vuole coraggio, determinazione ma soprattutto passione e dedizione. Ed è pure malpagato.
Qualcuno potrebbe obiettare che in tutti i lavori queste doti siano richieste e che molti siano malpagati. Posso anche essere d’accordo ma non posso dimenticare che non in tutti i lavori si rischia la vita, non tutti allo stesso modo, perlomeno. Non tutti con la pistola in mano, comunque.

Per questo, con la consapevolezza che ci siano tanti mestieri pericolosi e malpagati, ritengo che indossare una divisa e impugnare una pistola, a rischio della propria incolumità per garantire quella degli altri, sia qualcosa di speciale. E in certi casi, vero e proprio eroismo.

Non credo che i due si considerino degli eroi, ma non è sbagliato ritenerli tali. L’agente ferito, da un letto d’ospedale dove è convalescente in seguito ad un intervento chirurgico per l’estrazione del proiettile dalla spalla, ha dichiarato: «Sono contento di essere stato utile in questo “marasma” che sta succedendo in Europa».

E noi siamo contenti che tu e il tuo collega stiate bene.

P.S. Su tutti i quotidiani sono state diffuse le generalità dei due poliziotti. Su questo dissento in modo deciso. Ho scelto di non fare nomi anche se gli articoli linkati li pubblicano.
Caso vuole che oggi ricorra il 18° anniversario della cosiddetta “Strage di Natale”, episodio avvenuto a Udine l’antivigilia di Natale. In quell’occasione morirono tre poliziotti: Adriano Ruttar, Paolo Cragnolino e Giuseppe Guido Zanier. Mi piace ricordarli in un post che racconta la storia di due agenti più fortunati.

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